31.10.15

Tipografia futurista (Oscar De Blasi)

Il futurismo e la grafica. Vale la tesi sostenuta dai due autori di questo prezioso volume, Gianni Fanelli e Ezio Codoli (Edizioni Comunità, pagg. 200, lire 70.000). Cioè: nei confronti del futurismo pesano da sempre alcuni pregiudizi.
Fanelli e Godoli ne indicano due: 11 primo consiste nel considerarlo morto con la Prima guerra mondiale, il secondo nasce dal ritenerlo questione di pittori e di Boccioni in particolare. Se ne potrebbero aggiungere altri, legati ad una considerazione spesso ideologizzata e ad una immagine provinciale, che non rispetta cioè legami e intersecazioni intemazionali. Il libro di Fanelli e Godoli risulta prezioso allora proprio perché smentisce la «visione pitturocentrica» e, per così dire, allarga i confini, consente così, attraverso i confronti, valutazioni, anche storiche, più corrette.
La ricostruzione di un dibattito e di una storia è ricca e scrupolosa, attenta alle influenze europee, ai rapporti con la letteratura e la pittura, alla discussione sui testi teorici. Ma la lettura più efficace avviene attraverso le immagini, centinaia di riproduzioni raccolte con certosina, crediamo, pazienza, per una documentazione straordinaria e sorprendente. Gli autori citati, sono Balla, Acquaviva, Prampolini, Diulgheroff, Tato, Boccioni, Carmelich, Fillia, Bruno Munari, Ricas, Soffici, Sant'Elia, e, naturalmente, con numerosi altri, Fortunato Depero, conosciuto e celebrato anche in mostre recenti, propagandista di una fantasia ribelle e coraggiosa, innovatore fino alla provocazione.
Sue sono forse le cose più belle (come quella che riproduciamo), soprattutto là dove il colore piatto incrocia il segno forte della grafica, accanto a quelle – naturalmente - di Bruno Munari, che anticipa li elaborazioni di raffinata astrazione.


“l’Unità”, 5 ottobre 1988

Il Sessantotto degli alpinisti

Copertina del volume fotografico "Yosemite in the Sixties" di Glen Denny (Hardcover Book)
Il Sessantotto è passato dappertutto, anche su pareti e alte montagne. È questa la tesi della rivista specializzata, “Alp”, nel numero di ottobre (Editore Vivalda, lire 5000). Proprio «attorno al Sessantotto», spiega Alp, in un inserto curato da Enrico Camanni, maturarono nuove concezioni dell’alpinismo e soprattutto un nuovo rapporto tra l’uomo, scalatore o escursionista, I ambiente, attraverso una critica ai miti consolidati nella tradizione (anche letteraria). Contro l'alpinismo eroico e la retorica del rischio e della sofferenza, i giovani d'allora scoprirono il gioco dell’arrampicata, fino a teorizzarlo come momento di rottura con la storia passata. Da lì nacque il free-climb, l'arrampicata su brevi falesie, che rinunciava alla vetta (anch'esso simbolo retorico), preferendole il puro gesto atletico e tecnico. Il cerchio si richiude su se stesso: il free-climb è diventato sport di massa, riproponendo e ricostruendo ancora miti e soprattutto mode e mistificazioni.
Immagini dal volume fotografico "Yosemite in the Sixties" di Glen Denny (Hardcover Book)
Riproporre un «Sessantotto alpino» non è poi tanto azzardato. Come sempre tutto cominciò negli Stati Uniti, tra le montagne dello Yosemite, con Gary Hemming, Royal Robbins, Chuck Pratt, rappresentanti particolari di una generazione beat che aveva scelto anche quella strada per contestare la società dei consumi, il Vietnam, la politica, per testimoniare, come i giovani di Berkeley, un rifiuto.
“Alp” ricostruisce quegli anni attraverso gli intervemi di numerosi protagonisti di quelle vicende e una breve antologia (compaiono le firme di Messner, Gogna, Reinhard Karl, Andrea Gobetti, Franco Brevini).
L'apertura è affidata a Pasolini: «... oh generazione sfortunata, arriverai alla mezza età e poi alla vecchiaia senza aver goduto ciò che avevi diritto di godere...».

Articolo redazionale - “l’Unità” Mercoledì 5 ottobre 1988

Robert Reich e la menzogna del neoliberismo (Benedetto Vecchi)

L'orgoglio «liberal» contro gli squali di Wall Street
Come salvare il capitalismo dell'economista Usa 
ed ex ministro del lavoro Robert Reich

La grande retorica divenuta pensiero dominante recita che il mercato non ha necessità dello Stato per funzionare bene. Dà infatti il meglio di sé — nel garantire un benessere variabile secondo le capacità a tutti gli abitanti della società — ogni volta che il potere politico smette di intromettersi nell'attività economica. Più che grande retorica, avverte Robert Reich nel volume Come salvare il capitalismo (Fazi editore), è una menzogna bella e buona. Il neoliberismo si basa infatti su una diversa regolazione dell'attività economica. Non dunque sull'assenza di regole, ma di norme differenti, antitetiche da quelle che dagli anni Trenta sono diventate egemoni nel capitalismo. E se dagli anni Trenta del Novecento, lo Stato era diventato sia il garante di alcuni diritti sociali — la salute, la pensione, la formazione — che anche imprenditore, dalla meta degli anni Settanta dello stesso secolo in poi ha progressivamente cancellato quella strutture istituzionali, sostituendole con leggi e norme favorevoli solo alle imprese e demolendo così il «compromesso tra capitale e lavoro».
Robert Reich è un liberal che ha ricoperto ruoli politici rilevanti — è stato ministro del lavoro durante la prima presidenza di Bill Clinton — ed è un docente apprezzato per uno studio sulle «economie delle nazioni», ritenuto uno dei primi saggi sulla globalizzazione. Abbandonato l'incarico istituzionale è tornato nelle aule universitarie per insegnare economia industriale e economia del lavoro. Personaggio noto per le sue molteplici collaborazioni con quotidiani e riviste, ha fatto parlare di sé per l'annuncio di ritirarsi dalla scena pubblica per dedicarsi alla famiglia e all'educazione dei figli. Proposito mantenuto per poco tempo, visto che ha mandato alle stampe moltissimi libri: sul «turbo-capitalismo», sulle guerre culturali negli Stati Uniti, sugli effetti della crisi del 2007-2008 e, infine, sul capitalismo emerso dalla grande crisi. Decisamente avversario del regime neoliberista è stato spesso ritenuto un democratico di «sinistra», collocazione politica che questo libro smentisce decisamente.

Keynesismo di ritorno
Il titolo — Come salvare il capitalismo — esprime chiaramente l'obiettivo del saggio. Ciò che Reich vuol ripristinare è un modo di regolare l'attività economica e il rapporto tra questa e il sistema politico che può essere definito keynesiamo. Dunque, diritti sociali garantiti, nelle forme istituzionali che hanno caratterizzato il capitalismo statunitense — redistribuzione del reddito, contenimento della forbice delle diseguaglianza sociali e argini alla «logica di potenza» delle imprese, che ha portato il sistema politico di Washington ad essere spesso ostaggio delle lobby. Il suo è un riformismo light, che non disdegna di usare toni hard quando si tratta di stigmatizzare le politiche liberiste che hanno contraddistinto le presidenze repubblicane o della stessa amministrazione Clinton, nonché delle decisioni delle Corte Suprema o di leggi approvato dal congresso a favore del capitale. E non è tenero neppure quando denuncia la subalternità della politica a Wall Street.
Così si dilunga a lungo su come le norme sulla proprietà intellettuale hanno solo favorito le multinazionali high-tech, farmaceutiche, agro-alimentari e della chimica. Sotto tiro non sono solo le leggi sul diritto d'autore che hanno reso il software proprietà esclusiva delle imprese, ma anche i brevetti sui farmaci, che assegnano un potere immenso alle multinazionali farmaceutiche sulla vita (e la morte) di uomini e donne. L'immoralità delle loro azioni, argomenta Reich, sta nel vendere farmaci salvavita a prezzi che sono una minoranza della società può permettersi.
Ogni esempio scelto dall'economista ruota attorno allo stesso nucleo argomentativo. Nel neoliberismo lo Stato non scompare, anzi è molto presente. Ma invece che essere garante della salute pubblica è diventato il garante delle strategie capitalistiche. Il case study più eclatante del libro è però quello relativo allo spostamento di ricchezza dal lavoro al capitale avvenuto non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il Nord globale.
La precarizzazione del rapporto di lavoro, la differenziazione tra lavoratori che ancora accedono alla tutela sanitaria e chi ne è escluso hanno provocato la crescita di un numeroso esercito di working poor, i lavoratori poveri costretti a svolgere più lavori per raggranellare un salario di mera sopravvivenza. Ma a determinare lo spostamento di ricchezza dal lavoro al capitale è anche la difficoltà di poter accedere a buoni college e università a causa delle alte retta da pagare, ostacolo che è spesso aggirato tramite l'indebitamento dei genitori o dello stesso(a) studente/studentessa.
Reich manifesta nostalgia per gli istituti del public domain e delle affermative action che nel recente passato hanno consentito alla società americana di attivare forme istituzionali di mobilità sociale verso l'alto. Ed è con questo spirito che difende le proposte, meglio le misure di Barack Obama sull'innalzamento del salario minimo orario. Per Reich è la prima misura a favore del lavoro presa da un presidente degli Stati Uniti da tantissimi anni.

Arrivano i voucher
Reich fa però confusione sul reddito minimo. Negli Stati Uniti c'è stato anche un neoliberista radicale come Milton Friedman che è stato a favore di un reddito minimo garantito nelle forme di voucher per acquistare alcuni beni e servizi. Non è certo il reddito di cittadinanza europeo. Semmai è una forma di integrazione del salario o di sussidio di disoccupazione vincolati comunque alla disponibilità ad accettare qualsiasi tipo di lavoro che le «agenzie dell'impiego» — ce ne sono di private e di pubbliche negli Stati Uniti — propongono. Sta di fatto che per Reich tanto il salario che il reddito minimo sono misure a favore del lavoro. Perché il capitalismo si può salvare solo attraverso una redistribuzione della ricchezza. È questo il riformismo light di Reich. Da condividere, ovviamente, anche se rimane l'impressione di svuotare l'oceano con un secchiello. Lodevole intenzione, destinata però ad essere frustrata dai rapporti di forza esistenti nel capitalismo. E se non si cambiano quelli ogni intenzione rimane solo lodevole.


il manifesto 28.10.2015

30.10.15

Quando i Florio ruggivano (Renato Guttuso)

Cuore di siciliano e occhio d'artista. Un articolo di Renato Guttuso sulla Sicilia dei Florio, sul mito di donna Franca, su un disegno segreto del pittore Giovanni Boldini.
Un breve passaggio accenna al ponte sullo Stretto, di cui allora (1986) si parlava come realizzazione imminente. Guttuso era favorevole e so che è favorevole anche Camilleri. Anch'io lo sarei se vedessi la possibilità e la volontà di farlo davvero e in tempi rapidi, otto o dieci anni. Ma nelle condizioni attuali il progetto del ponte non può che essere ciò che è sempre stato, un pozzo in cui vanno a morire ingenti risorse che non producono progresso e sviluppo, con un canale interno che ne dirotta una parte consistente verso le mafie. (S.L.L.)
Donna Franca Florio in un ritratto di Giovanni Boldini
Ho sempre cercato di capire come e perché le grandi famiglie di coraggiosi imprenditori, sorte a cavallo tra il XIX secolo e il XX, in Lombardia, in Piemonte, in Veneto, e cioè gli Agnelli, i Pirelli, i Volpi, i Marzotto, abbiano continuato a essere «capitane», mantenuto e accresciuto ricchezza e potere, mentre nel Mezzogiorno, e specie in Sicilia, le grandi famiglie, il cui potere era esploso più o meno negli stessi anni, e forse con maggiore impeto e risonanza, esse si siano dissolte, e ne sia rimasta solo una memoria che sconfina nel mito.
I Florio: un mito, una leggenda. Eppure tanto prossimo a noi e con il quale sentiamo un contatto quasi diretto, personale. Mio padre, che morì nel ’40 a settantacinque anni, li aveva conosciuti al tempo del loro massimo splendore. Io stesso, negli anni trenta, ho incontrato Vincenzo Florio (il creatore della famosa «Targa Florio»), ultimo rampollo della famiglie e incarnazione della decadenza dei Florio.
E avrei anche fatto a tempo a conoscere la famosissima «Donna Franca», negli anni in cui si disfaceva la sua bellezza. La casa amica che frequentavo a Palermo, alla fine degli anni 20, abitata da Guglielmo e Lia Pasqualino, amici ai quali ancora oggi sono legato da grande affetto, sorge all'interno di quello spazio che, lungo la via Dante, dall’Olivuzza fino a viale Regina Margherita, ancora oggi si chiama «Villa Florio».
Sull’altra riva di via Dante, fronteggiante la Villa Florio, sorge la Villa Whitaker, una famiglia inglese che assieme ad altre famiglie inglesi (gli Ingham, i Woodhouse) aveva già messo piede a Marsala per la lavorazione del vino. Agli «inglesi», i Florio si collegarono, portando nuovo slancio imprenditoriale, e dando vita a una delle più grandi imprese vinicole d’Europa. Ma le fortune degli «inglesi» si svilupparono, e il lascito Whitaker con la relativa operante fondazione ne è prova, mentre la fortuna dei Florio si sgretolò totalmente nello spazio di pochi decenni.
Sciascia scrive che Franca Florio e il suo mito furono elemento fondamentale del prestigio della famiglia. Al centro della mondanità europea, ne fu certamente lo specchio, la punta di diamante; ma fu il peso economico e sociale della famiglia, la molteplicità delle imprese, lo sfarzo nel modo di vivere, il rapporto con la cultura del tempo a creare un potere che marcò un’epoca. Franca fu il blasone, la «stella» dei Florio; il legame con gli ambienti più esclusivi, con le Corti europee.
Si dovrebbe indagare più a fondo sulle ragioni di tanta disparità tra Nord e Sud, ragioni che vanno assai oltre le facili considerazioni sullo «spagnolismo» dei siciliani, sul loro senso fastoso e regale di vivere la ricchezza, e forse anche al di là della «questione meridionale» che pure è, a mio avviso, alla base di ogni ulteriore riflessione. E forse varrebbe la pena di guardare al «continente Sicilia», alla sua forza interiore di espansione, al suo sapersi proiettare oltre gli oceani, scavalcando ben altri spazi che non quello del piccolo stretto di Messina, oltre le Alpi, verso Nord e verso Occidente; e come sia potuto accadere che, attraverso note manovre bancarie, si sia arrivati alla progressiva esclusione dei Florio dal reparto guida dell'imprenditoria italiana.
Questo «continente» che si chiama Sicilia, pare e me lo auguro, sarà collegato allo stivale da un ponte. Ma già i Florio avevano gettato un ponte sull’Oceano, attraverso la grande Compagnia di navigazione e una serie di attività che si espandevano nel mondo, con la cultura che alimentavano.
Non è un caso che dell’architettura detta «Liberty» a Palermo esistano esempi altissimi, per merito soprattutto di Ernesto Basile, che a Palermo esista, a Villa Igea, il «salone Basile» dove ogni pezzo, ogni maniglia, ogni minimo dettaglio è «disegnato», con spirito creativo, di bellezza, e non soltanto «funzionale». Non era, insomma, «design».
Dietro tutto questo ci sono i Florio, la propulsione, il coraggio, le intuizioni, la generosità dei Florio. Opportunamente il Banco di Sicilia ha affidato ad alcuni illustri studiosi e all’Editore Sellerio, che ne ha curato la splendida veste grafica, la realizzazione di un libro su «L’età dei Florio».
Io spero che questo libro abbia la dovuta risonanza e aiuti a guardare alla Sicilia e alle sue capacità con un occhio più giusto e meno prevenuto. Certamente gettare Io sguardo su un periodo di eccezionale prosperità e splendore quale fu «l’età dei Florio», non va disgiunto da una generale riconsiderazione della Sicilia, delle sue capacità, imprenditoriali e culturali, nel passato e nel presente.
Vorrei che di Sicilia non si parlasse, come suole accadere in questi ultimi tempi, come di un paese sul quale grava un marchio indelebile di infamia, e che null’altro di questa terra sia da ricordare se non i suoi mali e le sue vergogne. Anche al tempo dei Florio c’era la mafia, sebbene fosse una altra mafia, legata a condizioni politiche, sociali e persino geològiche, obiettive. E certo, benché piaga fosse, e grave, anche allora, non si era ancora ingrassata sfruttando, oltre che la situazione regionale antica, i nuovi mali che dilagano nel mondo moderno.
Ma lo slancio progressivo della Sicilia (i Florio in prima persona) era riuscito a contare, a pesare, sulla vita economica e politica della nazione. Questo dato di fatto trascinava, costringeva a guardare alla Sicilia, alle sue capacità, al peso della sua cultura. I Verga, i Capuana, i De Roberto, ma anche i Basile, i Lojacono, e tanti altri contavano nella vita italiana. Oggi, per esempio, persino il cinquantenario della morte di Luigi Pirandello viene celebrato tiepidamente, come si trattasse di un anniversario qualsiasi.
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Perché la Sicilia non deve essere ricordata e discussa, e la stampa italiana non deve sentirsi coinvolta e interessata su questioni come queste del nostro recente passato, come la potenza dei Florio, o la grandezza di Pirandello, fatti siciliani che non sono mafia, ma gloria della Sicilia?
Sfogliando il libro in questione sullo splendore e decadenza di questa straordinaria famiglia, pensavo a quante cose si potrebbero dire e mettere in luce e fare conoscere, in positivo, su questa isola-continente che ha vissuto e vive grandi fermenti, e che fa dono anche di tutto quel che ha di bene, accanto a ciò che ha di male.
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Quanto sopra annotato, con orgoglio e amarezza di siciliano, è solo una premessa, e vuole richiamare l'attenzione sulla scena siciliana, in particolare su come si configurò tra la seconda metà del XIX secolo e gli inizi del XX. E prende spunto dal libro che documenta la marcia trionfale della famiglia Florio che partendo da una modesta drogheria, in Palermo, diventa tra l'altro promotrice della più grande flotta mercantile d'Europa.
I Florio possedevano novantanove navi in mare, il massimo consentito dallo Stato italiano a una società privata. Ma in uno dei saloni della loro palazzina, all’Olivuzza, si racconta che Ignazio Florio tenesse un modellino di bastimento in oro, il cui valore era equivalente al costo di un bastimento in mare.
La fortuna dei Florio ha anche direi un senso di ribellione allo stato semicoloniale a cui era stato ridotto il Mezzogiorno dopo l’unità d'Italia. Ma «Hic sunt Leones». E «Noi fummo i gattopardi i leoni», come diceva il Principe di Lampedusa. (A quel tempo, avrebbe potuto dire «siamo» e non «fummo»). Ex leoni, ma purtuttavia leoni. L’esplosione dei «Florio» ha anche il senso di un impressionante risveglio del leone.
II suo potente ruggito si fa sentire sempre con maggiore potenza, almeno fino agli anni precedenti la prima guerra mondiale. Si trascina ancora attraverso la grande gara automobilistica del circuito delle Madonie, la Targa Florio: la prima competizione automobilistica internazionale, creata nel 1906 da Vincenzo Fiorio. Ma anche per la personalità eccezionale di Franca Florio, moglie di Ignazio Florio, donna bellissima, famosa in tutto il mondo per eleganza fascino e stile.
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Ma il motivo che ha provocato queste note, che non intendono essere né un commento, né una recensione, al bellissimo libro di Sellerio, è un disegno a matita grassa di Giovanni Boldini, autore di un famoso ritratto di Donna Franca, eseguito a Palermo nel 1900, disegno che trovo riprodotto nel libro, sulla pagina accanto a quella che riproduce, in tutta la sua maestà, il grande ritratto di Donna Franca. Un disegno sconosciuto, credo non soltanto a me, singolare sotto molti aspetti.
Nell’epoca in cui i giovanotti spiavano le signore che scendevano dalle carrozze, per vedere il lampo di una caviglia, la donna più famosa ed elegante del tempo solleva sottane e sottovesti, e scopre le sue gambe inguauinate di calze nere, fino a metà della coscia, e consente al pittore che nello stesso periodo la ritraeva in tutta la maestà della persona, nel lungo vestito da «gran sera», di posare il suo sguardo, di osservare con intensità di disegnatore e di artista una parte segreta delle sue bellezze.
Il disegno rileva un Boldini al pieno della sua abilità, sciolto e veloce d’occhio e di mano, e, credo, emozionato, come raramente gli deve essere accaduto nella sua carriera di pittore di belle donne. Come forse mai era accaduto al suo pennello sempre avvolgente, guizzante, quasi fischiante sulla tela.
Boldini firma il disegno e lo data, 10 novembre (1900, data del ritratto di Franca Florio), e aggiunge «Giornata memorabile». E non stento a crederlo. Nel disegno ci sono varie cose da notare: la mano di Franca Florio che sorregge la veste (ma accarezza anche la coscia), e le scarpine (qualche accento della matita appena più nera). L’intervento, discreto e opportuno, della gomma da cancellare: sulla mano, e un tocco su una coscia per accentuare il lucido della calza di seta.
Non è il caso di far congetture.Il disegno è indizio solo del rapporto particolare che si era generato tra il pittore e il suo modello. Data la personalità, il carattere del modello, una donna conscia della sua bellezza e che vuol mostrare come tale bellezza si riveli anche in una parte del suo corpo solitamente privata e segreta. Una parte che in pubblico non era lecito esibire, come lo erano invece le audaci scollature che scoprivano le spalle e l’inizio dei seni.
Boldini, che all’epoca del ritratto aveva 58 anni, benché buon conversatore e uomo di spirito, non era quel che si dice un «bell'uomo». Piccolo di statura, le sue gambette reggevano una iniziale pinguedine, come può vedersi in una caricatara di Sam.
Vengono in mente Paolina Borghese che posa nuda per Antonio Canova, e la duchessa d’Alba che posa nuda per Goja. Altri tempi, altri costumi! Gli anni che vanno dalla seconda metà dell’800 alla prima guerra mondiale, sono sotto il segno del moralismo vittoriano (la Regina Vittoria faceva ricoprire persino le gambe dei tavoli!). Mentre è noto che l’epoca napoleonica era stata un’epoca libertina; che Canova era un uomo bello, mondano, elegante; e Goja un famoso seduttore che morì di sifilide.
Se mi lascio andare a queste divagazioni è per sottolineare il tipo di rapporto che si era creato tra Boldini e la splendida Donna Franca. Un rapporto fondato sulla «bellezza». Sulla voglia, da parte di Donna Franca, di rendere partecipe il famoso pittore (e c’è anche, forse, un pensiero ai posteri) di una parte non conosciuta, né conoscibile, della sua bellezza. Donna Franca fu una moglie e una madre esemplare. Su di lei, sul suo comportamento non circolò mai la pur minima dicerìa. Soltanto questo foglietto di carta — sconosciuto anche ai suoi più intimi e, ritengo, anche al marito Ignazio, ritrovato tra le sue carte segrete, così come la richiesta a Boldini da parte del marito di ridurre una scollatura considerata troppo audace, sono i segni «anomali» di una vita ineccepibile
Alla base di tutto ciò sta il patto che Franca Florio aveva fatto con la bellezza. Un patto che non poteva tradire, ma che non poteva sostenersi che con una vita privata esemplare. Come seppero tanti suoi adoratori e corteggiatori. Primo fra tutti D’Annunzio.


“l'Unità”, 11 marzo 1986

29.10.15

Pesce. Consumi e prezzi alle stelle, nel secolo della Cina (David Gallerano)

Asta record per un tonno rosso da 222 kg al mercato del pesce di Tsukiji, 
a Tokio, in Giappone: è stato venduto a 155.4 milioni di yen,  1,34 milioni 
di euro, a Kiyoshi Kimura, presidente della catena di sushi Zanmai 
Il trend è chiaro: di anno in anno mangiamo più pesce. Tutti, da Oriente a Occidente. Paesi sviluppati e in via di sviluppo. Cresce il consumo annuale prò capite, ma anche la quota degli scambi e l’occupazione in relazione alla crescita della popolazione mondiale.
I report annuali della Fao dipingono un mondo a scaglie: mai quanto oggi l’umanità ha consumato tanto pesce, o ne è stata tanto dipendente. Il che, naturalmente, è un bene. Tutti ne conoscono le grandi proprietà nutritive, la ricchezza di proteine, i grassi insaturi ad alta concentrazione di omega-3... Il pesce protegge dagli attacchi di cuore e, secondo uno studio pubblicato nel 2009 dall’Università di Goteborg, aumenta il quoziente intellettivo di chi lo consuma regolarmente.
L’appetito mondiale cresce al ritmo di un 2% di domanda annuo ma le risorse ittiche mondiali, ammonisce la Fao, non sono infinite. Anzi: l’87% degli stock globali sono da considerare a pieno sfruttamento, quando non sovrasfruttati. Alcune specie sono a rischio estinzione. La diffusione del tonno rosso nell’Atlantico occidentale si è ridotta del 64% dal 1970. Nel gennaio 2013 un esemplare è stato venduto a Tokio per 1milione 760mila dollari. Nel grande mercato della capitale giapponese scannarsi per il primo tonno dell’anno è un fatto rituale, ma in ogni caso il prezzo normale di un tonno rosso di taglia media ha ormai raggiunto i 10 mila dollari.
Kiyoshi Kimura si prepara a tagliare il tonno rosso da record e servirlo ai clienti
Nel 1992, 40 mila persone persero il lavoro in Canada in seguito al collasso della pesca del merluzzo nei grandi banchi della Newfoundland, illuminando il pianeta sulle ricadute sociali dell'overfishing.
Servirebbe un moltiplicatore, miracoloso o meno, e in realtà c’è: è l’acquacoltura, un mercato da 11,6 miliardi di dollari in crescita annuale del 5,2%. Dei 161 milioni di tonnellate di pesce prodotte ogni anno, 90 provengono dalla pesca di cattura e 71 dagli allevamenti. La Banca mondiale prevede che entro il 2030 il 62% dei prodotti ittici per l’alimentazione proverrà dalle fishfarms asiatiche.
Ma questa grande espansione, che ha peraltro un impatto ambientale considerevole e alti costi, al giorno d’oggi non è ancora in grado di calmierare il prezzo del pesce, che sta raggiungendo negli ultimi mesi record storici.
Dietro alla crescente domanda di pesce si staglia un Dragone gigante. La Cina è già il primo produttore mondiale e tra i primi esportatori. Ma adesso anche la sua fame sta aumentando. Forse il mantra dei benefici dell’omega-3 non è tanto diffuso lì quanto in Occidente, ma il discorso sulle proprietà virtuose del pesce è popolare e tramandato di generazione in generazione. Soprattutto, il consumo di risorse ittiche, come ovunque nel mondo, è particolarmente sensibile all’aumento dei redditi. In Cina, il 10% più ricco della popolazione consuma sette volte i gamberetti consumati dalle fasce più povere. Nella spesa per il maiale la differenza è solo di una volta e mezza. I cinesi si arricchiscono e negli scaffali dei tanti nuovi supermercati delle grandi città scoprono la bontà di prodotti d’importazione come ostriche, cozze e vongole. E salmone, il cui prezzo è in continua ascesa anche per via del boom mondiale del sushi.
Da qualche anno Tabitha Grace Mellory, una giovane ricercatrice di Princeton, ricorda ai congressmen americani che quello che loro, ingenuamente, chiamano il «secolo della Cina», in Cina viene chiamato «secolo degli oceani». Un rapporto dell’Unione Europea (la più grande importatrice di pesce al mondo, in gran parte dalla Norvegia e dalla stessa Cina) indica che la quantità di pescato ufficialmente riconosciuta dal governo cinese sarebbe di dodici volte inferiore a quella reale. E c’è di più. Secondo Mellory i cinesi usano i pescherecci, accompagnati da imbarcazioni militari in acque contese, come cavalli di Troia per espandere la loro influenza internazionale. Un’attività che avrebbe fatto già arrabbiare Paesi vicini come Giappone, Vietnam e Sud Corea. In un rapporto di Pechino del 2010 è scritto che «poiché le risorse biologiche marine sono la più vasta riserva di proteine nel pianeta, padroneggiare gli oceani significa padroneggiare il futuro».


“pagina 99 we”, 8 novembre 2014

I mandanti Dc di tanti delitti (Emanuele Macaluso)

Mario Scelba
Nel settembre del 1990 c'era ancora il Pci, sebbene un congresso, a inizio anno, ne avesse decretato l'imminente scioglimento in un “nuovo partito della sinistra italiana”. Qualche mese più avanti il processo sarebbe stato completato con la nascita del Pds (e di Rifondazione Comunista). In quell'anno fatidico molte erano le spinte verso l'abiura, verso il rinnegamento di ciò che il Pci aveva rappresentato in Italia dalla Resistenza in poi. Le pressioni venivano dall'esterno, dal Psi di Craxi e dalla Dc di Forlani e Andreotti in primo luogo, ma talora anche dall'interno. E spesso, nella perentoria richiesta di revisioni storiche, l'esterno faceva da sponda all'interno e viceversa.
Nel mirino furono soprattutto gli anni della Seconda guerra mondiale e della Resistenza: si accusò Togliatti di essere complice, se non addirittura, il mandante della tragedia degli alpini in Russia, si rievocarono episodi oscuri della guerra partigiana, si riprese la polemica, un tempo cara a Guareschi, del cosiddetto “triangolo della morte” in Emilia, sulle uccisioni di fascisti, di agrari e di preti filofascisti dopo il 25 aprile.
Dall'interno del Pci queste accuse trovarono una sponda in un dirigente del Pci emiliano, tal Montanari, che parlò della “volante rossa” e delle sue esecuzioni e lasciò intendere che dirigenti di rango avevano incoraggiato la cosa e che l'intero partito aveva protetto gli autori dei delitti. Un dirigente della nuova leva occhettiana d'origine torinese (uno che da tempo Napoleone Colajanni, conoscitore del partito in Piemonte, definiva “un cretino”) diede un grande valore alla “confessione” di Montanari e insistette per prendere le distanze da quella storia, da condannare senza distinguo. E' del tutto ovvio che alla violenta polemica anticomunista partecipassero non soltanto i neofascisti del Msi, ma anche la Dc e il Psi.
L'articolo che segue è la risposta che a questa campagna faziosa e piena di falsificazioni diede nella sua rubrica “Terra di tutti” Emanuele Macaluso, esponente della cosiddetta “destra migliorista” con simpatie socialdemocratiche, ma per nulla disposto a svendere l'eredità del partito di Gramsci e Togliatti. 
Lo posto non soltanto per il vigore della polemica, ma anche perché ricorda Totò La Marca, che io conobbi sindaco di Mazzarino e che era stato, oltre che dirigente del movimento contadino, partigiano con Tito, in Jugoslavia, una figura che mi è particolarmente cara. (S.L.L.)
Emanuele Macaluso
«Il Popolo chiede i nomi di autori e mandanti». 
Ho letto questo titolo sul “Messaggero” di mercoledì scorso e non credevo ai miei occhi. Il giornale della Dc chiede i nomi degli autori di delitti politici e dei loro mandanti? Questa si che è una rivoluzione politica, culturale e morale. Sono andato a leggermi il corsivo apparso lo stesso giorno sul “Popolo” e la richiesta letta nel titolo del “Messaggero” c’è ed è perentoria. Anche se è una richiesta retorica dato che si parla dei delitti commessi nel dopoguerra in Emilia per i quali i mandanti, evidentemente, sarebbero stati i dirigenti del Pci. E l’omertà, oggi, è sempre del Pci. Noi, ingiustamente, avevamo, invece, accusato la Dc, di fronte ai delitti politici, di reticenza e omertà perché da anni sul suo giornale, nei discorsi del suoi ministri, aveva detto cose ben diverse.
Qualche ricordo. I mandanti della strage di Portella della Ginestra? Dietrologia e speculazione comunista. La strage fu opera del bandito Giuliano al quale i comunisti erano antipatici e li mitragliava. E chi fu il mandante dell’uccisione di Giuliano per tappargli definitivamente la bocca? Nessuno. Lo Scelba, osannato dalla Dc come tutore dell'ordine e salvatore della democrazia, aveva nel luglio del 1950 organizzato una grande sceneggiata dove si vedevano i carabinieri, comandati dal capitano Perenze, che sparavano e «uccidevano» il cadavere di Giuliano. Il bandito com’è noto era stato ucciso, nel sonno, in casa di un capomafia di Castelvetrano, grande elettore della DC. Scelba organizzò quella sceneggiata solo per divertire il pubblico con un giallo che incuriosiva i giornalisti? Per la verità il regista in quell’occasione fece un errore banale collocando il cadavere in posizione tale per cui dalle ferite il sangue avrebbe dovuto scorrere dal basso in alto. Lo scioglimento dell'enigma del giallo fu quindi facile. Peccato. Ma in quegli anni il “Popolo” non si chiese mai se tra gli sceneggiatori e i mandanti di Portella della Ginestra e di altri delitti politici di allora ci fosse una qualche tenue correlazione. E non cercò mal di capire chi aveva offerto a Pisciotta, luogotenente di Giuliano, in una cella dell'Ucciardone, una tazza di caffè così forte da seppellirlo con tutti i suoi pensieri e i suoi ricordi.
Sempre sul “Popolo”, nello stesso giorno, il segretario provinciale della Dc di Modena, Giancarlo Bini, chiede: «Dove sono i resti mortali di Emilio Missere, segretario della Dc di Medolla, prelevato e ucciso dai "partigiani" comunisti?». Domanda legittima, anche se Bini dà l'impressione di sapere con certezza che fu prelevato da partigiani (con le virgolette, quindi falsi) comunisti (senza virgolette, quindi veri). Noi invece sappiamo dove sono i resti mortali del segretario della Dc di Camporeale, ucciso negli anni Cinquanta, quando si oppose con tutte le sue forze ad accogliere nella sua sezione il capomafia Vanni Sacco che transitava dal Pli alla Dc. Transito patrocinato dall'onorevole Giovanni Gioia, allora capo della Dc palermitana, e poi membro della Direzione e ministro della Repubblica. Come mai la Dc non chiese e non chiede ancora oggi notizie sui mandanti di quei delitto e di altri ancora come quello in cui trovò la morte il segretario della Dc di Trapani, Vincenzo Campo? Potrei continuare.
E non sto elencando i nomi del trentasei dirigenti locali del Pci, del Psi, del sindacato trucidati tra il 1944 e il 1950, con la Dc silenziosa o coinvolta. Ho detto coinvolta perché, per esempio, a Villalba, dove nel settembre del 1944 spararono a Li Causi, la Dc fu coinvolta. I colpi infatti partivano anche dalla sede della Democrazia cristiana e imputato principale della strage, col capomafia Calogero Vizzini, fu l'avvocato Beniamino Farina, segretario della sezione democristiana, mai sconfessato, nemmeno dopo la sentenza di condanna.
Ma cos’erano in quegli anni l'apparato statale e la giustizia in Sicilia e nel Sud? Pochi ricordano che in Sicilia, dopo l'arrivo degli alleati, compagni che avevano scontato anni di carcere e confino furono rispediti con accuse assurde e montature infami, nei campi di concentramento nel Nord-Africa. Nel 1944 in Sicilia si svolsero imponenti e violente manifestazioni contro il richiamo alle armi per partecipare alla guerra di liberazione e in alcune zone, come il Ragusano, assunsero caratteri insurrezionali. Il Pci contrastò quei moti, molti giovani comunisti si arruolarono nell'esercito di liberazione nazionale, ma la repressione si abbatté dopo solo sui militanti comunisti, arrestati, processati davanti ai tribunali militari e dopo mesi e anni scarcerati perché innocenti. Un giornale certo insospettabile del tempo, il “Corriere di Catania” resocontando quei processi, nel novembre del 1945, dimostrava l’innocenza del vicesegretario della sezione di Scicli, Vittorio Boscarino e di altri compagni e notava che tra gli arrestati non c'erano invece né fascisti, né separatisti che capeggiarono la rivolta. C'era invece «lo studente Vincenzo Pomelli, partigiano in Maremma, comunista che aveva meritato una segnalazione speciale dal generale Alexander». Negli anni successivi altri comunisti di Scicli come di tanti altri comuni siciliani, furono arrestati, grazie a Scelba, nel corso delle lotte bracciantili e contadine. Il segretario della Camera del Lavoro di Scicli, Peppino Speranza, si sottrasse all'arresto e alla «giustizia» espatriando, come fece anche Salvatore La Marca, il dirigente dei contadini di Mazzarino di cui parla Vincenzo Consolo nel suo libro Le terre di Pantalica.
Cosa dire oggi? Quei compagni si sottrassero alla giustizia del loro paese o a una infame e ignobile persecuzione in anni in cui non era possibile ottenere giustizia? Io penso che si sottrassero ad una persecuzione. “Il Popolo” in altro suo corsivo apparso venerdì scorso scrive: «Noi siamo orgogliosi del nostro scelbismo». Bravi, non ne dubitavamo.


l’Unità Lunedì 10 settembre 1990

Il “patto scellerato”Germania-Urss del 1939 e i falsi moderni (Bruno Morandi)

“La seconda guerra mondiale fu scatenata dall’attacco di Hitler e Stalin alla Polonia, dopo un accordo segreto - rivelato oggi - per la spartizione dell’Europa orientale, accordo che a sua volta era il logico punto di arrivo di una convergenza fra due regimi totalitari”. È questo il messaggio che nei giorni scorsi un giovane un po’ ignaro avrebbe ricavato dai titoli dei giornali, in occasione del cinquantenario dello scoppio della guerra. Ma nessuna giustificata indignazione per il cinismo di Stalin, e per i disastrosi effetti del patto tedesco-sovietico sulla sinistra europea, può esimere dall’affermare che si tratta di un messaggio falso.
La prima cosa che va precisata, come questo giornale ha fatto più volte, è che i protocolli segreti annessi al patto non sono una rivelazione di oggi - la novità è che solo oggi i sovietici ne riconoscono (tardivamente) l’autenticità - perché furono ritrovati fra i documenti tedeschi alla fine della guerra e sono riportati in tutta la pubblicistica occidentale. E inoltre che i patti, e le relative appendici segrete, sono due, uno più generico sulle rispettive «sfere di influenza» firmato il 23 agosto 1939 e l’altro, che configura una vera e propria spartizione (e aggiunge alla sfera sovietica la Lituania, prima assegnata ai tedeschi) firmato il 29 settembre; quest’ultimo particolarmente odioso - c’è anche un impegno a perseguitare ognuno gli avversari dell’altro - ma relativo a una fase successiva allo scoppio della guerra.
Il primo accordo ha una storia precisa, inseparabile da quanto avvenuto un anno prima alla conferenza di Monaco. Non si può ignorare - come spesso accade oggi - che gran parte della diffidenza di Stalin nei confronti delle potenze occidentali traeva origine da quell’accordo, con il quale Chamberlain e Daladier avevano ritenuto di decidere il destino della Cecoslovacchia con Hitler e Mussolini escludendo l’Unione sovietica. E come i loro successori hanno poi riconosciuto, lo avevano fatto nel modo più cinico e autolesionista: strappando con un diktat alla Cecoslovacchia il territorio dei Sudeti, cioè l’intera fascia di confine con la Germania con tutte le sue moderne fortificazioni, violando ogni garanzia precedentemente fornita a quel paese e liquidando così un prezioso alleato contro Hitler (che poi riconobbe di avere bluffato, ammettendo che in quel momento l’esercito tedesco non era in grado di superare quelle fortificazioni).
Come è noto il patto di Monaco, e la «garanzia perpetua» tedesca ai nuovi confini cechi, durarono meno di sei mesi. Quando nel marzo ’39 la Germania smembrò e occupò quel che restava della Cecoslovacchia, Francia e Inghilterra si resero conto di quanto valessero gli accordi con Hitler: come si è appreso dai verbali trovati dopo la guerra, questi vedeva in ogni concessione una prova della decadenza delle democrazie occidentali, e quindi la possibilità di una nuova aggressione. E si trovarono a dover garantire alla Polonia, che già si profilava come nuova vittima di Hitler, un appoggio logisticamente difficilissimo e ancora più inseparabile da un accordo con i sovietici, che questa volta era anche ostacolato in ogni modo dagli incoscienti militari che governavano la Polonia.
Ne seguì la fatale estate 1939 in cui Stalin tempestava per una immediata riunione con rappresentanti militari anglofrancesi forniti di pieni poteri; mentre i governi di quei paesi, premuti dalla destra interna e dall’antisovietismo dei fascisti polacchi, gli inviavano - non in aereo ma in nave - una delegazione guidata da un ammiraglio richiamato dalla riserva, priva di poteri reali ed esplicitamente incaricata di perder tempo. Fu a questo punto, poco prima di ferragosto, che Stalin cominciò a venire incontro alle proposte di accordo di Hitler, che aveva già fissato l’attacco alla Polonia; e dopo un ultimatum alla delegazione anglo-francese per un accordo militare immediato diede il via al patto Ribbentrop-Molotov, per firmare il quale Hitler rinviò di una settimana l’invasione.
Da questo succinto riassunto dei fatti, tutti risultati da documenti ufficiali e oggi non contestati da nessuno, esce assolutamente smentita ogni particolare propensione di Stalin all’accordo con la Germania, anche dopo Monaco. E non si può nemmeno sostenere che il patto, che certamente tranquillizzava Hitler rispetto ai timori di una guerra su due fronti, abbia determinato l’invasione della Polonia; oggi sappiamo - sempre grazie ai preziosi verbali ritrovati in Germania dopo la guerra - che il disprezzo di Hitler per le «smidollate democrazie» gli faceva sperare di poter rinviare comunque lo scontro a Occidente, e che egli fu in una certa misura colto di sorpresa dal fatto che questa volta esse rispettassero gli impegni dichiarando la guerra.
Un simile giudizio, che giustifica sostanzialmente la firma sovietica del primo patto - o almeno ripartisce fra tutti i membri della futura alleanza anti-nazista la responsabilità di non aver saputo fermare Hitler quando ancora era possibile - non può però essere esteso al «trattato tedesco-sovietico di amicizia e delle frontiere» firmato dopo la sconfitta in quindici giorni dell’esercito polacco e l’occupazione da parte di Stalin, nella seconda metà di settembre, della «sua» fetta di Polonia; e tanto meno ai successivi comportamenti di quest’ultimo. La trasformazione della linea di demarcazione del primo patto in definitiva spartizione (sembra che sia stato proprio Stalin il primo a proporre di non lasciare in vita nessuna porzione dello Stato polacco), e delle altre «zone di influenza» in pura e semplice annessione delle repubbliche baltiche e nella successiva aggressione alla Finlandia, rappresentano l’avvio di una politica cinica e brutale, pronta a mercanteggiare con Hitler rifornimenti e basi navali al Nord in cambio di vantaggi territoriali; e anche, come è ormai quasi certo, a sterminare a Katyn gli ufficiali polacchi. E che con tragiche conseguenze viene anche presentata al movimento comunista internazionale come qualcosa che ha anche delle giustificazioni teoriche, al di là di un puro e semplice «stato di necessità».

Si può ritenere che a un certo punto Stalin abbia realmente creduto in un’alleanza stabile? Non ne ho notizia, anche se non c’è dubbio che l’alleanza è stata rotta dalla Germania e che l’aggressione del giugno 1941 abbia colto Stalin di sorpresa; e purtroppo le inesauribili rivelazioni sulle sue imprese inducono ormai ad aspettarsi qualsiasi cosa. Ma va anche aggiunto - sia pure con magra soddisfazione perché questa certezza viene soprattutto da Hitler - che una simile convergenza, lungi dall’essere un logico «incontro fra totalitarismi», non ha fatto parte in nessun momento del novero delle cose possibili: l’eliminazione dell’Unione sovietica e lo «spazio vitale» all’Est erano un punto fondativo dei programmi e della cultura nazisti, ed è certo che ogni istante del cupo anno e mezzo in cui Stalin e Hitler si sono ritrovati alleati sia stato vissuto, forse dal primo ma sicuramente dal secondo, esclusivamente come momentaneo rinvio di uno scontro che era scritto nell’ordine delle cose.

"il manifesto", 24 agosto 1989

Sotto la gronda... Una poesia di Toti Scialoja

Sotto la gronda gridano le rondini:
"Sono grandìni i chicchi della grandine!"

da Amato topino caro, Bompiani, 1971

Netanyahu (S.L.L.)

Leggo su una nota dell'ANSA: “Benyamin Netanyahu in un discorso al Congresso mondiale sionista ha addossato la responsabilità della Shoah ai palestinesi. All'epoca Hitler - ha detto il premier - voleva espellere gli ebrei non sterminarli, ma fu convinto alla Soluzione finale dall'allora Muftì di Gerusalemme Haj Amin al-Husseini, timoroso di un loro arrivo in Palestina sotto mandato britannico”.
Poi, dopo le reazioni, aspre perfino tra gli israeliani, contro codeste falsificazioni revisioniste, il capo del governo israeliano ha fatto marcia indietro.
Ma non si è trattato di ignoranza o di una occasionale farneticazione. Il senso politico del discorso è evidente: per questo individuo la responsabilità dello sterminio degli ebrei in Europa è da attribuire più al muftì di Gerusalemme che a Hitler, più ai Palestinesi che ai Tedeschi. C'è la volontà di alimentare un clima d'odio generalizzato e feroce contro i palestinesi, con una leggenda che ha la stessa funzione che avevano nella Germania nazista i Protocolli dei Savi di Sion.


Commento fb, 21 ottobre 2015

A Perugia in un giorno d'autunno (S.L.L.)

Sul minimetrò che s'arrampica da Fontivegge alla Cupa l'altro giorno trovo una mamma con due bambine, sei e tre anni.
La grande è sorridente, la piccolina con occhi penetranti, attenta a tutto.
La bimba si accorge che lo spicchio di vetro ad angolo, vicino al posto ove siede, è appannato e che c'è qualche goccia d'acqua.
Fa: "E' piovuto?".
E la mamma: "No, per fortuna".
La piccola insiste: "Ma è bagnato!".
La mamma, paziente e amorevole: "È l'umidità".
Ma la bambina scuote la testa, non è convinta: "È il minimetrò che suda!".

Rifeudalizzazione (S.L.L.)

Ruggiero Romano
Ha scritto il mio amico Ciu En-lai nel "Quotidiano dell'Umbria.it" che, insieme con la liquidazione di Ignazio Marino, il capintesta toscano vuole il ridimensionamento di Orfini, che - con il suo appoggio - gli aveva portato in dote i gruppi dirigenti locali del Pd. Ora, a capo delle città e delle regioni, Renzi vuole dei suoi fedelissimi senza mediazioni. I vecchi capataz, se vogliono conservare il potere, dovranno entrare nelle sue grazie e fare "omaggio" di se stessi, dichiararsi "uomini suoi".
Si annuncia qualcosa che somiglia al "feudalesimo perenne", la categoria che usò Ruggiero Romano nel primo volume della Storia d'Italia Einaudi per individuare i caratteri distintivi del "caso italiano", cioè un potere che si regge prevalentemente su relazioni e subordinazioni da persona a persona. I capi locali del Pd a venire somiglieranno sempre più ai "ras" del fascismo, il cui potere dipendeva dalla fiducia del capo e dal legame personale con lui.
Qualcosa del genere (imporre un potere personale in periferia attraverso la scelta di fiduciari), nella storia repubblicana, l'aveva tentato Fanfani, ma lo bloccarono prima la rivolta dei siciliani di Milazzo, ostili al viceré fanfaniano La Loggia, e poi i "dorotei" nella famosa crisi della Domus Mariae del 1959.

Per liberarci di Renzi dovremo aspettare un nuovo 25 luglio o basterà una congiura di oligarchi e di notabili benedetta dalla Chiesa? 

Nota fb 28 ottobre 2015

Ammazza ammazza (S.L.L.)

Dal barbiere trionfa il luogocomunismo.
I delinquenti albanesi e romeni vengono a fare le rapine qui - dicono - perché da loro la polizia spara per prima senza pietà, senza proporre rese e senza neppure accertarsi se il ladro è armato o disarmato. Qui invece vengono per accompagnare le badanti, fanno il colpo e se ne vanno.
Dubito che ci sia molto di vero, ma nell'ignoranza taccio.
In America poi - aggiungono - è un paradiso: i cittadini possono provvedere alla propria difesa con armi da fuoco in casa e fuori casa.
Li interrogo: "Siete proprio sicuri che lì ci sia meno violenza criminale, ci siano meno rapine, meno padroni di casa e poliziotti morti ammazzati nelle rapine?". Lascio volutamente da parte le vite dei rapinatori che a costoro sembrano valere meno che niente.
No, non sono sicuri, ma...
Approfitto dell'incertezza per collocare il mio discorsetto.
Dico: Se ci si affida alla sicurezza fai-da-te, gli unici che possono stare tranquilli sono i grandi signori e i grandi mafiosi che possono permettersi milizie armate al loro servizio. Per tutti gli altri armarsi aumenta i rischi: i rapinatori quasi sempre sparano per primi. Se davvero ci sono tanti accompagnatori di badanti pronti alla rapina e all'assassinio è lo Stato che deve intervenire, con controlli più efficaci, sorvegliando meglio il territorio.
Aggiungo un po' demagogicamente: con le tasse che paghiamo dovrebbero garantirci un po' più di sicurezza.
Dicono sì, ma... In realtà non sentono ragioni e non seguono ragionamenti. Con tanta gente che attizza il fuoco e con tanta altra che lo diffonde è difficile frenare gli istinti belluini. 

Nota fb 27 ottobre 2015

Essere coop (S.L.L.)

Dentro i negozi della Coop Centro Italia manifesti con la scritta "Essere Coop". 
Mi sono chiesto: "Cosa sarà mai un essere coop? In che cosa si distingue da un essere umano normale?".
Mi sono allora ricordato come l'insulto principe delle mie parti, quello che investe la disponibilità sessuale della mamma dell'insultato, venisse un tempo declinato in vari modi, talora in forma enfatica ("gran figliu di celebri buttana"), talora in forma ironica: "figliu di 'na cooperativa di patri". 
E' possibile che un "essere coop" sia proprio quello, il figlio di una cooperativa di padri? 

Stato fb 27 ottobre 2015

Guicciardinismo (S.L.L.)

Ho letto su fb il 27 ottobre una riflessione dello storico Giuseppe Carlo Marino: “Mi pare proprio che gli italiani abbiano sempre più a noia la politica e ogni conversazione su questioni politiche. Qui, nel cuore più veritiero e fondante dell'"italianità" (di cui rimango mestamente orgoglioso), mi è più facile riconoscere quanto il costume italico prediliga il "particulare" a scapito del cosiddetto "bene comune". Guicciardini prevale alla gran lunga su Machiavelli. Di tutto questo è insieme causa ed effetto la crisi organica dei partiti e delle ideologie. Una crisi forse insuperabile di cui è stata soprattutto vittima la Sinistra”.
Ho così commentato: “Mi convince l'ipotesi di un "guicciardinismo" diffuso, cioè di un potere di gruppi notabilari senza valori e senza progetti, attenti solo alla propria autoperpetuazione; e di una chiusura nel "particulare" anche degli strati sociali intermedi. (I ceti più deprivati e compressi sono sempre un po' chiusi nel loro particulare, se non c'è l'egemonia di un principe o di un partito-principe). Il paradosso è caso mai nel fatto che proprio da Firenze arriva a Roma un capo che esige un omaggio vassallatico dai potentati locali. Niente di machiavelliano o di machiavellico, in ogni caso: il capo in questione non ha alcun progetto di "Italia Nuova" o di “bene comune”. Il suo orizzonte è il "galleggiamento", come per i ceti che guardano a lui come a un'àncora di salvezza”.

28.10.15

Epitaffi di poeti latini (Aulo Gellio, Notti Attiche, I, XXIV)

Aulo Gellio mentre scrive le Notti Attiche
Frontespizio d'una edizione olandese (1700 ca.)
Tre illustri poeti, Gneo Nevio, Plauto e Marco Pacuvio, composero personalmente il proprio epitaffio e lo lasciarono da incidere sulla propria tomba. In virtù della loro eccellenza e bellezza ho ritenuto di doverli trascrivere in questi miei appunti.
L’epitaffio di Nevio è gonfio della superbia campana; poteva essere una giusta testimonianza se non l’avesse scritto lui stesso:
Se agli immortali fosse dato di piangere i mortali,
le divine Camene piangerebbero Nevio, il poeta.
E dopo che all’Orco egli fu consegnato come tesoro,
a Roma non sanno più parlare in lingua latina.
L’epitaffio di Plauto avremmo dubitato che sia di Plauto, se non fosse citato da Marco Varrone nel primo libro Sui Poeti:
Dopo che Plauto ha raggiunto la morte, piange la Commedia,
è deserta la Scena, e il Riso, il Divertimento, lo Scherzo
e i Ritmi innumerevoli, tutti insieme sono scoppiati in lacrime.
L’epitaffio di Pacuvio è pieno di modestia e di purezza, degno della sua elegantissima gravità:
Anche se vai di fretta, o giovane, quest’umile pietra
ti prega di guardarla, e poi di leggere quel che c’è scritto.
Qui del poeta Marco Pacuvio giacciono
le ossa. Questo solo volevo: che tu non lo ignorassi. Addio.

Postilla
Aggiungo, a corredo, il testo latino dei tre epitaffi, la cui autenticità in vero è stata dagli studiosi variamente discussa e da non pochi negata.

Nevio
Inmortales mortales si foret fas flere,
flerent divae Camenae Naevium poetam.
Itaque postquam est Orcho traditus thesauro,
obliti sunt Romae loquier lingua Latina.

Plauto
Postquam est mortem aptus Plautus, Comoedia luget,
Scaena est deserta, dein Risus, Ludus Iocusque
et Numeri innumeri simul omnes conlacrimarunt.

Pacuvio
Adulescens, tam etsi properas hoc te saxulum
rogat ut se aspicias, deinde quod scriptum est legas.
Hic sunt poetae Pacuvi Marci sita

ossa. Hoc volebam, nescius ne esses. Vale.

Il silenzio. Una poesia di Federico Garçia Lorca

Ascolta, figlio mio, il silenzio.
È un silenzio ondulato,
un silenzio,
dove scivolano valli ed echi
e che inclina le fronti
al suolo.

Oye, hijo mío, el silencio.
Es un silencio ondulado,
un silencio,
donde resbalan valles y ecos
y que inclina las frentes
hacia el suelo.

27.10.15

Dario Argento. Di che cosa è fatta la paura (Antonella Lattanzi)

Dario Argento, Inferno (1980)
C’è un uomo intrappolato tra due vetrate come in una gabbia di cristallo. Una dà sulla strada, l’altra su una sala bianca infestata da immani sculture deformi, scure. Nella sala c’è una donna vestita di bianco. Un uomo in nero, il viso coperto, l’accoltella allo stomaco. Poi scappa. Aiutami!, grida la donna all’uomo nella gabbia; ma quelle grida ci arrivano mute. Perché, insieme al testimone, anche noi siamo chiusi nella gabbia; sordi in un silenzio claustrofobico. Il testimone prende a pugni le vetrate, urla alla donna Aprimi!, e lei vorrebbe farsi salvare ma le forze l’abbandonano, cade a terra.
Mentre il sangue rosso s’impossessa del suo vestito bianco, la donna striscia sul pavimento su cui si apre una grossa traccia scarlatta, e infine, gli occhi imploranti fissi negli occhi del testimone, muore. «Spesso», dice Dario Argento in Paura (la sua autobiografia, a cura di Marco Peano, appena uscita per Einaudi), «prima di scrivere una sceneggiatura, mi dico che quella vicenda in realtà è stata già raccontata, esiste da qualche parte, e io devo semplicemente ricordarla».
Dario Argento ha trentanni quando esce il suo primo film, L’uccello dalle piume di cristallo. Tutto ha inizio da un sogno. C’è lui nella gabbia di vetro, è lui che vuole salvare la donna; ma «più davo pugni sul vetro per avvisarla, più gridavo e mi dibattevo disperato, più mi rendevo conto che nessuno mi sentiva».
Dalle prime esperienze come giornalista/critico cinematografico per “Paese Sera” alla scoperta: sono un regista!, dalle difficoltà per girare il primo film al successo mondiale, da L’uccello dalle piume di cristallo a Profondo rosso al progetto di The Sandman, dall’eterna domanda «Perché uccide sempre le donne?» alla naturale risposta: «Perché amo lavorare con loro»; dal rapporto col cinema di Hitchcock agli incontri con grandi come Morricone, Bava, Leone, Polanski.
Con sincerità entusiasmante, severità verso i propri risultati, riconoscenza: prima di tutto verso il padre Salvatore, figura centrale della sua vita, che fonderà la casa di produzione Seda perché il primo film di suo figlio, da tutti rifiutato, veda la luce. «Col tempo ho imparato che ogni volta che fai qualcosa di nuovo, un salto in avanti rispetto al tuo percorso, all’inizio questa decisione non piace. La gente vuole rassicurazioni, e io mi guardo bene dal fornirgliele». Ed è quello che fa Argento: inventa una nuova grammatica del cinema, lottando contro la censura ma pure contro chi, dopo il successo di un suo film, ne vuole sempre un altro uguale, un altro uguale. «Volevo un film», scrive, «come nessuno aveva fatto».
Non solo un’autobiografia, non solo un pezzo di storia del cinema e della storia in cui il suo cinema nasce e vive - il post’ 68 e gli anni di piombo, per esempio - in Paura Dario Argento fa un racconto più ampio di una vita e di una professione: il libro è anche un viaggio nell’officina dell’artista e, di più, una riflessione sull’arte. E questa la vera anima di Paura, libro prezioso non solo per chi già ama Argento ma pure per chi ancora non lo conosce, e per chi con passione s’interroga sul fatto artistico. «Thriller, horror, fantastico, terrore, giallo, noir... sono soltanto parole che usiamo per definire i nostri sogni». Il sogno e la solitudine sono materia della vita come dei film: da sempre Argento si dibatte tra isolamento e condivisione, tra l’amore per le figlie e quello per l’adorato, battagliato cinema. Come ogni passione, il cinema è la più estatica delle esperienze come la più crudele; ti scaglia tra le stelle come ti tira giù, magnetica, cupissima, dentro lo sconforto; e poi daccapo. E Argento lo racconta.
Una passione forte non è solo un dono: è anche un’arma contro se stessi e quelli che più amiamo. Anche questo Argento racconta: la crudeltà dei sogni. Poiché l’autore è questo: un estraneo rinchiuso in una gabbia che disperatamente tenta di comunicare con l’esterno, di mutare in parole - in immagini - il sogno che ha chiuso nella testa. Solo con una ferrea volontà che sconfina nel folle, a volte nello spietato, ci si può guadagnare splendidi, rarissimi momenti, in cui si riesce a coniugare sogno con immagini, intenzione con risultato. Cioè: a comunicare con il pubblico.
«So cosa vuol dire essere diverso dagli altri perché l’ho vissuto. E allo spettatore volevo far provare la stessa cosa». Poiché l’autore di ogni forma d’arte è proprio questo: un mezzo attraverso cui far passare una storia, nella speranza che questa storia sarà tua, parlerà di te.  

"pagina 99 we", 8 novembre 2014

Simmaco e Sant'Ambrogio. Alle origini dell'intolleranza (Lidia Storoni)

Se c'è una città italiana moderna, europea, è Milano. Sembra immune dal peso di quel passato che vincola l'edilizia e ingombra il traffico con le sue presenze monumentali. Non vi si riconosce neanche, come a Torino e a Bologna, il cardo e il decumanus, le due vie ortogonali Nord-Sud, Est-Ovest che i romani tracciavano quando stabilivano un accampamento o ripartivano i lotti coltivabili con il sistema detto centuriatio.
Tutto si cerca a Milano fuorché l'archeologia: si visita Sant'Ambrogio fuori mano di perfetto stile romanico e il Duomo d'imperfetto gotico; si ammira il Bramante delle Grazie e, nonostante i restauri, l'Ultima Cena di Leonardo; si rievocano gli Sforza e i Visconti; nei palazzi signorili del 700 e dell'800 dalle belle cancellate sembra d'intravedere il profilo dei Verri e del Manzoni; alla Scala si guarda con venerazione il podio dove diressero Verdi e Toscanini. Ma a Milano chi cerca i Celti, i Galli, i Romani, chi vi riconosce la capitale d'occidente che si contrappose a Roma?
Ci ha pensato un archeologo che insegna a Trieste ed è stato per molti anni Soprintendente alle Antichità della Lombardia, Mario Mirabella Roberti. In un volume illustrato edito da Rusconi (Milano romana) segnala, capitolo per capitolo, i ritrovamenti fortuiti avvenuti sotto gli edifici moderni, descrive in modo rigoroso e limpido tutto ciò che è rimasto o è stato ricostruito dopo gli incendi di Attila e di Federico Barbarossa e ciò che la città rinascimentale e moderna ha sepolto nei secoli: mura, torri, terme, teatro, circo, palazzo imperiale, chiese paleocristiane, affreschi, sculture, sarcofagi, mosaici; e ripercorre l' evoluzione urbanistica della città e la sua storia.
All'infuori delle colonne e dei mosaici absidali di San Lorenzo Maggiore, le vestigia visibili non sono molte. Tra le sculture, c'è al Castello Sforzesco una bellissima testa detta di Teodora; ma Raissa Calza e Bianchi Bandinelli ritenevano che potesse essere Galla Placidia. Ma se poniamo queste poche pietre nel loro momento storico, vediamo svolgersi una vicenda culturale e politica di rilievo nella storia d'Italia.
A Milano repubblicana, già importante per la produzione agricola e laniera, fece gli studi Virgilio diciassettenne; vi si fermò Ottaviano, di ritorno dalla vittoria su Antonio e Cleopatra; nel Capitolium, dove fu ricevuto con il dovuto ossequio, notò - riferisce Plutarco - la statua di Bruto ma non fece commenti (ci vuol altro per far batter ciglio a certi politici). Nel III secolo Gallieno respinse i barbari dalle mura della città e Diocleziano, che aveva stabilito la capitale d'oriente a Nicomedia, vi incontrò Massimiano, il collega d'Occidente, che aveva scelto Milano. Dichiarandosi discendenti diretti da Giove il primo, da Ercole il secondo, nel 291 si presentarono con le formalità rigide e l'aspetto ieratico che si convenivano a sovrani divinizzati: "Che momenti, dèi buoni!", scrive estasiato il panegirista; "che spettacolo fu vedervi apparire l'uno a fianco dell'altro per coloro che erano ammessi a adorare i vostri sacri volti! e quando, saliti su uno stesso cocchio, attraversaste la città, con quali grida di esultanza uomini, donne, vecchi e bambini si precipitarono nelle strade, si sporsero dalle finestre per acclamarvi! Roma stessa, rapita dal gaudio della vostra vicinanza, cercava di scorgervi dall'alto dei suoi colli...".
Ma la vista da vicino degli imperatori a Roma era sempre più rara: a Milano Costantino firmò il famoso editto che concedeva libertà di culto ai cristiani e dette l'avvio alla costruzione delle prime chiese. Operò, soprattutto, a Milano la più alta autorità della Chiesa alla fine del IV secolo, Ambrogio, eletto vescovo per acclamazione nel 374: egli persuase il giovane imperatore Graziano a revocare un editto di tolleranza di cui non resta traccia nel codice e ad emanarne uno di totale distacco della corona dai culti pagani; pochi anni dopo, fu Teodosio ad essere spiritualmente soggiogato dal vescovo, tanto da promulgare il famoso Editto di Tessalonica, nel quale chi non era cattolico ortodosso conforme al dogma di Nicea veniva posto non solo fuori della legalità, ma addirittura definito pazzo.
Ancora: a Milano Ambrogio battezzò un giovane studioso di filosofia che, nel suo anelito a una purezza spoglia ed essenziale, dopo un tormentato percorso attraverso varie dottrine, era approdato al cristianesimo, l'africano Agostino. E qui, in una delle chiese rintracciabili soltanto da scarsi ruderi sottoterra, il pugnace vescovo combatté le sue battaglie più aspre, tenne testa all'imperatrice madre Giustina, cristiana ma di confessione ariana, la quale voleva uno degli edifici sacri esistenti in città per i seguaci della sua setta. Per impedire che gli fosse requisita la chiesa con la forza, Ambrogio la occupò con i fedeli tutta la notte; e per vincere in loro il sonno e la paura, li fece cantare quegli inni sacri che segnano la prima partecipazione del popolo al culto e introducono la rima in latino. Emaciato, inflessibile in quel pallio senatoriale di lana bianca che gli vediamo indosso nel ritratto a mosaico di San Vittore (non esisteva ancora l'abito del religioso), rimase tutta la notte ritto davanti all'altare: come nelle chiese post-conciliari, quell'altare guardava i fedeli.
Quando, con fragore d'armi, grida e svenimenti delle donne, entrarono i soldati Goti della guardia imperiale a prender possesso dell'aula sacra, li fermò lo sguardo magnetico e l'energia sovrumana di Ambrogio. Non osarono agire e piegarono le ginocchia per unirsi alle preghiere: "sono venuti i popoli stranieri", scrisse Ambrogio alla sorella, con una frase che sembra presagire le grandi invasioni imminenti, "ma hanno ricevuto il retaggio di Cristo. Sono fratelli coloro che prima erano nemici...".
Davanti a una delle chiese milanesi il vescovo impose penitenza, rifiutandogli l'eucarestia per tre giorni, all'imperatore Teodosio per il massacro di Tessalonica, compiuto per suo ordine (una rappresaglia "esemplare" per l' uccisione d'un alto ufficiale barbaro); qui, al cospetto delle massime autorità, del Capo di Stato Maggiore Stilicone e dei figliuoletti Onorio e Placidia, Ambrogio pronunciò la splendida orazione funebre del sovrano cattolico, protettore della Chiesa, prima che la salma fosse trasportata a Costantinopoli.
Qui, certamente nella sala del trono del palatium scomparso, al cospetto del giovanissimo Valentiniano II, Simmaco, prefetto di Roma, pronunciò il canto del cigno del paganesimo romano. S'era recato a Milano per implorare il sovrano adolescente di non togliere dall'aula del Senato di Roma la statua della Vittoria che vi aveva collocato Augusto. Davanti ad essa, entrando, bruciavano un granello d'incenso i Padri Coscritti: era il simbolo della potenza romana e mai come in quel secolo funestato dalle invasioni era necessario propiziarsela. Il discorso di Simmaco è nobilissimo; invoca soltanto tolleranza religiosa, com'era nel costume di Roma. L'Urbe, ormai canuta e veneranda, si presenta a vantare le sue memorie: ormai, dice, è tardi, non se la sente di cambiare i suoi dèi. E del resto, la molteplicità dei culti non è che adorazione in varii modi d' una divinità che è unica, e consente di procedere sul cammino della salvezza per più vie: "Contempliamo tutti gli stessi astri", disse l'oratore, "il cielo è per tutti lo stesso, uno stesso universo ne circonda. Che cosa importa attraverso quale dottrina ciascuno cerca la sua verità? non si può accedere a un mistero tanto alto per una sola via...".
Ma Ambrogio, in quel dibattito estremo, rispose con la famosa epistola, quasi un'apologia postuma, che rimase senza replica. Pose, con grande splendore stilistico, la pietra miliare dell'intolleranza della Chiesa, affermando: "Cristo ha detto: "Io sono la Via"".


“la Repubblica”, 4 novembre 1984

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