13.8.17

L'Apollo del Pireo (Cesare Brandi)

Per uno di quegli scavi utilitari, fogna o scarico che fosse, quattro anni or sono, al Pireo, vennero fuori tre statue di bronzo. Tre statue che certo non dovevano star lì, ma lì erano state abbandonate, forse al tempo della prima spoliazione di Atene fatta da Silla, forse dopo. Un ritrovamento di statue bronzee greche è un fatto più che raro. E intanto dà la quasi certezza di trovarsi di fronte a degli originali. La scultura in bronzo era la più pregiata, e per la possibilità di riutilizzazione del metallo non è da meravigliarsi che fosse la prima a scomparire. A salvarsi, sono stati soprattutto piccoli bronzi o frammenti isolati, ma grandi statue intere sono rarissime, anche per l’epoca romana. Quelle trovate al Pireo erano grandi statue, e la più antica è addirittura un bronzo della fine dell’arcaismo, il più grande bronzo, fuso a cera perduta, che di quell’epoca ci sia rimasto. Gli altri due non sono esposti, pare che siano ancora nel bagno che li deterga dalle incrostazioni; ma l’Apollo nudo è già collocato nel Museo Nazionale di Atene.
È quasi perfettamente conservato; alcune fenditure non offendono la vista né l’interezza dei volumi né la nettezza dei profili. La testa fa l’impressione che sia un po’ rincagnata; ma forse non è così, e rientra nelle particolarità inattese di questo Apollo che beatamente sconvolge tutta una cronologia, che sembrava pacifica, per la scultura arcaica greca. La quale è pensata, dagli archeologi, con una gradualità che, soprattutto per queste figure stanti di giovani nudi, i kouroi, nei quali rientra anche l’Apollo del Pireo, sembrava non potere subire deviazioni, tanto docilmente tali figure di atleti si susseguivano luna all’altra, sempre con qualcosa di più morbido e avanzato rispetto al precedente.
L’Apollo del Pireo, invece, s’introduce a sorpresa in quel mondo ordinato, sicché, per quanto già riprodotto e diffuso, non è stato ancora scientificamente pubblicato. Sta, al solito, con un piede avanti e uno indietro, ma a cominciare da quei piedi, sembra che la squadratura volumetrica a cui ci ha avvezzati la scultura del secolo VI, abbia ricevuto qui come una imburratura. Imburrato, nella sua splendida patina di malachite, fluente, come se la cera perduta avesse trasmesso al bronzo il gusto di una morbidezza che al metallo non compete. E su su, questa inattesa rotondità delle forme continua a rivestire una struttura che è ancora, al di sotto, quella a facce della scultura arcaica. Né colpisce meno il fatto del contorno lineare. Le altre statue stanti, che siano maschili o femminili, hanno in comune con la pittura vascolare il fatto che la linea di contorno, che le definisce, è aderente più di un guanto, le ritaglia nettamente come sagome contro luce. Ciò che è più comprensibile, forse, per la pittura dei vasi a figure nere, ma si produce in realtà, in modo identico, anche nelle statue a tutto tondo, oltre che in bassorilievo. La linea di contorno isola, immunizza la figura dall’ambiente; si richiude, si ribatte per così dire, sulla figura. Per questo, se si guardi uno dei kouroi che dal secolo VII si scalano prima dell’Apollo del Pireo, se si guardi, diciamo, il profilo delle gambe, si vedrà che non c’è intacco nel risalire dal polpaccio al ginocchio. Una stessa continua linea di contorno avvolge gli arti; come senza staccare la penna. NellApollo del Pireo si osserva certo una splendida continuità di linee, ma questa continuità non si conduce sul limite esterno fra statua e spazio-ambiente. Lì anzi, si rompe e si riprende, con intagli sinuosi, mentre sulla superficie del corpo, le varie linee si perdono e raffiorano come un intreccio di vene. E questo davvero è un fatto che stilisticamente anticipa più di cinquantanni, se si vuole tenere la datazione, per noi ingiustificabile, al 530-520 a.C.
L’Apollo del Pireo non è una statua propriamente arcaica, ma è, con delicatezza sorniona, arcaizzante, come, ma in altro senso, le statue dei frontoni di Olimpia. Quando l’Apollo del Pireo fu modellato, molte cose erano già accadute, sicché è infinitamente più distante dal kouros del Dypilon che da Mirone. Basta ricordare quella mano del kouros del Dypilon, geometrizzata come un prisma, e come, via via, a un prisma, continuino ad adeguarsi le mani chiuse, talmente egizie, anche degli altri kouroi più recenti. A un tratto, questo Apollo del Pireo osa alzare le braccia, da rigide e distese lungo i fianchi come avrebbero dovuto essere, e muove in avanti la nocca dell’indice destro, rompendo l’unità bloccata del pugno chiuso. Sicché quella nocca che sporge, sembra che sporga dal pelo di un’acqua cristallina, tanto rigorosa, presente e sottintesa resta la guaina che geometricamente contiene la figura. È come un verso ipermetro, è come quando un cavallo che va al trotto stacca il galoppo: rompe, si dice allora, e così quella nocca rompe l’involucro della statua. Ma felicemente, ma degnamente. E la formula ripresa per rinsanguarla, per ridare un significato a parole che, nella ripetizione, si erano consunte e l’avevano perso. Tutta la figura acquista allora il suo significato vero: anche la testa, quei riccioli, quasi appena sbozzati, gli orecchi che non si rifiutano minute circonvoluzioni naturalistiche. Gli occhi, certo, rimangono sgranati e stupefatti, quasi dedalici, ma il sorriso non regge più la smorfia stereotipa e sembra stampigliarsi a malavoglia.
Per non dire poi del torso, dove il modellato disfà le ragioni anatomiche, le assorbe in una gradualità luminosa che è come se la luce, simile a un velo d’acqua, vi scorresse sopra.
Quindi, non solo è una statua rara, ma ci restituisce un momento importante di una civiltà altissima che non era né poteva essere unidirezionale, e in cui è errore pensare all’arcaismo come a un passaggio di stagione, una naturale fase di crescita, crescita irreversibile, come è irreversibile la pubertà sull’infanzia. L’arcaismo fu scelta e libera scelta: in quanto tale non veniva soppresso di colpo dal fatto che collateralmente si maturasse una diversa scelta stilistica e si dilatasse oltre l’involucro della figura la spazialità che prima vi rimaneva dentro come a tenuta stagna. L’autore dell’Apollo del Pireo sentì questa direzione nuova e investì cautamente, come un sudario di luce, le forme sfaccettate che erano proprie dell’arcaismo, e che ancora rappresentavano la gelosa realtà dell’immagine di contro a quella della cosa viva.

Da Viaggio in Grecia, in “Terzo programma. Rivista trimestrale”, ERI, 1965,IV, ora in Viaggio nella Grecia antica, Bompiani, 2011

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