4.7.16

Agnese. Un ricordo napoletano di Francesco De Sanctis

Povera Agnese! — Mando così un sospiro alla creatura dei miei passati dì, e torno lentamente a casa, pensoso e tutto pieno di questa giornata...
Dirimpetto al mio balcone era un balconcino sul quale gli studenti gittavano furtivi sguardi. Assorto negli studi, non me n’ero avvisto; poi, guardai anch’io. Avevo preso l’abitudine di gittar per via occhiate alle donne, senza malizia, perché il mio spirito era altrove. In Napoli c’è spesso un saettio di occhiate fra balcone e balcone: cattiva abitudine anche questa. Ciò si chiama uno «spassatiempo», un modo di passare il tempo. La donna era per me non so che vicino alla Divinità, troppo lontana da quelle ombre femminili che mi rasentavano il fianco per via. Il mio intelletto, profondato negli studi, era rimasto involuto, e non c’era entrata la malizia.
Guardai a quel balconcino, e vidi una signorina vestita con semplicità non priva di gusto, un po’ magrolina con due occhi che parlavano. Ero così timido che non osavo guardarla fiso in faccia, e la guardavo con la coda dell’occhio. Ella stava lì come una esposizione, e si faceva guardare. Talora la guardavo per di sopra a un libro che avevo in mano. Anche passeggiando e ripensando la mia lezione, gli occhi scappavano verso il balconcino. Sembrava che ella sapesse tutte le mie ore, perché, affacciandomi, la trovavo sempre lì,e tirava occhiate di fuoco, mentre io voltavo le spalle per non farmi scorgere. Ma quando di lontano vedeva venire zio Peppe, la scappava subito: quella figura erculea e fiera le faceva paura.
Così continuarono le cose per parecchi mesi. Io non ci pensavo che quando ero al balcone. Tutti i giorni si somigliavano: non si andava innanzi né indietro. Vedevo che la mi faceva di gran gesti; ma non ne capivo nulla. Talora si ritirava dentro, e alzava la voce e pestava dei piedi; io guardavo intontito: mi pareva una matta. Un sabato, dopo pranzo, che zio Peppe era sortito per non so quale faccenda, mi vedo volare sulla testa un involto di carta. Lo raccatto, lo spiego, ci trovo una letterina profumata, e vi era scritto così: — Domani, a vent’ore sarò a San Martino. Verrai? — Rimasi trasognato. Voltavo e rivoltavo quella carta, e guardavo al balcone, e non c’era nessuno. Credo che la dovesse star da un canto, e farsi le grasse risa della mia dabbenaggine.
Il dì appresso zio Peppe era andato a dir messa, e io, fattomi al balcone, vidi lei un po’ indietro, e mi vidi piovere sopra un secondo involto. Lo afferrai per aria, e vi trovai scritta la stessa canzone, e sentivo di là dentro venire una voce che pareva fosse l’eco, e diceva: — Verrai? verrai? — Io presi subito una carta e ci scrissi sopra: Si —; ma vidi ch’era troppo leggiera e sarebbe cascata giù. Presi un cartone e ve la inviluppai dentro, e con un filo la legai bene, e la lanciai di gran forza, che pareva volessi sfondare il muro. Ella apri con avidità, credendo trovare un letterone, e come vide quel sì asciutto, alzò il muso, in aria di disappunto...


da La giovinezza, a cura di Luigi Russo, Firenze, Le Monnier, 1941

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