31.1.17

Scrittrici. Maria Messina, Palermo 1887 – Masiano Pistoia 1944 (Ester Rizzo)

Nel cosiddetto quint'anno delle magistrali (il nome ufficiale era anno propedeutico all'Università) non c'erano programmi rigidi da seguire, anzi la gestione in comune dei corsi da parte del Provveditorato e da parte dell'Ateneo incoraggiava la scelta monografica, purché centrata su argomenti con vaste implicazioni e in grado di affinare il metodo di studio. 
Vi ho insegnato in alcuni anni Storia, in altri Italiano. Un anno – addirittura – mi assegnarono Italiano in uno dei due corsi e Storia nell'altro. 
Erano gli anni Ottanta, per molti versi pessimi, ma non si era ancora esaurita la spinta di rinnovamento culturale che veniva dal nuovo femminismo e investiva molte discipline. Il fatto che nel quint'anno gli studenti fossero soprattutto donne, giovani maestre elementari, spingeva pertanto a scegliere temi in cui trovava posto la “differenza di genere”. 
Uno dei corsi ebbe come tema il rapporto uomo-donna nel romanzo italiano fra Ottocento e Novecento. Scegliemmo una quindicina di romanzi, uno per settimana. Rammento Il marito di Elena di Verga, Amore e ginnastica di De Amicis, Una donna di Aleramo, Un matrimonio in provincia della Marchesa Colombi, Senilità di Svevo, Canne al vento di Deledda, L'esclusa e Giustino Roncella... di Pirandello, Con gli occhi chiusi di Tozzi, Teresa di Neera e La casa nel vicolo di Maria Messina. 
Imparai molto da quelle letture e da quelle ragazze. Ricordo in particolare una analisi intelligente e rigorosa del libro della Messina, da poco riscoperto e rieditato dalla signora Elvira Sellerio nella prestigiosa collana blu diretta da Leonardo Sciascia. (S.L.L.)
Maria Messina
Così la ricorda la nipote, la scrittrice Annie Messina: “Una giovane donna minuta con un visino pallido dai grandi occhi luminosi,incorniciato da una massa di fini capelli castani. La sua fragilità celava una forza d’animo non comune, la forza che le ci era voluta per denunciare, lei signorina di buona famiglia che avrebbe dovuto ignorare certe vergogne, quello che si celava dietro la facciata di case rispettabili, in cui la donna era tenuta in uno stato di soggezione prossimo alla schiavitù”.
Maria Messina fu una grande scrittrice di cui, dopo la morte avvenuta nel 1944, si perse il ricordo. La memoria letteraria è stata molto avara nei suoi confronti, solo dopo la ristampa di alcune sue opere nel 1980 e l’attenzione di Leonardo Sciascia, si aprì uno squarcio sul silenzio che la circondava.
Era nata a Palermo il 14 Marzo del 1887 da Gaetano e Gaetana Valenza Traina. Nel 1903 si trasferì con la famiglia a Mistretta e lì visse fino al 1909. La maggior parte delle sue opere risentono delle atmosfere di quel luogo, nel cuore dei Nebrodi, della provincia messinese. In seguito si spostò in varie parti d’Italia per seguire il padre che era un ispettore scolastico: in Umbria, nelle Marche, in Toscana e infine si stabilì a Napoli.
A vent’anni fu colpita dalla sclerosi multipla, malattia che la costrinse a condurre una vita schiva, quasi sempre tra le pareti domestiche.
Intrattenne intensi rapporti epistolari con Giovanni Verga ed Ada Negri. Quest’ultima curò la prefazione ad una sua raccolta di novelle del 1918 Le briciole del destino e pur non avendola mai incontrata le scrive: “Mia piccola sorella Maria, non ti conosco fisicamente ma mi sembra di conoscere bene la tua grande anima”.
Tra le sue raccolte di novelle ricordiamo Pettini fini del 1909, Piccoli gorghi del 1911 e Personcine e Ragazze siciliane del 1921.
Fu anche autrice di libri per ragazzi e ragazze: Cenerella, I figli dell’uomo sapiente, Il galletto rosso e blu e Il giardino dei Grigoli.
Il suo primo romanzo Alla deriva è del 1920 e da lì parte la sua cifra stilistica che fotografa e racconta una società provinciale, perbenista, rassegnata alle forme da rispettare e che fa emergere la donna come “una vinta tra i vinti”, un essere passivo in una condizione di “muta e drammatica subalternità”.
In un altro suo romanzo, La casa nel vicolo, la scrittrice mette in risalto una donna sottomessa alla famiglia patriarcale siciliana, a cui è negata ogni autonomia e da cui ci si attende solo fedeltà ed obbedienza cieca. Questa sua denuncia la troviamo in tutti i suoi romanzi, la donna come “pupattola di cencio” che non ha voce per gridare i diritti negati di libertà ma che si salva estraniandosi da sè e dalla propria quotidianità.
Leggere le sue pagine significa ritrovarsi all’interno di povere e misere case, nei vicoli dove le donne si radunavano a cucire, nei balconcini dove sbocciavano margherite, gerani e giunchiglie, e ancora panorami di frumento, poggi e colline ondulate. E poi ci si immerge nelle trame delle vite di nonne sagge, di padri despoti e duri, di madri silenziose, di sorelle, cugine, amiche accomunate da destini scelti da altri. Si entra, quasi in punta di piedi, nelle cucine con i grandi focolari e il profumo del pane o dei dolci appena sfornati, nelle stanze da letto con piccole culle che ondeggiano, in piccoli viottoli freschi ed ombrosi punteggiati da edicole votive in onore di santi e madonne. E in questi ambienti spesso si stagliano figure femminili “pallide, magroline, vestite di nero” a cui a volte non era neanche permesso studiare dalle monache, perché le fanciulle andavano custodite e il padre “voleva formarle lui, a suo modo, docili, semplici, ignoranti, senza desideri, come debbono essere le donne”.
Per alcuni critici letterari le opere di Maria Messina possono essere inserite nel filone narrativo seguito da Verga, Capuana e Pirandello. In effetti nei suoi primi scritti si rintraccia l’influenza verghiana ma in seguito la sua arte narrativa assume un’identità autonoma, con un verismo in cui gli avvenimenti impattano soprattutto l’animo femminile.
Leonardo Sciascia la definì invece una “Mansfield siciliana” per i suoi racconti realistici e l’interesse verso la quotidianità.
Così le scrisse Ada Negri dopo aver accettato di scrivere la prefazione de Le briciole del destino: “le briciole del destino: avare e magre, sprezzanti ed anonime, che la vita getta con distratto compatimento agli Umili…tu hai voluto studiare questi cantucci di umanità che sanno di vecchia polvere, di vecchi stracci abbandonati, di vecchie ragnatele, di vecchie lacrime rancide: Tu vi sei riuscita piccola sorella Maria. Come?…Non so”.
Maria Messina morì il 14 Marzo del 1944 a Masiano, una frazione a pochi chilometri da Pistoia, in una casa di contadini dove si era rifugiata per sfuggire ai bombardamenti della seconda guerra mondiale.
Nel 2009 i suoi resti mortali sono stati traslati dal cimitero di Pistoia a quello di Mistretta, ove oggi riposa accanto alla sua amata madre.


Da “Enciclopedia delle donne”

E sei pronta ora? Una poesia di Amelia Rosselli (1930-1996)

E sei pronta ora per l'esperienza?
Disposta ad affrontare la lotta? Puoi
ammettere d'aver menato colpi alla cieca, portando
fuoco al cuore, la rovina e
la corruzione?

Non so rispondere a questa corruzione. lo
non so ficcarci il mio pugno con una lanterna
a due luci, nella sua marmellata. Mi sono solo
arrestata di colpo, con foglie
viola che m'avvizziscono attorno.

Non amo le viole, non sono uno spaventato
corvo; sono proprio vicina alla morte, al suo tenero
abbraccio. Non ho chiavi addosso, il mio
cuore è siffatto di morbidezze che non sa
improvvisare motivi o decantare concorsi
o qualificare una lite.

Non sono il campione del mio cuore, sono la sua
guida e la sua caduta - la sua miseria mai si
consuma, che tu non pianga e cada.


In Storie di fine '900, supplemento a “il manifesto”, 28 aprile 1991

Protofemministe. Madonne false (Maria Adelaide Hedwig Dohm 1918)

Maria Adelaide Hedwig Dohm (Berlino 1831-1919)
Suscita stupore che proprio coloro i quali negano nel modo più assoluto alla donna la razionalità, il controllo dei propri sentimenti, la capacità di giudizio affermino a gran voce che la madre è l’unica educatrice dei propri figli, a ciò chiamata da Dio e dalla natura.
Come Mosé batté ad un’arida roccia e ne fece sgorgare una fresca sorgente, così dal misero cervello di una madre deve zampillare una fresca sorgente di sapienza pedagogica. Davvero? Di botto, la stupidità di una donna, non appena essa genera il figlio, si trasforma in intelligenza, e la sua debolezza fisiologica (cfr. Mobius) in acutezza d’ingegno, la sua cecità in chiarezza di visuale.
Nella mia lunga vita ho constatato generalmente l’opposto: le donne più intelligenti, una volta madri, diventano folli, le più dotate di nobili sentimenti egoiste, le più acute d’ingegno divengono ottuse allorché si tratta dei propri figli. L’amore materno è piuttosto un impedimento che un’agevolazione per un’educazione corretta e ragionevole. (....)
L’ampio sbandieramento degli istinti è il cavallo di battaglia dei nostri nemici: per costoro stolta colei che, nella ricerca affannosa dell’intelligenza, sacrifica la propria sacra innocenza ad un profano sapere. Assomiglia a Esaù che vendette il diritto di primogenitura per un piatto di lenticchie.
Me ne infischio degli istinti; raramente essi sono d’accordo con la morale (e certamente neppure le intelligenze lo sono sempre). Tra coloro che difendono gli istinti, ottimi esempi sono costituiti da ubriaconi, ingordi e maniaci sessuali. Istinto ed egocentrismo sono intimamente connessi. Pensiamo rabbrividendo allo scatenamento degli istinti che avviene in occasione delle guerre.
Autocontrollo e autodominio rientrano nel repertorio di ogni pedagogia, e autocontrollo vuol dire appunto repressione, dominio del nostri istinti sottomessi ad un’affinata razionalità protesa al conseguimento della dignità umana. Non rifiuto affatto gli istinti, sempreché essi intervengano limitatamente e non prevalgano nelle azioni umane.

"il manifesto" ritaglio senza data, probabilmente 1982

Sette novelle per sette spose. Metafore ed eros d'Oriente (Italo Calvino)

Italo Calvino
Appartenere a una civiltà poligamica anziché monogamica cambia certamente molte cose. Almeno nella struttura narrativa (unico campo in cui mi sento d’opinare) s'aprono tante possibilità che l’Occidente ignora.
Per esempio, un motivo molto diffuso nelle fiabe occidentali, l’eroe che vede un ritratto della bella e istantaneamente s’innamora, lo ritroviamo anche in Oriente, ma moltiplicato. In un poema persiano del XII secolo il re Barham vede sette ritratti di sette principesse e s’innamora di tutte e sette in una volta. Ciascuna d’esse è figlia d’un sovrano d’uno dei sette continenti; Bahram le chiede in moglie una per una e le sposa. Fa poi innalzare sette padiglioni, ognuno d’un colore diverso e «costruiti secondo l’indole dei sette pianeti». A ognuna delle principesse dei sette continenti corrisponderà un padiglione, un colore, un pianeta e un giorno della settimana; il re farà una visita settimanale a ognuna delle spose e ascolterà dalla sua voce un racconto. I vestiti del re saranno del colore del pianeta di quel giorno e le storie raccontate dalle spose saranno egualmente intonate al colore e alle virtù del pianeta rispettivo.
Questi sette racconti sono fiabe piene di meraviglie tipo le Mille e una notte, ma hanno ognuno una finalità etica (anche se non sempre riconoscibile sotto il manto simbolico) per cui il ciclo settimanale del re-sposo è una ricognizione delle virtù morali come corrispettivo umano delle proprietà del cosmo. (Poligamia carnale e spirituale dell’unico maschio-re sulle molte spose-ancelle; nella tradizione il ruolo dei sessi è irreversibile e su questo punto non c’è da aspettarsi nessuna sorpresa). I sette racconti a loro volta comprendono vicende amorose che si presentano in forma moltiplicata rispetto ai modelli occidentali.
Per esempio, lo schema tipico della fiaba d’iniziazione vuole che l’eroe passi attraverso varie prove per meritarsi la mano della fanciulla amata e un trono regale. In Occidente questo schema esige che le nozze siano tenute in serbo per il finale, oppure, se avvengono nel corso del racconto, precedono nuove vicissitudini, persecuzioni o incantesimi, in cui la sposa (o lo sposo) viene prima perduta e poi ritrovata. Invece qui leggiamo una fiaba in cui l’eroe a ogni prova che supera si guadagna una nuova sposa, più altolocata della precedente; e queste spose successive non si escludono a vicenda ma si sommano come i tesori d’esperienza e saggezza accumulati durante la vita.
Sto parlando d’un classico della letteratura persiana medievale, oggi accessibile in un volumetto della Bur edito con cura encomiabile: Nezami, Le sette principesse, introduzione e traduzione di Alessandro Bausani, note di Alessandro Bausani e Giovanna Calasso, Rizzoli. Accostarci ai capolavori della letteratura orientale per noi profani resta il più delle volte un’esperienza approssimativa, perché è tanto se attraverso le traduzioni e gli adattamenti ce ne arriva un lontano profumo, e sempre arduo risulta situare un’opere in un contesto che non conosciamo; questo poema in particolare è certo un testo quanto mai complesso per fattura stilistica e implicazioni spirituali. Ma la traduzione di Bausani (che appare minuziosamente aderente al fitto tessuto di metafore e non si tira indietro nemmeno davanti ai giochi di parole, riportando tra parentesi i vocaboli persiani), le copiose note, l’introduzione (e anche l'essenziale corredo d’illustrazioni) ci danno, io credo, qualcosa di più dell’illusione di capire che cosa questo libro è, e d’assaporame gli incanti poetici, almeno per quella parte che una traduzione in prosa può trasmettere.
Abbiamo dunque la rara fortuna d’annettere al nostro scaffale dei capolavori della letteratura mondiale un’opera godibilissima e sostanziosa. Dico rara fortuna perché quest’occasione è un privilegio di noi italiani tra tutti i lettori occidentali, se è vero quanto dice la bibliografia del volume: che l’unica traduzione inglese completa del 1924 è scorretta, quella tedesca un parziale libero rifacimento e di francesi non ne esistono. (Nella bibliografia non è invece detto, ma è giusto sia ricordato, che questa stessa traduzione di Bausani era già uscita anni fa per le edizioni «Leonardo da Vinci» di Bari, sia pur con un corredo di note meno ricco.
Nezami
Nezami (1141-1204), nato e morto a Ganjè (nell’Azerbaigiàn ora sovietico; vissuto dunque in un territorio in cui si fondono le stirpi iranica, curda e turca), musulmano sunnita (a quell’epoca gli sciiti non avevano ancora preso il sopravvento in Iran), racconta nelle Sette principesse (Haft Peikar, letteralmente «le sette effigi», databile intorno al 1200, uno dei cinque poemi da lui scritti) la storia d’un sovrano del V secolo, Bahram V, della dinastia sasanide. Nezami dunque rievoca in chiave di mistica islamica il passato della Persia zoroastriana; il suo poema celebra insieme la volontà divina a cui l’uomo deve rimettersi interamente e le varie potenzialità del mondo terrestre, con risonanze pagane e gnostiche (e anche cristiane; viene ricordato anche il grande taumaturgo Isu, ossia Gesù).
Prima e dopo le sette fiabe narrate nei sette padiglioni, il poema illustra la vita del principe, la sua educazione, le sue cacce (al leone, all’onagro, al drago), le sue guerre contro i cinesi del Gran Khan, la costruzione del castello, le sue feste ed ebbrezze, i suoi amori anche ancillari. Il poema è dunque innanzitutto un ritratto del sovrano ideale, in cui si fondono, come dice Bausani, l’antica tradizione iranica del «re sacro» e quella islamica del pio sultano, sottomesso alla legge divina.
Un sovrano ideale — pensiamo noi — dovrebbe avere un regno prospero e sudditi felici. Neanche per idea! Questi sono pregiudizi della nostra mentalità terra terra. Che un re sia un prodigio di tutte le perfezioni non esclude che il suo regno sia angariato dalle ingiustizie più crudeli, in mano a ministri perfidi e avidi. Ma dato che il re gode della grazia celeste, verrà il momento in cui la triste realtà del suo regno si svelerà ai suoi occhi. Allora egli punirà il Vizir infame e darà soddisfazione a chiunque venga a raccontargli le ingiustizie subite: ecco dunque le «storie degli offesi» anch’esse in numero di sette, ma certo meno attraenti che quelle altre.
Ristabilita la giustizia nel regno, Bahram può riorganizzare l’esercito e sbaragliare il Gran Khan della Cina. Adempiuto cosi il suo destino, non gli resta che scomparire: difatti sparisce letteralmente in una caverna, dove s’era spinto a cavallo per inseguire l’onagro che stava cacciando. Il re insomma è, dice Bausani, «l’Uomo per eccellenza»: quel che conta è l’armonia cosmica che in lui s’incarna, armonia che in una certa misura si rifletterà anche sul regno e i sudditi, ma che risiede sopratutto nella sua persona. (Anche oggi, del resto, ci sono regimi che pretendono d’essere lodevoli in sé e per sé, indipendentemente dal fatto che la gente ci viva malissimo).
Le sette principesse insomma fonde in sé due tipi di racconto «meraviglioso» orientale: quello epico-celebrativo del Libro dei Re di Firdusi (il poeta persiano del X secolo da cui Nezami prende le mosse) e quello novellistico che dalle antiche raccolte indiane porterà alle Mille e una notte. Certo il nostro piacere di lettori è più gratificato da questa seconda vena (consigliamo perciò di cominciare dalle sette fiabe e poi risalire alla cornice), ma anche la cornice è ricca d’incanti fantastici e di finezze erotiche (molto pregiate, per esempio, le carezze col piede: «Il piede del re nel fianco di quella rubacuori s’insinuava tra la seta e il broccato»), così come nelle fiabe il sentimento cosmico-religioso tocca punte molto alte. (Si veda la storia del viaggio compiuto insieme da un uomo che si rimette alla volontà di Dio e un uomo che vuole spiegare razionalmente tutti i fenomeni: la caratterizzazione psicologica dei due è così persuasiva che è impossibile non tenere per il primo, il quale non perde di vista la complessità del tutto, mentre il secondo è un saccente malevolo e meschino; la morale che possiamo tirarne è che, più della posizione filosofica, conta 3 modo eli vivere in armonia con la propria verità).
Separare comunque le varie tradizioni che convergono nelle Sette principesse è impossibile perché il vertiginoso linguaggio figurato di Nezami le assorbe nel suo crogiolo, e stende su ogni pagina una lamina dorata tempestata di metafore che s’incastonano le une nelle altre come pietre preziose d’uno sfarzoso monile. Per cui l’unità stilistica del libro appare uniforme, e s’estende anche alle partì introduttive sapienziali e mistiche. (Ricorderò tra quest’ultime la visione di Maometto che sale al cielo in sella a un cavallo angelo, fino al punto in cui le tre dimensioni scompaiono e «il Profeta vide Iddio senza spazio, udì parole senza labbra e senza suono»).
Le fioriture di questo arazzo verbale sono così lussureggianti che i nostri paralleli con le letterature occidentali, al di là delle analogie delle tematiche medievali, e attraversando la pienezza fantastica del Rinascimento d’Ariosto e Shakespeare, vanno naturalmente al barocco più carico; ma perfino l’Adone del Marino e il Pentamerone del Basile sembrano duna laconica sobrietà, paragonati alla proliferazione di metafore che ricopre fittamente il racconto di Nezami sviluppando un germoglio di racconto in ogni immagine.
Questo universo metaforico ha caratteristiche e costanti tutte sue. L’onagro, asino selvatico dell’altipiano iranico — che a vederlo nelle enciclopedie e, se ricordo bene, negli zoo, ha tutta l’aria d’un modesto ciuchino — nei versi di Nezami riveste la dignità dei più nobili animali araldici, e compare si può dire in ogni pagina. Nelle cacce del principe Bahram gli onagri sono la preda più ambita e difficile, citati spesso accanto ai leoni come avversari sui quali il cacciatore misura la sua forza e destrezza. Nelle metafore poi l’onagro è immagine di forza, anche di forza sessuale virile, ma pure di preda amorosa (l'onagro preda del leone) e di bellezza femminile e in genere di giovinezza. E poiché risulta anche avere una carne prelibata, ecco che «fanciulle dagli occhi d’onagro arrostivano al 'fuoco cosce d’onagro».
Altro elemento di metafora polivalente è il cipresso: evocato a indicare robustezza virile e naturalmente anche simbolo fallico, lo troviamo pure a modello di bellezza femminile (la statura è sempre molto pregiata), e associato alle chiome femminili, ma anche alle acque che scorrono e pure al sole del mattino. Quasi tutte le funzioni metaforiche del cipresso valgono poi anche per il cero acceso, più molte altre. Insomma il delirio delle similitudini è tale che qualsiasi cosa può voler dire qualsiasi cosa.
Come pezzi di bravura fatti di metafore una dietro l’altra si ricordano una descrizione dell’inverno, in cui a una serie d'immagini gelide («l’impeto del freddo aveva fatto spada dell'acqua e acqua della spada»; la nota spiega: le spade dei raggi solari diventano pioggia e la pioggia diventa spade di lampi; e anche se la spiegazione non rosse vera, resta sempre una bella immagine) succede un’apoteosi del fuoco, e una simmetrica descrizione della primavera, tutta d’animazione vegetale, tipo «la brezza si dette in pegno al basilico».
Catalizzatori di metafore sono pure i colori, che dominano nelle sette fiabe. Come si fa a narrare una storia tutta d’un colore? Il sistema più semplice è far vestire di quel colore i personaggi, come nella fiaba nera in cui si narra d’una signora che vestiva sempre di nero perché era stata ancella d’un re che vestiva di nero perché aveva incontrato uno straniero vestito di nero che gli aveva narrato d’un paese della Cina tutto di nerovestiti...
Altrove il legame è solo simbolico, basato sui significati attribuiti a ogni colore: il giallo è il colore del sole e dunque dei re; dunque il racconto giallo narrerà d’un re e culminerà in una seduzione, paragonata alla forzatura d’uno scrigno che racchiude l’oro.
Il racconto bianco è inaspettatamente il più erotico di tutti, immerso in una luce lattea in cui vediamo muoversi «fanciulle dal seno di giacinto e dalle gambe d’argento». Ma è anche il racconto della castità, come cercherò di spiegare, per quanto nel riassunto tutto si perda. Un giovane che tra i vari motivi di perfezione ha quello d’essere casto, vede il suo giardino invaso da fanciulle bellissime che danzano. Due di loro, dopo averlo fustigato credendolo un ladro (un certo compiacimento masochista non è escluso), lo riconoscono come padrone, gli baciano mani e piedi e lo invitano a scegliersi quella di loro che più gli piace. Lui spia le ragazze mentre fanno il bagno, fa la sua scelta e (sempre con l’aiuto delle due guardiane o «poliziotte» che per tutto il racconto dirigeranno le sue mosse) s’incontra da solo con la favorita. Ma in questo e negli incontri seguenti succede sempre qualcosa al momento culminante per cui l’amplesso va a monte: o crolla il pavimento della stanza, o un gatto per acchiappare un uccellino piomba sui due amanti abbracciati, o un topo rode il gambo d’una zucca su una pergola e il tonfo della zucca che cade fa perdere al giovanotto l’ispirazione amorosa. Così via fino alla conclusione edificante: il giovane comprende che prima deve sposare la ragazza perché Allah non vuole che lui commetta peccato.
Questo dell’amplesso ripetutamente interrotto è un motivo diffuso anche nel racconto popolare occidentale, ma sempre in chiave grottesca: in un cunto del Basile gli imprevisti che si susseguono somigliano molto a quelli di Nezami, ma ne vien fuori un quadro infernale di miseria umana, sessuofobia e scatologia. Quello di Nezami invece è un mondo visionario di tensione e trepidazione erotica insieme sublimato e ricco di chiaroscuri psicologici, dove il sogno poligamico d’un paradiso d'uri s’alterna alla realtà intima d’una coppia, e la licenziosità scatenata del linguaggio figurato introduce ai turbamenti dell’inesperienza giovanile.


“la Repubblica”, ritaglio senza data, probabilmente 1982

30.1.17

Su un risvolto di copertina. Una lettera di Giacinto Spagnoletti a Sandro Penna

Sandro Penna
Forse giova ricordare che Sandro Penna, di cui alcune interviste ed alcuni intellettuali amici avevano rivelato la povertà che talora sconfinava nell'indigenza, morì poco tempo dopo aver ricevuto questa amichevole lettera di Giacinto Spagnoletti, critico letterario tra i più acuti, il 21 gennaio del 1977. (S.L.L.)
Giacinto Spagnoletti
26 dicembre 1976

Caro Penna,
leggo il tuo ultimo straordinario libro di poesie Stranezze (edito da Garzanti), “stranezze” che mi paiono assolutamente omogenee all’universo in cui vivi, e perciò del tutto normali, e dopo aver esultato all'idea che nessuno meglio e più di te ha mantenuto per tanti anni la medesima grazia e limpidezza di voce, vado a scorrere quasi distrattamente il risvolto di copertina dove qualcuno ha creduto di “raccontare” la tua vita. Come mai si commettono ancora di queste imprudenze? E a vantaggio di chi, mi chiedo. Singolare è il modo - e più di un tuo amico rimarrà costernato - in cui vengono descritte le tue tribolazioni di uomo, dall’adolescenza in poi: “Di famiglia borghese (il padre commerciante sfortunato; la madre un po' nobile, un po' plebea), non sente fino alla maturità le ristrettezze economiche che poi si faranno abbastanza vive, più per una sua completa incapacità di adattamento sociale (addirittura psicologico) che per reali disavventure. Oggi che il suo carattere sarebbe divenuto più limpido, per conservare una sua libertà (ormai obbligatoria) è ugualmente costretto a molte e strane occupazioni”. Tutto il pezzullo risale a tre anni fa, quando uscì presso il medesimo editore la tua raccolta di racconti, Un po’ di febbre, ma allora la cosa passò inosservata. Io stesso recensii questo libro e non me ne accorsi.
Facciamo finta dunque che l’idea sia nata appena ieri e che si possa (ma si può?) dar sulla voce a chi ha pensato di edulcorare in quelle poche righe la magia e il dolore della tua esistenza. Quante cose rivela l’analisi del linguaggio! In primo luogo l’anonimo estensore del risvolto ha ritenuto di farti un piacere distribuendo fra borghesia, nobiltà e pezzenteria la “condizione” tua e dei tuoi genitori. Come dire che, per essere così “diverso” il contenuto della tua prosa (e dei tuoi versi), meglio non far risaltare in modo netto le origini. La cui chiarezza potrebbe eccitare a chissà quali discorsi malintenzionati un critico marxista, proponendo insane equazioni. Ad esempio, un poeta che osa dichiarare (da sempre) l’amore per i fanciulli correrebbe un serio rischio, se fosse “un po’ plebeo” come sua madre. Freud e Marx appena da qualche anno timidamente nel nostro paese si tendono la mano, forse solo da quando Fromm è intervenuto sul problema, vulgatim, e in economia. Resta il fatto che lasciare a un poeta come te tutto intatto il sangue borghese con un cucchiaino di aristocratico liquore ben sciolto risponde meglio al canone tradizionale che si perde nella notte dei secoli, sino ad Anacreonte e oltre. Da questi borghesi, che hanno una madre “un po’ nobile”, c’è da aspettarsi di tutto. Difatti, lo ricordavamo oggi Bassani ed io, di fronte a una società qual è la nostra, il povero Pasolini si è vergognato sempre delle sue propensioni sessuali; e la televisione italiana lo remunera da morto, mostrando alle famiglie insonnolite delle ore ventitré poetiche immagini del Friuli, interrogando quanti lo conobbero da ragazzo, politici e non politici (chi ricordava però che fu cacciato dal P.C. e dal suo paese?), e soprattutto leggendo lettere inedite, in cui il poeta parla di ragazze, di feste campagnole, di stupendi balli al tramonto, eccetera eccetera.
Veniamo ora alla parte sostanziale del pezzullo. C’è scritto che tu non hai sentito sino alla maturità (parola vaga che non vuol indicare un’età precisa, se Rimbaud a sedici anni era perfettamente maturo) “le ristrettezze economiche che poi si faranno abbastanza vive”. Benedetto Iddio, adesso cominciamo a ragionare, sono in ballo le ristrettezze; e chi ti conosce sa di che si tratta; ma un po’ di dolce in bocca a chi compra il libro (ignaro) occorre pur lasciarlo, ed ecco quell’“abbastanza”, capolavoro di finezza editoriale, perché anche i più scalcinati linguisti non ignorano che “abbastanza” preposto a “vive” toglie invece di aggiungere. Tutto sommato, insinua il nostro bravo estensore, è naturale che un poeta, giacché ha avuto in sorte un padre “commerciante sfortunato”, debba soffrire sino alla maturità (?) di qualche ristrettezza. Anche a Svevo, anche al Belli capitò quella sorte, e a chissà quanti altri... Però, attenzione, qui si desidera andare più a fondo: un po’ di colpa possiamo darla alla famiglia, ma la cosa non sarebbe stata così grave se il poeta non si fosse dimostrato così disadattato. Adesso bisogna rivelare di quale disadattamento soffrisse. Ci risiamo con Marx e Freud. Disadattamento sociale o psicologico? Il nostro editorialista ha qualche esitazione, infine, che male c’è, si risolve per tutti e due. Solo che aggiunge un “addirittura”, che francamente, tu mi intendi, caro Penna, è inspiegabile. Perché “addirittura”? Se fossi in te, vorrei avere ragione di questo sopruso. Un linguista lo giudicherebbe un lapsus semantico, un sottile, esilissimo insulto di chi è incapace di offendere. Un giudice forse deciderebbe per un’escussione di testi, come usa. E di teste in teste, risalirebbe alla fonte dei tuoi guai, che la poesia svela ma che la giustizia non capirà mai.
Alla fine, l’affanno dell’estensore sembra sciogliersi. Tant’è dir le cose come stanno: Penna vere e proprie disavventure non ne ha mai avute. Quelle “ristrettezze” sono passate come acqua sulla sua pelle. Di che cosa lamentarsi nelle sue interviste? (cfr. “Tempo”, 28 novembre ’76). E c’è di più: “Oggi che il suo carattere sarebbe divenuto più limpido (altre sfumature, altre ambiguità editoriali..., badate a quel condizionale, chi lo sa, forse i critici pensano il contrario, e difatti Garboli, eccezionale critico di Penna, è proprio su questa linea), per conservare una sua libertà...”. Occorre interrompersi un momento, ora siamo di fronte al vero ostacolo: dunque, per conservare una sua libertà... l’estensore della nota ha dei dubbi, deve pur uscirne, di quale libertà si tratta?, politica, morale, religiosa, sessuale, ah troppo troppo difficile scavare nell’animo di un poeta, e allora... altro casus ahimè gravissimo, richiudo in parentesi e ci metto “ormai obbligatoria’’, tanto chi andrà a investigare fra libertà e libertà, basterà che sia... obbligatoria, e siamo già alla follia, lo riconosco, ma ormai è fatta, bisogna dire altro. Soprattutto bisogna aggiungere che il poeta è “ugualmente costretto a molte strane occupazioni”.
Carissimo Penna, poeta fra i rarissimi da stimare oggi sul nostro pianeta, hai davvero ragione di lamentarti: ma non tanto di ciò che affermi nelle tue interviste, bensì di quello che ti fanno a tua insaputa. Sono convinto che pochi resisterebbero a certe insinuazioni. Che cosa ti tiene tanto stranamente occupato, notte e giorno? I mali di cui soffri, l’ingratitudine umana, la poesia, il ricordo del passato, il nero vuoto spirituale che ci avviluppa, i quadri che vorresti vendere, le telefonate a cui non sai rinunciare, la notte che è più brutta del giorno, il giorno che è più orrendo della notte? Questi interrogativi si riferiscono a qualcosa, ma non sono “strane” occupazioni: appartengono a te, al tuo dolcissimo selvaggio amor della vita. “Il mondo mi pareva un chiaro sogno, / la vita d’ogni giorno una leggenda”. Appunto. Scusami questa tiritera, e ricevi un affettuoso saluto dal tuo
Giacinto Spagnoletti


“Poesia”, Anno XIII n.138, Aprile 2000

La poesia del lunedì. Sandro Penna (Perugia, 1906 - Roma 1977)


Forse è meglio soffrire che godere.
O forse tutto è uguale. Anche la neve
è più bella del sole. Ma l'amore...

da Poesie, Garzanti 2004

Vuoi? Una poesia di Enrico Ragazzoni

Vuoi tu, a dispetto della gente saggia
che chiama stolti i sognatori e i pazzi,
cerchiam nel sogno una più dolce spiaggia?

Vuoi tu? Noi passerem tra i canti e i lazzi
del mondo senza pur volger la testa,
e andremo lungi, come due ragazzi.

Vuoi? Come rose su un cammin di festa
io sfoglierò i miei canti ai piedi tuoi,
e ci parrà la via florida e presta


se ci terremo per la mano! Vuoi?

da Poesie; Martello, Milano, 1956

29.1.17

Ingrao: “Nel Pci non eravamo né freddi né casti”. Intervista di Simonetta Fiori (2006)

Pietro Ingrao (terzo da destra) con i redattori dell'Unità
Roma
«E pensare che giocavo bene a tennis», dice il novantunenne Pietro Ingrao, mentre avanza con passo lento nella sua frugale casa, dritto come un fuso e una memoria che sfiora il prodigio. «Il battito asciutto della pallina sul campo aveva per me un effetto terapeutico. Bastavano pochi colpi per cancellare comitati centrali, riunioni di direzione, interminabili segreterie...».
Di match point è costellata anche la sua vita. È stato uno dei grandi capi del comunismo italiano, ha attraversato la storia del Novecento quasi sempre in prima linea - la cospirazione antifascista, la guerra, l'Unità clandestina, poi le istituzioni repubblicane nel loro sorgere tempestoso - , ha incontrato personaggi come Stalin, Mao e Che Guevara, ma la sua esistenza appare segnata da una vena d'inquietudine mai appagata. Volevo la luna è l' efficace titolo dell'autobiografia che racconta con passione e severità il romanzo d'una vita intensa e forse mai pienamente risolta (Einaudi, in uscita il 12 settembre). Un feuilleton ottocentesco, nei primi capitoli, con la storia degli avi garibaldini che cospirarono contro i Borboni e quel romantico incesto tra nonno Francesco e la splendida cugina Marianna da cui trae origine la progenie Ingrao.
Se c'è una trama segreta, in Volevo la luna, va cercata nell'intima ribellione che anima costantemente il protagonista. Sin da bambino, quando figlio dei signori di Lenola, l'agiato ceto agrario del basso Lazio, partecipa ai rituali borghesi però dolendosi della distanza del mondo contadino. O da ragazzo, nei primi anni Trenta, lettore di Joyce e Kafka contro le semplificazioni sommarie della cultura ufficiale, e ancora studente dei Littoriali, ma con i primi germi del dissenso antifascista. Più tardi la scelta di vita comunista, anche questa segnata da dubbi, perplessità, insofferenza verso le formule teologiche del credo sovietico. Fino al dissenso esplicito negli anni Sessanta, con quell'epilogo da eretico verso gli stessi eretici: è rimasto storico il voto con cui Ingrao radiò gli ingraiani dal suo partito («La cosa più sbagliata ma anche la più assurda. Fu più forte il richiamo della chiesa comunista»).
Da cosa nasce questa inquietudine? «Fin da piccolo, ebbi l'abitudine di interrogarmi sulle cose. Vivevo tra i contadini, ma ne avvertivo la distanza. Non erano nostri pari. In certo modo lì ebbe origine la mia riflessione sull'oppressione di classe e sul mondo diviso fra sfruttatori e sfruttati». La sua critica verso Togliatti è molto nitida. Sono descritte le sue durezze, i protratti silenzi, la lunga e insopportabile soggezione a Mosca. Insomma, una resa dei conti senza reticenze. «Sì, il suo percorso fu più complesso e contraddittorio di quanto sia stato scritto, come di errori e contraddizioni è disseminato il mio. Ma tra noi c'era anche un rapporto umano molto forte, coltivato nei lunghi anni della mia direzione dell'Unità. Da gran rompiscatole, non mancava di farmi avere continuamente i suoi bigliettini, più o meno di questo tenore: "ma che cavolo volevi dire?". Quando parlava alla Camera c'era un rito: dopo l'intervento, veniva in redazione per rivedersi il testo, parola per parola. Sudatissimo, c'era qualcuno che l' sciugava. E intanto lui correggeva parole e virgole, secondo fissazioni bizzarre. Era persuaso che si dicesse "arme", non "arma". Così scriveva Missiroli, che a lui piaceva molto. Io storcevo il naso».
Qualche volta però lei scelse di non interpellare il segretario. «Fu all'indomani del XX Congresso, al principio del 1956, dopo le rivelazioni di Krusciov sui crimini di Stalin. Togliatti aveva il testo del rapporto segreto, ma al rientro da Mosca non ne fece parola: né con noi né con i giornalisti che l'attendevano all'aeroporto. E sulle denunce dello stalinismo tacque anche al Comitato Centrale di marzo, dove ebbe solo accenti apologetici per l'Urss. E noi dell'Unità costretti a stare zitti, mentre nel mondo si scatenava la bufera. Quando sulla stampa americana comparve il misterioso rapporto, mi feci coraggio e, senza interpellarlo, pubblicai un resoconto». E Togliatti? «Laconico, come sempre. "Hai visto?", gli domandai trepido. "Ho visto", fu la risposta». Finì lì? «No, l'evento più pesante fu a Livorno, nell'aprile successivo, durante l'assemblea generale in vista delle elezioni comunali. Nella relazione Togliatti non fece nessun accenno al tema dello stalinismo. La nostra protesta assunse forme diverse. Al momento dell'applauso, Pajetta e Amendola stesero le mani sul panchetto per sottolineare che non applaudivano. Nel discorso conclusivo, Togliatti fu ancora muto sul "rapporto segreto". Aggiunse solo alcune brevi amarissime parole sulle tempeste che aveva attraversato».
Avevate un rapporto confidenziale. Si è mai lasciato andare sulle nefandezze di Mosca? «No, mai. Aveva avuto una vita tragica, se ne avvertiva l'eco anche nei silenzi. Solo una volta lo vidi esplodere corrucciato. Fu durante un incontro con D'Onofrio, che si doleva col segretario per un trasferimento non desiderato. Lo gelò: "E allora cosa avrei dovuto fare io quando diceste sì a Stalin che non voleva farmi tornare in Italia?"». Anche Nilde Iotti era reticente? «No, con Nilde si parlava più serenamente. Mi confessò una volta il sospiro di sollievo che lei e Palmiro avevano tratto sul treno che li allontanava dalla frontiera sovietica. Stalin era ancora vivo». Nel 1961 la leadership di Togliatti sembra sbandare. Lei racconta di un'aspra riunione del Comitato Centrale, che però lasciò una traccia scritta mitigata. «I suoi ripetuti silenzi sullo stalinismo lasciarono molti di noi amareggiati. L'attacco partì da Amendola, seguito da Natoli, Chiaromonte, Alicata, Salinari, io stesso. Togliatti replicò con toni ancor più brucianti. S'accomiatò con una minaccia: se volete farmi la lotta, sono pronto».
Era stato Franco Fortini, incontrato casualmente nel 1940, a parlarle per primo delle purghe staliniane? «No. Sapevamo già da tempo. Ma ci fu un colpevole silenzio. Il mito di Stalin scavalcava tutto. L'evento che sconvolse il nostro gracile gruppo romano fu nel 1939 lo sciagurato patto Ribbentrop-Molotov. Antonio Amendola, Lucio Lombardo Radice e io stesso fummo duramente critici. Aldo Natoli esitò: e fu strano perché Aldo era tra i più rigorosi e i più maturi fra di noi». Della cospirazione antifascista, lei dà un ritratto assai poco eroico, restituendone anche fragilità e cedimenti. «Eravamo esseri umani che imparavano - passo a passo - la lotta sociale in un momento molto difficile. Nel nostro piccolo vivevamo anche vicende amarissime. Antonio Amendola fu colpito da un grave disturbo psichico. Fummo costretti - per ragioni di sicurezza - ad interrompere i rapporti con lui. Fu una storia dolorosa: io da Antonio avevo appreso quasi tutto». Con Amendola aveva partecipato anche ai Littoriali. «E per questo Antonio s'era beccato una condanna furente dal fratello Giorgio, confinato a Ponza, che solo dopo avrebbe compreso l'importanza di quei nostri incontri: furono per noi occasione di maturazioni preziose, laboratori di coscienza antifascista. Senza i Littoriali sarei rimasto un pischelletto di provincia. Eppure nell'immediato dopoguerra subii un processo dalla stampa di destra: ma come, hai scritto un inno fascista a Littoria e ora fai il comunista? Fu Togliatti a dirmi di fregarmene di quegli "scocciatori reazionari"». Sessant' anni dopo, più o meno si parla delle stesse cose. Ma ripensando a quella stagione, cosa la mosse a partecipare ai Littoriali? «Il desiderio di stare nel clamore. Ho amato troppo l'applauso». Quanto ancora ha contato l'amore dell'applauso nella sua vita successiva? «Ahimé, sempre. Eh, la vanità... Però con una riserva costante: l'interesse e il rispetto per il dubbio. In fondo questa mia autobiografia è un libro sulla possibilità di dubitare, negata per troppo tempo nel Pci. Credo che la grande tragedia del comunismo e la ragione della sua sconfitta abbia origine anche in questo: nel monolitismo, nell'unanimismo forzato, in un'idea imbalsamata di classe, nell'adesione acritica al catechismo di Lenin e Stalin».
Lei ricorda con disagio il discorso pronunziato da Mao a Mosca nell'autunno del 1957. «Sì, è come se lo rivedessi ora: un omone imponente, che ci accolse con grandi pacche sulle spalle. Profetizzò un radioso avvenire a prezzo di milioni di vite uccise. Nessuno ebbe il coraggio di obiettare. A peggiorare le cose, provvide il compagno francese Duclos, con una pesante filippica contro di noi. Chiesi a Togliatti se era il caso di replicare. Rispose con un "no" rabbioso. Poi in macchina proruppe in invettive da trivio, come mai l'avevo sentito». Nel libro ci si imbatte in parole proibite come "frazionismo". «Sì, il frazionismo allora era un termine maledetto, ma invece sarebbe stato necessario e vivificante. L'avessi sostenuto all'epoca, sarei finito nel rogo». Però negli anni Sessanta lei dà avvio a una sorta di frazione. Per poi decidere insieme al Partito a favore dell'espulsione dei suoi stessi fratelli. «Non so dire altro che uscii di senno. Io pure avevo assorbito un fondo chiesastico che mi indusse all'errore fratricida. Uno sbaglio grave, non solo per il tradimento verso quei compagni, ma anche perché annullava il principio del dissenso: un nodo che per me divenne vitale per la costruzione di un soggetto rivoluzionario articolato e molteplice».
La sua autobiografia è anche una toccante dichiarazione d' amore per sua moglie Laura Lombardo Radice, un misto di rigore e dolcezza. «Sì, siamo stati molto uniti nella vita. E io ho avuto un dono enorme da lei. Anche quando con grazia ironica usava tirarmi le orecchie, per aprirmi gli occhi. Ricordo quando le feci leggere la Dichiarazione programmatica che Togliatti mi aveva sollecitato per il congresso del partito, nel dicembre del 1956. "Mi sembra il rosario della Madonna di Pompei". Avvampai di rabbia, ma aveva ragione lei». Sfilano nel racconto tanti volti femminili. Perfino Alida Valli, la più amata della vostra generazione. «La incontrai al Centro sperimentale di cinematografia, che frequentai alla metà degli anni Trenta. Era bellissima, ma fredda e un po' altera». A un certo punto lei confessa che era "quasi innamorato" di Marcella Ferrara, allora segretaria di Rinascita. «Non rimasi insensibile al fascino di Marcella, donna di gran temperamento. In quegli anni - ma non vorrà scrivere anche questo? - le richieste sentimentali non mi mancavano. Il nostro non era un partito né di freddi né di casti».
Se c'è un'immagine che si staglia nel libro, è la grande scalinata che conduce allo studio di Togliatti. Cos'è che non le piaceva di quella scala? «La vastità, lo sterminato numero di gradini. Era una delle cose assurde di Botteghe Oscure. Quando, circa alla metà degli anni Cinquanta, fui chiamato in Segreteria - posto nevralgico di potere - mi perdevo nel saliscendi dell'immenso palazzo, tra ampi corridoi e riunioni interminabili. Non ero tagliato per quella vita. Tra lo stupore di molti, decisi di lasciare».


“la Repubblica”, 8 settembre 2006

Scienza e guerra. La chimica in trincea e la fisica al servizio del Reich (Andrea Capocci)

Giacomo Ciamician (1857 - 1922. Triestino di nascita e armeno di origine,
Ciamician fu Professore di Chimica nelle Università di Padova e Bologna.
Parafrasando Margaret Thatcher che si riferiva alla società, agli uomini e alle donne, si potrebbe affermare che non esiste una cosa chiamata «comunità scientifica», ma solo ricercatori e ricercatrici. È questa l’immagine restituita dalla lettura di due libri pubblicati da poco e vicini anche per l’oggetto trattato. Il primo ha per titolo Al servizio del Reich. Come la fisica vendette l’anima a Hitler e lo ha scritto per Einaudi Philip Ball, uno dei più noti divulgatori scientifici anglosassoni, grazie alla traduzione di Daniele A. Gewurz. Il secondo è La scienza in trincea. Gli scienziati italiani nella prima guerra mondiale, pubblicato dallo storico della scienza Angelo Guerraggio per l’editore Raffaello Cortina.
Come il lettore avrà capito, entrambi gli autori analizzano come gli scienziati se la siano cavata in due momenti storici piuttosto problematici, in cui il concetto di «comunità» è stato messo duramente alla prova. Nel farlo, ci costringono a riconsiderare alcuni luoghi comuni piuttosto radicati sulla ricerca e sui ricercatori.

La rete che ingabbia
Per esempio, secondo un’opinione diffusa gli scienziati sarebbero immuni dai particolarismi che agitano le esistenze di noialtri incompetenti. Eppure, nella prima metà del Novecento il nazionalismo obnubilò anche le menti più brillanti, dividendo studiosi abituati fin lì a collaborare. Cervelli visionari capaci di vertiginose rivoluzioni scientifiche, infatti, non mostrarono anticorpi efficaci contro la propaganda di governo.
Lo testimonia l’adesione dei numerosi premi Nobel al manifesto Fulda (dal nome del suo estensore), con cui 93 intellettuali tedeschi difesero l’invasione del Belgio del 1914 negando atrocità già ammesse dagli stessi militari. Spiccò per la sua assenza la firma di Albert Einstein mentre un altro gigante, Max Planck, non fece mancare la sua (poi se la rimangiò). Sulla sponda opposta, l’interventismo anti-tedesco coinvolse matematici, fisici e chimici italiani, che in pochissimi mesi seppero convertirsi all’ideologia della «guerra giusta» (concetto più vecchio di quanto si pensi, osserva Guerraggio) contro una nazione alleata. Il più influente fu il matematico Vito Volterra, uno degli studiosi italiani più noti all’estero, che rinnegò in pochi mesi il suo neutralismo e le sue collaborazioni internazionali per arruolarsi all’istituto militare di aeronautica, dove poté mettere a frutto le sue conoscenze fisiche e matematiche. Uomo fin lì moderato, Volterra usò toni da scontro di civiltà contro i tedeschi, «i nuovi barbari la cui condotta ricorda le invasioni di altri tempi».
Insieme a lui si arruolarono scienziati di ogni orientamento politico. Picone, Severi, Fubini, Garbasso diedero un importante contributo alle scienze balistiche nel campo dell’artiglieria; Pesci, Ciamician e Paternò si dedicarono ai gas asfissianti e alle loro contro-misure; Molinari e Corbino lavorarono al settore esplosivi.
Il nazionalismo conformista della prima guerra mondiale non è un caso isolato. Due decenni dopo, scrive Ball, gli eccellenti fisici tedesci furono altrettanto diligenti nell’applicare le leggi razziali ai danni di colleghi ebrei. Tra le vittime delle leggi naziste figurarono anche Fulda e Fritz Haber, il mago delle armi chimiche durante la Grande Guerra. Il decreto di espulsione di Albert Einstein dall’Accademia delle Scienze tedesca fu firmato da Max Planck, una volta ancora incapace di sottrarsi alle richieste del potere politico.
Un altro mito da sfatare riguarda il rapporto tra la ricerca e la guerra. Si è portati a credere che in un paese in conflitto rimanga poco spazio per la ricerca scientifica priva di un’immediata applicazione militare. Che scienza e guerra, cioè, non vadano d’accordo.
L’esperienza delle guerre mondiali contraddice questa opinione diffusa. Gli scienziati seppero trarre vantaggio dallo stato di eccezione provocato dai conflitti e sfruttarono gli eventi per ottenere finanziamenti o dar vita a organizzazioni scientifiche nazionali. Durante il nazismo, i fisici riuscirono a sviluppare ricerche che con le armi avevano poco a che fare, convincendo i gerarchi che, grazie a quelle scoperte, la Germania avrebbe potuto vincere la guerra.

I finanziamenti destinati alla Kaiser Wilhelm Gesellshaft (KWG, la principale organizzazione scientifica tedesca) salirono così da 5 a 14 milioni di marchi tra il 1932 e il 1944. Le parole di Peter Debye, direttore della sezione di Fisica della KWG durante il nazismo, sono eloquenti: «Lo slogan ufficiale del governo era 'dobbiamo utilizzare la fisica per la guerra'. Noi lo rovesciammo in 'dobbiamo sfruttare la guerra per la fisica'».
Non fu molto diversa la strategia con cui Vito Volterra riuscì a far nascere il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr). Dall’esperienza bellica erano già nate istituzioni come il National Research Council statunitense e il Department of Scientific and Industrial Research inglese (entrambi fondati nel 1916), e Volterra capì che il momento era propizio anche per dare alla ricerca italiana un’organizzazione nazionale.
Con un paradosso solo apparente, la pace rallentò i suoi progetti, che tuttavia furono realizzati non appena la situazione politica si fece di nuovo «eccezionale»: la fondazione del Cnr fu promulgata dal governo Mussolini nel 1923, e dal 1924 Volterra ne divenne presidente. Guerraggio conclude che tra militari e scienziati il rapporto sia circolare: «La scienza aiuta i militari a vincere le guerre, ma è vero anche il contrario. L’esperienza vissuta tra il 1914 e il 1918 ha aiutato la scienza a trovare forme organizzative più adeguate».

Coscienza ed esplosivi
Altra balla: il compito dello scienziato è far progredire la conoscenza, e solo di questo può essere giudicato responsabile; mescolare giudizi di valore ai giudizi di fatto non rende un buon servizio alla scienza. Con questo luogo comune in testa, ad esempio, i chimici italiani non videro contraddizione tra il pacifismo delle opinioni e l’impegno militare. Ettore Molinari, anarchico e membro fondatore della II Internazionale, finì per lavorare alla Sipe di Cengio, l’azienda che produceva la metà degli esplosivi usati in guerra.
Nel frattempo, scriveva articoli contro un capitalismo che «per risolvere delle volgari contese economiche, non ha saputo escogitare altro sistema che quello della guerra». Secondo Guerraggio, «la risposta suggerita dall’atteggiamento è che si possono mantenere idee molto critiche nei riguardi della guerra ma queste non possono arrivare a coinvolgere l’aspetto professionale, come se i due ambiti fossero separati da un fossato».
Analoga fu l’autoassoluzione di molti fisici tedeschi per la passività nei confronti del Reich: Heisenberg e camerati dopo la guerra si dichiararono «apolitici», ritenendo che non fosse loro compito schierarsi pro o contro un regime politico. «Secondo Heisenberg, i fisici che aderirono con più entusiasmo al programma nazionalsocialista furono quelli meno competenti» scrive Ball, dimostrando come essi tentassero di scaricare sui colleghi meno brillanti le colpe del disastro. In realtà, fu proprio questa ostentata distanza dalle cose del mondo a rendere i migliori fisici tedeschi perfettamente funzionali ai progetti nazisti: un bravo scienziato nazista non doveva necessariamente sostenere il partito, ma rinunciava al diritto di criticarlo, come invece fece Einstein.
Una tesi simile fu avanzata anche nel campo statunitense per difendere l’operato dei fisici nucleari dopo Hiroshima: «è necessario che gli scienziati siano liberati dai vincoli morali o sociali», scrisse Percy Bridgman nel 1948 sul Bulletin of the Atomic Scientists. Ball vi intravede una tendenza generale: «il comportamento dei fisici tedeschi sotto il nazismo non fu un’aberrazione dovuta a circostanze estreme ma un esempio tipico di come scienza e politica interagiscono».
L’ultimo luogo comune è proprio che quanto accadde nelle guerre mondiali sia irripetibile. In effetti molto è cambiato, ma il rapporto tra scienziati e potere politico permane stretto. Lo dimostra il fatto che sviluppo scientifico e apparato militare in molti paesi occidentali (Stati Uniti e Israele su tutti) vadano a braccetto. Anzi, la globalizzazione economica e le politiche di austerity in qualche caso hanno rafforzato questa alleanza, in quanto la sicurezza nazionale rappresenta un grimaldello per sbloccare fondi per la ricerca di base nel campo dell’informatica, della climatologia e persino della biologia. Ad esempio, sono bastate pochissime bustine di antrace per convincere il governo statunitense a finanziare il programma «Bioshield» (scudo biologico) nel 2004 per rafforzare le difese contro il bioterrorismo.
I sei miliardi di dollari investiti, in realtà, sono serviti anche a rilanciare la ricerca nel campo dei vaccini delle aziende farmaceutiche, il cui tasso di innovazione negli ultimi decenni è stato frenato da strategie imprenditoriali più attente al marketing e alla Borsa che all’efficacia terapeutica. Le astuzie raccontate da Heisenberg e Debye, quindi, sono state promosse a politiche industriali nazionali e il mercato si è inserito tra scienza e potere. La gara a chi è più furbo è appena iniziata.


“il manifesto”, 7 luglio 2015

2015, Einstein 100 anni dopo. Un secolo di relatività (Andrea Capocci)

Alla celebrazione del centenario della teoria della relatività “il manifesto” dedicò sul finire del 2015 un'intera pagina a cura di Andrea Capocci. Essa comprendeva una sorta di promemoria sui suoi contenuti e sui suoi limiti sotto il titolo Luce, massa e un bell'effetto Gps e un'ampia intervista su Einstein a un fisico italiano tra i più stimati nel mondo, Giovanni Amelino-Camelia, dell'Università La Sapienza di Roma. La tesi, da costui enunciata, di una precoce decadenza di Einstein, che - dopo una formidabile giovinezza di scoperte straordinarie – avrebbe dato contributi trascurabili e gestito come un divo la fama conseguita e meritata, ha suscitato dissensi e polemiche e richiede, se non altro, qualche verifica. 
Riprendo in questo post entrambi gli articoli: la rievocazione in blu e l'intervista in nero. (S.L.L.)

Luce, massa e un bell'effetto Gps
A. Ca.
Il 2 dicembre 1915, la rivista dell’Accademia Prussiana delle Scienze pubblicava l’articolo di Albert Einstein in cui veniva presentata la teoria della relatività generale nella sua forma finale, dopo diverse revisioni. La teoria prevede che lo spazio e il tempo vengano modificati dalla massa dei corpi. Per capirlo con un’analogia, immaginiamo lo spazio come un telo teso ai lati in modo da renderlo piatto. Su una simile superficie, una sferetta leggera rotolerebbe in linea retta. Ora immaginiamo di appoggiare una massa sul telo. Essa lo deforma, creando un avvallamento. La sferetta lanciata in linea retta, giunta in prossimità dell’avvallamento, ora devierà per seguire la pendenza del telo. Secondo la teoria della relatività generale, l’effetto della massa sullo spazio è simile.
La teoria precedente, quella newtoniana, prevedeva invece che lo spazio e il tempo fossero immutabili e le masse si attirassero tra loro. In questa ipotesi la luce, che non risente dell’attrazione gravitazionale, dovrebbe procedere in linea retta. Se invece si comportasse come la sferetta sul telo, cioè secondo la teoria di Einstein, la presenza di una massa ne devierebbe la traiettoria. Nel 1919, osservando la luce proveniente dalle stelle durante un’eclissi solare, l’inglese Arthur Eddington confermò che la traiettoria della luce veniva effettivamente deviata dalla massa, confermando la validità della teoria di Einstein.
Gli effetti della curvatura dello spazio-tempo sono visibili anche su scale più piccole di quelle galattiche. Solo con la teoria di Einstein si sono spiegate le piccole ma significative anomalie dell’orbita di Mercurio che, per la sua vicinanza al Sole, risente maggiormente della curvatura spazio-temporale. Anche il sistema di localizzazione Gps, basato su una rete di satelliti in orbita intorno alla Terra, deve la sua precisione ai calcoli basati sulla teoria della relatività. Altrimenti, la posizione rilevata dai satelliti accumulerebbe un errore pari a una decina di chilometri al giorno.
Sebbene la teoria sia rimasta sostanzialmente immutata dalla sua fondazione, essa è tuttora considerata «incompleta». Ad esempio, a piccolissime distanze la teoria della relatività generale prevede che la curvatura diventi infinita, ma una simile grandezza non è misurabile e dunque, per definizione, non è scientifica. Su piccole distanze, ci si aspetta che i cosiddetti effetti quantistici giochino un ruolo importante, ma le teorie quantistiche della gravità ipotizzate devono ancora ricevere conferme o smentite sperimentali. Inoltre, la materia visibile non è sufficiente a giustificare la curvatura spazio-temporale che si osserva nell’universo.
Per giustificare la discrepanza tra osservazioni e previsioni teoriche, finora si è ipotizzato che l’85% dell’universo sia costituito di materia oscura. Ma sulle caratteristiche di questa materia non si sa quasi nulla.

La frontiera aperta dell'Universo
Intervista a Giovanni Amerino-Camelia
Andrea Capocci
Cento anni fa, Albert Einstein spediva all’Accademia Prussiana delle Scienze l’articolo Feldgleichungen der Gravitation («Le equazioni di campo della gravità»), in cui veniva presentata la versione «definitiva» della teoria della relatività generale, pubblicata poi il 2 dicembre del 1915. Era la conclusione di un percorso iniziato nel 1905, e che proseguirà ancora nei primi mesi del 1916. Dieci anni prima, Einstein aveva contribuito anche alla fondazione della meccanica quantistica e delle particelle. Grazie alla teoria della relatività generale, il fisico tedesco si conquistò un ruolo indiscutibile nella cultura non solo scientifica del ventesimo secolo.
Secondo molti, la vicenda di Einstein è irripetibile: la dimensione industriale della scienza attuale impedisce che un singolo scienziato dia un contributo così rilevante al progresso delle conoscenze. D’altra parte, Einstein continua a rappresentare un riferimento per generazioni di studenti e per l’immagine della scienza veicolata dai media. Solo qualche anno fa, la rivista americana Discover individuava sei possibili nuovi «Einstein» in grado di rivoluzionare la fisica andando anche oltre Einstein stesso: unificando, cioè, la teoria della relatività e la meccanica quantistica. Tra loro anche un italiano: Giovanni Amelino-Camelia, cinquantenne fisico dell’università La Sapienza di Roma. Un ottimo interlocutore, dunque, per comprendere l’eredità scientifica di Einstein e i futuri sviluppi delle sue teorie. «Prima però dobbiamo metterci d’accordo. Di Einstein non ce n’è uno solo: ce ne sono almeno tre».

In che senso, professore?
C’è il divo, quello che fa le smorfie e va sulle magliette, che nasce ufficialmente nel 1919. È l’anno in cui Eddington conferma la validità della teoria della relatività generale. Einstein finisce sulle prime pagine e la stampa lo trasforma in un personaggio di fama mondiale. Quello è lo scienziato-icona che piace molto ai media, svampito e stravagante come ormai immaginiamo che debba essere uno scienziato. Ma è un Einstein che fa comodo a tutti. È simpatico, fa vendere, quando compare sulla copertina di una rivista funziona sempre. È un’icona dotata di un valore economico.

E gli altri?
C’è l’Einstein giovane, quello che tra il 1905 e il 1916 compie alcune delle scoperte più straordinarie della storia della scienza. Sarebbero tante anche per un’intera generazione di scienziati, figuriamoci per un uomo solo. Infine, c’è l’Einstein della maturità che, dopo il 1919, dà un contributo scientifico trascurabile. Non si tratta di vecchiaia, perché nel 1919 ha solo quarant’anni. Eppure contraddice completamente il suo modo di lavorare. Perde la bussola, attacca la meccanica quantistica come un crociato. Secondo Wolfgang Pauli, un altro grande fisico poco più giovane di lui, le ricerche di Einstein di quel periodo sono «terribile immondizia». Solo il peso scientifico del personaggio costringe gli altri a prenderlo sul serio. Però così riesce anche ad avere un ruolo politico importante, a cavallo della seconda guerra mondiale.

A lei quale Einstein interessa di più?
Quando me lo chiedono, a me piace parlare del giovane scienziato, anche se è quello più difficile da raccontare. Ma se ci ricordiamo lo scienziato spettinato o quello pacifista, è grazie al giovane Einstein.

È lo scienziato delle grandi intuizioni…
Anche il suo intuito certe volte ci azzeccava e altre no, come tutti. La grande forza di Einstein fu piuttosto la adesione totale al metodo scientifico, che ci aiuta a liberarci dai pregiudizi. Einstein studiò i risultati di esperimenti che nessuno riusciva a interpretare. Ipotizzò per primo che la luce potesse comportarsi come una particella, il fotone, il primo mattone della meccanica quantistica. E fu ancora Einstein a sviluppare la teoria atomica della materia, studiando il moto casuale di un granello di polline in un liquido. Quegli undici anni sono un perfetto manuale del fare scienza confrontandosi con i dati e solo con loro, senza pensare alla teoria più «elegante» o più «bella». Studiandoli da vicino si impara molto più che la relatività o la meccanica quantistica.

A lei cos’altro hanno insegnato?
Ad esempio, che anche senza microscopio si può indagare i componenti più piccoli della realtà. Quando Einstein teorizzò atomi e molecole non c’erano gli strumenti di oggi, che riescono persino a fotografarli. Ma gli atomi, se esistevano, collettivamente dovevano produrre effetti visibili. Fu proprio studiando gli effetti macroscopici che Einstein scoprì i costituenti più piccoli della materia.

Oggi però i microscopi in cui misurare gli effetti quantistici esistono, sono gli acceleratori di particelle…
Ma persino al Cern non arrivano ad osservare le distanze più piccole, laddove la teoria della gravità e meccanica quantistica devono ancora essere comprese. Allora anche io, come Einstein, cerco di studiare sistemi più grandi. Fortunatamente, ce n’è uno grande abbastanza: è l’Universo. Gli effetti quantistici della gravità sono invisibili su scala planetaria. Ma su una particella che viaggia abbastanza a lungo nell’Universo gli effetti accumulati possono lasciare tracce osservabili. Se il nostro modello di gravità quantistica funziona, deve essere in grado di prevedere gli effetti che essa ha su queste particelle.

E dove troviamo queste particelle?
Per esempio, c’è un esperimento in Antartide chiamato IceCube, «cubetto di ghiaccio». In realtà, è un cubo di ghiaccio di un chilometro e mezzo di lato pieno di sensori. IceCube riesce a rilevare i neutrini, particelle di massa piccolissima provenienti dall’universo lontano, ben al di fuori dalla nostra Galassia. Per ora ne ha intercettati qualche decina. Se riuscissimo a capire da dove arrivano e quanta strada hanno fatto, potremmo confrontare i dati e i modelli. Ma c’è ancora molto da fare prima di mettere d’accordo gravità e meccanica quantistica.

Questa è la strada verso la «teoria del tutto»?
Non parlerei di «teoria del tutto». Il primo nemico di questa idea fu proprio Einstein. Già a fine Ottocento, quando Einstein era uno studente, le leggi di Newton sulla gravità e alle equazioni di Maxwell sull’elettromagnetismo sembravano aver spiegato l’intero universo. Anche a Max Planck, vent’anni prima, era stato sconsigliato di intraprendere studi di fisica, perché non c’era più niente da scoprire. Un paio di decenni dopo, quando Einstein aveva quarant’anni, quella fisica era stata rasa al suolo e sostituita da meccanica quantistica e relatività. La «teoria del tutto» mi ricorda le tavole della legge della religione, più che la scienza. Io mi accontenterei: la materia che abbiamo conosciuto finora rappresenta solo il 4% della densità di energia dell’universo. Il resto è ancora da capire. Siamo lontani anche da una «teoria del molto». Il «tutto» lasciamolo perdere.


“il manifesto”, 27 novembre 2015

Margherita Sarfatti, la vera moglie di Benito Mussolini (Pietrangelo Buttafuoco)

La vera moglie di Mussolini fu Margherita Frassini coniugata Sarfatti. Donna Rachele, invece, fu solo la sposa di Benito. Quando capitò il cortocircuito - lui in ospedale, ferito in guerra - la signora Mussolini, al capezzale, all’arrivo della Sarfatti si alzò e rovinò in un ruggito: “Vado io a ricevere questa tua moglie”. È una che nasce ogni mattina, Sarfatti, La regina dell’arte nell’Italia fascista, come recita il titolo del saggio di Rachele Ferrario, critica d’arte (edizioni Mondadori). Non ha la corona in testa, ha l’allure. E in quel DUX - il best seller di Sarfatti, pubblicato negli Usa, e che fece del Capo del Fascismo una celebrità mondiale - non fu solo l’autrice ma la protagonista.
Le pagine del libro - un successo ovunque, tradotto perfino in giapponese e in turco - sono più l’autobiografia di lei che l’agiografia di lui. E la storia d’amore che ne traspare, con gli occhi di oggi, diventa presagio di tragedia e solitudine. Il destino proprio “degli esseri che si concludono in un fallimento”. Lei è veneziana ed è ebrea. E la più internazionale tra gli italiani e ama un uomo che così dice di se stesso: “Sono in cerca del buon senso. E voglio ucciderlo”. Lui - figlio del fabbro, dagli occhiacci rivoluzionari - ama una donna la cui brama ultima, vergata nel testamento, è risolta in una sola richiesta: un pugnale che possa, confermandola nella morte, trafiggerle il cuore prima di essere sepolta.
Alta, sottile, collo di cigno, abito azzurro chiaro e mantello di ermellino Margherita è quella che Irene Brin - la più charmant tra le firme del giornalismo - descrive nella “bellezza candida e dorata trionfante sul finire del secolo scorso”. Lui - magro, contadino, testa calda - per dirla con le parole di Anna Kuliscioff, anarchica e fondatrice del partito socialista, “l’è un poetino che ha letto Nietzsche”.
Sarà Cesare Sarfatti, il marito di lei, ad accorgersi della qualità speciale di quel rivoluzionario di Predappio: “Segnati questo Mussolini”, scrive in un biglietto a Margherita, “sarà il prossimo uomo”. Lui diventerà Mussolini grazie a lei. Sarà, infatti, Margherita, il pigmalione del fondatore del fascismo. Gli insegnerà il mondo, l’arte e la disinvoltura in un’epoca dove il pappagallo sul pugno della marchesa Luisa Casati, acconciata da Léon Bakst, va a concludersi in trincea (non senza avere avuto, a modo di sipario, un ventaglio di lunghe piume d’aquila).
Sarà lei, nel frattempo che donna Rachele resterà socialista, ad accompagnarlo verso il fascismo e sarà di certo lei - e Ferrario lo spiega bene in questo libro - a imporre la novità ideologica nella fornace novecentesca. Quel che per il comunismo è l’utopia - il compimento della dittatura del proletariato - per il fascismo, come atto rivoluzionario, è l’avanguardia.
Il “piccolo mondo antico” (Antonio Fogazzaro è una figura centrale della formazione di Margherita) diventa la “grande metropoli contemporanea” ed è lei a essere presente quando il 31 ottobre 1932, a Roma, Guglielmo Marconi, schiacciando un pulsante, accende di luce la gigantesca statua del Cristo nella baia di Rio de Janeiro.

E sarà lei, ebrea, a vivere per intero la tragedia della guerra. Perseguitata pure lei quando ancora - separati dal loro stesso destino, “tutto passa” - a lui dirà ancora: “Grazie, amore, di quella tristezza”.

Il Fatto quotidiano, 4 novembre 2015

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