14.8.16

“Sono un mago moderno”. Intervista a Turi Ferro (Rodolfo Di Giammarco)

Roma - Oggi Turi Ferro, nato il 10 gennaio del 1921, diventa uno splendido e carismatico ottuagenario, e per onorare la sua taglia forte di artista militante depositario della grande tradizione c'è in programma, venerdì, il debutto ufficiale di uno spettacolo che il Teatro Stabile di Catania ha concepito appositamente per lui protagonista, La cattura di Andrea Camilleri, pièce liberamente ispirata alla novella di Pirandello (che Ferro già interpretò in altra chiave nel film Tu ridi dei fratelli Taviani). Al lavoro prendono parte anche la moglie Ida Carrara e Gian Paolo Poddighe, con messinscena di Giuseppe Dipasquale.
L'amico e conterraneo siciliano Camilleri ha voluto rendere omaggio ai miti di Pirandello e alla modernità dell'attore riscrivendo la vicenda d'un sequestro di persona ad opera di balordi, accentuandovi la spietata ipocrisia dei famigliari del rapito. L'allestimento, omaggio al decano degli attori italiani, nasce al Teatro Verga di Catania, sede anche della mostra antologica Turi Ferro, magia del teatro a cura di Enzo Zappulla e Sara Zappulla Muscarà (foto, costumi, copioni e la barca dei Malavoglia), e poi La cattura si replicherà quest'anno in Sicilia e Puglia. «Spero tanto di non essere celebrato solo per la coincidenza coi sedici lustri. Non ho ancora avuto il tempo d'avere la mia età» si schermisce Turi Ferro «La testa funziona. Le gambe non sono da ottantenne. Noi gente del teatro abbiamo sempre da fare, sogniamo, deliriamo. Io vado ancora di persona a comprarmi le scarpe di scena. E ho avuto la fortuna di trovarmi in una terra formicolante di storie e di romanzi, sono cresciuto portato per mano da signori autori».
Le fa piacere o è scomoda, per lei, la fama di massimo interprete pirandelliano? «Non è che voglia sfuggire a un grembo naturale, quando dico che Pirandello è straordinariamente ingombrante, è un rifugio amatissimo che può divorarti l'anima. Forse è pericoloso, sentirsi specializzati. Quando, alle prese nel '96 con una specie di Freud ne Il visitatore di Schmitt, m'hanno ribattezzato catanese tedesco, non nascondo d'essere stato molto soddisfatto. Mi riconosco un'incrollabile forza d'immedesimazione. Tutto è cominciato fin dai patimenti della gioventù, fuori da scuole, da accademie, da libri. Senza alcuna retorica, il mio chiodo fisso è stata la fatica, il battagliare a teatro, con una fantasia da artigiano più che da attore intellettuale. Nel senso che ho fatto sempre i conti coi miei gusti, con le mie fedeltà e con le mie tenacie».
Niente rimpianti? «No. Sono stato gratificato dal mestiere, dal pubblico, da compagni di lavoro, da oltre 40 anni di lealtà allo Stabile di Catania, e dalla famiglia. Mia moglie, Ida Carrara, ha perfino sacrificato un po' della sua professione per me, sostenendomi, dandomi tranquillità. E mio figlio Guglielmo m'è stato già più volte accanto come regista. A pensarci bene, ho un po' il rimpianto di non aver fatto mai l'Enrico IV di Pirandello, ma anni fa lo interpretava con saggezza e loicità Randone, il più grande attore italiano del '900, e allora...».
Insomma, a lei che compie energicamente 80 anni dovremmo piuttosto chiedere quali sono le prospettive? «Non mi tiro indietro, ma le dico che intorno vedo poco chiaro. Avverto un disagio di cui non distinguo bene la fonte, le cause. Io ho vissuto non solo la mia vita ma, bene o male, la storia. E ora c'è in giro una scomparsa o un gonfiarsi simulato di valori. La mia esistenza, vede, è stato un oscillare regolarissimo di casa e teatro. Oggi ci sono persone "non giuste" e senza la dovuta gavetta che occupano palcoscenici importanti».
Quali consigli darebbe alle nuove generazioni di teatranti? «Evitare la fretta. Osservare. Tener conto solo di una sincera vocazione. Impegnare la propria sensibilità. Ed esercitare la sana cattiveria, quando è necessario: artisticamente parlando, la cattiveria è un'asprezza che dà senso alle cose, è uno scrupolo, è una libertà. Io non vedo l'ora, circondato da giovanissimi, anche da bambini, di togliere le bende a un mio futuro Enrico IV, raccontandone la favola seria. Intanto mi riconcilio con le generazioni catanesi (e non) degli spettatori di oggi. Perché solo quando s'alza il sipario c'è posto per i prodigi spontanei. Perché recitando Brancati, Verga, Sciascia o Pirandello, scrittori cui sta stretta la definizione di "siciliani", non sono più un rispettabile artista isolato e isolano, di razza, ma forse anche un Turi Ferro mago moderno. O no?».


“la Repubblica”, 10 gennaio 2001  

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