10.10.15

I dolori del giovane Orson (Barbara Leaming)

Barbara Leaming, studiosa e scrittice di teatro e di cinema, pubblicò nel 1985 un'importante biografia di Orson Welles. Quello che segue è un articolo commemorativo, tradotto e pubblicato da “la Repubblica” qualche settimana dopo la morte del grande attore e regista. (S.L.L.)

Orson Welles si svegliava quasi tutte le mattine prima delle sei. Iniziava a letto il suo rituale quotidiano, telefonando ad amici e colleghi sparsi per il paese o addirittura per il mondo, per discutere di un progetto cìnematografico. Dopo la colazione e una nuotata, usava incontrarsi con i suoi collaboratori: tra questi il principe Alessandro Tasca di Cuto, suo direttore di produzione, che aveva lavorato con lui per la prima volta nel 1947 in Cagliostro, "Eccome, se è un principe", diceva Welles del suo collega, "è quattro volte duca, è sei volte marchese, è conte almeno tre o quattro volte; ha ricevuto due volte l' Ordine del Toson d' Oro, ciò che gli dà il diritto di parlare con il re di Spagna senza togliersi il cappello".
Instancabili, Welles e il principe lavoravano insieme quasi tutti i giorni, rivedendo e discutendo i preventivi di progetti cinematografici per i quali speravano di ottenere finanziamenti in patria o all'estero: Re Lear, in cui Welles intendeva recitare o che avrebbe diretto, The Dreamers (I sognatori), un adattamento di Welles di due racconti di Isak Dinesen (Karen Blixen), una sceneggiatura originale intitolata The big brass ring (Il grande anello di bronzo). La primavera scorsa Welles ricevette un brutto colpo quando un progetto che sembrava ormai giunto in porto, una versione cinematografica di The Cradle Will Rock (La culla dondolerà) di Marc Blitzstein, che era stata messa in scena da Welles nel 1937, perse i suoi finanziatori all' ultimo momento.
"Quando parli con la gente di Hollywood", osservava il principe Tasca con un caratteristico miscuglio di frustrazione e di sopportazione, "ti dicono: 'è impossibile lavorare con Orson'. E poi vieni a scoprire che Orson neanche lo conoscono, che non hanno mai lavorato con lui".
Orson Welles non ha più girato un film a Hollywood da The Touch of Evil (L' infernale Quinlan), del 1957. Tutti i famosi film di produzione indipendente che fece in seguito furono girati in Europa, dove Welles si era recato con la terza moglie, la contessa di Girfalco, un'ex-attrice nota con il nome di Paola Mori. Grazie alle sue opere, Welles si è indubbiamente conquistato un posto nella storia: per il teatro con il Dr. Faustus (Works in Progress Administration, 1937), il Giulio Cesare (Mercury Theater, 1938), il Moby Dick (Londra, 1955); per la radio con La guerra dei mondi; per il cinema con Citizen Kane (Quarto potere), The Magnificent Amberson (L' orgoglio degli Amberson), Otello, Chimes at Midnight (Falstaff), F. for Fake (F come falso). Ciò nonostante, i finanziatori americani non gradivano Welles dopo le sue durissime battaglie degli anni Quaranta e Cinquanta per impedire agli Studios rifacimenti più commerciali dei suoi film. Lo consideravano un piantagrane; ed è proprio a questa sua fama che i finanziatori hollywoodiani pensavano ogni qualvolta Orson presentava un progetto.
A poco più di vent'anni, Welles era già famoso in tutto il mondo. In seguito, tuttavia, i suoi continui contrasti con le case cinematografiche e il suo periodo di vagabondaggi in Europa finirono per oscurare i capolavori che pure continuava a creare. La tragedia di Welles sta nel fatto che, nel suo paese, egli era forse più noto per la sua partecipazione agli spot pubblicitari e per i suoi interventi nei programmi televisivi che non per i film della maturità, che raramente compaiono sugli schermi americani nonostante l'ammirazione dei critici e degli spettatori europei. Non avendo impegni di regia, Orson dovette sfruttare le sue grandi doti di voce e di presenza. Di pomeriggio, quando le sue corde vocali erano particolarmente sonore, si guadagnava i "soldi per la spesa dal droghiere", doppiando, lavorando per la pubblicità, incidendo su nastro testi in inglese per il mercato giapponese. Così continuò a lavorare, imperterrito, lottando contro le stesse glorie del suo passato. "Genio è stata la prima parola che ho sentito quando ancora vagivo nella culla", diceva; "perciò non mi è mai passato per la testa di non esserlo, se non quando ho raggiunto la mezza età". Aveva diciotto mesi quando fu scoperto: non da un agente di teatro o da un produttore cinematografico o da un talent-scout, ma da uno specialista in ortopedia, un ebreo russo che, come amico di famiglia, era stato pregato di visitare il fratello maggiore di Orson, Richard, che si era ferito alla testa. Secondo la leggenda, durante la visita il dottor Maurice Bernstein diede un' occhiata al più piccolo dei bimbi Welles che, facendo capolino dalla culla, lo apostrofò così: "La voglia di ingurgitare medicine è una delle principali differenze tra gli uomini e gli animali". Cominciò allora una serie di doni "pedagogici" da parte del medico, che ormai veniva tutti i giorni: un violino (anche se Welles era troppo piccolo per imbracciarlo appropriatamente), una bacchetta da direttore d'orchestra, il necessario per dipingere e scolpire, un teatrino di marionette, un cofanetto per il trucco, un equipaggiamento da illusionista. Per il suo protetto Bernstein coniò un affettuoso nomignolo, Pookles; e, Pookles, a sua volta, lo chiamava Dadda.
A forza di sentirsi definire un prodigio, Welles sviluppò, almeno in apparenza, una certa fiducia in se stesso. Tuttavia, malgrado questa ostentata sicurezza, il ragazzo viveva con il costante timore di non essere all' altezza delle aspettative dei genitori (Dick e Beatrice). "Avevo sempre paura di deluderli", diceva; "ecco perchè lavoravo sodo. Era questo, che faceva girare il motore". Avrebbe fatto qualsiasi cosa per riscuotere la loro approvazione. Raccontava che, quando era ancora molto piccolo, i genitori lo mandavano a far commissioni all' altro capo della città. Terrorizzato all'idea di andare da solo, ma desideroso di accontentarli, il bambino si costringeva a fare ciò che gli chiedevano senza battere ciglio. "Mi insegnarono a sentirmi sicuro, ciò che non faceva parte del mio carattere", diceva. Col tempo Welles, spinto con insistenza da Dadda alla presenza delle celebrità canore in tournèe, si abituò anche a frequentare con loro i camerini dei teatri. Quando Dick Welles si trasferì a Chicago con la famiglia, la disinvoltura in società del piccolo Orson, così faticosamente conquistata, tornò utile. Grazie a Dadda, Beatrice e il bambino prodigio furono ammessi nella cerchia selezionata e colta dei frequentatori della casa del critico musicale Edward Colman Moore, a Highland Park. Negli anni Venti Chicago era centro di fermenti artistici e intellettuali quasi quanto New York; e molti dei suoi più autorevoli cittadini frequentavano il salotto di Moore. Qui, per l'appunto, Orson ebbe modo di ascoltare e qualche volta di prendere parte a discussioni di alto livello. Fu allora che, ancora piccolo, cominciò a staccarsi dai suoi coetanei: aveva cose molto più interessanti da fare che non i giochi da bambini.
Assunto come comparsa in Sansone e Dalila all'Opera di Chicago, diventò una star recitando in Madama Butterfly. Elettrizzato dall'attenzione che questa sua attività gli procurava, a cinque anni il piccolo Orson si esibiva anche all' ntrata dei grandi magazzini Marshall Field, nel ruolo - forse meno artistico - di un coniglietto. Ai passanti incuriositi strillava: "Devo sbrigarmi, altrimenti non farò in tempo a vedere la biancheria all' ottavo piano!". Questo perché, se proprio Orson doveva recitare, il padre preferiva che lo facesse nella salubre atmosfera di un grande magazzino, piuttosto che nella Madama Butterfly.
L'atmosfera di casa era talmente tesa, che Orson, a sei anni, considerava come un dato di fatto la discordia tra i genitori. Per una intera notte ascoltò il loro ultimo litigio, dopo di che, di comune accordo, Dick e Beatrice si separarono definitivamente. A Chicago, dopo la separazione, mentre Dick Welles girava il mondo, Beatrice sembrò rifiorire, nel suo salotto l'attrazione principale era costituita dal loquace figlioletto Orson. La vita con la madre fu una sfida continua, anche perché secondo Beatrice "i bambini possono essere trattati da adulti solo se sono divertenti; nel momento in cui un bambino diventa noioso deve essere rimandato nella nursery". A parte le lezioni di pianoforte e di violino, l'educazione di Orson fu largamente informale: disegno e pittura, lettura ad alta voce, con Beatrice, dei testi di Shakespeare (la madre gli fece usare come sillabario il Sogno di una notte di mezza estate); apprese un po' di tedesco dalla Nanny; frequentava regolarmente il teatro e l'opera; imparò faticosamente la parte del Re Lear e di altri personaggi preferiti, che realizzavano nel mondo della fantasia quella che egli definiva la sua "decisione di sfuggire alla condizione di bambino". Ma le fantasticherie non gli permisero di sfuggire alla realtà, rappresentata dalla malattia di sua madre. Poco dopo il suo nono compleanno, Beatrice fu ricoverata al Memorial Hospital di Chicago dove morì due giorni più tardi, all'età di quarantatre anni, per atrofia gialla acuta del fegato, secondo la diagnosi. Nell'udire la notizia, il figlio provò una sensazione di "perdita angosciosa". Quando compì undici anni, il padre mandò Orson in quel luogo di "lettura, matematica, scrittura e martellamenti biblici" che si chiamava Todd School, a Woodstock, Illinois, da dove in precedenza era stato espulso il fratello Richard. "Vedo che abbiamo un altro Welles", brontolò l'anziano preside Noble Hill, soprannominato il Re, il giorno in cui Orson si presentò a Clover Hall. "Speriamo che non somigli a suo fratello". Il figlio di Noble Hill, il carismatico Roger, insegnava educazione fisica. Orson descrisse con calore la sua "andatura da marinaio", che gli aveva valso il soprannome affettuoso di "Skipper". Attratto dall' entusiasmo di Skipper, il ragazzo "si innamorò di Roger Hill". Il Re era un appassionato di teatro, per cui la recitazione occupava un posto preminente tra le attività della scuola.
Ma i testi non erano quelli che Orson prediligeva. Così persuase Skipper a cambiare il repertorio, sostituendo Skakespeare e i classici ai nutrimenti più leggeri cui il pubblico della Todd era abituato. Orson vestì i panni di Cassio, di Marc' Antonio, di Riccardo III, del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde; recitò sia la parte di Androclo, sia quella del leone; impersonò perfino Gesù Cristo. Fu alla Todd che Orson fece la sua scelta di vita: sarebbe diventato un artista, un attore e soprattutto un regista. Il 7 maggio di quest'anno cadeva il settantatesimo compleanno di Orson Welles. Per quella data, Welles sperava di terminare il suo primo film finanziato da americani dopo L'infernale Quinlan. Per otto mesi aveva lavorato ad un film che avrebbe dovuto ricostruire la vicenda della sua fantasiosa messa in scena di The Cradle Will Rock, nel 1937. Nel cast figuravano Amy Irving, nella parte della prima moglie di Welles, Virginia Nicolson; David Steinberg nel ruolo dell'autore dell'opera, Marc Blitzstein; e Rupert Everett, un giovane attore inglese che impersonava Welles a ventidue anni. Ma all'improvviso il finanziatore si tirò indietro, perché nessuna casa di distribuzione intendeva impegnarsi prima che il film fosse terminato.
Dopo il fallimento nel progetto, Welles sembrò distrutto: "Questa proprio non la capisco. Ormai mi rendo conto che non avrei dovuto continuare a fare questo mestiere. Se voglio salvaguardare la mia integrità, non posso girare un film che sia ancora più commerciale di questo. Oltretutto non costa molto, e ho fatto in modo di attenermi a tutte le regole". Poi passò a parlare di Hollywood. "Si vive in una fossa di serpenti", disse. "Per quarant' anni ho nascosto a me stesso - a me stesso, non al mondo - che odio Hollywood. E se non arrivo ad ammettere che la disprezzo, è solo perché, alla fine, è l' unico posto dove posso andare". Ma non si disperò a lungo. Alcune settimane più tardi era di nuovo al lavoro, insieme al principe, per Lear e The Dreamers: erano in contatto con tre potenziali finanziatori europei. "Tengo il conto soltanto delle ore felici, come fa la meridiana", disse Welles; "altrimenti sarei diventato matto. E per citare un brano della mia sceneggiatura per The Dreamers: "Non aspettarti giustizia, nel mondo. Non fa parte dei progetti di Dio. Tutti pensano che, se non la ottengono, sono vittime di chissà quale discriminazione. Non è vero. Nessuno ha giustizia: ha solo fortuna o sfortuna"". Fortuna o giustizia, Welles era in trappola. "La verità è che mi sono perdutamente innamorato del fare cinema, e lo sono ancor oggi", affermò. "Avrei passato la vita su un set. Ora non mi è più dato di farlo: e ne soffro. Sono stato totalmente invaso dalla passione per il "mezzo". Non per i film: vederli non mi piace. Amo soltanto farli".


la Repubblica 3 novembre 1985  

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