30.11.15

Elogio dell'Oca. Il gioco della vita (Bianca Garavelli)

Se sapessimo di quale universo di leggende i bianchi pennuti sono onorati protagonisti, non guarderemmo più allo stesso modo le oche che ci capitasse di incontrare. A dispetto delle pessime qualità che sono state loro attribuite, fino a usarne il nome come sinonimo di dabbenaggine e pochezza intellettuale, sono creature molto più affascinanti e carismatiche di quanto non si creda. Tanto che, in molte culture antiche, erano il simbolo di una regalità che si fondeva con il divino, di un’innocenza primordiale, e di un’energia femminile intrisa di fecondità e saggezza. Per esempio, il volo dell’oca selvatica è al centro dell’esagramma “Il Progresso graduale” de I Ching, Il libro dei mutamenti, e nella riga culminante «le sue penne si possono adoperare per la sacra danza». In molte fiabe della tradizione occidentale, l’oca presta le sue ali potenti per i voli di ritorno dei protagonisti, come Hansel e Gretel dopo l’uccisione della strega. Si rivela così maestra nella difficile arte del ritorno, per cui spesso è necessario l’aiuto di una guida.
Ma l’oca non partecipa solo delle energie dell’aria: grazie alle solide zampe palmate, anche gli elementi dell’acqua e della terra le sono congeniali. Sa nuotare bene, e nel Medioevo il suo cammino goffo ma regolare spesso affianca quello sacro dei pellegrini. Addirittura secondo alcuni studiosi le conchiglie donate a chi ha compiuto il pellegrinaggio a Santiago di Compostela sono modellate sul suo piede palmato, capace di appoggiarsi solidamente al terreno, indicando la via iniziatica verso il cielo. E nel Museo archeologico dell’Antica Capua è raffigurato un cavallo che cavalca un’oca, a sua volta cavalcato da Artemide. L’energia femminile si allea con la potenza maschile, per sostenere la dea cacciatrice, sovrana di una forza primordiale che unisce l’umanità al cosmo.
Insomma, questi e molti altri casi nella fiaba e nel mito fanno pensare che, se esiste da tempo immemorabile un gioco ispirato a questo bianco volatile. è perché attinge a un universo di archetipi, vasto quanto le culture del pianeta che accomuna. Roberta Borsani, studiosa dell’immaginario della fiaba, in Sul dorso di un’oca. Il simbolismo iniziatico del Grande Gioco (Moretti&Vitali) ci offre un’analisi sorprendente, fondata su cultura poliedrica e ottima capacità comunicativa, delle sessantatre (o novanta, in alcuni casi) caselle di questo gioco antico. Caselle che rappresentano nel loro insieme il percorso della vita umana. Essendo per sua natura affidato al caso, grazie al lancio dei dadi, il gioco dell’oca induce a riflettere sulla nostra condizione, in cui ha un ruolo dominante ciò che sfugge al nostro controllo. Potrebbe quindi aiutarci a sviluppare la capacità di accettazione del destino e dei suoi imprevisti e una virtù ormai rara, la pazienza. Tutto fa pensare che non sia nato per puro intrattenimento. Le sue caselle contengono spunti per la riflessione e misteri: il ponte, simbolo di passaggio, crescita spirituale e rischio; la locanda, simbolo di trasformazione fisica, legata alle gioie del corpo; il pozzo, con il suo contenuto nascosto di acque sotterranee, simbolo dell’incontro iniziatico con le energie primordiali che innescano la vita. E il centro del tortuoso percorso, in cui si trova l’immagine degli sposi felici, simboleggia la meta del viaggio della vita stessa: il ritorno alla casa che è anche il punto di partenza, l’origine da cui tutto proviene, «la beata unità che si irradia nella molteplicità».


“Avvenire”, 15 novembre 2015

Il Maradona della Dama. Intervista a Michele Borghetti (Dario Pellizzari)

Da vent'anni è il re incontrastato delle damiere italiane. Bianco o nero, per lui non fa differenza. Gioca e vince. Anche nella variante del gioco che hanno inventato gli inglesi. Nel 2013 si è seduto sul tetto del mondo superando un avversario che non perdeva da dieci anni. Un americano, tanto per cambiare. Michele Borghetti, 42 anni nel taschino, livornese per tradizione e un po’ per vocazione, è il campione di dama che lìtaliaha sempre sognato di avere. Lo chiamano Maradona, come il calciatore. Provate a batterlo, capirete perché.
Nel 2017 sarà chiamato a difendere per la seconda volta il mondiale di dama inglese. Dove vuole arrivare?
«Voglio difendere il titolo mondiale il più a lungo possibile per entrare nella lista dei più forti giocatori di sempre. Mi piacerebbe ripetere le imprese dell’americano MarionTinsley, che è stato il migliore di tutti per vent’anni. È il mio campione di riferimento: sarei felice di raggiungere il suo numero di vittorie».
A16 anni e 9 mesi è diventato il maestro più parane di sempre della dama tricolore. Chi le ha insegnato a giocare così bene?
«Ho cominciato a giocare con un caro amico di famiglia, che mi ha insegnato i primi segreti. A casa mi misuravo con il babbo, un ottimo giocatore che da anni arbitra a livello internazionale.
Dalle partite tra amici alle gare vere non è passato moltissimo. Fu un regalo a convincermi. L’al-lora segretario della Federazione, Oreste Persico, mi donò una damiera; la felicità sciolse le ultime riserve e da lì partì la mia carriera. Si può dire che se sono diventato campione del mondo, il merito è anche un po' suo».
Quanti sono i giocatori di dama nel nostro Paese?
«I tesserati della Federazione sono circa cinquantamila e si può dire che negli ultimi anni le cose siano andate piuttosto bene. Il nostro movimento ha fatto passi da gigante, per numeri e risultati. All’estero, Russia e Olanda sono sopra tutti. Ma va seguito con attenzione lo sviluppo del gioco in Africa, un continente che sta producendo giocatori sempre più competitivi. Per praticare questo sport, in fondo, è sufficiente possedere una damiera, che può essere realizzata anche in modo artigianale».
Tante varianti per un unico gioco. Non è un limite alla sua diffusione?
«Sono convinto di sì. Questo aspetto ha influito non poco nella crescita del movimento a livello internaazionale. Sia chiaro, giusto preservare e conservare le peculiarità di ogni Paese, ma finché non si troverà un punto comune definitivo sarà difficile far sì che il gioco diventi popolare».
C’è chi dice che il gioco della dama non può essere considerato uno sport. Non c'è movimento, non c'è sudore. Cosa risponde?
«Per giocare a dama ad alti livelli è necessaria una preparazione fisica di tutto rispetto, perché lo sforzo richiesto è enorme. Ho fatto il paracadutista per anni. Le posso dire che lo stress che provo durante una partita di dama è maggiore e non di poco rispetto a quello che provavo prima e durante un lancio. Non è affatto semplice rimanere seduti quattro o cinque ore davanti a una damiera senza perdere la concentrazione».
Nel 2003 ha fatto registrare il record mondiale di gioco “alla cieeca”: 17 avversari battuti in simultanea con una benda davanti agli occhi Gioco di prestigio o abilità tecnica?
«È stato faticosissimo, perché dovevo mandare a memoria tutte le mosse che facevo».
È necessario un allenamento costante per rimanere ad alti livelli?
«Sì, bisogna aggiornarsi continuamente, studiando le mosse degli avversari più forti e rivedendo le proprie gare per evitare di ripetere le stesse incertezze».
Per lei è un’attività a tutti gli effetti, oppure no?
«In Italia non c’è ancora il professionismo. Qualcosa si sta muovendo, ma da qui a dire che possa a breve diventare una professione a tutti gli effetti, ce ne passa. In Olanda e in Russia sono molto più avanti: da quelle parti, chi gioca bene a dama può mantenersi senza problemi. Piacerebbe anche a me, ma nel frattempo faccio l’agente di commercio».
Nei tornei più importanti è previsto il controllo antidoping. Come è possibile alterare in modo illecito il risultato di una partita di dama?
«Sinceramente, non l’ho mai capito bene neanche io. Più di ima volta sono stato sottoposto a questo controllo, ma mi sono sempre chiesto quali potessero essere le sostanze che possono stravolgere l'esito di una gara. C’è un altro doping nel gioco della dama, ben più grave, quello informatico. Alcuni giocatori sono stati scoperti mentre si facevano suggerire le mosse da un computer. E c’è anche chi comunicava con una terza persona usando il codice Morse. Se vuoi barare, il sistema per farlo lo trovi sempre».
Nel 2016 sarà a Rio per le Olimpiadi della mente, che si terranno dopo la conclusione dei Giochi olimpici Crede sia possibile che un giorno la dama entri nel calendario principale della manifestazione a cinque cerchi?
«Me lo auguro. Anzi, di più, ci credo. Perché sono convinto che le discipline della mente ben figurerebbero in un contesto olimpico. Sono sport puliti, ben più di altri che vanno per la maggiore».
Come convincere un ragazzo ad avvicinarsi a questo sport? Cosa insegna?
«Il nostro è uno sport vero, sano. I giocatori si danno la mano prima e dopo la gara. Perché il rispetto viene prima di tutto. E poi c'è un altro dato di fatto: i bambini che si avvicinano alla dama diventano studenti migliori degli altri. Perché affinano capacità di osservazione e concentrazione».


“Avvenire”, 15 novembre 2015

A passo di dama. Un gioco tra sport e arte (Dario Pelizzari)

Henri Matisse, La famiglia del pittore
«Ci sono vari modi per terminare una partita a dama: vincere; perdere; rovesciare la scacchiera; eliminare se stessi e l’avversario». Così lo scrittore pugliese Nicola Lagioia, Premio Strega 2015, nel suo romanzo d’esordio Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj. La dama come terreno di scontro per un confronto surreale con i grandi maestri della letteratura dei secoli scorsi. Per affrancarsi dalla memoria e seguire nuove strade. Chi vince sopravvive, chi perde va al macero.
Tolstoj è l’avversario più diffìcile da battere. Conosce le mosse: sa quando avanzare e quando arrestarsi, come attaccare e come difendersi. Tutto vero, lo dicono le cronache dell’epoca: l’autore di alcuni dei più mirabili monumentì di carta dell’Ottocento era un temibilissimo giocatore di dama. Una passione, la sua, che trasferì anche in una delle sue opere più celebri, Guerra e pace, fotografia in bianco e nero della Russia ai tempi della campagna napoleonica (1812).
Lo scenario di riferimento, la battaglia di Borodino, che coinvolse circa 250 mila soldati e contò decine di migliaia di morti. «Se i comandanti dei due eserciti fossero stati mossi da cause ragionevoli, pare, Napoleone avrebbe dovuto vedere chiaramente che, essendo penetrato per duemila verste (unità di misura dell’impero russo, pari a 1066,8 metri, ndr) in un paese nemico e prendendo l’iniziativa di una battaglia con la probabilità di perdere un quarto dell’esercito, si esponeva a sicura rovina. E altrettanto chiaro avrebbe dovuto sembrare a Kutusov che, accettando di dare battaglia e arrischiando pure di perdere un quarto dell’esercito, perdeva certamente Mosca. Per Kutusov questo era matematicamente chiaro, come è evidente che se in una partita a dama io ho una pedina in meno e continuo a scambiare, certamente perderò e perciò non devo scambiare. Quando il mio avversario ha sedici pedine e io ne ho quattordici, io sono più debole di lui soltanto di un ottavo; ma quando avrò scambiato tredici pedine, egli sarà tre volte più forte di me». Le ricerche archeologiche hanno confermato che già molti secoli prima dell’era cristiana esistevano giochi con la damiera e le pedine. La più antica tavola, composta di tre caselle per sei, è stata trovata in Egitto e risale a circa 7000 anni fa. Avete letto bene, 7000 anni fa. Anche se è bene dire che il gioco praticato neO’antico Egitto aveva poco o nulla in comune con la dama di oggi. E certo, pure con il gioco che aveva conosciuto il giovanissimo Tolstoj. Come riporta il saggio Il gioco della dama dalle origini alle moderne olimpiadi, pubblicato dalla Federdama nel 2008, la dama si diffuse in Russia durante il regno dello zar Pietro I, tra la fine del Seicento e i primi anni del Settecento. «Nel palazzo Menshinkov vi sono molti tavoli con sopra le pipe ed il tabacco per fumare ed annusare e anche molti tavoli per giocare a scacchi e a dama», scrive nel suo diario il cameriere personale dello zar. La dama russa di quel tempo proponeva una grande ricchezza di combinazioni. Le pedine avevano ampi margini di movimento ed era prevista la libertà di presa. Se vuoi, mangi. Altrimenti, muovi seguendo la tua strategia. Al contrario di quanto era possibile fare in altri Paesi d’Europa. Sì, perché il gioco era uno ma le varianti numerose.
In Italia, il primo trattato sul gioco della dama venne pubblicato nel 1830. Ne Il giuoco della Dama all’uso italiano, Cesare Mancini raccoglie 40 partite e 150 problemi. Suggerisce le logiche del contendere, ma non accompagna il lettore alla soluzione del rompicapo. Non spiega cioè nel dettaglio come battere un avversario seguendo strategie e intuizioni. Lo farà qualche anno più tardi l’abate Michelangelo Lanci nella sua opera in due volumi Il Trattato teorico-pratico del gioco di Dama, che darà un grande impulso alla diffusione del gioco sul territorio della Penisola. Regole e partite, teoria e pratica. Lanci dà alle stampe un manuale imprescindibile per gli appassionati di allora e pure per tutti coloro che negli anni successivi si avvicineranno alla dama nella sua versione tricolore.
Con la sua diffusione sul territorio europeo, la dama divenne oggetto di ispirazione per alcuni dei più grandi pittori dell’epoca. Nel 1844, il francese Gustave Coubert, padre del realismo francese, presentò The Game of Draughts, il gioco della dama. Titolo i-nequivocabile per un’opera che fece presa nell’immaginario collettivo. La dama piace e convince. E si diffonde a macchia d’olio. Agli inizi del Novecento, il pittore francese Henri Matisse la propose in quattro dipinti tra i più noti della sua produzione. Da vedere e rivedere Odalisca sopra un sofà turco, il capolavoro che riserva alla damiera uno spazio di assoluta protagonista al centro della scena. Una scelta condivisa dal celebre visionario russo Vasilij Kandinskij, che presentò negli stessi anni Black Frame, una straordinaria sintesi della sua arte declinata all’astratto. Origini antichissime - è stata trovata una pergamena risalente all’antico Egitto che raffigura il faraone Ramsete III alle prese con una damiera di sei caselle per sei - e sviluppi tutti da raccontare e definire. Fino alla versione sottoscritta a Parigi agli inizi del Settecento, oggi adottata dalla Federazione mondiale per i tornei internazionali. La chiamano ‘‘cento caselle” o “polacca”. Si gioca su una damiera di dieci caselle per dieci. A ogni giocatore, venti pedine, che possono muoversi in avanti e indietro e possono mangiare anche le dame. La prima mossa spetta al bianco. Se la pedina raggiunge con una presa la base avversaria e può eliminare un'altra pedina, è obbligata a farlo senza diventare dama. Non è così nella versione italiana, che prevede nella presa l’obbligo di priorità: prima le prese multiple, quindi le dame, infine le pedine di maggior interesse strategico. Diverso l’approccio, diversa la forma. La damiera italiana è più piccola rispetto alla versione intemazionale (otto caselle per otto) e le pedine sono 12 pei; giocatore. Stesse modalità di partenza della dama inglese, giocata soprattutto nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Le differenze? Prima mossa al nero, pedine che possono mangiare le dame e libertà di scelta nella presa.
Dama internazionale, dama inglese, dama italiana. A ognuno il suo. Per la gioia dei tanti giocatori che possono misurare le proprie abilità nei diversi tornei organizzati nel corso dell’anno. Due gli appuntamenti più attesi dai fuoriclasse delle pedine: i campionati mondiali di dama internazionale e i mondiali di dama inglese. Nella prima competizione, la damiera parla russo più o meno da sempre. Dalla fine degli anni Ottanta a oggi è stata una sfida a tre tra Alexei Chizhov, vincitore di dieci titoli, Alexander Schwartzman e Alexander Georgiev, assoluto dominatore delle ultime tre edizioni. In questi giorni si sta giocando in Olanda il mondiale 2015. Altra storia nei Draughts Championship, i campionati intemazionali di dama inglese, dove il fuoriclasse delle Barbados Ron King ha ceduto lo scettro di pruno della classe dopo anni di trionfi in entrambe le specialità, Gayp (mossalibera) e3-Move (tre mosse). Per la prima volta nella storia del gioco, i due campioni in carica sono italianissimi: Sergio Scarpetta, dal luglio 2014 numero uno nella categoria Gayp, e Michele Borghettì, vincitore nel 2013 e nel 2015 nella 3-Move.


“Avvenire”, 15 novembre 2015

La poesia del lunedì. Ilde Arcelli (1946 - 2011)

C'è qualcuno che sul finire 
prepara con cura la casa per il corpo 
suo morto - non è poi così strano 
dopotutto ogni tempo 
ha i suoi frutti - qualcosa da sognare 
in segreto - da progettare 
tra i fiori

da Ogni esilio, Archinto, Milano, 1999

29.11.15

S'avissi... Un canto popolare siciliano

S'avissi 'na mezza sciabula
o puru 'na carrubina
facissi 'na ruvina
facissi 'un sacciu chi.

S'avissi un pignateddu
l'agghiu e puru lu sali
facissi 'u pani cottu
sempri s'avissi 'u pani.

Se avessi una mezza sciabola
oppure una carabina
farei una rovina
farei non so che cosa.

Se avessi un pentolino

l'aglio e anche il sale
farei il pane cotto
sempre che avessi il pane.

Da Vincenzo Consolo, Le pietre di Pantalica, Mondadori, 1988

Arti magiche. Il Sacro nell'arte africana (Enrico Sciamanna)

Twins Seven Seven, The Lovely Rabitt Tanner,
Inchiostro su collage di compensato
Il Ritorno dei maghi - Il sacro nell'arte africana contemporanea è il titolo della mostra che si tiene nel Palazzo dei Sette, in piazza del Popolo ad Orvieto, dall'8 aprile al 30 giugno 1999. L'enfasi con cui la qualità artistica degli oggetti in mostra viene illustrata può apparire esagerata, ma non è del tutto fuori luogo.
Non si sa quanto di quello che sfila sotto gli occhi dell'osservatore dell'esposizione sia rappresentativo di questo straordinario continente, dove al di là delle questioni economico sociali, si è ancora immersi in una realtà in cui, come sosteneva Moravia, la natura ancora prevale sull'uomo e sulle tecnologie (non sempre sulle merci). Ciò che si rivela potente infatti è quello che emerge da questa (in)consapevolezza, dallo sguardo ingenuo o tragicamente deformato degli artisti che riproducono un mondo, una fetta di esso, un uomo, che compete con una realtà altra e interpreta questa dinamica con energie lineari, cromatiche che traducono la volontà di controllare un cosmo che esplode con la forza del sole, dell'acqua della vegetazione del sesso, della fauna del dolore delle malattie, delle miserie straripanti.
Il codice d'interpretazione non può essere intellettualistico, bensì (se mai è possibile) vitalistico od onirico. Tuttavia lo scarto con esperienze europee di inizio secolo, quali espressionismo o surrealismo, che in qualche modo all'arte dell'Africa si ispiravano, è notevole, soprattutto sul piano del linguaggio.
Infatti, salvo alcune opere di autori che si richiamano all'Occidente e ne ripropongono i modelli con supina ingenuità, il codice è quello della carne e del sangue, del mistero e dell'incertezza dell'esistenza, del consumo rapido e intenso della vita sotto tutte le sue forme, della terra, dell'aculeo, del sesso praticato, della capanna riparo e scenografia del rituale, dove tutte le tensioni dello spirito assumono l'aspetto delle forme e dei colori della vita quotidiana, al massimo della saturazione e del contrasto.
Ci accoglie infatti, all'ingresso della mostra, un'installazione del senegalese Amadou Maklitar Mbaye, che è una vera e propria unità abitativa a grandezza naturale, con la raffigurazione di un uomo nero sulla soglia, sarà poi un modulo che si ripete a dimensioni ridotte, con modificazioni, di oggetti e di forme, che appaiono insignificanti, come una sorta di variazione su un tema, che consiste nella raffigurazione dell'alveo controllato, entro cui ciò che accade risulta accettabile o buono, perché governato da spiriti alleati. La tradizione ormai secolare di interesse verso la produzione degli indigeni del continente nero sempre meno tende ad affrontare ciò che gli artisti dell'Africa esprimono come uniforme e circoscrivibile all'interno di una tendenza unica. Pertanto definire, come si legge nelle opportune didascalie, quanto è esposto ad Orvieto come la vera novità presente e futura nell'arte del pianeta, risulta decisamente suggestivo, ma alquanto rischioso ed improbabile. C'è uno sfasamento di tempi nell'arte del continente nero: a un progredire, seppure lento, relativo all'avanzamento economico, corrisponde una stasi che la rende uguale a quella che aveva affascinato i cubisti della prima ora e che fa sì che ancor oggi una donna, mai uscita dal suo villaggio, possa produrre degli idoli di terracotta che penetrano in profondità nell'anima con le loro forme, in cui si riconosce l'addensarsi di tutte le pulsioni originarie dell'essere: le maternità, le misteriose divinità antropomorfe dalla fissità imperscrutabile, i percorsi curvilinei del sogno di vita.
Twins Seven Seven, originario della Nigeria, artista multiforme, pittore, cantante, compositore, a tempo perso uomo politico, colpisce con l'efficacia delle sue esecuzioni. Alla forza dei contenuti, crudi, che non indulgono affatto al pulp occidentale, unisce una potenza costruttiva del segno che non ha riscontri, né come risultato grafico, né come similarità di scelte formali in nessuna opera della nostra storia. Ha forse ragione quando, parlando della propria arte, egli afferma: "E' la sopravvivenza del potere e della creatività dei miei antenati. E' la creazione di una moderna dinamica per le generazioni future". Gli si affianca Lilanga (Tanzania), che però sembra molto vicino a certi modi metropolitani contemporanei, anche per le selezioni cromatiche troppo levigate, a scapito della coerenza culturale. Cyprien Tokoudagba è un altro artista del gruppo assai noto in Occidente. Stupisce per i suoi feticci ed i suoi serpenti legati alla misteriosa ritualità Vodun.
Ma tutte le opere, anche quelle (pochissime per la verità) più appiattite sulla cultura espressiva "dominante", esplicano la volontà di potenza, di affermazione sulla natura. Arte come blocco dell'esistenza, dell'azione incontrollata della natura, come argine all'irruenza del patire. Arte come espressione di forti religiosità ma soprattutto come magia, atto di fede nelle possibilità dell'uomo di intervenire nel cosmo per trascinarlo il più possibile dalla sua parte. Verrebbe da dire che l'aggettivo contemporanea, aggiunto al sottotitolo Il Sacro nell'arte africana, è quasi fuori luogo, perché, nonostante i collegamenti con l'Islam e il cristianesimo, questa attualità appare così antica, anzi ancestrale.

"micropolis", maggio 1999

Messico 2012. Il Tribunale Russel a Ciudad Juárez (Victor M. Quintana)

Ciudad Juárez
Il surriscaldamento planetario e quello sociale convergono a Ciudad Juárez, nello stato di Chihuahua, come in pochi altri posti. La siccità e il calore afoso mostrano i rigori di un clima sconvolto dall’irresponsabilità umana. Gli omicidi senza fine, le sparizioni di persone, la disoccupazione, i femminicidi, le migliaia di case abbandonate, le decine di migliaia di aziende chiuse, le centinaia di migliaia di disoccupati rendono onnipresente il surriscaldamento sociale: un tessuto sociale lacerato, disuguale, ribollente di disuguaglianze, scontri, competizioni per le minime cose, soprusi dei potenti sui poveri, disperazione.
Non si poteva scegliere una città migliore di Ciudad Juárez come sede, fra il 27 e il 29 maggio, della prima udienza del Tribunale Permanente dei Popoli. Perché questa città alla frontiera con gli Stati uniti, che è stata per molti anni la punta di lancia dell’integrazione del paese al sistema mondiale del libero commercio e alla globalizzazione dei processi lavorativi, produttivi e della riproduzione della vita quotidiana, ora è l’esempio vivo – o morto – della devastazione.
Chi si può accusare? Lo stato messicano, nei suoi tre livelli di governo – municipale, statale e federale – e nei suoi tre poteri, con tutte le sue istituzioni e articolazioni. Il sistema politico di leggi, partiti, processi. Le istanze parastatali, come i sindacati che non rappresentano i loro iscritti e si sottomettono al governo. I padroni dello stato: il blocco egemonico della globalizzazione composto dal governo degli Stati uniti, la BancaMondiale, il Fondo Monetario Internazionale e i grandi poteri economici transnazionali e nazionali. I grandi poteri mediatici e i loro alleati di sempre.
Di che cosa sono accusati? Di avere imposto alla società messicana, con tutta la comunità di esseri viventi, un modelo economico che ha generato una grande devastazione e innumerevoli violenze.
La novità di questo tribunale, fondato negli anni ’70 dal socialista italiano Lelio Basso, è che, a differenza dei casi del Vietnam e del Sudamerica, per esempio, non mette al centro un’aggressione militare o poliziesca contro la popolazione. In questo caso, si prende in esame l’insieme di elementi che compongono le politiche di aggiustamento strutturale, i trattati commerciali internazionali, le diverse forme di «guerra sporca» contro la popolazione e gli impatti sociali che hanno ampliato la loro perversa incidenza.
Per la prima volta si analizzano le politiche economiche, in apparenza così tecniche e neutre, nei fatti generatrici di violenza e distruzione. Perché, sebbene di questi ultimi trent’anni solo nei sei più recenti c’è stata una guerra non dichiarata, con sparatorie, omicidi e desaparecidos, i 24 anni precedenti non sono stati meno letali: in nome degli aggiustamenti e delle riforme strutturali sono stati espulsi dai loro luoghi di residenza vari milioni di persone, l’immensa maggioranza appartenenti agli strati più umili, e sono state chiuse migliaia di attività che generavano lavoro; sono stati compressi i salari e le prestazioni dei lavoratori; sono stati fatti sparire interi rami produttivi; sono stati disboscati migliaia di ettari di foreste e inquinati migliaia di chilometri di acque e suoli; non è stata protetta la vita delle persone, la convivenza delle famiglie; intere comunità sono state distrutte, i diritti economici, sociali, culturali e ambientali conculcati.
Chi sono le vittime? La società messicana in generale, nella maggioranza delle sue classi sociali, soprattutto i gruppi più vulnerabili: donne, giovani, bambini e bambine, anziani, popoli indigeni, persone con handicap. I settori produttivi più orientati al mercato interno: agricoltori, piccole e medie imprese industriali, piccoli esercizi commerciali, negozi di alimentari, debitori della banca. Tutti i settori che sono stati criminalizzati per reprimere la protesta sociale: giovani, dissidenti, comunità che difendono le loro terre o le risorse naturali.
Tutto questo è stato fatto con premeditazione: le politiche di aggiustamento e di libero commercio sono state disegnate con cura dalle agenzie finanziarie internazionali - il «Consenso di Washington» - e sono state elaborate in Messico sotto forma di piani governativi, come il Piano Immediato di Riordinamento Economico del 1982 o i piani sessennali di sviluppo dal 1983 al 2007. Il Trattato di libero commercio del Nordamerica (Nafta) tra Canada, Usa e Messico fu discusso in maniera verticistica nei minimi particolari fra il 1990 e il 1994. La controriforma agraria è stata fatta anche con la maggiore cura fra il 1991 e il 1992. In nessun caso si è tenuto conto delle critiche, suggerimenti o proposte di accademici e di diversi settori economici che indicavano i pericoli e gli svantaggi che sarebbero derivati alla nazione da quelle politiche e quei trattati.
Numerosi movimenti sociali sono emersi per impugnarli: i più rilevanti sono l’insurrezione dell’Ezln lo stesso giorno dell’entrata in vigore del Nafta, le azioni della Red Mexicana de Acción frente al Libre Comercio o i movimenti contadini come El campo no aguanta más o Sin maíz no hay país. Niente e nessuno è stato ascoltato.
Quelle politiche furono imposte con la forza e proditoriamente: tutto l’apparato repressivo dello stato è stato impiegato in modo autoritario per schiacciare ogni dissidenza. Tutto l’apparato ideologico dello stato e del duopolio televisivo ha silenziato e screditato qualsiasi critica al modello economico neoliberista con la complicità di attori politici come il Pri e il Pan.
Il Tribunale Russell, predecessore del Tribunale Permanente dei Popoli, riuscì a imprimere nella coscienza collettiva dell’umanità le condanne alla guerra genocida del Vietnam, esemplificata dall’uso del napalm contro esseri umani, o l’aggressione multiforme contro le persone e le istituzioni democratiche perpetrata dalle dittature sudamericane. Oggi, in Messico, abbiamo la grande opportunità che la guerra intrapresa contro il popolo da chi ha imposto le riforme strutturali, il libero commercio e la repressione sia condannata da un’istanza simbolica, di coscienza e della massima autorità morale come il Tribunale dei Popoli.


“manifesto”, 1 giugno 2012

28.11.15

Assisi 1998. Anticomunismo o sessuofobia? (E.Q.)

Da “micropolis” del gennaio 1998, un breve articolo di cronaca, un quadretto di vita in provincia nel millennio trascorso che induce a qualche nostalgia. È senza firma ma facilmente attribuibile a Enrico Sciamanna e a me, che per gli articoli scritti in coppia usiamo firmarci E.Q., fin dai tempi di “questogiornale” e di “puntoverde”. (S.L.L.)
Claudio Carli

Ad Assisi, come si spiega in un'altra parte del giornale, un gruppo di artisti, di intellettuali, di giovani entusiasti, coordinato da Claudio Carli, pittore di un certo nome e promotore di cultura, realizza una mostra originale, per contribuire al rilancio culturale e turistico della città in un momento difficile della sua storia. 
Assisi, città delle lettere si intitola e consiste nella collocazione nei luoghi più significativi della città di pannelli con brani epistolari, d'autore e non, per varie ragioni interessanti corredati da immagini e disegni. Il finanziamento è di singoli cittadini e di associazioni, il Comune ha promesso di dare qualcosa, ma ci sono fondati dubbi che non manterrà. Un esempio, dunque, di civismo e di volontariato.
Ma le cose non vanno così bene. Tra le lettere ce n'è una di Antonio Gramsci che parla di rivoluzione, illustrata da una immagine di "Che" Guevara e ce n'è un'altra di un medico di "Medicina senza frontiere", una donna che al proprio amato lontano descrive, peraltro in maniera molto leggera, il proprio culo, illustrata da un disegno di nudo posteriore.
Non si sa bene quale delle due scateni per prima l'ira furente dell'assessore Ferrini, se sia il rosso a farlo diventare un toro o se sia travolto da una crisi di sessuofobia. Certo è che il Ferrini attacca e censura, dichiara senza tema che tutto ciò è incoerente con la seraficità del Poverello.
Ci si consenta un'obiezione ed un'argomentazione per assurdo.
Si sarebbe tanto offeso l'assessore se la donna avesse descritto il proprio viso e se il disegno avesse rappresentato i suoi occhi?
Crediamo di no.
Ma San Francesco quando diceva "godi, fratello corpo", non crediamo che separasse le parti del corpo in gerarchie e possiamo ipotizzare che, essendo il propugnatore dell'umiltà, se proprio avesse dovuto indicare una preferenza, avrebbe scelto le parti basse.
E poi anche l'occhio vuole le sua parte e un bel sedere è un bel vedere assai più di certe facce (o ceffi?).

Svezia 1958. Il primo Mundial del Brasile (Pasquale Coccia)

I giocatori brasiliani Djalma Santos, De Sordi e Gilmar se ne sono andati quasi insieme, fra luglio e agosto scorsi, a meno di un anno dal mondiale che si svolgerà nel loro paese. Componevano la retroguardia della squadra che conquistò il primo titolo, quello del 1958 in Svezia. Re Gustavo Adolfo voleva premiare personalmente i giocatori avversari che avevano appena surclassato per 5-2 i padroni di casa ed era sceso in campo per consegnare la Coppa Rimet nelle mani di capitan Bellini. Al fianco di questi sorrideva e piangeva il mattatore della finale, Pelè, realizzatore di una doppietta. In quattro partite aveva messo a segno sei gol. Ma ciò non rappresentava un’impresa.
Accadeva per la prima volta invece, e non sarebbe più successo in un mondiale, che a segnare quei gol (di cui cinque fra semifinale e finale) fosse un adolescente di 17 anni. In Italia, sulle prime, si faceva il tifo per la Svezia dove giocavano da titolari gli ormai «italianizzati» Liedholm (Milan), Hamrin (Padova), Skoglund (Inter), il centromediano Gustavsson (Atalanta), Gren (ex-Milan). Non ci volle molto però a restare deliziati dalle giocate di Pelè e compagni che quattro anni dopo, in Cile, ridiventarono campioni del mondo battendo la Cecoslovacchia 3-1.
La squadra del 1962 era pressoché la stessa che aveva vinto in Svezia con Gilmar in porta e Djalma Santos terzino destro. Ai verdeoro, in seguito, detentori di cinque titoli, non sarebbe riuscito di vincere due campionati di fila. Il Brasile del ’58 e del ’62 è ritenuto il più forte di sempre. Soltanto due giocatori, Mauro e Zozimo, divenuti titolari, erano subentrati in mediana a Bellini e Orlando. La formazione vincente continuava a essere quella che i ragazzini mandavano velocemente a memoria: Gilmar, Djalma Santos, Nilton Santos; Zito, Mauro, Zozimo; Garrincha, Didì, Vavà, Pelè, Zagallo. In Cile il selezionatore Moreira, succeduto all’oriundo napoletano-brasiliano Vicente Feola, restò fedele a quegli undici in tutte e sei le partite disputate. L’unica novità si chiamava Amarildo, che veniva mandato in campo alla terza gara per sostituire l’infortunato Pelè.
Correvano gli anni del Didì-Vavà-Pelè. Il trio centrale d’attacco, che si pronunciava tutto d’un fiato, era sulla bocca degli appassionati di calcio e non solo. In Italia riscuoteva successo un brano canoro, cantato dal popolare Quartetto Cetra, il cui titolo veniva dato dai nomi (in realtà dei soprannomi) di quel trio leggendario: «Vavà-Didì-Pelè». Che era anche l’attacco della canzone, e che così proseguiva: «…tre brasiliani neri neri come tre chicchi di caffè, Vavà-Didì-Pelè; tre giocolieri cioccolata nel verde regno del caffè, Vavà-Didì-Pelè… », eccetera.
Di quel trio è rimasto Pelè. Quattro i superstiti che scesero in campo aimondiali del ’58 e del ’62: oltre alla «perla nera», il terzino sinistro Nilton Santos, il mediano destro Zito, l’ala sinistra Zagallo. Il loro calcio, con quel gioco che esaltava il «trio centrale d’attacco», oggi sembrerebbe un altro sport. Ormai passato alla storia.


“alias il manifesto”, 28 settembre 2013

Cile 76. L'insalatiera insanguinata: la Coppa Davis nello stadio dei massacri (Pasquale Coccia)

Fu l'Estadio National di Santiago, un luogo deputato al gioco, la prigione a cielo aperto per migliaia di cileni all'indomani del golpe di Pinochet in Cile, avvenuto nel settembre del 1973. Quarant'anni fa, i generali guidati da Pinochet rovesciarono il governo popolare di Salvador Allende, e subito dopo aver sparato contro la Moneda, il palazzo presidenziale dove si era asserragliato Allende, procedettero agli arresti di massa di migliaia di antifascisti. Molti di quei prigionieri politici furono smistati nelle settimane successive per essere torturati, violentati e ammazzati. Per loro fu usato il termine desaparesidos, termine che a noi divenne tristemente noto anche per le vittime di un altro golpe fascista, quello effettuato dai generali argentini guidati da Jorge Videla il 24 marzo del 1976.
Al golpe di Pinochet è legato un evento sportivo internazionale, la finale di Coppa Davis, giocata proprio all'Estadio National che si svolse tre anni dopo quell'11 settembre, dal 17 al 19 dicembre del 1976, e che vide protagonista l'Italia sportiva antifascista. Nel 1976 il tennista Adriano Panatta visse il suo anno d'oro, prima di disputare quella finale a Santiago del Cile, aveva vinto il Roland Garros e gli Internazionali d'Italia, due appuntamenti agonistici di grande rilievo. Alla fine di agosto di quell'anno, a Santiago si doveva disputare la semifinale di Coppa Davis tra l'Urss e il Cile, ma i dirigenti sovietici rifiutarono di inviare i loro giocatori di tennis nella capitale cilena, additando con quel gesto al mondo intero la violenza sanguinaria della dittatura di Pinochet. Il Cile conquistò di diritto l'accesso alla finale, mentre l'Italia dovette vedersela con l'Australia, e solo dopo una difficile partita tra Panatta e Newcombe, gli azzurri conquistarono l'accesso alla finale.
In Italia tra settembre e dicembre del 1976 si mobilitarono numerosi organismi sportivi di base, che esercitarono pressioni molto forti sui partiti della sinistra e sul Coni, perché i tennisti della squadra azzurra, Panatta, Barazzuti, Zugarelli e Bertolucci non partecipassero alla finale di Coppa Davis, che si sarebbe dovuta svolgere a Santiago sotto gli occhi di Pinochet, il quale colse l'occasione per dire a più riprese che in Cile era stato ristabilito l'ordine e che la gente era felice. In Italia fu costituito il Comitato per il boicottaggio di Italia-Cile, a capo del quale fu nominato lo scrittore sardo Ignazio Delogu profondo conoscitore dell'America Latina. Al Comitato aderirono le forze democratiche, i sindacati, le associazioni sportive, tutti gli enti di promozione sportiva, ad eccezione del movimento Fiamma che faceva riferimento ai fascisti del Msi di Almirante. Si sviluppò nel nostro Paese un movimento che denunciò a più riprese l'uso strumentale che si faceva dello sport e della sua neutralità, in nome della quale prima la Federazione tennis italiana e poi quella internazionale si espressero per sostenere la tesi che lo sport non c'entra con la politica e, dunque, gli azzurri dovevano partecipare alla finale di Coppa Davis.
La gran parte dei quotidiani italiani dal “Giorno” a “Repubblica” fino alla “Stampa” e in parte anche la “Gazzetta dello Sport” e “Tuttosport”, si schierarono a favore del boicottaggio. Un ruolo importante lo ebbe “il manifesto” che scrisse una lettera alla federazione della stampa per invitare le redazioni a non inviare giornalisti in Cile, invito che con certa sorpresa la federstampa fece proprio e girò a tutte le testate. Contro il governo monocolore di Andreotti, sostenuto dal Pci con l'appoggio esterno, che nicchiava e i vertici dello sport italiano che sostenevano la partecipazione dell'Italia alla finale di Santiago, i sostenitori del comitato di boicottaggio Italia-Cile, guidati dal deputato di Democrazia Proletaria Eliseo Milani, occuparono la Federazione italiana tennis, e il secondo giorno di occupazione furono ricevuti da Giulio Onesti presidente del Coni, il quale disse agli occupanti che la sua posizione personale era che si giocasse in campo neutro, un parere che scatenò l'ira di Pinochet. Quella di Onesti fu una mossa per allentare l'assedio, in realtà Coni, Federazione tennis e Andreotti, anche se il fronte democristiano non pareva affatto compatto, erano per la partecipazione alla finale di Coppa Davis. In risposta ai giochini di Andreotti e del presidente del Coni Onesti, della federazione tennis italiana e di quella internazionale che minacciava esclusioni pluriennali, il comitato per il boicottaggio Italia-Cile organizzò una grande manifestazione a Roma alla quale presero parte il sindaco Giulio Argan, esuli politici fuggiti dal Cile, le organizzazioni sindacali, i gruppi extraparlamentari riuniti sotto la sigla elettorale Nuova Sinistra, uomini dello spettacolo come Domenico Modugno, che per l'occasione compose la Ballata della Coppa Davis («ma purtroppo per il tennis/ e per la coppa davis/ un solo guaio c'è e si chiama Pinochet...Ma che facciamo? Andiamo da quel fascista/ e gli diciam: Senior hasta la vista! / e poi prendendo in mano la racchetta/ dimentichiamo tutto così in fretta?»).
La squadra azzurra andò in Cile e vinse 4 a 1, i giocatori Adriano Panatta e Paolo Bertolucci giocarono un tempo indossando la maglia rossa, un gesto che i due giocatori intesero come dissenso
verso la giunta di Pinochet.
L'insalatiera, come fu chiamata la Coppa Davis, conquistata per la prima volta dall'Italia nel 1976 si macchiò di sangue.


“alias il manifesto”, 21 settembre 2013

Appello alla popolazione della Baviera 6 aprile 1919 (Eric Muhsam)

Il Consiglio Rivoluzionario della Repubblica dei Consigli
 (Baviera 1919). Erich Muhsam è quello seduto al centro
Prima che i tristi dissidi tra i partiti portassero a tensioni insopportabili e alla guerra civile, i socialisti rivoluzionari di ogni orientamento si sono uniti nella convinzione che l’impulso degli eventi, la volontà dei popoli e la felicità degli uomini richieda l’istituzione della Repubblica dei Consigli e l’attuazione del socialismo.
I partiti non esistono più. E rimasto soltanto un unico partito socialista-comunista. Noi chiamiamo a raccolta il popolo intero della Baviera perché aderisca a uno sciopero generale di un giorno e dia espressione alla volontà del proletariato, che non intende più d’ora innanzi lavorare per il capitalismo, che condivide gli scopi dell’Intemazionale e si dichiara solidale con i compagni delle repubbliche dei consigli di Russia e d’Ungheria. La Repubblica Bavarese dei Consigli offre così l’esempio ai popoli tedeschi e di tutti i Paesi del mondo e li invita a imitarla. Esprime la sua simpatia ai proletari che lottano nel Wiirttenberg, nella Ruhr e ovunque impegnino la propria vita per il socialismo. La rivoluzione mondiale è ormai incontenibile.
Ci si guardi bene dall’ostacolarne l’inizio! Ogni tentativo reazionario verrà represso dal proletariato rivoluzionario della Baviera con decisione senza riguardi.
Evviva la libera Baviera. Evviva la Repubblica dei Consigli. Evviva la rivoluzione mondiale!

In Erich Muhsam, Dal cabaret alle barricate, eléuthera,1999


Italia 1939. Il duce e il bambino cieco

Un bambino cieco, quando ascoltava per radio Mussolini o ne sentiva parlare chiedeva sempre: «Com’è?». Un giorno gli riferirono che nella Casa del Fascio era stato posto un busto in marmo del Duce. Fattosi condurre in presenza di esso, col cuore che gli batteva come un martello, lo prese fra le mani e ne palpò adagio adagio le fattezze: l’alta fronte prima, le orbite profonde poi, il naso, la bocca, il mento robusto. Pareva che volesse imprimere ogni particolare nei polpastrelli e rimodellarlo nella sua memoria. Infine, tenne la testa intera fra le palme ed esclamò, con gli occhi umidi: «Ora so com’è fatto!».

Da L.Diel, La generazione di Mussolini, 1939, ora in Dino Biondi, La fabbrica del Duce, Vallecchi 1973

26.11.15

La Columb’ e Picassu. Una poesia in dialetto sardo di Cesare De Murtas

La colomba di Picasso, 1949
Sa columba ’e Picassu tant’amada
Giughet alas de paghe e de amore
E connoschet sa pena e su dolore
Sos fruttos tristos chi sa gherra dada

In s’ideale sou l’hat formada
Custu gentile nobile pittore
Pro cunvertir in paghe su rancore
In duna giusta paghe cusacrada

Quindi tui amabile Sardigna
Deves custa columba cuntemplare
Ch’est piena ’e affettu, d’amore digna

S’appellu de Berlinu des firmare
contrariandu s’idea maligna
E prova solidale deves dare

Traduzione
La colomba di Picasso tanto amata
Apre le ali di pace e di amore
E conosce la pena e il dolore
I frutti tristi che la guerra dà

Nell'ideale suo le ha dato forma
Questo gentile nobile pittore
Per convertire in pace il suo rancore
In una giusta pace consacrata

Quindi tu amabile Sardegna
Devi questa colomba contemplare
Ch'è piena d'affetto, d'amore degna

L'appello di Berlino devi firmare
per contrastare l'idea maligna
e prova di solidarietà devi dare

Pubblicata senza alcuna indicazione sul n. 10 di Rinascita, 1951.

Nota
Si svolse nel 1949 a Berlino il primo congresso internazionale dei Partigiani della Pace. Tra gli aderenti: Frédéric Joliot-Curie (premio per la fisica a cui spetterà la presidenza e la relazione introduttiva), Picasso (che dipingerà il manifesto del congresso, la famosa “Colomba della pace”), Amado, Matisse, Neruda, Einstein. Nella delegazione italiana guidata da Nenni: Vittorini, Guttuso, Quasimodo, Natalia Ginzburg, Giulio Einaudi.

Il Congresso terminò dopo sei giorni di lavoro (dal 20 al 25 aprile) con la lettura del manifesto-appello, sintesi del dibattito svoltosi. Tra gli obiettivi: il rispetto della carta dell’ONU, il rifiuto di “tutte le alleanze militari che vanificano questa carta” e della politica di “opporre un blocco di Stati a un (altro) blocco di Stati”; la richiesta di “interdizione dell’arma atomica e di tutti i mezzi di distruzione di massa degli essere umani”; il “controllo internazionale effettivo per l’utilizzazione dell’energia atomica a fini esclusivamente pacifici”.

Il segreto del gentiluomo. Un epigramma anonimo dall'Antologia Palatina

Venere Anadiomene, Museo archeologico di Siracusa
Bruciavo, chiesi, ottenni: l'ho amata ed ella m'ama;
chi, di chi, come, lo sa soltanto Venere.

da Luigi Siciliani, Poeti erotici dall'Antologia Palatina, Einaudi 1977 (I ed. 1921)


25.11.15

Sant'Antonio di Padova. Prediche e miracoli (Sheilah Ward Ling)

Le folle che lo seguivano crescevano sempre più; una volta a Limoges i presenti vennero valutati in trentamila persone ed egli dovette rinunciare a cercare un edificio abbastanza ampio per accoglierli. Mentre parlava, il cielo si oscurò minacciosamente e la folla cominciò a spaventarsi. Ai primi lampi e tuoni, Antonio esclamò di stare calmi, assicurandoli che il temporale non avrebbe recato loro danno; e in effetti l’area dove si erano raccolti rimase asciutta. Quando se ne andarono di lì, trovarono che la campagna tutto attorno era stata colpita da una pioggia torrenziale. Un altro dei suoi sermoni all’aperto fu udito da una donna che non l’avrebbe potuto seguire, perché doveva assistere il marito malato. Aprì la finestra e lo sentì perfettamente, benché fosse a tre chilometri di distanza.
Ci sono poi le storie di due donne che si lasciarono trascinare dall’entusiasmo ed ebbero un tale desiderio di sentirlo che lasciarono incustoditi i loro bambini. Al ritorno una trovò il figlioletto che intingeva le dita in una pentola bollente senza patirne alcun danno. L’altro bambino era ancora più piccolo; sua madre lo lasciò nella culla mentre ascoltava la predica di Antonio, ma quando tornò lo trovò morto. Corse da Antonio in lacrime e lo scongiurò di aiutarla. Egli dovette ripeterle tre volte: «Va’, perché Dio ti mostrerà la sua misericordia», prima che il dolore le consentisse di comprendere quello che Antonio diceva. La donna corse a casa e trovò il bimbo vivo che giocava con delle pietruzze. Altri santi hanno fatto risuscitare delle persone morte, ma solo Antonio avrebbe potuto pensare alle pietruzze.

Sant'Antonio di Padova, San Paolo, 1998 - Illustrazioni di Maurizio Boscolo

Eschilo. Un'immagine contrastata (Luigi Battezzato)

Dodici donne africane arrivano in scena. Scappano per sfuggire alla violenza sessuale dei loro cugini maschi. Chiedono asilo. Così Eschilo, nel quinto secolo avanti Cristo, inizia le sue Supplici. Il «nero fiore, bronzea gente impressa dal sole» trova salvezza in una città in cui «il decreto del popolo, deciso con un voto unanime di tutta la città» stabilisce «di non consegnare mai queste donne alla violenza». La tragedia si chiude con una richiesta: Zeus «dia supremazia alle donne».
Un Eschilo femminista e protettore dei rifugiati politici? Anche questa va aggiunta alle tante immagini del poeta. L’introduzione del recente «Meridiano» Mondadori, a cura di Monica Centanni (Le tragedie, pp. 1254, € 49,00), esplora alcune di esse: Eschilo guerriero, Eschilo cittadino, Eschilo (modernamente) inventore di una rappresentazione di Atene. Altri Eschili lo hanno preceduto: Eschilo pio conservatore, ammiratore sbigottito della «violenza degli dèi»; democratico e rivoluzionario; severo e solenne; ammiratore dei tribunali, e del terrore religioso che tiene insieme la polis. Eschilo però ha anche scritto i versi in cui Achille ricorda le affascinanti gambe del suo amante Patroclo; quelli in cui Apollo, seguace dell’avanguardia scientifica e filosofica del V secolo, dimostra che la madre non ha rapporto di sangue con il feto. Eschilo non sembra preoccuparsi di moltiplicare sconcertanti contraddizioni.
Le esuli dell’Africa vengono accolte, sì, ma dopo aver dimostrato di essere in realtà discendenti di Zeus, e di una donna greca; una politica di accoglienza che si basa sulla giustizia e gli ordini divini, ma che non disdegna il sostegno di un supporto razziale, politicamente meglio spendibile. Nel seguito della trilogia, di cui noi abbiamo solo riassunti, le donne sposavano i loro cugini, contro voglia. Li uccidevano tutti. Solo una salvava il marito, per amore.
È facile immaginare come queste trilogie continuassero. Così facile che si sono immaginate troppe soluzioni differenti, scavando tra le pieghe del mito, o ricombinando le simpatie della tragedia iniziale. Chi soffre diventa ingiusto, chi è colpevole diventa vittima. A volte. Così per Prometeo: come si concludeva la trilogia? Il tirannico Zeus scendeva a patti con il Titano ribelle? O la superbia del ribelle si piegava alla crudele giustiza divina? La contraddizione rimane, come spiega Oreste nelle Coefore: «Ares combatterà con Ares, Giustizia contro Giustizia». Oreste vince, e viene assolto grazie ad Apollo e Atena; ma gli dei vincitori si alleano con le Furie sconfitte, per mantenere l’ordine sociale ad Atene.
La perdita di tante tragedie ha reso questi testi così ricchi di contrasti ancora più aperti. Ha anche reso Eschilo più solo e più arcaico di quanto lo sia: comparendo come primo campione del genere tragico, sembra che le sue durezze e le complessità del suo stile siano qualcosa di non risolto, di ereditato da un passato che non conosciamo. Eschilo ci guarda severo dalla custodia di questo «Meridiano»: un vecchio senza capelli, con una lunga barba in spesse ciocche, e con la fronte accigliata. Disapprova noi, che pensiamo di capire.
Monica Centanni ha tradotto Eschilo: le sette tragedie integre, e i frammenti relativi alle tetralogie di quelle sette tragedie. Lo ha commentato. Chi cerca una rapida spiegazione di un’allusione mitica, o un riferimento a cosa gli studiosi precedenti hanno pensato di Eschilo, rimarrà deluso. Chi è interessato a seguire il filo delle metafore, dei temi e delle idee, troverà molto. Ad esempio il Prometeo è tradotto in una quarantina di pagine, e commentato in circa sessanta. Non si tratta di un commento continuo: piuttosto una serie di letture, intitolate con una incisività giornalistica: «fantasmi dal mare»; «teatro come città»; «il ricatto a Zeus»; «il bestiario simbolico»; «preservare il tremendo». Le sezioni si concentrano su una parte di una scena, su un problema, un motivo, e comprendono al loro interno spiegazioni, glosse, note di regia. Non ci sono discussioni dei molti studi critici sul poeta; chi è specialista può intuire dalla bibliografia le fonti, le simpatie e le antipatie della curatrice.
Chiunque traduca Eschilo si chiede, come Cassandra nell’Agamennone, «Sbaglio? oppure come un bravo arciere ho colto nel segno?». E infatti il testo di Eschilo è impenetrabile come la mente di Zeus: «la sua intenzione non si lascia mai catturare», e l'interprete prova sgomento di fronte ai «sentieri della sua volontà, indecifrabili, inespressi». La Centanni esprime e decifra. Tutto diventa chiaro; molto chiaro. A volte troppo. «Se a terra un uomo morendo il nero sangue della morte ha versato, chi mai potrà richiamarlo in vita con un incantesimo?». Così si domanda il coro dell'Agamennone. Ma il coro parla di richiamare il sangue: un’immagine inquietante, quella del sangue che si alza da terra. Sciogliendo la densità dell’immagine eschilea, qualcosa va perduto. Ma qualcosa va perduto in ogni traduzione, e bisogna applaudire questa per la coerenza delle scelte.
La Centanni discute le figure retoriche di Eschilo in un’utile appendice. Ne aggiunge spesso una nella sua traduzione: l’aposiopesi. Il sublime spesso lo rende così. Il sublime kantiano, la furia degli elementi alla fine del Prometea «...ecco la terra trema, l’eco cupa del tuono ... è già un boato ... spirali, lampi abbaglianti di fuoco... un turbine solleva volute di polvere». E il sublime dell’orrido e del soprannaturale, la profezia di Cassandra: «questa casa... c’è un coro che non cessa mai: un concerto di voci, e non sono propizie. C’è già stato il simposio: loro... hanno bevuto e sono diventate ancora più prepotenti... un simposio di sangue umano...». Le figure di reticenza suggeriscono l’impossibilità di rendere il livello stilistico del testo antico con la nostra lingua.
La Centanni traduce il testo critico pubblicato da Martin West per la Teubner. Una splendida edizione del 1990. Splendida nei suoi successi e nelle sue cadute. Alla fine delle Supplici gli altri editori leggevano nonsense: «i frutti stillanti annuncia Afrodite kalora (?) impedendo thos (?) rimanere in eros». West, con un piccolo rimescolamento di lettere greche, ci dà: Afrodite «mette all’incanto frutti stillanti e acerbi, ammorbidendoli con il suo calore, fino a farli impazzire di eros» (la Centanni dimentica «impazzire di eros», purtroppo). Non so se questo è ciò che ha scritto Eschilo, ma è un’immagine degna di lui. Però nell’Agamennone ahimè leggiamo che il protagonista «non sa che la cagna odiosa con la sua lingua lo lecca e si avvicina festosa al suo orecchio, e poi ... ecco lo morde». La Centanni, qui, sforzandosi di rendere accettabile l’impossibile testo di West, ammorbidisce le incongruenze e piega un po’ troppo la sintassi. Ma il testo di West, tradotto, non funziona: «non sa quali morsi sa dare la lingua (!) della cagna odiosa, dopo aver leccato, e dopo aver piegato il suo orecchio festoso». Un collage di membra animali da bestiario medievale.
La Centanni ritiene il testo di West «il miglior testo di Eschilo disponibile, semplicemente perché è l’ultimo in ordine di tempo»: giudizio forse vero, ma non per questo motivo. Altre ragioni per preferire quest'edizione, più valide e accorte, le elenca la Centanni nell’introduzione; a volte nelle note accenna a qualche sua perplessità di fronte ad alcune scelte. Più decisione, e maggiore indipendenza avrebbero eliminato alcuni passi problematici. West mette tra parentesi graffe le parole dei manoscritti che considera non di Eschilo, perché guastano il senso, o la sintassi o la metrica. Questo è un procedimento normale nelle edizioni critiche; ma la Centanni traduce anche queste parole, con un effetto leggermente surreale: «chi sta nella penombra (angoscia) attende di avere fortuna». Chi apre il volume una prima volta avrebbe bisogno, per questi dettagli, di un aiuto in più.
Ci vuole coraggio per tradurre e commentare tutto Eschilo. E questa edizione riesce meglio quanto più è indipendente, quanto più segue una sua linea: una informazione chiara sulle opere e sulla vita; utili, rapide introduzioni; un commento ai contenuti, e non all’erudizione; una traduzione moderna e scorrevole.


“Alias il manifesto”, 27 settembre 2003

Montale sentimentale. Ficara legge i Mottetti (Raffaele Manica)

Il 1939, nel contesto infelicissimo, fu anno mirabile per la poesia italiana se videro luce Le occasioni di Montale e, un esordio, le Poesie di Penna. È stato Cesare Garboli, in un piccolo libro, Penna, Montale e il desiderio, a mettere in relazione strettissima i Mottetti, sezione memorabile delle Occasioni, con Penna: «Sovrapporre queste due orbite non avrebbe alcun senso», scriveva Garboli, affacciando però il sospetto «che il Montale dei Mottetti, nel tecnicismo di un canzoniere d'amore risparmiato dal sentimento» si fosse servito abbondantemente di Penna, letto grazie agli allegati dattiloscritti di una corrispondenza epistolare. Interessa qui, oltre questo rapporto di dare e avere, qualche osservazione di Garboli: «La novità dei Mottetti è l'amore, lo disse per il primo, mi sembra, Contini nel 38, quando la serie era ancora in viaggio, e tutti lo ripetono come rosa rosae: ma amore cosa? amore quale? Visitati da un ente angelico, accentrati su epifanie, costruiti su passato e presente, fondati sulla depressione dell'io, i Mottetti sono un canzoniere dominato da un'anomalia del desiderio e, parallelamente, da un'indefinibilità tonale», e continuava scrivendo di una strategia dell'«indeterminazione, che è poi il grande virtuosismo di fare apparire e sparire il desiderio sovrapponendo il fisico e il metafisico».
La diagnosi può essere discussa, ma i sintomi sono questi. E altri, aggiunti da Garboli più avanti: i Mottetti che mettono in essere «un rapporto tra due amanti disturbato da voci, rumori, immagini interferenti, ma tali da fare di questa interferenza non un disturbo, ma un disturbo funzionale, la condizione necessaria allo scatto di eventi, cortocircuiti, lampi dove si consumi [,..]una suprema e mistica cognizione mentale»; con i Mottetti che si potrebbero definire «la frustrazione di un desiderio, se in realtà essi non fossero il diario rassegnatamente atroce di un amore sublimato non per la forza con cui si compie la sublimazione del desiderio, ma perché il desiderio è inerte o censurato»: una situazione stilnovista, insomma, che diventa un petrarchismo alla rovescia, con tanto di «interiezioni petrarchesche» che, platonicamente, uniscono il fisico e il metafisico.
Non smettevano di ritornare in mente queste pagine di Garboli durante la lettura del libro intenso e tenace che Giorgio Ficara ha dedicato ai Mottetti col titolo insieme ironico e tecnico di Montale sentimentale (Marsilio, 2012). I Mottetti, nonostante i commenti a disposizione, permangono un enigma fascinoso, e l'assedio di Ficara è un combattimento che lavora sui lati, continuamente intravedendo un centro che è come un bersaglio mobile: c'è, ma come nella famosa metafora formulata da Debenedetti sulla scia della fisica, ora è un punto ora è pura energia. O, per la sua inattingibilità, si pensi a quanto osservato da Agamben sull'ultimo Caproni: «l'inappropriabilità e l'infigurabilità del bene»: col che il senso della lettura di Ficara (anche serrata meditazione, benché indiretta, sullo statuto della critica) coincide con la forma del testo che ha di fronte.
«Sentimentale», del resto, è aggettivo riferibile a una canzonetta o a una tragedia (e l'ampio spettro di significato sta nel libro, a partire dal grado zero iniziale: «sentimentale, col cuore pesante», «effusione sentimentale»: da qui non si fa che innalzarsi); ma sentimentale è anche un piano tecnico del discorso, una retorica e dunque un modo di organizzare il pensiero. E dunque: «Ma sentimento cosa? sentimento quale?», deve essersi chiesto Ficara. E da lì ha costruito un libro fortemente analitico dove ogni conclusione provvisoria è l'inaugurazione di un altro percorso (nemmeno aiutato dalla constatazione che il cinismo, il leggendario cinismo di Montale, è l'ultimo vestito indossato dai sentimentali - o viceversa che il sentimento è un abito cinico: perché proprio nei Mottetti, forse fino ai Mottetti, Montale cinico non è), come se la risposta all'enigma non potesse essere che una domanda diversamente posta, e magari implicita, sporta su un'altra domanda.
Non se ne può riferire minutamente, dunque, così come i Mottetti non si possono raccontare: se sono un romanzo, in quanto introflessi - sul piano formale - e introversi - sul piano mentale -, sono un romanzo non lineare, e quel che vi succede è atomizzato, ridotto così come per conseguenza della lotta tra spirito e materia, che si sopraffanno e confondono e scambiano: la lotta con l'angelo, ma anche l'angelo in lotta. Non perché, secondo sentenza paolina, la lettera uccide ma lo spirito vivifica (certe volte è vero il contrario; o il contrario dà più senso e salute alla lettura), ma davvero il discorso di Ficara si configura come un'orazione il cui scopo è un commento spirituale ma aggrappato alla lettera, e inquieto.
Il tessuto di questa spiritualità ha una tramatura filosofica, infissa nella contemporaneità di Montale e nostra; ma basta una scheggia di testo per rendersi conto di come l'uso dei richiami filosofici non si sottragga alla stretta filologia: se ne ha per esempio traccia nel Cartesio della prima meditazione come fonte di un testo degli Ossi di seppia.
Incasellare le figure femminili in Montale si può e si deve, fa qualche luce sulla biografia e, di riflesso, sulla poesia là dove si incrocia con la biografia. Ma nello svolgimento del discorso di Montale, e nel libro di Ficara, le figure femminili si sovrappongono, come specificazioni di un'unica figura, come epifanie che ora mostrano ora nascondono la divinità. È proprio la dialettica di presenza e assenza, di salvazione e dannazione che distingue ma non separa Clizia, Mosca e le altre. Sono donne diverse, in poesia, perché diverso è il momento del discorso di Montale. Fin quando, dopo la morte di Mosca, l'assenza è toccata fisicamente, ma ancora disperatamente protesa verso la metafisica («perché se non sei / è solo la mancanza / e può affogare»). Lì, col sentimentale, convivono il cinico e lo scettico, e il nichilista di sempre.

“alias domenica il manifesto”, 10 giugno 2012


150 giorni a Girgenti. Le disgrazie del prefetto Falconcini (Andrea Camilleri)

Il testo che segue è un ampio stralcio della prefazione di Camilleri al libro di Enrico Falconcini Cinque mesi di prefettura in Sicilia (Sellerio 2002), ripubblicata con il titolo Il primo prefetto di Girgenti in Come la penso (Chiare lettere, 2013), una gustosa e interessante raccolta di scritti d'occasione dello scrittore siciliano, la cui lettura vivamente si consiglia. (S.L.L.)

Quando il nuovo prefetto di Girgenti, cavalier Enrico Falconcini, mise piede, alle 10 di mattina del 13 agosto 1862, sulla banchina del Molo di Girgenti (o Porto Empedocle) per pigliare possesso della prefettura che gli era stata assegnata, c’erano ad aspettarlo i comandanti militari, le autorità, i notabili e l’immancabile banda musicale. Il maestro sollevò la bacchetta per dare il via all’inno nazionale e in quel preciso momento, sotto gli occhi sbarracati del nuovo venuto, tutti si lanciarono, gridando in una fuitina generale, lasciando solo l’esterrefatto Falconcini. Il quale, non avendo ancora del tutto ricuperato l’equilibrio a causa della navigazione che non era stata facile, non si rese subito conto che c’era stata una scossa di «novello tremuoto» come scrissero le gazzette dell’epoca. Il tremuoto a Girgenti dal 1859 pareva essercisi affezionato: ogni tanto passava, faceva cadere qualche casa, ma non procurava né morti né feriti. Ora bisogna dire che Falconcini era uomo del Nord: perciò pigliò il tremuoto per quello che era, vale a dire una leggera scossa sismica.
Ma io mi domando e dico: benedetto uomo, come hai fatto a non capire quello che era subito apparso evidente agli occhi di tutti: che non si trattava di un semplice tremuoto, ma di un lampante avvertimento? Stare in questo paese per te non è cosa, diceva il tremuoto, l’unica cosa per te è risalire a bordo e scappartene il più lontano possibile. Falconcini, invece, non capì e restò.
Bisogna dire che nei cinque mesi che Falconcini fu prefetto di Girgenti capitò tutto quello che poteva capitare. Da tempo la situazione in Sicilia era assai tesa. Garibaldi insisteva col suo «O Roma o morte», il re protestava contro l’intenzione del Generalissimo, il partito garibaldino cominciava a formare campi militari, si armava, reclutava seguaci entusiasti e violenti un po’ dovunque. Poi c’erano i renitenti alla leva che si erano dati alla latitanza. Poi c’erano i briganti sempre più numerosi che mandavano ai ricchi tante di quelle terrorizzanti lettere di «scrocco» da intasare la distribuzione della posta. L’8 agosto, al molo di Girgenti erano sbarcati duemila uomini di truppa, il 10 nel capoluogo s’accampava un battaglione di bersaglieri. Il pomeriggio stesso dell’arrivo del nuovo prefetto giunge un generale con truppa e artiglieria di campagna. In serata, la città viene completamente circondata dalle truppe regolari. Ma numerosi soldati disertano per unirsi ai volontari garibaldini. Insomma, possiamo essere certi che in quella sua prima nottata girgentana Falconcini non pigliò sonno.
Le cose stavano a questo punto quando il 21 dello stesso mese Cuggia, prefetto di Palermo con autorità sugli altri prefetti dell’isola, proclamò lo stato d’assedio. Scoppiano rivolte, sparatorie, incendi di case. L’unica buona notizia Falconcini la riceve diciotto giorni appresso il suo insediamento: Garibaldi, ferito, è stato disfatto in Aspromonte. Ma la notizia non significa tranquillità, il partito garibaldino organizza una strepitosa manifestazione contro il governo, Racalmuto insorge, sbarcano altri cinquecento bersaglieri di rinforzo. Ma capita anche un fatto inaudito, unico nella storia d’Italia: ben quarantatré impiegati statali firmano le loro dimissioni come segno di solidarietà a Garibaldi. Di fronte a un fatto simile (paragonabile forse all’apparizione di un’Idra a sette teste nella centralissima via Atenea) e cioè con la burocrazia girgentana che si schierava a favore di un rivoluzionario, Falconcini come minimo avrebbe dovuto domandare asilo politico in Svizzera. S’arrabattava, povirazzo, spedendo a dritta e a mancina circolari, proclami, ordini che o cadono nell’indifferenza generale o ricevono risposte di formale adesione.
In più, è un uomo molto riservato, non ha amicizie locali, non si fa vedere nei due circoli importanti della città, a molti sta antipatico. [...] Sempre più frequenti compaiono scritte sui muri: «Abbasso Falconcini!». Il quale intanto dimostra ogni giorno che è un uomo che non «sa vivere». Si mette contro i preti per una questione di decime, allontana dalla prefettura e dagli uffici i faccendieri, desidera l’applicazione rigorosa di un’ordinanza del famigerato Eberhardt che proibisce la detenzione di armi, pena la fucilazione sul posto. E gli capita tra capo e collo, il 26 ottobre, lo stivale di Garibaldi. Stivale insanguinato portato a Girgenti dall’avvocato Ricci-Gramitto, luogotenente del generale ad Aspromonte, e venerato come una reliquia. Il partito garibaldino girgentano reclama l’autorizzazione di una grande manifestazione in onore del reduce Ricci-Gramitto e dello stivale. Dopo averci a lungo ragionato, il prefetto concede l’autorizzazione, «onde evitare ulteriore turbativa», ma si attira l’inimicizia della borghesia conservatrice e della nobiltà. Di questa autorizzazione però noi italiani dobbiamo essere grati a Falconcini. Fu infatti in occasione di quella manifestazione che Caterina Ricci-Gramitto, sorella di Rocco, conobbe un garibaldino compagno d’armi del fratello, tale Stefano Pirandello». I due si piacquero e si sposarono: dalla loro unione nacque Luigi Pirandello.
Ai primi di novembre, il prefetto decide di andare a dare un’occhiata al carcere, che era il castello di Agrigento, dal quale i 127 reclusi sarebbero stati poi trasferiti nel piccolo ex convento di San Vito. Rimane allibito per la sporcizia e il degrado. Soprattutto lo colpisce il fatto che nel cortile razzolino delle galline, la metà delle quali sono dei carcerati e l’altra metà appartengono al capo delle guardie di custodia. Falconcini lo fa destituire e chiama al suo posto un capoguardia settentrionale il quale, a sua volta, manda a spasso le altre guardie, sicché i custodi, come annota nel suo diario l’avvocato Picone, «sono tutti continentali», fatta eccezione di un calabrese. Ai primi di dicembre, il prefetto riceve una lettera anonima che lo mette in guardia circa una possibile evasione di alcuni carcerati. Falconcini ordina un’ispezione che viene effettuata il 22 dicembre. Il delegato centrale Francesco Gaudio, coadiuvato da una compagnia del 37° reggimento, da una decina di carabinieri e da «tutte» le guardie di Ps di Girgenti, mette sottosopra il carcere, fa battere spranghe di ferro contro pavimenti, soffitti, pareti allo scopo di sentire eventuali vuoti. Le pareti e il suolo delle celle e dei cameroni «si trovaron del tutto ignudi». Le povere cose dei detenuti e i detenuti stessi vengono perquisiti. Non si trova niente di sospetto. Nessun preparativo di fuga, garantisce nel suo rapporto al prefetto il delegato centrale. Nel corso della sera di Natale, i detenuti hanno il permesso di scambiarsi abbracci e auguri sotto gli occhi dei custodi «continentali».

La mattina del 25, giorno di Natale, uno strano silenzio regna nel carcere. Infatti non c’è più manco un detenuto: tutti i 127 sono evasi attraverso uno scavo effettuato proprio sotto a uno di quei cameroni pigliati a sprangate di ferro per sentire se suonava qualche tratto vuoto. Il custode di guardia di quella notte, guarda caso il calabrese, non ha visto né sentito niente. Falconcini, in sua difesa, allega ai rapporti un «dettaglio dei modi e mezzi usati» dai carcerati per evadere redatto a cura del Genio civile: un documento particolareggiato che dimostra come tra i carcerati c’era chi aveva ingegno e conoscenze tecniche di scavo non comuni. Falconcini azzarda l’ipotesi che si sia trattato di una raffinata vendetta del capoguardia e degli altri custodi licenziati per far posto ai «continentali»; crediamo che sia un’ipotesi plausibile. A nulla valgono le difese di Falconcini: da Torino, 1’11 gennaio 1863 un telegramma del ministro gli comunica che «in data d’oggi è stato dispensato dalla carica di prefetto di codesta provincia». Non sarà mai più prefetto di nessun’altra provincia, la sua carriera terminerà qui. Salutato con una fuga, il suo soggiorno girgentano terminerà con un’altra fuga. Questo libro, un’autodifesa corredata da un centinaio di documenti, ha un suo rilevante valore storico per meglio capire le condizioni della Sicilia nel periodo immediatamente successivo all’Unità. Credo però che abbia valore anche e soprattutto come patetica e involontariamente umoristica testimonianza della vana lotta di uno sventurato contro un destino avverso o, più prosaicamente se volete, contro una jella di rara implacabilità.

statistiche