1.12.17

Greil Marcus e Ashley Kahn. Tutta la storia del rock (Riccardo Piaggio)


Capolavori, modernità e complessità di un fenomeno sociale, generazionale ed emotivo capace di cambiare il mondo

Il rock è morto. Ed è una buona notizia perché ora possiamo prepararci a gustarne capolavori e storia, senza sensi di colpa o collassi emotivi: di quelli che colpiscono al petto almeno una volta nella vita, quando qualcosa di nuovo e dirompente si affaccia alla nostra esistenza. È ciò che successe a David Lynch il 9 settembre del 1956, quando Elvis fece la sua prima apparizione all’Ed Sullivan Show; il giorno dopo milioni di americani cominciarono a modificare la propria percezione del mondo, cosi come lo conoscevano. Il visionario regista se le perse, ma quell’epifania mancata modificò anche la sua: «Nella mia testa fu un evento ancora più grande, proprio perché me l'ero perso». Poi arrivarono i Beatles, poi Dylan e con loro la compagnia cantante del rock. Ora che non possiamo più vivere l’epopea del rock (la Rock and Roll Hall of Fame coincidecon i cataloghi Tunes o Spotify), possiamo cominciare a raccontarcela. Due freschi, ottimi volumi disponibili in italiano per Il Saggiatore, ci offrono alcune tra le migliori narrazioni a oggi possibili su quello che fu un fenomeno sociale di portata amplissima, capace davvero d cambiare il mondo (senza Dylan, è un fatto non avremmo neppure l'iphone). Storia del rock in dieci canzoni di Greil Marcus e Il rumore dell'anima di Ashley Kahn sono una sorta d fenomenologia (il primo) e di epistemologia (il secondo) del rock, o meglio della sua narrazione. Che si manifesta a noi attraverso incontri e canzoni che non sono la solita playlist, ma compongono una architettura possibile ad uso del Grande ascoltatore.
Diversamente da Hobsbawn (che pone questa musica tra gli eventi cardine dell’età dell'oro del Secolo Breve), qui non si traccia il contesto storiografico dell'epopea del rock; diversamente da Middleton, qui non si dipinge l’epopea sociale della popular music. Marcus, critico musicale, è il maggior biografo di Bob Dylan e ha composto la monumentale Like a Rolling Stone: Bob Dylan, una canzone per l’America (Donzelli, 2005): tra i volumi non tradotti, recentemente ha riscritto una curiosa storia dell’America, attraverso tre brani di altrettanti folksinger, esecuzioni lontane dal mainstream ma niente affatto marginali, I Wish I Was a Mole in the Ground,” (Bascom Lamar Lunsford's. 1928), Last Kind Words Blues (Geeshie Wiley’s, 1930) e Ballad of Hollis Brown (Bob Dylan, 1964). Da parte sua Kahn ha dedicato due strepitose monografie ad altrettanti capolavori del novecento, non solo musicale, Kind of Blue di Miles Davis e A Love Supreme di John Coltrane. Marcus ricorda da subito, citando un colloquio tra lo scrittore e autore televisivo Bill Flanagan e Neil Young, quale sia l’essenza del rock: «L'unica cosa che il rock ’n' roll non ha preso dal country e dal blues è la percezione delle conseguenze. Nel country - e nel blues -, se scatenavi l’inferno il sabato sera, poi la pagavi la domenica mattina quando ti trascinavi in chiesa. O quando non ti ci trascinavi». «Vero» risponde il musicista. «Il rock ’n’ roll è un abbandono senza freni. Il rock ’n' roll è la causa di country e blues. Country e blues sono venuti prima, ma l'origine del rock ’n’ roll è disseminata nel corso degli eventi».
Il volume non segue il calendario, ciascuna delle dieci canzoni viene raccontata ricomponendone i pattern essenziali. Quella di Marcus non è una Topto, né una guida all'ascolto; racchiude un’idea di quali possano essere i semi da cui si sono cresciuti i rami del rock e da cui si sono sviluppate, in profondità, le sue radici. L’elenco è breve e va citato per esteso: Shake Some Action (The Flamin’ Groovies), Transmission (Joy Division), In the Still of the Nite (Five Satins), All I Could Do Was Cry (Etta James), Cryng, Waiting, Hoping (Buddy Holly), Money, that’s What I Want (Barrett Strong), Money Changes Everything (The Brains), This Magic Moment (The Drifters), Guitar Drag (Christian Marclay), To Know Him Is to Love Him (The Teddy Bears).
Una buona metà di queste erano ascoltabili già prima dei Beatles e di Dylan; la cosa ha un senso, intanto perché Marcus (69 anni) le racconta con lo sguardo e le orecchie del bambino prima e dell'adolescente poi (è questa la vera età del rock), ma soprattutto perché offre a noi, lettori-ascoltatori, un piccolo privilegio; quello di osservare, anche grazie ad una fluida prosa tra reportage e memoir, la modernità e la complessità di brani che molti percepiscono come primitivi e ingenui. Non ci fa forse tenerezza il doo-wop di In the Still of the Nite rispetto ad esempio ai Radiohead?
Ebbene, l'evoluzionismo non esiste, in musica. Semmai, può essere vero il contrario. E ci disvela un equivoco lungo mezzo secolo: il rock non è (solo) un fenomeno sociale; non è nemmeno, principalmente, una questione musicale o poetica (tutto sta nell'intenzione; provate ad assistere ad una esecuzione di una qualunque ballata di Dylan eseguita da un'orchestra di liscio, e viceversa). Il rock è una faccenda emotiva. E generazionale. Sono gli occhiali a bassissimo costo che ci promettono di vedere il mondo a raggi X. E ce lo fanno vedere, fintanto che lo vogliamo.
Anche il viaggio di Kahn parte dallo sguardo di un adolescente. Quello sguardo (era il 1976) si posa su Dylan. Sulla ballata Lily, Rosemary and the Jack of Hearts. L'articolo è il compito in classe di un sedicenne. Il primo dello scrittore che compone in questo volume, voluto proprio dall'editore italiano (cosa rara), la sua personalissima epica in una raccolta di oltre sessanta articoli che coprono quarant’anni di ricognizioni nell'immaginario del jazz, del folk, del blues e del rock. La raccolta ha la coerenza del memoir, e lascia una gradevole e fresca traccia sin dalle prime righe, là dove garbatamente si propone un possibile decalogo del giornalista musicale (che nei Paesi anglosassoni è altra cosa dal cronista, o dall’opinionista musicale). Ma quello che davvero conta Kahn lo lascia fuori dalla breve summa. Si tratta una citazione di Robert Christgau: «Una buona scrittura musicale prima di tutto è buona scrittura», a cui ne segue una seconda, di Anthony Curtis, che suggerisce efficacemente il paradossale spartiacque tra critica (e giornalismo) musicale da una parte e opinione (o cronaca) musicale dall'altra; «A differenza di molti miei colleghi, stroncare artisti o album non mi esalta. Se non mi piace qualcosa, preferisco non parlarne».


“Il Sole 24 Ore”, domenica 30 luglio 2017

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