16.8.17

Da Rizzotto a Sciascia, a Fava, a Luzi. Un libro su teatro e mafia (Osvaldo Guerrieri)

Una immagine de "Il fiore del dolore", il dramma di Mario Luzi dedicato a don Puglisi (2003)
Un giorno la mafia sarà battuta, vaticinava Giovanni Falcone con lottimismo dei giusti. Una strage dopo l’altra, un appalto sporco dopo l’altro, vediamo tutti la brutta piega che hanno preso le cose. La mafia strangola la vita civile e politica, inquina la finanza e, con le sue metamorfosi, allontana la visione di quel desiderato epilogo. Se è impossibile prevedere quando finirà, è facile però dire quando è cominciata questa storia partita dalla Sicilia. Era il 1861, anno dell’Italia unita, anno in cui l’attore e drammaturgo Giuseppe Rizzotto completava il terzo atto de I mafiusi e consegnava al nuovo Stato un sostantivo che nessuno sapeva come interpretare. Perfino quel fine etnologo di Giuseppe Pitrè si scopriva disarmato. Come poteva tradurre mafiusu? Optò per «coraggioso». Solo Filippo Antonio Gualtieri, prefetto di Palermo, spazzò via le pagliuzze linguistiche e parlò di «associazione malandrinesca». La tragedia poteva cominciare. Tragedia assoluta.
Quante facce avrebbe avuto? E quante fasi attraversato o addirittura modellato? La risposta è nel saggio di Andrea Bisicchia Teatro e Mafia, Docente all’università di Parma e alla Cattolica di Milano, Bisicchia ha studiato la drammaturgia di Pirandello, di Eduardo, di Fo e, da archivista implacabile, ha illustrato i rapporti del teatro con il sacro e con la scienza. Adesso colma un vuoto e, insieme, racconta una storia artistica che si lega come un’ombra alla storia criminale che la ispira. Bisicchia comincia dalla commedia di Rizzotto e dal suo successo tanto clamoroso e provocatorio da indurre nel 1966 Leonardo Sciascia a tradurre il testo in lingua per il Piccolo di Milano. Ma più che tradurre Sciascia riscrisse il secondo atto e reinventò il terzo. L’operazione, ripresa poi dallo Stabile di Catania, mostrava una verità: se l’impianto teatrale pervadeva la narrativa di Sciascia, al momento di affrontare il palcoscenico si rivelava insufficiente. Lo si vide con il dramma L'onorevole, che non riuscì neppure ad andare in scena. Cosa che non era accaduta all’Eduardo del Sindaco del rione Sanità e neppure, inaspettatamente, a don Luigi Sturzo che nel 1900 con il dramma La mafia aveva fatto esplodere il rapporto tra malavita e politica.
Diversi nella caratura, sono innumerevoli gli autori che passano al vaglio storico-critico di Bisicchia. Per esempio il fondamentale Giuseppe Fava, divenuto con La violenza e con L'ultima violenza un accusatore irriducibile di Cosa Nostra, che lo uccise nel 1984 sulla soglia del Teatro Stabile di Catania. Non può mancare Mario Luzi che con Il fiore del dolore ha portato in scena allo Stabile di Palenno il martirio di don Puglisi, prete coraggioso del quartiere Brancaccio. Luzi aveva composto un’opera di poesia sullo schema di Assassinio nella cattedrale di Eliot e il suo poema drammatico, partendo da quel brutale fatto di cronaca, si risolveva in una meditazione sull’uomo e la fede. 
Intravediamo così le varianti che il fenomeno mafioso è riuscito a provocare passando attraverso il teatro-inchiesta e il teatro-cronaca. La spinta a raccontare e ad interpretare non si è mai arrestata. Oggi è perfino un tema à la page. Basti dire quanto posto occupi la mafia nell’opera della nouvelle vague teatrale, da Ruggero Cappuccio a Emma Dante a Roberto Cavosi a Roberto Saviano. E’ un lume in piena. Finirà? Certo. Basterà aspettare che la mafia venga battuta.

"La Stampa - Tuttolibri", 22 ottobre 2011

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