22.1.18

La poesia del lunedì. Clemente Rebora

Dall’imagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire,
verrà, se resisto
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio. (1920)

In Poesie, Schweiller, Milano, 1961

21.1.18

Piovete, o baci. Ancora una poesia di Edmondo De Amicis

Piovete, baci, dolorosi, ardenti.
Dolci, solenni, disperati e santi,
Sugli infelici da la vita affranti,
Sui martiri, sui prodi e sui sapienti.

Piovete sopra i pargoli innocenti,
Sulle mani dei vecchi vacillanti,
Sopra la bocca de le donne amanti,
Sopra la fronte bianca dei morenti.

Piovete sulle teste umili e care
E sui grandi dolor senza parola,
Piovete su le culle e su le bare.

Piovete, baci, onnipotente arcana
Melodia che accompagna e che consola
Il pianto eterno della razza umana.


Poesie, Treves, 1882

Gelosia. Un'altra poesia di Edmondo De Amicis

Ella era di Granata, ei di Siviglia,
E avean d’arabi il sangue ed il sembiante,
Ei vano, ella gelosa, e un scintillante
Stiletto nascondea nella mantiglia.

E un dì gli vide in fronte la vermiglia
Traccia del labbro de la nuova amante,
E — bada — mormorò, cupa e tremante, —
Un’ape ti ferì sopra le ciglia. —

Egli la fronte nelle man nascose,
Poi con volto ridente e risoluto:
— Un’ape sì, una dolce ape, — rispose.

— Ebben — diss’ella con un bieco riso,
— Senti se questa ha il pungiglion più acuto, —
E gli confisse lo stiletto in viso.


Poesie, Treves, 1882

20.1.18

In casa del curato. Una poesia di Edmondo De Amicis

Questa mattina desinai dal prete
In una stanza disadorna e bianca,
Dove non c’è che un desco ed una panca
E un grande crocifisso alla parete.

Sulla tovaglia fresca di bucato
C’era un vinetto trasparente e puro,
E in faccia a me danzavano sul muro
L’ombre de le alberelle del sacrato.

Un grato odor d’incenso a quando a quando
Veniva dalla muta sacristia,
Ed una vecchia serva umile e pia
Ci girellava intorno zoccolando.

E c’era un’aria, un’ombra, una freschezza
In quella stanza candida e modesta!
E tanta pace in quella faccia onesta
Di vecchio prete, e tanta gentilezza!

Ei mi parlava de la sua cappella
E dell’orto e dell’uve e del paese,
Ed ogni sua parola era cortese
E ingenuamente colorita e bella.

E muto tratto tratto e sorridente
Fissava in contro al sole il suo vinetto,
E mettendo la man larga sul petto
Ne delibava un sorso lentamente.

E in me figgendo le pupille vive
Come volesse indovinarmi il core:
Ebbene, ebbene — mi dicea — signore,
Cosa scrive di bello? Cosa scrive? —

Quindi, bevendo un’altra sorsatina,
Soggiungeva: — Signor, non si sgomenti;
Bisogna pur ch’io beva e mi sostenti!
Lo sa che a giorni tocco l’ottantina? —

E mi facea gli onor dell’umil desco
Dicendo in atto di gentil rispetto:
— Provi il mio vino, e mi dirà se è schietto;
Provi il mio burro, e mi dirà se è fresco. —

Indi tacendo in un pensiero assorto
S’accarezzava i candidi capelli,
Ed io sentivo bisbigliar gli uccelli
E una zappa sonar lenta nell’orto.

Poesie,Treves, 1882

Letteratura. Dalla maestrina Pedani a Sam Dunn: ginnastica e antiginnastica (Giorgio Boatti)

«Che non può un’alma ardita/ Se in forti membra ha vita?»: se, alla domanda dell’abate Parini, rispondete con ottimistico e sonoro consenso, avete già deciso da che parte schierarvi.
Accodatevi ai salutisti che seguono le orme scomposte di Bush, l’uomo più potente del mondo, costretto, da quanto è andato ad abitare alla Casa Bianca, a correre per continuare a rimanere la dove sta.
State con chi si sottopone a ferocissime diete, convinto - come lo era il buon capitano Pietro Verri, padre fondatore degli spioni italiani nonché grande assimilatore di tutti i dialetti arabi dal Mediterraneo ad Aden - che «nello stomaco vuoto lo spirito vigila».
Se v’intruppate in questa schiera vi meritate una bella maestra di ginnastica: se possibile la scultorea signorina Pedani che Edmondo De Amicis fa scattare con energetico slancio tra le pagine del suo Amore e ginnastica.
La Pedani («mai ne viene fatto il nome di battesimo» scrive Italo Calvino nella prefazione dell’edizione Einaudi, ma è solo una disattenzione visto che apprendiamo che si chiama Maria) è lombarda.
Alta e robusta giovane di ventisette anni, «larga di spalle e stretta di cintura», Flessuosa, Maestosa. Imperturbabile.
La sua levigata corporeità è come una freccia che, in ogni momento di ogni giorno, la buona salute scocca verso la bellezza.
Niente di volutamente sensuale, di ammiccante, di maliziosamente sottinteso in questa Brunilde che inconsapevole accende, in chi la intravede, devastanti furori erotici.
Basta un particolare trascurabile («il più bel braccio di donna che si vedesse nudo...») o un movimento improvviso («un balenare sopra gli stivaletti della bianchezza abbaglio come un raggio di sole») per incendiare le vite dei suoi ammiratori di un’algida fiamma.
Inutili incendi. Speranze mai investite, poiché la Pedani non ha amori. Né passeggeri cedimenti a sentimenti di qualsiasi genere.
Totale è la devozione all’unica passione della sua vita: la ginnastica.
S’intravede la Pedani passare nel libro di De Amicis «col vigore di una sacerdotessa ispirata, la vita consacrata ad un’idea, la sua gioventù come una lunga adolescenza severa, affrancata dai sensi, repugnante ad ogni specie di affettazione, purificata e fortificata».
Scorgendola così, già si dovrebbe capire come la faccenda andrà a finire: non solo per la Pedani. O per i suoi concittadini e conemporanei. Ma per tutti noi che siamo arrivati dopo.
A battere in ritirata - sotto 1 colpi menati dalle generazioni e generazioni di maestre della ginnastica che si sono succedute passando dalle scuole alle palestre, dalle cliniche della salute agli schermi televisivi - sono i nemici che la Pedani accusa con gelida ostilità.
Sono, spiega la Pedani, «professori acciaccosi a quarant anni come ottuagenari, appunto per aver troppo affaticato il sistema cerebrale a danno dei muscoli».
E poi «le madri di fanciulle senza carne e senza sangue, i padri di giovanetti che per eccesso delle fatiche della mente, cadono in consunzione, contraggono malattie cerebrali terribili, si abbandonano all'ipocondria e meditano il suicidio».
Per non parlare, più in generale, dei nemici della ginnastica, inerti e fiacchi per «la crescente facilità della locomozione e i raddoppiati comodi della vita».
Generazione misera, sfibrata e guasta verso la quale la Pedani s’indigna allora e s’indignerebbe ancor più oggigiorno urlando, con voce ancor più tonante, «Quale cecità! Quale insensatezza! Quale vergogna!».
Una volta conosciuta la maestra Pedani e la sua religione (anche nelle infinite reinterpretazioni a noi vicine) non sono ammessi agnosticismi di sorta. O ci si «pedanizza» definitivamente o ci si butta altrove.
Si girano le spalle alle maestre di ginnastica e si cerca al più presto un’altra strada.
Coi tempi che corrono, non è facile trovare vite e personaggi che dell’antisalutismo facciano allegra e dissennata bandiera senza ninnare nell’oblomovismo, senza sprofondare in voragini autodistruttive.
Da parte mia, so che l’esatto opposto di tutte le possibili Pedani esiste. Si chiama Sam Dunn ed è eroe che Bruno Corra, in anni futuristi, ha fissato in un suo memorabile libretto (Sam Dunn è morto, rieditato da Einaudi).

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Sam Dunn non è un salutista: «Fra mezzanotte e le tre aveva trangugiato tre litri di whisky, cinque bottiglie di champagne e ventisette tazze di caffè, insieme con una quindicina di dosi di oppio e hashish: tutto ciò fumando un centinaio di sigarette e aspirando frequentemente una boccetta di etere».
Altro che banale ginnastica per la manutenzione del corpo. Sam Dunn spara alto.
Accetta la scommessa più vertiginosa.
Vuole buttare la propria vita, comprensiva di corpo e di mente, nel grande Maelstrom dove ribolle e vortica l’energia che muove il mondo e scandisce il destino.
Non ha tempo da perdere.
Né legnose dignità da difendere.
Quando il barone Giulio, scoperta la tresca del nostro eroe con la consorte, lo aggredisce e lo butta più volte sul divano e quindi gli urla con voce strozzata «Vigliacco, voi avete paura!» Sam Dunn non si smentisce. Pallido, tremante, quasi piangente, dice con un filo di voce: «Bella scoperta!» e si arrovescia indietro svenuto.
In ben altra direzione sta andando a convogliare le energie, anziché dispiegarle per la salute del proprio corpo o l’onorata fama del suo nome. Sam Dunn giorno dopo giorno è preso dalla più difficile delle discipline: Quella - intensa e continua, metodica e stremante - di «distrarre quasi tutte le energie dall'ambiente in cui si svolge la vita di tutti, per concentrarle in una zona di realtà ancora sconosciuta, nella quale si è costretti a costruirsi passo per passo la strada su cui si cammina».
Parole apparentemente bisciose come un risvolto di copertina della Adelphi.
Ma. alla fine, Sam Dunn dimostra dove possa portare la sua metodica applicazione all’arte della manutenzione energetica.
Se la ginnastica è la sola possibilità intravista da chi crede di disporre, nella vita, solo dì un corpo, la via di Sam Dunn è la scoperta delle mille vite che stanno in ogni vita.
Non restauro di corpi, dunque. Né manciate di anni acchiappati al volo e incollati a decrepite esistenze. Ma, invece, tutta una metropoli che veleggia leggera in quell’irrealtà che Sam ha concentrato e catturato.
A Parigi, grazie all’antiginnastica di Sam Dunn, succede tutto. S’incrociano tutte le possibilità. La torre Eiffel germoglia: «il ferro si scosse, vibrò, si spaccò, cacciò fuori centinaia di rami immensi, dai quali uscirono a gruppi foglie di metallo».
Altri fatti scelti fra la cascata senza limiti provocata da Sam Dunn? «All’ambasciatore di Svezia, mentre passeggia, s’allungano le fedine di più che un metro.»
«Il capo del partito democratico della sinistra (sic!!) si rivolge all’enorme folla che lo segue e grida in un falsetto acutissimo, “Avanti, figli di Dio, conquistatemi un’Avana”».
Una macchina da caffè non riesce più a essere bloccata, allaga di espresso un bar vicino all’Hotel Lutetia e un bel tratto di strada. Muli pattinano e piccoli uccelli verdi si fiondano nella bocca di chi sta per sbadigliare».
Si potrebbe continuare a lungo.
Ma - se avete scelto di accordarvi a Sam Dunn - non potete vivere troppo delle fatiche altrui.

La ginnastica della mente, quella che nessuna maestrina Pedani potrebbe mai approvare, ve la dovete fare da voi. Senza dover bussare alla porta di qualche palestra né raccattare attrezzi, la potete iniziare quando volete. Anche ora.

"il manifesto - la talpagiovedì", 23 maggio 1991

Non credere ... Una poesia di Franco Fortini

Non credere che tutto sia finito,
ragazzo. Spera. Fatti una ragione
della tua pena. Per il nostro cuore
non c'è una primavera sola. Torna
agli anni alti l'aprile, un altro aprile.
Non disperarti oggi. 

da L'ospite ingrato - primo e secondo, Marietti, 1985 

Droghe. I baci di Freud e l'elisir di papa Leone (Massimo De Feo)

Un articolo di curiosità sulla cocaina, in chiave antiproibizionista, dei primi anni Novanta del secolo scorso. La questione delle droghe sembra, dopo un quarto di secolo, essere scomparsa dal dibattito politico, ma la diffusione di sostanze psicotrope illegali non sembra affatto diminuita e con essa prosperano i traffici e gli arricchimenti che ne conseguono. Forse giova la pena di ricordare che il potere delle mafie ha tuttora come una delle fonti principali questo mercato: i denari con cui, per esempio, Cosa Nostra inquina la vita economica e politica della Sicilia vengono ancora, in buona parte, da un controllo dei traffici pressoché monopolistico, visto che – anche dove non interviene direttamente – è l'organizzazione mafiosa a concedere la licenza d'esercizio sia sul trasporto che sulla vendita. (S.L.L.)
«Attenta a te, mia Principessa, quando arriverò. Ti bacerò fino a farti arrossire e ti nutrirò fino a farti diventare bella grassa. E se sarai ardente, vedrai chi è il più forte; se la dolce piccola fanciulla che non vuole mangiare o il grosso omaccione con la cocaina in corpo...». Chi è questa specie di assatanato, forse Diego Armando Maradona? No, è Sigmund Freud in una lettera alla sua fidanzata, missiva in cui le spiega tra l’altro come «durante la mia ultima grave crisi depressiva ho preso ancora la cocaina; una piccola dose mi ha portato in alto in una maniera meravigliosa. Sono indaffarato a raccogliere la letteratura per un peana in onore di questa meravigliosa sostanza».
L’entusiasmo del padre della psicoanalisi per «questa divina pianta che sazia gli affamati, rinforza i deboli e fa loro dimenticare le proprie disgrazie» (è sempre Freud che scrive), era già condiviso, 3000 anni prima di Cristo, dalle popolazioni delle Ande centrali. In epoca più recente, la quarta regina Inca veniva chiamata «Marna Coca». In tempi ancora più vicini, intorno al 1863, un corso residente a Parigi, Angelo Mariani, lancia il «vino Mariani alla coca» (predecessore della Coca Cola e della Coca Buton), per la delizia di gente come Thomas Alva Edison, Jules Verne, Emile Zola, Henrik Ibsen, Sarah Bernhardt, i musicisti Gounod e Massenet, lo zar di tutte le Russie, il principe di Galles...e a questo punto un altro aficionados di quel vino, papa Leone XIII, decide che Angelo Mariani è un benefattore dell’umanità: gli conferisce una medaglia d’oro, si fa vedere in giro con una fiaschetta del prodigioso elisir alla cintura, ammette di buon grado di essere stato sostenuto nei suoi ritiri spirituali dai prodotti Mariani alla coca.
Quella della coca è una storia millenaria (vedi Cocaina di Giancarlo Arnao, edito da Feltrinelli), come a tempi immemorabili risale l’uso di molte altre sostanze capaci di alterare in qualche modo la percezione della realtà. Ma questo «cambio di prospettiva» non è riconducibile necessariamente a una edonistica ricerca di «benessere». Può portare viceversa a sofferte prese di coscienza, intuizioni artistiche, religiose, politiche, umane, esse sì potenziali fonti di grande «piacere». Solo in tempi recenti, complici i ma« media, si è diffuso il luogo comune che vede nel consumo di droghe un modo facile ed egoista per eludere i mille problemi che la vita pone, della famiglia, degli amici, del lavoro, delle cosiddette «responsabilità». Ma questo è vero solo per alcune droghe, e per l’uso che di esse (spesso per ignoranza) viene fatto: in una delle scene più belle del film Il piccolo grande uomo, Wild Bill Hickock dice a un Dustin Hoffman che ha affogato nell’alcool i suoi problemi: «qualsiasi idiota è capace di ridursi in questo stato». Uno stato del genere è facilmente garantito anche da un uso prolungato e sconsiderato di oppio o suoi derivati, l’eroina innanzitutto. Ma solo uno sprovveduto proverebbe a cercare «il piacere», lo «star bene» tout court, in uno spinello o in un Lsd. Come nessun atleta tenterebbe di migliorare le sue prestazioni ubriacandosi prima di una gara (a dire il vero qualche maratoneta agli inizi del secolo ci provò con lo champagne, con risultati facilmente immaginabili).
Negli anni 60, in piena rivoluzione psichedelica, qualcuno tentò, un po’ semplicisticamente, di distinguere tra droghe buone e cattive: le prime, si diceva, «allargano la coscienza» senza procurare dipendenza (hashish, marijuana, lsd, mescalina, funghi «sacri», gli allucinogeni in genere); le altre danno piacere e dipendenza (alcool, tabacco, oppio e suoi derivati). Le cose ovviamente sono un po’ più complicate: non si può definire l’effetto di una qualsiasi sostanza prescindendo dal modo in cui viene usata. Nessuna droga è buona o cattiva, tutto dipende dall’uso che se ne fa. Il cianuro, a piccolissime dosi, viene usato in farmacologia. L’acqua, a grandi dosi, affoga.
Le droghe hanno accompagnato passo passo, nel bene e nel male, la storia dell’umanità, e non si contano i tentativi, tutti falliti, di mettere fuori legge ora questa ora quella sostanza. Oggi può apparire ridicola la guerra scatenata a suo tempo negli Usa al vino, alla birra, agli alcolici in genere, guerra che ebbe come unico frutto un aumento spaventoso del prezzo degli alcolici e della criminalità. Lo stesso errore, a livello planetario, si sta ripetendo adesso. Si continua a giaculare: «drogarsi non è lecito», mentre tutti gli indici statistici sul fenomeno vanno alle stelle e il sangue per il controllo del mercato scorre sempre più abbondante. L’alternativa che si pone non è tra un futuro con o senza droghe, ma tra un mondo che ne sappia fare un uso assennato e uno che ne venga travolto. Come per le automobili.

"il manifesto - la talpagiovedì", 23 maggio 1991

19.1.18

Aulo Gellio: il punto limite, "locus confinis" (dalle "Noctes Atticae")

Una riunione del Senato della Repubblica Italiana, a Palazzo Madama
[1] «Quoad vivet» <cum dicitur>, cum item dicitur «quoad morietur», videntur quidem duae res dici contrariae; sed idem atque unum tempus utraque verba demonstrant. [2] Item cum dicitur «quoad senatus habebitur» et «quoad senatus dimittetur», tametsi «haberi» atque «dimitti» contraria sunt, unum atque id ipsum tamen utroque in verbo ostenditur. [3] Tempora enim duo cum inter sese opposita sunt atque ita cohaerentia ut alterius finis cum alterius initio misceatur, non refert utrum per extremitatem prioris an per initium sequentis locus ipse confinis demonstretur.

Quando si dice «finché vivrà», e poi quando si dice «finché morrà», pare che si enuncino due nozioni opposte; e tuttavia l'una e l'altra espressione indicano un'unica circostanza. Allo stesso modo quando si dice “finché il senato sarà riunito” e “finché il senato sarà sciolto”, sebbene “essere riunito” ed “essere sciolto” designino due condizioni opposte, l'una e l'altra frase rimandano ad un momento preciso e solo a quello. In verità quando due circostanze di tempo sono l'una all'altra contrapposte e insieme così connesse tra loro che la fine dell'una si confonde con l'inizio dell'altra, non cambia niente se il punto-limite sia designato con la conclusione di quella che viene prima o con l'inizio di quella che viene dopo. (trad. S.L.L.)

Noctes Atticae, Libro VI, cap. XXI

Il mito di Françoise Sagan, caso letterario a 18 anni. Una vita tra eccessi e solitudine (Ulderico Munzi)

«Ho amato alla follia - disse - ma per me è l'unico modo di amare»
PARIGI — Adieu, tristesse. Adieu, Françoise. Una pietra tombale e un requiem per il mito letterario che fece fremere la gioventù degli Anni Sessanta. Chi non si riconobbe nei suoi personaggi? Françoise Sagan è morta ieri nella più squallida indigenza, magra come un chiodo, da tempo incapace di scambiare non solo delle idee, ma qualche parola. Se n’è andata per un'embolia polmonare. È accaduto all’ospedale di Honfleur, in Normandia, davanti al mare tempestoso della Manica.
Il mondo della letteratura l’aveva ormai abbandonata, povera drogata e povera alcolizzata, povera di tutto. Del resto i giorni incantati, intessuti d’innocenza e perversione che raccontò nel 1954 in quel suo primo romanzo intitolato «Bonjour tristesse» erano ormai un ricordo svanito dalla sua povera memoria malata. Ricordava vagamente d’essere stata una scrittrice. I vicini della clinica di Honfleur la chiamavano la «povera vecchia». Aveva sessantanove anni, ma ne dimostrava quindici di più. Una «foglia morta». Anche Juliette Gréco, la sua grande amica, non andava più a trovarla: «Non riconosce più nessuno. I suoi occhi sembrano pozzanghere spente». Era stata una scrittrice prolifica. Quasi cinquanta opere, tra romanzi, sceneggiature, novelle, drammi teatrali. Avrebbe dovuto finire i suoi giorni da ricca signora delle lettere, invece il fisco e la giustizia, per un losco affare di petroli in cui lei s’era atteggiata a mediatrice, l’avevano perseguita fin dal 1990 con ferocia, come solo sa fare la stato francese.
Un tempo ci fu dunque «Bonjour tristesse». Era il romanzo scritto da una ragazzina viziata, Françoise Quoirez, nome d’arte Sagan, esile e insignificante, ma spudorata al punto che la soprannominarono il giunco infocato della letteratura francese. Era infarcita di Camus, Sartre e Rimbaud e narrò la scabrosa storia di Cécile e di suo padre Raymond, ambientata nella Costa Azzurra degli Anni Cinquanta. Il libro ebbe un successo folgorante: un milione di copie tradotte in venti lingue. Best seller. Robert Julliard, editore, aveva letto in una notte il manoscritto. Le parole «Bonjour tristesse» erano del poeta Eluard e si addicevano alla vicenda. I toni erano piatti e le scene scorrevano come fotogrammi. Quel che ci voleva nella letteratura francese di quei giorni, dominata e angosciata da Sartre, Gide, Mauriac e Camus. Julliard aveva chiesto all’aspirante scrittrice: «È autobiografico?». «No», rispose lei. «Sono figlia di una famiglia piccolo borghese che ha salvato alcuni ebrei durante la guerra, ma che è rimasta imprigionata nella sua condizione sociale. A casa mia, a Parigi, c’è un gran puzza di cavolo bollito». «Quanto vuoi?», chiese Julliard. «Duecentomila franchi». «Te ne darò il doppio», disse l’editore.
Il nome Sagan l’aveva scelto nella Ricerca di Marcel Proust dove infatti c’è un principe di Sagan. Il regista americano Otto Preminger, nel 1957, fece anche un film con David Niven e Jean Seberg. Furono anni di furia, dall’abisso dei peccati alle vette dei riconoscimenti culturali. Françoise era alla moda, i francesi l’ammiravano per la sua disinvoltura anche quando apprendevano dai settimanali che lei e il marito, l’artista americano Robert Westhoff, facevano orge e si scambiavano le amanti e gli amanti. Seguì, nel 1956, il successo, di «Un certain sourire», poi «Aimez-vous Brahms...» nel 1959.
Françoise scriveva di notte, a letto o in una vasca da bagno, consumo medio di whisky: un litro al giorno, se non di più. Passarono tanti anni di alcol, droga e maldicenza, la Sagan dei tempi incantati non esisteva più. La realtà era quella d'una candela che si stava spegnendo in una una foresta di guai. L’ultimo suo vero successo risaliva ormai al 1972, in italiano era intitolato «Lividi sull’anima».
Il resto della produzione letteraria era un succedersi di tentativi (quasi pietosi) di risollevarsi dall’abiezione. Prima ci fu il processo per droga, perché Françoise frequentava le «tout Paris» della gente bene ma marcata dalla cocaina. Mitterrand, che la scrittrice aveva conosciuto nel 1979, due anni prima del trionfo della sinistra, l’andava a trovare una volta alla settimana e la supplicava di astenersi dalla droga. Poi s’era fatto avanti il fisco e al processo che le aveva intentato lo Stato francese, lei non aveva avuto il coraggio di presentarsi. Tutta la Parigi perfida e spietata era corsa ad aspettarla, nei bui e squallidi corridoi del Palais de Justice, pronta a sghignazzare del «relitto Sagan». Era come inseguita da una maledizione, forse lanciata dagli invidiosi del suo primo successo letterario, quel «Bonjour tristesse» poi tanto odiato dalla stessa scrittrice.
A forza di vederla con Mitterrand, un agente dell’Elf le chiese un giorno d’intervenire perché un ministro dell’Uzbekistan fosse ricevuto all’Eliseo. Era il 1993. Mitterrand si piegò al desiderio della sua amica che, per il suo intervento, ricevette dall’ Elf quattro milioni di franchi. Secondo il fisco, lei li nascose volutamente sotto il materasso. Secondo la Sagan, fu una dimenticanza nella dichiarazione dei redditi. Dimenticanza che in Francia prevede qualche anno di galera. Nei suoi giorni di dolore, la Sagan si chiedeva con un filo di voce: «Perché la Francia mi odia?». A sessantasei anni era impresentabile: le stampelle per una malattia delle ossa, un volto corroso dal tabacco e da notti insonni e sofferenti. Françoise era come un’ombra che sfuggiva la luce. Non possedeva più nulla. E persino i fotografi le davano la caccia per mostrarla nella sua estrema povertà fisica e mentale. È dovuta morire perché una certa Francia smettesse di odiarla.

Corriere della Sera, 25 settembre 2004

L'inverno è quasi finito (Françoise Sagan)

Ecco il finale, ottimo, di un romanzo importante. Non di un grande romanzo, certo, ma un romanzo importante sì! (S.L.L.)

L'inverno è quasi finito; non prenderemo in affitto la stessa villa, ma un'altra, vicino a Juan-les-Pins.
Soltanto quando sono a letto, all'alba, quando in Parigi c'è solo il rumore delle auto, qualche volta la memoria mi tradisce: l'estate torna con tutti i suoi ricordi. Anne, Anne! Ripeto questo nome sommessamente, a lungo, nel buio. Allora qualcosa si leva in me che io accolgo con il suo nome, a occhi chiusi: buongiorno, tristezza.


Bonjour Tristesse (1954), Longanesi, 1965 ( trad. Ruggero Sandanieli)

18.1.18

Forza d'artista. In morte di Renato Guttuso (Giulio Carlo Argan)

Guttuso, Fuga dall'Etna, Roma - Galleria Nazionale
Nella storia dell'arte italiana del nostro secolo Guttuso è stato obiettivamente il personaggio più forte e influente: per la generosa irruenza della pittura, l'eloquenza accattivante del discorso, il coraggio delle idee, la presenza assidua, il fascino della persona. E per la chiarezza della scelta, la lealtà della militanza politica. È stato un grande comunista: con la sua autorità e il suo prestigio intellettuale ha contribuito come pochi altri a orientare a sinistra la cultura, non soltanto l'arte italiana. Sapeva che non c'è autorità senza responsabilità, non l'ha mai scansata. Oggi che non è più sarebbe fargli torto perdersi in elogi e rimpianti; è più giusto cercare di capire, criticamente, che cosa significò fino a ieri la sua presenza e significhi da oggi, purtroppo, la sua mancanza per la cultura di sinistra, che attraversa una fase di crisi. Per me, la sua presenza e la sua amicizia hanno significato molto proprio perché la nostra scelta politica era la stessa, ma era diversa la valutazione della situazione culturale in atto e delle sue possibilità di sviluppo. Significò molto perché fu dei primi, cinquantanni fa, a capire e spiegare che la professione d'intellettuale non comportava nessuna immunità ma una maggiore responsabilità politica; che non bastava rispondere col fastidio e il disgusto alla grossolanità culturale fascista; che al di là di essa c’era una volontà delittuosa da combattere con un'azione politica organizzata. Come Manzù, Birolli e qualche altro, a cui fu vicino, capì e spiegò che quella bassa cultura era anche bassa politica e perversa morale. Per merito anche suo la cultura, artistica e no, divenne una forza dell'antifascismo, della Resistenza, della nascente democrazia. Fu una guida intelligente e avveduta, non mi rammarico affatto di averlo, in quegli anni, seguito.
Finita la guerra, tutti cl chiedemmo se potesse ricostruirsi o dovesse rifondarsi la cultura italiana ed europea, materialmente e moralmente annientata. Ancora una volta vide giusto: l’esperienza della lotta antifascista dimostrava che nessuna ricostruzione o rifondazione era possibile senza la stretta unione degli intellettuali e del lavoratori. Guttuso capì subito che il partito del lavoratori doveva essere anche il partito degli Intellettuali: si iscrisse al partito comunista. Sul fatto che la causa delia cultura e la causa del lavoro fossero in sostanza la stessa non poteva esserci, e non ci fu, divisione. Cl fu divergenza, invece, sul processo ed i modi della costruzione di una società e di una cultura socialiste: riforma preliminare delle strutture o impegno Immediato della cultura nella lotta degli operai e del contadini? Il fondamento storico-ideologico era lo stesso, il marxismo, ma c’era il problema delle cosiddette avanguardie, delle spinte rivoluzionarle che s'erano generate, tra le due guerre, all'interno della stessa cultura borghese. Avevano costituito un tentativo di difesa della libertà della cultura contro tutti i regimi totalitari, che infatti le avevano duramente represse; era giusto ricercare nelle loro contraddizioni interne, e non solo nella repressione dell’esterno, le cause della loro sconfitta; ricusarle senza critica significava però rinunciare a progressi obiettivamente realizzati.
Fui tra coloro che rimproverarono a Guttuso di non avere sostenuto con la sua autorità indiscussa il recupero del fermenti rivoluzionari dell’avanguardia europea, anzi di averli condannati come alibi di una borghesia agonizzante. Era, in germe, il dibattito tuttora aperto sul rapporto di comunismo e socialdemocrazia: in arte si concretò nel contrasto di realismo socialista e astrattismo. Guttuso, avendo scelto il realismo, fu accusato d’incoerenza al suo precedente rapporto con Van Gogh, gli espressionisti, il cubismo, Picasso, e di passiva acquiescenza alla disciplina di partito. Non era giusto, la disciplina di partito non era opportunismo: la questione era stata dibattuta a livello filosofico tra Sartre e Merleau-Ponty. Guttuso non ha fatto dello stalinismo né dello zdanovismo, semmai ha cercato di opporre la lezione di Gramsci all’idealismo ancora strisciante nella cultura italiana. Mi addolorò tuttavia vedere compromesso, se non rotto, il sodalizio con Vittorini, che negli anni quaranta aveva portato lo scottante problema della Sicilia e del Meridione al centro della problematica culturale Italiana. La fuga dall'Etna di Guttuso è del '39, Conversazione in Sicilia di Vittorini del '41, e non fu il solo punto d’incontro. Ho sempre considerato sbagliata la via del realismo, ma l'intelligenza pittorica di Guttuso è sempre stata capace di riprese e sorprese, nè si può negare che il contatto diretto con la condizione umana abbia dato al suo linguaggio pittorico una più lucida forza di presa e di stretta. C’è stato poi un periodo di minore impegno ideologico e di largo respiro anche letterario; potrebbe dirsi, col Redi, che fu un «autunno di stagionata maturezza»: grandi quadri accuratamente composti e meditati, in cui la maniera realista dà evidenza a un metafisico oscillare del pensiero figurativo tra memoria e allegoria.
Ma perché, dopo essersi tanto avvicinato a Picasso, è finito tra le braccia di de Chirico? Perché allo sperimentalismo delle avanguardie, sia pure spesso aridamente tecnologico, ha opposto il facile, ma anacronistico elogio della «buona pittura»? Può anche darsi che l’avanguardia sia stata davvero una malattia infantile della cultura socialista, ma la metafisica fu l'infermità senile della cultura borghese.
Va detto però che gli sviluppi recenti della pittura detta postmoderna delusero e irritarono lui e me: infatti potevamo dissentire sul significati, non sulla necessità ideologica della modernità. L’ideologia e sempre moderna perché è intenzionalità di futuro, il postmoderno non è neppure revival, è ricaduta a piatto in un passato immoto. Guttuso ed io eravamo quasi coetanei, io di pochi anni più vecchio, avevamo vissuto le stesse esperienze, qualche volta agghiaccianti, professavamo la stessa ideologia, eravamo compagni di partito oltre che di strada, il nostro civile dissenso era interno al dinamismo dialettico di una stessa cultura, che ora vedevamo in pericolo. Con lui perdo un interlocutore che mi era tanto più necessario e caro quanto più divergevano le nostre vedute circa il ruolo dell'arte nella fabbrica di una società democratica. Dalle nostre due sponde vedevamo con ira sconfessati l’ideologia, il finalismo, la progettualità, il superamento critico del passato: a sconfessarli erano anche partiti nominalmente socialisti. Meno male che nell’attuale, vistoso e chiassoso recupero del figurativo è stato risparmiato a Guttuso il diploma di profeta o precursore del postmoderno. Aveva un sentimento della storia che gli faceva aborrire i profeti e diffidare del precursori.


“l'Unità”, 19 gennaio 1987

17.1.18

Pittore e militante rivoluzionario. La lettera augurale di Luigi Longo per i 60 anni di Renato Guttuso (1972)

Il due gennaio 1972, in occasione del compleanno di Renato Guttuso, “l'Unità” dedicò un'intera pagina ai “sessant'anni dell'artista e del militante rivoluzionario”. Il segretario generale del PCI, Luigi Longo, inviò all'artista siciliano una lettera augurale a nome di tutto il partito che in quella pagina fu pubblicata. (S.L.L.)

Caro compagno Guttuso,
in occasione del tuo sessantesimo compleanno mi è particolarmente gradito trasmetterti il saluto fraterno di tutto il nostro partito al quale affettuosamente aggiungo quello mio personale con l’augurio di lunga vita e di fattiva operosità
Tu hai avuto, per tua scelta, il raro privilegio di aver tentato di risolvere sul medesimo piano della sintesi umana ed ideale le due vocazioni essenziali della tua vita: quella della ricerca e della espressione artistica, quella della milizia politica comunista. L’una e l’altra si fondono nella tua opera di pittore moderno e di militante e dirigente del nostro partito.
Luigi Longo
S’è trattato per te, come per tutti gli artisti d’avanguardia che hanno profondamente e coerentemente vissuto il dramma della conquista di nuovi linguaggi capaci di riflettere e. di trasformare la realtà, di creare un’arte nuova dove l'impegno civile mai sommerga la libera, individuale espressione del poeta, e dove l’invenzione, la scoperta di nuovi linguaggi, mai si disperda nello spreco della mera speculazione intellettuale.
All'insegna di un pensiero di Romain Rolland. fatto proprio da Gramsci — “pessimismo dell'intelligenza, ottimismo della volontà” — tu hai pertanto efficacemente contribuito a far lavorare il nostro partito in direzione di quel traguardo storico della formazione di un nuovo intellettuale organico della classe operaia e del popolo da Gramsci ugualmente indicato come indispensabile per lo sviluppo della rivoluzione socialista.
Il tuo audace cammino verso il superamento di ogni rapporto subalterno tra cultura e società, è tuttora in corso, poiché la tua arte vuole essere ed è ricerca e non celebrazione, slancio della fantasia e non esornativo riflesso della realtà.
Salutiamo perciò nei tuoi sessantanni quello che hai dato all'arte moderna e all’azione rinnovatrice dei lavoratori italiani e del nostro partito, e quello che, con immutato impegno, continui a ricercare e a dare senza distrarre il tuo occhio vigile, stupefatto e commosso, dagli impetuosi mutamenti, dalle tragedie e dalle conquiste del mondo sulla via ardua della libertà e della fraternità umana.
Luigi Longo

"l'Unità", 2 gennaio 1972

Declino degli Hohenstaufen. La decapitazione di Corradino e la cella di re Enzo (Amedeo Feniello)

Napoli - La tomba e la statua di Corradino di Svevia
nella Basilica di Santa Maria del Carmine Maggiore 
L’immaginario di un Medioevo immobile si scontra spesso con la realtà che esso fu tutto tranne che immutabile. Questo anche se si considerano le sorti delle famiglie reali, che in genere immaginiamo eterne, espressione mitica della lunga durata. Le loro fortune furono invece sovente piuttosto rapide nell’esaurirsi, entro quattro, al massimo cinque generazioni. È il caso degli Hohenstaufen, la cui parabola, dal primo imperatore, Federico I Barbarossa sino al suo epigono, Corradino, dura poco più di cento anni, dal 1155 al 1268. Con gli ultimi vissuti in un declino irreversibile.
La loro fortuna comincia intorno a un monte: lo Staufen, dalla forma a calice, da cui il nome familiare ( hohen significa alto), sito nell’odierno distretto di Göppingen, Land del Baden-Württemberg. Si fanno largo tra la nobiltà locale, fin quando, nel 1079, il capostipite Federico riceve dall’imperatore Enrico IV il titolo di duca di Svevia. Con una ascesa che, dopo una serie di conflitti, guerre, scalate al potere, terminerà con l’elezione di Federico Barbarossa a re di Germania, il 5 marzo 1152.
Imperatore, Federico lo diventerà dopo, il 18 giugno 1155. Poi inaugura una politica di massima simbiosi tra Hohenstaufen e impero, con l’instaurazione determinata di un ordine che garantisse al clan una presenza duratura e pervasiva su tutto il loro dominio, in particolare laddove conduceva la tradizione: in Italia. Politica seguita da suo figlio Enrico VI e ribadita dal nipote Federico II, che ampliano i confini del potere familiare, aggiungendo la perla del Regno di Sicilia al diadema imperiale.
Ma dopo Federico II, che muore nel dicembre 1250, tutto muta. Il potere degli Hohenstaufen è seriamente minacciato. Una raffica di difficoltà – dalle crescenti autonomie cittadine alla riottosità dei grandi signori feudali; dall’emergere della Francia come potenza continentale allo scontro con la Chiesa – aumenta le tensioni. Ma la tradizione familiare di dominio imperiale va perseguita e non si può abbandonare. I figli di Federico II, legittimi e illegittimi, perseverano perciò sulla scia tracciata dal padre. Ma il carisma, il prestigio e soprattutto la sorte e il tempo non stanno dalla loro. Ci prova l’erede designato, Corrado IV, che avrebbe il piglio politico e la spregiudicatezza per seguire le orme del padre, ma muore troppo presto, nel 1254. Ci prova il suo fratellastro Manfredi a bloccare le aspirazioni franco-angioine, ma inutilmente. E a Benevento, nel 1266, si frantumano tanto il sogno svevo meridionale quanto il controllo ghibellino sul resto dell’Italia. L’avventura di Corradino, figlio di Corrado IV, resta, sebbene intrisa di un forte sapore romantico, effimera. Egli si scontra con chi possiede troppa esperienza più di lui e tanto pragmatismo: quel Carlo I d’Angiò consapevole che tutto il suo futuro sarebbe stato basato sull’equazione «morte di Corradino, vita di Carlo/morte di Carlo, vita di Corradino». La decapitazione del giovane a Napoli, per quanto violentissima e vituperata, è la chiara espressione della politica angioina di cancellazione, perseguita con ogni mezzo, della presenza sveva non solo nel Mezzogiorno ma in tutta Italia.
In questo rapido declino, resta una storia da raccontare. È quella dell’altro figlio illegittimo di Federico II, Enzo, re di Sardegna. Fatto prigioniero dai bolognesi quando ancora il padre è in vita, viene incarcerato, anche in condizioni di estrema durezza, per 23 anni, fino alla morte, avvenuta nel 1272. A lui toccò la sorte peggiore: vedere sgretolarsi, giorno dopo giorno, tutto quello che, a duro prezzo, i suoi antenati Hohenstaufen avevano creato.

La Lettura - Corriere della Sera, 29 ottobre 2017

Quando Mussolini era un agente segreto, al soldo dell'Impero britannico (Fabio Cavalera)

Benito Mussolini fra il 1917 e il 1918 fu messo a libro paga dai servizi segreti britannici: cento sterline alla settimana, versate in contanti da sir Hoare, il capo della sezione che l’intelligence aveva aperto a Roma, affinché l’allora direttore del «Popolo d’Italia» sostenesse la campagna bellica contro Austria e Germania. La notizia è suggestiva e il «Guardian», quotidiano di Londra, ha deciso di rilanciarla in prima pagina innescando una catena di titoli e di interpre­tazioni. La vicenda va però rico­struita per intero e integrata perché, così come è stata divul­gata, presenta alcune lacune che è corretto colmare.
Fonte delle rivelazioni è l’ar­chivio che sir Samuel Hoare ha lasciato in eredità e che dal 1960 è conservato nella bibliote­ca di Cambridge sotto il nome di Templewood Papers. Sir Sa­muel Hoare, visconte di Tem­plewood, aveva lavorato dappri­ma alle dipendenze del capita­no Mansfiel Cumming, diretto­re del controspionaggio inter­no, poi era passato a collabora­re con il capitano Vernon Kell, che invece comandava la sezio­ne estera. E proprio da questi era stato spedito a coordinare le attività della Missione Milita­re Britannica a Roma.
Nell’ulti­mo anno della prima guerra mondiale, due mesi dopo la di­sfatta di Caporetto, sir Hoare aveva concentrato le sue atten­zioni su due fronti: le divisioni in Vaticano e la possibilità di organizzare in Italia la propa­ganda in favore degli Alleati, cercando di reclutare quanti fossero in grado di opporsi al­la voce dei pacifisti. E fra que­sti «agenti» di supporto, in cambio di un contributo setti­manale di 100 sterline, Hoare agganciò Benito Mussolini, sia nella veste di giornalista sia nella veste di agitatore e prossi­mo fondatore dei Fasci di com­battimento.
Sir Hoare spediva a Londra regolari rapporti, direttamen­te al suo superiore, capitano Kell. Per quanto riguarda il Vaticano, il capo degli 007 annotava, grazie a un informatore nella Santa Sede, che fra i favorevoli alle potenze nemiche c’era monsignor Pacelli, futuro papa Pio XII, un convinto «sostenitore» della Germania. Per quanto riguarda Mussolini, invece, ne sottolineava l’opera di fiancheggiamento all’Impero. Addirittura in una relazione Hoare spiegava che Mussolini gli aveva promesso di muovere una squadra di veterani per «persuadere a restare a casa» i manifestanti riuniti a Milano contro il conflitto bellico.
Il responsabile del servizio segreto britannico a Roma conservò copia dei documenti e gli eredi ne fecero dono all’università di Cambridge dove sono catalogati minuziosamente per «parti »: la parte terza è titolata «Vaticano e Mussolini». A quasi 50 anni di distanza due professori, entrambi di Cambridge, sono andati a rileggerli. A quanto pare, ognuno a insaputa dell’altro, visto che ne hanno dato annuncio in forme e tempi diversi. Uno, Peter Martland, ha parlato diffusamente coi giornalisti della sua «scoperta». Il secondo, Christopher Andrew, ha scritto un libro di oltre mille pagine (The defence of the realm , che è la «storia autorizzata» del MI5). Un bestseller, uscito da pochi giorni.
Rivalità fra studiosi? Comunque sia, nella poderosa opera di Andrew, si trova traccia del Mussolini «agente degli inglesi » alle pagine 104 e 105. Poche righe. Alle quali però vanno collegate altre due rivelazioni contenute alla pagina 124 e di cui vi deve essere riscontro negli ar­chivi dei servizi segreti britanni­ci che lo storico ha potuto con­sultare. Christopher Andrew so­stiene che fra i politici inglesi non pochi negli anni Venti espressero ammirazione per Mussolini. Cita due frasi. Win­ston Churchill che lo definì: «Il salvatore del suo Paese». E il conservatore Austen Chamber­lain, ministro degli Esteri dal 1924 al 1929, che parlò di «un uomo sincero e un patriota». Gli eventi presero poi la piega conosciuta ma per un certo peri­odo Londra guardò Mussolini con sguardo tutt’altro che preoc­cupato. C’era chi sapeva che era stato un confidente della «perfi­da Albione».


Corriere della Sera 15.10.09

'Sugar', il sorriso nei pugni

Ray 'Sugar' Robinson
I vecchi dicevano che Ray Sugar Robinson era il campione più grande che mai avessero veduto. Allora, alla “Gazzetta dello Sport”, la rubrica della boxe era scritta da Rosario Busacca, che si avvaleva della collaborazione apprezzabile e apprezzata di Giovanni, suo fratello, procuratore famoso, che, studente universitario, aveva praticato il pugilato. I Busacca avevano osservato i grandi dell'epoca e dell'epoca immediatamente precedente la Seconda guerra mondiale. Li avevano soppesati e, a volte (da parte di Giovanni) anche assistiti. Il Palazzo dello Sport di Piazza 6 Febbraio, il cortile del Castello Sforzesco, la pelouse del Vigorelli prima e dopo la sfacelo del bombardamento (quando una pioggia di bombe incendiarie fece della pista una gigantesca fiammata e sembrò che l'erba del prato rientrasse nelle radici) erano il loro regno.
Gli anziani, è risaputo, tendono a giudicare il torero morto sempre il migliore. Negli anni 30, gli avvenimenti che avevano fatto epoca, a Milano, si rifacevano ad un match Bosisio-Thil, ad un Al Brown-Bernasconi (con il nostro Pasqualino che scuote sconsolatamente la testa come si fa con una sveglia che non va più: e con Al Brown, uno scheletro elegantissimo e imprendibile che lo tempesta con i guantoni). Al cubano Montanez che, dopo aver inseguito invano Carlo Orlandi, un'ombra che gli riempie il volto di pugni irridenti, lo gela con un diretto che è un colpo di fucile. (Portarono Orlandi in clinica, diceva Busacca, coprendosi il viso con le mani, sulla motocicletta di Toscani. Perdeva materia cerebrale!). E poi la dinamite di Spoldi, che esplode sulla mascella degli avversari (il tedesco Blaho distrutto al 20 secondo di combattimento, giusto il tempo di togliersi l' accappatoio di seta bianco e nero). Le mani di Spoldi che si fratturano praticamente alla vigilia della sua partenza per l' America, che è l'antivigilia della Seconda guerra. E Saverio Turiello che torna, in quei giorni, in Italia, nella sua Milano, per conquistare il titolo europeo battendo il recuperato Orlandi e il giovane belga Wouters. Infine e quella notte, al Vigorelli, c'ero anch' io il nuovo idolo francese, Marcel Cerdan, che avanza e soffoca Saverio Turiello, il quale fa ricorso a tutte le astuzie del mestiere magistrali schivate al livello del tappeto per evitare una punizione durissima.
Scoppia la Seconda guerra mondiale. Finalmente la pace. La ripresa, la cosiddetta rinascita. Oltreoceano svetta, il nome di Ray Sugar Robinson. Sugar, diventa, prestissimo, la leggenda, il mito. Era una storia di boxe americana: ma fresca, vicina. Le cronache Usa ci rimandavano la sua figura. Un fisico splendido, le massime classiche della boxe non insegnate ma innate. Ricordo l'annotazione di un giornalista sportivo specializzato newyorkese: fate conto di un ragazzino, che improvvisamente, digiuno di scuola, senza aver scorso un solo testo di matematica o geometria, vi costruisce, sulla sabbia, e risolve sotto gli occhi, il teorema di Pitagora. Sta già scritto: ma lui non lo sa. Inventa. È Pitagora. Il ragazzino (si fa per dire) della boxe è Zucchero. Tutto ciò che Robinson fa sul ring è utile, essenziale, senza una sbavatura, perciò bello. Tutto ciò che compie fuori dalle dodici corde fa pensare ad una elaborata cerimonia, ad un esorcismo. I capelli non sono crespi ma lucidi e lisci. Ha moglie e prole. Non è una mangusta né un bisonte, non è il toro del Bronx, è il nero Robinson. Ottimismo: statura: muscoli. L'America. Afferra l' dea del campione e subito la realizza.
Non ci sarà la mafia, dietro, osavo chiedere a Rosario Busacca. La mafia c'è dappertutto, mi rispondeva Busacca. Nel pugilato c'è sempre stata. Il grande campione, però, l'assorbe. La grande boxe ha fatto e fa giustizia da sé. Un giorno del 50, mi pare, Ray Sugar Robinson è sbarcato, da un aereo in Europa. Gli incontri in Francia e in Belgio: forse un match in Italia, che si svolgerà a Torino (sollecitato, correva voce, dal giovane Gianni Agnelli). Da un transatlantico vecchiotto, bianco come un iceberg, l'Augustus. Le gru depositano, intanto, una Cadillac, di un improbabile color lilla. La Cadillac raggiunse Robinson. La tournée prevedeva allenamenti in pubblico, in notturna. Che so, Robinson illuminato a giorno che salta alla corda, sul quadrato: che boxa con l'ombra, che fa punching ball. L'esercizio vale al botteghino una riunione, con tanto di biglietto. I due pugili che incontra non riescono a spiccicare un cazzotto. Sugar ha spesso l'aria di chi dice vedi potrei però mi astengo. Rosario Busacca lo va a vedere. Mi attendo che ci dica che, nel passato, c' è stato di meglio. Il famoso... torero morto di cui sopra. Armstrong il primo Louis, e altre stelle, il cui nome The Ring riporta. Rosario Busacca è troppo esperto per non afferrare il tono, il sapore di quei match. L'avere, mi racconta, implica il non dare o l'avere già dato. Robinson, qui, ha dato il minimo. Ma è bastato un niente per afferrare la sua classe. Il suo minimo è altissimo. Decide di farla finita e punge. Ha tirato un sol pugno. Un suono tremendo: un pugno che sfascia un' anguria. L'avversario non fa nulla. Non puoi colpire, del resto, ciò che non puoi vedere. Robinson è, per Busacca, il migliore.
Come costumava in quei giorni tutti i grandi campioni di passaggio in Italia facevano una visita in “Gazzetta”, in quel palazzotto di via Galilei, che è stato recentemente raso al suolo, onusto di storia dello sport. Dopo l'intervista a Busacca, Ray Sugar Robinson, sorseggiava un thé freddo. Un divo americano che tratta la gente con demagogica deferenza. Gli chiesero notizie di un arbitro che lo aveva provocato, provocando a sua volta il furore del pubblico. L'ultima esibizione, insomma, non era stata gloriosa. Una pattuglia di poliziotti aveva faticato a sospingere Ray Sugar Robinson al riparo, proprio sotto il ring. Robinson ascoltò: smise di sorridere. Un collega vostro, disse secco, mi ha insultato riferendo al mio procuratore che di fronte all'avversario sono riuscito solamente a ballare, non a boxare. Il problema più grave che ho dovuto risolvere, nell'occasione, è stato preliminare: la scelta dei pantaloncini: bianchi con la striscia rossa o rossi con la striscia bianca? Quanto all'arbitro, a quello ho risposto di persona. Voleva insegnare il regolamento a un campione del mondo. Umoristico.


“la Repubblica”, 14 aprile 1989  

Notizia. Una poesia di Giovanni Raboni

Giovanni Raboni
Solo qualche parola,
solo una notizia sul rovescio del conto
sbagliato dal padrone.
Forse è tardi, può darsi che la ruota
giri troppo in fretta perché resti qualcosa:
occhi squartati, teste di cavallo,
bei tempi di Guernica.
Qui i frantumi diventano poltiglia.
E anch’io che ti scrivo
da questo luogo non trasfigurato
non ho frasi da dirti, non ho
voce per questa fede che mi resta,
per i fiaschi simmetrici, le sedie
di paglia ortogonali,
non ho più vista o certezza, è come
se di colpo mi fosse scivolata
la penna dalla mano
e scrivessi col gomito o col naso.

Tutte le poesie, Einaudi, 2014

Politica e amore (Franco Fortini, aprile 1976)

Uno, che non è un ragazzo e ogni giorno si combatte la vita, è venuto a parlarmi di sue pene d’amore. È cosa tanto inconsueta, da meritare se ne discorra, credo, senza ironia. La nostra cultura non dà luogo all’amore infelice; dal secolo romantico ha accettato di occuparsi della sofferenza sentimentale imposta dalla società, ma si distrae dalla vista di chi ama non ricambiato. Eppure su quella situazione, in altri tempi, si sono costruite letterature intere. Gli antichi parlavano di follia. Noi facciamo quasi come loro. Diciamo che è sindrome nevrotica, da narcisismo gravemente regressivo, da mancato aggiustamento alla realtà. Le sofferenze di chi non è riamato, abbiamo tendenza a giudicarle indice di immaturità. I ciechi hanno fondate opinioni sugli orbi.
Non è un caso isolato. Ci sono nodi di affetti, luoghi e formule storiche delle passioni e della immaginazione, che stentiamo a ricostruire. Quelle pene d’amore abitano il museo del passato in compagnia del desiderio del chiostro, dell’idea di Arcadia, del patriottismo, che so, o della religione delle lettere. Ma chi ne ride ignora che la storia non rifiuta mai qualcosa per sempre e che l’unica memoria veramente necessaria è quella che esalta il nuovo nell’atto in cui vi riconosce i lineamenti dell’identico.
Intanto la «vecchia storia» di cui parlava Heine, dove uno ama una, che ama un altro, continua a «spezzare il cuore» alla gente; ma la gente non ne parla perché si sa riprovata. I giovani (come sempre) dalla realtà del cinismo borghese hanno assunto le parole del cinismo, le recitano e fingono di credere che l’amore sia una invenzione cristiano-umanistica, una trappola ideologica; onde, a chi ci casca, ben gli stia. Eppure il delicato fossile che uno, giorni fa, è venuto a porgermi, la situazione psicologica dell’amore non ricambiato, testimonia oggi di qualcosa di essenziale: «Nell’assurdità del rifiuto» (trent’anni fa scriveva Adorno) l’innamorato respinto «comincia a rendersi conto della non verità di ogni realizzazione puramente individuale». D’altronde, «chi ama in più si mette» (in una società fondata sul rapporto di scambio) «dalla parte del torto» e «degenererà in crudeltà possessiva o fantasia autodistruttiva».
Chi, per il non-riamato, parla solo di narcisismo vuole invero fargli accettare la legge della realtà ossia la realtà della legge fondata sul valore di scambio. Invece chi ama non solo vuol essere riamato ma, anche se non lo sa, vuol essere amato sempre e da tutti e dunque amare tutti e sempre. D’altronde, anche l’amore ricambiato e felice, se si accompagna alla secessione dal mondo, alla cosiddetta solitudine in due, se non osa rischiare il proprio piacere di fronte alla nemica «realtà» e al suo «principio», si condanna al deperimento. Abbiamo tutti sorriso, anni fa, degli amori che nascevano nelle occasioni «contestatarie»; ma avevamo torto. Il rapporto amoroso, che chiede il riconoscimento del sé più oscuro, e lo offre, tendeva a misurarsi immediatamente sulla propria socializzazione; anche se quella — per la sete di sacrificio e autonegazione che tormentava quei giovani — finì col configurarsi, paradossalmente, come una fuga dall’amore e dalla stessa identificazione di sé. (La dialettica è come il sole, se la guardi direttamente ti acceca ma se aspetti che passi viene notte.) Credevano di poter pervenire alla padronanza totale di sé prevista nel comunismo. Non sapevano che, nel comunismo, la padronanza di sé esiste negli altri e che il «controllo sociale» non è quello di un partito. Sono regrediti quasi sempre, senza saperlo, alla separazione fra volontà «razionale» e corpo-macchina che era stata la resezione chirurgica operata dall’illuminismo e dal sadismo borghesi, nel secolo XVIII.
In che senso «il respinto diventa uomo» (Adorno) e l’amore «sempre sciocco, ingannato, soverchiato» (Hólderlin) sia segno di una condizione non solo individuale; e perché nella concessione, come nel rifiuto, d’amore si celebrano la libertà e la grazia (ossia qualcosa che non può essere stabilito mai in diritto e in accordo): ecco una riflessione che potrebbe non essere inutile. Se i meccanismi dell’amore accordato o rifiutato sono quelli medesimi di ogni mancato riconoscimento o adempimento, allora bisogna onorare i giovani che negli anni Sessanta anche in forme inautentiche e disperate hanno cercato e osato socializzare nei loro gruppi i rapporti interpersonali. Anche quei loro errori sono stati infinitamente più ricchi della solitudine non voluta e della infelicità improduttiva. Non appena avremo il coraggio di affrontare sul serio il muro del rischio, anche dai modi di consumare felicità e infelicità bisognerà ripartire.
Chi era venuto a parlarmi era un operaio di fabbrica, immigrato dal sud, militante sindacale. «Dico che se vogliamo la felicità degli altri, dobbiamo poter volere anche la nostra», mi spiegava, dalla sua non speranza. Si poteva intendere che non chiedeva per sé altro che sostegno ad una identità vacillante e in pericolo: ma non fa questo anche la lotta operaia? Che altro è quel che chiamiamo solidarietà e unità? Lotta per un riconoscimento di tutti entro cui sia — non prima o altrove — il riconoscimento di lui, di me, di te.
Per tutta la vita, ora qua ora là, ho incontrato persone che questo avevano inteso: il riconoscimento non può mai avvenire direttamente, non è mai nato dalla volontà, la stretta anche più concorde di amanti beati può rilevarsi tormentosa e mortale se non ha l’arte di «produrre qualcosa con le capacità dell’altro» (Brecht); se non fa accrescere nell’altro (negli altri) capacità di svolgimento, di azione e futuro; contro un margine costante d’ombra e dolore, e guardandolo fisso.


“Corriere della sera”, 14 aprile 1976; poi in Insistenze, Garzanti, 1985

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