26.4.17

Letteratura erotica. Cinquanta sfumature di D. H. Lawrence (Tiziana Lo Porto)

Un quadro di D.H.Lawrence
«Quel che pornografia e oscenità sono dipende, come al solito, interamente dall’individuo. Ciò che per uno è pornografia, per un altro è la risata del genio». Iniziava così la difesa dalle accuse di oscenità e pornografia scritta da D.H. Lawrence nel 1929 all’indomani dello scandalo e delle polemiche suscitate da una mostra di suoi quadri alle Warren Galleries di Londra. La difesa era un veloce e intelligente saggio dal titolo Oscenità e pornografia e insisteva sulla libertà dell’individuo di decidere rispetto alla folla cosa fosse pornografico e osceno e cosa no.
Censurati, processati, mandati al rogo, i romanzi di Lawrence ritornano oggi ad affollare gli scaffali delle librerie a fianco di recentissimi best seller che come unico comun denominatore con L’amante di Lady Chatterley o L’arcobaleno hanno l’appartenenza all’oggi più che mai vasto e vario genere letteratura erotica.
Per avere un’idea di cosa sia letteratura erotica sarà a fine novembre in libreria l’accurata Guida alla letteratura erotica. Dal Medioevo ai nostri giorni di Alessandro Bertolotti (Odoya), utile volume illustrato che fornisce un’affollata panoramica delle opere più importanti, in prosa o versi, mostrando sottogeneri, affinità e correnti. La guida cita tra i romanzi più recenti gli ottimi Camere separate di Pier Vittorio Tondelli, Scritto nel corpo di Jeanette Winterson e Una casa alla fine del mondo di Michael Cunningham, per poi proseguire con una carrellata sulle origini della letteratura omosessuale e su un’ancora più recente letteratura transgender.
Più vasto è lo scenario attuale, ampliato negli ultimi anni dalla comparsa di best seller erotici da centinaia di milioni di copie. Tra tutti: la trilogia di Cinquanta sfumature di grigio di E.L. James con 125 milioni di copie vendute nel mondo e più di 5 milioni solo in Italia. Il successo di James ha generato un’infilata di volumi che, pur non raggiungendo il venduto della trilogia, si presentano come varianti della fortunata serie, e la nascita o il rilancio di case editrici (dalla Borelli Editore alla Lite Edition) e collane (Sperling Privé di Sperling&Kupfer e Hot secrets di Mondadori) che pubblicano libri hard.
Contemporanei, e sicuramente più validi, sopravvivono romanzi e racconti che fanno dell’erotismo valore aggiunto e non solo espediente per sedurre le masse. Tra i migliori ci sono la raccolta di racconti di Mary Gaitskill Oggi sono tua (che include il racconto Segretaria da cui è stato tratto il film di Stephen Shainberg Secretary), La casa dei buchi di Nicholson Baker, Carne viva di Merritt Tierce. Tutte storie più erotiche che pornografiche, per quanto sia difficile delineare la frattura tra erotismo e pornografia (in letteratura, nel cinema, nella vita), lasciando aperta la domanda: cosa distingue l’erotismo dalla pornografia? Uno dei tentativi di risposta più brillanti sull’argomento è dello scrittore americano Neil Gaiman, che in prefazione alla magnifica opera a fumetti in tre volumi di Alan Moore e Melinda Gebbie Lost Girls scrive: «Il confine tra pornografia ed erotismo è ambiguo, e cambia a seconda del punto di vista. Per alcuni forse dipende da cosa ti eccita (ciò che per me è erotico, per te è pornografico), per alcuni è una questione sociale (vale a dire l’erotismo è la pornografia per ricchi). Forse ha anche a che fare con la distribuzione – la pornografia in rete è indiscutibilmente porno, mentre un’edizione a tiratura limitata, su carta avorio, comprata da esperti, divisa e rilegata in volumi costosissimi, non può che essere erotica».
Illuminante sull’argomento, parlando di film e non di letteratura, anche il regista Michael Winterbottom che nel 2004 decise di girare il film 9 Songs per colmare quella che a suo avviso era una immotivata lacuna del cinema romantico e sentimentale. Così in un’intervista rilasciata nel 2005 alla Bbc: «Uno dei punti di partenza di 9 Songs è stato: perché nei film il sesso non si vede? Moltissimi film sono storie d’amore, perché non raccontare una storia d’amore mostrando due persone che fanno l’amore? Perché si evitano le scene in cui due persone fanno l’amore se è una storia d’amore?». La letteratura, che racconta a parole e non mostra per immagini, dovrebbe essere per sua natura più incline al sesso del cinema, rischiando meno la squalifica nel ghetto porno, anche se di censure e roghi è costellata la storia del romanzo.
Di D.H. Lawrence venne bruciato L’arcobaleno, oggi riconosciuto come il suo romanzo migliore, e fin tanto che era in vita i suoi romanzi vennero disprezzati dalla critica, evitati dal grande pubblico, e accettati come capolavori della letteratura del Novecento solo parecchi anni dopo la sua morte. Lawrence non usava il sesso a fini commerciali, ma per necessità, perché non avrebbe potuto fare altrimenti, perché quelle scene lì erano cuore e motore delle sue storie, degli eventi che raccontava, dei suoi personaggi, realistici e vivi. Nel breve saggio D.H. Lawrence scritto due anni dopo la morte dello scrittore, l’allora ventinovenne Anaïs Nin (una delle poche che, malgrado la giovane età, abbia riconosciuto sin dall’inizio la grandezza di Lawrence) insiste sulla fisicità della scrittura. Nin individua nei romanzi e racconti dello scrittore inglese un linguaggio fisico e una parola fisica, che mette il corpo prima di ogni altra cosa. L’erotismo, grazie ad autori come Lawrence e Nin, non viene più usato per scandalizzare ma per conoscere. L’esplorazione ed espressione della sessualità rende più consapevoli di quanto non riesca il ragionamento o la scrittura.
Scrive ancora Lawrence nella poesia Il sesso non è peccato...: «Non strappatelo fuori da tali profondità frugando con la sconcezza della mente, non tastatelo e non forzatelo, non infrangete il ritmo ch’esso mantiene quand’è lasciato a sé, nel muoversi e svegliarsi e dormire». E Nin, sempre nel saggio D.H. Lawrence: «Egli scoprì che il corpo aveva i propri sogni, e che ascoltando attentamente questi sogni, arrendendosi a essi, si poteva evocare il genio».


Pagina 99, 28 novembre 2015

Burri a Gibellina. Ritorno al Grande Cretto tra le crepe della memoria (Andrea Cortellessa)

Il Grande Cretto di Gibellina fotografato nel 2014 da Marzia Migliora (Progetto "Aqua Micans")
È l’estate del ‘79. A undici anni dal terremoto che il 15 gennaio 1968 ha distrutto Gibellina, il padre-sindaco comunista della città, Ludovico Corrao, che ha avuto l’idea visionaria di chiamare i grandi artisti del presente per far risplendere la città nuova – un’astronave modernista inopinatamente atterrata nel paesaggio ancestrale della Valle del Belìce –, riesce a farci venire il più grande di tutti. Muto come sempre, Alberto Burri percorre i viali metafisici di quella Brasilia ancora incompiuta (e che tale resterà sino ad oggi), di quel museo a cielo aperto – la Stella di Pietro Consagra alle porte della città, la chiesa sferica di Ludovico Quaroni, le mura di ceramica colorata di Carla Accardi. I silenzi di Burri sono famigerati, ma questo pesa come un macigno. Poi a qualcuno viene in mente di portarlo a Gibellina Vecchia, a 18 chilometri di distanza. Le macerie del terremoto sono restate lì, lutto che non si può elaborare. A quel punto qualcosa, dentro di lui, finalmente si muove. Torna a Città di Castello e, due anni dopo, deposita a Palazzo Albizzini il suo progetto. Un’opera di proporzioni gigantesche. Quasi 90 mila metri quadrati di cemento bianco da far colare sopra le macerie di Gibellina Vecchia, per uno spessore di circa un metro e sessanta. Un enorme rettangolo irregolare, 270 metri per 310, percorso da scanalature larghe un metro, che seguono il tracciato delle strade sepolte. Vista dal basso, sarà una città fantasma. Visto dall’alto, con lo sguardo dal di fuori degli alieni o degli dèi (del quale in quel 1981, proprio, scriveva Alberto Boatto), sarà – semplicemente – il Grande Cretto.
Corrao trattiene il fiato. Come realizzare una simile impresa? Con la sua proverbiale ostinazione, dal 1985 al 1989, un po’ alla volta procura i fondi che, tessera dopo tessera, consentono di realizzare parte dell’immenso mosaico. A un certo punto, a dare una mano, arrivano le ruspe dell’Esercito; segue i lavori l’architetto Alberto Zanmatti. Nel maggio del 1987 Burri torna a Gibellina. In una foto di Vittorugo Contino lo si vede scendere dall’auto di Corrao; per la prima volta vede il Cretto, riflesso sui suoi occhiali. La sua espressione è indecifrabile come sempre, ma un sorriso gli sfiora le labbra. È chiaro, però, che l’opera non verrà mai completata. Almeno non la vedranno compiuta né Burri (che muore nel ‘95) né Corrao. Che nell’estate del 2011 fa una fine tragica, sgozzato dal suo badante bengalese. A caldo un altro suo complice, Emilio Isgrò, scrive un poemetto che si conclude con queste parole: «Non t’ha ucciso Sayfùl, non t’ha ammazzato l’aria. / T’ha ucciso la Sicilia per conto dell’Italia».
Alla gola dell’utopia, quella coltellata è durata vent’anni. Nel ‘94 Corrao non viene rieletto sindaco ma già da un pezzo quelle risorse, che una volta riusciva ad attirare, si sono volatilizzate (Gibellina Nuova, per scelta misteriosa del governo nazionale, è stata costruita su terreni dei cugini Salvo. E sono questi gli anni in cui, sulla Sicilia, il potere mafioso si stringe più che mai). Non solo non si completano le architetture previste dal piano urbanistico (che nel frattempo si coprono di ruggine) o almeno il Grande Cretto (che s’ingrigisce, s’ingobbisce, si squarcia), mancano i soldi per la manutenzione di quelle che ci sono, o per tenere aperto il Museo d’Arte Contemporanea dove risplendono – o meglio risplenderebbero, visto che è chiuso da più d’un anno – Schifano e Boetti, Scialoja e Melotti. Le Orestiadi sono un’altra grande idea di Corrao: che dal 1981 chiama i più grandi teatranti del mondo, d’estate, a esibirsi proprio sul Cretto.
Qui vanno in scena L’Orestea di Gibellina di Isgrò, colle scene di Arnaldo Pomodoro, Le troiane di Euripide per la regia di Thierry Salmon. Ma, lamenta da anni l’arabista Francesca Corrao (la figlia di Ludovico che ne presiede il comitato scientifico), come il Museo e la Fondazione Orestiadi, abbandonati dalle istituzioni, sempre più rischia di diventare una scatola vuota.
Proprio il Vuoto è il demone che insidia Gibellina. Il suo sogno, la sua utopia, le sue aporie. Diceva Burri (lo riporta Giuliano Serafini): «Se non si è capaci di dipingere grande, non si è pittori. Klee e Licini, per esempio, bravi e poetici, non c’è che dire, ma “leggerini”». E ancora: «La misura di una forma è la misura di quella determinata forma». Il Cretto deve essere Grande. Se lo vedi, dal basso come dall’alto, la vastità della concezione – la sua portata simbolica (dove del sostantivo si recuperi la lettera) – è qualcosa che ti lascia semplicemente senza fiato.
Ora, se sei il visitatore di un giorno, senza fiato ci resti (forse) volentieri. Ma se invece lì ci vivi? Il rapporto dei gibellinesi colla città nuova, e con lo stesso Cretto – scenari troppo vasti e metafisici, troppo alieni – è quantomeno ambivalente. Se da Gibellina Nuova chiedi la strada per il Grande Cretto, può darsi che ti dicano che non la sanno (e, se non ti ci accompagnano, arrivarci è una piccola impresa). La musica cambia se dici che vuoi andare a Gibellina Vecchia. Una volta ho ascoltato Franco Purini (al cui progetto si deve il Sistema delle piazze) dire più o meno: può darsi che ai gibellinesi che hanno vissuto nella città vecchia la nuova appaia estranea. Ma come doveva sembrare l’architettura barocca, ai Siciliani d’Oriente, dopo il terremoto della Val di Noto del 1693? Eppure per noi, oggi, le volute di quel marmo bianco rosato dal sole sono la Sicilia più Sicilia che c’è…
Chi l’ha spiegato meglio di tutti è stato un geografo che capiva l’arte e la poesia, Eugenio Turri. Il paesaggio non è natura allo stato puro, wilderness. È invece natura umanizzata: nella quale l’uomo vive e opera. Il paesaggio è un testo: per la precisione, dice Turri, un testo teatrale. Che vive solo nelle sue interpretazioni: restando sempre se stesso ma anche modificandosi, di volta in volta, nella sensibilità di chi lo abita. Come un testo teatrale, non ha senso lasciarlo ad ammuffire nel cauteloso rispetto dei conservatori; così come interpretazioni troppo disinvolte – che non serbino cioè memoria del suo senso originario, delle interpretazioni che si sono succedute nel tempo e che nel tempo lo hanno arricchito – rischiano di obliterarlo. Cioè di distruggerlo.
Non è un caso dunque: né che sul Cretto si sia per anni tenuto uno dei maggiori festival teatrali, né che il Cretto lo abbia concepito chi da qualche tempo aveva preso a lavorare per il teatro. L’idea dei Cretti (composti di materiali che essiccandosi fessurano la superficie), ha raccontato Burri, gli era venuta mentre viaggiava nel deserto americano; per la precisione, nella Valle della Morte (già). Ma il primo fu, nel ’72 all’Opera di Roma, per il balletto November Steps, musica di Toru Takemitsu e coreografia di Minsa Craig (che Burri aveva sposato nel ‘55). L’anno dopo il Teatro Continuo a Parco Sempione, a Milano, si chiamerà così perché, dismesso come spazio scenico, sopravviverà come forma autonoma.
Neppure il Grande Cretto è una forma univoca. Come ogni grande opera è viceversa uno schermo: sul quale ciascuno di noi proietta se stesso. Non un dato, bensì un processo: appunto un teatro. Per questo forse Burri accettò che lo si mettesse in cantiere senza garanzie che venisse completato. E per questo disse a Corrao che l’ideale sarebbe stato che fossero gli stessi gibellinesi a realizzarlo. Il restauro più giusto, a trent’anni da quella prima colata di cemento, sarebbe allora quello partecipato: in cui la cittadinanza si riunisca una volta all’anno per commemorare i propri morti dando una mano di calce su questo che altro non è – e loro lo sanno benissimo – che un immenso e crudele e spaventoso e disumano, e umanissimo, monumento funebre. Così dice oggi un intellettuale gibellinese, Nicolò Stabile, che da qualche anno – dopo aver girato il mondo producendo spettacoli teatrali per le maggiori compagnie d’Europa – è tornato a casa con in testa un’idea precisa, che persegue colla stessa ostinazione maniaca di Corrao: riportare in vita il Cretto, farlo finalmente riconciliare colla comunità alla quale appartiene. Nel 2010 Stabile lancia un appello, firmato da un centinaio di personalità dell’arte e della cultura e consegnato alla Regione e al ministero dei Beni Culturali. Per il restauro il ministero stanzia un milione e 100 mila euro, e la scorsa primavera viene inaugurata la prima tranche: il completamento della parte incompiuta. Solo che ora il Cretto è bicolore. Per un quarto è bianco, liscio e uniforme, come l’aveva pensato Burri; per tre quarti grigio e rugoso, bitorzoluto, abbandonato nello stato dell’ultimo ventennio. Dagli spacchi cresce una vegetazione spontanea, dal piglio tenace e sottilmente ironico. Stabile lavora a un documentario, sul Cretto; ho visto in anteprima le interviste agli amici di Burri, Zanmatti, Lorenzo Fonda… tutti d’accordo su quanto lo offendano le pale eoliche che ora cingono d’assedio il sito. Ma cosa avrebbe detto, Burri, di un Cretto bicolore!

Il suo bianco è squillante, volutamente brutale. Funebre, certo, ma anche così “siciliano”... Ma il grigio… l’anima di ferro che emerge dagli spigoli nel cemento, coperta di ruggine; gli squarci nella superficie, voragini. Ti arrampichi sopra, se ce la fai, e da quegli squarci scorgi il palinsesto di Gibellina vecchia. Sostiene Marilena Renda (che alla sua città ha dedicato un poema dal titolo eloquente, Ruggine) che in uno di questi buchi, una volta, le è apparsa una Madonnina: decorazione di qualche tabernacolo ancestrale. Mi dice Stabile che sinora il progetto di restauro – in omaggio alle concezioni di quello che è stato anche uno dei massimi interpreti di Burri, Cesare Brandi – è stato di natura conservativa. Il minimo indispensabile, cioè, col massimo rispetto per la famigerata patina del tempo. Ma quello che vale (forse) per Michelangelo non può valere per Burri. Diversa la concezione, diversa la funzione, diversa (dovrebbe essere) la dottrina.
Il Cretto è un Teatro, si diceva. Ma è anche un Monumento: il più grande monumento funebre del mondo. Che come proprio primo ufficio, per etimo, ha quello di ricordare. Ora, questa sua doppia anima appunto incarna la dialettica della memoria. Non si può ricordare tutto. L’oblio è la selezione che la mente, individuale e collettiva deve operare perché una qualche memoria possa essere condivisa. Si conserva quello che conta davvero, quello che resta. La memoria poi, insegnano Freud e Ricoeur, funziona a strati: una struttura sedimentaria in cui uno strato si sovrappone all’altro, ma certe eminenze del primo – certe sue pieghe, con l’immagine di Gilles Deleuze – continuano a rilevarsi anche nel secondo. La memoria è come la terra, insomma: una struttura geologica. Ed è proprio letteralizzando questa metafora che opera il Cretto. La crudeltà colla quale Burri ha spianato le macerie di Gibellina Vecchia è l’unica condizione perché da quelle ceneri una Gibellina Nuova possa, prima o poi, davvero riprendere vita. Ora che, per ironia della sorte, il Cretto è a sua volta una mezza maceria, è ai nuovi gibellinesi che tocca prendersene cura. Solo così, finalmente, potranno nascere.


Pagina 99, 28 novembre 2015

25.4.17

La Cina coltiva in campagna 800 milioni di consumatori (Cecilia Attanasio Ghezzi)

«Aprire un negozio su Taobao, è meglio che andare lontano a lavorare per altri». Dipinti a caratteri cubitali sui muri appena imbiancati delle piccole città di provincia dell’entroterra cinese, le pubblicità che invitano a usare i negozi online sono sempre più diffuse. Secondo il Centro di informazioni sulla rete internet cinese, infatti, alla fine del 2015 in Cina c’erano 688 milioni di utenti attivi e di questi quasi il 30 per cento (198 milioni) si collegavano dalle campagne. Principalmente per comprare: fertilizzanti, mezzi agricoli o anche, perché no, un televisore ultimo modello.
Alibaba, il gigante dell’e-commerce cinese, se n’era accorto già nel 2014. È stato il primo. Il suo gruppo di ricerca Alizila aveva evidenziato come, seppure il numero di internauti nelle campagne era ancora basso, quasi due terzi di loro comprava online. Una percentuale del tutto simile a quella delle grandi metropoli e delle ricche città costiere. Ma con un potenziale di crescita incomparabile legato alla penetrazione ancora solo superficiale di internet. L’anno scorso le transazioni hanno raggiunto la cifra record di 520 miliardi di euro, un incremento del 33 per cento rispetto all’anno precedente. Le dimenticate aree dell’entroterra hanno contribuito con oltre 26 milioni di euro e un aumento del 22,5 per cento dei compratori online. E sta emergendo una novità. Ormai dalle campagne non si compra semplicemente, ma si vendono i prodotti locali. Così Jack Ma, il fondatore di Alibaba, è riuscito a firmare un accordo con la Lega dei giovani comunisti: formerà un milione di teenager che porteranno l’e-commerce nelle campagne.
Le campagne cinesi si stanno spopolando e quello che non è monocultura intensiva soffre per insufficienti canali di distribuzione e mancanza di forza lavoro e di investimenti. Si tratta di uno squilibrio economico pesante per un Paese che punta a divenire la prima economia mondiale. Nel 2014 il reddito medio nelle campagne è stato di meno di 1.500 euro all’anno, nemmeno la metà di quello delle aree urbane. Il premier Li Keqiang ha annunciato che per il 2020 vuole sollevare dalla povertà i 70 milioni di cinesi che ancora vivono nelle aree più sperdute del Paese con meno di 350 euro l’anno. E il nuovo piano quinquennale prevede che per quella data 50 mila villaggi in più saranno connessi alla banda larga con il conseguente miglioramento dei servizi per 30 milioni di famiglie contadine. Allora il 98 per cento del territorio sarà connesso alla rete. Un investimento da 19 miliardi di euro che scommette sull’e-commerce per riscattare l’economia impoverita delle campagne e, soprattutto, la sua popolazione. «E poiché in Cina le politiche vincenti sono sempre scelte dall’alto, ora i privati fanno a gara per conquistare l’entroterra», spiega Kaiser Kuo, direttore del dipartimento di comunicazione internazionale di Baidu, un’azienda in tutto e per tutto paragonabile a Google. Un’altra pubblicità frequentemente dipinta sui muri dei villaggi è «Costruire strade per arricchirsi, consultare Baidu prima di fare acquisti».
Secondo Ying Lowrey, docente di economia presso la prestigiosa università Tsinghua di Pechino e autrice de The Alibaba Way: Unleashing Grass-Roots Entrepreneurship to Build the World’s Most Innovative Internet Company (McGraw-Hill, 2016) l’assunto del gigante di e-commerce «semplificare ovunque il modo di diventare imprenditori» ha convinto molti anche nelle aree più remote del Paese. L’immagine che l’ha colpita maggiormente durante la sua ricerca nelle campagne è stata la frequenza con cui Jack Ma veniva inserito nell’altarino dei numi tutelari assieme agli antenati delle famiglie che avevano scelto di aprire un negozio online. «Il commercio online sta salvando anche molti mestieri tradizionali», spiega la Ying. «Se fino a qualche anno fa cestini di vimini intrecciati, abiti tradizionali e stoviglie di legno si trovavano di fronte un mercato sempre più ristretto, oggi gli è data la possibilità di raggiungere qualsiasi angolo del Paese e, volendo, del mondo. È anche interessante l’incontro con i cosiddetti migranti di ritorno che conoscono il valore che gli abitanti delle città attribuiscono al cibo biologico e all’artigianato e che spingono i loro compaesani ad affacciarsi al più appetibile bacino di acquirenti delle città tramite internet».
Con la pubblicazione del report del 2014, Alibaba aveva annunciato un investimento di 1,3 miliardi di euro nelle aree rurali da destinare a infrastrutture e a formazione. L’idea era talmente buona che dopo appena due mesi Jingdong, il suo principale competitor, aveva annunciato un programma di microcredito per chi era intenzionato ad aprire un negozio online rimanendo in campagna. A un anno di distanza anche il governo si è convinto. Le micro aziende che possono essere aperte in campagna rientrano alla perfezione nei piani del governo. Per scongiurare l’hard landing, Zhongnanhai, il Cremlino cinese, punta su un’economia basata su servizi e consumi che conquisti anche le sconfinate campagne cinesi. Per questo, stando ai proclami governativi riportati dalle agenzie di stampa, Pechino «aiuterà i lavoratori migranti, i laureati e i veterani dell’esercito che vorranno tornare nei loro villaggi natali per avviare un’attività economica». E ulteriori fondi sono offerti all’interno del progetto Internet Plus che individua nelle aziende tecnologiche un nodo fondamentale per lo sviluppo del terzo settore.
Secondo lo studio di Alizila, infatti, meno una regione è sviluppata economicamente più è veloce la crescita dello shopping online. Ad esempio tra le cento cittadine che hanno visto lo sviluppo maggiore nell’ultimo anno, 75 erano nell’impoverito nordovest del Paese. E un campione di 300 cittadine che avevano aperto i propri negozi online hanno generato oltre 13 milioni di euro in un anno. Per aiutare a sviluppare questi nuovi canali, Alibaba ha già aperto nuove postazioni internet in 1.800 villaggi e prevede di arrivare a centomila entro il 2019. Li chiama «Taobao per le campagne». Chiunque può accedervi. Qui, personale qualificato aiuta i locali a accedere alla rete, vendere e comprare online. Stando a quanto affermato da Jin Jianhang, presidente del gruppo Alibaba, «la Cina ha circa 570 mila villaggi che vogliamo aiutare a raggiungere la stessa fiducia nell’e-commerce che hanno le grandi città». Lo fa attraverso quelli che chiama «soci rurali», persone formate da Alibaba che aiutano i compaesani a comprare e a vendere online. A dicembre dello scorso anno poteva già contare su 5.870 figure di questo genere che, guadagnando a percentuale, riuscivano a fare tra i 250 e 2.200 euro al mese. L’idea è quella di raggiungere attraverso i propri servizi la gran parte dei cinesi che vivono in campagna. Un numero che è stimato tra i 600 e gli 800 milioni. E il governo sta facendo lo stesso. L’anno scorso ha stilato una lista di 200 contee dove, con un investimento di 270 milioni di euro, favorirà la sperimentazione di quello che ormai va sotto l’etichetta di e-commerce rurale e svilupperà le infrastrutture in modo da rendere più semplice il trasporto delle merci. Secondo il ministro del Commercio Gao Hucheng, questo aiuterà anche ad abbassare i costi logistici riducendo del 15 per cento il prezzo delle merci al consumatore. «In passato», spiega ancora la Ying, «se vivevi nelle campagne non avevi altra scelta che fare il contadino. Oggi ti basta una connessione a internet e qualcuno che ti insegni come funzionano i negozi online per diventare imprenditore».


Pagina 99, 9 aprile 2016

Il metodo Mattei per sbloccare i cantieri (Giorgio Boatti)

Chissà se qualcuno si ricorda ancora del “metodo Mattei”. Conviene non dimenticarsene, tanto per dare maggiore prospettiva storica alla vicenda di Tempa Rossa che sta agitando la politica italiana.
Il “metodo Mattei” viene sperimentato, sin dal primo dopoguerra, proprio sulla questione della costruzione delle infrastrutture di trasporto dell’energia.

Il caso Agip
Tutto parte dal fatto che le fonti energetiche, con pochissime e virtuose eccezioni, hanno la pessima abitudine di non trovarsi - quasi mai - nel posto giusto. Da qui la complicata faccenda di doverle portare a destinazione.
Per Mattei la questione si pone quando, invece di sciogliere l’Agip che gli è stata affidata dopo la Liberazione, non solo disobbedisce agli ordini di Roma e ai desiderata degli anglo-americani, ma la potenzia. È fortunato e inciampa in importanti giacimenti di metano nella pianura padana. Il gas naturale, come fonte energetica, è allora poco utilizzato e Mattei, convinto che l’approvvigionamento energetico stia alla base dell’autonomia di una nazione, apre la strada alla metanizzazione dell’Italia, con trent’anni di anticipo rispetto al resto dell’Europa Occidentale.

La campagna nel Terzo Mondo
Pochi anni dopo, fondato nel 1953 l’Eni, la metanizzazione si affianca alla spregiudicata ed efficace politica petrolifera condotta da Mattei nel Terzo Mondo, dove è in corso la decolonizzazione. Probabilmente le ostilità delle “sette sorelle” che dominano il mercato petrolifero e i sussulti geostrategici di scacchieri quali il Medio Oriente e l’Africa, l’Iran e l’Urss, a Mattei sembrano poca cosa dopo gli ostacoli affrontati in patria, quando ha iniziato a stendere i primi gasdotti (attualmente si snodano per 30.000 km) lungo la penisola. Dopo i primi tentativi, il pur potente presidente dell’Eni capisce che rischia di dover attendere anni, forse decenni, prima di poter procedere: un’immane burocrazia blocca le opere, chilometro dopo chilometro.
Il “metodo Mattei” – lo racconta Giuseppe Accorinti, assunto in Eni direttamente da Mattei, nel libro Quando Mattei era l'impresa energetica. Io c’ero, (Hacca edizioni, 2008) – nasce in quegli anni. Funziona così: quando in una località la burocrazia blocca i lavori, tecnici, operai e mezzi del cane a sei zampe si posizionano, nottetempo, fuori dal paese.

L'invasione degli scavatori
A questo punto arriva una scena da Amici miei, perché, in Italia, la realtà supera sempre la narrazione, persino quelle del grande schermo. A un cenno di Mattei – che ci tiene ad essere presente alle operazioni – si accendono i riflettori. Ruspe, scavatrici, camion avanzano. Un frastuono assordante. Gli abitanti, svegliati all’improvviso, aprono le finestre e vedono le squadre che scavano, allargano, procedono. Il sindaco della località “invasa”, a questo punto, esce dal letto, si riveste e, in ciabatte, arriva ad affrontare gli invasori. Intima di interrompere i lavori, chiede autorizzazioni e vidimazioni: Mattei lo fronteggia. Spiega il motivo dei lavori, sottolinea urgenze e necessità. Poi, però, quasi colto dal dubbio, tace. Sembra quasi pentito, vicino ad ordinare il dietrofront alle sue squadre.

L'arte della persuasione
Al sindaco che lo fronteggia non pare vero, per un attimo, di aver sconfitto il potente Mattei. Poi gli viene un dubbio. Si ritirano? E la strada, chi la sistema? E la voragine, chi la chiude? Mattei si stringe nelle spalle. Borbotta qualcosa a proposito di permessi necessari, trafile burocratiche. Certo, se gli lasciano posare le maledette condotte del metanodotto, questione di poche ore, tutto verrà sistemato.
Avrete già capito come finisce la storia. Il sindaco, maledicendo metano e Mattei, intima di riprendere all’istante i lavori e di non interromperli fino al più totale compimento.Il “metodo Mattei” tagliava lungaggini e andava dritto alla meta. Così, dopo la metanizzazione, viene adottato anche per gli oleodotti. Ad esempio quello che parte da Genova e raggiunge Ingolstadt, sulle rive del Danubio, in Baviera. Un lungo percorso che fora le Alpi all’altezza dello Spluga, attraversando – senza produrre rischi ambientali – quel lago di Costanza al quale la Svizzera attinge acqua potabile. Altri tempi, ovviamente.

La mutazione genetica dell'ENI
Perché poi, scomparso Mattei e cambiata l’Italia, l’Eni muta a poco a poco pelle: diventa la quinta major petrolifera del mondo e, al tempo stesso, una sorta di Stato parallelo dentro la nostra Repubblica. E questa è la storia, ancorata all’ultimo quarto di secolo, che Andrea Greco e Giuseppe Oddo raccontano ne Lo Stato parallelo. La prima inchiesta sull’Eni, (Chiarelettere editore, 2016): un saggio documentatissimo che fa onore al giornalismo economico e investigativo italiano. Una ricostruzione densa di primattori e comprimari, di galantuomini (pochi) e gaglioffi (quanto basta, comunque sempre troppi), di eventi politici presto dimenticati e inciamponi giudiziari smarriti nelle cronache. L’elemento irrinunciabile del lavoro di Greco e di Oddo sta nell’attenzione che dedicano al “come”: ovvero alle modalità e, appunto, ai metodi utilizzati dalle diverse leadership che si succedono alla guida dell’Eni. A volte difendono efficacemente gli interessi energetici del Paese in un mondo che sta cambiando. Più spesso, invece, cercano di mettere il cane a sei zampe al guinzaglio delle cordate che, attorno allo snodo centrale delle fonti energetiche, combattono quella guerra per comandare (sugli altri) e arricchire (se stessi) che, non solo in Italia, dura da sempre.

Pagina 99, 9 aprile 2016


24.4.17

L'elefante (François de Sales, detto San Francesco di Sales)

È solo un bestione, ma è il più degno che viva sulla terra, il più sensato... Non cambia mai femmina e ama teneramente quella che ha scelto, con la quale tuttavia non si accoppia che ogni tre anni, e solo per cinque giorni e in modo così discreto che nessuno l'ha mai visto in quell'atto. Il sesto giorno si fa vedere e va dritto al fiume dove si lava tutto: non vorrebbe mai ritornare nel branco senza essersi prima purificato. Non è questo un bell'atteggiamento e nobilissimo?

da Introduzione alla vita devota in Michel Foucault, L'uso dei piaceri, Feltrinelli 1984

Don Ciotti. L'etica dell'impegno nel tempo della crisi (Loris Campetti)

Un profilo – a mio avviso assolutamente corrispondente, allora e adesso, alla reale fisionomia del fondatore del Gruppo Abele, Luigi Ciotti - scritto in occasione della pubblicazione di un suo libretto, 5 anni fa. (S.L.L.)

Solo chi non conosce don Luigi Ciotti può pensare che quel suo continuo richiamo al noi contrapposto all’io nasconda un vezzo, un modo accattivante per richiamare l’attenzione di chi lo ascolta o lo legge. Il fondatore del Gruppo Abele e, insieme ad altri volenterosi, irriducibili militanti della legalità, di Libera, è fatto di una farina speciale, non nasconde doppie verità, è uguale a quel che sembra. Ciotti non concepisce un lavoro, una ricerca, una battaglia che non siano condotte in gruppo. Vittorie e sconfitte non hanno mai un solo padre nella sua esperienza.
È un tratto fondativo questo, che colloca l’impegno contro le mafie e le droghe al fianco delle vittime di mafie e droghe, non fuori da un mondo che sempre più si è abituato alla delega al capo, al potere, all’uomo della provvidenza, ma dentro questo mondo. Come un anticorpo, un altro modo di vivere e pensare il futuro capace di rosicchiare banalità e false certezze, l’opposto della telepredicazione. Non è sufficiente denunciare l’ingiustizia, bisogna costruire un’alternativa, praticare un altro modo d’essere. Per intenderci, si può tradurre questa concezione con «indignarsi non basta», come non basta «riempire le piazze, esibire mani pulite, un profilo morale trasparente. L’etica individuale è la base di tutto... ma per fermare il mercato delle false speranze bisogna trasformare la denuncia dell’ingiustizia in un impegno per costruire giustizia».
La speranza non è in vendita? (Giunti/edizioni GruppoAbele, pp. 126, euro 10) è una sorta di decalogo dell’impegno, un approccio attivo e non lamentoso allo stato di cose esistente. Un libro costruito dentro la devastante crisi economica che rischia di spezzare legami e percorsi collettivi, valori e socialità. In sostanza, la crisi e la risposta alla crisi basata sulla medesima filosofia che l’ha scatenata e affidata agli stessi uomini che ne sono responsabili, alimentano nuova ingiustizia.
Don Ciotti trae alimento dal Vangelo nei suoi messaggi di speranza («beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati») e nei suoi duri avvertimenti («guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame»). Può sembrare persino banale eppure non lo è, in un sistema di relazioni che Stefano Benni riassumerebbe così: «Chiedete giustizia e sarete giustiziati».
Ciotti ci offre la sua esperienza, che lo porta a leggere la crisi come «scandalo», si rivolge a «chi ha fede (fiducia) nelle persone. Credente o laico che sia», e infatti i suoi compagni di viaggio sono credenti e laici.
Dentro la crisi si leggono le trasformazioni, le nuove parole, dentro un processo degenerativo che prima produce povertà e disagio e poi ne punisce le vittime: «Ed è stato un fiorire di case di correzione, di ospedali, di depositi di mendicità, di prigioni», mentre «i diritti diventano una zavorra». All’elenco antico degli ultimi della Terra che ricorda un vecchio canto socialista («son nostre figlie/ le prostitute/ che muoion tisiche/ negli ospedal»), ai tossicodipendenti, ai migranti, si affiancano nuovi poveri e nuovi espropriati dei diritti. Primi fra tutti i lavoratori, costretti a scegliere tra lavoro e diritti.
Tra le parole di questo «decalogo» ce n’è una che spiega molto bene di cosa si stia parlando: «interazione», contrapposta all’idea di «integrazione» che rasenta una nuova concezione colonialista. Anche l’eguaglianza va interpretata: si è uguali come cittadini e diversi come persone, pensa don Ciotti. Così come la libertà è, innanzitutto, libertà dal bisogno. Ai resistenti al Vangelo, La speranza non è in vendita? suggerisce un altro testo di formazione e di riferimento, la Costituzione. Tutti i tentativi finora messi in campo per modificarla vanno in direzione della riduzione delle libertà, civili e sociali, dunque in direzione opposta alla costruzione di un percorso di eguaglianza.
Se le parole d’ordine, in fondo, non si discostano da quelle contenute nei classici si cui si era costruita la sinistra, è la pratica di don Ciotti, delle esperienze del Gruppo Abele e di Libera, a chiamare a ruolo chi, a sinistra, quei fondamentali ha perduto per strada, o si limita a evocarli per pacificare la propria coscienza. Una Chiesa che non «interferisca», ci dice, non è.
Vale soltanto per la Chiesa?


“il manifesto”, 10 gennaio 2012

La poesia del lunedì. Umberto Saba (Trieste 1883 - Gorizia 1957)


CUCINA ECONOMICA

Immensa gratitudine alla vita
che ha conservate queste care cose;
oceano di delizie, anima mia!

Oh come tutto al suo posto si trova!
Oh come tutto al suo posto è restato!
In grande povertà anche è salvezza.
Della gialla polenta la bellezza
mi commuove per gli occhi; il cuore sale
per fascini più occulti, ad un estremo
dell'umano possibile sentire.
Io, se potessi, io qui vorrei morire,
qui mi trasse un istinto. Indifferenti
cenano accanto a me due muratori;
e un vecchietto che il pasto senza vino
ha consumato, in sé si è chiuso e al caldo
dolce accogliente, come nascituro
dentro il grembo materno. Egli assomiglia
forse al mio povero padre ramingo,
cui malediva mia madre; un bambino
esterrefatto ascoltava. Vicino
mi sento alle mie origini; mi sento
se non erro, ad un mio luogo tornato;

al popolo in cui muoio, onde sono nato.  

23.4.17

Hammarkjold. Un idealista solitario a capo della macchina Onu (Gian Paolo Calchi Novati)

Dag Hammarskjòld
L'Onu è nata da una scelta ideologica ma è stata poi affidata alla politica e, per la gestione, a una burocrazia internazionale. Gli anni del segretariato di Dag Hammarskjòld, fra il 1953 e il 1961, con un idealista alla testa della macchina, furono il momento della verità sulla possibilità di far coincidere l’idealità con la pratica. È probabile che il fallimento dell’opera di Hammarskjòld sancito brutalmente dalla sua morte in circostanze che hanno sollevato più di un dubbio, abbia posto fine all’obiettivo di fare delle Nazioni Unite l’organizzazione dei piccoli paesi in lotta contro i soprusi dei Grandi perseguendo principi come la neutralità, la non-violenza e l’impegno.
Il libro di Susanna Pesenti (Dag Hammarskjold. La pace possibile, Francesco Brioschi Editore 2011), bello e sentito anche se non realizza a fondo le sue potenzialità per una carenza di metodo (fonti non sempre rivelate, nessun indice analitico, niente bibliografia), trova la sua chiave più efficace proprio nel tentativo di definire come l’intellettuale e politico svedese si sia caricato sulle spalle un compito impossibile in un mondo segnato dall’interdipendenza ma sovrastato dalla minaccia nucleare. Il fatto che tutte le potenze, per motivi diversi, gli si siano rivoltate contro (anche Kennedy trovò il modo di far sapere che era fuori di sé per non essere stato consultato sull’intenzione di muovere decisamente contro la secessione del Katanga) potrebbe essere una conferma della sua imparzialità e buona fede ma non nasconde del tutto gli errori commessi in un eccesso di solitudine e forse di egocentrismo. La pagina nerissima dell’impotenza dell’Onu davanti all’approssimarsi della morte di Patrice Lumumba non poteva certo essere riscattata dal coraggio fisico al limite dell’incoscienza con cui, preferendo la segretezza alla sicurezza Hammarskjòld si buttò nell’impresa di convincere Tshombe a rientrare nei ranghi aggirando i grandi interessi del sistema di potere occidentale variamente inteso.
Il Congo fu il momento atteso da Hammarskjold per conferire all’Onu una missione che andasse oltre il patteggiamento sterile fra le potenze detentrici del diritto di veto al Consiglio di sicurezza D’altra parte, il veto era stato l’ancoraggio «realistico» per compensare il troppo «idealismo» che ci poteva essere nell’idea di un «unico mondo» cara a Roosevelt. L’equivoco fu di pensare che il Terzo mondo fosse meno conflittuale dell’Europa, teatro deputato della guerra fredda. L’Africa rappresentava il domani e proprio nel domani - ormai lontani al clima pur contrastato della coalizione che aveva vinto la guerra - c’era da aspettarsi che la rivalità fra Usa e Urss e ancora di più fra i due diversi modelli di mondo, non più unico né unito, si evidenziasse senza esclusioni di colpi. Nelle aree ex-coloniali i punti fissi erano più labili e c’era dunque ampio spazio di manovra anticipando l’avversario. Dopo tutto l’Africa usciva dalla sfera di giurisdizione delle potenze coloniali e del capitalismo e l’Occidente credeva di avere il diritto di «difenderla».
Nel Congo non ci si fermò davanti a nulla. L’Urss dovette rinviare di quindici anni (l’Angola come rivincita della sconfitta in Congo) il suo progetto di metter piede in Africa. Nell’attivismo di Hammarskjòld non si distingueva più il personale dal pubblico. Scrive Pesenti: «Dal 30 giugno 1960 al 18 settembre 1961 gli avvenimenti politici si intrecciano con la biografia privata a un ritmo crescente di complessità e gravità, fino alla tragedia finale».
Hammarskjòld sapeva che l’Onu era una sede per la negoziazione e nello stesso tempo un organo esecutivo con il dovere di agire. Fu per le sue intuizioni che vennero delineate le prime operazioni di «pace», adottando formule attente a non scontrarsi con la linea di tensione Est-Ovest. Prima l’Unef per dividere Egitto e Israele dopo la guerra di Suez e quindi il Congo per rimediare alla secessione del Katanga. Tutto il suo impegno fu sempre rivolto a rinforzare il traballante prestigio dell’Onu. Da questo punto vista il clou fu il viaggio a Pechino nel 1955, senza nessuna rete di protezione, per sbloccare il caso dei prigionieri americani della guerra di Corea. Il fine supremo dell’Onu doveva essere: fissare una «presenza».

"il manifesto", 6 gennaio 2012

Homo sapiens. Sguardi su altre umanità possibili (Marcello Buiatti)

Negli ultimi anni la mia personale fiducia nella specie a cui appartengo è andata calando, non solo perché il mondo umano non è come lo vorrei, ma perché sembra aver dimenticato caratteristiche specie-specifiche come l’uso del linguaggio per comunicare, del cervello per inventare, studiare, elaborare, del corpo infine che viene oggi considerato un oggetto da vestire, nutrire e seppellire secondo le leggi di una ormai incontrollabile economia virtuale, sempre meno connessa con i bisogni reali della vita. Un ottimo antidoto per uscire dall’angoscia (cosciente o no) del terzo millennio può essere lo studio della nostra storia che ci ricordi chi siamo, come siamo fatti, in cosa siamo diversi dagli altri esseri viventi. E in questo può risultare molto utile una visita al Palazzo delle Esposizioni di Roma dove è in corso la mostra Homo Sapiens dedicata alla evoluzione della nostra specie e organizzata da Luigi Luca Cavalli Sforza, uno dei più grandi genetisti viventi, mio maestro e amico dai primi anni '60, e da Telmo Pievani, filosofo di vasta e profonda cultura biologica.

Linee evolutive
Bellissima per i contenuti, resi comprensibili a tutte le età da un allestimento perfettamente riuscito, questa mostra sfata molti luoghi comuni sulla nostra origine e natura, ricordandoci il meraviglioso percorso della nostra specie dalla sua nascita a oggi. In particolare, visitando la mostra, capiamo quanto sia falsa la credenza-presunzione di essere stati ed essere tuttora unici fra gli esseri viventi grazie a un processo evolutivo lineare e in qualche modo predeterminato. Non a caso il sottotitolo (davvero innovativo) della mostra è La grande storia della diversità umana - non «unicità», dunque, ma «diversità umana», dove per «umana» non si intende solo la nostra specie, ma almeno tutte quelle appartenenti al genere Homo.
Questo approccio permette di eliminare per sempre la tristemente famosa immagine della «scimmia» che lentamente si alza diventando bipede, perde il pelo, si dota di un’arma e infine diviene uomo (chissà perché non donna). I dati paleontologici e molecolari fomiti dall’esposizione, e aggiornati all’inizio del 2011, escludono che ci siamo «mossi verso» la nostra comparsa, così come sostiene anche il pensiero cristiano più aperto sulla evoluzione e in particolare Teilhard de Chardin. «La mostra - scrive Sergio Tramma in uno degli interventi sul catalogo - ci insegna che l’umanità “adulta” di oggi non era nel destino di sé stessa: altre condizioni adulte sarebbero state possibili, altre umanità avrebbero potuto realizzarsi e raccontare sé stesse».
La linea evolutiva delle scimmie antropomorfe (hominidae) si è divisa in homininae e ponginae dai 12 ai 16 milioni di anni fa. Alle pongine appartiene l’orango mentre le ominine si sono divise in ominini e gorillini. Ai primi appartengono i generi Homo e Pan (lo scimpanzé) che si sono separati circa 6 milioni di anni fa, ai secondi gli antenati degli odierni gorilla. I primi rappresentanti del genere Homo sono comparsi due milioni e mezzo di anni fa in Africa e precisamente in Etiopia dove convivevano due specie (Homo habilis e Homo rudolfensis) cui poi si aggiunsero Homo ergaster, bipede, dotato già della capacità di lavorare la pietra, e Homo erectus. Ambedue presentavano caratteristiche già molto simili alle nostre, e avevano inaugurato una strategia evolutiva diversa da quelle degli altri esseri viventi. Mentre tutti gli animali si adattavano e si adattano «passivamente» all’ambiente da cui sono diversamente selezionati, gli appartenenti al genere Homo modificano l’ambiente, inventando e costruendo oggetti utili e rifugi, usando il fuoco, elaborando progetti e idee astratte.

Antenati abbronzati
In embrione questo tipo di adattamento «attivo» era già presente in ergaster e erectus e ha permesso loro - in particolare al primo - di spostarsi, rapidamente in ambienti anche molto diversi. Lo si ritrova infatti nella «prima migrazione umana» due milioni di anni fa oltre che in Africa, in Asia, in Georgia, in Medio Oriente, mentre erectus è in Cina. Una «seconda migrazione» di appartenenti al genere Homo data da circa 800.000 a 130.000 anni fa ed è stata compiuta da una nuova specie, Homo Heidelbergensis, così chiamato perché i suoi resti sono stati ritrovati vicino a Heidelberg, in Germania. Heidelbergensis aveva un cervello più grande dei precedenti (circa 1200 cc.), usava il fuoco, viveva in piccole comunità con una vita sociale complessa, in villaggi, costruiva utensili per cacciare, per disossare gli animali e con altre funzioni con una tecnica che è stata chiamata acheulana. Lo dimostrano numerosi giacimenti, tra i quali in particolare quello di Creta dove sono stati ritrovati ben duemila strumenti di pietra di ogni tipo datati a 130.000 anni fa.
La nostra specie, Homo sapiens, è nata come variante di Homo Heidelbengensis in Africa, crogiolo di tutti gli ominini circa 200.000 anni fa (più o meno ottomila generazioni), e si è spostata in ondate successive nel vecchio continente e in Europa dove è arrivata dai 50.000 ai 45.000 anni fa. Per quanto ne sappiamo, i nostri antenati - per dirla con Berlusconi - erano tutti «abbronzati» ma in seguito l’abbronzatura si è diluita negli umani che sono andati a nord (in modo da utilizzare lo scarso sole settentrionale per alcuni processi vitali fra cui la fissazione della vitamina D) e si è mantenuta in Africa e nelle le zone dove il sole è forte e dove quindi è necessario ripararsi per evitare infiammazioni e tumori.
Dalla sua nascita la nostra specie è in gran parte rimasta uguale a sé dal punto di vista fisico, ma ha molto rapidamente raffinato la propria innovativa strategia di costruzione attiva di un ambiente favorevole e non di selezione passiva. Sono quindi nate e si sono sviluppate culture diverse nel tempo e nello spazio come risulta dalle tecnologie usate per la produzione di utensili e per le arti emerse 60.000 anni fa nel Levante nella bassa Galilea e nella zona del Monte Carmelo e 45000 anni fa in Europa.
Le prime pitture di esseri umani, animali, oggetti e anche di segni simbolici datano da 40.000 anni fa nel periodo chiamato Aurigniaciano. A quell’epoca i nostri avi erano ormai praticamente uguali a noi e avevano superato la fase delle pietre scheggiate, giungendo all’astrazione come testimoniano pitture che raffigurano una realtà modificata dall’autore e quindi non fotografica, come mostrano gli splendidi graffiti di molte grotte europee e di altre zone del mondo. Già 60.000 anni fa si producevano monili ornamentali e si seppellivano i morti in tombe decorate con conchiglie forate, catene, e altri oggetti che ci fanno pensare che gli umani già allora credessero a una vita posteriore alla morte.
E tra 60.000 e 40.000 anni fa che Homo sapiens dimostra di avere una marcia in più degli altri umani che sono stati nostri «compagni di viaggio» fino alla estinzione dell’ultimo, solo 12000 anni fa. Il più vicino a noi è stato Homo Neanderthalensis presente in mostra grazie alla ricostruzione di un bel signore neanderthaliano anziano dal sorriso dolce e insieme triste, a ricordarci la sua estinzione. Neanderthal era la specie più vicina a noi geneticamente e fino alla sua scomparsa si era evoluto fisicamente e culturalmente in modo simile al nostro. Anche i Neanderthal discendevano da Homo Heidelbergensis, vivevano in comunità socialmente evolute in cui assistevano vecchi e malati come indicano i segni di operazioni chirurgiche in arti malformati trovati nelle sepolture. Queste erano complesse ed è possibile che i Neanderthal avessero sviluppato riti, dato che la presenza di un’intelligenza estetica e simbolica è provata dalla costruzione di monili variamente colorati e da manufatti di 36000 anni fa più avanzati di quelli dei coetanei Sapiens.
Con Neanderthal abbiamo convissuto a lungo e ci siamo anche incrociati visto che, come mostrano dati del 2010, dal 2% al 4% del nostro dna ha caratteristiche neanderthaliane. Non sappiamo come mai la loro specie si sia estinta, ma l’ipotesi avanzata nella mostra è che la loro evoluzione culturale e di conseguenza la loro capacità di adattamento si siano fermate, forse perché il loro linguaggio era meno efficiente - ipotesi questa, corroborata dalla struttura anatomica non sufficiente per linguaggi espressivi e articolati come i nostri. Ed è di nuovo il linguaggio a differenziarci anche dagli attuali primati, come dimostrano studi recenti che hanno paragonato le capacità di bambini di due anni e mezzo con scimpanzé di età prevalente, dimostrando che il bambino si distingue solo per la capacità di ricevere e comprendere informazioni dai suoi simili.
Gli altri due «compagni di viaggio» finora conosciuti sono l’«uomo di Denisov» i cui resti sono stati trovati a Denisova in Siberia, e Homo floresiensis, un pigmeo alto un metro che ha abitato l’isola di Flores in Indonesia fino a 12000 anni fa. I denisoviani derivano da un’ulteriore variante di Heidelbergensis, più simile a Nenderthal che a noi mentre il ben più antico Floresiensis deriva direttamente da Homo erectus, probabile progenitore di una possibile ulteriore specie presente nell’isola di Giava.
Benché a un certo punto si siano fermati, tutti i nostri cugini avevano caratteristiche culturali affini alle nostre come si desume dalla elevata socialità, dai manufatti in certi periodi anche superiori ai nostri, dalla esistenza di forme di pensiero astratto e, almeno in Neanderthal, anche della concezione del «bello», di cui sono prova le con chiglie colorate e forate dei nostri cugini L’umanità quindi, ci dice la mostra, non limitata alla nostra specie ma è stata pre sente in altre, diverse ma capaci di evoluzione culturale. La causa della loro scomparsa deriva probabilmente dalla mancata evoluzione di pochi geni necessari per accelerare e rendere più incisiva le nostre capacità di adattamento legate alla conoscenza e alla invenzione.

Lingue in evoluzione
Confermerebbe questa ipotesi il confronto fra il nostro genoma attuale e quello dello scimpanzé: solo una cinquantina di geni si sono evoluti rapidamente nella nostra linea evolutiva e non in quella del nostro «cugino» vivente - geni corrispondenti a una parte piccola ma importante del nostro dna, che è per il 98.4% uguale a quello dello scimpanzé e per il 99.84% al genoma di Neanderthal. Alcuni dei geni che abbiamo cambiato d consentono di usare un linguaggio più articolato di quello degli altri primati; quello per la encefalina non solo ci permette di avere un cervello più grande, ma di aumentare la misura relativa dell’encefalo (ora abbiamo 100 miliardi di neuroni, capaci di formare potenzialmente un milione di miliardi di connessioni diverse); altri ancora rendono più efficiente la ricezione dei segnali.
È così che la nostra strategia adattativa si è basata sempre di più sulla costruzione di culture e linguaggi differenti che derivano da interazioni positive con i tanti e diversi ambienti che abbiamo popolato e modificato. Così, da cacciatori, pescatori e raccoglitori che eravamo, ci siamo fermati nel nostro girovagare e abbiamo costruito, a seconda dei luoghi in cui ci trovavamo, agricolture basate su piante e animali diversi, con cibi, religioni, filosofie, riti e usi variegati. Ed è per questo che mentre adesso gli altri animali sono geneticamente diversi nelle differenti aree del pianeta perché sono stati diversamente selezionati dall’ambiente, nel caso nostro la diversità genetica è minima, mentre grandissima è quella culturale. In questo momento solo il 15% della nostra variabilità genetica distingue gli umani dei diversi continenti mentre l’85% è comune a tutti. Non solo, la nostra variabilità genetica è molto minore di quella dei primati vicini a noi viventi, sebbene noi siamo sette miliardi e loro non superino le decine di migliaia.
I linguaggi invece, che sono i segnali delle culture, sono più di duemila (e molti di più se si considerano i dialetti) e i loro numeri nelle diverse zone della Terra sono correlati con il numero delle specie viventi di animali e piante e soprattutto con le varietà coltivate e allevate. Come ha dimostrato Cavalli Sforza, le lingue si evolvono anch’esse a mano a mano che si evolvono i popoli. Con le lingue si è passati dalla comunicazione orale a quella scritta, sono sorte la matematica e la geometria importanti, oltre che per progettare oggetti sempre diversi, per lo scambio dei beni da cui è nato il mercato e, già dal IX millennio a.C in Anatolia e in Medio Oriente, la moneta che dovrebbe misurarne il valore.
Una incredibile diversità e capacità di invenzione che ci ha permesso di adattarci e di moltiplicarci mantenendo un rapporto positivo con i diversi ambienti e al tempo stesso aumentando anche il livello di bene-essere. L’immagine della nostra specie che Homo Sapiens offre è, insomma, variegata e multiforme, talvolta entusiasmante. Visto questo bel passato, al visitatore viene voglia di capire quanto siamo ancora fedeli al nostro modello di adattamento così efficiente e positivo. Ma basta guardarsi intorno per capire che la nostra strategia evolutiva ci ha preso la mano e ha dato avvio a un processo di alienazione dalla materia vivente e dai suoi bisogni.

Materia viva
Una prima svolta è stata l’epoca moderna in cui gli umani si sono convinti che la Terra e la biosfera e noi stessi siamo come macchine, passibili di essere modificate su progetto senza nessun effetto indiretto negativo. Ci siamo così omologati a computer con un solo programma scritto nel dna, buoni o cattivi per via ereditaria e quindi divisibili in razze anche se la nostra variabilità genetica è piccolissima per cui il termine «razza» non ha significato biologico per la nostra specie. Da qui i tentativi di «miglioramento» della specie umana ottenuto o per «selezione» o con inesistenti marchingegni molecolari. Ci siamo pensati come «altri» dall’ambiente rompendo le connessioni e modificandolo senza limiti coni nostri manufatti, distruggendo la biosfera, provocando e accelerando il cambiamento climatico e danneggiandoci con le nostre mani. Più di recente siamo passati a una nuova fase che dimentica sempre di più la materia viva e la sostituisce con il mercato - non quello dei beni, ma quello delle monete, scambiate con processi ormai incontrollabili almeno quanto quelli ambientali.

Se vogliamo veramente sopravvivere bisogna tornare al senso della vita dei nostri avi e di tutti i non umani, ricordandoci di essere, noi e gli altri, materia viva e godendoci le meravigliose connessioni nel nostro corpo, fra noi, con gli altri esseri viventi e fra questi e il nostro pianeta.

il manifesto, 6 gennaio 2012

Sul mio trentacinquesimo compleanno. Una poesia di Norman Nicholson (UK 1914 - 1987)

Norman Nicholson qualche anno dopo
Ora non c'è tempo per parole,
se non quando hanno senso; né tempo per poesie
se non quando hanno uno scopo; né tempo per canzoni
ma per canti di lavoro, per inni metodici, selvaggi.

Ora non c'è tempo per l'amore
ma l'amore del mondo nell'uno; né tempo per la gioia
ma la gioia secreta in conchiglie di dolore; né tempo per speranze
ma per la speranza fermentata nel concime della disperazione.

Non c'è tempo per te, non c'è tempo per me
non c'è tempo per il ronzìo del calabrone
né per quaranta ammiccamenti con quaranta ladroni
sotto l'albero di melo selvatico;
non c'è tempo per il tempo,
solo per l'eternità.

In Poeti inglesi del 900, Bompiani 1978 - Traduzione S.L.L.

Mani. Una poesia di Luciano Erba

Mani che ti hanno accarezzato sopra la testa
mani di preti di zie di ortolani
mano del compagno di scuola
che scriveva in inchiostro verde
mani di Berta asciugate dal vento
se appendeva il bucato sopra i fili
larghe mani polacche
che spaccavano la legna nell’Arbeit Lager
mani e dita affusolate
degli amici indiani
mano scarnita
che prendi la penna per firmare
mano che arriva la sera
accarezzi la gatta più nera.

da Nella terra di mezzo, Mondadori, 2000  

Olfatto (Paolo Villaggio)

Sono un vecchio viaggiatore con una facoltà rara: se vengo portato in un cesso qualsiasi, il solo olfatto mi dice in quale parte del mondo mi trovo.
Vengo bendato da un bendatore professionista. Il naso mi viene tappato ermeticamente con cotone idrofilo e cera greca. Poi, chiuso in un sarcofago a tenuta stagna, sono imbarcato su un sommergibile. Undici giorni di navigazione nella stiva. Altri tre giorni e vengo paracadutato in una regione che neppure i piloti conoscono. Una squadra di soccorso, che non parla nessuna lingua conosciuta, mi porta in un cesso segnato sulla sua mappa segreta. Lì ci sono pronti due notai.
Mi tolgono i tappi e mentre sono ancora bendato: «Dicci dov’è! In Cappadocia? A Calcutta, vicino alla fogna principale del lebbrosario di Madre Teresa? O a Roma, in Piazza di Spagna?», «Roma!» urlo.
I due notai balzano in piedi: «Perché?». «Per l’odore di merda secca, orina, varechina e merda di giornata ancora liquida!». «Straordinario!» urlano i notai: «Ma questa merda dov’è?». «Dovunque: sul pavimento, sui miseri resti della tavoletta, ma anche, e questa è un’esclusiva della “città santa”, sulle pareti e sui soffitti! Indubbiamente opera di cagatori acrobati ingaggiati dai gestori dei locali per tramortire i turisti giapponesi…!».


Dalla rubrica Il benpensante, “il manifesto”, 6 gennaio 2012

Crisi italiana. Un declino che viene da lontano (Marco D'Eramo)

L'articolo che segue, sul declino italiano, è della Befana del 2012, più di 5 anni fa, ma - riguardando soprattutto la storia italiana del Novecento – conserva intera la sua attualità. La chiave di lettura scelta da D'Eramo resta utilissima, meritevole di verifiche e di approfondimenti. Quel che da allora è mutato è, casomai, l'aggravarsi della decadenza economica e l'incancrenirsi della crisi che rende tutto più difficile, perfino a Berlusconi e a Moratti che calciatori non possono o non vogliono più comprarne. (S.L.L.)

L'inizio del declino italiano ha una data esatta ed è il 26 dicembre 1991. Quel giorno si sciolse ufficialmente l’Unione sovietica e finì la Guerra Fredda. Con la guerra fredda finì anche quella che potremmo chiamare l’eccezione italiana. Perché per 35 anni l’Italia era stata la frontiera geografica e politica dell’impero occidentale. Frontiera geografica (orientale) perché il blocco sovietico cominciava proprio sull’altra riva dell’Adriatico. Frontiera politica perché il Pci era il più forte partito comunista dell’Occidente. Quindi tutto fu messo in opera (e tutto fu consentito) perché l’Italia americana fosse una «success story».
Da qui il miracolo economico, da qui la straordinaria stabilità politica di un regime sostanzialmente monopartitico (i gabinetti cadevano sì uno dopo l’altro, ma a rotazione le poltrone erano occupate sempre dagli stessi).
D’altronde l'Italia non era sola: anche il Giappone si trovava in una situazione analoga: anch’esso era uno dei vinti deEa seconda guerra mondiale, anch’esso era una frontiera geografica dell’impero, stavolta occidentale, avendo dirimpetto Siberia e Cina. Anche in Giappone la sinistra era forte. Così non stupisce che i due paesi abbiano avuto per tutta la guerra fredda un destino parallelo: ambedue vissero un incredibile miracolo economico (il Giappone partiva da più in alto e quindi anche il suo miracolo lo portò più in alto); ambedue furono governati da un regime monopartitico (a Roma dalla Democrazia cristiana, a Tokyo dal Partito Liberal-democratico), ambedue erano caratterizzati da una forte commistione tra politica e criminalità (mafia in Italia, yakuza in Giappone).
E in ambedue i paesi il sistema entrò in crisi esattamente con la fine della guerra fredda: in Giappone esplose la bolla immobiliare e cominciò una recessione da cui non è ancora uscito; anche a Tokyo, come a Roma, il regime monopartitico entrò in crisi. A questi destini paralleli ha dedicato un volumone intitolato Machiavelli’s Children: Leaders and their Legacy in Italy and Japan (2003) lo storico Richard J. Samuels della Cornell University.
In Italia la fine della guerra fredda fu vero un terremoto politico con fortissime scosse economiche di assestamento. In Italia il Pci si era già sciolto pochi mesi prima, nel febbraio 1991. Ma nel giro di pochi mesi scoppiò Mani pulite e implosero tutti gli altri protagonisti della prima Repubblica Democrazia cristiana, Partito socialista, socialdemocratici, liberali, repubblicani. Nessuna di queste formazioni sopravvisse.
Ma quel che a noi interessa è che allora finì l’eccezione italiana: non era più un paese chiave, non era più indispensabile né per gli Stati uniti, né per la Nato: diventava un alleato marginale tra gli altri, e sostituibile, in termini strategici, da altri paesi dell’ormai ex est europeo: era un drastico downrating di status, da nevralgico pivot a periferia irrilevante. Fino ad allora era stato persino sopportato un primo ministro con legami di mafia. Ora poteva essere processato (anche se poi fu assolto). Fino ad allora l’establishment economico internazionale aveva accettato che l’Italia trasgredisse tutti gli accordi, svalutasse a ripetizione, s’indebitasse più di ogni altro paese occidentale (anche qui in parallelo col Giappone, che oggi ha un debito pubblico superiore al doppio del Pii). Nessuna agenzia di rating attaccò mai l’Italia che pure svalutava a go go (i meno giovani ricorderanno che alla fine degli anni 1970 erano addirittura scomparse le monete metalliche sostituite da mini assegnetti fai-da-te emessi dalle singole banche.
Oggi qualcuno rimpiange la «laicità» della Democrazia rispetto al servilismo attuale dei partiti verso la Chiesa, ma dimentica che allora la De doveva ubbidire a due padroni, Usa e Vaticano, e non a uno solo: e non sempre la diplomazia vaticana coincideva con quella statunitense, basti l’esempio del Medio oriente su cui infatti un politico come Andreotti aveva una posizione nettamente più filo-araba e meno filoisraeliana di quella americana. Ma con la fine della Guerra fredda, la Chiesa tornava a essere l’unica struttura insieme organizzata, presente sul territorio e portatrice d’ideologia. Da qui il revanscismo vaticano, il tentativo di reconquista cattolica cui assistiamo.
Fino al 1991 la delocalizzazione e l’off-shoring erano stati mantenuti entro i limiti, proprio per non degradare l’economia e il mercato del lavoro di una marca di frontiera Ma da allora non ci fu più nessuna remora e da allora il Prodotto interno lordo del nostro paese è sostanzialmente piatto, è anzi arretrato con l’ingresso nell’euro. Ricordiamo che dal 1992 in poi, su mandato politico, l’Istat ha mentito sistematicamente sui dati dell'inflazione: mantenendorli più bassi del reale consentiva di pagare interessi minori sui Bot, di rivalutare meno le pensioni, di abbassare la scala mobile. Quando fu introdotto l’euro e i prezzi praticamente raddoppiarono d’un colpo (la parità nominale era 1 euro = 2.000 Ere, la parità reale era 1 euro = 1.000 Ere), l’Istat ebbe il coraggio di dirci che in quell’anno i prezzi erano aumentati del 4 o 5 per cento, se non ricordo male. Divenne un luogo comune dire che spendevamo in euro, ma guadagnavamo ancora in lire. A detta dello stesso ex ministro Giulio Tremonti, l’introduzione dell’euro provocò la più colossale redistribuzione di reddito della storia repubblicana a scapito dei lavoratori dipendenti (operai, insegnanti, infermieri, ma anche professori universitari, giudici o diplomatici) e a favore del cosiddetto «popolo della partita Iva».
Come il Giappone, quando è scoppiata la crisi del 2007, anche l’Italia non si era ancora ripresa dalla degradazione decretata dalla fine della guerra fredda. Semmai, la nostra situazione era molto peggiore di quella giapponese perché erano già in calo tutti gli indicatori, dalla percentuale del Pil dedicata a ricerca e innovazione, alle spese di welfare, agli investimenti in grandi opere, all’acculturazione dei giovani, al mercato del lavoro).
Ma quel che è successo potrebbe essere letto in modo ancora più impietoso: e cioè i favoritismi nei confronti del nostro paese avevano mascherato durante la guerra fredda la principale carenza di lunga durata dell’Italia e cioè l’assenza di una classe borghese, in Italia ci sono moltissimi ricchi, come si è visto l’altro ieri a Cortina ma questi ricchi non fanno classe. Da decenni non si vede nessun capitalista nostrano investire in università e ricerca. I ricchi d’oltreoceano finanziano Harvard, Yale, e persino i più reazionari tra loro sovvenzionano centri studi; da noi i Moratti, i Berlusconi e gli Agnelli comprano tutt’al più calciatori. L’assenza di una borghesia intesa come classe si ripercuote - sembra un’ovvietà - nella totale latitanza di uno «stato borghese», di una «legalità borghese». Nessun ricco italiano si sente membro della classe dirigente, come invece succedeva a quel giudice della Corte suprema statunitense che diceva «A me, come a tutti, scoccia pagare le tasse, ma è il prezzo che pago per la civiltà».

“il manifesto”, 6 gennaio 2012

22.4.17

Parlamenti. I discorsi parlamentari di Paolo Volponi (Gilda Policastro)

Nel 2012 cade il cinquantenario di uno dei libri obbligatori della nostra letteratura: Memoriale di Paolo Volponi, romanzo dell’alienazione dell’individuo nella moderna civiltà industriale. E, a proposito di industria, se quella editoriale sacrifica la presenza di questo scrittore in libreria lasciandone evaporare dai cataloghi, ancor prima che dagli scaffali, la produzione persino maggiore, sta agli editori piccoli e indipendenti riproporre e ridiscuterne opere e pensiero senza distinzioni perimetrali, in omaggio al felice, indistricabile connubio che ha fatto di lui (come di Fortini e di Pasolini) uno degli emblemi di quella stagione degli «scrittori-intellettuali» al tempo stesso in auge e al tramonto dalla fine degli anni Settanta. Tanto attivo, Volponi, da avere un ruolo determinante nella costituzione del Partito della Rifondazione comunista, e, prima ancora, nel Senato della Repubblica, tra l’83 e il ’93.
Una silloge dei più significativi tra i suoi discorsi parlamentari, scelti da Massimo Raffaeli e introdotti da Emanuele Zinato (curatore, tra l’altro, di Romanzi e prose per la Nue, oggi pressoché introvabili), esce per un editore militante come Ediesse – che dà in contemporanea alle stampe, a dire delle infaticabili iniziative di recupero, un libro «piccista» sconosciuto e fondamentale come il Palmiro di Luigi Di Ruscio.
Precede i discorsi volponiani ciò che resta di un «romanzo parlamentare-epistolare», concepito negli anni dell’impegno politico, sulla leggendaria figura di un Senatore segreto con cui s’identificano i moventi di azioni misteriose e presenze inspiegabili nei luoghi del potere («cattivi pensieri e scorregge infettive», nel testo).
Ma al di là della inedita e curiosa spy story recuperata da Sofia Pellegrin, l’interesse maggiore del libro sul piano storico-letterario risiede proprio nei discorsi annunciati dal titolo complessivo: Parlamenti, che fa pensare, per indebito accostamento, a un celebre titolo di Gianni Celati, in cui il sostantivo si corredava dell’epiteto di buffi (e in tutt’altra chiave, affabulatoria e picaresca, si declinava in quelli, in effetti, l’atto del discorrere).
Quel che impressiona nei «nuovi» Parlamenti (titolo stavolta editoriale e denotativo) è invece la sporadica presenza (confinata per lo più nell’abbozzo di romanzo) dell’ironia e, di contro, un rigore estremo nella partecipazione politica, con l’impegno diretto e competente (al di là dell’oratoria impeccabile) nella discussione pubblica dei decreti, o mosse coraggiose come le dimissioni in caso di dissenso dalla sua parte.
A testimonianza di una concezione affatto personalistica del potere, rispetto alla quale le condizioni di governo dell’ultimo decennio – a tenersi stretti – hanno marcato una distanza di epoche molto più profonda di quanto non dicano le date e i nomi mutati (e in fondo Volponi già parlava degli effetti nefasti della televisione e della pubblicità sulla lingua – il «vada» e il «venghi» fantozziani –, oltre che sui costumi e sull’«inconscio»).
E però quel che maggiormente rallegra è rinvenirvi la considerazione della politica all’interno di un panorama più ampio, rivolto ai destini di un organismo collettivo che a seconda dei casi si chiama, senza fanatismi o populismi di sorta, l’interesse generale, la società, la realtà.
Le parole chiave sono dunque «lavoro», innanzitutto, e poi «industria», e in particolare la definizione del suo sviluppo inteso come «capacità di inventare una grande ricerca scientifica alla portata del paese, della scuola, delle organizzazioni pubbliche, delle amministrazioni e di tutte le forze del lavoro», laddove, però, con l’inseguire il mero profitto, essa ostenterebbe, nella realtà effettuale, piuttosto il proprio «prepotere» e «dominio», riducendo la «massa dei dipendenti» a mera «scorta». Assunto tristemente attualizzabile e dimostrato dalla fase di recessione presente, per cui determinandosi uno stato di crisi è stato il mercato a sopravanzare la politica, dove per Volponi questa dovrebbe viceversa incarnare in ogni circostanza l’aggregato di tutte le forze e di tutti i poteri, in nome di un interesse che li travalichi.
L’assunto che in qualunque ambito, dalla politica alla cultura alla formazione, non esistano obiettivi ristretti, ma un circuito di elaborazione, condivisione e verifica delle idee («non vi è nulla di più pratico della teoria»), è il principio guida di questi discorsi, che anche rispetto all’occasione più contingente (dalla riforma della scuola all’intervento per il mezzogiorno al piano energetico nazionale alla guerra nel Golfo) si richiamano alla relazione imprescindibile del piano ideale con la sua attuazione concreta («né piango perché cascano le statue»: della fine del comunismo).Non a caso, ai termini di stampo prevalentemente economico si affiancano categorie mutuate da altri saperi e competenze, dalla letteratura alla psicoanalisi in special modo, adoperate come strumenti di comprensione e di analisi non pacificata del presente e dei suoi conflitti.
Così nella discussione sul «decreto di San Valentino», che nell’84 abrogava la famigerata scala mobile sancendo la nascita del precariato, Volponi si avvale dell’«ossessione» per definire l’incapacità di focalizzare un oggetto senza ingaggiare meccanismi di identificazione o rivalità con esso, e senza coltivare per suo tramite «sogni fallaci di onnipotenza»: il governo non è il decreto, dice ottimamente Volponi (o, addirittura, il governo non s’identifica con «i singoli componenti»), e il decreto non può essere il fantasma del governo.
Senso dei tempi, ma anche effettiva lungimiranza: tanto per smentire, insieme, quello che voleva tenere i «poeti» fuori dallo stato e coloro, tra gli scrittori di oggi, che si ritengono nel solo obbligo di scrivere «bei romanzi». Principio guida dell’autore di Memoriale è l’assunto che obiettivi e idee devono entrare in un circuito di condivisione e di verifica.


“il manifesto”, 3 gennaio 2012

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