4.8.16

Imperi e imperialismi. Gli inglesi mandavano i migliori (Giuseppe Berta)

Il giovane Churchill in India
Il sistema imperiale americano è diverso da tutti quelli che l'hanno preceduto nella storia: questa tesi, sostenuta da ultimo da uno storico notissimo come Eric J. Hobsbawm (Imperialismi, Rizzoli), è certamente popolare. L'unicità di un impero atipico come quello Usa, privo di colonie e di confini definiti, starebbe nel fatto che non esistono potenze tali da bilanciare la sua influenza e che, per la prima volta, un'area di egemonia politica e militare coincide con un fenomeno economico e tecnologico vasto come la globalizzazione attuale. Proprio il processo di unificazione materiale del mondo - che sembra suggerire all'umanità «l'adozione di modelli universali» - ha alimentato la spinta imperiale degli Stati Uniti, basata secondo Hobsbawm sull'esportazione della democrazia al pari della diffusione degli altri prodotti che, irradiatisi dalla civiltà americana, sono confluiti nello stile di vita occidentale fino a fare di esso un canone universale.
Ma i limiti dell'impero americano affondano precisamente in quest'intreccio di economia e politica: per Hobsbawm già ora «l'economia statunitense non è più dominante come lo era un tempo». Lo storico inglese indica la «contraddizione» che esisterebbe fra la politica del libero scambio su scala mondiale, affermatasi sulla scia dell'espansione americana dopo la seconda guerra mondiale, e gli interessi dell'economia Usa, diventata importatrice di «enormi quantità di prodotti finiti dal resto del mondo». Una realtà a cui l'elettorato dell'altra sponda dell'Atlantico guarda con sospetto e con malcelate nostalgie protezionistiche.
Di segno opposto l'analisi di un inglese trapiantato nell'università bostoniana di Harvard, Niall Ferguson. Per lui, il vero elemento critico della politica internazionale americana sta, quasi per un paradosso, nella sua carente vocazione imperiale. In Colossus (Mondadori), Ferguson pone a confronto l'impero britannico di fine Ottocento con l'impero informale americano di oggi, un paragone che va a tutto vantaggio della vecchia Inghilterra vittoriana. Inseguendo la loro missione imperiale, gli inglesi avocarono a sé una responsabilità nell'ordine mondiale che invece gli americani non hanno mai scelto fino in fondo. Così, per esempio, ad amministrare i territori sottomessi e a occuparsi delle guerre coloniali, i governi di sua maestà britannica inviarono il meglio della nuova classe dirigente perché vi compisse la propria formazione: il giovane cadetto Winston Churchill mosse i primi passi nella guerra contro i Boeri del Sud Africa. Al contrario, i reparti dell'esercito Usa inviati per il mondo sono spesso composti dagli strati poveri e marginali. Condizionati dall'essere nati da una rivolta contro l'imperialismo inglese, gli Usa non riescono ad essere un impero fino in fondo.


La Stampa, sabato 31 marzo 2007

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