5.12.14

La giornata in carcere di un ergastolano (Carmelo Musumeci, 2014)

Carmelo Musumeci, ergastolano, da almeno un decennio ha cominciato, con i pochissimi mezzi che la condizione carceraria offre, una battaglia per l'abolizione dell'ergastolo, che considera come concetto un aggravamento della sofferenza della detenzione. Quando cominciò era ristretto nel carcere di Moiano a Spoleto, ora è a Padova, ove ha collaborato ad alcuni progetti di educazione e rieducazione. L'articolo qui postato è apparso su un mensile anarchico. (S.L.L.)
Durante il progetto “Scuola-Carcere” la domanda che ci fanno più spesso i ragazzi è come trascorriamo la giornata. Ed è la domanda che ci mette più in difficoltà perché non è facile descrivere il nulla. Poi ognuno di noi si gestisce la giornata come vuole, io leggo, scrivo, sogno, m'incazzo, penso, insomma, cerco di vivere. E soprattutto, nonostante che sono passati tanti anni, tutte le mattine quando mi sveglio mi meraviglio sempre di trovarmi in una cella poiché quando incominci ad abituarti a vivere in carcere hai perso per sempre la libertà. La mia giornata tipo si può riassumere in poche righe perché in carcere più che vivere s'immagina di stare al mondo. E un ergastolano per tentare di vivere deve imparare a saper morire. Io inizio a morire appena mi sveglio al mattino. Normalmente mi alzo all'alba. Non mi alzo subito. Sto un po' abbracciato al mio cuore. E di prima mattina inizio a ricordargli che è inutile che si danni l'anima perché non possiamo farci niente perché la nostra situazione non può cambiare. Poi, all'improvviso, quasi per smettere di pensare, mi alzo dalla branda. E inizio la mia giornata. Accendo la televisione. Ascolto il primo telegiornale del giorno. Bevo un bicchiere d'acqua. Mangio una mela. Metto la caffettiera sul fornellino. Bevo il caffè. E inizio a lavarmi i denti. La barba me la faccio ogni tre giorni. Faccio le pulizie in cella. E poi mentre aspetto l'apertura dei cancelli, mi metto a passeggiare. Tre passi avanti e tre indietro. E osservo la mia cella. C'è poco: due brande, una sopra l'altra, un tavolino, uno sgabello e un paio di stipetti attaccati alle pareti. Poi guardo i sorrisi delle foto attaccate in una parete dei miei due nipotini. I muri odorano di muffa, umidità e cemento armato. Invece le sbarre della finestra, il cancello e il blindato, puzzano di ferro. Il soffitto è giallo, il colore della nicotina. Alle otto e mezzo scendo nella redazione di “Ristretti Orizzonti”. È il posto più bello del carcere, dove mi sento meno prigioniero, leggo la “Rassegna Stampa” si discute, ci si confronta e s'incontrano gli studenti del progetto “Scuola-Carcere”. Il pomeriggio rientro in cella. Accendo la radiolina. Ascolto un po' di musica. E inizio a rispondere alle numerose lettere che ricevo. Alle sette e mezzo di sera chiudono il cancello della mia tomba. Pochi sanno che quando una guardia gira la chiave di una serratura di un cancello di una cella è come se girasse un coltello nel cuore di un detenuto. Accosto il blindato per avere un po' d'intimità. In carcere siamo circondati da tante persone, ma in realtà spesso siamo solo con noi stessi perché la solitudine è la nostra unica compagnia. Inizio a cucinarmi qualcosa perché quello che passa l'amministrazione spesso è insufficiente e immangiabile. Poi accendo la televisione per ascoltare i telegiornali, per sapere cosa accade nel mondo dei vivi. Se non c'è niente d'interessante, spengo la televisione e mi metto a leggere, a scrivere e a parlare con me stesso. Mi piace soprattutto leggere e scrivere. I libri che leggo mi servono per segare le sbarre della mia finestra, quelli che scrivo per scavalcare il muro di cinta. Intanto si fanno le undici di sera. E il mio cuore mi avvisa che mi aspetta un'altra notte da ergastolano. Spengo la luce. Mi metto a letto. Di notte gli ergastolani si accorgono di più di quanto si è infelici. Soli. E smarriti. La notte è l'ora del dolore. Ed è il momento più brutto della giornata.
Dei sogni persi. Quando non riesco a dormire subito, mi alzo dalla branda. E mi metto a passeggiare nella cella da una parete all'altra verso il nulla. Ogni tanto mi affaccio dalle sbarre della finestra per vedere se nel cielo ci sono le stelle. E se c'è la luna. Spesso afferro le sbarre con le mani. Le stringo con tutta la mia forza per vedere se riesco a spezzarle. Non ci riesco e allora ritorno nella branda.
Intanto s'è fatta la mezzanotte e dico le ultime parole al mio cuore: Sogna anche per me un fine pena e per una volta accontentami. E se non puoi farlo, smetti di battere, perché solo tu puoi darmi la libertà perché domani inizierà tutto da capo. Sarà peggiore di oggi. E sarà così per il resto dei miei giorni. Poi mi addormento perché non posso fare altro.

“A – Rivista Anarchica” - Anno 44  n.393 – novembre 2014

3 commenti:

DB1971 ha detto...

Almeno la semilibertà l'hai ottenuta. Chi hai ammazzato, non potrà disporre neppure di quella, oltre ad aver condannato all'ergastolo i cuori e l'emotività dei parenti della vittima.

Unknown ha detto...

Sono d"accordo con te,doveva pensarci prima e" inutile fare la vittima le vere vitime sono quelle che giacciono sotto terra per mano sua.....

Unknown ha detto...

Tante parole belle ! Bisogna vedere i reati

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