20.4.18

Gli scienziati e la bomba atomica. Il pentimento di Einstein (Enrico Bellone)


Nel 1939, alla vigilia della II Guerra Mondiale, Albert Einstein – atterrito dalle notizie sui progressi del Terzo Reich nelle ricerche sulla “bomba” - inviò una lettera al presidente Roosevelt per sollecitare un impegno dell'Amministrazione USA a sostegno di analoghi esperimenti da sviluppare sulla base degli studi di Enrico Fermi e Leo Szilard. Di aver scritto quella lettera, più tardi, il pacifista Einstein si pentì. Su questa pagina sui rapporti tra scienza e guerra nel 1989 “l'Unità” pubblicò un ampio articolo di Enrico Bellone, corredato dal testo della lettera di Einstein. Ho “postato” qui l'uno e l'altra. (S.L.L.)
Albert Einstein con il fisico ungherese Leo Szilard nel 1939

La Grande Paura
Questa storia infame che si tentò per anni di giustificare dicendo che i morti di Hiroshima e Nagasaki erano un prezzo da pagare affinché la guerra mondiale finisse senza ulteriori perdite di soldati americani era nata nel 1939 all'ombra di una grande paura - la paura che l'esercito hitleriano riuscisse a fabbricare la «bomba» e ad usarla contro l'Europa e gli Stati Uniti. E, come vedremo, quella paura fu uno straordinario strumento per ottenere nella comunità scientifica operante in Usa il consenso a lavorare su progetti militari. Uno strumento straordinario cosi efficace che quando i servizi segreti amencani ottennero sul finire del 1944 le prove che la Germania nazista non sarebbe mai riuscita a dotarsi di armi atomiche la notizia non venne diffusa per non creare ostacoli alla corsa americana verso la «bomba».
La storia è infame anche perché diede il via ad una proliferazione di condanne verso la scienza giudicata come la massima responsabile del rogo atomico giapponese e del futuro angoscioso della specie umana minacciata da armi sempre più potenti. Un giudizio questo che serviva e serve soltanto a coprire con facili slogan le vere responsabilità dei politici e dei militari. Vale allora la pena di ripercorrere alcune fasi di questa storia così da capire come mai Albert Einstein noto per le sue posizioni pactliste e antimilitariste firmò il 2 agosto del 1939 la memorabile lettera al presidente Roosevelt che è riportata e che raccomandava la fabbricazione della bomba atomica

Il vaso di Pandora
«Se avessi saputo che il timore (che Hitler fosse il primo ad avere la bomba) non era giustificato né io né Szilard avremmo contribuito ad aprire questo vaso di Pandora». Così scrisse Einstein nel 1955 in una lettera a un fisico tedesco. Leo Szilard, un fisico ungherese che svolse un ruolo da protagonista nella promozione dello sforzo americano verso la «bomba», era stato uno dei primi scienziati a capire la possibilità di reazioni a catena atte a liberare enormi quantità di energia.
Si deve tenere presente che nella prima metà degli anni Trenta i fisici erano notevolmente scettici in proposito. Emest Rutherford aveva disintegrato l'azoto già nel 1919 a Manchester e nel 1932 Cockroft e Walton erano riusciti a disintegrare il litio nei laboratori di Cambridge. Dal punto di vista energetico però quei risultati erano pressoché insignificanti poiché i nuclei da bombardare come bersagli erano pochissimi e le particelle usate come proiettili erano poco efficaci. Un ottimo esempio dello scetticismo su citato è dato dalla valutazione di Einstein secondo il quale i fisici sperimentali bombardavano i nuclei con gli stessi criteri di un cacciatore che sparasse «al buio contro gli uccelli in una zona dove sono rari».
Sembrava insomma che non esistesse alcun vaso di Pandora dal quale estrarre con tecniche opportune prodigiose quantità d'energia. Ebbene Leo Sziiard allora esule in Inghilterra ebbe l'idea fondamentale della reazione a catena il vaso di Pan dora insomma c era anche se non si sapeva dov era nascosto. Nel 1934 Szilard si mosse per ottenere un brevetto in tal senso cedendolo all'Ammiragliato britannico per tutelarne in qualche modo la segretezza.

Quando il vaso si apre
L'idea di Szilard restò isola ta ma non a lungo. Dopo la scoperta effettuata da Enrico Fermi e dai suoi collaboratori romani relativa all'efficacia dei neutroni lenti a Berlino nel dicembre del 1938 si fece il passo decisivo: Otto Hann e Fritz Strassmann seguendo la strada aperta da Fermi ottennero la fissione dell'uranio I risultati sperimentali furono immediatamente interpretati da Lise Meitner e Otto Frisch i quali con una telefonata informarono il grande Niels Bohr di Copenaghen. E Bohr che stava partendo per Washington dove si svolgeva un congresso di fisica teorica passò l'informazione ai colleghi che lavoravano negli Stati Uniti e tra i quali figuravano ormai anche Fermi e Szilard.
Non solo dunque esisteva un vaso di Pandora ma lo si poteva anche scoperchiare. Le difficoltà essenziali dal punto di vista della fisica teorica erano ormai in via di superamento. I veri problemi semmai erano di ordine tecnologico e la loro soluzione dipendeva dalla decisione politica di organizzare o meno grandi progetti applicativi sorretti da finanziamenti adeguati e puntati verso il raggiungimento di fini specifici.
Lo scenario internazionale era d'altra parte perfetto per alzare il sipario sulla tragedia atomica. Nel settembre del 1938 la Germania nazista s'era impadronita dei Sudeti e nel 1939 la situazione complessiva doveva sfociare nella seconda guerra mondiale. Con queste condizioni al contorno le nuove forme di conoscenza scientifica sul nucleo e sulle reazioni a catena furono la premessa per l'apertura della corsa internazionale verso la «bomba», una corsa che in pochi mesi divenne un processo inarrestabile. Nelle prime settimane del 1939 Szilard e Fermi suggerirono al preside della Columbia University di far presente all'Ammiraglio Hooper della Us Navy che esisteva la possibilità di produrre nuove armi. In Francia al College de France furono elaborati alcuni brevetti sull'energia nucleare uno dei quali era riferito a una bomba all'uranio. Nel mese di aprile del 1939 il governo inglese e quello nazista fecero più o meno contemporaneamente le prime mosse pratiche per avviare programmi di ricerca su armi nucleari e per disporre di scorte adeguate di minerali d uranio.
A questo punto prese l'avvio la sequenza di mosse che Sziard effettuò per portare Einstein alla firma della famosa lettera a Roosevelt. Molti anni dopo sembra che Einstein abbia detto: «M'hanno fatto fare il postino». E si può aggiungere che si trattò d un postino meno importante di quanto spesso si crede, come avrebbe infatti dichiarato il responsabile americano per la mobilitazione degli scienziati nello sforzo bellico Vannevar Bush «lo spettacolo era già cominciato prima ancora che la lettera fosse stata scritta».

Il dramma
Pochi anni prima di firmare la lettera a Roosevelt Einstein aveva scritto un'altrettanto famosa lettera a Sigmund Freud. Il tema della lettera i Freud datata 30 luglio 1932 era annunciato con una domanda: «C'è un modo per li berare gli uomini dalla fatalità della guerra?». Einstein sosteneva che le classi dominanti, pur essendo minoranze, erano ancora in grado attraverso la scuola la stampa e le organizzazioni religiose di «dominare e orientare i sentimenti delle masse rendendo le docili strumenti della propria politica e portandole se necessario ai massacri delle guerre. Ma perché le masse accettavano questo gioco macabro? Einstein pensava che la ragione di ciò stesse nel fatto che l'uomo alberga in sé il bisogno di odiare e di distruggere».
Si poneva allora una questione: è possibile «dirigere l'evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino più capaci di resistere alle psicosi dell'odio e della distruzione?».
Una questione del genere poteva essere vista come il frutto di una profonda ingenuità o di una naturale incompetenza di Einstein sul terreno della psicanalisi. Penso tuttavia che una simile interpretazione non sia corretta e che non sia di alcun aiuto per capire il dramma dei pacifista Einstein a scrivere una lettera al fine di difendere la necessità della bomba atomica. Una interpretazione migliore a mio avviso è quella che colloca sia la lettera a Freud sia la lettera a Roosevelt nel quadro delle convinzioni più profonde nutrite dal padre della relatività.
Einstein era portatore di una filosofia personale basata sui quadri concettuali della teoria generale della relatività. Alla luce di quei quadri era ragionevole assumere una posizione filosofica che lo stesso Einstein descriveva come «determinismo assoluto»: nel mondo della relatività nulla accadeva per caso, anzi in un certo senso nulla accadeva; ogni evento era già collocato nel contesto di forme rigorose di necessità, sia che si trattasse d un evento passato sia che invece si trattasse d un evento futuro. Non a caso in una delle sue ultime lettere Einstein scrisse che «per noi che crediamo nella fisica la divisione tra passato presente e futuro ha solo il valore di un ostinata illusione».
Poiché non credeva che gli eventi umani fossero in linea di principio indipendenti da gli eventi tipici della fisica o della chimica Einstein aveva una naturale inclinazione a credere che esistessero assiomi etici e che tali assiomi dovessero essere «scoperti e verificati in modo non molto diverso dagli assiomi della scienza». L'etica doveva in somma sottostare ai criteri d'ogni scienza in quanto «la verità è ciò che resiste alla prova dell'esperienza».
Sui fondamenti di questa duplice scelta per il determinismo assoluto e per un'etica radicata su assiomi scientifici Einstein non poteva che trovare nelle pagine di Spinoza un conforto di fronte a un mondo che spesso egli raffigurava come dominato da uomini cinici o spregevoli e popolato da masse ridotte in condizioni di servitù animalesca. E Spinoza in effetti tornava spesso nei suoi scritti là dove Einstein faceva prevalere la curiosità razionale del capire i fatti sull'emotività che questi ultimi potevano scatenare in chi li percepiva. Non era pertanto semplice o naturale per Einstein battersi per ideali socialisti o per far vincere la pace sulla guerra. Perché battersi se in fin dei conti ogni fatto del futuro era già determinato e se quindi in assenza d'una etica scientifica nessuna regola ottimale poteva essere fornita per gui dare la specie umana?
Il dramma einsteiniano sta va dunque in questa contraddizione: per un verso Einstein valutava il nazifascismo come una immane minaccia sul genere umano e per l'altro verso credeva che nulla propriamente potesse essere fatto per deviare il corso della storia. Non è possibile ovviamente ricostruire ciò che egli pensava mentre Leo Szilard nell'estate del 1939 voleva convincerlo a firmare la lettera a Roosevelt. Sappiamo soltanto che la firmò per poi pentirsene. E sappiamo anche che il 6 agosto del 1945 seppe delle bombe su Hiroshima e disse soltanto «Ahimè». E sappiamo poi che per tutti gli anni che gli rimasero da vivere cessò mai di lottare affinché gli uomini imparassero a convivere tra loro nel rispetto della razionalità e della democrazia. Nel ricordare la lettera del 2 agosto 1939 comunque non dobbiamo mai dimenticare che essa fu firmata da un uomo che dieci anni dopo in una lettera a un amico scrisse d'essere fortemente assorbito da problemi matematici così difficili da apparire insuperabili ciò nonostante «io non ho ancora gettato la spugna e mi ci arrovello nette e giorno. È una sorte felice quella d essere catturato fino all'ultimo respiro dal fascino del lavoro. Diversamente troppo si soffrirebbe della stoltezza e della demenza umana come vengono alla luce soprattutto nella politica».


DOCUMENTAZIONE: LA LETTERA DI EINSTEIN
E il genio scrisse al presidente
2 agosto 1939

Signor Presidente,
la lettura di alcuni recenti lavori di E Fermi e di L Szilard comunicatimi sotto forma di manoscritto mi induce a ritenere che tra breve l'uranio possa dare origine a una nuova e importante fonte di energia. Alcuni aspetti del problema prospettati in tali lavori dovrebbero consigliare all'Amministrazione la massima vigilanza e se necessario un tempestivo intervento. Ritengo quindi mio dovere richiamare la Sua attenzione su alcuni dati di fatto e suggerimenti.
Negli ultimi quattro mesi grazie agli studi di Johot in Francia e di Fermi e Szilard in America ha preso sempre più consistenza l'ipotesi che utilizzando un'adeguata massa di uranio vi si possa provocare una reazione nucleare a catena con enorme sviluppo di energia e formazione di un gran numero di nuovi elementi simili al radio non vi è dubbio che ciò si potrà realizzare tra breve.
In tal modo si potrebbe giungere alla costruzione di bombe che - è da supporre - saranno di tipo nuovo ed estremamente potenti. Uno solo di tali ordigni trasportato via mare e fatto esplodere in un porto potrebbe distruggere l'intero porto e parte del territorio circostante. D'altra parte l'impiego di queste armi potrebbe risultare ostacolato dal loro eccessivo peso che ne renderebbe impossibile il trasporto con aerei.
Negli Stali Uniti esistono solo modeste quantità di minerali a bassa percentuale di uranio; minerali più ricchi si trovano in Canada e nella ex Cecoslovacchia benché i più cospicui giacimenti uraniferi siano nel Congo belga.
Alla luce delle precedenti considerazioni Ella converrà con me, signor Presidente, sull'opportunità di stabilire un collegamento permanente tra il governo e il gruppo di fisici che in America lavorano alla reazione a catena, collegamento che potrebbe essere facilitato dalla nomina di un responsabile di Sua fiducia autorizzato ad agire anche in veste non ufficiale. A tale persona dovrebbero essere affidati fra l'altro i seguenti compiti:
a) mantenersi in contatto con i Dipartimenti interessati per tenerli al corrente di eventuali sviluppi e suggerire al governo misure atte ad assicurare la fornitura di uranio;
b) accelerare il lavoro di ricerca nel settore attualmente svolto nei limiti di bilancio dei laboratori universitari sollecitando all'occorrenza forme di finanziamento volontario da parte di privati disposti a contribuire alla causa e assicurandosi altresì la cooperazione di laboratori industriali dotati delle attrezzature necessarie.
Mi si dice che la Germania subito dopo l'occupazione della Cecoslovacchia ha posto l'embargo sull'uranio proveniente da questo paese, il che non stupisce quando si pensi che il figlio del sottosegretario di Stato tedesco von Weizsacker é membro del Kaiser Wilhelm Institut di Berlino dove sono attualmente in corso esperimenti con uranio analoghi a quelli svolti in America.
Distintamente
Albert Einstein

l'Unità, mercoledì 2 agosto 1989

19.4.18

25 luglio 1943. Il pranzo del Duce (Folco Portinari)


La storia (o l’aneddotica) pare dica che S.M. Vittorio Emanuele III, re e imperatore, non abbia mai invitato a pranzo il Cavaliere Benito Mussolini. Mai nei vent'anni di permanenza a Roma. Ebbene, a me piacerebbe inventare un racconto fantastorico in cui si smentisse questa congettura o questo accidente, caricandolo al tempo stesso di inquietano suggestioni. L'ambiente resterebbe sempre villa Savoia, la residenza di S.M. imperiale, mentre la data dovrebbe essere il fatale 25 luglio 1943.
“Pronto... Cavaliere, perché non viene a pranzo da noi? È tanto che volevo invitarla, ma non si è mai presentata l'occasione. Anche Elena e Umberto saranno lieti... Sì? Allora l’aspetto domani alla mezza. Domani 25. mi raccomando...”. Cosa poi sia accaduto dopo il caffè, in quel pomeriggio d'estate, con ambulanza e carabinieri, ognuno sa bene, perché ciò appartiene da mezzo secolo, alla cronaca giallo-nera del reame.
Il pranzo, dunque. Più che Babette qui potrebbe venirci in soccorso un maestro del gastrocinema, Bunuel, a suggerirci un rituale o una dinamica degli avvenimenti e dei comportamenti, un cerimoniale allucinatorio, tra il macabro e l'osceno, come pretende l'evento. Ma anche Almodovar può andar bene a sostener la regia. Il punto è altrove, però. Sta proprio nell'allestimento culinario, nella realizzazione di un menu storicamente verosimile. Dunque, la guerra durava da tre anni. Gli alimenti erano razionati e per acquistarli era necessaria una tessera annonaria, con su tanti quadratini per ogni mese. A ogni acquisto si tagliava il quadratino specifico. Finiti i quadratini finiti gli acquisti. Le razioni comportavano: 150 grammi dì pane nero al giorno, 250 .grammi di zucchero al mese...
L'agiografia sabauda ci aveva abituato a una regina Elena domestica, donna di casa, perciò è naturale immaginarla in cucina a presiedere alla scelta dei piatti. Anziché il solito Cuoco del re consulta Petronilla, 200 suggerimenti per... questi tempi, edizione Sonzogno, fresco freschissimo di stampa, 30 maggio 1943-XXI; lo stesso, stessissimo che mi avrebbe lasciato in eredità la mia borghesissima madre. D'altra parte, mica si può invitare il Cavaliere facendo ricorso alla regal borsa nera...
Allora, vediamo un po’... Si potrebbe incominciare con una «Minestra di castagne», niente pasta, niente riso e niente grassi, come recita la didascalia, per chi abbia consumato in anticipo i tagliandi della tessera: 15 castagne secche a testa, in molta acqua, con sale e semi di finocchio; «strabollire»; a cottura ultimata mezzo litro di latte e cuocere per altri 15'. Oplà! Oppure un «Risotto giallo», ma senza zafferano, sostituito da un tuorlo d'uovo sbattuto da aggiungere a fine cottura, assieme a un cucchiaio di burro, per sei persone.
Indi un pesce. Si potrebbe tentare con una frittura senza (o con pochissimo) olio, con «quel poco grasso dei quale potete disporre, in modo che ne resti appena unto il fondo...; quando il poco grasso fumerà, innalzate la fiamma e versate nella padella i pesci...senza dover né scolarli, né stenderli su carta asciugante». Credo bene...
La carne: «Scaloppine di vitello», senza grassi. Il sugo si otterrà stendendo «sul tegame un foglio di carta gialla da macellaio», ponendo il coperchio, sovrapponendovi «un ferro da stiro» e collocando «il tegame sopra una pignatella d'acqua che bolle», lasciando infine «cucinare le fettine per mezz'ora» («troverete la carne immersa in un sughetto promettente»!). Se invece si preferirà un lesso, ecco una maionese d'accompagnamento, senza olio, sostituito da «3 dita di acqua». Contorno di «Insalata di verdure», niente olio. E per concludere, una «Torta margherita di fagioli», 2 cucchiai di zucchero. (O meringhe, per recuperare i bianchi d'uovo). Poi astragalo, in assenza di caffè (o carcadè, in assenza di the). Potrebbero sembrare ricette di una cuisine quasi nouvelle, preoccupata più che altro del tasso di colesterolo. Infatti, allora, i motivi di morte erano ben differenti, ignote, allora, le colesterolemie. Però il Cavaliere arrivò a villa Savoia con un peso sullo stomaco, quel 25 luglio: i suoi compari gli avevano propinato, nella notte, una polpetta avvelenata. Senza grassi, secondo le indicazioni di Petronilla.

“L'arcigoloso – l'Unità”, 7 agosto 1989

Crisi finanziarie. Il grande crack di Firenze (Gianluca Briguglia)

Prato, Chiesa di San Francesco, Banchieri toscani

Non sarà certamente il primo grande crack della storia della finanza, ma le spettacolari bancarotte dei banchieri fiorentini e dello stesso Comune di Firenze, negli anni ’40 del Trecento, marcarono profondamente l’immaginario dei contemporanei e condussero a un riordino di assetti e a soluzioni interessanti e creative.
È nel 1345 che la decisione di Edoardo III d’Inghilterra di annullare il debito che aveva contratto con i Bardi e i Peruzzi per finanziare una guerra fallimentare porta a conseguenze drammatiche. Già da qualche anno il modello finanziario di prestito ai sovrani sembrava essere entrato in una fase pericolosa, ma è con quella decisione inglese che rapidamente falliscono non solo le famiglie dei grandissimi prestatori, ma tutta la rete di finanziatori, di cui Bardi e Peruzzi sono i capifila e i garanti. Come in un effetto domino conseguente e inarrestabile, non solo le famiglie di mercanti-banchieri perdono l’enorme quantità di denaro investito, ma vengono anche accusati di malversazioni e sospesi o esclusi da mercati e reti europee. Insieme a loro tutta una filiera di piccoli investitori finanziari affonda in una crisi potenzialmente letale.
Ma non basta, perché questi eventi si intrecciano e potenziano un’altra crisi finanziaria, quella del Comune di Firenze, che nello stesso giro di mesi dichiara la propria impossibilità a pagare i prestiti concessi dai cittadini, cioè i propri titoli pubblici. O meglio, stabilisce che non potrà pagare il valore nominale dei titoli, ma si impegna a pagare un interesse annuo perpetuo del 5% calcolato su quel valore.
Lorenzo Tanzin, professore di Storia medievale all’università di Cagliari, in un libro agile e godibile (1345. La bancarotta di Firenze. Una storia di banchieri, fallimenti e finanza, Salerno, Roma), parte da questi due eventi per rintracciare la storia di quella crisi di sistema e le soluzioni messe in opera per farvi fronte. Ne risulta anche un bello spaccato della società trecentesca fiorentina e toscana, delle sue dinamiche finanziarie e del suo respiro internazionale.
Il fallimento dei mercanti-banchieri, dei prestatori finanziari, è anche conseguenza di un gioco sottile e pericoloso, fatto di relazioni politiche internazionali ambigue, della ricerca del massimo profitto, di una struttura del prestito che di fatto non conosce la responsabilità limitata e a volte entra nell’area dell’azzardo. Il Comune si trova a gestire queste procedure di fallimento tentando soluzioni condivise e durevoli, come la ristrutturazione concordata del debito, che però non sempre sembrano praticabili. Quando da ogni punto d’Europa compaiono creditori delle grandi compagnie o addirittura regnanti o istituzioni pubbliche estere, riuscire a gestire la crisi diventa difficile, ma è anche un impegno di ordine politico e strategico, perché la caduta della fiducia produrrebbe ripercussioni incalcolabili sulla tenuta stessa della città, provocando perdite di mercati e addirittura rappresaglie sui fiorentini all’estero.
Come se questa situazione non fosse bastata, lo stato delle finanze pubbliche della città si era già degradato negli anni che precedono il crack dei privati, e il debito pubblico fiorentino assume proporzioni insostenibili, tanto che il debito viene indicato contabilmente con un nome che ne rivela la massa e cioè “il Monte”. Due tipi di debito pubblico – ci mostra Tanzini con dovizia di dettagli e chiarendone agevolmente le caratteristiche tecniche – si accumulano. Da un lato abbiamo somme prestate in modo forzoso, come imposizioni che sono soggette però a una forma particolare di restituzione, cioè alla corresponsione di un interesse (ma non del capitale). Dall’altro lato abbiamo prestiti volontari, di breve termine, che costituiscono un vero e proprio mercato in cui la città negozia interessi e modi della restituzione. Il default di Firenze del 1345 dichiara, come abbiamo visto, la non restituzione dei crediti, ma li trasforma in una rendita del 5 per cento. Comincia per il Comune una battaglia contabile, simbolica e politica per preservare la fiducia nella città di tutte le componenti del sistema. Un passo simbolico di grande importanza è la realizzazione dell’imponente registro pubblico di tutti i creditori del Comune: l’istituzione comunale non cancella la memoria del proprio debito, ma anzi la rende pubblica, come segno di una volontà di soluzioni. È l’autorità pubblica il tesoro comune, sembra voler dire quel registro, e la sua credibilità va difesa. A questa dichiarazione simbolica se ne aggiunge una molto tecnica e concreta: chi avesse tentato di abolire l’interesse annuo del 5% avrebbe dovuto pagare una multa di 2mila fiorini, metà della quale non al Comune, ma alla Camera apostolica, cioè al papa. In questo modo si vincolava la parola del Comune a un’autorità esterna, che tanto più è efficace quanto più avrebbe ben volentieri incassato le ammende (e ne avrebbe avute tutte le capacità e l’autorità).
Dunque calcolando la massa delle proprie entrate attraverso le tasse, non provocando panico tra creditori e investitori, avendo ristrutturato il debito, Firenze riteneva di poter gestire “il Monte” (e forse abbassarne un po’ la cima).
Furono allo stesso tempo escogitate alcune forme piuttosto “creative” di approvvigionamento al credito. I cittadini creditori del Comune erano infatti incoraggiati a prestare altro denaro in cambio dello scongelamento del valore nominale del loro credito pregresso. In pratica, chi avesse avuto un credito lo avrebbe avuto indietro integralmente – ciò che la legge del 1345 proibiva, avendolo trasformato in un interesse annuo -, se avesse prestato altro denaro (anche questo restituibile totalmente). Per dirla tutta, si era creato un mercato del debito: il valore nominale del proprio titolo poteva infatti essere venduto a terzi, che l’acquistava a prezzo enormemente ridotto garantendosi solo il pagamento dell’interesse. Ma ora poteva reinvestirlo nel Comune prestando altro denaro, ma riguadagnando tutto il credito nominale del titolo e dunque con un enorme profitto.
Insomma il sistema tiene, non solo quello pubblico, ma anche quello privato, perché i mercanti-banchieri avevano da tempo consolidato i loro prodotti e processi manifatturieri; le loro reti internazionali, dopo un primo sbandamento, si erano ricostituite e la loro capacità di raccogliere e investire denaro era di nuovo richiesta.
Neppure la grande peste, quella del 1348-49, che pure è uno shock e riduce drammaticamente la popolazione, affonda il sistema, perché paradossalmente la diminuzione di manodopera fa aumentare i salari e innesca meccanismi produttivi e di consumo che assecondano, pur nel dramma come in una sorta di dopoguerra, la ripresa della città. Non sarà sempre così e l’equilibrio si romperà di nuovo, nel 1378, con la rivolta dei salariati esclusi da tutto, i Ciompi.

“Il Sole 24 ore – Domenica”, 8 aprile 2018

Paolo Volponi. Tristi verità di provincia (Alessandra Sarchi)


Per molti anni ho tenuto l’edizione completa delle opere di Paolo Volponi, curata da Emanuele Zinato per Einaudi, sulla mia scrivania. Mi arrampicavo sulla prosa ardua, visionaria, cogitativa e poetica di uno scrittore di cui sentivo appartenermi i temi e quella lacerazione, tutta italiana, fra una modernità mal assimilata e un patrimonio storico ingombrante e sontuoso.
Volponi nasce a Urbino nel 1924 e muore settant’anni dopo, nel 1994. Nello stesso anno io mi laureavo, cadeva il primo governo Berlusconi, cominciavano a vedersi le conseguenze dei processi di Mani pulite e di un nuovo, irrazionale, assalto al territorio di cui avrebbe reso conto, in seguito, Salvatore Settis nel libro Paesaggio, costituzione, cemento (2010). Nei romanzi di Volponi, nato nella bella terra di Leopardi e per gran parte della vita dirigente di azienda presso l’Olivetti a Ivrea, cercavo l’espressione di un conflitto irrisolto. Di chi conosce la provincia italiana e le sue infinite riserve di meraviglia e arretratezza, e al tempo stesso è passato attraverso il boom economico e la speculazione edilizia, di chi ha vissuto dall’interno i processi della concentrazione manifatturiera, coltivando la fiducia che l’industria potesse tradursi in progettazione e mediazione per migliorare la vita di tutti, per poi constatarne il fallimento.
Sono gli argomenti non solo dei suoi romanzi, ma anche dell’epistolario che intrattiene lungo un ventennio con Pier Paolo Pasolini, conosciuto a un premio di poesia, vinto ex aequo, nel 1954. La lettura di quell’ottantina di missive depositate presso il fondo Bonsanti al Gabinetto Vieusseux di Firenze, e quasi integralmente pubblicate da Daniele Fioretti nel 2009, fa capire l’affetto, la grandissima stima reciproca e l’intimità fra i due, nonostante la distanza di mondi frequentati. Basta notare, in merito, il tono con cui Pasolini, nel ’57, suggerisce all’amico la correzione di alcuni versi della poesia Il cuore dei due fiumi: «Ci sono qua e là degli emendamenti che io, pazzo, frenetico e amoroso ti propongo». Nell’orizzonte comune di riflessioni e sensibilità riguardo a quella che Pasolini chiamava mutazione antropologica, emerge anche una differenza sostanziale.
Volponi gli scrive, nel 1960, dopo aver vinto il premio Viareggio con la raccolta poetica Le porte dell’Appennino: «Mi pare che l’Appennino contadino non sia soltanto una poesia lirica dettata dalla nostalgia per la vita dei contadini e della campagna, o soltanto un saggio sociologico; ma che lamenti la condizione d’infelicità in cui si trovano ancora quelle popolazioni nella soggezione agli dèi e alla natura e che dica come per salvarle, la cultura, che fino a oggi le ha aiutate a vivere, non vada dimenticata nelle abbreviazioni di un discorso politico, ma guidata verso una coscienza moderna». Mentre Pasolini idealizzava la cultura rurale, Volponi la storicizzava; vedeva la natura come matrice biologica, paesaggio, intreccio fra destino organico ed esperienza sociale, e la storia come luogo in cui tutta l’umanità, anche quella in apparenza meno rilevante, è corpo politico. I polmoni ammalati e il sistema nervoso compromesso del reduce di guerra, Albino Saluggia, protagonista del suo primo romanzo, Memoriale (1962), sono l’espressione fisica di un carattere, di un personaggio, ma anche il modo in cui il corpo reagisce alla storia e alle sue pressioni. Anteo Crocioni, protagonista del romanzo successivo, La macchina mondiale (1965), è un contadino filosofo dominato dal proprio sentire vorticoso, da un ruminare che è dialogo, quasi mai armonico, fra corpo e mondo, così come avviene all’intellettuale Gerolamo Aspri protagonista di Corporale (1974).
Ma se dovessi indicare il romanzo in cui i temi volponiani raggiungono la più alta saturazione simbolica, tanto da costituire un archetipo della cultura italiana del ’900, quanto lo sono Agostino di Alberto Moravia e Aracoeli di Elsa Morante, direi Il lanciatore di giavellotto (1981). Un racconto di fallita iniziazione alla vita, ai sentimenti e al sesso. Una tragedia edipica e fratricida, di cui è protagonista Damìn Possanza, un ragazzo che cresce in pieno regime fascista, nella provincia sonnacchiosa e bella di Fossombrone. Per quanto affiancato da pedagoghi, come il nonno e l’amico calzolaio, liberi nel pensiero e nell’agire, inclini a riconoscere pari diritti sessuali alle donne, Damìn rimane prigioniero di una fissazione edipica con la madre che ha per amante un gerarca fascista, aborrito e al contempo mitizzato dal ragazzo. Nutrito dai rituali ginnici del regime, dalla retorica superomistica dei fumetti dell’Intrepido, Damìn si rode di dolore, vergogna, gelosia e masturbazione, incapace di concepire il rapporto con l’altro, e quindi la sessualità, se non come degradazione. L’unica fuoriuscita da se stesso, oltre al lancio che gli fa vincere i giochi regionali, è quella che compie gettandosi da un ponte, dopo aver ucciso la sorella, ingelosito per averla vista ballare con un ragazzo.
Pubblicato all’inizio del decennio della gaudente celebrazione consumistica, della rinuncia al conflitto ideologico e all’impegno, Il lanciatore di giavellotto è apparso ad alcuni controtempo. Mi domando se non sia da leggere, invece, al pari di Aracoeli (1982) di Morante, come l’espressione di un nodo ancora irrisolto dell’identità maschile, fra regressione edipica e incapacità a strutturarsi, se non intorno al mito di una virilità tutta muscoli e sopraffazione. Mettere a nudo la radice repressiva fascista, diluita e mai veramente superata nel perbenismo borghese di una cultura a dominio maschile, non era inattuale negli anni ottanta e non lo è, purtroppo, nemmeno oggi. Fa impressione notare la ricorrenza della parola cazzo nel testo di Volponi. Sottratto all’eden fusionale con la madre, bella come l’architettura di una Urbino idealizzata, Damìn è preda di una costante follia fallocentrica, una «coazione biopsichica dell’età crudele», come la definì Gadda in relazione ad Agostino di Moravia, tutta tesa a negare il femminile ed esaltare il maschile nella sua versione più aggressiva e distruttiva. Il romanzo termina con l’uccisione dell’inerme sorella e con il suicidio di Damìn. Il lanciatore di giavellotto, non è affatto controtempo, anzi è ancora dolorosamente dentro il nostro tempo, fin troppo vicino alle cronache dei nostri quotidiani

“Il Sole 24 ore – Domenica”, 8 aprile 2018

“Ho incontrato il partito a vent'anni”. Intervista a Giorgio Amendola (Eugenio Scalfari, marzo 1976)

Amendola negli anni 70 del Novecento

Giorgio Amendola sta al quinto piano nel palazzo del partito, in via delle Botteghe Oscure. Berlinguer e gli altri membri della segreteria stanno al secondo. Ma lui vive più distaccatamente. Ha 69 anni, non sono molti, parecchi però per chi ha avuto una vita come la sua. È membro della direzione e rappresenta il partito al parlamento europeo, una carica cui tiene molto perché molto crede nella vocazione europeistica del comunismo italiano. E’ presidente del Cespe, il centro studi economici del Pci.
Aveva tutti i numeri per esser lui il leader dopo il ritiro di Longo. Invece è un leader in pensione e lo sa. Anzi lo ostenta: «Ho scoperto nuovi modi di lavoro, nuovi piaceri. Leggo di più. E soprattutto scrivo. Scrivo libri. Adesso ne ho preparati due, che escono quasi insieme, l’Intervista sull’antifascismo e Una scelta di vita ».

Come mai, Amendola, una «retraite» così precoce? È il segno d’una sconfitta politica? La tua linea è stata battuta?
«No, niente di tutto questo. No, non si può parlare di “retraite”. Ho sempre molto lavoro da fare, ma si può lavorare in modi diversi. E non si può parlare di sconfitta personale perché nel Pci non c’è mai stata una linea che si potesse intitolare al nome d’una persona. È sempre stata la linea d’un gruppo, la linea “generale”, Anche ai tempi di Togliatti. Il fatto è che per dirigere un partito come il nostro ci vogliono uomini giovani e forti, e, naturalmente capaci. È un rinnovamento necessario. Così sono venuti avanti Berlinguer, Bufalini, Chiaromonte, Napolitano e gli altri. Oggi la direzione del partito è nelle mani di quarantenni e di cinquantenni senza che ci sia stata alcuna soluzione di continuità. Ed il compagno Enrico Berlinguer, come segretario generale, ha affermato tutta la sua autorità in campo nazionale ed in campo internazionale ».

Eravamo centomila
Però si parlò ad un certo momento d’una linea amendoliana, in contrapposto ad una linea ingraiana...
«Sì, se ne parlò. Niente di strano: avevamo delle idee, Ingrao ed io, che talvolta differivano sull’interpretazione dei fatti e delle prospettive. E non solo Ingrao ed io. Ma poi tutto convergeva nel dibattito e nelle decisioni collegiali. Personalmente ho sempre cercato d’impedire che attorno alla mia persona si polarizzasse una linea. Ma di vero non c’è mai stato niente: fantasie e illazioni di chi vedeva le cose dal di fuori e pensava d’applicare a noi gli schemi validi per altri partiti ».

Com’è oggi il partito? E com’era quando tu rincontrasti? È cambiato molto da allora?
«Ah certo, è cambiato. Ma non direi molto. Io l’ho incontrato, come dici tu, cinquant’anni fa. Al principio, nel ’21 e nel ’22, saranno stati centomila, per quei tempi erano una grande forza, ma erano anche una grande famiglia. Seguirono gli anni più duri, l’esilio, la prigione, la clandestinità, l’asprezza della lotta interna e internazionale. Ma vedi, c’è sta ta una grande continuità e al tempo stesso un grande rinnovamento. Il partito comunista italiano è cresciuto insieme al paese. Siamo, credo, la forza politica che ha maggior seguito tra i giovani, quella il cui gruppo dirigente è anagraficamente il più nuovo, ma siamo anche il partito nel quale due uomini come Longo e Terracini, cioè due “fondatori”, si battono ancora in prima linea. Credo che il maggior contributo che abbiamo dato al paese sia di aver creato un tipo di italiano nuovo. Nel paese di Guicciardini, dove tutto fa centro sul “particulare”, noi abbiamo contribuito a spostare l’impegno sul "collettivo”. La forza del partito comunista è tutta lì. I nostri compagni sono gente che rinuncia alle vacanze per preparare la festa dell’Unità, dove un professore o un medico servono a tavola o vendono i libri al banco degli Editori Riuniti. È una piccola rivoluzione culturale che facciamo ogni anno. Forse gli osservatori esterni non hanno capito pienamente il significato di queste occasioni, la buttano un po’ sulla kermesse propagandistica. Sì, c’è anche quella, è naturale, siamo un partito di massa. Ma sotto c’è un’operazione assai più seria, anche se fa storcere il naso agli intellettuali guicciardiniani che ancora abbondano in Italia ».

Tu dici: abbiamo spostato l'impegno dal particolare al collettivo. E sei convinto che questa sia un’operazione positiva e modernissima. Forse è stata positiva e modernissima. Ma da qualche tempo è abbastanza scavalcata. Ci sono altre esigenze che si stanno affermando. E non mi pare che i giovani siano così presi dal messaggio comunista come accadde per esempio a quelli che avevano vent’anni nel ’45.
« No, non sono d’accordo. Anzi, proprio da un paio d’anni in qua c’è un recupero fortissimo tra i giovani da parte nostra ».

Se c’è un recupero è segno che ave vate perso terreno. Hai letto l'articolo di Alberoni su « la fine del leninismo »? Sulla funzione dei «movimenti» e sul loro rifluire nelle Grandi Istituzioni, tra le quali oggi la spicco il Pci? Che effetto ti fa esse re uno dei capi storici d’una Grande Istituzione? Che effetto può fare ad un rivoluzionario?
«Piantala col "capo storico”. Ed a me non pare che il partito comunista italiano possa esser definito una Grande Istituzione, non nel senso in cui ne parla Alberoni, almeno. La Grande Istituzione, se capisco bene, è una forza nella quale il momento dell’autorità prevale sui fermenti e sulla presenza delle masse. Da questo punto di vista la Chiesa di oggi è certamente una Grande Isti tuzione, noi no. Per noi il contatto con le masse è continuo, attivo. Ed è proprio questo contatto con le masse che ci colloca in un processo storico e definisce il nostro rapporto con i gruppi estremi che si dicono di avanguardia. Noi vogliamo e dobbiamo marciare in avanti, la nostra funzione è quella d’un rinnovamento continuo in politica, in economia, nei rapporti di classe, nel costume; ma non dobbiamo mai perdere il contatto con le masse. Di qui la nostra prudenza, il nostro gradualismo. Ci muoviamo con lentezza? ci rimprovera qualcuno. Rispondo cche ci muoviamo col passo giusto per non perdere il contatto con le masse. La nostra è una funzione continua e preziosa di orientamento».

Compromesso storico
Se quanto dici è vero, dovreste però preoccuparvi anche quando rischiate di perdere il contatto con le avanguardie.
«È vero. Infatti ce ne preoccupiamo ».

Tu, mi pare, meno di altri tuoi compagni. Sei stato e sei il più duro verso i gruppi che stanno alla sinistra del Pci.
« Bisogna vedere se stanno veramentc alla nostra sinistra, come credono e come io nego. In ogni modo non perdere il contatto non significa civettare. Ho sempre disprezzato chi corteggia gli estremismi per non sembrar scavalcato dalla moda dei tempi. Coi gruppi estremisti bisogna fare i conti, e a volte sono conti duri ma necessari. Certo neanche con loro bisogna perdere il contatto perché sono portatori di fermenti e di sollecitazioni. Ma la loro funzione, sempre che sia esercitata correttamente, è diversa dalla nostra ».

Che vuol dire «sempre che sia esercitata correttamente»?
«Vuol dire che a volte non si tratta di gruppi politici ma di gruppi ammalati d’infantilismo o, peggio, di veri e propri provocatori. Possono essere estremamente dannosi ad una seria politica di sinistra. In quei casi vanno isolati e battuti senza riguardi ».

Come consideri il femminismo? Che tipo d’avanguardia è? Stimolante? Pericolosa? Va considerata come una forza con la quale fare i conti? Va isolata e battuta?
«Il femminismo. È un fenomeno assai complesso ed è assai difficile dar giudizi sommari. Pensar d’isolare il movimento femminista è una sciocchezza: esso è certamente portatore di esigenze importanti, di valori nuovi e progressivi. Ma le forme spesso sono sbagliate. Io per esempio non esito a dire che sono contrario alla libertà d'aborto indiscriminata, che tra l’altro premierebbe l’irresponsabilità maschile nel fare l’amore. Poi paga la donna ».

Vedi, Amendola, non è questo. Il movimento femminista sostiene che queste questioni le decide la donna, non tu.
«Nessuna questione che riguarda la famiglia dev’essere decisa individualmente, donna o maschio che sia il soggetto. Occorre sempre che la decisione sia frutto di una volontà comune, nella responsabilità comune della donna e dell’uomo in un quadro collettivo».
Un comizio di Amendola negli anni 50 del Novecento
...Un quadro che, però, è maschile, dicono le femministe e perciò le mette comunque in posizione subordinata. Ma lo so che per certi aspetti tu sei molto tradizionale. Non hai detto che trovi valori positivi nella politica della vecchia destra storica italiana, quella di Spaventa?
«Sì, l’ho detto. E lo dico. Era una classe dirigente borghese e conservatrice, cioè nemica di tutto ciò in cui credo e per cui mi sono battuto per tutta una vita: però se la paragono con la classe che ci ha governato in questi anni, riconosco che era migliore ».

Ma con questa classe dirigente così spregevole voi volete fare il compromesso storico. Cioè un accordo permanente di potere. E tu, Amendola, sembri il più impaziente di tutti i tuoi compagni. Tu sei quello, almeno così pare, che vorrebbe bruciare le tappe, trovi che non si procede abbastanza in fretta. Perché? Come spieghi un giudizio così negativo sulla classe dirigente attuale e una disponibilità compromissoria così spinta?
«È vero, sono impaziente. È inutile dire a te, credo, che la mia impazienza è un’impazienza politica. Vedo le difficoltà, vedo lo spessore degli ostacoli e penso che questo sia il momento di esercitare il massimo possibile di pressione per superarli. La ragione? Mai come oggi sono esistite le condizioni per richiedere un mutamento di direzione politica, ma mai come oggi la situazione generale del paese è stata tanto grave. Forse pochi si rendono conto della gravità di quanto accade ».

E tu speravi che il mutamento di direzione politica potesse avvenire in tempi di bonaccia?
«Non ho mai creduto che potesse avvenire in tempi di bonaccia. Ma ora il mutamento è maturo. Se non avviene entro un tempo breve la situazione da matura diventerà putrida. Questa è la ragione della mia impazienza ».

Hai detto che vedi lo spessore degli ostacoli. Quali sono secondo te gli ostacoli più gravi che ancora si frappongono ad un mutamento di direzione politica? Quelli di carattere internazionale?
«So benissimo che l’establishment americano è tenacemente contrario a un mutamento della direzione politica in Italia. Questa non è una novità. La vera novità consiste nel fatto che dagli Stati Uniti cominciano a venire voci diverse, più attente, molto interessate ad un possibile ingresso del partito comunista nella direzione dello Stato. Non parlo soltanto di voci dell’America del dissenso, ma anche di personalità autorevoli nel mondo della cultura, del giornalismo, dell’università e perfino dell’industria e della finanza. La diffidenza nei nostri confronti è sempre meno convinta. Spesso cede il posto ad una apertura di fiducia. Nei paesi della Comunità europea questa apertura di credito verso di noi ha già assunto forme importanti, specialmente nella Germania federale e in Gran Bretagna. Della Francia, dopo i risultati elettorali recenti, è superfluo parlare perché lì si profila già un mutamento di direzione politica radicale».

Stati Uniti e Vaticano.
È dunque possibile concludere che l’ostacolo internazionale non è il più grave?
«Non direi questo. L'ostacolo internazionale esiste, ma la mia convinzione è che, come sempre, gli stranieri intervengono nei nostri affari se sono chiamati».

E il Vaticano? La gerarchia ecclesiastica?
«Anche per la Chiesa vale lo stesso discorso che ho fatto per l’America; in misura anche maggiore. Negli ambienti vaticani ci sono ancora forti resistenze contro di noi, ma il clima di scomunica mi sembra passato e d'altra parte i nostri contatti sono frequenti con una parte del clero e anche della Curia. No, non mi pare che questo sia un ostacolo insormontabile».

Allora il mondo imprenditoriale. Vengono di lì le resistenze?
«Voglio esser molto chiaro. Da tutto quello che vedo e sento, dalle notizie che ci arrivano, dai contatti che abbiamo, la sensazione conclusiva è che la barriera di ostilità preconcetta, di chiusura totale verso di noi si stia sfaldando, che varchi importanti si siano aperti, e ciò vale per quanto riguarda le grandi potenze dell’occidente, le gerarchie della Chiesa e anche il mondo italiano dell’industria. Quando dico che alcuni varchi si stanno aprendo, questa osservazione non va ampliata al di là de suo letterale significato. L’ostilità, la diffidenza, i pregiudizi rimangono ma non hanno più la ottusità e la globalità di prima. Nel mondo degli imprenditori piccoli per esempio, l’avvicinamento a noi è visibile e crescente. Si verifica soprattutto attorno alle regioni e ai comuni che noi amministriamo. Quanto agli industriali di maggiori dimensioni, con essi accade addirittura che spesso siano loro a cercarci. Forse si sono accorti che siamo uno dei pochi interlocutori seri e validi. Ma in quei casi bisogna stare molto attenti ed essere molto diffidenti. Occorre che gli uomini che detengono il potere economico si rendano conto che col partito comunista non hanno nessuna speranza di poter continuare il vecchio gioco gattopardesco. In Italia uno dei punti centrali del sistema di potere è la struttura bancaria e finanziaria. Senza demagogie e senza superficialità, noi siamo fermamente convinti che se non si incide nel potere bancario e finanziario non si trasforma in senso democratico e socialista la struttura del paese. Quanti sono i grandi imprenditori disposti a seguirci su questa strada? I legami tra grande industria e alta banca sono innumerevoli, i legami tra profitto e rendita sono fittissimi. Sperare in una semplificazione schematica, puntare su una separazione tra interessi legittimi e progressivi dell’impresa e interessi parassitari del capitale finanziario e immobiliare è alquanto infantile. Comunque non voglio esser pessimista ad oltranza. Dico solo che dobbiamo esser diffidenti, non farci incantare. Sappiamo che ci sono ostacoli che non è facile superare ».

Il potere da battere
A sentire te, Amendola, avete già vinto: l’America si sta in parte ricredendo su di voi, la Chiesa ancora di più, i piccoli imprenditori si avvicinano a voi, i grandi addirittura vi corteggiano. La classe operaia, la gioventù, i democratici convinti guardano al Pci come alla sola carta buona in un mazzo di carte truccate o perdenti. Qual è allora l’ostacolo che si frappone a quello che tu chiami un profondo mutamento della direzione politica e che, più chiaramente, si deve chiamare l’arrivo dei comunisti al governo del paese?
«Ecco il punto. Qual è l’ostacolo? L'ostacolo è politico. Ed è ancora difficilissimo da superare. L’ostacolo è all’interno del vertice politico della Democrazia cristiana, arroccato intorno al potere con tutte le sue forze. Il gruppo dirigente della Dc sa che se perde il potere verrà fuori ancora più nettamente di quanto già non sia avvenuto il quadro entro il quale hanno operato per oltre venti anni, il grado di complicità a volte terribili e sempre gravi, verrà fuori la questione morale. È incredibile come vent’anni di malgoverno abbiano reso insensibili i gruppi di potere alla questione morale. Il male ha finito per contagiare anche vasti strati di opinione pubblica. La sensibilità alla questione morale è scarsa in una parte importante dell’opinione pubblica e in quasi tutta la classe dirigente. Perciò il vecchio gruppo dirigente si batterà fino in fondo per impedire una svolta politica. Solo pochi avvertono la necessità di una svolta ma le armi che gli altri possiedono sono ancora molto forti. In termini di strumenti operativi, di complicità, di clientele. Questo è il vero nodo da sciogliere. È questo gruppo che mobilita a sua difesa le potenze straniere, la gerarchia ecclesiastica, una parte dei ceti medi improduttivi, il capitalismo finanziario. Questo è il blocco di potere da battere, il cui perno sta all’interno del gruppo dirigente democristiano. La lotta in seno al congresso de sarà perciò decisiva ».

Tu parli di vertice democristiano. Ma il partito democristiano? Quello come lo valuti? Che conto ne fai?
«Nella Dc ci sono forze popolari e democratiche importanti. Quando parlo della De mi viene sempre in mente quello che Giustino Fortunato diceva del Parlamento dei suoi tempi. "Nel Parlamento”, diceva ”ci sono un 10 per cento di deputati che sono tra le persone più corrotte che io abbia conosciuto, c’è un altro 10 per cento che sono tra le più oneste e poi c’è un 80 per cento che sono esattamente come tutti gli altri italiani”. Ecco: per la Democrazia cristiana si può fare lo stesso discorso».

Vuoi dire che con la grande maggioranza della Dc si può collaborare?
«Si può e si deve. Io ho rispetto per le forze popolari e cattoliche rappresentate dalla Dc e per molti dei suoi dirigenti che ne esprimono le aspirazioni ».

A quanto valuti la forza naturale della Dc?
«Un 30 per cento circa, quando fosse disinflazionata dalle clientele e dagli apporti estranei alla sua natura democratica e cattolica. È una forza con la quale si debbono fare i conti ».

Che vuol dire fare i conti?
«Vuol dire discutere con la massima franchezza un programma che abbia un denominatore comune e solo dopo aver accertato qual è il programma, solo allora discutere d’un governo da fare insieme al Psi ed alle altre forze di sinistra. Tutto ciò dipende dal rinnovamento della De. È chiaro infatti che altro è governare a Napoli con una giunta di minoranza, altro è il governo nazionale ».

E i socialisti? Qual è la tua opinione sul partito socialista e sulla sua funzione nei prossimi anni?
«Tu vuoi farmi dare giudizi su tutto e tutti, non è il mio costume».

Ma te ne ho chiesti anche sul tuo partito...
«È vero».

D’altra parte tu sei considerato ormai uno dei capi storici della sinistra italiana, non ti sto chiedendo giudizi arroganti, ma testimonianze d’una esperienza di vita.
«Basta col "capo storico”. Non voglio essere imbalsamato. In ogni modo credo che anche i socialisti debbono compiere una seria opera di rinnovamento. Alcuni di loro si sono arrabbiati con me perché ho affermato che anche il Psi deve affrontare problemi di ordine morale, di costume, di militanti, ecc. ».

Hai sentito le spiegazioni date da De Martino al congresso su questo punto?
«Le ho sentite, ma non mi hanno pienamente convinto. Ci vuole un taglio netto col passato. Il Psi, per la sua tradizione, dovrebbe dare un contributo al risanamento del paese ».

Un giudizio sul Psi
Come giudichi il comportamento della commissione inquirente del Parlamento?
«Inammissibile».

Torniamo ai socialisti.
« Io non credo che i socialisti, qualora si realizzasse quella che per comodità possiamo chiamare la "grande coalizione” vedrebbero mortificato il loro ruolo. Tutt'altro. So che molti compagni del Psi hanno questo timore, e per sfuggirlo finiscono per arrampicarsi sugli specchi: inventano posizioni politiche artificiali, talvolta sembrano collocarsi alla nostra sinistra, tal altra sono più zelanti di quanto non lo si sia noi stessi nel sostenere le nostre ragioni. Insomma, a volte la politica socialista somiglia troppo alla fuga in avanti. Ma se invece presidiassero con continuità le i posizioni che sono proprie del socialismo italiano, il loro spazio in una società in piena trasformazione sarebbe sicuramente destinato a crescere. Questa è la mia convinzione ».
Luglio 1964. Amendola con  Togliatti e Natoli
Fosti proprio tu a parlare qualche anno fa d’una ipotesi di partito unico dei lavoratori...
«Sì. è vero...».

Ti sembra ancora un’ipotesi su cui lavorare?
«Direi di no, oggi non è attuale, in prospettiva remota, perché no? Ha ragione Nenni quando ha detto a te che non ha abbandonato la speranza. Neppur io l’ho abbandonata, ma oggi i compiti e gli obbiettivi sono altri».

E l’Unione Sovietica? Non ti sembra, Amendola, che sia venuto il momento di parlar chiaro su questo tema?
«E ti pare che non stiamo parlando chiaro? Il tuo giornale ha scritto che Berlinguer ha rotto a Mosca. Credo che sia sbagliato parlare di rottura, nel senso che noi non abbiamo nessuna ragione di effettuare drammatiche lacerazioni con un paese che per molti anni ha rappresentato un polo di riferimento per noi come per tutti i partiti comunisti e che continua obbiettivamente, ad essere un punto di riferimento per le grandi battaglie per la pace e contro l'imperialismo. Certo la situazione è cambiata e molto. Quello che noi non siamo disposti a sopportare è una qualsiasi interferenza, dai compagni sovietici come da qualsiasi altro. Non è una novità questa nostra linea di autonomia: matura da molti anni ma sono d’accordo che negli ultimi tempi c’è stato un salto di qualità».

Questa posizione ha un prezzo.
« Quale? ».

Che nel momento in cui voi rivendicate l’autonomia del partito comunista italiano dovete riconoscere l’altrettanto piena autonomia di ciascuno degli altri partiti comunisti, a cominciare dal Pcus. Ma in questo modo, rinserrando i partiti comunisti nelle varie vie nazionali, vi precludete la possibilità di incidere su quelli che possono essere gli errori o addirittura le colpe che altri partiti comunisti possono commettere. Ognuno in casa propria fa quello che vuole: e che fine fa allora l’internazionalismo e la possibilità che ciascuno influisca sull’altro?
«Nessuno è buon giudice in casa altrui. Per il momento comunque noi crediamo che l’autonomia sia un bene maggiore del prezzo eventuale che bisogna pagare per ottenerla».

Dimensione europea
Mi rendo conto che uscendo da un lungo periodo di subordinazione al partito-guida e allo Stato-guida tu abbia ragione. Ma hai capito benissimo a che cosa alludo. Nessuno è buon giudice in casa altrui, tu dici ed è vero, salvo quando si tratti della violazione di principi di democrazia socialista che coinvolgono tutti. Questo è il punto dolente sul quale siete chiamati a rispondere, e su questo la tesi delle vie nazionali non basta.
«Ho capito benissimo qual è il problema che mi poni e la risposta è questa: se ragioniamo in termini teorici la discussione sulla democrazia socialista è apertissima ed è nostra intenzione contribuirvi con il massimo impegno. Ho visto che Ingrao ha affrontato ampiamente il tema proprio sul vostro giornale. E’ un tema grosso, richiede il nostro impegno e non soltanto il nostro. Se poi ragioniamo in termini politici allora voglio dire due cose: 1) l'antisovietismo in Italia lo fanno già in tanti, alcuni rozzamente, altri con più acutezza; non mi pare che si senta il bisogno che anche noi entriamo nel coro; 2) quando le violazioni della democrazia socialista, in Urss come dovunque, sono palesi e gravi, noi non stiamo affatto zitti. Tutt’altro. Infine aggiungo una terza considerazione: quando un partito comunista forte come il nostro e con le radici che il nostro ha nel popolo e nella classe operaia è una scuola viva e fresca di costume democratico, questo è il modo più valido per indicare che cosa è la democrazia socialista anche a quei partiti comunisti ed a quei paesi comunisti che ne avessero bisogno, molto più di dichiarazioni verbali e articoli sui giornali ».

Tu credi molto alla via italiana del Pci?
«Sì, ci credo molto. Ma dobbiamo abituarci a ragionare anche su una dimensione europea, se vogliamo venire a capo dei nostri problemi».

Ma in Europa occidentale i partiti comunisti tranne quello italiano e quello francese sono quasi inesistenti?
«Vuoi dire nell’Europa comunitaria, ma quei confini sono ormai superati, c'è il problema della Spagna; comunque il quadro europeo ripropone il problema dei rapporti tra comunisti e socialisti. Ecco un tema che ha con sé l’avvenire».

“la Repubblica”, 14 marzo 1976

Dalla mia finestra. Una poesia di Franco Fortini


Dalla mia finestra vedo
fra case e tetti una casa
segnata da una guerra.

La notte che spezzò quei sassi
ero giovane, tremavo felice
nel tremito della città.

I bambini gridano nella corte.
Le rondini volano basse.
Le cicatrici dolgono.

Da Traducendo Brecht (1959-61) in Una volta per sempre, Poesie 1938-1973, Einaudi, 1978

Il fabbro Bakunin (Pino Cacucci)


Da qualche tempo abbiamo notato un risveglio di interesse per i testi dell'anarchismo da parte dell'editoria più varia, e senza scervellarci troppo sui motivi (effetto traino del vortice librario su Che Guevara e, di conseguenza, ricerca di altri «eroi» puri e irriducibili? Schifo generalizzato per il politicantame istituzionale? Bisogno di fornire basi teoriche al proprio istinto antiautoritario? eccetera eccetera...) credo sia comunque un fenomeno salutare la divulgazione al di là dei ristretti circuiti militanti. La Feltrinelli, dopo ventiquattro anni, riporta in libreria Stato e Anarchia di Michail Aleksandrovic Bakunin, (Feltrinelli, pp. 255 L. 13.000) nella stessa traduzione dal russo che ne fecero i compagni Nicole Vincileoni e Giovanni Corradini. Un motivo di particolare interesse è l'introduzione di Maurizio Maggiani, scrittore quarantacinquenne che nel suo più recente romanzo Il coraggio del pettirosso ha raccontato la saga di personaggi libertari che, come i pettirossi, «arrancano di sghimbescio ma alla fine hanno ragione del re degli uccelli, il signor falchetto con tutte le sue gazze».
In buona parte delle suggestive cinque pagine introduttive, Maggiani ricorda un «Bakunin» del suo paese (Castelnuovo Magra), soprannome del fabbro Egidio, figura di vecchio anarchico che «aveva combattuto contro tutti i tiranni dall'Ottocento in poi e aveva conosciuto tutte le galere, in Italia e all'estero». Egidio vulgo Bakunin è un arguto espediente letterario per descrivere, attraverso ricordi divertiti ma anche velati di rimpianto, la diversità degli anarchici rispetto a quanti «fanno politica» senza però vivere coerentemente secondo gli ideali propugnati; il fabbro Egidio morì ultranovantenne, e ai suoi funerali andarono tutti trasformandoli in una grande festa (con tanto di banda di ottoni da Carrara), perché da vivo aveva saputo guadagnarsi il loro rispetto; ricreando l'aura mitica del «profeta e maestro di libertà» Michail Bakunin, lo scrittore riscatta la memoria di quell'Egidio «ometto così piccolino» simbolo di tanti libertari che hanno lasciato una traccia indelebile in chi li ha conosciuti, pur conducendo un'esistenza dimessa, schiva, quasi silenziosa (persino dalla sua officina di fabbro, non provenivano clangori ma «suoni tintinnanti e argentini», perché Egidio lavorava di fino anche con il martello in pugno...).
Gosudarstvennost'i Anarchija fu scritto nel 1873, stampato in russo a Zurigo da un gruppo di esuli (alcuni rocambolescamente evasi dalle prigioni zariste) e pubblicato senza il nome dell'autore, riuscendo a diffondersi clandestinamente in Russia soprattutto tra gli studenti. Influenzò profondamente la gioventù rivoluzionaria di fine secolo, nonostante l'avversione di Marx, che aveva letto puntigliosamente il testo annotando nell'ultima pagina un semplice quanto saccente «No, mio caro». E la prefazione di Maggiani si conclude proprio con «Come no, mio caro, come no». Recentemente, il vicecomandante Marcos, ricordando i primi anni sulle montagne del Chiapas, ha detto: «Leggevo testi sul materialismo storico, e intanto perdevo il contatto con il lato magico della vita». Gli indios zapatisti, tradizionalmente e istintivamente libertari, gli avrebbero insegnato la «magia» che è parte dell'esistenza, quella che nella nostra lingua fa anche rima con utopia. E utopia non significa «irrealizzabile», bensì qualcosa «che non si è ancora realizzato».
L'estinzione dello stato risulta dunque un'utopia, ma per noi, qui, cioè in questa Europa di fine millennio. Altrove, come per esempio in una vasta zona del sud est messicano, lo Stato costituisce una minaccia esterna da tenere a bada, da respingere con la mobilitazione in armi e con la sensibilizzazione diffusa non solo al di là del territorio liberato, ma anche a livello internazionale. Laggiù, non hanno avuto bisogno dei supporti teorici di Marx, e neppure di quelli di Bakunin. Però, guarda caso, in un recente comunicato dell'Ezln, in cui si salutavano i partecipanti all'incontro per l'umanità e contro il neoliberismo, venivano citati Ricardo e Enrique Flores Magón, che nella Rivoluzione messicana seminarono l'ideale dell'anarchismo auspicando l'estinzione dello stato. Nell'opera di Bakunin, si legge tra l'altro: «Dicono (i marxisti) che questo giogo dello stato, questa dittatura, è una misura transitoria necessaria per poter raggiungere l'emancipazione integrale del popolo (...). E così, per emancipare le masse popolari, si dovrà prima di tutto soggiogarle». A rischiarare questo fine millennio neoliberista - dove lo stato si affievolisce solo per lasciare campo libero a banchieri, speculatori di borsa e multinazionali neoschiaviste, per poi mettere a loro disposizione l'apparato repressivo ovunque ne abbiano bisogno - ci sono quegli uomini e donne irriducibili, che continuano a considerare lo stato e le sue emanazioni come antitesi della libertà e della stessa sopravvivenza. L'anarchia saranno ancora lontani dal realizzarla, ma nessuno può più propinargli la favola nefasta di una «dittatura necessaria e transitoria» per raggiungere lo scopo.

A-rivista anarchica anno 26 nr. 228giugno 1996

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