24.7.17

Giorgio Gaber. Il signor G ci racconta il politico e il privato di un'epoca (Giovanni Vacca)

Che Silvio Berlusconi, il personaggio più inquietante uscito dalla ricomposizione della destra italiana dopo la fine della prima repubblica, fosse presente il primo gennaio di cinque anni fa al funerale di Giorgio Gaber, si spiega sicuramente come un gesto di cortesia nei confronti della moglie del cantautore, esponente del suo partito, Forza Italia. Che però si sia rimasti tutti alquanto perplessi nel vedere il magnate di Arcore porgere l'ultimo saluto a colui che nel mondo della canzone fu, per molto tempo, la coscienza critica, l'intelligenza più lucida e lo «chansonnier» più vicino alla sinistra di movimento in Italia si spiega ugualmente. 
Gaber fu artista di grande talento, personaggio irrequieto e dalle molteplici vite ma, se se ne analizza l'opera, nulla, almeno in apparenza, potrebbe mai far immaginare una possibile vicinanza a lui del cavaliere, abituato di solito a demonizzare chi bazzica ambiti così lontani dai propri e a considerare sempre le commemorazioni come un fatto di parte (come dimostra, ad esempio, la sua tradizionale assenza alle manifestazioni in ricordo del 25 aprile). Non aveva, infatti, Gaber esorcizzato quella P2, alla quale Berlusconi era iscritto in La presa del potere? Non aveva egli messo in guardia, ne La peste, dalla continua rinascita di quel neofascismo che il capo di Forza Italia avrebbe definitivamente, come oggi si suole dire, «sdoganato»? Non aveva egli, più volte, denunciato quell'americanizzazione grossolana (Lamerica), quell'istupidimento televisivo (La strana famiglia), quel conformismo moralista (La chiesa si rinnova) e quel populismo autoritario (La collana) che sono la cifra più profonda del programma politico dell'ex presidente del consiglio? Che cos'era dunque successo?
La carriera dell'artista milanese è nota: partito come chitarrista rock'n'roll nei tardi anni Cinquanta, Gaber divenne un personaggio televisivo popolare nel decennio successivo, sia come cantante che come conduttore, ma intanto le sue composizioni, legate ai personaggi della periferia milanese (La ballata del Cerutti, Le nostre serate, Trani a gogo, Com 'è bella la città), già brillavano per quelle singolari caratteristiche di umorismo e di pathos esistenziale che lo facevano essere parte di quei «cantautori» che stavano all'epoca rivoluzionando la canzone italiana. Tuttavia, con una svolta improvvisa e radicale, nel 1970 Gaber mollò il mondo televisivo e cominciò a lavorare in teatro con una serie di spettacoli, a cadenza pressoché annuale, che entravano nel vivo della difficile situazione politica dell'Italia di quegli anni. Il signor G presentato al Piccolo Teatro di Milano nella stagione 1970-71 è ancora opera «giovanile»: in esso vengono trattate tematiche come la solitudine, l'alienazione, i rapporti di classe, che troveranno sistematizzazione ben più coerente nelle opere successive. In Dialogo tra un impegnato e un non so, del 1972, questi temi cominciano a definirsi meglio, il linguaggio si fa meno rarefatto e il senso del lavoro di Gaber comincia ad essere più chiaro: un «teatro-canzone» di intervento civile ma venato di individualismo, dove il politico e il personale si intrecciano continuamente e dove si rifugge dal facile canzonettismo per approdare a un nuovo tipo di linguaggio scenico in cui i riferimenti colti a quelli che da allora in poi saranno gli autori prediletti dal cantautore (Adorno e Céline, soprattutto, ma anche Pasolini, Beckett e gli «anti-psichiatri» Laing e Cooper) si tradurranno in una stra ordinaria fisicità scenica, con una mimica facciale e una gestualità strepitose, per dare corpo e voce a idee complesse di non facile esposizione al di fuori delle opere letterarie nelle quali erano state concepite. I riferimenti della nuova canzone di Gaber sono inizialmente quelli francesi, soprattutto Jacques Brèl, di cui riprende alcuni espedienti musicali, ad esempio il famoso «crescendo» del grande artista belga, e anche alcuni brani (ancora non si capisce, infatti, come sia stato possibile tradurre e adattare canzoni come Jef, divenuta L'amico e Les bourgeois, divenuta I borghesi senza indicare sui dischi l'autore originale), mentre più avanti guarderà anche a Dylan sviluppando poi nel tempo parti musicali sempre più complesse e suggestive, con riferimenti al jazz-rock e alla musiche etniche. Già nel Dialogo, però, pur essendo chiaramente un militante della sinistra, Gaber assume una posizione critica e insofferente: ne è un esempio Gli operai, in cui sbeffeggia il mito della «centralità della classe operaia» («È una vita che fate la retorica sugli operai; ma basta con questi discorsi, basta»), o Un'idea, in cui avverte la discrasia fra teoria e prassi («Se potessi mangiare un'idea avrei fatto la mia rivoluzione»). Gli spettacoli degli anni successivi (Far finta di essere sani, del 1973, Anche per oggi non si vola, del1974, Libertà obbligatoria, del 1976, fino a Polli d'allevamento del 1978) continueranno con sempre maggiore consapevolezza, e con una scrittura sempre più tagliente e implacabile (che dal 1973, almeno ufficialmente, si avvale della collaborazione per i testi del pittore Sandro Luporini), a ritagliare all'attore-cantautore un ruolo da «corvo», da scomodo compagno di strada, da inflessibile accusatore delle contraddizioni della militanza, degli sbandamenti e dell'annegamento degli ideali rivoluzionari in un dilagante conformismo ipocrita. Ed è proprio Polli d’allevamento la pietra dello scandalo: contestazioni, accuse di qualunquismo, fischi, interruzioni per uno spettacolo in cui Gaber spara a zero su tutti i miti della sinistra rivoluzionaria del tempo, come in Quando è moda è moda: «Sono diverso e certamente solo e parlo molto male di prostitute e detenuti da quanto mi fa schifo chi ne fa dei miti. Non sono più compagno né femministaiolo militante, mi fanno schifo le vostre animazioni, le ricerche popolari e le altre cazzate e finalmente non sopporto le vostre donne liberate con cui voi discutete democraticamente». Non pago del risultato, il cantautore raddoppia la dose nel 1981 con Anni affollati, in cui attacca l'impegno in musica («Anni affollati di mani sentenziose che maltrattano le chitarre, anni affollati per fortuna siete già passati»), preceduto, nel 1980, dalla registrazione su una sola facciata di un disco autoprodotto, Io se fossi dio. Canzone di rara potenza demiurgica e di eccezionale coraggio, l'invettiva di Io se fossi dio, senza badare alle possibili conseguenze, distrugge l'Italia che stava per immergersi negli effimeri anni Ottanta, dai «grigi compagni del Pci» ai socialisti «insinuanti, astuti e tondi», dai radicali («la parola compagno non so chi te l'ha data ma in fondo ti sta bene tanto ormai è squalificata»), fino ai giornalisti, ai brigatisti e al leader della Dc Aldo Moro, assassinato due anni prima («E se al mio dio gli fa rabbia chi spara, gli fa rabbia anche il fatto che un politicante qualunque, se gli ha sparato un brigatista, diventa 'l'unico statista'. Io se fossi dio ci avrei ancora il coraggio di dire che Aldo Moro, insieme a tutta la democrazia cristiana, è il responsabile maggiore di trent'anni di cancrena italiana»). Un brano che non ha precedenti nella storia della canzone, e non solo italiana; una sferzata che può trovare qualche antecedente solo in alcune durissime composizioni di Léo Ferré (Il n'y a plus rien o Le chien, tra le altre) che comunque risultano meno circostanziate.
Anni affollati chiude un ciclo, quello più creativo e quello per il quale, soprattutto, l'artista rimarrà nella storia della canzone: il distacco con i suoi vecchi fan del Gaber «teatrale», però, è ormai sancito. Gli anni seguenti saranno trionfali, con un pubblico sempre più eterogeneo e la continuazione della solida collaborazione con Luporini, ma ormai Gaber gira in tondo: il contesto non sembra più ispirarlo come un tempo e, a parte Il grigio, spettacolo di sola prosa del 1989, la bravura dell'interprete supplisce spesso alla carenza di idee nuove; ne sono spia sia la frequente ripresa di vecchi brani, sia certi titoli (E pensare che c' era il pensiero, del 1995, Un’idiozia conquistata a fatica, del 1997), dove è evidente che si indulge su una rappresentazione ormai scontata di una società rimbambita dal dominio del mercato e dei mass media, una visione principalmente derivata dalle teorie di Adorno nel frattempo fortemente ridimensionate dall'affermazione di nuovi studi sociologici che cominciavano a intravedere, nella stessa cultura di massa, forme di «resistenza» simbolica e di riappropriazione culturale. Un capitolo a parte merita il brano Qualcuno era comunista, amaro bilancio di un'intera stagione politica, con parole di grande efficacia e penetrazione per descrivere quell'umanità che sdoppiava la propria vita tra le fatiche della quotidianità e l'impegno a «spiccare il volo per cambiare veramente la vita» finendo poi per ritrovarsi ormai definitivamente inserita nel sistema ma senza più le ali per volare: «Due miserie in un corpo solo». Poi, a fianco di tutto questo, per un artista che non ha mai rinnegato esplicitamente la propria «appartenenza», cose incomprensibili (ma forse non troppo) nonostante gli equilibrismi verbali messi in campo per motivarle: il sostegno alla moglie Ombretta Colli candidata nelle liste di Forza Italia e Berlusconi che, intervistato dal “Corriere della sera” dopo la sua scomparsa, ricordava, ineffabile, il Gaber della sua gioventù: «Tutti abbiamo canticchiato le sue canzoni. Io sono nato negli stessi quartieri di Gaber a Milano e mi piacciono i testi di ambientazione ambrosiana. Come molti di noi ho nel cuore La ballata del Cerutti». Sul resto, dunque, silenzio. Cosa resta allora di Gaber? Da un lato un grande autore che ha saputo raccontare in musica e versi il politico e il privato di un'epoca (con un'insolita e precorritrice attenzione per gli aspetti emotivi e corporei della sfera privata), dall'altro un personaggio che rispecchia, nel suo percorso spiraliforme, le ambiguità, le aporie e i controversi destini di molte personalità che presero parte attiva a quegli anni turbolenti.

Alias – il manifesto, 19 GENNAIO 2008 

La poesia del lunedì. Rafael Alberti (El Puerto de Santa Maria 1902 - Cadiz 1999)

Il mare Mediterraneo al tramonto. Sullo sfondo l'isola di Stromboli
EL MAR, LA MAR
Il mare. Il mare.
Il mare. Soltanto il mare!

Perché mi hai trascinato, padre,
nella città?

Perché mi hai sradicato
dal mare?

Nei sogni, la mareggiata
mi tira il cuore.
Vorrebbe portarselo via.

Padre, perché mi hai trascinato
qui?

El mar. La mar.
El mar. ¡Sólo la mar!

¿Por qué me trajiste, padre,
a la ciudad?

¿Por qué me desenterraste
del mar?

En sueños, la marejada
me tira del corazón.
Se lo quisiera llevar.

Padre, ¿por qué me trajiste
acá?

Da Marinero en tierra (Marinaio a terra), 1924 - Traduzione S.L.L.
Rafael Alberti con la moglie Leon Maria Teresa Salvador

POSTILLA
Mare, in spagnolo, è sia maschile che femminile. Tra el mar e la mar, pur essendoci sostanziale intercambiabilità, c'è tuttavia una sfumatura di senso. A spiegarla in maniera perfetta è stato Hemingway nel più marino tra i suoi romanzi :
"Pensava sempre al mare come a la mar, come lo chiamano in spagnolo quando lo amano.
A volte coloro che l'amano ne parlano male, ma sempre come se parlassero di una donna.
Alcuni fra i pescatori più giovani ne parlavano come di el mar, al maschile. Ne parlavano come di un rivale o di un luogo o perfino di un nemico.
Ma il vecchio lo pensava sempre al femminile e come qualcosa che concedeva o rifiutava grandi favori e se faceva cose strane o malvagie era perché non poteva evitarle. La luna lo fa reagire come una donna, pensava". (Il vecchio e il mare)

23.7.17

Sapiens l’invasore genocida (Claudio Tuniz)

Si parla molto delle cosiddette specie esotiche invasive. Stabilitesi nel nuovo habitat, esse causano l’estinzione di altre specie, facendo variare significativamente gli ecosistemi naturali preesistenti. Nella lunga lista di colpevoli pubblicata dalle autorità che tutelano la biodiversità manca però una specie, di origine africana, che è riuscita in tempi relativamente brevi a invadere l’intero pianeta: Homo sapiens. Su come questo sia potuto accadere, e con quale impatto ambientale, cominciamo ora a farci un’idea, ma esistono ancora molti punti oscuri.
Nel libro Una specie imprevista (il Mulino), il paleontologo Henry Gee ci consiglia di non basarci troppo su quanto archiviato nei pochi resti fossili disponibili per azzardare ipotesi ardite sulla natura e sulle origini umane, e ci ricorda che la nostra evoluzione ha avuto moti aspetti contingenti e casuali. Non saremmo per niente speciali, se confrontati con altri animali. E molte altre specie hanno avuto un grande impatto sull’ambiente, ad esempio i batteri, a cominciare da miliardi di anni fa. In base alle sue considerazioni, quindi, non dovremmo illuderci di essere particolarmente invasivi.
Di parere opposto è il noto scienziato cognitivo Philip Lieberman (La specie imprevedibile, Carocci) che usa la paleoantropologia, l’archeologia e le neuroscienze per dimostrare la nostra unicità. Secondo Lieberman, tra le cose che ci rendono speciali vi è la flessibilità con cui ci relazioniamo con i nostri simili, basata sull’ambivalenza della nostra natura cooperativa e competitiva. Discutendo questo tema nel libro Humans (Springer), scritto con Patrizia Tiberi Vipraio, sostengo che sia stato proprio questo carattere a renderci tanto invasivi.

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Ad ogni modo, speciali o no, non possiamo non restare impressionati dallo spiazzamento operato dalla nostra specie, nei confronti di moltissime altre, in poche decine di migliaia di anni. Quello che era solo un piccolo gruppo di primati bipedi glabri e con un grande cervello è stato capace di espandersi e modificare globalmente l’ambiente del pianeta, con la sua flora e la sua fauna.
Direttamente o indirettamente, abbiamo anche causato, probabilmente, l’estinzione di tutte le altre specie umane che vivevano come noi durante la fine dell’ultima era glaciale: perfino degli Hobbit. Non stiamo ovviamente parlando dei nanerottoli nati dalla fantasia di Tolkien, ma della specie umana scoperta nel 2004 nell’isola di Flores, in Indonesia. Nell’enorme grotta di Liang Bua, a dieci metri di profondità, furono trovati i resti di esseri straordinari. Alti meno di un metro, con piedi piatti enormi, lunghe braccia e un cervello di dimensioni simili a quello di uno scimpanzé, essi presentavano tuttavia molte caratteristiche umane. Ad esempio lavoravano la pietra, producendo strumenti per cacciare topi giganti, elefanti nani e perfino quegli enormi varani i cui discendenti si possono ancora ammirare nelle vicinanze.
Secondo uno studio recentemente pubblicato su «Nature» ora sappiamo che essi si estinsero tra 50 e 60 mila anni fa, proprio in concomitanza con il nostro arrivo in quella regione. Ma siamo stati proprio noi i colpevoli? «Anche se non abbiamo ancora la pallottola che ha fatto fuori gli Hobbit — dice ai giornalisti uno degli autori dell’articolo — abbiamo però trovato la pistola fumante». Questa specie, nota anche come Homo floresiensis, era sopravvissuta su quell’isola durante almeno due ere glaciali. Si discute se si fosse evoluta localmente o provenisse anch’essa dall’Africa.
Noi Sapiens, invece, eravamo sicuramente di origine africana. Il nostro viaggio verso Oriente era durato centinaia di generazioni. Alti e snelli, dipinti con colori e disegni elaborati, usavamo armi con punte micidiali che potevano colpire a distanza. Eppure la nostra pericolosità non era meramente tecnologica; si nascondeva anche nella capacità di immaginare mondi diversi, rispetto a quello osservato, e di aderire a credi, stili di vita e norme di comportamento che ci univano intorno alla stessa «cultura». Essa ci permetteva di formare gruppi ampi e coordinati. Questo ci rendeva una specie particolarmente pericolosa.
È possibile che anche l’uomo di Denisova compaia fra le nostre vittime. Questa specie trae il suo nome dalla caverna siberiana in cui, nel 2010, furono trovati alcuni suoi resti: la falange di un dito mignolo e due denti. Anche questa specie si estingue dopo il nostro passaggio. E che ciò sia accaduto dopo, e non prima di incontrarci, è provato dal fatto che con loro abbiamo avuto alcuni incroci genetici, di cui resta traccia nel Dna delle popolazioni attuali in Oceania e nel Sud-est asiatico.
La storia delle estinzioni che coincidono con il nostro arrivo sembra ripetersi di continuo, e questo riguarda non solo altre specie umane, ma anche molte specie animali di media e grossa taglia. Con il tempo, gruppi di Sapiens attraversarono l’ultimo tratto di mare che li separava dal continente australiano. Dal registro archeologico sappiamo che per milioni di anni enormi animali erano vissuti indisturbati su quel continente, passando attraverso molte ere glaciali. Si trattava di giganteschi marsupiali con il muso da cammello (diprotodonti), uccelli senz’ali di una tonnellata ( genyornis ) e varani di 7 metri ( megalania ), solo per fare alcuni esempi. Tutti scompaiono con il nostro arrivo.
In soli duemila anni si estinguono 23 su 24 specie conosciute superiori a 50 chili e molte altre specie di peso inferiore. Generando vasti incendi per cacciare, modificammo l’intera struttura della catena alimentare del continente. Si è cercato di attribuire questo disastro ai cambiamenti climatici, ma le scoperte archeologiche e paleoclimatiche più recenti confermano la nostra responsabilità. E non sempre si può indicare la caccia indiscriminata come prima causa delle estinzioni. Ad esempio, gli abbondantissimi frammenti dei loro gusci d’uovo bruciati, rinvenuti in tutto il continente, indicano come abbiamo fatto a provocare l’estinzione di Genyornis , 47 mila anni fa. Non è stato solo attraverso la caccia e la distruzione del loro habitat; è stato soprattutto cibandosi delle loro enormi uova.

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Pochi millenni dopo, circa 45 mila anni fa, altri Sapiens arrivarono in Europa, dove da tempo vivevano i nostri «cugini» Neanderthal. Essi erano passati attraverso varie ere glaciali in un’area che andava dalla Spagna alla Siberia, fino al Medio Oriente. Le datazioni di centinaia di campioni provenienti da molti siti archeologici ci dicono che la nostra convivenza con loro sarebbe stata inferiore a 3 mila anni: un periodo relativamente breve, trattandosi di un’altra specie umana molto antica e ben acclimatata. La sostituzione dei Neanderthal da parte nostra è proceduta con uno schema a mosaico che ha accentuato l’allontanamento delle diverse comunità di Neanderthal le une dalle altre.
Gli ultimi residui della loro cultura spariscono dal registro archeologico circa 40 mila anni fa. Ma tracce del loro Dna sono oggi presenti in tutti noi Sapiens usciti dall’Africa, in una proporzione che va dal 2 al 4%. Già prima del nostro arrivo, i Neanderthal avevano comunque subito una profonda crisi demografica, riducendosi a non più di 70 mila individui, suddivisi in piccoli gruppi lontani e isolati fra loro. C’è chi sostiene che l’estinzione dei Neanderthal sia avvenuta perché abbiamo sottratto loro le risorse per sopravvivere. Ma non si può dubitare che fosse già in funzione l’esercizio esagerato della violenza che ha portato noi Sapiens così spesso al genocidio. Per ora non esistono comunque prove della nostra responsabilità diretta nella loro fine.
Storie simili si possono raccontare per le Americhe, dove, in assenza di altre specie umane, esisteva una meravigliosa biodiversità nei grandi mammiferi dell’era glaciale. Il loro destino era comunque segnato. Con la comparsa dei primi Sapiens, arrivati da Nord attraverso l’attuale Alaska, circa 15 mila anni fa, in poco tempo scompaiono la tigre dai denti a sciabola, cammelli ed elefanti arcaici, e innumerevoli specie di bisonti. In tutto, in Nord America spariscono 34 su 37 generi di grandi mammiferi e in Sud America 50 su 60 generi.
In tempi più recenti, sempre in coincidenza con il nostro arrivo, si estinguono tutte quelle specie che non avevano imparato a temerci: nei Caraibi il bradipo gigante (5 mila anni fa), in Madagascar il gigantesco uccello elefante, Aepyornis maximus (2 mila anni fa), in Nuova Zelanda i grandi uccelli moa (800 anni fa), nelle isole Mauritius il dodo, Raphus cucullatus (500 anni fa). Le estinzioni dei grandi animali in Africa e in Eurasia hanno avuto un andamento più lento, poiché in questi casi gli animali si sono evoluti con noi, imparando a temerci. Ciò nonostante si calcola che molti di essi si estingueranno entro questo secolo. Secondo il Wwf, anche se non conosciamo con precisione il numero delle specie che si estinguono annualmente, sappiamo che oggi è minacciato il 23% dei mammiferi e il 12% degli uccelli.
Ormai ogni zona del mondo subisce i danni delle attività umane: dall’introduzione di dannose specie aliene al commercio illegale di specie protette, dalla distruzione degli habitat naturali ai cambiamenti climatici. Andando avanti di questo passo, alla fine, resteremo solo noi Sapiens? Certo che no! Oltre ai pochi fortunati cui non prestiamo attenzione, saremo in buona compagnia di mucche, polli, maiali, cani, gatti e di quei pochi animali che ci saranno utili per l’alimentazione e lo svago. Più gli insetti. Più ovviamente le nostre «creature»: i robot.


“Corrieredella sera - La Lettura”, 22 maggio 2016

A pranzo con Pertini. Buon appetito, signor Presidente (Giorgio Bocca)

ROMA
Pranzo al Quirinale con il presidente Pertini. L'ho preso in parola: "Se vieni a Roma, diceva, ti offro un piatto di spaghetti". Niente male la vecchia casa dei papi e dei re e questo sentirci intrusi-padroni: come mai, Sandro, siamo qui, noi borghesucci provinciali, a mangiare nella casa dei papi e dei re? Lui ci si è abituato, ma io percorrendo sale e saloni mi chiedevo se salutassero davvero me, portando la mano all'elmo, quei corazzieri con le teste piccole a uovo, sopra corpi enormi-difformi, da specie estinta, da araba fenice.
Niente male guardare dalle grandi finestre i vapori luminosi dell'inverno romano, i giardini, i viali di ghiaia pulita su cui scivolano nere e silenziose le automobili dei ministri e degli ambasciatori; stare in queste stanze dove il potere è ancora metafisico, ancora "per volontà di Dio e della nazione", anche se non sta scritto nella costituzione repubblicana.
Niente spaghetti, brodo in tazza, risotto alla pescatore e tovaglioli fiandra di lino, lisci e pesanti, il grande orologio sveglia di Luigi XIV, gli arazzi Gobelins invidiati da Giscard e il silenzio del grande palazzo in cui però ti giunge, non so come, il fruscio dei fogli, il rumore attutito dei passi, il muoversi cauto di funzionari, servitori, cuochi di questo luogo in cui lo Stato si rappresenta e si rispetta, sul colle del Quirinale, inaccessibile, a dio piacendo, all'Italia del "fast food" e dei tovagliolini di carta.
Il presidente è di buon appetito e di conversazione sonante ed ha la facoltà dei patriarchi di raccogliere un argomento o di lasciarlo cadere, come gli aggrada e di parlare di sé, del mondo, di anni remoti o vicini, di episodi attuali o del 1919, in quel modo pacatamente definitivo di chi non ha più dubbi da risolvere, incertezze da placare, timor del mondo da vincere. C'è in questi patriarchi una tendenza all'essenzialità: un altro illustre presidente, Luigi Einaudi, si era convinto che la buona prosa dovesse fare a meno di ogni aggettivo; Pertini, lui torna sempre a quei tre quattro fondamenti: i giovani, la pace, la classe operaia dentro lo Stato. Ma ha ancora il gusto di condirli con il pepe e il sale delle ironie, delle dissacrazioni, delle frecciate agli uomini del palazzo, non il suo, quello dei partiti, dei finanzieri, degli imprenditori, dei sindacati, l'establishment, come lo chiamano.
E qui se ne è tolte di soddisfazioni in questi anni, il vecchio Sandro. L'entrata nella casa dei papi e dei re deve avergli fatto capire, in modo certo, che possedeva qualcosa che a molti signori del palazzo mancava, niente di trascendentale, eppure decisivo: la coscienza e le tasche pulite. Ce n'erano, ce ne sono di più sapienti di lui nelle machiavelliche del potere, ma pochi, pochissimi che come lui abbiano fatto nel momento giusto quel che andava fatto, pagato quel che si doveva pagare. "Ero contro la guerra sai, nel 15, quando tu non eri ancora nato. Fermamente contro. Ma, che diamine!, quando mi hanno dato il comando di una compagnia di mitraglieri non mi sono tirato indietro, non mi sono imboscato". Sì Pertini non si è mai tirato indietro, né quando è andato in galera, né quando nella Roma liberata dagli americani c'era da sistemarsi al governo o nel partito: lui ha preso su le sue quattro cose e ha raggiunto i partigiani del nord. E poi in prima fila nelle lotte per la Repubblica. Niente di eccezionale, ma credete che sia così facile trovarne un altro così?
Camerieri in giacca bianca versano Ferrari brut nei nostri calici ma il presidente vuole anche il rosso "che fa bene al raffreddore". Lui parla, sonante, dei suoi fondamenti, i giovani, la pace, la classe operaia ma a un tratto il monologo presidenziale si blocca cogliendomi in un piacevole torpore da Valpolicella d'annata: "Perché non me lo chiedi?". Che cosa Presidente? "Furfante, ti conosco, perché non mi chiedi se il discorso di Capodanno agli italiani sarà l' ultimo mio dal Quirinale?". Non te lo chiedo perché sono un cittadino rispettoso e perché non posso neppure dirti, come tua moglie, che se ti ripresenti, divorzio. "Ah, canaglia, tu ce l' hai con me da sempre ma io ti stimo. Te lo direi, sai, ma non posso, qualsiasi cosa dicessi adesso sarebbe male interpretata. Tu cosa ne pensi?".
Pertini è ligure e i liguri, a volte, fanno gli occhi a fessura come i finti marinai e i veri contadini che sono. Presidente hai una bellissima finestra, credo che nei prossimi mesi ti piacerà guardare quel che succede là in basso. "Cosa hai detto? Ti piace questo rosso?". Presidente, il furfante che hai invitato a pranzo vorrebbe farti domande da furfante. Ma tu dove l'hai imparata l'arte eccelsa delle pubbliche relazioni? L'uso stupendo dei mass media? "Che dici?". Presidente, ricordi quelle incredibili ore di attesa a Vermicino, mentre cercavano di salvare il bimbo sepolto vivo? E il viaggio in aereo con la salma di Berlinguer, il padre che riporta a casa il figlio morto? Il presidente né si arrabbia né lascia completamente cadere. Ci pensa su e poi gli viene da sorridere: "Sai cosa ha detto il moccioso? No, non scriverlo che si offende. Dunque Martelli dice che se i comunisti hanno guadagnato due punti alle elezioni, uno è per la morte di Berlinguer, l'altro perché io l' ho riportato a casa in aereo, come un padre. Allora un giorno dico al moccioso e a Craxi: "voi due fate una cosa, tornate a Verona, suicidatevi sulla tomba di Giulietta e io vi riporto a Roma in aereo"". Hanno fatto le corna, presidente? "No, le corna le faceva un altro inquilino di questo palazzo, ma non farmi parlare".
Presidente ma come è nata questa tua grande amicizia con il papa? Qualcuno pensa che tu, socialista, un tempo rivoluzionario, esageri un po' nella lode di questo papa controriformista. "Che qualcuno, furfante? Lo hai scritto tu su "L' Espresso", tu ce l'hai sempre avuta con me". Presidente sono in casa tua, trattami bene. Lo coglie di nuovo, annunciata da un sorriso, la voglia dell'aneddoto malizioso: "Sai cosa feci quando arrivò la notizia che avevano ferito il papa? Chiamai Maccanico e gli dissi: subito la macchina, andiamo al Gemelli. Stavano ancora operandolo ed ero lì da cinque minuti quando arriva trafelato Flaminio Piccoli con il seguito. Mi vede e sbotta: "Ma sei già qui?" Non scriverlo, mi raccomando, ma che fai? Scrivi? Su prendi un bicchierino, di grappa, te l'offre un tuo concittadino". Ma tu non sei di Savona? "Cittadino onorario di Cuneo e adesso dottore honoris causa di Ox... no questo non te lo posso proprio dire. E pensare che ero il brutto della famiglia".
Perché brutto? Credevo fossi uno dei meglio del paniere socialista. "Eh, tu non hai conosciuto i miei fratelli. Pippo era alto e grosso come una casa. Quando mi vedevano mi dicevano: "vegna chì, brutu". Così quando arrivavano con gli amici io mi presentavo "mi sun u brutu". Ma tu, furfante, perché hai scritto che la gita con il Papa sull'Adamello è costata ottocento milioni?". No, presidente, io non l'ho scritto, ho detto solo che tu lodi il papa controriformista. "La religione è una cosa sua, io non ci metto naso, io sono laico, ma lui mi è amico e io gli sono amico". Presidente che cosa ti ha detto Agnelli quando gli hai raccomandato i licenziati della Marelli? "Che avrebbero dovuto accettare la cassa integrazione". Mica una idea cattiva, così li paga lo Stato. "Cosa dici brigante?". Dico che questi commercianti che non vogliono pagare le tasse a volte mi mettono una certa paura di fascismo. "Ma no, ma no, fascisti no". Però la corda la tirano Presidente. "Sì la tirano".
È vero, Presidente, che tua moglie è una femminista e che quando manda gli inviti per la festa della Repubblica li indirizza così: Signora Musatti e consorte, signora Momigliano e consorte? "Ma via, mi fai anche il pettegolo?". Perché no, Presidente. Siamo soli, una volta mi hai detto che qui non ci sono microfoni, solo tintinnii dei cristalli dai lampadari. E allora, dimmi, è vero che l'altro giorno quando hai incontrato Spadolini a una cerimonia gli hai detto: "Come stai ciccione?". "Ma cosa dici, come mi permetterei? Lui però mi ha risposto: "Ma se sono dimagrito"".
Andiamo nel salotto per il caffè. Il presidente si è messo a raccontare di Giorgione Amendola e di quando si incontrarono a Milano durante la Resistenza nella piazza dove c'è il Cristo con le braccia aperte, o l'angelo. Piazza Indipendenza, Presidente. "Sì, va bene e lui mi disse: "sei tu che hai scritto su l'Avanti! contro la svolta di Salerno". E mi stava addosso enorme".
Ora è tempo di sonnellino casalingo. I servitori affettuosi aiutano il presidente a infilare il cappotto, guardie e corazzieri lo salutano come un amico mentre sale in auto.
"Buon Natale, furfante", mi dice. Buon Natale, Presidente.


“la Repubblica”, 16 dicembre 1984  

I falsi Modigliani e Guttuso. L'arte morirà, questione di tempo (Giulio Carlo Argan)

Argan parte dallo scherzo delle false sculture di Modigliani, dall'abbaglio da lui stesso preso come da molti altri e da un intervento di Guttuso che aveva definito un “grande falso” tutta l'arte moderna, per riproporre il tema tipicamente novecentesco della morte dell'arte. Vale la pena di una lettura e di una riflessione diretta anche a che cosa è venuto dopo. (S.L.L.)

Sapevo che la penosa questione delle pietre di Livorno avrebbe riempito d'orgoglio i padri dei ragazzini che disegnano meglio di Picasso; facendo leva sullo sbaglio dei critici si sarebbe prima o poi arrivati a vilipendere, con Modigliani, tutta l'arte moderna, come ai bei tempi di Thovez e Ojetti. Non m'aspettavo però che li avrebbe confortati dall'alto del suo prestigio Renato Guttuso, affermando che, tutta l'arte moderna essendo una vistosa mistificazione, non si riesce più a distinguere, in quello che fa, ciò che è vero da ciò che è falso.
Protesto: le pietre di Livorno sono falsi tecnici e avrei dovuto accorgermene, ma l'arte moderna non è un falso ideologico e rifiuto la giustificazione che Guttuso mi porge facendo un errore molto più grave del mio. Dei critici sono stato il più maltrattato, accusato d'aver detto cose né pensate né dette. Non ho mai gridato al capolavoro: dissi che si trattava di abbozzi incompiuti, ripudiati e buttati. Potevano anche essere autografe, dissi e sbagliai, ma non erano autentiche, dacché la prima dichiarazione d'autenticità è quella che dà l'artista licenziando l'opera. E fin da principio sollecitai invano un accertamento scientifico che stabilisse, finché era possibile, la durata dell'immersione, essendo questa una prova indiretta ma certa.
Fui deriso col senno di poi dai critici tutt'occhio, che però non s'erano accorti del falso prima che se ne vantassero i tre burloni. Declino l'assolutoria che Guttuso porge alla critica ingannata, ma gli rendo merito d'aver levato il dibattito dalla melma del fosso e della beffa livornesi, fornendo inoltre ai suoi critici plaudenti utili argomenti per un'analisi più seria della sua pittura. Infatti anche lui, ancorché poi ravveduto, è stato un pittore moderno. È stato costante e coraggioso il suo impegno civile, accesa la sua partecipazione al dibattito culturale: sono tipici modi di essere e di fare di un artista che, come diceva Baudelaire, voglia etre de son temps. Del mercato, che addita come una causa della corruzione odierna, non è stato certamente una vittima inconsapevole; e dei critici, salvo che di me, non ha motivo di lamentarsi. Prima di convertirsi a De Chirico gli piaceva il gusto del rischio, la temerità di Picasso. Quando fece il realismo socialista fu problematico e non conformista: glie ne diedi e glie ne do atto. Non capisco dunque perché in lui la malinconia dell'età inoltrata ed ancora operosa debba irritarsi in apostasia e in rampogna.
Come tutto il resto anche l'arte è in crisi; se non lo fosse non sarebbe moderna. La sua crisi non è la stessa che mina il sistema, nasce dal fatto che nel sistema non è più integrata né funzionale. La rottura è generalmente attribuita alla diversità strutturale delle tecniche artistiche rispetto al meccanismo delle industriali. Non tanto nel mutamento delle condizioni oggettive, tuttavia, quanto nel distacco da certi valori dati come eterni Guttuso vede la causa del corso aberrante dell'arte moderna. Senonché l'arte mutò per reinserirsi nella cultura contemporanea adeguandosi alla scienza e poi alla tecnologia industriale; e invece perdette il contatto con l'uomo, scambiò per costrizione il rispetto dei rapporti umani, pretese una libertà ch'era invece disordine. Peggio, declinò la comune esperienza della realtà oggettiva, dimenticò la lingua parlata, svalutò la verosimiglianza. Punto di rottura fu l'Impressionismo: "l'inseguimento dell'ora che trapassa, l'abbandono di un rigore, di un organismo pittorico che costituisse un dato di stabilità". Fu preferita l'esperienza in atto, flagrante, all'esperienza acquisita e sedimentata, la sperimentazione al modello, la sensazione alla nozione. Verlust der Mitte, disse Sedelmayr per giustificare retrospettivamente la repressione culturale dei regimi totalitari. Senonché la sensazione degli Impressionisti non era affatto illusoria e precaria: Bergson l'assunse come "dato immediato della coscienza" e su di essa costruì una nuova concezione dello spazio e del tempo. E non direi proprio che Cèzanne e Seurat abbiano intuito il pericolo e cercato un rimedio; anzi, sistematizzarono quella conoscenza del reale attraverso l'istantaneo e il frammentario.
Sulla petite sensation, che Proust chiamerà impression vèritable, Cèzanne costruì una filosofia con la pittura (e lo riconobbe un filosofo, Merleau-Ponty) e Seurat una nuova scienza della percezione. La sensazione, infatti, non era casuale nè spontanea, la si raggiungeva rimuovendo nozioni inveterate e pregiudizi ancestrali attraverso un processo critico, che rientrava nella tesi illuministica del criticismo distruttivo di ogni dogmatismo e di ogni principio di autorità. Da quel criticismo, che sostituiva il dubbio metodico alle sistematiche certezze, mosse il processo di secolarizzazione del sapere, che inevitabilmente coinvolse anche l'arte. Si superò così la trionfale confessionalità dell'arte barocca, notoriamente larga di molte libertà, purché non contraddicessero ai grandi principi dommatici: ed è strano davvero che gli eterni valori da Guttuso rimpianti siano quelli istituiti dalle poetiche barocche, dall'Agucchi al Bellori. Precisamente: l'arte come lingua parlata e discorso, il verosimile o possibile come disciplina dell'immaginazione, la natura modello, la storia maestra.
Secolarizzandosi, come tutte le altre discipline, l'arte ha cessato di presumersi eterna: come avrebbe potuto essere insieme eterna e moderna? Una volta ammesso che l' arte è cosa terrena e mortale, ed ebbe principio quando certe circostanze si determinarono nella storia della civiltà, così non si può non ammettere che avrà fine quando si determineranno altre circostanze che la escluderanno dall' architettura del sistema. E' compito degli storici, e non solo degli storici dell' arte, dire se tali circostanze si siano date o siano per darsi. Sappiamo quale mutazione profonda si vada compiendo nel mondo: da una cultura di classe all'informazione di massa, dallo storicismo umanistico a uno scientismo tecnologico, da una civiltà dei valori a una civiltà (se sarà tale) dei bisogni e dei consumi. È in crisi lo stesso concetto di valore e si fa strada purtroppo l'idea che, comunque, a mutare il sistema dei valori non sarà una rivoluzione, cioè un'ideologia, bensì la tecnologia.
C'è divario radicale, anzi contraddizione, tra la struttura e i metodi operativi delle arti e della tecnologia industriale ormai egemone. Ci sono ancora, da parte della cultura umanistica di cui l'arte è stata un fattore strutturante, punti di resistenza e perfino di vivace reazione, ma tutto fa credere (anche l'articolo di Guttuso) che stiano per estinguersi. Essendo la morte dell'arte questione di tempo, credo giunto o vicino il suo tempo.
L'arte ha avuto una parte grandissima nella storia della civiltà che finisce: e tutti i giorni vediamo a che punto di degradazione e disgregazione la società industriale e capitalistica abbia ridotto il patrimonio culturale e l'ambiente. Ne ha fatto materia di sfruttamento brutale, ne ha distrutto il valore riducendolo a prezzo. Incombe sul mondo non solo il pericolo, ma l'angosciosa attesa di una guerra nucleare e della fine di tutto. È logico che in questa condizione l'arte, come le altre discipline a struttura storica, sia consapevole della propria fine inevitabile, viva cioè, coscientemente, l'esperienza della propria morte. In tutto il suo passato l'arte ha avuto una parte essenziale nella definizione del concetto di valore: credo obbiettivamente impossibile la sopravvivenza dell'arte in una società che emargini o rimuova il concetto di valore affinché non costituisca remora al consumo. Il problema della morte dell'arte si pone anche sul piano teoretico, in rapporto al concetto hegeliano di morte dell'arte classica, come conseguenza della fine della concezione del mondo e della vita che si era espressa nell'arte classica. Guttuso ne propone la resurrezione: ma come può esserci resurrezione se non dalla morte? E se non è difficile individuare le cause della morte, ci dirà Guttuso quali prospettive storiche giustifichino la previsione, e magari la speranza, di un prossimo revival dell'arte classica?


“la Repubblica”,17 novembre 1984 

22.7.17

Medicina malata. L'operaio calcificato (Giovanni Berlinguer, Severino Delogu)

Giovanni Berlinguer nel 1953 (da Wikipedia)
Nella collana “I libri del Tempo”, la stessa ove vide la luce il primo libro importante di Leonardo Sciascia, Le Parrocchie di Regalpetra, l'editore Laterza nel 1959 pubblicò La medicina è malata, un libro di Giovanni Berlinguer e Severino Delogu, che denunciava con dovizia di documentazione e con un rigore insolito i cedimenti, i compromessi, i servilismi della corporazione medica nei confronti del rampante capitalismo industriale degli anni del boom.
Quello che segue è una delle manifestazioni più estreme e rivelatrici di un andazzo che l'istituzione del servizio sanitario nazionale, per cui Berlinguer, Delogu e altri scienziati e studiosi si battevano (il mio pensiero va a soprattutto Maurizio Mori, che di Berlinguer fu amico e compagno in tante battaglie), avrebbe dovuto correggere e in gran parte davvero corresse. (S.L.L.)


Un caso che pare tratto dai racconti di Poe è accaduto a Pisa, protagonista un operaio affetto da una semplice forma di esaurimento. Fu visitato, fu compilato il suo foglio clinico e gli fu prescritta una cura ricostituente: iniezioni, endovenose di calcio. La cura proseguì per uno, due, tre mesi, sempre negli affollati ambulatori, dove il paziente faceva la fila e dopo un timbro sulla scheda riceveva l’iniezione, praticata peraltro in modo assai accurato. Il medico di turno cambiava assai spesso, e non poteva notare che malgrado le cure il malato non migliorava. Dopo alcuni mesi l’operaio si rivolse dì nuovo a un medico dell’ente perché rivedesse la diagnosi; ma questi confermò l’esistenza dell’esaurimento e convinse il malato a proseguire la cura prescritta, che era stata munita persino del “visto” dell’ambulatorio. E così, giorno dopo giorno e mese dopo mese, riconfortato da una diagnosi che con tutta probabilità era quella giusta, l’operaio si recò a ricevere per oltre un anno le benefiche iniezioni che dovevano guarirlo. Il medico iniettore, sempre diverso, vedeva poco più del braccio in cui ficcava l’ago e firmava distratto la cartella clinica sempre più lunga. Come Gordon Pym di Nantucket navigava inconscio verso l’abisso, così il nostro malato faceva ad ogni iniezione un passo avanti, ma in direzione opposta a quella della guarigione. Un brutto giorno, nell’ambulatorio stesso dell’ente, ebbe un collasso e morì all’improvviso. Il magistrato ordinò la perizia necroscopica, per svelare la causa del decesso, e risultò che quasi tutti gli organi — il cuore, le arterie, i polmoni, il cervello, i reni e così via — erano più o meno completamente calcificati, invasi dal calcio iniettato che aveva come murato vivo dal di dentro l’operaio pisano.


Da La medicina è malata, Laterza, 1959

Erasmo e il suo biografo (Maria Corti)

È difficile trovare una figura di intellettuale che abbia in sé tutta la forza di attualità che ha oggi Erasmo da Rotterdam. I temi smaglianti che dominano nelle sue opere, fra loro concatenati, sono: europeismo, pacifismo, antifanatismo, riforma dei costumi, coscienza della funzione dell’intellettuale, rispetto dell’intellettuale da parte dei politici. Esiste qualcosa di più desiderabile oggi in tutti i paesi del mondo?
Allora si può ben capire che attratto a scrivere la biografia di Erasmo sia stato proprio l’austriaco Stefan Zweig, che nei primi decenni del Novecento fu in Europa l’interprete di una cultura cosmopolita, fondata sulla fiducia nella ragione e sull’ideale erasmiano di fratellanza di tutti i popoli. Nato a Vienna nel 1881, Zweig visse un po’ come Erasmo in tutti i paesi d’Europa finché nel 1940 per sfuggire alla persecuzione razziale si rifugiò negli Stati Uniti, indi in Brasile; e qui, non tollerando l’avanzata dei nuovi barbari, i nazisti, nel 1942 si tolse la vita: suicidio che si configura l’ultimo drammatico messaggio di un intellettuale libero.
Autore di romanzi, drammi, opere di critica e di poesia, Zweig predilesse il genere biografia e soprattutto le vite di personaggi in qualche modo inquietanti sulla scacchiera della società: Maria Antonietta, Maria Stuarda, Magellano ecc. In quanto scrittore in proprio, prima che biografo, Zweig percepisce le voci degli uomini che dietro la sostanza intellettuale del protagonista vivono, soffrono, divagano e le raccoglie dentro la biografia come in un magico archivio universale dell’umanità. Zweig è l’incarnazione della genialità biografica. Ora, per felice scelta editoriale, è possibile leggere in italiano la biografia erasmiana: Stefan Zweig, Erasmo da Rotterdam, traduzione di Lavinia Mazzucchetti (Rusconi).

L a verità ha molti colori
Erasmo si può considerare nella storia d’Europa il primo letterato teorico del pacifismo: in un secolo attraversato, in tutte le direzioni, da continue guerre, egli scrisse ben cinque saggi dal 1504 al 1516 contro la guerra, rivolti a re, vescovi, imperatori, popoli. Famoso quello edito negli Adagia e dal mirabile titolo Dulce bellum inexpertis («dolce è la guerra per quelli che non la conoscono»); nel 1517 pubblicò la famosa Querela («Lamento della pace respinta e schiacciata da tutte le nazioni») in cui riprende il punto di vista ciceroniano «una pace ingiusta è sempre migliore della guerra più giusta», in quanto gli effetti della guerra ricadono sulla massa che non l’ha voluta, donde la riflessione erasmiana che l’idea stessa di guerra è incompatibile, inconciliabile con l’idea di giustizia.
E qui la mente lucida e razionalissima di Erasmo comincia coi distinguo: vi è forse una nazione che ha tutte le ragioni e un’altra tutti i torti? Ciò è privo di senso, va bene solo per i politici i quali non vogliono vedere che la verità è un tessuto pluricolorato e cangiante, non per un intellettuale. A questo punto Erasmo e il suo biografo hanno il coraggio di affermare che «in caso di guerra gli intellettuali e i dotti di tutte le nazioni non dovrebbero rompere la loro amicizia. Il compito loro non dovrà mai consistere nel rafforzare i contrasti di opinione fra popoli, razze o classi con zelante partigianeria, ma di perseverare irremovibili nella pura sfera dell’umanità e della giustizia».
Ovviamente da un’umanità così poco simpatizzante per la ragione e quindi per le soluzioni supernazionali, Erasmo fu ostacolato, apertamente e subdolamente combattuto, ingiuriato; ma la sua elegante imperturbabilità di vero saggio non venne per niente scalfita. Anzi il bla-bla delle parti e dei partiti, le esperienze dirette della «incorreggibile sragionevolezza» umana lo sollecitarono a comporre quel delizioso pamphlet che si intitola nella traduzione italiana Elogio della pazzia, buttato giù in sette giorni a Londra nella villa di campagna di Tommaso Moro e destinato a terremotare i terreni dell’autorità. L’idea portante è geniale e con la sua ambiguità mette al sicuro l’autore: la Stultitia o Follia, figlia di Plutone dio della ricchezza, parla dalla cattedra in prima persona e tesse con la figura del paradosso l’elogio di se stessa: qui Erasmo ha il coraggio di offrire un antimodello sociale, la salutare Follia creativa, «l’erba della Pazzia che dà la sete dell’eternità», dirimpetto all’altra Follia satireggiata per la sua presunta saggezza che, in sostanza, non è altro che stupidità, incapacità di cogliere i veri nessi, i nuovi nessi sottili fra le cose del mondo.
È meraviglioso che sia l’uomo più razionale del Rinascimento europeo a levare un inno alla Follia, a compiere un’operazione satirica così inquietante. Devono passare alcuni secoli e verrà Musil col suo Discorso sulla stupidità del 1937 a dirci: «Signori e Signore, chi al giorno d'oggi abbia l’audacia di parlare della stupidità corre gravi rischi: lo si può interpretare infatti come arroganza, o addirittura come tentativo di disturbare lo sviluppo della nostra epoca». Ma sia Erasmo che Musil non furono ascoltati; scoppiarono le guerre europee nel Cinquecento, scoppiò l’antisemitismo e poi la seconda guerra mondiale nella Germania nazista.
Più originale nelle sue forme lo scontro Erasmo-Lutero, due personalità grandiose situabili a distanze stellari, sicché il farli contemporanei sul nostro pianeta e nella piccola Europa fu un affascinante colpo di dadi di quel giocatore d’eccezione che è il destino. Se Erasmo ha aperto la strada ai postulati più radicali della Riforma con il suo Enchiridion militis christiani («Manuale del milite cristiano»), con l’edizione del testo originale greco del Nuovo Testamento divergente dalla Vulgata (o Bibbia cattolica) e con alcuni scritti anticlericali, tuttavia lo scontro fra i due era alla resa dei conti culturali inevitabile. Diamo la parola allo scrittore Zweig, di cui è ammirabile lo stile sintetico, quasi lapidario: «Nella carne e nel sangue, nella norma e nella forma, per ingegno e contegno, dall’aspetto esteriore fino alla fibrilla più interna, in tutto essi appartengono a due tipi diversi ed ostili: l’indulgenza di fronte al fanatismo, la ragione contro la passione, la cultura contro la forza primigenia, l’internazionalismo contro il nazionalismo, l’evoluzione contro la rivoluzione».
Se fosse qui fra noi, Erasmo ci suggerirebbe di evitare il famigerato fanatismo nel giudicare il conflitto fra lui e Lutero; e seguiremo la sua lezione. È certo però che Erasmo, questo incredibile monaco agostiniano, con la chiarezza cristallina del proprio ingegno rappresenta il dramma sottile dell’intellettuale che vede un’idea giusta trasformarsi mostruosamente in fanatismo intransigente, un linguaggio rigoroso e lucido in altro sanguigno e demagogico, il tono basso di voce in verità urlata.

Quando la pazzia diventa universale
È interessante notare come tutti, politici e artisti, religiosi dell’una e dell’altra sponda, compreso Lutero, cercassero di avere Erasmo dalla loro parte; un uomo indipendente è l’insegna più desiderata per i partigiani di un’idea. Ma Erasmo con sublime astuzia non venne mai a patti, a costo di rompere con la Riforma luterana dopo averne favorito con la sua indiscussa autorità la nascita nel 1520. Uomo profondamente riformista, ha sospetto delle rivoluzioni per quello che a distanza possono produrre: «Qui sono. Non posso altrimenti» è un suo motto storico. Né ci deve stupire che per alcuni anni, quelli caldi della nascita della Riforma, Erasmo sia stato bersaglio, in quanto uomo libero, appartato, indipendente, sia dei papisti sia dei riformisti, e abbia vagato vecchio fra Lovanio e Basilea in cerca della pace delle biblioteche, dove poter scrivere a suo agio nuovi libri. Solo pochi intellettuali, fra cui Melantone, intesero l'asciutta desolazione di un’intelligenza che chiedeva solo il consenso di muoversi liberamente. Le nature fatte per comprendere (come quella di Erasmo) non sono quelle fatte per agire.
Vi sono in questa biografia dei brani dove la simbiosi Erasmo-Zweig è perfetta; il biografo allora parla del biografato o di sé? Eccone un esempio vistoso: «In tali istanti spaventosi di pazzia generale e di universale partigianeria, la volontà del singolo è impotente. Vanamente l’uomo dello spirito si rifugia nella sfera appartata del pensiero: l’ora del presente lo sospinge nel tumulto a destra o a sinistra, con l’una o con l’altra schiera, con l’una o con l’altra bandiera; nessuno allora fra i milioni di combattenti avrà bisogno di maggior coraggio, di maggiore energia, di maggior fermezza morale che l’uomo neutrale, il quale si rifiuti di soggiacere a ogni cieca follia della massa. Qui comincia la tragedia di Erasmo».
Ma qui, aggiungiamo noi, comincia anche la tragedia di Stefan Zweig e di molti intellettuali liberi.

"la Repubblica", 29 gennaio 1982

Henri Bergson. L'immagine e il movimento (Riccardo De Benedetti)

Un disegno di Topor
Può capitare, quando si assiste ad una proiezione cinematografica, che per alcuni istanti il quadro stenti a prendere posizione sullo schermo, e dia vita così a quel saltellare fastidioso delle immagini, incapace di dar movimento e azione alle scene impresse sulla pellicola che non riesce a scorrere come vorrebbe. Questo contrattempo ci sta svelando il trucco che ci diverte: immagini staccate una dall’altra, fotografie immobili, sezioni parzialissime di realtà movimentate da un trascinamento artificiale e meccanico. Eppure, anche se condotti dal cattivo funzionamento del proiettore all’arcano del cinema, quando il fotogramma assume il suo passo normale noi percepiamo non il movimento del proiettore ma quello presente nell’immagine. In poche parole, come afferma Gilles Deleuze nel suo splendido L’immagine-movimento, «il cinema non ci dà un’immagine alla quale aggiungerebbe movimento, ci dà immediatamente un’immagine-movimento. Ci dà certo una sezione, ma una sezione mobile, e non una sezione immobile + movimento astratto». A scoprire l’immagine-movimento, che il libro di Deleuze farà valere come nozione essenziale per una nuova ermeneutica del cinema, è il primo capitolo di Materia e memoria del filosofo Henri Bergson.
Il cinema, a dir la verità, compare ben poco in questo libro del filosofo francese (siamo nel 1896), ma il problema di questo strumento che «al di là delle condizioni della percezione naturale» era in grado di immettere una nuova dose di irrealtà nel nostro quotidiano, ritornerà con frequenza nelle pagine di Bergson. A volte come un ambiguo e cattivo alleato (è un’illusione di movimento, è un «falso movimento») a volte come un’utile metafora. Quando ad esempio, Bergson deve spiegare come la sua filosofia, inizialmente legata a quella di Spencer, se ne debba distaccare perché «in essa il tempo non serviva a nulla, non produceva niente», aveva appena finito di descrivere un mondo a cui era sottratto il cosciente e il vivente. Questo universo abbandonato dalla vita noi lo potremmo prevedere e calcolare in ognuno dei suoi stati successivi, proprio «come le immagini giustapposte sulla pellicola cinematografica prima che essa sia fatta scorrere» (H. Bergson, Il possibile e il reale, in «aut aut», 204, 1984). L’esperienza del cinema, con i suoi enigmatici rapporti tra immagine e movimento, è una delle porte attraverso cui entrare nella filosofia di Bergson, di cui Mondadori ci presenta alcuni capitoli fondamentali. Innanzitutto Materia e memoria in una nuova traduzione, dopo quella introvabile edita nel 1982 da una piccola casa editrice di Reggio Emilia, Città Armoniosa. Il volume presenta, poi, due testi altrettanto importanti: il Saggio sui dati immediati della coscienza del 1889, seguito in appendice dalla prima traduzione completa della tesi scritta in latino, sostenuta da Bergson per il dottorato, Quid Aristoteles de loco senserit (tradotta da Ferruccio Franco Repellino, L’idea di luogo in Aristotele). Il volume corredato da alcune lettere di Bergson al filosofo americano William James, a Papini e allo psicologo Th. Ribot, compare nelle librerie nella collana di classici economici con il titolo Opere 1889-1896, accuratamente annotata e prefata da P.A. Rovatti. Le traduzioni sono di Federica Sossi. L’edizione mondadoriana di questi importanti testi bergsoniani viene a colmare una consistente lacuna nella conoscenza del filosofo francese.
L’arco temporale segnato da queste opere copre, infatti, la fase iniziale della filosofia bergso-niana, la cui conoscenza è indispensabile per chi voglia tentarne una definizione aggiornata. Sia nel Saggio che in Materia e memoria Bergson si trova di fronte a due crisi congiunte, quella della metafisica e della psicologia. Entrambe stanno ristrutturando i loro paradigmi e le loro categorie alla luce delle nuove acquisizioni scientifiche. Le questioni poste dalla prima si imbattono nelle difficoltà della seconda. È il caso, nel Saggio, del problema della libertà e del determinismo o, in Materia e memoria, del dualismo corpo e spirito, difficile da superare persistendo lo scontro tra realismo e idealismo. Giudicando «eccessive» entrambe le tesi, Bergson cercherà in tutto il libro di dissolverne gli effetti metafisici depositatisi in una innumerevole serie di pseudoproblemi di cui quello della relazione tra corpo e spirito è un esempio tra i più tradizionali.
È Michel Serres a indicarci questa volta un nuovo ingresso nelle problematiche bergsoniane : il lavoro teorico di Bergson è la messa in questione delle «proibizioni positiviste e cartesiane», in cui concetti e nozioni si cristallizzano in segni e parole che si vorrebbero «doppioni» del reale. Per riprendere l’immagine della pellicola immobile dell’inizio, si potrebbe dire che lo spirito puro e attento del cartesianesimo è l’agente di questa immobilità. La filosofia è stata costretta a trovare la propria metaforica sulla base della geometria ordinaria: «(...) i nostri concetti sono stati formati ad immagine dei solidi, la nostra logica è soprattutto la logica dei solidi; per lo stesso motivo, la nostra intelligenza trionfa nella geometria, in cui si rivela la parentela del pensiero logico con la materia inerte» (H. Bergson, L’evoluzione creatrice).
Ma questa è soltanto una «sezione» della realtà, la sezione immobile che dobbiamo movimentare se vogliamo che il film torni a raccontarci la sua storia. Certo i solidi ci servono, la stabilità abitudinaria di una parte della nostra esperienza ci mostra che all’inerte dobbiamo in qualche modo affidarci se vogliamo rispondere con successo alle stimolazioni ambientali. Ma, ed è il tema del capitolo terzo di Materia e memoria, lo spirito ha una doppia direzione. Ha il potere di risalire, voltando le spalle all’azione immediata, utile alla nostra sopravvivenza, verso una regione apparentemente oscura, indistinta, impotente, che aspetta l'«appello del presente» per realizzarsi. «In ogni momento, la coscienza illumina dunque con il suo bagliore quella parte immediata del passato che, proteso sul futuro, lavora per realizzarlo e per annetterselo» (Materia e memoria, p. 258).
Il corpo, ci dice Bergson, è esso stesso un «taglio trasversale nel divenire universale», un taglio paradossale perché costretto ad immobilizzare, a fotografare la realtà e, nel medesimo tempo, capace di esonerarsi dall’attenzione alla vita, per muoversi verso regioni in penombra: «Noi restiamo collocati in questa parte illuminata della nostra storia, in virtù della legge fondamentale della vita, che è una legge d’azione; di qui la nostra difficoltà a concepire dei ricordi che si conserverebbero nell’ombra. La nostra ripugnanza ad ammettere la completa sopravvivenza del passato dipende, quindi, dall’orientamento stesso della nostra vita psicologica, vero e proprio svolgimento di stati in cui il nostro interesse è di guardare ciò che si svolge, e non ciò che è completamente svolto» (Materia e memoria, p. 258). Questo immergersi della vita psichica in un divenire attraversato di volta in volta dalle necessità dell’attenzione alla vita, assume la figura di una continua biforcazione differenziatrice di passato e presente, ricordo e percezione. Vladimir Jankélévitch in L’irréversible et la nostalgie sintetizza molto efficacemente le caratteristiche di questo punto cruciale del bergsonismo: «(...) in Materia e memoria la percezione, plasmata dai ricordi, è essenzialmente orientata verso la modellatura del reale e l’edificazione del futuro, vale a dire verso l’azione e la lotta per l’esistenza; se la durata non è tesaurizzazione, né propriamente parlando arricchimento, essa è comunque creatrice».
Una «durata» con queste caratteristiche ha bisogno, per essere descritta, di una nuova metaforica, non quella dei solidi geometrici, bensì quella «acquatica» dei flussi e dello stream of consciousness, capace di intuire i bordi fluidi delle cose. In tal modo Bergson perviene a una nozione di divenire che è il contrario dell’eraclitea fuga di tutte le cose in un passato e in un «già stato» irrevocabile e impotente. Bergson non ha nostalgia di ciò che mai si ripeterà due volte, semplicemente perché è convinto che il passato della memoria saprà sempre rispondere all’appello di un presente che non ne può fare a meno.
Le immagini vive della memoria, però, portano con sé nuove domande che Marguerite Yorcenar ha così descritto in Il tempo grande scultore: «bisognerebbe sapere perché mi si sono immediatamente imposte in quanto nozioni viventi, assimilabili, su cui la mia mente non ha smesso di lavorare. E se vi è stata affabulazione, bisognerebbe spiegare perché ho costruito questi miraggi, e proprio questi. È strano serbare nell’immaginazione o nella memoria (nell’una o nell’altra oppure nell’una e nell’altra) l’equivalente del calco di una realtà che forse non è una realtà».

“il manifesto”, s.i.d. ma 1986

Polemiche filosofiche. Boezio val bene uno screzio (Fabio Troncarelli)

Un filosofo? Un politico?
Un teologo? Un rivoluzionario?
Dopo millecinquecento anni
il nome di Severino Boezio
fa ancora discutere.
Perché?
Le immagini della Filosofia e di Severino Boezio nel portale del Duomo di Monza

PAVIA
Durante tre giorni, in un grande e esclusivo congresso dal 5 all'8 ottobre, Severino Boezio, dopo millecinquecento anni, è ridiventato una pietra dello scandalo. A Pavia si erano dati convegno gli specialisti di Severino Boezio, arrivando da lutto il mondo, con l’idea di commemorare la sua nascita. E invece, fin dalle prime battute, si è visto che filosofi, storici, teologi e filologi erano lì per accapigliarsi sul tema opposto: non la nascita ma la morte di Severino Boezio. Una morte che ben presto divenne un simbolo, il segno della morte del mondo antico, destinala a diventare il tema di interminabili polemiche storiografiche.
Subito dopo la guerra, per esempio, lo storico francese André Piganiol scatenò una vera e propria baruffa scientifica con la frase: «L’impero romano non è morto, è stato assassinato». E Severino Boezio infatti fu ucciso, forse decapitato o garrotato o peggio ancora selvaggiamente bastonato. Ma perché su quell'omicidio si discute ancora?
«È stato il supplizio di un santo», ha proclamato con flebile voce monsignor Antonio Angioni, anziano vescovo di Pavia, all’inaugurazione del congresso davanti al sepolcro di Severino Boezio che, insieme a quello di sant’Agostino, si trova nella chiesa di San Pietro in Cieldoro a Pavia. «Boezio è come Giobbe redivivo», ha aggiunto con voce stentorea Sam Starnes, giovanissimo e piissimo professore del King’s College di Halifax in Canada. «Tutto falso», ha invece spiegato il medievalista Antonio Crocco dell’università di Napoli: «In questo convegno si sta facendo dell’agiografia, siamo più vicini alle vite dei santi che alla ricerca scientifica». Insomma, ecco che così, un pacifico congresso di specialisti si è trasformato in una polemica ancora di attualità: da una parte chi sposa le ragioni della fede e dall’altra chi ancora ha fede nella ragione.
Ma a leggerla con un pizzico di malignità la polemica su Boezio nasconde qualcosa di più attuale: siamo anche noi vicini a una fine del mondo? E la colpa di chi è: della fede o della ragione? E Boezio con il suo Consolazione della Filosofia può ancora darci una risposta?
Ma chi era Boezio? Per chi ha studialo al liceo classico è un nome colto al volo gli ultimi giorni del primo liceo, con un occhio alla matematica e uno alla storia: più che il filosofo della fine del mondo antico è il filosofo della fine delle lezioni.
Per la storia Anicio Manlio Severino Boezio nacque nel 480 dopo Cristo, quattro anni dopo la deposizione dell'ultimo imperatore di Roma, Romolo Augustolo, da parte dei Goti di Odoacre. Di famiglia nobilissima, conobbe onori e gloria come pochi fino a diventare una specie di primo ministro di Teodorico, che aveva preso il potere. Improvvisamente, però, fu accusato di tradimento e ucciso senza esitazioni. Perché? I Goti avevano creato in Italia uno Stato singolarissimo: dipendenti formalmente dall’imperatore di Costantinopoli (erede diretto e ufficiale di Roma), di razza germanica, ostile da secoli ai latini, erano riusciti a organizzare qualcosa come il Senegal o la Namibia d’oggi, un regno moderatamente progressista, dove coesistevano vecchi gruppi dirigenti e nuovi soggetti politici. La tecnologia e la cultura antica, sconosciute ai barbari semianalfabeti, erano nelle mani degli aristocratici latini, come Boezio, veri «mandarini» del sapere. Costoro erano naturalmente insofferenti verso il nuovo regime e guardavano con simpatia a Costantinopoli. La Chiesa, ago della bilancia tra le due forze, non era del tutto favorevole ai barbari, che professavano l’eresia di Ario, che negava la natura divina di Cristo.
In questa situazione di conflittualità latente, non è strano che si scatenassero cacce alle streghe: Boezio fu coinvolto nel 524 dopo Cristo nella più aspra di queste, insieme al papa Giovanni I e a Simmaco, suo suocero, ugualmente fatti morire. Boezio fu accusato di tradimento e perfino di magia. Niente di più falso. Eppure queste accuse riflettono il senso di ostilità dei Goti contro gli intellettuali latini, di cui Boezio faceva parte. Coltissimo, orgoglioso, geniale, esperto in matematica come in musica, in astronomia come in teologia, egli era un ’’quadro” indispensabile, là dove la scienza è indispensabile. Ma anche un sovversivo. Un po’ “nouveau philosophe”, un po' dissidente di lusso, Boezio proclamava la necessità del distacco dai meccanismi di potere, la supremazia dell’intellighenzia sui politicanti, il valore della ragione e della cultura sull’irrazionalità e la forza bruta. Illuso, come tutti i tecnocrati, di governare i governanti, estraneo alla nuova società, senza esserne straniero, Boezio attaccava direttamente i rapaci protagonisti del sottogoverno goto, impedendo abusi e taglieggiamenti contro i poveri (come in Campania, verso il 510) o contro i nobili in disgrazia (come l’ex console Paolino e Albino). E, come Von Stroheim nella Grande illusione, finiva con l’interpretare il ruolo di spettatore disincantato, che avverte con amarezza il declino degli uomini del suo stampo e l’avanzata dei parvenus della storia, siano essi i rozzi e fieri barbari o quello strano miscuglio di Pietro il Grande, Rasputin e Messalina che erano imperatori e imperatrici bizantini del calibro di Atanasio I, Giustino, Giustiniano, Teodora.
E proprio quest’aspetto decadente, così in perfetta sintonia con la decadenza dell’impero romano, che rende affascinante la morte di Boezio ed alimenta ancora oggi le discussioni. Boezio stesso si è posto la domanda sul senso del proprio destino nei pochi mesi tra l’arresto e la condanna, quando esiliato nella sperduta Pavia, nebbiosa e remota, ha scritto il suo capolavoro, la Consolazione della Filosofia. Depresso, silenzioso, sdraiato su un lettino come il paziente di uno psicanalista, ha un’allucinazione improvvisa: «...Mi sembrò che sopra la mia testa apparisse una donna, altera, con gli occhi ardenti, più acuti di quelli degli uomini. Rosa di carnagione, fiera e vigorosa, ma così carica di anni che sembrava di un'altra epoca, cambiava statura, impercettibilmente; ora era alla mia altezza, ora toccava il cielo con i capelli, ora, se alzava la fronte, penetrava il cielo stesso... Le sue vesti erano tessute, con finezza, di fili sottilissimi... La loro bellezza, come nelle pitture velate
dagli anni, era coperta dall’ombra che nasconde le cose antiche e trascurate...».
La Filosofia (è lei la bella sconosciuta!) analizza, come Freud, gli affetti di Boezio: è vano attaccarsi a onori, gloria, ricchezza, perfino al successo dell’intellettuale brillante. Il mondo è preda del caso e della caducità. La terra rispetto all’universo è un pianeta invisibile, con la luce tremante di una stella lontana. L’uomo deve immergersi nell’armonia del cosmo, dimenticando la disarmonia del mondo. La morte è solo il passaggio verso l’infinito. E la fede? La religione del Cristo? Qui è il problema: la Filosofia non è Cristo. Possibile che Boezio, cristiano e teologo, non abbia neppure pronunciato il nome del Salvatore, prima di morire? Per gli studiosi è un enigma incomprensibile; lo stesso convegno di Pavia non ha fatto che riproporre l’eterno dilemma che ha scosso da sempre gli interpreti di Boezio: se la ragione ci consola della morte, che resta della fede? Le dispute sulla santità o meno del filosofo, infatti, nascono per cercare di colmare il vuoto imbarazzante dell’assenza di espliciti riferimenti cristiani nell’ultima opera boeziana. In realtà bisogna avere il coraggio di affermare che questo è un ’’falso problema”. Boezio aveva sempre sostenuto, con audacia, la netta separazione tra fede e ragione. Per questo la Filosofia, accennando all’inferno e al purgatorio, può affermare: «...Non è affar nostro discutere ora di tali argomenti». Il rifiuto del conforto del cristianesimo è il rifiuto della benda sugli occhi: poter vedere in faccia il carnefice!
Boezio era un animale filosofico. Lo rimase fino alla fine. Il suo grido di rivolta contro la morte è un ruggito razionale. Stupirsi di ciò è come stupirsi che nelle stesse circostanze Tommaso Moro abbia scritto l'Utopia e Gramsci i Quaderni dal carcere. Ancora oggi, nei nostri tempi avari di eroismo, Toni Negri in galera scrive un Giallo e non un’abiura: l’uomo in prigione si mantiene fedele al proprio passato, anche quando tutto è perduto! Boezio, attraverso la figura di Filosofia, si confessa mandante ideologico della «sovversione»temuta dai Goti: la «sovversione» rappresentata dalla cultura. dalla ragione, dall’indipendenza capace di terrorizzare i regimi. Questo e solo questo lo consola della morte: una testarda incrollabilità! Boezio è un teorico dell’autonomia più assoluta dell’individuo di fronte allo Stato. Per paradosso, dunque, questo supposto santo è un campione del laicismo più radicale, che non si piega, a costo della vita, davanti al potere. E stato dunque un «martire»? Sì, ma martire della «disobbedienza civile».

EUROPEO/28 OTTOBRE 1980

Jena, ottobre 1806. Hegel e Napoleone (Valerio Riva)

Per il secondo centenario della nascita di Hegel, nell'agosto del 1970, “l'Espresso” dedicò gran parte del supplemento a colori (“l'Espresso colore”) al filosofo tedesco. Il pezzo forte era costituito da una lunga conversazione con Gyorgy Lukacs dal titolo Dov'è oggi lo Spirito del mondo, ma era preceduto dalla rievocazione di un momento significativo della vicenda umana di Hegel, il suo coinvolgimento passivo nella battaglia di Jena (1806) che ebbe come protagonista Napoleo­ne. Valerio Riva che ne è l'autore costruisce l'articolo, che qui è postato, seguendo in parallelo gli atti e i movimenti del filosofo e quelli dell'imperatore. Buona lettura. (S.L.L.)

Il 12 ottobre 1806 Napoleone fu risvegliato a mezzanotte in punto dal suo cameriere particolare. Erano a Gera, in Sassonia. A 60 chilometri di lì c’era Weimar, e sulla strada di Weimar, poco prima d’arrivare alla città, a Kapellendorf, c’era il ’’povero” re di Prussia, ’’così buono”. L’imperatore si alzò, si lavò il viso, si rivestì, fece una rapida colazione, poi si mise a tavolino. Scrisse a sua moglie Giuseppina: «Sto benone; sono perfino ingrassato, da che sono partito; e dire che ogni giorno faccio, proprio io, di persona, dalle venti alle venticinque leghe, come mi capita, a cavallo, in carrozza. Vado a dormire alle otto e mi sveglio a mezzanotte; e qualche volta penso che a quell’ora forse tu non ti sei ancora coricata».
Quando ebbe finito di scrivere la lettera, firmò, mise il sigillo e notò l’ora, in calce: le due del mattino. Era già cominciato il 13 ottobre. A quell’ora, per la stretta gola che fa il Muhlthal quando pasa sotto i Landgrafenbergen, quindicimila uomini dell’armata prussiana si ritiravano in buon ordine, lentamente, in direzione di Weimar. La notte era quasi tiepida, umida: c’era una gran nebbia. In casa sua, nel centro di Jena, il professore straordinario Giorgio Guglielmo Federico Hegel, che da un mese e mezzo aveva compiuto i 36 anni e versava in gravi preoccupazioni finanziarie, sospese per un attimo il lavoro: sentiva sparare frequenti colpi di cannone dalle parti di Gempenbachtal e di Winzerla. La sera prima era stato sulle mura, al tramonto, e aveva visto gli scontri a fuoco delle pattuglie francesi e dei soldati prussiani di retro-guardia. Era molto preoccupato: due pacchi contenenti metà del manoscritto della sua prima opera importante, la Fenomenologia dello spirito, piedistallo di un nuovo sistema filosofico, erano stati spediti da una settimana all’editore Gòbhardt di Bamberga, e il professor Hegel non sapeva se erano arrivati a destinazione. Ora aveva tra le mani la seconda metà del manoscritto: bisognava mandarla, d’urgenza, il libro doveva ad ogni costo uscire per il 1807 e lui in un impeto di disperazione s’era impegnato a finire gli invii proprio entro quella settimana. Ma la guerra era arrivata troppo presto: il primo dei due pacchi era stato spedito fin dall’8, ma Hegel non sapeva che già dal giorno prima i francesi erano entrati a Bamberga.

La ’’Fenomenologia” viaggiava attraverso la foresta della Turingia, varcava la Saale, puntava verso il Meno: e le osti francesi le andavano incontro, con la rapidità del baleno, travolgendo l’esercito prussiano, mettendo a sacco le città, portando i vessilli della rivoluzione. Cosa sarebbe successo di quel fascio di fogli? Dietro ai vessilli francesi, nei solchi di quei carriaggi viaggiava la libertà assoluta diventata oggetto a se stessa: in quelle armate l’autocoscienza aveva imparato “che cosa la libertà sia”; ma quelle spade avevano pure imparato a suo tempo a dare «la più fredda e piatta morte, senza altro significato che quello di tagliare una testa di cavolo o di prendere un sorso d’acqua ».
Prima ancora che la notte cedesse al giorno e la fitta nebbia si dileguasse, il maresciallo Lannes, entrato in Jena, aveva deciso di non perdere il contatto con il nemico. Gli esploratori francesi scoprirono che per scavalcare i Landgrafenbergen non era strettamente necessario seguire passo passo i prussiani: per due sentieri difficili e seminascosti si poteva arrivar fino in cima all’orlo dell’altopiano e di là guardar giù nella grande vallata che si stendeva tra Jena e Weimar. Per quelle scorciatoie Lannes spedì una compagnia: giunti in alto i soldati di Suchet furono attaccati dalle avanguardie del generale prussiano Hohenlohe a cui Federico Guglielmo aveva affidato la difesa di Weimar: il generale Reille dovette mandare in rinforzo un battaglione del 40. Ma in alto, a circa 400 metri, ai francesi si offrì uno spettacolo terribile e straordinario. La nebbia cominciava a dissiparsi, la giornata era magnifica: si poteva distintamente scorgere tutto l’esercito prussiano schierato in battaglia su tre file, per una distesa di chilometri e chilometri; le alture ad anfiteatro nereggiavano d’uomini, dal villaggio di Gross-Schwabhausen fino alle sorgenti dell’Ilm, all’altezza di Kapellendorf.
Il centro dello schieramento era a Cospeda, un paese fortemente tenuto dal nemico. In più sulla strada per Weimar c’era un accampamento di trentamila uomini. Lannes spedì subito un corriere per portare la notizia all’imperatore. Erano le sette del mattino.

Tra le 8 e le 9 entrarono in città i tiratori francesi, seguiti dalle truppe regolari. Era il momento che Hegel temeva di più: da più d'un mese lo tormentava l’idea che come conseguenza immediata della guerra sarebbero venuti dei soldati e avrebbero preteso di installarsi in casa sua. Quegli “acquartieramenti”, come li chiamava nelle lettere piene di lamentele al benevolo Niethammer, erano proprio la sua idea fissa. Avesse potuto andarsene prima da Jena! Quella città una volta tanto agognata, quando c’erano Schelling e Fichte, adesso gli sembrava un convento: i suoi amici erano fuggiti quasi tutti, chi in Baviera, chi nel Baden. Anche Hegel sperava ardentemente di trovare il modo di trasferirsi ad Heidelberg; ma Kastner gli aveva scritto che il governo di Karlsruhe era avverso alla nuova filosofia. Per ingraziarsi il consigliere aulico Voss, che tutti dicevano fosse la pedina giusta, il professore gli scrisse una letterina esponendogli i suoi programmi futuri: prima, voleva «insegnare alla filosofia a parlare tedesco» così come Lutero aveva fatto parlar tedesco alla Bibbia e lo stesso Voss a Omero; e poi voleva tenere un corso di estetica nel senso di quel che i francesi chiamavano un “cours de littérature”. Voss cortesissimo gli aveva risposto, fra tante lodi e complimenti, che non aveva fondi per un professore in più. Così Hegel era rimasto a Jena a fantasticare intorno a una rivista di critica che la smettesse col malvezzo imperante delle recensioni formalistiche, superficiali, stupide, buone solo ad assolvere e condannare. E invece la guerra lo aveva incastrato in quella città che ormai odiava, in mezzo ad abitanti stupidissimi, che nemmeno sapevano come difendere i loro sacrosanti diritti. L’imperatore stesso, sosteneva Hegel, aveva autorizzato gli abitanti delle città tedesche occupate a rifiutarsi di ottemperare a requisizioni indiscriminate. Bastava comportarsi con dignità e prudenza e dare alle truppe vittoriose solo quel tanto che era loro strettamente necessario. Quel 13 ottobre Hegel provò a mettere in pratica la teoria: ai soldati francesi che gli irruppero in casa diede da mangiare e da bere. Ma quando ebbero mangiato e bevuto, gli occupanti vollero dell’altro. Hegel si offese, gridò, ma gli altri gli andaron sotto il muso coi pugni e con le spade, si lanciarono sui cassetti, sventrarono i pagliericci, squadernarono gli armadi. Cristiana Carlotta Giovanna Burckardt, nata Fischer, che era la padrona di casa, cominciò a piangere: era una donna belloccia, con un’aria sensuale, e quei manigoldi di francesi non nascosero d’averci fatto un pensierino. Hegel perse la testa. Per fortuna, si accorse che uno dei saccheggiatori portava sul petto il nastrino della legion d’onore. Lo prese per il bavero e con voce che tremava di sdegno, gli gridò che sperava almeno che un uomo insignito di una tale onorificenza avrebbe riservato un trattamento onorevole a un semplice studioso tedesco. I soldati si calmarono e finirono per prendere solo il vino.
A una lega a nord della città, in quel momento, i soldati prussiani fecero prigioniero l’ufficiale francese Eugène de Montesquiou: gli tolsero la sciabola, la borsa e l’orologio, e lo condussero alla tenda del principe Hohenlohe.

Al principe, Montesquiou rivelò di essere latore di una lettera dell’imperatore diretta al re di Prussia. Era una lettera degna in tutto del “signore del mondo”: la lettera di una «persona solitaria che si pone di contro a tutti», immane autocoscienza il cui movimento e il cui godimento sono anch’essi una “sfrenatezza immane”. Proponeva, la lettera, di far la pace, subito, visto che quella guerra era proprio impolitica: «Vostra maestà», aveva scritto Napoleone (probabilmente sghignazzando), «aveva posto come condizione per il ristabilimento della pace che le truppe francesi uscissero dal territorio della confederazione. La condizione è stata osservata: solo che invece di ripassare il Reno, abbiamo varcata la Saale e siamo usciti dalla parte opposta ».
Passata la prima paura, ora Hegel era tornato a pensare ai suoi ’’scartafacci”. Come fare per spedire il resto a Bamberga? L’unica era augurarsi che i francesi uscissero vittoriosi anche dalla prossima battaglia, che il fronte si allontanasse il più possibile, e che la strada Jena-Bamberga diventasse presto una strada di retrovia, con tanta maggior sicurezza del servizio di posta. Impiegò tutto il resto del giorno a trovare un corriere: la signora Voigt gli fece sapere che avrebbe fatto partire un postiglione l’indomani mattina. Hegel si precipitò da lei: trovò la casa trasformata in alloggio dello stato maggiore francese. Suggerì alla Voigt di chiedere una scorta militare per il postiglione francese. Suggerì alla Voigt di chiedere una scorta militare per il postiglione. I francesi acconsentirono. La mattina del 14, l’ultima parte della Fenomenologia partiva da Jena accompagnata da un drappello di soldati dell’imperatore.
Ma quando Hegel tornò a casa, capì che la situazione sarebbe presto divenuta insostenibile. I soldati erano di nuovo minacciosi; già tutt’intorno molte case erano preda agli incendi. Lui e la signora Burckardt, da soli, non avrebbero potuto resistere a lungo. Incominciò allora la peregrinazione.
Presero una cesta, la riempirono di tutto quello che potevano, e corsero a rifugiarsi nella casa del commissario Hellfeld. La casa dava sulla piazza del mercato. Stanco, innervosito, inquieto Hegel si affacciò ad una finestra e vide tutto il mercato illuminato da una fila di fuochi accesi dai battaglioni francesi. La piazza era piena di roba saccheggiata dalle botteghe della città. Era avvenuta la più grande ridistribuzione di beni che la storia di Jena potesse ricordare. Quello che era stato proprietà di borghesi, di cittadini, era diventato adesso proprietà di nessuno o bene comune, su quella grande piazza. Anche Hegel aveva perso le sue proprietà: probabilmente erano ammucchiate nella piazza, tra i falò dei bivacchi. Gli venne da pensare quanto fosse poco vera l’affermazione di Kant secondo cui proprietà e non proprietà sono in sé non contraddittorie. Considerate dialetticamente, come faceva in quel momento, apparivano entrambe molto contraddittorie. Il saccheggio e la ridistribuzione erano avvenuti in nome dell’eguaglianza dei singoli: ma per quei soldati il bisogno che avevano di quella roba era diverso dal bisogno che ne aveva Hegel: per loro era un bisogno accidentale, momentaneo, usare e gettare: per lui, era il bisogno di procurarsi un bene stabile, un uso senza termine. Ma ecco la contraddittorietà: se quei beni venivano distribuiti secondo i bisogni, appariva l’ineguaglianza: se distribuiti secondo l’uguaglianza, «la quota di partecipazione alla proprietà dei singoli non aveva rapporto al bisogno». In quella gran trasmigrazione e deperimento di beni. la proprietà gli appariva fondamentalmente contraddittoria: benché valga in quanto solo è stabile, la sua natura consiste nell’essere usata, nel “dileguare”.

A Jena, Napoleone arrivò alle due del pomeriggio. I notabili della città gli avevano preparato una degna accoglienza. Ma Napoleone si fermò solo un attimo. Lannes gli aveva fatto sapere che i prussiani s’erano già messi in moto: due grandi corpi di armata avevano abbandonato Weimar e ora marciavano uno verso Naumbourg e l’altro verso Jena, agli ordini del principe Hohenlohe. L’imperatore non ebbe esitazioni: meglio andar subito a vedere dall’alto del Landgrafenberg com’era la situazione. Risalì a cavallo, e uscì dalla città, diretto alle colline.
Al professor Hegel sembrò di vederlo uscire in ricognizione. Il primo pensiero che gli venne, fu dove potesse mai essere in quel momento il re di Prussia. Dicevano che stava a una decina di chilometri da Iena, ma vedendo Napoleone seduto su un cavallo uscire al trotto dalla città, Hegel non poté fare a meno di dirsi, sorridendo, che forse il buon Federico Guglielmo doveva esser già molto più lontano di Kapellendorf.
Il re era invece press’a poco dove lo situava la voce popolare. Napoleone lo sapeva benissimo: e sapeva anche che finché lui restava dentro Jena dominata dalla scarpata dell’altopiano, sarebbe stato come dentro un sacco. Bisognava portare tutto l’esercito su in alto, in posizione dominante, e trasportare lassù soprattutto l’artiglieria. Napoleone non era capace di star fermo: faceva continuamente la spola tra la città e l’altopiano, e quand’era lassù si spingeva tanto avanti da correre il rischio di capitare tra le file del nemico. Ora il sole era molto calato sulla linea dell’orizzonte e il crepuscolo mostrava cose e persone come avvolte in una ambigua penombra. A un certo momento le sentinelle francesi videro una sagoma davanti a loro, la presero per un ricognitore nemico, spararono: per un miracolo non centrarono l’imperatore. Ma come mai l’artiglieria non era ancora arrivata? Napoleone aveva fretta. Preso da un’ansia febbrile, decise di tornare di nuovo in pianura: e a metà strada la vide, la sua artiglieria: bloccata nel letto d’un torrente così angusto che i mozzi delle ruote degli affusti s’incastravano nelle sponde di pietra dell’incassatura. Gli venne una furia immensa, l’ira gl’impediva di parlare. Riuscì appena a chiedere dove fosse il generale comandante dell’artiglieria; gli fu risposto che non era ancora arrivato. Senza più dire una parola, s’avvicinò ai serventi che cercavano a colpi di piccone e di pala di allargare il passaggio, prese una lanterna, l’accese e tendendo il braccio illuminò la roccia perché potessero lavorar meglio. I soldati raddoppiarono i colpi. Restò lì fino a notte inoltrata: finalmente, pezzo per pezzo, l’artiglieria riuscì a passare. Ora, in silenzio, al buio, l’esercito francese prendeva ordinatamente posizione, a due passi dal nemico. La nebbia ricominciava a levarsi. Napoleone aveva ritrovato il suo buon umore. Era mezzanotte.

A quell'ora Hegel aveva cambiato un’altra volta di casa. Neanche dagli Hellfeld era stato possibile fermarsi. Sempre seguito dalla Burckardt e dalla cesta, Hegel si ricordò di un suo allievo, il Gabler. che avrebbe potuto dargli una mano. Il padre di Gabler era prorettore; Hegel sapeva che adesso in casa sua alloggiava un ufficiale superiore dell’esercito francese: il luogo era dunque sicuro. Ma per quella coppia spaventata e infelice i Gabler non avevano posto. Il figlio si ricordò però che in soffitta era vuota una cameretta da studente. Accompagnò il filosofo e la Burckardt fin lassù in cima: la stanzetta era angusta, fredda, mal illuminata. Ma per la prima volta Hegel si sentì al sicuro. Mentre la Burckardt si stendeva sul letto, il professore, seduto su una poltrona sgangherata riusciva finalmente a riflettere. Rivedeva la scena del pomeriggio, l’imperatore, tanto agognato, sogno di tanti giorni, mesi, anni, l’uomo a cui, bene o male, apertamente o meno, aveva dedicato sostanzialmente quel suo primo grande tentativo di sistemazione filosofica che era la Fenomenologia: quell’uomo di cui aveva parlato in quelle pagine in termini oscuri, faticosi, ma come animati da un brivido e da una foga misteriosi. Era lui “il signore del mondo”? Era la persona assoluta che in sé raccoglie ogni essere determinato e per la cui coscienza non esiste nessuno spirito più alto? Lo aveva visto tutto «concentrato in un punto», «seduto su un cavallo», «irradiarsi sul mondo e dominarlo». Era la coscienza di quel contenuto che, liberato dalla propria forza negativa, si svelava come il caos delle potenze spirituali scatenate quali essenze elementari, prese pazzamente da una furia di distruzione? Oppure era, come gli era sembrato un’altra volta, lo «spirito coscienzioso», il concreto spirito morale, che non compie questo o quel dovere, ma sa e fa ciò che è concretamente giusto? Il trotto deciso di quel cavallo, la subitanea consapevolezza di Hegel, in quell’attimo, che qualunque cosa facesse il re di Prussia, qualsiasi fossero gli auspici della giornata, Federico Guglielmo avrebbe perso e Napoleone trionfato, gli avevano dato una improvvisa intuizione: aveva lì, din#hzi a sé, non più l’inerte coscienza della moralità, non più l’oscillante certezza della coscienza, ma una certezza incrollabile, la consapevolezza di compiere solo il dovere puro, che ha la sua verità nella certezza immediata di se stesso. Quel pomeriggio su quel cavallo egli aveva visto veramente passare 1’”anima del mondo”.
Ma a chi poteva dirle quelle cose? Alla Burckardt che dormicchiava su quel letto? Aveva forse potuto scriverle apertamente nella sua opera? Da quando, allievo di teologia a Tubinga, aveva piantato di nascosto in un campo, con i suoi amici, un albero della libertà e segretamente s’era pasciuto di riviste proibite, di clandestine notizie dalla Francia, da quando negli scritti cosiddetti teologici aveva cercato di scardinare il cristianesimo in nome della santità della polis greca, e poi, svanita l’idealizzazione che aveva fatto dell’antichità s’era impadronito della religione disvelata e ne aveva fatto un edificio interamente laico, da allora egli si era sentito il filosofo della rivoluzione, l’aveva analizzata, descritta, riassunta e tutta rappresentata. Ma in termini oscuri, in una retorica faticosa, in una specie di tormentosa ipocondria: ora le aveva innalzato un sistema, e un pezzo di quel sistema lo aveva finalmente lì davanti agli occhi. Ma sapeva già anche come sarebbe andata a finire: «Di nuovo si ricostituisce l’organizzazione delle masse spirituali, nelle quali viene distribuita la folla delle coscienze individuali. Queste, che hanno provato la paura del loro signore assoluto», che sono cioè passate attraverso il terrore e la morte, «si rassegnano di nuovo alla negazione e alle differenze, tornano a ordinarsi sotto le masse». La restaurazione seguiva alla rivoluzione. Eppure il ciclo non doveva continuare in eterno: guardando di colpo tutto all’indietro, come se la storia fosse finita in quel momento, Hegel intuiva che per un ribaltamento improvviso, il puramente negativo poteva diventare puramente positivo. Non più un governo anarchico, ma la volontà universale, la libertà assoluta passata dall’autodistruzione all’autocoscienza, essenza perfetta e compiuta. Nella notte, nel gran silenzio seguito a una giornata di rombi e di scoppi, in mezzo a tutto quel fumo e alle luci di tutti quegli incendi, il professor Hegel si sentiva finalmente al termine della storia. La ’’Bastiglia tedesca” stava per cadere.
Cadde infatti il giorno dopo. Il 15 ottobre cominciò con una nebbia così spessa che l’aiutante di campo di Lannes, Meyer, spedito ad ordinare alla brigata Claparède di appoggiare a sinistra, sperdutosi nella nebbia sentì d’un tratto delle voci vicinissime e s'accorse di essere andato a finire tra i tedeschi. Le armi cominciarono a sparare, da una parte e dall’altra: erano le nove del mattino, non ci si vedeva di qui a lì, e francesi e tedeschi facevano fuoco davanti a loro a casaccio, nella nebbia. Ma quando il sole a poco a poco forò la nebbia, i due schieramenti si ritrovarono l’uno addosso all’altro: da una parte gli indecisi prussiani, impreparati ad una battaglia per quel giorno; dall’altra i francesi che «manovravano come ad una parata». Napoleone aveva dato ordini ben precisi: attaccare arditamente tutto ciò che è in marcia, non dare al nemico la possibilità di riunirsi e di riorganizzarsi, approfittare di tutti gli sbagli o gli equivoci dell’avversario, non lasciarlo fermare, non combattere da fermi, adottare la tattica del movimento perpetuo. Sulle alture di Jena, l’anima del mondo calava l’hegelismo nella strategia militare. Alla fine della giornata il re di Prussia cercava scampo in una disperata fuga attraverso i campi, i soldati prussiani si disperdevano in disordine per tutta la campagna, migliaia e migliaia di prigionieri coperti di sangue sfilavano disfatti dinnanzi all’imperatore. Napoleone tornò a Jena che era già notte. Murat e Rapp correvano al gran galoppo verso Weimar, superando di volo i resti di ventotto squadroni e ventisei battaglioni prussiani accorsi troppo tardi sul teatro della battaglia: sul bordo della strada videro il corpo del comandante tedesco, Ruchel, esanime, straziato da una palla nel petto. I due francesi avrebbero voluto acciuffare la regina,che Napoleone considerava la causa della guerra. Ma la regina era scappata da qualche ora, in lacrime. Non rimaneva che la vecchia duchessa. Ci fu qualche confusione nel palazzo, all’arrivo dei francesi, ma durò poco. Scossa, ma fierissima, la vecchia signora accolse con apparente serenità i due ufficiali francesi ed educatamente li invitò a cena. I due accolsero l’invito. Goethe, che aveva appena finito di scrivere il “Faust" e faceva anche lui il tifo per Napoleone annotava: «la nobildonna è stata di una ammirevole dignità».


Tra gli incendi, in mezzo alle grida dei soldati francesi ormai dediti al saccheggio più sfrenato, la città di Jena passava l’ultima notte di grande paura. Dall’alto dell’abbaino in cui li aveva messi lo zelante ma beffardo Glaber, il professore e Cristiana Burckardt avevano smesso di guardare atterriti le stragi e le devastazioni. Avevano chiuso la finestra, tirate le tendine, stavano entrambi sul letto, e si stringevano disperatamente. «L’amore», aveva scritto qualche anno prima il professore, «è più forte della paura... L’amore è un reciproco prendere e dare. Timoroso che i suoi doni possano venir scherniti, timoroso che un opposto non voglia cedere al suo prendere, esso cerca di far la prova per vedere se la speranza non lo ha ingannato... Ciò che più intimamente è proprio si unifica nella carezza, contatto sensuale, fino a smarrire la coscienza: e un embrione di immortalità si è fatto». Nove mesi dopo Cristiana Burckardt partoriva un figlio illegittimo di Hegel, lo chiamava Ludwig, e gli dava il suo cognome di zitella, Fischer. Il professore era già da molti mesi a Bamberga; per nessuna ragione sarebbe mai più tornato indietro, a quell’abbaino alto sopra gli incendi, a quella donna che ora gli sembrava opaca e spudorata. Cominciava quella che Lukàcs ha chiamato «la tragedia tedesca».

"L'Espresso colore", ritaglio senza data, ma agosto 1970

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