31.8.16

Non ho bisogno di te. Una poesia di Vladimir Majakovskij

Tanto lo so
tra breve creperò
se davvero tu esisti
o Dio
o mio Dio
se fossi tu a tessere il tappeto stellato
se questo tormento ogni giorno moltiplicato
è per me un tuo esperimento
indossa la toga curiale.
La mia visita attendi
sarò puntuale
non tarderò ventiquattr'ore.
Ascoltami 
altissimo inquisitore!

Inno a Chiavenna. Una poesia di Giovanni Bertacchi (1869-1842)

Chiavenna, Uno dei tipici crotti
Sul ritmo del Mera, che cerulo
discende dall'ultime nevi,
festevole un canto si levi,
o madre Chiavenna, per te.

È un canto di forti e di liberi
che sanno il fecondo lavoro
ed entran nell'ilare coro
fidenti e superbi di sé

Oh gioia d'aperte domeniche,
dolcezza di placide notti,
nel grembo dei frigidi crotti,
d'intorno ai fratelli falò!

Le liete fanciulle inghirlandano
di limpide voci la balza.
Più viva la nota s'innalza
se il giovine amor la dettò.

O piccola patria che prosperi
raccolta fra selve e vigneti,
tu gli ospiti accogli ed allieti
con cuore che tutto si dà!

Sull'alpe che brulla ti domina
fan nido i gagliardi pensieri;
leviamo le voci e i bicchieri:
l'Italia comincia da qua!

Il vampiro innamorato di Mircea Eliade (Mario Novi)

Mircea Eliade
Nel 1935 Mircea Eliade, oggi assai più noto come storico delle religioni che come narratore, scrisse un romanzo di vampirismo: quel genere letterario ispirato a macabre leggende illiriche di morti che ritornano a succhiare il sangue dei vivi, che ebbe inizio nel 1819 con il racconto The Vampire del dottor Polidori, amico di Byron. Ma il libro di Eliade, che ora esce in edizione italiana (Signorina Christina, Jaca Book), sfugge a una precisa classificazione. Ci sono anche qui, s'intende, gli ingredienti d'obbligo: la notte, la grande villa patrizia, il parco, la carrozza, lo spettro, l'eros, il sangue, la tomba nascosta nei sotterranei, l'incendio finale. Tuttavia la trama - che poi è la storia d'amore d'una giovinetta morta da oltre vent'anni e divenuta vampiro - prende avvio dalla contemplazione di un dipinto (appunto il ritratto di Christina) e si dipana attigendo al folklore romeno: dietro le cupe figure degli uomini di fattoria si percepisce l'eco delle rivoluzioni contadine dell'Ottocento. Il segreto, il non detto, una vaga sottomissione al terrore segnano ambiguamente i personaggi: la nobile padrona, una ragazza, un professore di archeologia, una bambina dallo sguardo agghiacciante che malamente nasconde una sua stretta familiarità col vampiro, un pittore. Toccherà proprio a quest'ultimo - che Christina, innamoratissima, va a trovare ogni notte - il penoso compito di esorcizzare, in ultimo, la demoniaca apparizione.
Signorina Christina è dunque la storia di una lunga, triste, faticosa lotta contro il male che improvvisamente si affaccia dopo essersi insinuato nelle fessure della comune realtà di ogni giorno; può trattarsi di un dipinto, o di una conversazione, o di un accenno al passato, o di un'interruzione qualsiasi nel profondo silenzio della campagna. Siamo nei pressi di Giurgiu, una cittadina della Valacchia, sul Danubio, dove - dice un personaggio - "se si sta per molto tempo immobili e si respira lentamente, senza fretta" si sente il fiume... "io lo sento". Così, innocentemente e senza volerlo, egli apre un piccolo, misterioso spiraglio sulla tragedia imminente. Come dichiara egli stesso nella prefazione all' edizione francese del romanzo (aveva appena ventott'anni quando lo scrisse), Eliade si proponeva, nello scriverlo, di far apparire gradualmente "il fantastico dissimulato nella quotidiana banalità". E, potremmo aggiungere, il lato notturno di ciascuno di noi, che mai si stanca di premere e di battere alle porte dello stupore e dell' ansia che sempre ci tormentano. Ma nel libro di Eliade il "fantastico" non è quello, soverchiante e talvolta gratuito, che distingue la maggior parte dei romanzi dell'orrore. Il "fantastico" della Signorina Christina è sempre reale: è comprensibile e verosimile pur nella sua assoluta incomprensibilità e inverosimiglianza. È la teoria eliadiana della dialettica profano-sacro-profano. L'ombra del futuro storico delle religioni (anche se Mircea Eliade tiene a dire che nei suoi testi letterari non ha mai inteso sfruttare le sue conoscenze sull' argomento) rispunta dietro il narratore: nel suo stesso modo di scrivere e di immaginare.


“la Repubblica”, 4 maggio 1984  

Il poeta delle “scarpe fritte”. Ritratto di Gregory Corso (Fernanda Pivano)

Croce e delizia dei suoi amici e dei suoi ammiratori, Gregory Corso, considerato ormai universalmente uno dei più grandi poeti americani viventi, è nato a New York da genitori italiani il 26 marzo 1930. Il padre si chiamava Fortunato Corso, la madre Michelina Colonna e il suo vero nome è Nunzio: alla sua origine italiana il poeta è molto legato e la ricorda con piacere specialmente quando si trova in Italia.
Ma la madre lo abbandonò quando aveva pochi mesi e cominciò per il bambino una peregrinazione da un orfanotrofio all'altro e da una famiglia adottiva all'altra; secondo le sue parole crebbe nelle strade e dormi sui tetti e nelle subway. Conobbe anche il riformatorio e il carcere minorile dove da autodidatta assimilò una cultura profonda e raffinatissima scegliendosi con grande intuito le letture e diventando un cultore di Shelley.
Come poeta emerse nel 1950 grazie ad Allen Ginsberg, che lo incontrò in un bar del Greenwich Village, lesse le sue poesie e lo presentò ai suoi amici Kerouac e Burroughs. Cinque anni dopo Corso frequentò abusivamente le lezioni dell'Università di Harvard a Cambridge dove gli amici pubblicarono a loro spese nel 1955 la sua prima raccolta di versi, The Vestal Lady on Brattle. Ginsberg ha detto in una lezione tenuta a Boulder al Naropa Institute che subito Corso, ammirato da Frank O'Hara che in quegli anni era considerato l'arbitro poetico di New York, venne definito un supergenio.
La sua seconda raccolta di versi fu Gasoline, che uscì nel 1958 con un'introduzione di Ginsberg dove è detto tra l'altro: «Aprite questo libro come aprireste una scatola di giocattoli pazzi, prendete in mano una perfezione di bellezza da un'atmosfera distruttiva... Corso è un grande lanciatore di parole dalla fionda... Probabilmente è il più grande poeta d'America e sta facendo la fame in Europa». Ginsberg non cambiò opinione con gli anni e nelle lezioni al Naropa parlò del suo humour e del suo surrealismo, disse che aggiunse poesia al naturalismo, che introdusse l'elemento magico del sogno alle parole, che esaltò lo splendore e il fascino delle parole quotidiane.
L'aspetto più importante di Gasoline è forse l'introduzione dello humour. Nella sua poesia del 1958 «Bomb» si rivelò invece la sofferta e drammatica partecipazione del poeta per la condizione umana, che intrise anche la raccolta di Happy Birthday of'Death (L'allegro genetliaco della morte) del 1960.
Questo volume raccoglie le poesie forse più famose di Gregory Corso, per esempio «Bomb», che venne qui ristampata, «Marriage», «Hair», «Food». Sono poesie in cui Gregory seguì il metodo di scegliere un'idea e svilupparla fino alle sue estreme conseguenze attraverso tutte le variazioni e i cambiamenti e le invenzioni possibili; come disse Ginsberg in una lezione: «Non tutte le idee che vengono in mente ma tutte le idee avute, perché in questo caso si tratta del ricordo di tutte le idee archetipe a proposito di un soggetto».
Il linguaggio paradossale, cominciato già con l'immagine famosa delle «scarpe fritte» che fu fin dall'inizio una delle sue più tipiche, continuò nell'opera successiva del 1962 Long Live Man (Lunga vita all'uomo). Ormai Corso era diventato famoso internazionalmente e mentre stabiliva la sua reputazione di poète maudit, di poeta maledetto, abbandonandosi a ogni genere di sregolatezze, incominciava a essere invitato dalle università a dare lezioni e readings. La raccolta che uscì nel 1970, Elegiac Feelings American (Elegiaci sentimenti americani), è forse la sua più ambiziosa e «difficile»; la più recente a tutt'oggi è la raccolta Herald of the Autochthonic Spirit del 1981 che contiene alcune delle poesie lette nei readings tenuti qua e là per il mondo e conduce all'estremo le possibilità del suo humour e delle sue immagini paradossali: un libro che non ci si stanca di rileggere e che auspichiamo venga presto tradotto per la divulgazione di questo grandissimo poeta che siamo in tanti ad ammirare.


Presentazione all'Università di Pisa, letta il 24.2.87. In Album americano, Frassinelli, 1997

Angelo nero? Tasca, un ordinovista a Vichy (Nicola Tranfaglia)

Angelo Tasca
È strano, ma ancor più indicativo di un certo spirito del tempo (o forse dell' atteggiamento dei mass media nella loro grande maggioranza) che i Quaderni e documenti inediti di Angelo Tasca. Vichy 1940-1944, pubblicati come il n. 24 degli Annali Feltrinelli (pagg. 750, lire 100.000) e di cui discutono oggi all' École Francaise di Roma Luciano Cafagna, Renzo De Felice, Giulio Sapelli e il curatore Denis Peschanski, abbiano fino ad oggi destato così scarsa attenzione nella grande stampa quotidiana e settimanale (se si esclude un intervento di Leo Valiani sul Corriere della Sera). È strano, dicevo, trattandosi di documenti di eccezionale interesse: non soltanto perché illuminano adeguatamente un momento importante dell'esistenza e dell'itinerario politico di uno dei protagonisti del movimento comunista italiano prima, e poi di quelli socialisti italiano e francese, ma anche perché ci aiutano a comprendere meglio quanto accadde nella Francia occupata dai tedeschi; quella Francia dove tanti italiani antifascisti avevano trascorso da esuli il quindicennio che va dalle leggi eccezionali fasciste allo scoppio della seconda guerra mondiale. In questi documenti, osserva nell'introduzione lo storico francese Francois Bédarida, emerge con una chiarezza cruda, ma prodigiosamente istruttiva, il mondo politico di Vichy in tutti i suoi particolari. Lo storico vi troverà una gran quantità di informazioni e una sconcertante galleria di ritratti umani.
Bédarida non ha torto: raramente mi è capitato di leggere nei libri pur interessanti di Paxton, Amouroux e Azéma su Vichy, analisi e descrizioni così vive e penetranti della progressiva dissoluzione del tentativo operato dalla destra francese, cui si unirono alcuni socialisti, tra cui appunto Angelo Tasca, di creare tra il Terzo Reich e le potenze alleate una terza forza legata al rinnovamento della Francia: un rinnovamento che, nel disegno di alcuni dei suoi protagonisti, avrebbe dovuto coniugare la difesa dell'identità nazionale con la creazione di un nuovo ordine sociale, e che invece sfociò nel collaborazionismo filonazista, nella caccia spietata alla Resistenza, nel crollo finale insieme con la Wehrmacht. Con i suoi quaderni e le sue ricchissime note politiche e personali, con i suoi interventi sul giornale collaborazionista “L'effort”, con il suo lavoro al Ministero dell' Informazione di Vichy (e grazie alla sua ben nota mania archivistica), Tasca è nello stesso tempo un eccezionale testimone e un attore della tragedia che si consuma nei quattro anni dell'occupazione della Francia. Nessuno, di fronte ai documenti provenienti dal suo archivio privato, potrebbe sostenere oggi che egli rimase estraneo, o in posizione marginale, nell'esperimento della Francia di Pétain; ma il dibattito è ancora aperto sia sulle ragioni che portarono l'antico compagno di Gramsci, di Terracini e di Togliatti a scegliere di restare a Vichy piuttosto che unirsi al maquis o imbarcarsi per l' Africa del Nord con De Gaulle e una parte della classe dirigente francese, sia sul significato che ebbe, in questo quadro, l'opera svolta dallo stesso Tasca a favore della Resistenza belga, che gli valse a guerra finita la croce di cavaliere dell'ordine di Leopoldo I. Già lo studioso americano Alexander De Grand, in una sua recente biografia del socialista torinese (Angelo Tasca. Un socialista scomodo, Franco Angeli, pagg. 266, lire 24.000), che si segnala per la piena utilizzazione dell' archivio privato del protagonista, ma anche per una certa fragilità interpretativa sui problemi di fondo, aveva messo in luce alcune delle ragioni che condussero Tasca ad aderire a Vichy. Innanzitutto, l'anticomunismo maturato intorno alla grande crisi, quando Tasca era stato espulso dal partito comunista d' Italia; un anticomunismo che era insieme avversione allo stalinismo e ai suoi metodi e rifiuto totale del marxismo (ed era stato alla base dello scontro, all'interno del Psi, con Pietro Nenni). Quindi la critica durissima alla democrazia parlamentare, anzi si potrebbe dire alla democrazia tout court, che gli faceva pensare alla necessità di uno Stato forte, non dominato dai partiti di massa ma affidato ad élites che avessero quasi le caratteristiche di un Ordine e che partissero in crociata per il rinnovamento degli spiriti, dei costumi, delle istituzioni. Su tutto, poi, la necessità di rompere decisamente con il passato della Terza Repubblica e di puntare su una rivoluzione nazionale quale poteva essere, nelle sue illusioni, l'esperimento di Vichy.
Ma per comprendere meglio, e dall'interno, l'itinerario di Tasca, e allo stesso tempo il mondo politico e culturale francese cui egli si sentiva sempre più legato (allontanandosi in questo dall'antifascismo italiano di cui per oltre un decennio aveva fatto parte, e in posizione non marginale), vale la pena scorrere i suoi scritti pubblicati nel volume degli Annali Feltrinelli, e insieme alcuni saggi che li precedono; in modo particolare, oltre all'introduzione di Bédarida, gli articoli di Peschanski, Sadoun e in ultimo di Alceo Riosa, che negli anni scorsi ha scritto un libro interessante sulla giovinezza di Tasca fino agli anni dell'Ordine Nuovo e della fondazione del partito comunista d'Italia. Dall' insieme di questi testi si ricavano altri elementi di rilievo sulla situazione francese nella seconda metà degli anni Trenta e di fronte alla drole de guerre, quella angosciosa parentesi che va dallo scoppio del conflitto all'attacco alla Francia da parte dei tedeschi e in un secondo momento degli italiani. Innanzitutto, la divisione e quasi la disgregazione della Sfio, cioè del partito socialista francese, lacerato prima dalle eresie interne, poi dalle strade diverse che le sue correnti assumono di fronte ai comunisti, alla guerra, a Pétain. Tasca, che in quegli anni partecipa sia alle vicende del socialismo francese sia a quelle del socialismo italiano, è vicino ai neosocialisti, a chi mette più chiaramente in discussione le radici marxiste e la vicinanza all'Urss come primo paese socialista. Non è l'unico all' interno di quella corrente a sognare l'esperimento di Vichy come un'occasione tragica ma che potrebbe essere feconda per ricominciare da zero, anche se non si spinge mai - come anche questi documenti dimostrano - ad esaltare la Germania nazista (ciò che faranno invece i Déat e i Doriot).
Un altro dato significativo che si ricava dai Cahiers e dalla corrispondenza di Tasca è il suo accostarsi a una visione religiosa, meglio ancora cristiana, del nuovo socialismo da rifondare. Di qui il suo dialogo ininterrotto in quegli anni con Ignazio Silone, anche lui transfuga dall'avventura comunista. E per questa via si spiega, almeno in parte, la stretta collaborazione di Tasca con Henri Mosset, un conservatore nazionalista che lavora a Vichy sulla base di motivazioni analoghe: la lotta all'Urss e ai comunisti, la speranza di salvare la Francia dall'occupazione totale dei nazisti.
Insomma, Angelo Tasca malgrado la sua avversione per il fascismo italiano e per la Germania nazista era destinato a giungere in quegli anni a una visione del mondo che dal fascismo non si distanziava in maniera decisiva. Come quando, in una lezione tenuta nell'aprile 1943 per il Segretariato generale della Propaganda di Vichy, cerca di delineare una terza via tra lo Stato liberale e quelli totalitari (come la Germania nazista e l'Urss) e afferma testualmente: “Credo personalmente che la democrazia parlamentare sia sbagliata fin dalle sue stesse fondamenta. L'elemento politico è l'elemento superiore della coscienza collettiva delle nazioni che dobbiamo ritrovare in ogni cittadino; non credo che la ritroviamo allo stesso grado, soprattutto nella fase storica attuale, presso tutti gli elementi; e la finzione del voto uguale per tutti i cittadini, che offrirebbe, per un semplice calcolo matematico di maggioranza, la scelta migliore e uomini destinati a rappresentare la collettività e i programmi che questi uomini devono realizzare, non offre alcuna garanzia”. O come quando giunge a sostenere che “soltanto la borghesia è una forza storicamente attiva”. Alla fine dei loro saggi, sia Riosa che De Grand si chiedono quale giudizio si possa dare, in sede storica, di Angelo Tasca e in particolare del ruolo che egli ebbe a Vichy: dove fu, malgrado l'intesa segreta con la Resistenza belga (che altri studiosi hanno interpretato come un classico doppio gioco) attivo e significativo a favore della Francia collaborazionista. Secondo l'opinione di Riosa, gli errori di Tasca non furono la conseguenza di un disimpegno né il risultato di un tradimento, ma piuttosto l'espressione di chi rischiò di smarrirsi troppo in alto mentre molte altre coscienze non persero di vista la direzione della storia. De Grand, dal canto suo, sostiene che la vita di Tasca sfugge a categorie nette. Non era né un eroe né un farabutto. Più di ogni altra cosa fu un isolato... uno dei personaggi più tristi di quella generazione di esuli, quella che non sarebbe mai potuta rientrare in patria. Mi pare che in entrambi i giudizi ci sia qualcosa di vero; ma non vedo perché non si debba prendere atto, a distanza di quarant'anni da quegli avvenimenti, e di fronte a una documentazione ormai esauriente, che il ripudio del marxismo, l'avversione viscerale per i comunisti, l'illusione di poter conciliare nazione e socialismo in una nuova sintesi improvvisata, condussero Angelo Tasca a lavorare per i fascisti, a sognare una rivoluzione nazionale nello stesso periodo in cui la Germania nazista, con i suoi satelliti, metteva l' Europa a ferro e fuoco e massacrava milioni di esseri umani.


“la Repubblica”, 7 maggio 1987  

30.8.16

Terremoti ieri, terremoti oggi. Uno scritto di Ferdinando Galliani, 1783.

Nel 1783 la Calabria conobbe grandi distruzioni per effetto di un forte terremoto. L'abbé Ferdinando Galiani, uomo di mondo, amico degli enciclopedisti, autore di uno spregiudicato dialogo sulle donne e di un trattato sui grani, si dovette occupare professionalmente della ricostruzione della Calabria. Inviava  dei “pareri” al Sovrano, che probabilmente costui leggeva poco e male, cosa di cui  sembra convinto lo stesso abate a dar credito ad alcune sue lettere. Il testo che segue, pubblicato per la prima volta da Rosario Villari sulla rivista “Cronache meridionali”, venne ripreso dal quotidiano “il manifesto” nel dicembre 1980, dopo il terremoto dell'Irpinia. (S.L.L.)

La calamità della Calabria è stata tale, e tanto distruttiva, che offre il campo a poter spaziosamente formare un nuovo sistema di cose rispetto ad essa. Bisogna adunque profittare del momento per formare un Piano generale del suo ristoramento da eseguirsi di passo in passo. Tre sono i mali grandi della Calabria ulteriore:
1) La prepotenza de' Baroni.
2) La soverchia ricchezza delle mani morte.
3) La sporchezza, la miseria, la salvatichezza, la ferocia di quelle città, e di que' popoli. (…)
È da aversi riguardo, che le persone ricche, quali sono alcuni Baroni delle Calabrie, potrebbero profittare dell'attuale ruina de' luoghi per ingrandirsi comprando a villssimo prezzo i terreni, e le case dirute, e facendo censi perpetui. Su questo non bisogna far legge ora per non raffreddare la somministrazione del denaro che la umana avidità de' ricchi con stimolo maggiore di quello della cristiana carità si porterà a fare verso i disgraziati. Ma col tempo, se si scorgesse esservi stato eccesso in tal cosa, come è credibile, vi si rimedierà con una legge, che dichiarerà, che tutte le censuazioni fatte dopo il terremoto, ancorché fossero dette enfiteutiche, e perpetue, siano redimibili colla prestazione del capitale a ragione del 5 per 100: che inoltre tutte le vendite siano riguardate come semplici contratti di mutuo colla dazione in tenuta del corpo, che si è mostrato aver venduto, cosicché possa ritirarsi il corpo venduto restituendo il prezzo della vendita, e pagando le migliorazioni; ma elapsi i trent'anni, ciò non possa più aver luogo. Forse avverrà che non ivi sia bisogno di far siffatte leggi, perché quando non ne sia seguito un eccessivo ingrandimento de' potenti non vi sarà male per lo Stato di quella mutazion di condizione, che tra privati e privati si vegga avvenuta. Per rimediare alla eccessiva ricchezza delle mani morte, il tremuoto avvenuto offre molte opportunità. Primieramente è cosa troppo ragionevole, che si vieti assolutamente il poter riedificare Chiese, Cappelle, Conventi se prima non son rifatte le case de' privati, e soprattutto i molini, i trappeti, i magazzini, le cisterne, gli acquedotti, le locande, le stanze da situar i vermi da seta, e quanto riguarda il raccogliere, e conservare i frutti della campagna, che sono la sola, e vera ricchezza dell'uomo. Se questa legge non si fa, e non si tiene conto alla rigorosa osservanza della ricostruzione de' luoghi sagri, mancheranno al privati o gli operai, o la calce, i conduttori delle pietre, i mattoni, le tegole, i falegnami, e quanto bisogna alla ricostruzione. Secondariamente si potrebbe coglier questa occasione per ripigliarsi il Re tutto il feudale della Certosa di S. Stefano, sgravando a misura del prodotto di esso, ciocché l'ordine Certosino paga alla Real Marina. Lo stesso si potrebbe fare a Soriano, e a qualche o ricca mensa vescovile, o ricca, ed inutile Badia. Per terzo essendovi de' Feudi in Calabria appartenenti alla Religion di Malta come è Melicuccà si potrebbe far sentire al Gran Maestro, che o la Religione pensi a far riedificar subito que' suoi Feudi, o il Re se ne incaricherà esso, e gli dichiarerà devoluti, e ritornati alla Corona. Con questa intimazione saranno sicuramente i primi ad essere riedificati. Finalmente siccome niuna Chiesa, né convento potrà esser riedificato senza espresso Real beneplacito sta in arbitrio di S.M. farne quella riforma, che stimerà conveniente al bene di quella provincia, non concedendo le licenze se non se in seguela d'un piano generale di riforma, che siasi antecedentemente formato.
Per rispetto all'infelicità, e sporchezza delle città Calabre voglio avvertire una cosa essenziale, ed è questa, che la nuova strada intrapresa farsi in Calabria riusciva assai più lunga malagevole, e dispendiosa, perché si dovea torcer dal dritto cammino, e dalle terre piane per condurla, e farla passare per i luochi principali. Oggi che questi luoghi sono in tutto atterrati, pare che prima di tutto si dovrebbe fare il disegno del sito per dove deve passare la gran strada regia, acciocché sia la più breve, ed agevole, ed incontri i giusti guadi de' fiumi, eviti le scoscese etc.. Quando il sito della strada sia disegnato, si trasporteranno i paesi, e si metteranno o sulla strada stessa, o molto vicini, affinchè ne godano il vantaggio.
Dovrà farsi legge, che non possa alterarsi il prezzo de' terreni da' proprietari, quando chi lo compra o lo censua faccia ciò per edificare ne' luoghi, che dagli ingegnieri visitatori sia stato destinato...

Variazioni sul tema. Una poesia di Anna Elisa De Gregorio

Come certe foglie appena nate
prima d’essere verdi
sono macchie leggere di terra
trattengono il ricordo del tronco

ricercano a fine estate lo stesso
colore materno appena più opaco
per cadere abbandonato corpo
nel mondo reti di altrove.


Da Le rondini di Manet, Edizioni Polistampa, 2010 in “Fili d'aquilone” n.19, luglio-settembre 2010 (http://www.filidaquilone.it/)

"L'intellettuale è finito". Alberto Asor Rosa per un altro Occidente (Pasquale Voza)

Stimolata lucidamente dalle domande dell'intervistatrice, Simonetta Fiori, l'autobiografia politico-intellettuale di Asor Rosa (Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali, a cura di Simonetta Fiori, Laterza, pp. 181) si snoda lungo un asse privilegiato, vale a dire la storia degli intellettuali e dei processi culturali dagli anni Cinquanta sino all'oggi: sino cioè al «grande silenzio» degli intellettuali, dovuto alla loro ormai irreversibile estinzione, paragonabile - osserva con "drammatica" ironia lo studioso - alla estinzione dei brontosauri. La ricostruzione di questo percorso e del ruolo in esso giocato dall'autore è complessa e ricca anche di tanti episodi e momenti particolari, che spesso valgono ad illuminare efficacemente il quadro d'insieme.
Si possono individuare alcuni nodi essenziali. Il primo è quello di fondo: il decadimento dell'intellettuale occidentale, o - come viene detto spesso - del maître à penser, di una figura contraddistinta dall'intreccio di tre componenti, «pensiero forte, pensiero critico, valori». Asor Rosa mostra di non condividere la lettura che Bauman dà di tale decadimento, visto dallo studioso di origine polacca come il passaggio dalla figura dell'intellettuale «legislatore» a quella dell'intellettuale «interprete», dagli anni del secondo dopoguerra sino agli anni Settanta e alla crisi dello Stato sociale: vale a dire, come il passaggio da chi, in chiave universalistica, si riconosceva nella funzione di elaboratore di idee di promozione e di direzione di un ordine sociale "progressivo", a chi, abbandonate o dismesse le ambizioni universalistiche, mette le proprie competenze professionali al servizio della comunicazione tra soggetti sovrani e plurali, in un mix di specialismo corporativo e di cultura-spettacolo. Egli preferisce parlare, più propriamente (lungo un arco di riflessione che va da Max Weber a Bobbio), piuttosto che di intellettuale legislatore, di un intellettuale specialista, che «traduce le proprie competenze in un discorso di carattere generale, e usa queste ultime come strumento per cambiare le istituzioni, la politica, la società, talvolta l'antropologia circostante».
In ogni caso, va detto che questo decadimento chiama in causa anche processi di riclassificazione dei saperi negli ambiti interagenti della tecnica e del mercato, di loro incorporazione nella macchina, entro una tendenziale, e pur ancora ricca di contraddizioni, dilatazione "totalitaria" del capitalismo post-fordista. Asor Rosa parla dell'esito attuale in termini di nuova «civiltà montante» ovvero, riprendendo una suggestiva espressione di Raffaele Simone, di «mostro mite», in cui la televisione di massa svolge il ruolo di un «potentissimo e gigantesco intellettuale collettivo». Qui, a mio avviso, andrebbe richiamata l'attenzione su due categorie "classiche" - autonomia e impegno - presenti da sempre nella riflessione asorrosiana sulla storia degli intellettuali. Secondo lo studioso, se nella realtà dell'Occidente la pratica dell'autonomia intellettuale «è stata consentita storicamente solo all'interno di una società borghese» ed è stata la più fertile di risultati, il cosiddetto impegno della cultura si è rivelato, di volta in volta, sostanzialmente povero e fallimentare e in Italia si è legato alla «anomalia» della storia italiana e, in particolare, alla «rivoluzione passiva» del Risorgimento italiano (in cui - osservava Gramsci - in assenza di una solida rivoluzione economica borghese, la rivoluzione è avvenuta nelle «superstrutture», con un impegno e un primato patologico degli intellettuali). Ora in Asor Rosa queste due categorie, pur collocate in una durata storicamente determinata, tendono sempre poi, in qualche modo, a slittare in una pronunzia (vagamente) prescrittiva e normativa: un libro classico, in questo senso, è Scrittori e popolo del 1965. A ciò si collega quella che lo studioso, nell'intervista, chiama la sua «estraneità all'autore dei Quaderni»: estraneità che lo ha portato a non interrogare fino in fondo nozioni come intellettuale organico, nazionale-popolare o popolare-nazionale (si pensi che nel libro circola, sia per mano di Simonetta Fiori che dello stesso Asor Rosa l'espressione vulgata nazional-popolare, del tutto estranea a Gramsci: e la differenza non è, ovviamente, solo grafica). Ma sarebbe anche da riflettere sull'esperienza operaista di Asor Rosa, troppo rapidamente consumatasi: egli, autodefinitosi «un trontiano critico», ripensa oggi all'operaismo come a qualcosa che ha rappresentato anche «l'idea che la classe operaia fosse il nuovo ceto dirigente, dotato di caratteristiche intellettuali più forti e più innovative rispetto alla classe sociale contro cui il movimento operaio combatteva».
Ma torniamo a quello che egli chiama «l'assoluto presente», ovvero «l'ideologia onnivora del presente», che è il punto di vista generale da cui si diparte l'intera intervista-autobiografia. Qui Asor Rosa dà vita a notazioni e spunti analitico-descrittivi assai efficaci, che mettono a fuoco, con una pronunzia sapientemente e icasticamente antropologico-letteraria, i processi, in corso da decenni, di ristrutturazione oligarchica dei poteri e di proliferazione e frammentazione corporativa e atomistica della società; e, per quanto riguarda l'Italia, riprendendo un suo articolo, Più del fascismo, uscito la scorsa estate sul manifesto, delinea i caratteri della «dittatura politico-mediatica» di Berlusconi, della «democrazia totalitaria», presente, a suo avviso, oggi in Italia.
È interessante osservare come, ad onta dell'apparenza data dalle sue formule "estreme", Asor Rosa inviti perentoriamente a non indulgere ad alcuna forma di catastrofismo e a cercare invece le «zone di resistenza» ancora presenti, che in Italia egli vede soprattutto nel mondo della scuola e della magistratura: più in generale, egli delinea il compito grandioso di «traghettare» il nucleo fondativo, il nucleo «buono» dell'Occidente («quel mix di libertà e di socialismo, di progresso e di solidarietà sociale, di rispetto delle regole e di rinnovamento politico e culturale») in un «altro Occidente». Un compito, questo del traghettamento, che si colora di forti accenti etico-antropologici: manca la politica, si sarebbe detto una volta, e forse - vincendo il pudore - varrebbe la pena riuscire a dirlo ancora, se non si vuole essere né catastrofisti né brontosauri.

Liberazione 30 settembre 2009

29.8.16

Di (Giovanni) Grasso. La Sicilia ad Odessa. Un racconto di Isaak Babel

Giovanni Grasso negli anni Venti del Novecento
Nei Racconti di Odessa di Isaak Babel è presente un racconto dedicato ad un grande attore siciliano, Giovanni Grasso, che – ancora giovanissimo – intorno al 1910 fece una trionfale tournée in tutte le Russie. Ne era tornato con doni e onorificenze ricevute dallo zar in persona e con un sacco pieno di rubli che rovesciò sul tavolo della sua mamma, colpevole di non aver mai creduto nel talento del figlio e nella carriera che aveva scelto. Sciascia secrisse del viaggio di Grasso e del racconto di Babel in una paginetta all'interno di un ampio articolo su La Sicilia nel cinema (ora in La corda pazza, Einaudi, 1970), e la pagina in questione è reperibile anche su questo blog. Il racconto si intitola Di Grasso: per un errore della memoria il narratore ha lievemente cambiato cognome all'attore siciliano, di cui però si riconosce perfettamente la famosa presenza scenica e il grande temperamento. Il resto, compresa l'immagine della Sicilia che se ne ricava, è tutto da leggere e non mi spiacerebbe qualche commento. (S.L.L.)
Isaak Babel
Avevo quattordici anni. Appartenevo all'impavido corpo dei bagarini. Il mio padrone era un truffatore con l'occhio sempre accigliato ed enormi baffi di seta. Si chiamava Kolja Schwarz. Sono capitato da lui nell'anno sventurato in cui a Odessa è fallita l'opera italiana. Dando retta ai critici del giornale, l'impresario non ha scritturato in tournée Giuseppe Anselmi e Tito Ruffo e ha deciso di limitarsi a un buon ensemble. Per questo è stato punito, è fallito, e noi con lui. Per rimettere le cose a posto ci hanno promesso Saljapin, ma Saljapin ha chiesto tremila per sera. Al suo posto è venuto l'attore tragico siciliano Di Grasso con la sua compagnia. Li hanno portati in albergo su carri pieni di bambini, gatti, gabbie nelle quali saltellavano uccelli italiani. Vedendo questa zingarata, Kolja Schwarz ha detto:
“Ragazzi, non è cosa...”
L'attor tragico dopo l'arrivo s'è diretto al mercato con la sporta. La sera - con un'altra sporta — s'è presentato a teatro. Al primo spettacolo si sono presentate sì e no una cinquantina di persone. Noi vendevamo i biglietti a metà prezzo, ma non trovavamo acquirenti.
Quella sera recitavano un dramma popolare siciliano, una storia banale come l'avvicendarsi del giorno e la notte. La figlia di un contadino ricco si sposava con un pastore. Gli era fedele finché dalla città non veniva un signorino col gilet di velluto. Chiacchierando col nuovo venuto, la ragazza sghignazzava a sproposito e si zittiva a sproposito. Ascoltandoli, il pastore girava la testa come un uccello spaventato. Per tutto il primo atto si schiacciava alle pareti, se ne andava non si sa dove con i pantaloni sventolanti e, tornando, si guardava intorno.
"Un mortorio" ha detto Kolja Schwarz nell'entr'acte "roba che va bene per Kremencug..."
L'entracte aveva lo scopo di permettere alla ragazza di maturare al punto giusto per il tradimento. Nel secondo atto non la riconoscevamo: era insopportabile, distratta e, di fretta, restituiva al pastore l'anello nuziale. Allora lui la portava a una misera statua colorata della Madonna e con la sua parlata siciliana diceva:
"Signora" diceva a voce bassa e si girava dall'altra parte "la Madonna vuole che voi mi ascoltiate... A Giovanni, venuto dalla città, la Madonna darà tutte le donne che vuole; io invece non ho bisogno di nessuna tranne voi, signora... la Vergine Maria, nostra protettrice immacolata, vi dirà la stessa cosa se glielo chiederete, Signora..."
La ragazza volgeva la schiena alla statua di legno colorata. Ascoltando il pastore, batteva il piede impaziente. Su questa terra — per nostra disgrazia! - non c'è donna che sia saggia nei momenti in cui si decide il suo destino... Lei resta sola in questi momenti, sola, senza la vergine Maria, e non le domanda nulla...
Nel terzo atto Giovanni venuto dalla città va incontro al proprio destino. Si fa la barba dal barbiere del villaggio, le forti gambe virili ben piantate sul proscenio; il sole siciliano fa brillare le pieghe del suo gilet. La scena rappresentava il mercato al villaggio. In un angolo lontano c'era il pastore. Lui restava zitto, in mezzo alla folla spensierata. Aveva la testa abbassata, poi l'ha sollevata, e sotto il peso del suo sguardo acceso, attento, Giovanni s'è mosso, s'è messo a dimenarsi sulla poltrona e, spinto via il barbiere, è saltato su. Con voce rotta pretendeva dal poliziotto che allontanasse dalla piazza persone oscure e sospette. Il pastore - recitato da Di Grasso - ci pensava un po', poi sorrideva, si alzava nell'aria, volava per lo spazio scenico del teatro cittadino, scendeva alle spalle di Giovanni e, dopo avergli azzannato la gola, ringhiando e guardando storto, succhiava il sangue dalla ferita. Giovanni crollava e il sipario - muovendosi con un silenzio minaccioso — nascondeva a noi assassino e assassinato. Senza aspettarci altro, ci siamo precipitati in vicolo del Teatro, verso la cassa che doveva aprire il mattino dopo. Davanti a tutti c'era Kolja Schwarz. All'alba le Odesskie novosti comunicavano ai pochi che erano stati a teatro che avevano visto l'attore più stupefacente del secolo.
Di Grasso in questo suo soggiorno ha recitato Re Lear, Otello, Morte civile, Pane altrui di Turgenev, affermando con ogni parola e gesto che in un accesso di nobile passione c'è più giustizia e speranza che nelle squallide regole del mondo.
A questi spettacoli i biglietti si vendevano a cinque volte il prezzo. Cercando i bagarini, i clienti li trovavano all'osteria - a sbraitare, paonazzi, eruttando innocue bestemmie.
Una scia di polveroso calore rosa s'è insinuata nel vicolo del Teatro. Bottegai in pantofole di feltro portavano in strada bottiglie verdi di vino e barilotti di olive. In recipienti messi davanti alle botteghe bollivano nell'acqua schiumosa i maccheroni, e il vapore si dissolveva nei cieli lontani. Vecchie con scarponi da uomo vendevano conchiglioni e souvenir e con un grido penetrante raggiungevano i clienti incerti. Ebrei ricchi con la barba sdoppiata, pettinata, si avvicinavano all'albergo Sèvernaja e piano piano bussavano alla porta di grassone baffute dai capelli neri - attrici della compagnia di Di Grasso. Tutti erano felici nel vicolo del Teatro, tranne una persona, e questa persona ero io. In questi giorni incombeva la mia rovina. Da un momento all'altro mio padre poteva accorgersi che gli avevo preso senza permesso l'orologio per impegnarlo da Kolja Schwarz. Abituatosi all'orologio d'oro ed essendo una persona che al mattino invece del tè beveva vino di Bessarabia, Kolja, pur avendo riavuto i soldi, non si decideva a restituirmi l'orologio. Era il suo carattere. Assolutamente identico era il carattere di mio padre. Stretto tra questi uomini, io stavo a guardare come i cerchi della felicità altrui mi passassero accanto. Non mi restava che fuggire a Costantinopoli. Tutto era già stato concordato col secondo macchinista del piroscafo Duke of Kent, ma prima di prendere il mare, ho deciso di salutare Di Grasso. Per l'ultima volta recitava il pastore che una forza incomprensibile allontana dalla terra. A teatro sono arrivati la colonia italiana capeggiata dal console calvo e slanciato, greci rattrappiti dal freddo, barbuti studenti fuori corso che fissavano fanaticamente un punto invisibile agli altri, e Utockin, dalle braccia lunghe. E perfino Kolja Schwarz ha portato con sé la moglie, in scialle viola con la frangia, donna adatta per il corpo dei granatieri e lunga come la steppa, con in fondo in fondo un visino sgualcito, sonnolento. Quando s'è riabbassato il sipario, era cosparso di lacrime.
"Vagabondo" ha detto lei a Kolja uscendo di teatro "lo vedi, ora, che cos'è l'amor..."
Con passo pesante, madàm Schwarz percorreva via Lanzeronovskaja; dai suoi occhi da pesce sgorgavano le lacrime, sulle spalle grosse tremava lo scialle con la frangia. Incedendo con passo maschile, scuotendo la testa, enumerava con voce assordante a tutta la via le donne felici col proprio marito.
"Sono le mogli che i mariti chiamano cucciolina, tesoro, bambina mia..."
Kolja, ammansito, le camminava accanto e zitto zitto gonfiava i baffi di seta. Come al solito camminavo dietro di loro e singhiozzavo. In un momento di silenzio, madàm Schwarz ha sentito il mio pianto e s'è girata.
"Vagabondo" ha detto al marito strabuzzando gli occhi da pesce "che io possa schiattare subito se non restituisci l'orologio al bambino..."
Kolja s'è bloccato, ha spalancato la bocca, poi s'è riavuto e, dopo avermi dato un pizzicotto doloroso, mi ha passato l'orologio di sbieco.
"Che cosa ci ricavo da uno così" sconsolata si lamentava allontanandosi la grezza voce piagnucolosa di madàm Schwarz "robe bestiali oggi, robe bestiali domani... Ti domando, vagabondo, una donna quanto a lungo può aspettare?..."
Sono arrivati all'angolo e hanno svoltato nella Puskinskaja. Stringendo l'orologio, sono rimasto solo e d'un tratto, con una chiarezza che non avevo mai avuto prima, ho visto le colonne della Duma che andavano verso l'alto, le foglie illuminate sul bulvàr, la testa bronzea di Puskin con sopra il riflesso tenue della luna, ho visto per la prima volta quello che mi circondava così com'era davvero, - calmo e inesprimibilmente bello.


Da Racconti di Odessa, nella serie Racconti d'Autore, Il Sole 24 Ore, 2016, trad. Guido Osimo

La poesia del lunedì. José Augustin Goytosolo (Barcellona 1928-1999)

Senza sapere come

In mezzo al tumulto
delle altre voci
udii la sua voce, l'unica
che bramavo.

             Giunse
come un baleno,
spada brunita, pura
rosa perenne.

                     Io
l'aspettavo, ed essa,
la vecchia voce del popolo,
tornò a suonare in me,
suonò, suonò, perché
persino il sordo ode
la campana che ama.


In Dario Puccini, Romancero della resistenza spagnola, Laterza, 1970

28.8.16

Zafferano e pesce (Gualtiero Marchesi)

Stimmi di zafferano
Lo zafferano è una spezia dall'aroma generoso e prorompente che trasmette alla pietanza che l'accoglie la sua impronta inconfondibile e dominante. In Italia si adopera quasi esclusivamente nel risotto alla milanese, ed è un peccato perché questa spezia è assai più versatile di quanto comunemente non si supponga. La cucina spagnola lo utilizza nella paella e sul pollame, la marocchina sul montone, la polacca sulla trippa, ma è specialmente col pesce che lo zafferano rivela un'affinità sottile, come stanno a dimostrare numerose ricette tradizionali, dalla provenzale bouillabaisse (con la sapida complicità di pomodoro, aglio, anice e finocchio) alla siciliana pasta con le sarde (che ne suggerisce la dolce sintonia con pinoli, uvette e finocchietto selvatico).
Per parte mia posso raccomandarne l'impiego, con pomodoro, olio e prezzemolo, su un piatto di triglie in guazzetto; altrettanto felicemente la delicatezza di un branzino o di una sogliola si presterà a riceverne il gusto (purché dosato con garbo), stemperandolo in una salsa bianca a base di panna o di burro.
Allo zafferano in polvere sono da preferire gli stigmi essiccati, minuscoli filamenti color ruggine con sfumature dorate che si stemperano in cottura al pari della polvere. Solo così, infatti, si è certi della purezza degli ingredienti e dell'aroma che, in questo caso, si conserva più intenso (come accade un po' a tutte le spezie, quando lo zafferano viene frantumato anche il suo profumo tende ad affievolirsi).

Il Codice del buongustaio, La biblioteca dell'Europeo, 1985

Conversazioni con Thomas Mann. Un incontro a Roma (Ranuccio Bianchi Bandinelli)

Thomas Mann nel 1947
Con vera gioia ho letto un libro comprato tanti anni fa, sfogliato superficialmente e poi rimasto lì, in attesa: Thomas Mann, Conversazioni 1909-1955, Editori Riuniti 1986. L'intitolazione del volume potrebbe però trarre in inganno. Non si tratta di un libro ideato e costruito da Thomas Mann e solo in piccola parte esso è composto da suoi scritti: è una raccolta soprattutto di interviste allo scrittore tedesco (non sempre nella forma della domanda e risposta, ma più spesso in quella libera del “colloquio”), cui si aggiungono alcune cronache giornalistiche, dichiarazioni alla stampa, stralci di conferenze o discorsi, scelti da due studiosi tedeschi, Volkmar Hansen e Gert Heine, con l'aggiunta nell'edizione italiana curata da Saverio Vertone delle interviste (o di altre forme di “conversazione”) pubblicate in Italia e non comprese nell'edizione originale. L'immagine dello scrittore, trascinato talora in terreni che non gli sono abituali e neanche congeniali (le mode letterarie, artistiche e culturali, per esempio, o la politica politicante), non risulta affatto rimpicciolita dalle ingenuità o da certe ottimistiche previsioni (illusioni) come quella sulla breve durata del successo hitleriano e nazista o da alcune infondate manifestazioni di fiducia (verso Hindemburg e la borghesia tedesca, per esempio). Risalta invece il suo radicale umanesimo, conservatore forse, ma coerente, tollerante e problematico.
Il brano che ho ripreso è la cronaca, redatta da Ranuccio Bianchi Bandinelli, di un incontro romano in occasione della consegna a Mann di uno speciale premio dell'Accademia dei Lincei. Vi si legge la distanza dello scrittore, francamente avverso al sistema comunista ma mai settario, dalle polemiche della piccola politica e dalle conventicole intellettuali italiane ed europee. Vi si legge anche l'intelligenza e l'apertura del “barone rosso” Ranuccio Bianchi Bandinelli, il grande archeologo di origine aristocratica, che al tempo era comunista e piuttosto stalinista come erano i comunisti di quel tempo. L'impressione è che - nonostante le durezze della guerra fredda (in Usa non era finito il “maccartismo” e in URSS s'era appena avviato il “disgelo”) e tutte le meschinità di singoli, gruppi e gruppetti – reggesse, almeno nei migliori, il senso di una comunità intellettuale cosmopolita, dialogante e pluralista. (S.L.L.)
Ranuccio Bianchi Bandinelli nel 1947
Quando venne il turno che l'Accademia doveva conferire, per la prima volta, un premio internazionale di Letteratura, Luigi Russo ed io, all'insaputa uno dell'altro, proponemmo il nome di Thomas Mann. La commissione nominata per il conferimento del premio, scegliendo fra le varie proposte, si fermò sulla nostra e Francesco Flora fu incaricato di stendere la relazione, che risultò un elevato omaggio di gratitudine al genio dello scrittore, alla feconda invenzione delle sue creazioni e a quel suo essersi saputo porre al di sopra delle ideologie per cercare di dire a tutti la parola di libertà interiore e di responsabilità dell'essere uomo, nel che risiede il più profondo ufficio del grande intellettuale. (Mancò forse soltanto, e sembra strano, un apprezzamento delle straordinarie sue qualità di stilista.)
Thomas Mann senti altamente il valore e il significato di quell'omaggio; lasciamo pure tutto il suo onore a Stoccolma, mi scrisse alludendo al suo premio Nobel; ma ricevere un premio da Roma, sede di cosi alte tradizioni, commuove ben diversamente. E quando poi venne a Roma per ringraziare i Lincei, mentre lo accompagnavo alla Farnesina, vi era in lui quasi una trepidazione e un'attesa di una solennità particolare.
Tutto si risolse, invece, in un rinfresco. Le uniche parole solenni furon pronunciate fuori programma e su richiesta della televisione svizzera. Per una esigenza tecnica furon ripetute due volte. (Difficoltà, nell'Italia ufficiale, di esser solenni senza retorica, per cui, rifuggendo finalmente dalla retorica, si rinunzia alla solennità.)
Attorno a Thomas Mann si eran messe in moto tutte le rivalità del cosiddetto mondo intellettuale romano: attriti fra editori, urti di tendenze politiche e ambizioni di salottini letterari. Le accoglienze liete che erano state fatte al grande scrittore dalla stampa di sinistra turbarono il sonno a certi ambienti. Un giovane prelato americano sconosciuto andò a far visita a Mann e si mostrò, nei suoi discorsi con lui, straordinariamente inclinato a sinistra, molto più in là di quanto fosse disposto ad andare lo scrittore stesso. Il quale aveva chiesta una udienza al papa.
Per fortuna, Thomas Mann restava, con la sua felicità di nordico di trovarsi a Roma, e con la sua purezza intellettuale, tanto al disopra di questi giuochi, da non restarne turbato. Ma, per quanto personalmente mi riguarda, essi mi avvelenarono completamente quei giorni e, per non esserne né sembrarne partecipe, mi inibirono ogni conversazione impegnativa. Meno male che c'era l'archeologia. E le pitture del giardino della villa di Livia, da poco trasferite alle terme di Diocleziano, così diverse dal solito repertorio decorativo pompeiano, ci dettero modo di avviare un goethiano discorso sull'elemento romantico nell'arte antica, dove il meschino Eckermann ch'io mi sentivo ebbe ancora una volta modo di porsi interiormente il problema del perché il meglio dello spirito germanico debba sempre trovarsi in quei tedeschi che son riusciti a vedere la propria cultura nazionale non più dal didentro ma dal difuori.
Erano queste, o di questa natura, le cose che io avrei voluto discutere, se ogni parola non avesse potuto, in quelle circostanze, prender aspetto di agguato. Mann dovette sentire questo mio riserbo. «Non abbiamo poi avuto modo di parlare delle cose che ci stanno più a cuore, e sulle quali ci saremmo trovati, per molta parte, d'accordo», furono le sue parole di saluto.

Postilla
Il brano fu originariamente pubblicato da “Il Contemporaneo”, il 4 giugno 1955. Thomas Mann era stato a Roma per ricevere il premio dei Lincei dal 20 alla fine di aprile del 1953. 

27.8.16

Quaderni scolastici. Da Dio al Duce, umili tracce nel solco della storia (Giuseppe Caliceti)

Uscito recentemente per Franco Angeli, per la cura di Giovanni Genovesi, Il quaderno umile segno di scuola (pagine 144, euro 15) è una interessante analisi di alcuni periodi della storia italiana - in particolare quello fascista - osservati attraverso quelle singolarissime lenti di ingrandimento che sono i quaderni degli alunni. Quaderni assurti in anni recenti al rango di vere e proprie fonti documentarie della storia dell'educazione. Essi testimoniano inoltre - come sottolineato dai saggi di Luciana Bellatalla, Angela Magnanini, Nicola Barbieri e Elena Marescotti raccolti nel volume curato da Genovesi - l'evoluzione del costume e delle «italiche mode», e documentano le egemonie culturali e le innumerevoli «stagioni didattiche» che si sono succedute attraverso le lente modifiche dei programmi scolastici. Ma ciò che i quaderni scolastici mettono in evidenza è soprattutto il drastico cambiamento della politica e dell'idea stessa di fare scuola in Italia, seppure in un contesto «difficile».

Tra giochi e parole d'ordine
I quaderni, in fondo, oltre a rappresentare quegli «umili segni» ai quali fa cenno il titolo del volume, sono una fonte complessa che necessita di nuove modalità esplorative e di nuovi metodi di indagine. In Italia, va detto, esistono istituzioni lungimiranti che li custodiscono - a ragione - come fossero piccoli tesori. A questo proposito, il libro curato da Giovanni Genovesi raccoglie un saggio di Nicola S. Barbieri dedicato a una serie di quaderni che vanno dal 1958 al 1963, quaderni scritti da un'alunna di Montagnana, cittadina in provincia di Padova. Un lavoro al quale si affianca un suggestivo studio di Elena Marescotti sulle copertine che ritraggono il mondo della natura e trasmettono una loro personale storia dell'educazione ambientale in Italia.
La maggior parte degli interventi ospitati nel volume, però, analizza testi di alunni della provincia di Pistoia, scritti tra il primo ottobre 1928 alla fine di giugno 1929. Genovesi, da parte sua, presenta un proprio contributo dedicato al problema della fascistizzazione letta attraverso i diari di classe, mentre a Luciana Bellatalla spetta il compito di confrontarsi con le parole d'ordine del regime in un contesto prettamente rurale. La scelta dei quaderni da sottoporre all'analisi è caduta su quelli conservati nella Biblioteca comunale Forteguerriana di Pistoia per l'anno scolastico 1928-1929 ed esposti alla «Mostra della scuola» tenutasi nell'estate dello stesso anno proprio a Pistoia.
Il 1929 è ovviamente un anno importante, se non addirittura un anno chiave per lo Stato fascista. Nel '29, il fascismo è legittimato dal Papa con la riconciliazione tra Chiesa e Stato, vengono siglati i Patti Lateranensi e il Duce assurge al ruolo di «uomo della Provvidenza» per milioni e milioni di italiani. La microstoria che i bambini raccontano è fatta di avvilenti pratiche didattiche quotidiane e di nessi inevitabili tra scuola, ideologia e politica. È la storia solo di una parte dell'Italia fascista, beninteso, ma è la storia di un campione attendibile e rappresentativo di tutta la provincia italiana. I testi sono chiaramente «ricopiati in bella» in classe dagli alunni delle seconde, terze e quarte elementari. Trascritti, manco a dirlo, sotto la stretta sorveglianza della maestra.

Provveditori e Provvidenza
Dalla loro lettura gli autori del libro delineano una scuola italiana supinamente allineata col fascismo e, in particolare, col suo «Duce». Non a caso, nei diari dei bambini, «l'Uomo della Provvidenza» è sempre indicato come «il Duce Mussolini» quasi si trattasse di nome e cognome. E non siamo lontani dal vero a pensare che per loro il capo del governo si chiamasse proprio così, «Duce Mussolini», e non Benito.
I racconti degli alunni, di cui il libro riporta ampi stralci, sono asciutti, corretti formalmente, benché ripetitivi. La produzione è omogenea, mentre il tema di cui più si parla è quello della vita e dell'esistenza in genere. La vita vi appare nella forma «rurale» tipica della provincia, in quella monotona della vita scolastica, scandita dalle imprese del governo fascista, dalle festività (fasciste e) religiose, dal passare delle stagioni. Le religione è onnipresente. Se infatti il fascismo ha una presenza costante nella scuola, la religione ce l'ha a livello di contesto sociale. «Nella nostra scuola ci sono tante belle cose» - si legge - «c'è Gesù che gli si dice la preghiera, c'è la bandiera che le si fa il saluto quando si canta, c'è il Re e il Duce. Si fa il saluto anche a loro e si dice Eia! Eia! Alalà!».
Oggi in Italia abbiamo come ministro dell'istruzione una bella ragazza che risponde al nome di Mariastella Gelmini.. La Gelmini si è detta fiera di avere reintrodotto il sette in condotta per combattere il bullismo e, soprattutto, si è dichiarata favorevole a reintrodurre il grembiulino alle elementari. Fatti «minimi» solo all'apparenza. Bisognerebbe leggere attentamente Il quaderno come umile segni di scuola, soprattutto nelle parti in cui si racconta di come la scuola italiana sia solo un tassello di una costruzione ideologica ben più vasta. Stando a questa ideologia, il bambino non va mai lasciato solo con se stesso e con la propria coscienza, ma soprattutto non va lasciato solo nell'esercizio del proprio pensiero critico. La scuola, le organizzazioni del tempo libero o le associazioni giovanili lo accompagnano ovunque e gli ricordano sempre che egli è nato e vive per servire gli ideali del Paese che Mussolini incarna e tutela. «Il Sig. Duce Mussolini lavora anche di notte per l'Italia insieme a sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III», si legge in un tema. La didattica risulta fortemente «bonificata» dal fascismo. che impone grembiuli, sette in condotta e tutto ciò che ne consegue. Impone, ma trascura i principi della «scuola serena» di matrice gentiliana a tutto vantaggio dell'asservimento all'ideologia politica corrente.
È la «bonifica» sistematica delle «giovani italiche menti». La Storia - con la «s» maiuscola - in questo tipo di scuola è presentata senza alcuna attenzione alla periodizzazione o all'approfondimento, appiattita sulla retorica della gloriosa contemporaneità fascista. «Il Governo Fascista è molto generoso perché ha fatto delle cose buone», si legge in un altro tema. Dai quaderni sembrerebbe che gli scolari andassero contenti e entusiasti a scuola e nonostante l'autocensura inevitabile, è possibile che ciò sia vero. A scuola imparavano infatti ciò che non avrebbero potuto imparare altrove. E, soprattutto, vi trovavano tutto ciò che a casa non potevano trovare. All'uscita della scuola o, addirittura, prima dell'orario d'inizio, spesso dovevano infatti andare a lavorare nei campi. Non importa se in tutte le famiglie c'è un caduto o un mutilato: i commenti su guerra, Patria e Governo sono inquietantemente univoci. La guerra era inevitabile, i morti sono visti come eroi e di essi, che si sono sacrificati per la «Patria» (anche qui, sempre con la maiuscola d'obbligo), bisogna essere orgogliosi, perché la «Patria» sta sopra tutto e tutti.

Da una provincia dell'Impero
Nonostante racconti solo di una fetta d'Italia, Il quaderno umile segno di scuola è ricco di importanti riflessioni sull'infanzia e la scuola. Leggendolo viene da immaginarsi quale potrebbe essere la storia parallela dell'Italia mai raccontata, ma certamente scritta, dalle migliaia di alunni che in oltre un secolo si sono passati il testimone sui suoi banchi. L'unica lacuna è forse la mancanza di una comparazione tra testi degli scolari e libri di testo, che sarebbe risultata certo piena di ulteriori sorprese. Per esempio, si potrebbe ricordare il bel libro I pampini bugiardi, curato da Marisa Bonazzi e Umberto Eco, che dimostrava come anche dopo la Liberazione, negli anni Cinquanta e Sessanta i libri di lettura alle elementari fossero ancora pieni di retorica di stampo fascista. Gli autori dei saggi raccolti nel volume di Genovesi sottolineano bene come, nella scuola fascista, l'adulto fosse un'autorità onnipresente. È lui che detta e guida i pensieri degli scolari, evitando loro di perdersi in fantasticherie e sogni.
La grande correttezza ortografica e sintattica di questi temi pistoiesi risulta la prova evidente che, oltre a essere più volte ricopiati e corretti, essi sono stati in buona parte anche largamente dettati dai docenti. D'altronde, proprio la soppressione e limitazione di ogni creatività e criticità sono la via regia per l'addestramento delle giovani menti a «credere, obbedire» e, manco a dirlo, «combattere». [...]


il manifesto 8 agosto 2008

Il vecchio corvo (S.L.L.)

Il vecchio corvo sul tetto di fronte
viene sovente nelle mattinate
e alterna alle goffaggini eleganze.
Ieri e l'altrieri, con la febbre addosso
e con la preferenza per il letto,
non ho potuto seguirlo negli arrivi
e nelle ripartenze,
né sorprenderlo quando più è vicino,
in uno dei suoi arcani movimenti;
solo una foto, per giunta da lontano.
Oggi sto molto meglio, alla finestra
rivolgo spesso lo sguardo alle tegole,
inutilmente almeno fino ad ora:
solo una stupidissima colomba.
Ma tornerà, si sa che tutto torna.

Placido Rizzotto. Un delitto politico (Pio La Torre)

Si celebrò a distanza di più di sessant’anni, il 24 maggio 2012, e con il massimo di solennità, il funerale a Placido Rizzotto, il sindacalista socialista ucciso dalla mafia a Corleone nel 1948, di cui non era stato ritrovato il cadavere; e tuttavia in quell'occasione certe partecipazioni e certe omissioni oscurarono il significato del delitto riducendolo a cronaca nera, locale. C’è tuttavia qualche documento ufficiale che aiuta a capirne di più, a non cadere nella trappola, a non accettare la favoletta degli uomini con la coppola cattivi e spietati che ammazzano il buon sindacalista che li contrasta e li denuncia alle autorità.
Nell’edizione dell’Assemblea regionale siciliana dei discorsi parlamentari di Pio La Torre è stata inserita la Relazione di minoranza presentata alla Commissione parlamentare antimafia, che porta la firma di La Torre e di altri parlamentari comunisti, tra i quali non mancano nomi di prestigio (Chiaromonte, per esempio). Il brano che qui riporto fa luce sul contesto e sui moventi dell’assassinio di Rizzotto ed è da ricondurre alla responsabilità preminente di Pio La Torre, anche perché dei fatti di cui si ragiona il sindacalista e uomo politico siciliano ucciso dalla mafia nel 1982 era stato partecipe in prima persona e con un ruolo importante. Egli fu, tra l’altro, chiamato dalla Cgil a sostituire Placido Rizzotto alla guida della Camera del Lavoro di Corleone.
Dall’analisi di La Torre viene fuori, con perfetta evidenza, come gli omicidi mafiosi del 47-48 e quello di Rizzotto in particolare fossero anche (e forse soprattutto) delitti politici di rilevanza nazionale, così come politici furono i depistaggi e gli insabbiamenti nelle indagini e nei processi, che decretarono l’impunità per gli assassini. (S.L.L.)

Mentre lo Statuto preparato dalla Consulta regionale era stato il frutto di una intesa fra i grandi partiti antifascisti che erano allora nel Governo nazionale, dopo la strage di Portella si formò un governo regionale minoritario democristiano con l'appoggio della destra monarchico-liberale-qualunquista.
La Democrazia cristiana, dopo Portella, cedette al ricatto del blocco agrario e anticipò in Sicilia la rottura dell'alleanza fra i grandi partiti di massa, che qualche settimana dopo si ripetè anche a livello nazionale. L'impianto della Regione siciliana venne attuato in quel clima e con quello schieramento che preparò in Sicilia le elezioni del 18 aprile 1948. Nel corso di quella campagna elettorale furono compiuti alcuni dei più efferati delitti di mafia contro esponenti del movimento contadino siciliano. Vogliamo ricordare in modo particolare tre episodi: Placido Rizzotto a Corleone, Epifanio Li Puma a Petralia, Cangelosi a Camporeale, dirigenti contadini di queste tre zone fondamentali nella provincia di Palermo e socialisti. Perché tre socialisti? Gli assassini si susseguirono a distanza di pochi giorni. Vi era stata la scissione socialdemocratica e il movimento contadino in Sicilia restava, invece, unito; occorreva, dunque, dare un colpo al movimenti e da parte della mafia si sviluppò una campagna di intimidazioni verso i dirigenti socialisti. L'assassinio dei tre fu un fatto simbolico; non a caso a difendere Liggio nel processo per l'assassinio di Rizzotto fu l'avvocato Rocco Gullo, allora massimo esponente della socialdemocrazia palermitana.  

26.8.16

La passeggiata di Totò e Ninetto. Una lettura di “Uccellacci e uccellini” (Federico De Melis)

Totò e Ninetto, un padre e un figlio sottoproletari, camminano per le strade del mondo, le strade dell'estrema periferia romana degli anni '60. Ai due si unisce un corvo parlante (la voce querula e dolce è di Francesco Leonetti), saggio e disilluso, che dice cose giuste sulle sorti dell'umanità ma è insieme consapevole della loro limitatezza. Questo l'avvio di Uccellacci e uccellini (1966) di Pier Paolo Pasolini, oggi riproposto in cassetta dalla Cgd.
La passeggiata di Totò e Ninetto - passeggiata intesa, in senso romantico, come un andare senza meta -, che nella sceneggiatura era il terzo di tre episodi (preziosi spezzoni del primo, L'uomo bianco, tagliato nella versione definitiva, li mandò in onda Raitre nell'85 nella Magnifica Ossessione di Enrico Ghezzi) nel film fa da cornice narrativa alla favola degli uccellacci e degli uccellini che il corvo racconta ai due (e che era il secondo episodio): San Francesco affida a Frate Ciccillo (Totò) e a Frate Ninetto il compito di parlare con falchi e passerotti per conciliarli e consegnarli all'amore.
Nel presente il corvo continua a incalzare con le sue prediche i due poveri cristi. Candidi e cinici, infastiditi, Totò e Ninetto lo guardano di sottecchi, e nella loro mente prende corpo il piano: mangiarselo. La fine e sollievo e amarezza: il corvo è arrostito e mangiato con appetito atavico. Mancheranno i suoi discorsi noiosi ma anche la sua saggezza disincantata, la sua libertà intellettuale. All'origine il corvo doveva essere «un saggio 'reale' che cerca, attraverso una scandalosa e anarchica libertà, la realtà empirica non sistematica, nelle cose». Ma che cosa sono, se non proprio questo, il padre e il figlio sottoproletari? Pasolini doveva Inventare un corvo che facesse loro da controcanto, e che dunque non poteva che essere marxista. Ma siccome il corvo doveva essere simpatico e stravagante nel suo ordine mentale, amaro ma infine gioioso, non poteva essere un marxista di vecchio tipo, categorico e settoriale, ma doveva essere piuttosto «un corvo marxista non del tutto ancora liberato dal corvo anarchico, indipendente, dolce e veritiero».
Alla fine Totò e Ninetto divorano l'uccello ma così facendo, suggerisce Pasolini, lo «assimilano», o meglio assimilano quel poco di utile che può servire loro per sopravvivere nel mondo degradato. Così, in un certo senso, i due buoni diavoli, con la loro innocenza irridente e semplicità sottoproletaria, e il corvo, con il suo marxismo infondato e scettico, fanno parte della stessa visione del mondo, dello stesso «sogno di una cosa», come Pasolini e i borgatari degli anni '60.
Umoristico (un omaggio ai classici del comico) e triste, leggero e ideologico, «ideocomico» (come scrisse Pasolini), Uccellacci e uccellini restituisce in forma di apologo verità orribili ad ascoltarsi. In controluce c'è il «nero pessimismo» degli anni 70, dell'Abiura alla Trilogia della vita, e del finale Salò, ma la mimica di Totò e la risata malandrà o il riso ingenuo di Ninetto hanno come il sopravvento, la superficie è più vera della verità sottostante.
Uccellacci e uccellini è forse il film più sereno di Pasolini, si respira tra gli anfratti del degrado, tra i casermoni di nuova costruzione degli anni 60 e le baracche dei borghetti romani, il solicello e l'aria tersa che viene dalla vicina campagna. E' un mondo mitico che fa da scenario a tutte le favole possibili, e si vorrebbe che il parlare del corvo, col suo tono ironico e esopeo, fosse un raccontare infinito, che dalla sua saggezza scaturisse il racconto del mondo ai di sopra dei travagli e lutti ideologici.
«L'atroce amarezza dell'ideologia mi ha impedito di vedere le cose e gli uomini con la leggerezza del perdono» ha scritto Pasolini. Se nel fondo è vero, non sembra. Uccellacci e uccellini fa parte di quel grande capitolo dell'opera pasoliniana votato all'utopia del paleocristianesimo (il Vangelo secondo Matteo è del '64) al dialogo con la Chiesa conciliare e giovannea, al confronto serrato e libero della sua anima marxista e della sua anima anarco-evangelica di due credi che lottano invano per potersi redimere nella serenità francescana, nell'obiettività del mondo cosi com'è.


“il manifesto”, domenica 10 gennaio 1986

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