3.11.17

Dalida. Il guardaroba di un mito (Leonardo Martinelli)

Parigi
Nel tardo pomeriggio, quello stupido e malinconico 3 maggio 1987, la sua domestica la ritrovò senza vita, all’11 bis di rue d’Orchampt, la casa di Dalida sulla collina di Montmartre. Aveva 54 anni. Indossava un pigiama e una vestaglia di seta bianca. La sera prima si era riempita la bocca di barbiturici. Sono trascorsi trent’anni. Dalida era all’apice della sua carriera. Cantante acclamata, era nata da una coppia di calabresi emigrati al Cairo. E aveva raggiunto il successo a Parigi, dove andò a vivere ad appena 21 anni, per poi dividersi tra Francia e Italia (500 canzoni registrate in francese, 200 in italiano e 200 in altre cinque lingue). Tra la fine degli anni 50 e il decennio degli 80 è passata da un repertorio melodico puro a uno disco, transitando anche attraverso la collaborazione con alcuni cantautori italiani, come Luigi Tenco (memorabile la sua interpretazione di Ciao amore ciao) e Piero Ciampi (La colpa è tua). Fino alla fine parlò francese con un marcato (e coltivato) accento italiano.
E da diversi giorni, da quando la mostra Dalida: une garde-robe de la ville à la scène è stata aperta, la fila davanti al palazzo Galliera, il Museo della moda della città di Parigi, si allunga inesorabilmente fuori dal cortile. In mostra c’è il suo guardaroba. «Non si è mai separata dai propri abiti», racconta Sandrine Tinturier, curatrice dell’esposizione, «come fosse un diario personale». 150 vestiti e tanti accessori (anche gioielli e occhiali), che Orlando, fratello di Dalida (e a lungo suo produttore), ha donato alla capitale francese. «Dalida – continua Tinturier – era affascinata dalla moda, ma senza esserne vittima. E non si è mai fidelizzata a un unico stilista». Poteva indossare, non solo nella vita di tutti i giorni ma pure sulla scena, anche un vestito comprato in una qualsiasi boutique di Roma o in un mercato in Turchia. Libera, sempre. Per quello sono così numerosi ad attendere fuori dal palazzo Galliera? Il mistero del suo mito?
Nel 1958 cantava Bambino all’Olympia. E indossava un abito di velluto rosso, come il sipario di un teatro: la mostra inizia con quello. Le foto ai muri ricordano che allora Dalida era bruna. Quel vestito, disegnato da Jean Dessès, di origini egiziane come lei, rifletteva il modello della star dal sapore hollywoodiano, con il vitino di vespa e il décolleté generoso. Accanto altri, color pastello, di Jacques Esterel, influenzati dal New Look di Christian Dior.
Nel 1963 l’artista divorziò da Lucien Morisse, il talent scout che l’aveva lanciata a Parigi, e si trasferì nella casa a Montmartre (proprio quella lì). L’anno dopo divenne bionda. «Quando il repertorio cambia e quando la sua vita cambia – aggiunge la curatrice – anche gli abiti cambiano». Lo stilista che riuscì a capire l’evoluzione (anche personale) dell’artista fu Pierre Balmain: il look divenne meno spensierato, più francese e raffinato. Il 27 gennaio 1967 Dalida trovò il corpo di Luigi Tenco, suicida, nella stanza di un albergo di Sanremo. In seguito iniziò a presentarsi in tv e nei teatri con quegli abiti tunica lunghi di Balmain, rigorosamente bianchi, ieratici, con decorazioni (fili d’argento, perle) intorno alla scollatura: una «Fedra moderna», scrivevano sui giornali.
Nella vita di tutti i giorni, si convertì al genere post ’68, hippie, dalle contaminazioni folk ed etniche. Non erano capi necessariamente firmati, ma cominciò ad acquistare nella boutique Rive Gauche di Yves Saint Laurent. «Lo stilista non riuscì mai a incontrarla – precisa Tinturier – e ne soffriva rispetto a chi aveva questo privilegio, come Loris Azzaro». Suo è un abito lungo argentato in mousseline di seta ricamata, con paillettes di plastica, utilizzato a più riprese negli anni Settanta, quando le canzoni di Dalida diventeranno disco. Del 1980, invece, è in mostra un insieme tutto strass, paillettes e piume di struzzo, quando Dalida ormai si era inserita in quel tunnel di rappresentazioni tra lo show all’americana e il music hall, che contaminavano pure l’Europa.
Negli anni Ottanta, nel quotidiano, opterà spesso per il cuoio e le spalline, vedi i giacconi di Jean-Claude Jitrois. Ma vagherà anche altrove, come l’abito rosa pallido indossato nel 1981, per l’insediamento di François Mitterrand. «C’era come un’esitazione – conclude Tinturier – l’evoluzione di una donna che non sa più così bene cosa porterà a cinquant’anni». Nel 1986 apparirà con un vestito nero e un foulard per nascondere i capelli nel film Il sesto giorno di Youssef Chahine, povera e coraggiosa donna egiziana. Pochi mesi dopo se ne andrà, indosso un pigiama e una vestaglia di seta bianca.


“pagina 99”, 12 maggio 2017

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