9.1.16

Mao, Confucio e il comunismo (S.L.L.)

Tra i compagni di Segno Critico capitava che i dibattiti politici degenerassero in discussioni e che, fuori dal contesto, sembrassero liti. Accadeva non solo nelle nostre sedi, prima quella di via della Sposa e poi quella di via Raffaello, ma anche all'osteria "Aladino", dove spesso le riunioni continuavano senza mai concludersi davvero. I più accaniti credo che fossero Franco e Armando, ma quasi nessuno, se si presentava l'occasione, si sottraeva ai confronti ad alta voce, conditi di improperi.
Ricordo che una volta discussi animatamente con Pino, profondo conoscitore del Vietnam e della sua storia, autore di una biografia di Ho Chi Minh. Gli capitò di dire che Mao era un sorta di Confucio del XX secolo e io, di solito non incline a trascendere e molto rispettoso verso di lui, saltai in aria. Non ricordo esattamente cosa dissi, ma lui ci restò male.
In ogni caso c'era stato - come talora capita - un fraintendimento.
Pino, quando faceva il paragone, si riferiva allo linguaggio formulare, al ricorso alle parabole, insomma allo stile letterario delle opere di Mao. Io mi riferivo ai contenuti e fortemente contrapponevo l'antico predicatore dell'ordine sociale e dell'obbedienza al rivoluzionario che, al potere, incessantemente ricordava che "ribellarsi è giusto", indicando come bersaglio da bombardare lo stesso quartiere generale.
Convinsi Pino (ma forse era già convinto) che tutta la vita di Mao, fin dagli anni in cui da maestro progettava nuove scuole, e non solo l'opera sua, era stata la negazione del confucianesimo, ideologia ufficiale del mandarinato. Per questo – concordavamo - non venne mai considerato, finché visse, un “vecchio saggio” come Confucio e i filosofi che ne seguirono le orme; lo chiamavano piuttosto “il vecchio matto” - i suoi, non i nemici e gli avversari – e lui non se dispiaceva affatto.
Eppure qualcosa di Confucio – qui era Pino ad aver ragione - c'era in Mao, nel suo proporsi come immagine esemplare, nel pensare alla sua opera come a un repertorio di massime e di precetti che sarebbero durati nel tempo, da citare secondo il bisogno.
Mao era insomma l'Anticonfucio.
Non stupisce che nella Cina attuale (paese di cui è facile vedere uno sviluppo economico che appare prodigioso, meno facile leggere le contraddizioni fortissime e in prospettiva feconde di lotte e di cambiamenti) il recupero del confucianesimo come ideologia di una classe dirigente che si propone stabilità politica e “armonia sociale” si accompagni ad una presenza permanente dell'immagine del Grande Timoniere che si concepiva come il suo opposto.
Per Mao erano la contraddizione e il conflitto la chiave della storia, l'essenza della vita. Ci teneva a dirlo che dove non c'è contraddizione c'è stagnazione e, alla fine, morte. Il comunismo cui aspirava – lo ripeteva tutte le volte che gli capitava – non era la società perfetta e pacificata che qualcuno andava raccontando, una specie di paradiso in terra, ma era certo che cessato il conflitto tra classi sociali antagoniste, altre contraddizioni ne avrebbero preso il posto nel campo politico, artistico, scientifico, meno distruttive ma non meno acute e non meno produttive di conquiste civili e scientifiche.

In questo la pensava esattamente come Marx che immaginava il comunismo non come la fine della storia, ma come il suo vero inizio. Tutta una storia nuova da costruire e da scrivere.  

stato fb, 5 gennaio 2016

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