8.2.17

Perché volano i tappeti (Cristina Campo)

In occasione della pubblicazione per Adelphi, nel decennale della morte, d'una raccolta degli scritti di Cristina Campo, Gli imperdonabili (1987), “la Repubblica” pubblicò stralci da uno scritto dei primi anni Settanta, che prendeva spunto dalle Mille e una notte.(S.L.L.)
Il libro delle Notti trabocca di tappeti, è spesso un vero cerimoniale di tappeti. Tutto, per così dire, vi si svolge sopra. Salomone vola su un tappeto alla battaglia con i genii ribelli mentre gli uccelli sfrecciano sopra di lui e le belve marciano sotto, all' ombra di quel tappeto. L'amante scaltra vi si fa avvolgere per introdursi al cospetto del suo signore; nel tappeto arrotolato si occultano cadaveri (orrore perfetto della Storia delle Tre Mele!); su di esso si dorme, si ama, si toccano strumenti armoniosi, sopratutto si narra e si prega. “E affacciatasi timidamente alla porta, vide un piccolo oratorio; inginocchiato su un tappeto, un giovane recitava con voce armoniosa il Santo Corano”.
È il piccolo, leggero tappeto di orazione che il pio musulmano porta con sé nei suoi viaggi, così da usufruire ovunque, nelle cinque invocazioni quotidiane, della purezza di uno spazio privilegiato, non tocco da piede infedele. Vi è figurata la nicchia di orazione a sesto acuto, da volgere in direzione della Mecca: sintesi rituale di una moschea con una lampada votiva appesa al centro o l'anfora lustrale capovolta, stillante fiori, tre garofani solitamente. È un versetto del Corano a fornire quasi sempre la decorazione più bizzarramente, più liricamente eloquente. Canoni metafisici vincolano il tappeto islamico che abomina dalla figura, lo imprigionano, come ogni opera d'arte di consumata sapienza, nella crudele bellezza di una stilizzazione sdegnosa, prezzo e frutto di atavica educazione contemplativa.
Ma perché vola il tappeto? Nei racconti tradizionali d'Occidente può accadere che una principessa si ridesti nel proprio letto in un palazzo sconosciuto, a mille miglia dal regno di suo padre e il cavallo alato, creatura astrale e fatidica, è comune a molte latitudine. Ma il tappeto volante resta unico, meravigliosamente inesplicabile.
Libri ammalianti sull'arte del tappeto rispondono ormai come oracoli a quasi tutte le domande possibili intorno alle genealogie e ai significati di questi spazi di lana fittamente annodata, poi tagliata e tonduta, che ci stendono dinanzi i loro ardenti grovigli narrativi, le loro pure geometrie mentali. Narrano, questi libri, di tappeti che hanno diciannove secoli, come quel tappeto di Persia ritrovato perfetto in una tomba reale nei Monti Altai, che attesta, con i suoi diecimila chilometri di viaggio, la totale credibilità di quella incredibile Via della Seta. Si dilata sotto i nostri occhi l'immemoriale geografia del tappeto, che è infine la geografia delle Notti: tessuta e narrata dalle stesse migrazioni e mischianze: Turchi e Greci, Ebrei e Persiani, Arabi e Gitani d'Egitto, Siriani, Armeni, Circassi, Curdi, Turcomanni, Tartari, Mongoli. Ed è la stessa colonna geologica di millenni: dal mitico tappeto di Ctesifonte al tappeto moderno, imperturbabilmente simile all' antico. “Clima secco e duro, copiosa abbondanza di lane e di greggi, necessità di trasporto veloce ed agevole accomunano le estetiche e le tecniche. I diversi piani della vita intima e spirituale si unificano nel tappeto, ne fanno una miniatura squisitamente completa della tradizione, che nessuna cosa esclude purché sia contemplata al suo massimo di purezza”.
Chi tesse, abitualmente, il tappeto? Le città della Persia provincia d'elezione del tappeto, sebbene quest'arte sia tanto vasta e diversa quanto lo è l'Oriente stesso creano e diffondono scuole di tappeto là dove si trovino sorgenti d'acqua cristallina. I maestri del tappeto, quei bardi itineranti del telaio, passano, come l'antico narratore di fiabe, di villaggio in villaggio, di regione in regione, dispensando agli artigiani locali i tesori della loro portentosa memoria, custode di innumerevoli schemi di composizione...
Ma perché vola il tappeto?
Ci viene insegnato che nella lingua araba classica una radice comune lega tappeto e farfalla e certo non soltanto per la fascinazione dei colori. Il tessere e l'annodare alludono di per sé alle vicende ordite per gli uomini da invisibili mani. E si sa come il vocabolo greco che indica l'attimo senza ritorno, da cogliere come un fiore miracoloso kairos sia usato per definire un altro indefinibile: la momentanea, lampeggiante fissura tra l'ordito e la trama in cui la spola penetra fulmineamente, come la lama mortale tra i due pezzi di un'armatura.
Ma perché vola il tappeto?
Un libro pieno di sapienza, che riferisce press'a poco tutto quanto la Persia classica e soprattutto la Persia mistica hanno insegnato intorno ai fili che corrono tra cielo e terra, ci getta forse con negligenza persino la chiavina d'oro che può dare accesso all'ultima stanza del tappeto: questa piccola, ironica terra che può volare. Si allude in questo libro a una ricomposizione spirituale dell'Eden, anzi addirittura di un mondo precedente all'Eden, dove la pietra e la stella, la rosa e il cristallo, la fonte e lo spino, l'animale feroce e il delicato si apparentano in una dimensione che le racchiude tutte, e si direbbe che la quarta non sia la definitiva. Esso racconta di città smeraldine Jabalqua e Jabarsa dalle mille porte dove sono realizzate all'infinito (proprio come in un tappeto persiano) le differenti specie di immagini originarie formanti una gerarchia di gradi diversificati dalla sottigliezza o la densità. Tali città fanno corona, se così si può dire, al Monte Kaf, centro e insieme cerchio del mondo, del quale così spesso è fatto cenno nelle Notti: cuore di quella inestricabile cosmogonia che è la Storia di Hasib el Karim o della Regina dei Serpenti. Ancora, come il tappeto, la superficie di quelle città è quadrata, indizio di perfezione e di totalità.
Che il tappeto orientale voglia offrire uno specchio della divina freschezza di un mondo senza colpa ce lo dicono, d'altra parte, i quattro fiumi paradisiaci che nascono talvolta dalla nicchia d'orazione: così essi sgorgano nei mosaici cristiani, mutati nelle fonti cristalline dei Vangeli, dalla roccia su cui si erge l' Agnello, o traversano tragicamente il manto cosmico del vescovo bizantino. I mistici cristiani leggevano nell' orto misterioso del Cantico un' immagine del giardino dell'innocenza, dove l' anima non è impegnata in altra operazione che sorvegliare dall' inizio della primavera la crescita dei fiori. Siano comunque edeniche o precedenti all' Eden queste terre trasfigurate, queste terre in visione, non vi perviene per gradi quell' intrepido viaggiatore, colui che si raccoglie in orazione sul tappeto? Qui si trova il sentiero che conduce alla sorgente di vita.... E' ragionevole che le meditazioni di tali uomini si concludano qualche volta in levitazioni, in quei voli nei quali il corpo sembra scoccare dall' arco teso della mente rapita. Di simili stati, così abituali nella storia della contemplazione occidentale, un san Giuseppe da Copertino è forse la testimonianza massima. La danza contemplativa di san Domenico, librato da terra sulla punta degli alluci, mani tese e congiunte sopra la testa come una freccia ne offre un profilo ancora più grafico. I due enigmi si scioglierebbero, allora, mutuamente e simultaneamente: il tappeto vola perché è terra spirituale, i disegni del tappeto annunciano quella terra, ritrovata nel volo spirituale.


“la Repubblica”, 10 ottobre 1987  

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