25.2.18

“Nottetempo, casa per casa”. Severino Cesari legge Vincenzo Consolo

Severino Cesari e Vincenzo Consolo

Un lume acceso nella notte di pece e di piume.
Dal «Sorriso dell’ignoto marinaio» al messia nero

Del romanzo di Vincenzo Consolo Nottetempo, casa per casa, che accosta e forse supera le sue narrazioni maggiori: Il sorriso dell’ignoto marinaio, 1976, e Retablo, 1987, stupisce non la chiacchierata complessità (tematica, stilistica) quanto la assoluta semplicità. Basta leggere, e purché non si confonda il linguaggio chiamato barocco, forma della precisione, con il gusto novecentesco per l’ornamento e il superfluo. Tutto qui è invece di spartana necessità. Lo scontro letterario considerato attuale è tra Verga e D’Annunzio. La scena è storica, con meticolosi dettagli che balenano al punto giusto, fili d’oro nell’ordito: Cefalù negli anni ’19, ’20 e ’21 del secolo, l’avvento del fascismo mentre il mago e satanista Aleister Crowley (la «Bestia») sbarca in Sicilia per fondare il suo tempio erotico-eretico, e gli anarchici invece, per definizione, se ne vanno (in Tunisia, in questo caso), sullo sfondo di più gigantesche migrazioni, con la grande industria nascente e i mestieri però ancora saldi e sapienti.
La tesi, o l’intuizione: quegli anni di passaggio e di generale follia sono non identici, ma analoghi ai nostri, di grande mutazione. Il romanzo è la trasformazione di questo teorema in un mondo coerente e minuzioso, evocato alla vita da un linguaggio che si fa foglia, apparizione, movimento lieve del vento, imprecazione, polifonia, arcaismo, arabismo, citazione, pertinenza di ogni lingua parola e nome, con amore ascoltati, con attenzione, a restituire la realtà, subitanea, impressionante, del colpo di zoccolo di un cavallo sulla pietra nel silenzio meridiano che non abbiamo mai conosciuto, la materna presenza della pomelia, o plumelia, «il fior bianco e avorio» - che carissimo dev’essere agli scrittori siciliani se anche di recente l’ha eletto protettore del suo Cambio di stagione Gianni Riotta, citando versi di Lucio Piccolo.
L’invenzione, geniale, che permette al teorema di diventare vita è aver fatto del protagonista, Petro Marano, uno sradicato come Mastro-don Gesualdo (il quale è nei fatti, appunto, un senza classe che porta anche nel nome - è ancora considerato mastro, non ancora riconosciuto soltanto don) il proprio bloccato destino. Petro è figlio di contadino diventato piccolo possidente, non accettato però dai borghesi di Cefalù, e di questo passaggio eroico, incompiuto e terribile porta il peso di dolore, malinconia, lupo manaro, male catubbo. Fin qui, sarebbe Verga. Petro però (anch’egli segnato, nel cognome: Marano, marrano) trasforma il passaggio doloroso e la stessa offesa (il suo avversario, don Nenè, gli viola la casa, squarcia le giare dell’olio, in mescolanza di proto-squadrismo e rivalità amorosa) in libertà: perché sceglie di non aderire al suo nuovo status, non rivendicarlo, non difenderlo, fuggire. Fuggirà anche dalla sirena dell’azione politica, dalla follia dell’anarchico Schicchi, speculare alla Bestia: pensiero e dinamite lo tentano, ma per poco. Ed è Petro l’unica figura che davvero si muove, attraverso le pagine del libro, e gli garantisce unità e fluidità, come nella bellissima entrata in Palermo da Palazzo Steri, multipla di voci, di folle, di scritte e slogan, le proteste e la nascente industria, il ricordo della sorella e le prostitute...
Come sempre in Consolo non c’è tuttavia, di tutto questo, narrazione classica. Il romanzo si compone per scivolamento e intarsio di quadri e scene l’uno sull’altro, con chiuse, suggelli che velocemente sciolgono l’azione o meglio la condensano o preparano, e incipit altissimi, dove l’impeto naturale di scrittura diventa sapienza, artigianato ritmico e poetico da costruttore di giare. Ma vanno letti anche con qualche beneficio di ironia: come se ogni volta comparisse in scena un angiolone con la tromba, ad annunciare: qui comincia il capitolo, pardon, il quadro, dove accadrà questo e questo, ma attento lettore: l’importante non è ciò che accade, è il mondo che stai costruendo...
Capitoli anche diseguali tra loro nel tentativo programmatico di rendere ogni volta un tema, un tono, un umore, un registro dominante: che sempre di gran lunga prevale sui «personaggi», e su ogni volgare «psicologia», come se il tutto dovesse poi fondersi in una compatta, diamantina, infinitamente scintillante allegoria, sfolgorante tappeto di nomi nel quale rivelarsi una divinità assente... O come se il libro intero fosse alla fine non libro, ma cosa solida: se il Sorriso era chiocciola, e il Retablo era retablo, che cosa è Nottetempo, casa per casa?

Illuminismo versus strani illuminati, ancora la luce, ma distorta, sole nero, estasi per opposte allucinazioni: la Bestia Crowley e la mistica rosminiana Angelina Lanza si sfiorano nel Duomo di Cefalù, nella luce che piove dal rosone contemplano la propria follia, speculare a quella del proprio complementare nemico... E l’unica figura portatrice di una visione d’insieme è diventato il perfetto Male, il finto Illuminato... Alla coppia Mandralisca-Interdonato (quest’ultimo, il rivoltoso che tenta alla politica l’illuminato malacologo) nel Sorriso, coppia che già in Retablo si era stracangiata (per usare un tipico verbo consoliano) in quella più stravolta Clerici-Isìdoro, una sorta di Prospero-Calibano, con l’ex frate isolano Isidoro come servo, ora si sostituisce una disseminazione di rapporti: nessuna forma di «coscienza generale», quale quella garantita da quei personaggi illuministi, voce e forma di superiore anche se contaminata e commossa serenità, è più possibile. C’è la coppia Petro-Cicco Paolo (l’unica «positiva», ma nella reciproca debolezza e infermità); oppure Petro-Schicchi, Petro-Janu, e a livello di opposizioni Petro-barone Cìcio o persino Petro-Crowley (uno che arriva da fuori per corrompere, l’altro che da dentro evade scoprendo la corruzione e la frattura, la scissione generale come decadimento dallo stato naturale: e dunque, la cultura, la salvezza, anch’essa come scissione).
È che l’altra coppia, quella del Sorriso, libro aurorale, funzionava riferita a un mondo di cui l’illuminista di turno poteva rimanere spettatore, anche se appassionato e dolente, come il barone Mandralisca di fronte ai fatti di Alcàra Li Fusi e il cavalier Clerici di fronte ai terremotati: ora, ed è questa la novità dell’ultimo romanzo di Consolo, siamo tutti dentro, tutti partecipi di follia.
Da qui la cupezza, l’incastonatura ferrea e urlante, perfino metallica, con suoni di inchiavardamento e prigionia, la melanconia feroce del libro come nell’angelo celebre del pittore, sparsi intorno gli strumenti degli umani saperi. Da qui si passa, non c’è più un esterno cui è affidata la comprensione generale, del testo o della vita, la comprensione generale si ha solo attraverso il dolore, il patimento di chi è scisso, solo stando nel magma, nella melma e tirndosene su.
Altra conoscenza non c’è, altro sapere, se non quello corroso e pronto a ogni ribalderia alla moda del barone Cicio, che tra polverosa biblioteca (una biblioteca alla Azzeccagarbugli, un elenco alla Cervantes; grande e ironica l’epica degli elenchi in Consolo) e angolo suo particolare dannunziano, fa già le prove estetiche e piccine del fascismo: «e collezionava stampe, libri, arnesi arditamente osés che dentro nel suo studio facevano l’enfer». Ed era già dunque predisposto, don Nenè, nella gran macchina combinatoria di Consolo, all’incontro con il vero infernale Crowley, perché c’è sempre bisogno di un laido, sensitivo servo che accolga Dracula; e predisposto poi, nonché alle arditezze della targa Florio, benemerita peraltro e descritta con gran senso di corale stupore e schiamazzo e allegria e incrocio di modernità e scaltrezza contadina (compaiono le prime gomme Pirelli, trasformate in suole da scarpe dopo l’incidente d’auto del barone) al picchia picchia generico e rozzo del santo manganello, sia pure per interposta servitù picchiatrice, non sia mai.

Allora, gli illuminati neri son gli unici illuministi rimasti nel tempo di pece e piume, in cui tutti siamo complici, e diverse follie ci attraversano: follia di vittima predisposta nell’innocente, follia colpevole e presto assassina in altri. Ma qui stiamo, e visto che la fuga verso l’araba Tunisia, possibile forse per Petro allora, oggi vale in tutta evidenza solo come scena, un po’ come per Ferreri la fuga finale nell’ultima scena di Dillinger è morto, allora, bisognerà rassegnarsi all’unica possibile e vera evasione: rendersi conto, e render ragione, dare nomi alle nuove cose che accadono, scrivere infine (o equivalenti: si intende, l’arte in generale) o provare a farlo. La letteratura, e l’arte come medicina non della ferita, ma nella ferita. Consolo non lo dice, ma va da sé: se Aleister Crowley è uno stregone di magia nera, tutto Nottetempo, casa per casa è invece nient’altro che questo: un lungo, complicato, fascinoso esorcismo, è una operazione legittima e alla luce del sole di magia bianca, completamente riuscita, che si accende e si svolge come chiocciola o arma a lento sviluppo chimico nella mente del lettore attento, per liberarci dal male. Non litania, ma preghiera. Lume o fiaccola o fuoco o lampada che mano di donna accende alla finestra, nel buio: come nel primo capitolo, mentre corre il licantropo nella campagna e come già prima nel Mastro-don Gesualdo, ai primi rumori dell’incendio di casa Trao le donne a sporgersi, col lume...
Spia linguistica di questa opposizione tra tenebre della depressione-follia-melanconia e lume incerto «di speranza, ma non di ragione», come lo stesso Consolo mi diceva in una conversazione recente, è l’ossessione dei derivati da katò, greco per giù, sotto: da male catubbo, del padre di Petro, licantropo nelle notti di luna, la scena su cui apre il romanzo, dato storico del dolore contadino senza sfogo, che diventa lupo mannaro, ed è poi malinconia: fino a catoio, e simili. Laggiù, in un catoio, finiva, o forse cominciava, il carcere-chiocciola del Sorriso, letterato dai graffiti di prigionieri. Ma come tutto è ambivalente in Consolo, maestro dell’inesistenza della verità se non nel retablo, nella chiocciola, nell’esorcismo, nel libro nel suo insieme: mai in una sua parte o personaggio, è proprio giù nel profondo della terra, è nel buio dell’ipogeo che si trovano tesori. Sono le bianche forme di marmo classico in Retablo, e sono qui, nella memoria di Petro con l’amico pastore, Janu ancora innocente, non corrotto ancora da Crowley, le misteriose figure angeliche che si staccano dalle pareti di un sotterraneo, ritrovato luogo sacro, lievi allegorie del tempo che c’era prima di questo storico, del tempo in cui le creature potevano incontrarsi, nella bellezza e nell’innocenza dell’amore e del linguaggio, prima delle partizioni in caste, doveri e mestieri, rituali e divieti, eden.
Non è la precisa certezza di avere questo nel cuore, ricordo o speranza, a guidare il «senza classe» Petro fuori da ogni pastoia o vincolo di nuova appartenenza, a trasformare in risorsa la sua mobilità obbligata, e in leggerezza di nomade l’eredità del dolore del padre, schiacciato dalla fatica di emergere?
«Pensò al suo quaderno. Pensò che ritrovata calma, trovate le parole, il tono, la cadenza, avrebbe raccontato, sciolto il grumo dentro. Avrebbe dato ragione, nome a tutto quel dolore.»
Buono per oggi, per nomadi e mutanti e transeunti nell’età della semi-definitiva scomparsa di ogni eredità e appartenenza di classe, in una confusa massa, o confuso sogno, in cui molte cose ci attendono, e confusamente gemono per nascere, sirene creature o idiote follie, per forse raggiungerci nottetempo, casa per casa.

“latalpalibri il manifesto”, venerdì 17 aprile 1992

24.2.18

Il mio Hemingway personale (Gabriel Garcia Màrquez)

Ernest Hemingway

Lo riconobbi subito: stava passeggiando con sua moglie, Mary Welsh, lungo il Boulevard Saint Michel, a Parigi, un giorno della piovosa primavera del 1957. Camminava sul marciapiede opposto, in direzione del Giardino del Lussemburgo; portava un paio di pantaloni da cowboy piuttosto sciupati, una camicia a quadri e un berretto da giocatore di pelota. La sola cosa che non sembrava appartenergli erano gli occhiali dalla montatura metallica, piccoli e rotondi, che gli conferivano un’aria da nonno prematuro. Aveva compiuto 59 anni; era enorme, eccessivamente visibile, ma non dava un’impressione di forza brutale come lui avrebbe senza dubbio desiderato, perché aveva i fianchi stretti e le gambe un po’ gracili. Appariva così vivo, tra le bancarelle di libri usati e il torrente giovanile della Sorbona, che nessuno avrebbe mai potuto supporre che appena quattro anni dopo sarebbe morto.
Per una frazione di secondo mi trovai lacerato — come sempre mi è accaduto — tra le mie due attività rivali: non sapevo se chiedergli un’intervista o attraversare semplicemente la strada per esprimergli la mia
Gabriel Garcia marquez
incondizionata ammirazione. Sia per l’uno che per l’altro proposito, dovevo confrontarmi con lo stesso grave ostacolo: io parlavo allora lo stesso inglese rudimentale che ho continuato a parlare in seguito, e non ero troppo sicuro del suo spagnolo da torero. Così non feci nessuna delle due cose che avrebbero rischiato di rovinare quell’istante, e misi invece le mani intorno alla bocca a mo’ di corno, come Tarzan nella foresta, gridando da un marciapiede all’altro: «Maeeestro!». Ernest Hemingway si rese conto che tra la folla degli studenti non poteva esserci un altro maestro e si voltò, sollevando una mano e gridando in castigliano, con un tono un po’ puerile: «Adios, amigo!». È stata l’unica volta che l’ho visto.

Faulkner e Cartier-Bresson
Io ero allora un giornalista di ventotto anni, che aveva pubblicato un romanzo e aveva ottenuto un premio letterario in Colombia; ma a Parigi mi ero incagliato e non avevo idee precise sulla rotta da seguire. I miei due principali maestri erano i due scrittori nordamericani che in apparenza avevano tra loro poco o nulla in comune. Avevo letto tutto ciò che essi avevano scritto fino a quel momento, ma non come letture complementari, al contrario, come due modi diversi e quasi esclusivi di concepire la letteratura. Uno era William Faulkner, che non ho mai avuto occasione di vedere; posso soltanto immaginarmelo come l’uomo in maniche di camicia che si strofina il braccio, dando le spalle a due cagnolini bianchi, nel celebre ritratto di Cartier-Bresson. L’altro era quell’uomo effimero che mi aveva appena gridato «Adios» dal marciapiedi di fronte, lasciandomi l’impressione che nella mia vita fosse accaduto qualcosa: ed era accaduto per sempre.
Qualcuno ha detto che noi scrittori leggiamo libri degli altri solo per renderci conto di come sono scritti. Credo che sia proprio così. Non ci accontentiamo dei segreti che troviamo sulla pagina, la guardiamo al rovescio per decifrarne le cuciture. In un modo che è impossibile spiegare, smontiamo il libro nelle sue componenti essenziali per poi rimontarlo quando ormai conosciamo i misteri della sua personale orologeria. I libri di Faulkner si prestano male a questi tentativi, giacché questo autore non sembrava possedere un sistema organico di scrittura: procedeva alla cieca nel suo universo biblico, come un branco di capre lasciate libere in una cristalleria. Quando si riesce a smontare una pagina di Faulkner si ha l’impressione di trovarsi qualche molla e qualche vite di troppo e di essere nell’impossibilità di riportarla allo stato originale.
Hemingway invece, pur essendo meno ispirato, meno appassionato e meno pazzo, con un lucido rigore lascia in vista tutte le viti, come nei vagoni ferroviari. Forse per questo Faulkner è uno scrittore che ha avuto molto a che fare con la mia anima, mentre Hemingway è quello che più ha avuto a che fare con la mia professione: non soltanto a causa dei suoi libri, ma soprattutto a causa della sua straordinaria conoscenza dell’aspetto artigianale della scienza dello scrivere.
Nella storica intervista da lui concessa al giornalista Georges Plimpton per la “Paris Review” insegnò una volta per tutte — in contrasto con il concetto romantico della creazione — che la tranquillità economica e la buona salute sono estremamente utili per scrivere; che una delle maggiori difficoltà è quella di organizzare bene le parole; che è bene rileggere i propri libri quando si fatica a scrivere, per ricordarsi che è stato sempre difficile; che si può scrivere dovunque purché non ci siano visite né telefonate e che il giornalismo non distrugge necessariamente uno scrittore, come è stato detto tante volte: è precisamente il contrario — a condizione che lo si abbandoni in tempo. «Una volta che lo scrivere si sia trasformato nel principale vizio e nel maggior piacere», disse, «solo la morte può mettervi fine». Ci ha fatto scoprire, inoltre, che il lavoro quotidiano deve essere interrotto soltanto quando si sa come ricominciare il giorno dopo. Non credo che sia mai stato dato un consiglio più utile per chi scrive. Questo è, né più né meno, il rimedio sicuro contro lo spettro che gli scrittori temono maggiormente: l’agonia mattutina davanti alla pagina bianca.
Nell’opera di Hemingway si avverte un respiro geniale ma di breve durata. Ed è comprensibile. Una tensione interiore come la sua, sottoposta a un dominio tecnico così severo, sarebbe insostenibile nell’ambito vasto e rischioso di un romanzo. Era questa la sua condizione personale, ed egli ha commesso l’errore di voler superare i suoi splendidi limiti. Ecco perché il superfluo si nota in lui più che in altri scrittori. I suoi romanzi sembrano racconti fuori misura, contengono troppe cose in più. Al contrario, la qualità migliore dei suoi racconti è che danno l’impressione che manchi qualcosa — ed è precisamente questa la ragione del loro mistero e della loro bellezza. Jorge Luis Borges, che è uno dei grandi scrittori del nostro tempo, ha gli stessi limiti, ma ha avuto l'intelligenza di non cercare di superarli.
Un solo sparo di Francis Macomber contro il leone è istruttivo quanto una lezione di caccia, ma è anche istruttivo quanto un riassunto della scienza dello scrivere. In uno dei suoi racconti Hemingway ha scritto che un toro di Lidia, dopo aver sfiorato il petto del torero, si rivoltò «come un gatto che svicola lungo una cantonata». Credo, in tutta umiltà, che questa osservazione sia una delle geniali sciocchezze che si possono concedere solo gli scrittori più lucidi. L’opera di Hemingway è piena di trovate del genere, semplici e abbaglianti, che dimostrano fino a qual punto egli sia restato fedele alla propria definizione della scrittura letteraria: «come un iceberg, essa si regge soltanto quando è sostenuta sott’acqua da sette ottavi del suo volume».
Questa consapevolezza «tecnica» sarà senza dubbio la ragione per cui Hemingway passerà alla gloria non per uno dei suoi romanzi, ma per i suoi racconti più asciutti. Parlando di Per chi suona la campana lo scrittore ha detto di non aver fatto in anticipo un piano del libro; lo ha inventato giorno per giorno, man mano che lo andava scrivendo. Non c’era bisogno che ce lo dicesse: è evidente.
Viceversa, i suoi racconti di ispirazione istantanea sono invulnerabili. Come quei tre che scrisse il pomeriggio di un 16 maggio in una pensione di Madrid, quando a causa di una nevicata venne annullata la corrida della festa di San Isidro. Si trattava — come Hemingway stesso ha detto a George Plimpton — de Gli assassini, Dieci indiani e Oggi è venerdì; tre racconti magistrali.

Critiche feroci
Da questo punto di vista, secondo me, il racconto nel quale meglio si condensano le sue virtù è uno dei più brevi: Un gatto sotto la pioggia. E tuttavia — anche se può apparire uno scherzo del destino — mi pare che la sua opera più bella e più umana sia la meno riuscita: Al di là del fiume e tra gli alberi. Come lo stesso Hemingway ha rivelato, all’inizio si trattava di un racconto, che poi si sviò nella foresta del romanzo. È difficile concepire tante manchevolezze strutturali, tanti errori di meccanica letteraria da parte di un tecnico così sapiente, dialoghi così artificiali e così artificiosi da parte di quello che è uno dei più brillanti creatori di dialoghi di tutta la storia della letteratura. Quando il libro venne pubblicato, nel 1950, la critica fu feroce perché non era giusta. Hemingway si sentì ferito dove più gli faceva male e si difese dall’Avana con un telegramma passionale, che non sembra degno di un autore della sua statura. Non solo quello era il suo miglior romanzo, era anche il più suo, perché era stato scritto agli albori di un autunno incerto, con le nostalgie irreparabili degli anni vissuti e la premonizione nostalgica dei pochi anni che gli restavano da vivere. In nessuno dei suoi libri egli ha lasciato tanto di se stesso, né è riuscito a plasmare con tanta bellezza e tenerezza il senso essenziale della sua opera e della sua vita, vale a dire l’inutilità della vittoria. La morte del suo personaggio, in apparenza così serena e naturale, è la prefigurazione in cifra del suo suicidio.
Quando si convive per tanto tempo con l’opera di uno scrittore, e in un modo così intenso ed intimo, si finisce inevitabilmente per mescolare la sua finzione con la sua realtà. Ho trascorso molte ore di molti giorni leggendo in quello stesso caffè della Place de Saint Michel in cui Hemingway amava scrivere perché lo trovava caldo, pulito e accogliente; e ho sempre sperato di incontrarvi la ragazza che egli vide entrare un pomeriggio di vento gelido, bellissima e diafana, con i capelli tagliati in diagonale come un’ala di corvo. «Sei mia e Parigi è mia», egli scrisse per lei, con quell’inesorabile potere di appropriazione che emana dai suoi libri. Tutto ciò che Hemingway ha descritto, ogni istante che è stato suo, continua ad appartenergli per sempre. Non posso passare davanti al numero 12 di rue de l’Odèon, a Parigi, senza vederlo mentre conversa con Sylvia Beach in una libreria che non è ormai più quella, cercando di guadagnare tempo per arrivare alle sei di sera e vedere se per caso arrivi James Joyce. Nelle praterie del Kenya si impadroniva con una sola occhiata di bufali e di leoni, oltre che dei segreti più intricati dell’arte della caccia. Si impossessava di toreri e di pugili, di artisti e di pistoleri, che sono esistiti per un solo istante: quello in cui gli sono appartenuti. L’Italia, la Spagna, Cuba, mezzo mondo è pieno di luoghi dei quali Hemingway è diventato padrone col solo menzionarli. A Cojimar, un piccolo villaggio vicino all’Avana dove viveva il pescatore solitario de Il vecchio e il mare, hanno costruito un tempietto per commemorare il libro con un busto di Hemingway verniciato d’oro. Alla Finca Vigia, il rifugio cubano dove lo scrittore visse fino a pochissimo tempo prima della morte, la casa è intatta tra gli alberi ombrosi, con i suoi libri dei generi più diversi, i suoi trofei di caccia, il leggìo su cui scriveva, le innumerevoli cianfrusaglie che gli sono appartenute fino alla morte e che continuano a vivere senza di lui, con l’anima che egli vi ha infuso grazie alla sola magìa del suo dominio.
Alcuni anni fa sono salito sull’ automobile di Fidel Castro — che è un tenace lettore di romanzi — e ho visto sul sedile un piccolo libro rilegato in cuoio rosso. «È il maestro Hemingway», mi ha detto Castro. In realtà, Hemingway continua a stare dove meno uno se lo immagina — vent’anni dopo la sua morte — così persistente e al tempo stesso così effimero, come quella mattina, che forse era di maggio, in cui mi disse «Adios, amigo» dal marciapiede opposto del Boulevard Saint Michel.

la Repubblica, 2 agosto 1981 (Copyright Gabriel Garcìa Marquez, 1981)

«Partito della nazione? c’era tutto in Forza Italia». Intervista a Marcello Pera, febbraio 2016 (David Allegranti)


Riprendo - a due anni di distanza - un'intervista di Pagina 99 a Marcello Pera. Mi pare tuttora utile a capire alcuni aspetti della vicenda politica italiana. (S.L.L.)

Marcello Pera sta rimettendo a posto i libri, le scatole. Finisce un trasloco. Lascia Roma e se ne torna in Toscana. Il simbolo del centrodestra oggi? «Eccomi», dice con un sorriso abbozzato, «sono io che torno con le mie carabattole a Lucca… Alla Capitale ho già dato», dice a pagina99. Filosofo, già presidente del Senato, Pera è uno dei professori che nel 1994 stavano con Silvio Berlusconi.

Senatore, perché nel centro destra non nasce qualcosa di nuovo?
Penso che la domanda sia mal posta, se riferita a Forza Italia. In quella parte del centro destra lì è già nato qualcosa: è nato Renzi. E se a Renzi riuscirà di fare un altro po’ di cammino con l’eliminazione di ciò che di comunista è rimasto nel suo partito, quel centro destra sarà tutto renziano. Per capirlo si deve guardare a Verdini.

Verdini?
Sì, se uno guarda a Verdini senza l’odore dello zolfo che gli hanno spruzzato addosso i grandi giornali, i quali, dopo Dell’Utri e Previti, hanno ancora bisogno di un demonio per palpeggiarsi l’anima bella, capisce che l’evoluzione di buona parte dell’elettorato di Forza Italia va esattamente nella sua direzione. Verdini va visto come un umore, un sentimento, e una politica. È un vero berlusconiano, uno che annusa il tartufo e lo scava in silenzio e con perizia. Non è solo furbo come lo dipingono, è intelligente come neanche sospettano.

Ma che c’entra Verdini con la rivoluzione liberale e la rivoluzione liberale con Renzi?
Parliamo ancora di Forza Italia. Che cosa voleva il grosso del suo elettorato, composto di ex–dc, ex–psi e cani sciolti, allo sbando dopo la caduta del Muro, e a piede libero dopo la mannaia di Mani Pulite? Voleva dare uno schiaffo ai sindacati. Renzi l’ha fatto. Voleva dare una strattonata ai magistrati. Renzi l’ha fatto. Voleva non farsi schiacciare dall’alta burocrazia dello Stato, corrotta assai più dei politici e dell’italiano medio. Renzi l’ha fatto. Voleva non pagare l’imposta sulla casa. Renzi lo fa. Naturalmente, quello stesso elettorato voleva anche le transazioni in contanti per evadere, voleva controllare la tv di Stato per garantirsi il potere, voleva le manette agli evasori a parole, voleva ridurre le tasse a chiacchiere. Bene, tutto questo lo vuole anche Renzi. E si può scendere nei particolari. Berlusconi prometteva le dentiere gratis, Renzi promette ai giovani un sussidio annuo per le discoteche gratis. Berlusconi doveva difendere la sua famiglia. Renzi, oltre alla sua, deve difendere anche la famiglia Boschi. Il club Mediaset prima, il circolo catto–demo–massonico adesso. Non è continuità col centro destra questa? Vogliamo poi parlare dei cosiddetti diritti civili di donne e omosessuali? Forse che Mara la pensava diversamente da Maria Elena? Forse il centro destra non aveva i suoi bravi cattolici? C’era già tutto in Forza Italia, comprese le Cirinnà.

Dimentica l’Europa e il populismo. Lì c’è rottura.
Non lo dimentico. Vi risulta che in Forza Italia siamo mai stati europeisti alla Ciampi, alla Prodi, alla Monti, alla Letta? Ci chiamavano euroscettici perché non ci piaceva il Reich, esattamente come Renzi adesso. E avevamo ragione. L’Europa non sta più ritta neppure sugli stecchi. Quanto al populismo è vero, c’è rottura. Ma neppure adesso quelli di Forza Italia sono populisti. Semplicemente, è accaduto che, entrata in crisi la leadership di Berlusconi, i leghisti hanno fatto di rimbalzo un passo indietro, verso i ruggiti delle origini, e lo stesso hanno fatto i missini, verso il nazionalismo, pensando entrambi non a governare ma a raccogliere voti. Sfortuna vuole che Salvini non sia politicamente dotato come Bossi, e la Meloni non così astuta nella gestione del potere di rendita come Fini”.

Tutto questo suona paradossale. È come se lei dicesse che il centro destra è vivo e vegeto!
Tanto vegeto non mi pare, perché Renzi non ha ancora portato a termine il suo disegno, che è il partito della nazione, e rischia di saltare prima. Per mano della magistratura o mano europea, con un golpe tipo Napolitano–Monti. E non mi pare neanche tanto vivo, perché la classe politica di Renzi non ha ancora espresso un partito suo proprio e non è sicuro che ce la faccia. A Renzi potrebbe accadere da un momento all’altro quello che è successo a Berlusconi: di soccombere prima di aver costruito un’egemonia politica e culturale stabile. E forse si è già pentito di non essere andato al voto subito dopo le elezioni europee, per chiedere quello che ha sempre chiesto Berlusconi: di dargli il 51% per completare l’opera.

Mi sembra un altro paradosso. A sentir lei, sembra che Renzi continui la rivoluzione liberale.
Qui bisogna essere onesti. La rivoluzione liberale è stato uno slogan felice, che coglieva un’esigenza. Berlusconi e Renzi hanno tentato di tradurlo in pratica per quel tanto che è possibile in un paese che non è liberale e di autenticamente liberale vuole ben poco, salvo la libertà di fare i cavoli propri, il che però non è liberale. Ha notato che liberale è una pacca sulle spalle che si danno alcuni bravi commentatori e intellettuali per dirsi l’un l’altro che loro sono i più intelligenti di tutti? Che non hanno colpe? Che lo sapevano e l’avevano detto prima? Solo che, prima, erano muti o stavano sempre da un’altra parte, quella di sinistra, che fa così tanto chic. Oltre che onesti, bisognerebbe anche essere modesti: ciò che si può fare di liberale in un paese storicamente anomalo come il nostro è ammodernarlo alla meglio, come si può e si riesce, un pezzettino per volta. [...]

Pagina 99, 27 febbraio 2016

Che ne sai tu di un campo di grano (Martina Liverani)

Una coltivazione di grano tenero della varietà Gentil Rosso

Tra gli appassionati di panificazione, pasticceria, pizza e lievitati in genere, da qualche anno circola il tormentone “grani antichi”, che sta a indicare la farina ottenuta da grano che non ha subito incroci varietali naturali per migliorarne le caratteristiche produttive. Al di là dell’agronomia, tali grani sono interessanti dal punto di vista storico, organolettico e paesaggistico (le spighe sono alte o nane, con una gamma di colori che va dall’oro al rosso, dal verde al marrone scuro) ma, sebbene sia molto di moda, la dicitura convenzionale non deve invitare a generalizzare. Perché la novità è proprio questa: un grano al plurale, con tante declinazioni territoriali.
L’Italia è da sempre un granaio pieno di diversità, al punto che si potrebbe creare una mappa regionale con le differenti tipologie di grani locali. A moltiplicare questa varietà ha contribuito Nazareno Strampelli, l’agronomo marchigiano che all’inizio del secolo scorso si occupò del miglioramento genetico dei grani, praticando incroci naturali tra semi italiani e semi stranieri per ottenere specie più forti e produttive. Il lavoro di Strampelli – che da un lato creò nuove varietà poi diffuse rapidamente in tutto il Paese (tra cui il Senatore Cappelli, celebre tra i gourmet), ma dall’altro fu il primo tassello verso l’abbandono delle varietà autoctone – venne poi superato dalle coltivazioni industriali, standardizzate e a resa ancora più alta.
L’inversione di tendenza si è avuta negli ultimi quindici anni, quando alcuni piccoli agricoltori italiani hanno ricominciato a seminare i grani dimenticati. Giuseppe Li Rosi (terrefrumentarie.it), agricoltore siciliano, preferisce parlare di grani locali: la sua regione vanta un primato di diversità, tutte raccolte alla Stazione Sperimentale di Granicoltura di Caltagirone (granicoltura.it), che dal 1927 si occupa di preservare le cinquanta specie di grani siciliani. Grazie al lavoro di agricoltori come Giuseppe, negli ultimi anni i grani locali stanno tornando nei campi con un’opera culturale e ambientale che fa bene al territorio e anche a chi se ne nutre: «Il frumento locale non ha bisogno di essere difeso dalle piante infestanti con diserbanti chimici, né di funghicidi, ma è in grado di badare a se stesso: le spighe si difendono da sole le une con le altre».
In Romagna, Lucia Ziniti (cantinasanbiagiovecchio.com) ha ripreso la coltivazione del Gentil Rosso, che da quei terreni era sparito a seguito dell’adozione delle varietà inventate da Strampelli. Come la maggior parte dei grani antichi locali, il Gentil Rosso ha un basso contenuto di glutine e la sua farina ha minor elasticità rispetto a quelle comuni a cui siamo abituati, ma in compenso è più digeribile e organoletticamente più ricca. A piena maturazione, le spighe sono alte fino a 1,60 metri e sembrano giganti rispetto alle spighe delle coltivazioni commerciali, che arrivano strategicamente all’altezza di 90 centimetri (perfetta per la trebbiatura). Nelle Marche, Massimo Mancini (pastamancini.com) ha costruito il suo pastificio in mezzo ai campi su cui coltiva sia varietà moderne che grani antichi turanici, così chiamati perché originari del Khorasan – regione a Nord-Est dell’Iran – e presenti in Italia prima di essere dimenticati in tempi moderni. La resa è molto inferiore rispetto ai grani “moderni”: si va dai 45 ai 55 quintali per ettaro per questi ultimi, contro i 15 quintali per i grani turanici. Una scelta di qualità, tutela e conservazione, che ha un costo.
Oltre che per le rese minori, le farine ottenute dai grani antichi hanno prezzi superiori rispetto alle farine ottenute da varietà moderne perché ogni passaggio della filiera è più costoso rispetto al processo industriale. Spesso sono macinati a pietra, come accade al Mulino Marino (mulinomarino.it) di Cossano Belbo nelle Langhe, dove dall’inizio del Novecento si usano ancora le macine a pietra naturale per la lavorazione dei grani “primordiali” (questa è la definizione che Fulvio Marino ama usare); tale macinazione permette di preservare le caratteristiche organolettiche, ma se con un impianto industriale a cilindri si possono macinare fino a 3 mila chili di farina ogni ora, le macine a pietra naturale producono dai 150 ai 200 chili, e ciò incide al rialzo sul prezzo finale.
Anche gli chef amano la farina di grani antichi, sia per i loro cestini di pane che per le creazioni di pasticceria, un po’ per moda, un po’ per le richieste del cliente sempre più attento alla questione della digeribilità. In Alta Badia, Andrea Tortora lavora come pasticcere nella brigata di Norbert Niederkofler presso il ristorante stellato Rosa Alpina e dice: «Parte del mio lavoro sta proprio nella ricerca di grani antichi e locali, che uso perché hanno meno glutine e sono quindi più digeribili».
Al di là della digeribilità, piacciono tanto perché in fondo rappresentano un legame con la civiltà rurale a cui apparteniamo.

Pagina 99, 20 febbraio 2016

Il caso Céline. Mea culpa, mea minima culpa (Giampiero Mughini)


Scrittore proibito: quale fu il vero peccato di Céline? Essere antiborghese, anticomunista o antisemita? Ma poi: fu veramente un grande scrittore?

Tanto secco e acuminato quanto Bagatelle per un massacro era ridondante e farraginoso, il Mea culpa del ’37, adesso tradotto in italiano dalla Guanda (in un volume unico assieme al posteriore Les beaux draps), è il pamphlet più importante di Louis-Ferdinand Céline, quello che segna il passaggio del grande scrittore francese all’antisemitismo e alla successiva «tentazione fascista».
La casa editrice milanese sfida così nuovamente il veto di Lucette Almanzor, vedova Céline, a pubblicare i pamphlets, veto valido in tutto il mondo e che è già costato alla Guanda il sequestro di Bagatelle per un massacro, non prima di averne venduto 4500 copie. Il sequestro sta per scattare anche per questo secondo libro. Céline rimarrà così un autore dimezzato, perché leggibile solo nei romanzi e non in quei pamphlets che documentano le grandezze e le miserie del suo tragitto ideale. Con gran gioia dei librai antiquari: a Parigi, una copia dell’edizione del Les beaux draps, uscito da Denoel nel '41, è stata pagata 750 mila lire.
Mea culpa, pubblicato nel marzo ’37, è il risultato del viaggio in Urss compiuto da Céline nel settembre ’36 allo scopo di consumarvi i diritti d’autore del Viaggio al termine della notte, pubblicato in Francia nel ’32, che era stato tradotto in russo da Elsa Triolet.
Il Viaggio aveva reso Céline prediletto a sinistra. Lev Trockij, esule in Francia, gli aveva dedicato un celebre saggio. Nel secondo volume delle sue memorie, Simone De Beauvoir annota: «Il libro che contò di più per noi, quell’anno, fu il Viaggio al termine della notte di Céline. Ne sapevamo a memoria un sacco di passaggi. Il suo anarchismo ci sembrava molto vicino al nostro (...) Céline aveva forgiato uno strumento nuovo: una scrittura viva come la parola. Che liberazione, dopo le frasi marmoree di Gide, Alain, Valéry! Sartre la prese a modello».
L’amico di Sartre e suo compagno di studi universitari, Paul Nizan, parlò in termini altamente elogiativi del romanzo di Céline sul quotidiano del Pcf.
Il rifiuto del sistema, l’anarchismo, il pacifismo, la critica sprezzante della borghesia, tutti tratti costitutivi del Viaggio, erano valori molto quotati alla borsa della sinistra. Céline non li rinnegherà mai, né dopo il viaggio in Urss né dopo il traghettamento sulla sponda del collaborazionismo filohitleriano. In Urss era difatti andato a cercare un paese dove la borghesia fosse stata fatta a ragù e i «padroni» presi a calci.
Scrive Céline, nel bruciante avvio di Mea culpa: «I padroni, che schiattino! All’istante! Putridi rifiuti! Tutti insieme, o uno alla volta! Ma subito! Subitissimo! In quattro e quattr’otto! Neanche un secondo di pietà! Di morte atroce o soave! Me ne fotto! Ah, non sto nella pelle! Soldi per salvarli, tutta quanta la razza, non ce n’è più! Al carnaio, sciacalli! Nei tombini! Perché stare a gingillarsi? Han mai rifiutato, quelle belve!, un solo povero ostaggio a Re Profitto?».
Invece di trovare la festa gioiosa di proletari finalmente liberati, Céline trova quella che giudica una lugubre caserma e che descrive in termini fulminanti, quali non verranno mai raggiunti da nessun altro viaggiatore occidentale: al confronto, il celebre Ritorno dall’Urss di André Gide, pubblicato pochi mesi prima, appare come una raccolta di cartoline illustrate.
La delusione è grande, e lo rende célinianamente furente. Scrive a un’amica, nell’ottobre ’36: «Sono tornato dalla Russia, che orrore! Che bluff ignobile! Che sudicia stupida storia! Come tutto questo è grottesco, teorico, criminale! Insomma!». Da quella delusione scatta un’equazione, «comunismo» = «giudaismo», che sarà mefitica per Céline. Un’equazione cui darà corpo nelle Bagatelle per un massacro, del dicembre 1937, dove sono tuttavia stupende le cento pagine che ricordano personaggi e momenti del viaggio in Urss.
Si fissa così, per sempre, la povera e allucinata ideologia di Céline. Avevano concorso a formarla la delusione per non avere vinto il Goncourt del ’32 («un premio ebraizzato», scrisse), la rottura sentimentale con Elizabeth Craig (divenuta la compagna di un ricco ebreo americano), il suo bisogno di vivere nell'estremo.
Quanto poi al rapporto tra l'uomo e le idee che professava, valga quest'episodio. Nel 1938, in Normandia, durante le vacanze estive, incappò in un'amica ebrea conosciuta a Vienna: si precipitò ad abbracciarla. Quella rimasta immobile, Céline arrossì e si allontanò.

Europeo, 3 Maggio 1982

La rivoluzione gentile delle “serve” colombiane (Fabio Bozzato)

Maria Roa Borja

Medellin (Colombia)
«Molte domestiche si comportano male, a volte rubano le cose o maltrattano i bambini quando i proprietari di casa sono via», dice d’un fiato la signora che si è appena seduta al nostro stesso tavolo, in un bar del barrio Aranjuez a Medellin. Sorseggiando il suo tinto con leche, il caffè macchiato, non ha potuto non ascoltarci. Ed è stato più forte di lei infilarsi nella conversazione.
Lasciato il discorso a metà, Maria Roa Borja la guarda di sguincio girando appena il capo, fasciato da uno dei suoi foulard colorati. Gli occhi, che per un momento si erano fatti durissimi, cedono in tenerezza. Sorride, senza dir niente. Così l’altra aggiunge: «Guardi che anch’io sono per i diritti delle domestiche».
Maria Roa Borja sa sfoggiare il suo sorriso come un’arma. La sua risata è contagiosa e calda. Gli occhi seducenti. Entrando al bar, per mano il figlio più piccolo, non c’è avventore che non si sia girato. Per un attimo il vociare si è spento, mentre dalla tivù il reggaeton continuava a gran volume come al solito.
Con lo stesso piglio Maria Roa Borja si è messa alla testa di una rivoluzione gentile che sembrava impensabile in Colombia. A dicembre se n’è accorto anche il New York Times. Tre anni fa questa trentaseienne di Medellin ha creato la Unione sindacale delle lavoratrici domestiche. Sono partite in 28. Ora sono 150. Mano a mano hanno strappato una serie di riforme che hanno esteso diritti e regole sindacali per le oltre 750 mila persone che in tutto il paese si calcola lavorino nelle case colombiane. Quasi tutte donne, quasi tutte nere. E quasi tutte di “strato sociale” 1 e 2, come qui si numerano le classi, come fosse qualcosa di normale.
Maria Roa Borja ricorda quando è dovuta fuggire dalle campagne coltivate a banane di Apartadó, nella regione di Antioquia, dove infuriava la guerra e «dove il sangue gira più dell’acqua», mormora con gli occhi lucidi. Là ha lasciato tutto, compreso il corpo di una sorella, uccisa dalla guerriglia. Aveva 18 anni quando è arrivata a Medellin. E quasi dieci li ha passati a fare la domestica. «Non so nemmeno in quanti posti. Però ricordo l’ultimo».
Viveva in casa con la famiglia che accudiva, come fa quasi la metà delle domestiche. Si arriva il lunedì mattina e si va via il sabato sera. «Era una coppia di professionisti, con due figli. Mi alzavo alle 4. Colazione veloce. Svegliavo i bambini e li preparavo fino a farli salire in autobus. Poi c’era la colazione per i signori che se ne andavano al lavoro. Il pranzo doveva essere pronto alle 12 e la cena alle 18. L’intera casa da pulire e tanta roba da stirare. La sera lavavo le uniformi dei ragazzi e finivo di sistemare tutto alle 23». Così per anni. «Mi prendevo cura come una madre ormai solo dei loro bambini. Quasi dimenticavo di averne anch’io. Quando gli ho chiesto di avere il week end libero per stare con loro, me l’hanno negato. Era troppo. Mi son detta: ora basta».
Due anni fa l’associazione di afro–colombiani Carabantú ha realizzato a Medellin un’inchiesta tra le empleadas domesticas assieme alla Ens, la Scuola nazionale del sindacato. È stato come dire a voce alta qualcosa che tutti sapevano, ma di cui nessuno tutt’ora parla volentieri in pubblico. Così è emerso che l’ 85,7% delle domestiche non ha un contratto, ma solo un accordo verbale. Il 97.6% ha figli e sono madri sole o separate.
E ancora. Quasi due terzi vengono dalle campagne e per un quarto sono desplazadas, profughe interne fuggite dalle scorribande di esercito, paramilitari e guerriglia. Il 54,8% di queste lavoratrici dice di sentirsi discriminata per il colore della pelle. Lavorano tra le 10 e le 18 ore al giorno, per un salario che per la maggior parte varia tra i 300 mila pesos e i 566 mila al mese, vale a dire tra i 100 e i 200 euro. Tutti dati molto simili a quelli raccolti anche dal Dipartimento nazionale di Statistica.
Un quadro terribile. E fuori controllo. Alla Ens spiegano che in tutta la città le ispezioni di lavoro nel 2013 sono state 5, contro le 4 mila del settore del commercio.
Che fare dunque? Un sindacato? Il fatto è che fino a poco tempo fa sindacato faceva rima con sovversivi. Gli uffici governativi riconoscono che tra il 1986 e il 2013 sono stati oltre 12 mila i sindacalisti vittime del conflitto, assassinati, minacciati o oggetto di attentati. Per questo non poteva che essere pazza l’idea di Maria Roa Borja e delle altre 27 empleadas. Figurarsi fare un sindacato dentro le case della classe alta e medio–alta. Forse per questo loro stesse preferiscono parlare più di «progetto» che di sindacato: «Ci incontravamo ogni domenica al parco San Antonio. Ci raccontavamo solo di soprusi e disgrazie. Non ne potevamo più».
Come ci sono riuscite? Forse hanno colto il momento giusto, un’opinione pubblica più attenta, il defluire del conflitto ideologico e hanno incontrato le persone perfette, tra cui alcune attivissime congressiste. Qualche mese prima, nel dicembre 2012, il Parlamento aveva approvato una legge considerata tra le migliori su questo fronte in Sudamerica. Un orario di lavoro ordinario di 8 ore, l’obbligo della previdenza sociale e assicurativa, il salario minimo. Secondo il Ministero del lavoro con le nuove norme le domestiche sotto l’ombrello della protezione sociale sono passate da 5 mila a 106.480.
Insomma, quell’aprile 2013 era davvero il frangente per uscire allo scoperto. Perché una legge non ha gambe se non c’è un doppio lavoro: uno dentro le case per far germinare il sindacato e uno fuori approfittando dei cambiamenti della società colombiana. Una rivoluzione gentile infatti vive di alleanze tra donne e poi con ricercatori, giornali e parlamentari, rivolgendosi ai giovani con un linguaggio franco e senza livore: «Spesso i nostri datori di lavoro li chiamiamo ancora patrones», racconta Maria Roa Borja, «anche se li ringraziamo per i vestiti di seconda mano che ci regalano, ora sappiamo che non sono barattabili con i nostri salari. E anche se ci affezioniamo ai loro figli, noi abbiamo i nostri da amare».
È stato anche grazie all’irruzione delle domestiche sulla scena pubblica se il Governo ha sottoscritto la Convenzione internazionale sul lavoro nel 2014. La Corte Costituzionale, in un simile clima, ha riconosciuto il valore aggiunto apportato da queste lavoratrici alla ricchezza delle famiglie dove lavorano, definendo «irrazionale e in violazione del diritto all’eguaglianza» il mancato pagamento della tredicesima.
Detto, fatto. Le parlamentari Ángela Robledo, Angélica Lozano e la senatrice Claudia López, tutte e tre di Alianza Verde, hanno fatto approvare a dicembre, in prima lettura, la legge sulla tredicesima, che da quest’anno (o dal prossimo) verrà pagata metà a giugno e metà a fine anno, una mensilità in proporzione al salario. «Le resistenze ci sono», spiega a pagina99 Angélica Lozano, «dicono che così aumenterà il costo del lavoro e in molte verranno licenziate, c’è chi teme che tutti possano chiedere gli stessi benefici, come i manovali nell’edilizia. Ma stiamo parlando di diritti, non di favori. Il problema è che la nostra è una società permeata di un classismo quasi feudale». Qui l’eredità coloniale è dura da estirpare. «Nella testa di tante persone l’immagine della domestica e quella della schiava si confondono», ripete Maria Roa Borja.
Tuttavia, negli ultimi anni qualcosa nel corpo sociale si è strappato. Nel 2011 il settimanale spagnolo Hola pubblicava un reportage sulle famiglie più ricche di Colombia. In tanti se lo ricordano ancora. Sedute sul divano di una casa lussuosa di Cali, si vedono le donne di quattro generazioni della famiglia Zarzur, a capo di un enorme patrimonio immobiliare e di molte grandi fincas, le tenute agricole della regione. Alle loro spalle, due domestiche nere in grembiule e cappellino bianchi, in mano i vassoi del caffè, si guardano immobili. Nel giro di qualche ora la foto suscitava una tale indignazione nei social network che nessuno poteva nascondere. Accusata di razzismo e di classismo, la matriarca dei Zarzur era costretta a scusarsi.
Nessuno poteva immaginare che quattro anni dopo una domestica-sindacalista avrebbe tenuto una lezione ad Harvard, raccontando la storia sua e quella delle altre, sotto gli occhi compiaciuti di Noam Chomsky. Tesa, sguardo perduto e fogli tremanti, Maria Roa Borja raccoglieva un applauso scrosciante dagli studenti–bene del Centro Rockefeller. Solo a quel punto non ha più trattenuto le lacrime. «Sono solo entrata negli Stati Uniti dalla porta principale, per una volta non come addetta alle pulizie», ha detto tornando a Medellin.
Ora corre da una riunione all’altra, concorda interviste, coinvolge altre donne, incontra parlamentari, avvocati e associazioni. «Mi piacerebbe se diventasse davvero il mio lavoro», sussurra. Perché quello messo in moto da questa donna ha ben pochi precedenti. Camminando verso la metro Tricentenario, tra le case abitate da centinaia di desplazados, Maria Roa Borja si sistema il foulard, apre le braccia e sfodera il suo sorriso: «Abbiamo solo cominciato a parlare di diritti».

Pagina 99, 20 febbraio 2016

23.2.18

Con Milordo e i picciotti Garibaldi entra a Palermo (Richard Newbury)

Palermo 1860. Garibaldi a Piazza Pretoria in una illustrazione d'epoca

La battaglia di Calatafimi costituì il primo successo della strategia di Mazzini che consisteva nel mandare giovani martiri allo sbaraglio in missioni suicide. Il famoso motto di Garibaldi all’indirizzo di un titubante Nino Bixio, «qui si fa l’Italia O si muore», fu già un bel passo avanti rispetto al mazziniano «qui si fa l’Italia E si muore». Garibaldi in poncho si lanciò alla conquista di una fortezza naturale presidiata da 3.600 tra fucilieri e cavalleggeri napoletani che sparavano sui suoi; a prezzo di 400 perdite i Mille si aprirono la strada per Palermo a colpi di baionetta. «Quello che abbiamo fatto poteva essere concepito solo da Garibaldi» scrisse Bixio a sua moglie nella notte del 16 maggio. E due giorni dopo aggiunse: «Presto saremo a Palermo o all’inferno».
Per prevenire l’attacco alla città, 6 mila dei 24 mila soldati borbonici di guarnigione furono avanzati a Monreale e 4 mila a Parco. Garibaldi simulò una ritirata verso Corleone, ma invece abbandonò le salmerie e i feriti per proseguire l’avanzata nella notte e congiungersi a Misilmeri con i 3 mila «picciotti» di La Masa, vicino al lato orientale (debolmente difeso) di Palermo. Da Est arrivava anche un volontario inglese, il capitano John Dunne, soprannominato «Milordo», con la sua brigata anglo-siciliana di 600 uomini. Dunne proveniva da Messina, dove aveva ricevuto istruzioni da Cavour tramite il console piemontese Silfredi; arrivò in tempo per l’assalto a Palermo, portando anche una lettera in cui La Farina chiedeva a Garibaldi dove sbarcare armi e munizioni. Il colonnello Ferdinando Eber, un rifugiato ungherese naturalizzato britannico e dotato di un grado militare turco, era il corrispondente del “Times”. Appena arrivato si unì a Garibaldi, che conosceva per aver combattuto a Solferino e a Magenta sfoggiando la sua uniforme turca; Eber, al pari di Dunne, era destinato a diventare generale garibaldino, nel suo caso in qualità di comandante della 15a divisione, incaricata di controllare il territorio fra Catania e Palermo. Eber nei suoi lunghi reportage al “Times” non rivelò mai ai lettori che il loro corrispondente di guerra era anche un comandante sul campo. Ci ha lasciato anche un bel resoconto della presa di Palermo che si giova del suo occhio doppiamente competente - in quanto giornalista e combattente.
Garibaldi aveva progettato un attacco notturno a Palermo, ma la sorpresa sfumò quando i «picciotti» di La Masa cominciarono a schiamazzare nei sobborghi della città. Le truppe borboniche si misero a sparare verso di loro, di fronte e sui fianchi; le truppe di La Masa accennarono a scappare, e ai garibaldini toccò il duplice compito di attaccare i napoletani e di spingere avanti i picciotti.

L’ammiraglio britannico
Mundy, la cui flotta si trovava in zona, scrisse nel diario di bordo del suo vascello da guerra «Hannibal» alla data del 27 maggio: «Sono stato svegliato alle 4 di questa mattina da continue scariche di fucileria, e guardando dal mio oblò ho visto un reparto di napoletani che dal posto di guardia all’estremità orientale del porto si ritiravano in direzione della Cittadella; la retroguardia sparava a ritmo irregolare verso un nemico che per il momento non riuscivo a vedere... Questi uomini avevano quasi raggiunto la porta della Cittadella quando un drappello di ribelli con le bandiere tricolori accorsero in gran numero cercando di tagliar fuori le truppe borboniche; il fuoco di fucileria dalla fortezza fece svanire quest’illusione, e i ribelli furono costretti a cercare protezione nelle case e cominciarono a barricarsi».
«Poco dopo le 6 - continua il diario di Mundy - l’intera flotta napoletana aprì un fuoco indiscriminato sulla città, che presto apparve punteggiata di incendi. L’unica reazione da terra fu lo stormire delle campane in tutta Palermo, per chiamare la popolazione a un’insurrezione generale. A mezzogiorno l’intera città, con l’eccezione del palazzo reale e di quello arcivescovile, della Zecca e della Cittadella, era nelle mani del popolo, e Garibaldi aveva insediato il suo quartier generale nella centrale piazza del Pretorio».
Il generale borbonico Lanza fece un vigoroso quanto vano tentativo di indurre l’ammiraglio Mundy a compromettere la neutralità britannica e a combattere a fianco dei napoletani, ma il 30 maggio fu proprio nella cabina di Mundy sul vascello Hannibal, alla presenza di capitani francesi e americani in veste di testimoni, che venne firmato un armistizio fra Garibaldi e le forze borboniche; il giorno venne consegnata anche la Zecca, e un milione e 200 mila sterline passarono sotto il controllo di Crispi. Il 7 giugno un contingente di 15 mila soldati borbonici si imbarcò alla volta di Napoli. Palermo era indiscutibilmente nelle mani del Dittatore.

“La Stampa”, 10 agosto 2007

Pubblicità. L’abito della classe agiata (Paolo Landi)


Per capire la nuova pubblicità di Prada bisogna riprendere in mano La teoria della classe agiata di Thorstein Veblen (1899). Bisogna buttare uno sguardo ai ceti borghesi e aristocratici americani che quel sociologo di fine Ottocento descriveva come nessuno aveva mai fatto prima di allora. E basta sfogliare il libro in vari punti presi a caso per capire che quei ricchi di allora sono uguali ai ricchi di oggi. Veblen analizzava per esempio la presunta “vergogna di lavorare” che allignava in questi ceti: oggi non è cambiato nulla.
Gli aristocratici e i ricchi costretti a lavorare – affittando le loro ville per i matrimoni, riciclandosi nelle pubbliche relazioni oppure lavorando come banchieri o nella moda – dicono spesso (nelle interviste, nelle conversazioni), usando una frase fatta, che “si divertono”. Mentre per la gente comune il lavoro è fatica, per questi happy few è un divertimento, un esclusivismo snob riservato solo a loro che esorcizza l’onta di fare qualcosa per guadagnarsi da vivere.
Quando si lavora divertendosi, gli abiti che si indossano devono per forza essere cari ma soprattutto devono essere, direbbe Veblen, l’insegna dell’agiatezza. Devono infatti far vedere che chi li porta è capace di comprarsi abbigliamento e accessori costosi, svelando nello stesso tempo che egli consuma senza produrre o, se produce, lo fa divertendosi.
Chi ha il potere d’acquisto per comprarsi abiti e borse di Prada non ha evidentemente paura di sporcarli. Ecco perché ritroviamo la modella della campagna primavera/estate addormentata in spiaggia, vestita e accessoriata di tutto punto e anche perfettamente pettinata, mentre schiaccia un pisolino tra le dune.
Dovrà pur esserci una ragione se Bottega Veneta disperde le sue modelle vestite da sera nell’ambiente, preferibilmente boschi d’inverno; se Louis Vuitton le mostra cariche di valigie e borse griffate in pieno deserto, a tu per tu con una giraffa; se Marni le fa spenzolare dal davanzale di una finestra aperta come se stessero vomitando, con un abito da 3.000 euro indosso.
Thorstein Veblen le avrebbe catalogate tutte tra le donne che lavorano divertendosi, o tra quelle che non lavorano affatto «affidando al solo abito che portano la loro rappresentatività sociale». Queste campagne pubblicitarie sembrano avere lo scopo precipuo di far sognare; e non solo perché mostrano modelle addormentate. Tuttavia, al suo risveglio, con i granelli di sabbia nelle scarpe, la modella di Prada si domanderà: che ci faccio qui?

Pagina 99, 14 aprile 2017

Che cosa sia e a qual fine si studi la letteratura tedesca (Cesare Cases)


Cesare Cases concluse la sua carriera di professore universitario il 16 maggio 1990 a Torino, tenendo lezione a un pubblico vasto e attento. Il testo fu pubblicato il mese successivo su “linea d'ombra” onde ne ho ripreso un ampio stralcio. (S.L.L.)

Queste manifestazioni sono sempre un po’ equivoche perché pretendono di essere un’“ultima lezione” (e io ho scrupolosamente ingannato i miei studenti presentandogliela in questo modo), mentre in realtà assomigliano al canto 46 dell'Ariosto. Giunto in porto dopo lunga anche se poco perigliosa navigazione, il docente universitario vede una quantità di vecchi conoscenti che lo festeggiano allineati sulla riva e li riconosce uno a uno, esclamando come l’Ariosto: “Oh di che belle e sagge donne veggio,/ oh di che cavallieri il lito adorno./ Oh di che amici, a chi in eterno deggio/ per la letizia ch’han del mio ritorno!”. Non starò a elencare le dame e i cavallieri che riconosco tra gli astanti, ma qualcuno devo pure menzionarlo, e ricordare anzitutto che molti che oggi qui riveggo hanno assistito anche alla partenza della nave, cioè alla mia prolusione accademica a Pavia il 12 marzo 1968.
Prolusione memorabile per più di una ragione. Fu quasi certamente l’ultima prolusione accademica tenuta in una facoltà umanistica per molti anni. La rivolta studentesca imperversava dappertutto e di lì a pochi giorni doveva estendersi anche a Pavia. Ma in quel momento Pavia era ancora un’oasi di tranquillità e mi ricordo che un giovane collega, il grecista Diego Lanza, mi raccontò come a Milano non volessero credere che lui doveva recarsi a Pavia allo scopo di assistere a una cerimonia che sembrava appartenere a un passato irrecuperabile. La mia navicella, che presto doveva affrontare la tempesta, cominciò a muoversi in una situazione di eccezionale bonaccia, addirittura sotto il segno del ritorno al patrio suolo. Milanese, tornavo dalle mie parti dopo molti anni di assenza e pochi giorni prima di me aveva tenuto la sua prolusione l’italianista Dante Isella, che era stato presentato dall’ottima preside, la latinista Enrica Malcovati, con particolare fervore perché, come ella sottolineò, aveva entrambi i genitori lombardi. Di me non poteva dire altrettanto, avendo io una madre piemontese, e poi essendo germanista ero troppo compromesso con il Barbarossa per salire sul carroccio della lega lombarda. Ma ebbi ugualmente l’abbraccio della Preside che mi legò al collo una medaglia dell’ uni versità di Pavia. La prolusione fu poi del tutto degna della sua eccezionalità. Parlai dei rapporti tra Lichtenberg e Volta nell’aula voltiana, una bellissima aula neoclassica in cui il grande scienziato aveva tenuto le sue lezioni. Mi ero preparato bene sull’argomento e per quanto talvolta il piede forcuto mi uscisse da sotto la toga accademica, in complesso sembravo degno di portarla.
Sarebbe stata però una vittoria contro la natura, che forse non mi predestinava alla carriera accademica e che secondo Orazio ritorna anche quando si tenta di espellerla con il forcone. Nelle severe aule pavesi avrei dovuto consacrarmi interamente alla scienza. Così non fu. Portato più verso l’insegnamento che verso la ricerca, quei pochi studenti della Facoltà di Lettere che seguivano i corsi di tedesco mi intimidivano più che stimolarmi e con il movimento studentesco, per cui provavo simpatia, avevo rapporti quasi esclusivamente politici. Per questa e per altre ragioni accettai volentieri la proposta, che risaliva al compianto Sergio Lupi prima della sua morte precoce ed era caldeggiata dal preside Quazza e da altri amici, di passare a Torino alla Facoltà di Magistero, allora frequentata da moltissimi studenti di lingue (rarefattisi negli ultimi anni per una di quelle misteriose ragioni che regolano le variazioni di afflusso alle nostre università) e imperniata sulla didattica, grazie all’apertura verso le esigenze dei discenti voluta dal preside e incarnata dalle allora assistenti e ora colleghe Ursula Isselstein e Anna Chiarloni, separate poi dalle vicende accademiche (in quanto la Chiarloni passò alla Facoltà di Lettere) ma riunite qui sulla proda dell’aula 39 a celebrare quelli che Mallarmé chiama i tristi addii dei fazzoletti insieme ad altre valorose collaboratrici che mi hanno assistito e spesso totalmente surrogato in questi vent’anni sia nell’insegnamento linguistico che in quello letterario: Renata Buzzo Margari, Consolina Viglierò, Grete Buchgeher Coda. Né si limitano a sventolare fazzoletti, poiché, grazie soprattutto all’attività di curatrici delle due prime, mi hanno fatto trovare all’approdo un volume a me dedicato che contiene un’antologia della lirica tedesca del Novecento con interpretazioni di eminenti colleghi molti dei quali sono qui presenti: un analogo dunque del volume sul romanzo del Novecento curato da Baioni, Bevilacqua, Magris e me per i settant’anni di Ladislao Mittner. Di questo volume, e delle molte fatiche durate per prepararlo, mi è grato ringraziarle qui pubblicamente, così come dell’idea di avermi voluto festeggiare con un libro destinato non a pochi intendenti, ma a molti discenti, grazie anche all’appendice di Ursula Isselstein che è un primo tentativo di trattazione dei problemi della metrica tedesca a uso degli studenti italiani. Non posso quindi che rallegrarmi di aver trovato a Torino, sia come collaboratori che come studenti di Magistero, pochi o punti cavalieri e molte di quelle belle e sagge donne che l'Ariosto prediligeva.
Il nome appena rammentato di Ladislao Mittner mi richiama al dovere, cui ottemperò non l’Ariosto, sibbene Goethe, almeno per accenni, nella “Dedica” del Faust, forse ispirata a quel canto ariostesco, di ricordare dopo la fine della navigazione i nomi di coloro che l’hanno favorita senza poter essere qui tra noi: Mittner anzitutto, il maestro di tutta una generazione di germanisti; il mio maestro personale Carlo Griinanger; Alessandro Pellegrini, mio predecessore a Pavia; Sergio Lupi, maestro dei colleghi di lettere Claudio Magris e Luigi Forte e delle colleghe torinesi; ma soprattutto i giovani amici che per età e virtù avrebbero avuto tutti i diritti di lasciarsi molto addietro la navicella della mia vita se la loro non fosse stata travolta da un destino crudele. Penso a Mazzino Montinari, a Giorgio Sichel, a Furio Jesi, a Ferruccio Masini e ad altri immaturamente scomparsi. Il compassato tono accademico con cui li evoco serve a celare la commozione che mi afferra al loro ricordo.
È questa del resto talvolta la funzione della screditata toga accademica e del non meno screditato tono paludato, poiché contrariamente alle opinioni correnti anche i professori sono spesso esseri umani. Più difficile mi riesce celare il piede biforcuto passando a trattare l’argomento annunciato, poiché già il titolo tradisce visibilmente l’ironia. La tradisce doppiamente: nella forma, poiché l’insigne germanista genovese Giovanni Angelo Alfero, rendendo in italiano il titolo della prolusione tenuta da Schiller all’Università di Jena Was heisst und zu welchem Ende studiert man Universalgeschichte? con Che cosa sia e a qual fine si studi storia universale, non solo manteneva l’omissione dell'articolo, normale in tedesco ma a mio parere illegittima in italiano, ma usava quel congiuntivo latineggiante nell’intitolazione che sembra difficilmente sopportabile perfino a un passatista come me. Del resto l’esempio più celebre di questo uso resta il famoso volumetto Perché la letteratura italiana non sia popolare in Italia di Ruggero Bonghi, di cui si disse che dava la risposta già nel titolo, grazie appunto a quel congiuntivo sentito già come obsoleto in quel tempo (1855). Ma l’ironia sta anche nel titolo che presuppone certezze scientihche e didattiche in cui oggi stenteremmo assai a sperare. Schiller tenne le due conferenze, poi riunite in una, il 26 e il 27 maggio 1789, dunque quasi esattamente 201 anni fa. Non c’è bisogno di ricordare quale avvenimento fosse alle porte, tale da segnare l’inizio di un nuovo capitolo della storia universale, anche se oggi si pretende che ne andrebbe espunto come quello che sarebbe servito da freno anziché da stimolo al progresso civile.
Schiller non poteva prevedere tale avvenimento, ma certo il suo discorso è pervaso da un pathos ottimistico che accetta pienamente le più sfrenate speranze illuministiche, tanto che ripubblicando la prolusione nel 1792, cioè nello stesso anno in cui “le Sieur Gilles” (come veniva chiamato nel documento) era stato nominato cittadino onorario della Repubblica Francese, egli dovette attenuare qualche espressione. Per esempio là dove si legge: “La società statale europea sembra tramutata in una grande famiglia. Gli inquilini possono essere nemici gli uni degli altri, ma, speriamolo, non possono più dilaniarsi”, lo speriamolo è un’aggiunta. Oppure quando si parla della pace religiosa instaurata da Carlo V e rotta dalla guerra dei Trent’anni, si dice che “una nuova pace generale (cioè quella di Westfalia) dovette ristabilirla per secoli”, ma nella prima edizione si diceva imprudentemente “per l’eternità”. Già i secoli erano abbastanza inverosimili, ma qui, con la constatazione che Schiller era un inguaribile ottimista storico, possiamo abbandonarlo al sub destino di storico, che non fu facile, perché fu subito contestato da un preesistente ordinario di storia e costretto a chiamarsi professore di filosofia pur continuando a insegnare storia. I frutti di questo insegnamento furono due libri sulla storia della rivolta dei Paesi Bassi e sulla guerra dei trent’anni di cui Niebuhr si chiedeva come si potessero seriamente chiamare opere di storia e che in effetti oggi servono soltanto a commentare i drammi che Schiller scrisse su questi sfondi storici. Resta il fatto che Niebuhr, storico scientifico, era poco leggibile, e quindi volendo si potrebbe fare una digressione, valida anche per la storia letteraria, sul conflitto tra storia come scienza e storia come narrazione, recentemente indagato per le nostre discipline in un libro di Remo Ceserani, intitolato appunto Raccontare la letteratura.
Ma più interessa allo scopo dichiarato di definire, per quanto umanamente possibile di questi tempi, l’essenza o lo spirito della letteratura tedesca, la prima parte dello scritto schilleriano, in cui ancora non si parlava di storia ma solo dell'atteggiamento che il nuovo professore richiedeva dagli studenti di fronte agli studi, e che poteva essere quello del “dotto di professione (come Alfero traduce la più vigorosa parola tedesca Brotgelehrte, “dotto che pensa al pane”) ovvero quello della “mente filosofica” (philosophischer Kopf). Il primo, afferma Schiller, al suo ingresso nella carriera accademica non trova cosa più importante che distinguere accuratamente quelle scienze che egli definisce professionali da tutte le altre che dilettano lo spirito soltanto come spirito. Tutto il tempo che egli dedicasse a queste ultime, riterrebbe di sottrarlo al suo mestiere avvenire e non potrebbe mai perdonarsi questa sottrazione.” “Uomo degno di compassione — esclama poi Schiller —, che col più nobile di tutti gli strumenti, con la scienza e con l’arte, non vuole e non opera cosa più alta di quella che il bracciante compie con lo strumento più modesto.” “Come diversamente — prosegue il nostro pensatore—stanno le cose per la mente filosofica! Con la stessa cura con cui il professionista del sapere scinde là sua scienza da tutte le rimanenti, egli cerca invece di estenderne il campo e di ristabilire il vincolo di questo con tutti gli altri campi — ristabilire, dico, poiché soltanto l’intelletto che astrae ha posto quei limiti, ha separato l’una dall’altra quelle scienze.”

“Linea d'ombra”, giugno 1990

Fedra. La figlia del sole nell'abisso dell'Eros (Rossana Rossanda)

Elisabetta Pozzi interpreta Fedra nell' "Ippolito corronato" di Euripide. Siracusa giugno 2010

Leggendo La Luminosa. Genealogia di Fedra (Feltrinelli, 1990) di Nadia Fusini, mi venivano in mente le note di Wittgenstein sul Ramo d’oro di Frazer e l’impressione di lucida inutilità che mi lasciarono. Egli notava infatti, come più recentemente tutta la moderna antropologia culturale, che Frazer commisurava culture, riti e miti all’oggi, quasi che fossero una parafrasi primitiva d’un sapere, mentre ad ogni tempo essi avevano avuto la loro compiutezza e andavano studiati come segni di culture in sé significanti. Vero, ma neanche il rimando alla autoreferenzialità del mito - una volta fatta questa avvertenza - dà molto, e paradossalmente lo stupore e i raffronti di Frazer lo fanno rivivere con un impatto che una corretta e pura filologia non ha. Infatti le «Note» girano su se stesse, come semplice principio metodologico (e chissà se l’autore le avrebbe pubblicate).
Nadia Fusini è consapevole sia del contesto nel quale essa insegue, volta a volta, Fedra, sia del vivere del mito scorrendo da un età e, potremmo dire, da un campo strutturale all’altro, ogni volta perdendosi e diversamente ricomponendosi. E in questi allacci sta uno svolgersi della cultura non nella linearità della memoria ma nell’intreccio e nella contaminazione di lingue diverse, come se certi grandi territori della civiltà - come quella occidentale - non se ne potessero mai liberare e ogni volta essi ci chiamassero ad ascoltare. Chi ha l’orecchio per queste voci, la passione per il ritrovamento originario e le sue trasformazioni, e il dono di raccontarli nelle loro molte sonorità e rimandi ci porta per percorsi incantevoli. Nadia Fusini è di costoro. Per questo rompe i confini dell’accademia, si inoltra in territori che non sarebbero i suoi - è un’anglista - e in questi la sua scrittura scorre al massimo della problematicità e comunicatività e emozione.
Stavolta essa incontra Fedra nella tragedia di Euripide che prende il nome di Ippolito - quelle di Sofocle essendo andate perdute e anche una prima versione di Euripide. È un tema scottante l’amore d’una donna per il figlio del marito - passione vagamente incestuosa (Racine la dirà tale) - e tanto piu indegna in quanto il giovane è più che casto, è un cultore della sua intatta forza virile come forza non erotica (anche qui Racine cambierà). Fedra non vorrebbe dire il tumulto che la fa quasi morire, ma la nutrice le strappa la verità e cerca di persuadere Ippolito. Questi la respinge con orrore. Fedra ascolta - nessun dialogo è fra i due in Euripide - e si uccide, ma non prima di avere scritto su una tavoletta che Ippolito l’ha violentata. Al ritorno, il consorte Teseo maledice il figlio, invoca da Poseidon vendetta e Ippolito sarà straziato da un mostro che esce dal mare. Soltanto davanti al corpo del figlio morente Teseo apprenderà la verità, non da lui che ha giurato di non parlare, ma da Artemide, e non gli resterà che perdersi in una fine che la leggenda vuole vaga, lontana e niente affatto gloriosa.
Questa la trama per così dire privata, dei sentimenti e dei fatti, che sarà variamente ripresa. Ma i fatti sono soltanto l’esito di forze divine che si combattono: sono in scena sempre, muta ma potente, Afrodite e, alla fine parlante, Artemide, la dea dell’amore carnale e la dea della castità. È Afrodite che vuole vendicarsi del freddo Ippolito e scatena nel cuore e nei sensi di Fedra quella furia amorosa, ma poiché gli dei non si combattono tra loro, Artemide non può che assistere alla tragedia che ne consegue e salvare soltanto la memoria del suo giovane amico, svelando la verità e in qualche misura quindi discolpando anche Fedra. Le due dee, agendo nelle vite che hanno scelto come terreno dei propri fini - e in Fedra si maledicono gli dei - danno dunque alla tragedia la sua perfetta simmetria fra i personaggi e i tempi, e il suo secondo piano di lettura.
Ma questo a sua volta rimanda a più oscure profondità. La simmetria è la forma con la quale la tragedia «dice» la radicale dissimetria dello scontro: è Afrodite che vince. E in lei vince l’Eros, che mai appare nella tragedia - e non solo in Euripide - se non come forza del disordine, e come tale parente della furia e della morte, in questo diverso dal dionisiaco di Nietzsche. La cultura ellenica lo riceverà come un frutto delle civiltà passate, orientali e barbariche, mai con la consapevolezza che traspare in Ippolito. Fedra è infatti figlia di Pasifae che amò il toro e si fece costruire da Dedalo una forma di giovenca in cui immettersi e congiungersi con esso, generando quel Minotauro che Teseo sfiderà nel Labirinto, guidato dalla sorella di Fedra, Arianna. I legami - gli «allacci fatali» come scrive Nadia Fusini - rimandano a qualcosa che va oltre Afrodite, a un principio di eros che supera ogni umanità, diventa ferino, segna il passaggio fra la donna e la giovenca, l’uomo e il toro, nel mostro a due forme, perché sta - penso - nella «natura» e non nella cultura, sta prima del «logos», la parola dei greci, che esprime ma anche nega, e soprattutto cerca di negare nell’«indicibile», nel silenzio, questa potente forza che le sfugge e la cui collocazione è all’origine, là dove prima di qualsiasi immagine maschile sta la madre, la madre terra, la madre con i sacri animali ctonii come il serpente - in Esiodo come in altre civiltà. Fedra lo sa: regina greca e dunque cosciente di sé e della sua «forma», ammutolisce e quasi muore per questa presenza, lei sente che proviene dalla madre, e che è distruttiva, di lei e di Ippolito. Questi sarà mandato a morte dalle sue parole e da un mostro che esce dal mare nella figura d’un toro mugghiante che non solo lo uccide ma lo fracassa, gli rompe le ossa, gli spacca quel corpo che all'eros di natura non ha voluto sottomettersi. Artemide non potrà che acquietarne la fine; e forse, se Afrodite non parla, è perché lei stessa è veicolo di questo «nefando» in senso proprio, cioè indicibile.
Ecco dunque, ci dice Nadia, che Euripide ha «grecizzato», ridotto a civiltà della parola il mito, non greco ma cretese, della calda e dorata Creta, dove la dea madre montana era adorata come il principio. Ma non riesce a risolverla nell’unità d’un femminile che il «logos» vorrebbe verginale, sottraentesi, e profanato dall’eros: in Fedra, figlia di Pasifae, parla l’altro desiderio femminile - quello del congiungimento che la fa generatrice. E di nuovo le figure delle due dee, presenti ai lati della scena, riviano a due immagini della femminilità - Afrodite il desiderio del congiungimento, Artemide quello della verginità, intatta in se stessa; e di nuovo la filiazione dei due infelici protagonisti.
Fedra figlia dell’estrema amante Pasifae, e Ippolito, figlio dell'Amazzone, all’altra nemica e straniera, rivelano la dualità del femminile: potenza generatrice originaria e chiusa verginità. L’una irriducibile all’altra, compresenti nella donna come nell’ultima immagine che evoca Nadia: la antica figura di Catal Huyuk, rappresentante una possente donna assisa come dea o regina fra due leopardi, ritto il torso generoso e occhi fissi davanti a sé nel volto imperturbato. Ma dalle gambe esce una testa: forse è un atto di nascita, forse di congiungimento con l’uomo che le rientra in grembo - essa è in tutti e due gli eventi e in nessuno. Essa è due. Due - il «segno» di Nadia Fusini, la chiave di ogni sua ricerca, il tragico e splendido due.
Inutile dire i rimandi che da questa lettura sono sollecitati: dall’interpretazione dei testi e dei reperti archeologici - la meteorite nera di Pessinunte, l’eros, il segno oscuro di Pasifae e del Toro o la statuetta cretese, forse ripresa da Pausania nell'immagine di cui racconta delle due sorelle, Arianna immobile e pensosa e Fedra nell'altalena dal duplice movimento - alle avventure delle genealogie linguistiche, a quelle del preistorico, quando forse esistè come prima forma il matriarcato e il maschio non era che il paredro.
Ma il rimando può essere anche non nell’oscurità del tempo, bensì in quella dell’inconscio. Questo modo di «leggere», più si articola nella documentazione, più propone vie di interpretazione - e questa a sua volta rimanda alla figura della lettrice-scrittrice-evocatrice. Anche essa infatti esercita, come gli argolidi sui cretesi, come Euripide sul mito già elaborato che trovava, come poi farà su Euripide Seneca e poi Racine, un’opera di «traduzione». Che è sempre, quando davvero è, svelamemto e della materia cui si applica e della mente che la applica.
Mente femminile. Non so davvero se Nadia Fusini sia inquadrabile in una delle «scuole» del femminismo italiano: forse poche di esse ne accetterebbero il «due». Ma non si è donne per decreto di altre donne. E lei porta l’impronta inequivocabile d’un pensiero femminile che in autonomia ripercorre storia e cultura, affascinato e libero, liberatorio. Un libro come questo è impensabile nella cultura di pur valorosi storici o antro-pologi. Come sta nella cultura di «dopo il mito», gli uomini sono tutti figli e nipoti dei greci, e temono di sapere quel che gli antichi cretesi confessavano: il «deinon», fra divino e terribile, del femminile. Non a caso è una donna di oggi che può riavvicinarsi ad esso, senza adorazione ma senza timore.

La talpalibri – il manifesto, 1 giugno 1990.

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