24.1.15

“Eredità ancestrale”. Le SS riscrivono la storia nel nome della razza (Saverio Ferrari)

L’Ahnenerbe fu qualcosa di più di una semplice organizzazione collaterale delle SS. Nata nel 1935 come associazione privata per la ricerca storica e preistorica per iniziativa di Heinrich Himmler e di un piccolo gruppo di soci, finì successivamente per essere totalmente inglobata nell’universo SS.
L’Ahnenerbe, letteralmente «Eredità ancestrale», aveva lo scopo di «esplorare e ricercare lo spazio, lo spirito, l’azione e l’eredità delle razze nordiche indogermaniche e trasmettere questi insegnamenti di vita al popolo». Nel 1939 giunse a controllare diverse decine di istituti di ricerca e a gestire circa cento progetti contemporaneamente, come testimoniò il suo direttore amministrativo, Wolfram Sievers, con una dotazione annuale di ben un milione di marchi dell’epoca. Una struttura imponente e complessa, con a disposizione una grande villa in uno dei quartieri più ricchi di Berlino, più di cento studiosi e scienziati a libro paga e decine di impiegati di supporto.
Quando nel settembre 1946 i giudici Alleati definirono a Norimberga le SS di Himmler una «organizzazione criminale», a essere colpita fu anche questa sua branca interna. A lungo sottovalutata, se non ignorata negli studi sul nazismo (qualcuno apostrofò i suoi aderenti come «compagni di viaggio inoffensivi») l’Ahnenerbe riaffiorò suo malgrado, senza essere nominata, in alcune pellicole cinematografiche di grande successo come I predatori dell’arca perduta o Sette anni in Tibet. Ora, finalmente, a questa storia è dedicata l’attenzione dovuta. È del 2006 Il piano occulto. La setta segreta delle SS e la ricerca della razza ariana, un’accurata ricostruzione della genesi e del ruolo svolto dall’Ahnenerbe, a cura della storica canadese Heather Pringle (Lindau editore). Adesso è la volta de La svastica e la runa. Cultura ed esoterismo nella SS Ahnenerbe di Marco Zagni, prefazione di Giorgio Galli (Ugo Mursia Editore).
Il primo presidente de l’Ahnenerbe fu Herman Wirth, un teorico della preistoria di origine olandese. Elaborò una visione del passato e dell’archeologia secondo la quale la primitiva razza nordica che abitava le zone polari tra i quarantamila e i ventottomila anni prima di Cristo era poi migrata verso sud, a causa della forte glaciazione dei territori d’origine, in Asia, in America, in Europa, nell’area mediterranea e nell’Egitto. Questa popolazione aveva sviluppato un alto livello di civiltà, a carattere
matriarcale ed era promotrice di un culto monoteistico solare. A essa si doveva risalire anche per l’esistenza dell’Atlantide platoniana. Messo sotto accusa nelle SS, proprio per questa sua interpretazione matriarcale, Wirth, in contrasto con i sostenitori del ruolo storico dominatore delle tribù indogermaniche, fu sostituito nel 1938 alla guida dell’Ahnenerbe con l’orientalista Walther Wust.
Lo scopo ultimo dell’Ahnenerbe fu quello di produrre miti attraverso la manipolazione e la distorsione della verità, adattandoli alle idee di Adolf Hitler, convinto che agli ariani, questa immaginaria popolazione di uomini e donne biondi, slanciati e con gli occhi azzurri, provenienti dal Nord Europa, dovesse essere fatta risalire l’origine della civiltà, dall’invenzione della scrittura, della musica e delle arti visive, allo sviluppo dell’agricoltura e dell’architettura. Una razza superiore, progenitrice dei tedeschi, da situare al centro della storia dell’umanità, dove, in una presunta scala di gruppi sociali, all’ultimo posto dovevano essere collocati gli ebrei, i «distruttori della cultura», la cui «esistenza», come scrisse Adolf Hitler nel Mein Kampf, «è come quella del parassita: ovunque compare, il popolo ospite muore». Per queste ragioni la storia ufficiale, fino ad allora trasmessa e conosciuta, doveva essere totalmente ribaltata, riscrivendo ex novo il quadro del mondo antico.
A questo servì l’Ahnenerbe. Un disegno tutt’altro che neutro. Occorreva, infatti, impossessarsi del lontano passato per legittimare la conquista dei territori ritenuti un tempo ariani e soprattutto lo sterminio delle razze inferiori che li infestavano. Sotto la supervisione di Himmler furono anche poste le premesse per il varo di una nuova religione, su basi indogermaniche, utile al nazismo, operando una separazione fra ebraismo e cristianesimo e avanzando l’ipotesi di un Gesù ariano. Un progetto che non ebbe il tempo di concretizzarsi. Diverse furono le spedizioni archeologiche condotte dall’Ahnenerbe, sia in Germania sia all’estero: presso Colonia (per riportare alla luce un sistema difensivo delle tribù germaniche del tempo delle guerre contro Roma), a Bad Durkheim (alla ricerca di simboli runici su pareti di roccia), nel sito delle Externsteine (un complesso megalitico nella foresta di Teutoburgo ritenuto un antico santuario pagano dedicato al culto del sole).
All’estero, prima della guerra, furono organizzate numerose missioni nel Nord Europa, in Norvegia,
Danimarca, Fiandre e Olanda, ma anche in Svezia (alla scoperta di antiche incisioni rupestri), in Finlandia (sulle orme degli stregoni), in Croazia (per decifrare le iscrizioni di antichi palazzi), in Francia (nelle cave paleolitiche), in Iraq (presso le rovine dei templi dei re dei Parti), solo per citarne alcuni. Famosissima la missione in Tibet, tra il 1938 e il 1939, con tanto di documentazione filmata, per studiare la tipologia razziale dei suoi abitanti e recuperare ipotetiche sapienze ancestrali.
La seconda guerra mondiale non fermò l’attività dell’Ahnenerbe. Altri scavi furono, infatti, portati avanti nei territori occupati, in Grecia (a Olympia, a Delfi e nel sud del Peloponneso), in Polonia (a Biskupin, per stabilire un’antica presenza germanica), in Crimea (presunto punto di arrivo dei Goti). Ma l’Ahnenerbe non si occupò solo di storia e archeologia, si impegnò anche in atroci esperimenti medici nei campi di sterminio, studiando, tra l’altro, su cavie umane, gli effetti del congelamento, dell’iprite in forma liquida sulle braccia, approntando con meticolosità una vasta collezione di scheletri ebrei, trucidando a questo scopo un’ottantina uomini e donne nel campo di Natzweiler.
A differenza del lavoro di Heather Pringle, che ha cercato di ricostruire in tutto il suo orrore questa vicenda, indagando i nessi con l’Olocausto, Marco Zagni (un appassionato di viaggi e di misteri della Storia), pur prendendo le distanze dal nazismo e riconoscendo appieno le responsabilità dell’Ahnenerbe, mostra di dar credito a molte delle teorie che furono approntate dai suoi «scienziati». Una sorta di denazificazione, in questa sua opera per certi versi preziosa, soprattutto per la documentazione fornita, come se fosse possibile ritenere genuini e privi di condizionamento gli studi, le missioni archeologiche e le ricerche, separandoli dagli scopi per cui furono condotti.
La sua tesi è che, in realtà, nel lavoro dell’Ahnenerbe risiedano fondamenti di verità. Un nucleo importante di quell’«archeologia alternativa» che ipotizza civiltà evolute anteriori al Neolitico e all’Era glaciale. Un genere oggi di moda.
Sarà anche per questo che nel 2004 l’autore ha dato alle stampe un primo lavoro (Archeologi di Himmler. Ricerche, spedizioni e misteri dell’Ahnenerbe), pubblicandolo, senza forse troppo pensare, per la Ritter, una delle principali case editrici di riferimento del neonazismo italiano, che come proprio logo ostenta lo stemma della 17a divisione delle Waffen-SS. Imperdonabile.


“il manifesto”, 12 novembre 2011

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