31.12.14

Notte de inguèrno. Una poesia in dialetto perugino di Valter Corelli.


Notte de inguèrno, parghi na vecchietta
che vói sta sola, nun vói confusione
e invece io, tignoso, n te do retta,
te vengo incontro e canto na canzone.

E l canto va a golà sopra i palazzi.
Tu, fredda, par che vól èsse più nera.
Ce l so che nne l sopporti, che te ncazzi,
ma canto: - Ha da veni la primavera!

Notte d'inverno
Notte d'inverno, sembri una vecchietta
che vuol star sola, non vuol confusione 
e invece io, ostinato, non ti do retta, 
ti vengo incontro e canto una canzone.

E il canto va a volare sopra i palazzi.
Tu, fredda, par che vuoi esser più nera. 
Lo so che non lo sopporti, che ti arrabbi,
ma canto: "Deve arrivare primavera!".


Da Sandro Allegrini L mèjo d i poeti perugini, Morlacchi editore 2012

Milano Citylife. La fine della Fiera (G.G.)

La scheda seguente, corredo di un articolo di Giorgio Ghiglione dal titolo emblematico Perché Milano costruisce case che nessuno compra, pubblicato su un numero di settembre di “pagina99we”, racconta le vicende del parco e del quartiere in costruzione nello spazio che fi della Fiera Campionaria. (S.L.L.)
Rendering di Citylife, il progetto di riqualificazione del quartiere della Fiera
Si chiama Citylife e doveva essere il Central Park di Milano. Entro il 2015 al posto dell'ex Fiera Campionaria dovevano esserci 168 mila metri quadri di verde su un'area di 365 mila metri quadri, i grattacieli dalle archistar Libeskind, Hadid e Isozaki (il più alto d'Italia), tre zone residenziali con abitazioni di prestigio e un museo d'arte contemporanea. A dieci anni dalla presentazione del progetto, del Central Park milanese c'è davvero poco.
La storia di Citylife inizia con lo spostamento della Fiera da Milano a Rho. Per riqualificare la zona rimasta vuota viene indetta una gara con un requisito: metà area deve essere parco. Ad aggiudicarsela è la cordata Ciylife composta dalla Fonsai di Salvatore Ligresti, Allianz, Generalie Lamaro Appalti. I vincitori offrono 523 milioni di euro contro i 460 del progetto di Pirelli Re disegnato Renzo Piano, votato però come il migliore da una consultazione fra i cittadini.
Ai vincitori viene concesso di sforare gli indici di edificabilità consentiti nelle aree dismesse. Per i critici, come Rolando Mastrodonato, presidente dell'associazione "Vivi e Progetta un'altra Milano", si tratta di una cementificazione mascherata: troppi i 1.100 appartamenti e 3 grattacieli in un area di soli 100 mila metri quadrati. «Parlare di Central Park milanese è una presa in giro», dice Mastrodonato, «l'area di verde è estremamente frammentata. Vengono calcolati anche i giardinetti condominiali privati all'interno delle nuove costruzioni».
Con l'arrivo della crisi i soci di Citylife si sfilano. Nel 2010 esce il gruppo Lamaro, nel 2011 tocca a Ligresti che vende le sue quote a Generali, e a luglio di quest'anno anche Allianz abbandona il progetto. Scompare il museo d'arte contemporanea (il Comune preferisce riqualificare edifici già esistenti nella zona: il Velodromo Vigorelli e il Palazzo delle Scintille, destinato a ospitare eventi) e i lavori vanno a rilento: la torre Isozaki è completa al 60% e della torre Hadid si stanno ancora gettando le fondamenta. Una situazione che induce chi ha già acquistato a rimandare il trasloco e rende difficile trovare nuovi inquilini. Anche perché abitare a Citylife non è economico. I prezzi variano dai 7-500 euro ai 12.500 euro a metro quadro, cifre analoghe a quelle chieste per zone di pregio come Brera o il centro storico.
Il Comune decide così di concedere la proroga dei lavori al 2023. «Non c'erano i margini per ridiscutere il progetto», ha spiegato l'assessore all'Urbanistica di Palazzo Marino Ada De Cesaris in un'intervista al periodico “Faber”, «il rischio di far saltare tutta l'operazione sarebbe troppo grosso e non possiamo permetterci un quartiere abbandonato». In cambio della proroga i costruttori si sono impegnati a realizzare gli spazi pubblici entro il 2015. C'è però chi accusa il Comune di aver fatto un accordo al ribasso. «Quando gli operatori hanno chiesto una dilazione era il momento di dire fate quello che riuscite a fare entro il 2015», spiega Sergio Brenna, docente di urbanistica al Politecnico di Milano, secondo il quale il Comune «non ha avuto la volontà di ridiscutere quello che succederàdopo il 2015. Eppure la dimensione dell'intervento rischia di creare più problemi di quanti ne potrà risolvere. Ci sono un milione di metri cubi su un'area ristrettissima. Citylife è una ferita aperta nel cuore della città che avrebbe dovuto essere sanata».



“pagina99we”, 27 settembre 2014

Ottocento. Mani sporche sul parto (Franco Voltaggio)

La parabola di Ignác Fülöp Semmelweis,
il medico ungherese che scoprì,
nel policlinico della Vienna imperiale,
la causa dell'epidemia di morti post partum.

Erano i medici a diffondere
la febbre puerperale,
da donna a donna,
con le loro mani infette.
Non accettarono
la prova inconfutabile
della loro colpa
e «lo straniero» fu rimandato a casa
a morire di incomprensione e follia.
Ignác Fülöp Semmelweis
Vienna, una domenica del 1847. Una bella ragazza ormai prossima al parto varca la soglia del Policlinico («Allgemeines Krankenhaus») di Vienna per essere ricoverata nel reparto di ostetricia. E' angosciata. Ha tutte le ragioni per esserlo. Si è concessa su un bel prato a uno studente di filosofia e quando, dopo ripetuti incontri, ha scoperto di essere incinta e glielo ha detto, il ragazzo, accusandola di essere una sciocca sprovveduta, l'ha piantata. La giovane è messa male anche con suo padre. Il vecchio, tra l'altro dolorante per una vedovanza mal sopportata, ha accolto la notizia con una terribile sfuriata e, al suo rifiuto di rivelare il nome dello studente, l'ha scacciata. E' sola, è spaventata - un parto è, all'epoca, una faccenda difficile - ma continua ad essere assetata di una tenerezza che, d'altronde, continua ad essere disposta a donare per prima. Graziosa com'è, la povera figliola fa pensare alle parole di un lied in voga: «tu sei un foglio, un foglio bianco sul quale scrivono gli dei». Non sa che sul foglio non sarà scritta la sicura promessa di una vita felice, che ha tutto il diritto di attendersi, ma una sentenza di morte.

Comincia il calvario
Il reparto del Policlinico ha due settori, la I e la II Divisione; la seconda divisione è gestita da ostetriche e infermiere, la prima divisione dai medici ed è affollata da studenti di medicina che fanno pratica, frastornando le pazienti con domande imbarazzanti e frugando indiscretamente nelle loro parti intime. Insomma, la I Divisione ha una brutta fama e non solo per l'oggettiva brutalità con cui sono trattate le pazienti, ma anche per l'altissimo numero di decessi. Anche per quanto le ha detto Lisl, sua intima amica, la fanciulla lo sa e chiede d'essere accettata nella II Divisione. Niente da fare. Per una delle regole bislacche - che da sempre governano gli ospedali - viene accolta singhiozzante nella I Divisione. Comincia il calvario. Le prime ore sono occupate da visite ginecologiche, che le procurano una forte sofferenza fisica e la mettono a disagio, presto seguite dalle doglie. Finalmente il parto. Viene alla luce un bel maschietto che lei chiama Ferdinando, lo stesso nome del nonno e dell'imperatore. La sua felicità dura poco. Il decorso è talmente negativo da trasformarsi rapidamente in stato terminale. Muore infatti tre giorni dopo la nascita del bambino. Causa della morte: febbre puerperale.

Semmelweis alla I Divisione
Comincia così Il morbo dei dottori. La strana storia di Ignác Semmelweis, un libro straordinario di Sherwin B. Nuland, clinico americano della Yale University dove insegna storia della medicina e bioetica, assai noto anche in Italia - ha svolto diverse conferenze nell'ambito di Spoletoscienza, nel 1996 e nel 1998, e a Roma nell'Università Cattolica (2002), dove è atteso per un seminario (Leonardo, l'arte e la medicina») l'8 e il 9 novembre prossimo - soprattutto per una penetrante indagine sulla terminalità (Come moriamo: riflessioni sull'ultimo capitolo della vita, Mondadori 1994). Per molti versi, Il morbo dei dottori è una storia, tessuta con grande precisione e narrata con un'intensa partecipazione emotiva, di tre protagonisti, una sindrome morbosa, la febbre puerperale, la medicina, dilacerata tra ossequio alla tradizione e fermenti innovativi, e un medico, Semmelweis.
In tutti gli ospedali europei della metà dell'800, la mortalità tra le partorienti è elevatissima. Il sintomo caratteristico è una febbre talmente alta da dare il suo nome alla patologia, definita per l'appunto «febbre delle puerpere». Le procedure diagnostiche non riescono a identificarla con una malattia vera e propria come il tifo o la tubercolosi perché non è ancora accertata con sicurezza la causa. La ricerca delle cause (eziologia) oscilla tra almeno tre diverse ipotesi: a) i fluidi provenienti dall'utero dopo il parto possono non avere una libera fuoriuscita, ma stagnare, andando così incontro a putrefazione e, risalendo poi nei tessuti e nel sangue, provocare dolore, febbre e infine la morte; b) durante la gravidanza l'utero ingrossato, premendo sull'intestino, determina una stasi fecale con conseguente immissione nelle vene di veleni provenienti dalle feci; c) un agente esterno, con ogni probabilità identificabile nell'aria impura circolante nelle corsie in cui sono ospitate le donne, provoca un'epidemia che colpisce le partorienti all'utero, determinando la lochioschesi (ritenzione dei flussi). Le prime due ipotesi hanno qualche elemento di attendibilità e traggono origine da una messe di osservazioni che risalgono addirittura alla tradizione ippocratica, la terza è totalmente errata e nasce da un fraintendimento evidente. La febbre puerperale, comunque riconosciuta come un male infettivo, ha in effetti alcuni dei caratteri tipici dell'epidemia, come il grande numero dei soggetti colpiti e l'alto tasso di letalità, ma non ha quello più significativo, vale a dire il contagio, poiché le puerpere sono troppo isolate per venire a contatto diretto e infettarsi a vicenda. Resta l'incubo del morbo che, con le fantasie associate ai miasmi, fa della febbre puerperale una maligna e costante compagna delle partorienti ricoverate, tanto da chiamare in causa l'istituzione stessa e rendere la sindrome quella che oggi si direbbe una malattia iatrogena. La medicina pencola nel buio ed è essa stessa, per il dogmatismo e le passioni dei medici, una presenza incombente e perniciosa.
E' questa la situazione del reparto maternità del Policlinico di Vienna quando nel marzo del 1847 vi fa il suo ingresso il terzo protagonista, Ignác Semmelweis (1818-1865), con l'incarico biennale (eventualmente rinnovabile) di assistente di ostetricia del professor Klein. Nato a Pest (allora non ancora unificata con Buda), dove ha completato la formazione accademica, dopo esser stato per un anno a Vienna, Semmelweis si fa notare per il suo carattere aperto e il serissimo impegno professionale. Operativo nella I Divisione, alterna la corsia con lunghe ore nella sala anatomica dove compie perfette dissezioni delle donne decedute per febbre puerperale, studiando con attenzione i reperti del processo infettivo. Ossessionato dalla ricerca della causa, comincia a pensare che questa vada ricercata nel reparto stesso. E' rimasto colpito dal fatto che il numero dei decessi della II Divisione è decisamente inferiore a quello della I Divisione affidata ai dottori. Che siano proprio i medici, lui stesso compreso, a infettare le donne? Ma quale mai infezione trasmetterebbero? E' semplice: medici e studenti frugano nel corpo delle degenti con le stesse mani con cui hanno toccato i cadaveri delle donne morte di febbre puerperale. A poco a poco mette a punto una precisa teoria eziologica ed escogita un mezzo assai semplice per prevenire il male.Odore mortale
Ecco in sintesi la teoria: l'infezione è una contaminazione del sangue causata dalle particelle di cadavere, riconoscibili dall'odore che conferiscono ad ogni cosa cui si attaccano; il mezzo di trasmissione le mani dei dottori e degli studenti reduci dalla sala anatomica. Ed ecco la prevenzione: l'obbligo per chiunque - medici, studenti e infermiere - di lavarsi con cura le mani con una soluzione di cloro (già nel maggio del 1847 una bacinella con il disinfettante viene collocata, per ordine di Semmelweis, all'ingresso della I Divisione). Non sono però soltanto i cadaveri a costituire una fonte di infezione, ma qualsiasi altro materiale infetto. Nel novembre del 1847 la I Divisione accoglie una donna sotto doglie con l'articolazione del ginocchio infetta. Poco dopo, diverse pazienti muoiono colpite da febbre puerperale. L'infezione è stata trasmessa dalle infermiere che, prima di entrare in contatto con le altre pazienti, si erano occupate della puerpera con il ginocchio malato e, completato il bendaggio, avevano trascurato di lavarsi le mani. Finalmente tutta la verità, poi precisata assai più tardi, quando, a seguito della scoperta dei batteri da parte di Pasteur, comincia la grande stagione della batteriologia. L'agente patogeno isolato è uno streptococco. In definitiva la febbre del puerperio è: a) un comune processo infettivo (sepsi) evitabile con banali procedure antisettiche; b) non è una malattia specifica e, meno che mai, epidemica.

La verità e il potere
A Vienna l'importanza di queste ricerche cruciali non viene riconosciuta. Al contrario Semmelweis entra in rotta di collisione con il suo capo. Le ragioni sono molte. Semmelweis è in fondo un elemento estraneo. L'ungherese, impetuoso e indisciplinato come il pregiudizio viennese vede tutti i suoi connazionali, è avvertito come uno «straniero fra noi». Come se non bastasse, oltre a considerarne esplicitamente come sciocchezze le teorie eziologiche, il giovane medico offende Klein anche per le posizioni politiche assunte (Semmelweis è un nazionalista magiaro che partecipa con entusiasmo ai moti del Quarantotto, trascurando del tutto il fatto che Klein è un pupillo dell'onnipotente Metternich), ma, soprattutto, entra troppo direttamente nella gestione dell'ospedale: il lavaggio delle mani è considerata una novità offensiva, il cambio frequente e l'acquisto di lenzuola per le puerpere uno spreco intollerabile. L'incarico non gli viene rinnovato e Semmelweis è costretto a tornare a Pest dove lavorerà nella maternità dell'ospedale di San Rocco. Ma anche qui le cose non vanno bene: è considerato un «viennese» e la sua teoria incontra forti resistenze, aggravate dallo scarso tatto con cui impone le sue per altro correttissime regole.
A Pest, nel 1855, ottiene il posto di professore di ostetricia nella locale università, ma la cattedra gli viene sottratta e data a un suo rivale nel 1857. Nel frattempo, a 38 anni (un'età avanzata per quei tempi) si è sposato. Dopo il matrimonio comincia a pensare seriamente a pubblicare un libro sulla sua teoria. Esce così nel 1861 L'eziologia, il concetto e la profilassi della febbre puerperale. L'opera, sterminata, prolissa e ripetitiva, talvolta confusa, non giova affatto al suo autore, tanto più che lo stile fastidiosamente trionfalistico è accompagnato da un tono inopportunamente polemico. Di fatto il grande ricercatore aumenta la schiera dei suoi detrattori e assottiglia quella dei suoi estimatori. La sua salute comincia a declinare. Nei primi mesi del 1865, l'ultimo anno della sua vita, mostra evidenti segni di squilibrio mentale: fa discorsi sconclusionati, si masturba dopo un normale rapporto con la moglie, si mette a frequentare apertamente una prostituta. Dopo un episodio particolarmente sconcertante, avvenuto il 21 luglio, i familiari decidono di ricoverarlo in una casa di cura per alienati. Gli viene detto che verrà portato a Grafenburg dove gli saranno praticate cure termali. Il 29 luglio, accompagnato dallo zio materno parte col treno, ma giunto a Vienna il mattino successivo viene indotto a scendere alla stazione dove lo aspetta Hebra, uno dei suoi rari amici. Con una scusa Hebra e lo zio lo portano in un'istituzione psichiatrica. Ricoverato vi muore il 13 agosto. Causa ufficiale del decesso: una grave sepsi provocata dal taglio di un dito. Nuland, sulla scorta della sua ricostruzione, allude a un probabile trauma da colpi infertigli dagli infermieri e accenna al fatto che Semmelweis soffriva di una demenza presenile, probabilmente Alzheimer.
Questa la triste vicenda di uno scienziato eccezionale. Ma che cosa lo portò a questa fine? Le cause imputabili, il dolore per la scomparsa precoce dei genitori, l'ostilità dell'ambiente medico, l'isolamento a Vienna e in patria, sono tutte attendibili. Ma forse c'è qualcosa di più. Proprio in forza della suggestione in noi suscitata dalla lettura di Nuland, ci azzarderemmo a fare un'ipotesi: l'uomo che amava tanto le donne ed esaltava lo splendore della maternità (un sentimento forte in lui suscitato dal tenero affetto per la madre) si ammalò sino a morirne di un'infelicità scatenata dai sensi di colpa per la scomparsa di tante giovani madri. Dopo tutto, sino a quando non trovò la profilassi adeguata per la febbre puerperale, non aveva forse contribuito con i suoi colleghi della famigerata I Divisione I a trasmettere l'infezione fatale?


Il manifesto, 9 ottobre 2004

30.12.14

Chiedo scusa.... Una poesia di Gianni Rodari

Chiedo scusa alla favola antica,
se non mi piace l'avara formica.
Io sto dalla parte della cicala
che il più bel canto non vende, regala.

da Filastrocche in terra e in cielo, Einaudi, 1973

29.12.14

La poesia del lunedì. Ghita Genovese Vella (1928 - 2014)

Mentre
L’inverno imperversa
mentre il sole schiude
canali vitali
e già sorride delle paure
del freddo.
Pronte le mie ali
di farfalla,
ancora una volta.

da Il viaggio, Campanotto, 2014

28.12.14

Bugia. Una poesia in dialetto perugino di Gian Paolo Migliarini

"Spojete tutta, forza, fa vedé!"
- je fa n Carabinier ta la su donna -
"cava le mutandine e nun fiatè!...
C'è tutto: bene, artira giù la gonna!...
L sapevo ch'era solo na bugia,
m évon ditto che l'évi data via!".

"Spogliati tutta, forza, fai vedere!"
- gli fa un carabiniere alla sua donna -
"cava le mutandin e nun fiatè!...
C'è tutto: bene, tira su la gonna!...
Lo sapevo ch'era solo una bugia,
mi avevano detto che l'avevi data via!".

da Sandro Allegrini, L mejo de poeti perugini, Morlacchi, 2012


26.12.14

L'attualità inattuale di Aldo Capitini. Un presente senza storia (Goffredo Fofi)

Da “micropolis” un articolo su Capitini di 16 anni fa, scritto e pubblicato in occasione del trentennale della morte. La denuncia di Fofi era allora e resta in gran parte oggi del tutto condivisibile, anzi la rappresentazione di conformismi e “accettazioni” è oggi perfino più attuale di ieri come quella della strumentalizzazione di Capitini, previa eliminazione preventiva della sua antipaticità, cioè della sua radicalità. C'è, semmai, da chiedersi se l'autore dell'articolo sia stato poi all'altezza della sua denuncia. (S.L.L.)
Aldo Capitini sulla torre campanaria di Perugia
Sull'attualità di Capitini io non ho alcun dubbio, ma ho invece molti dubbi sulla nostra, di attualità.
L'epoca è quella che è, la sua confusione, il suo conformismo, i suoi opportunismi sono sotto gli occhi di tutti, e l'accettazione del presente e delle sue regole è diventata così generale e collettiva - senza domande sul perché e sul come e sul dopo – da lasciare molto pessimisti sul futuro di ogni possibile alterità. Ci caratterizza l'accettazione del presente, delle cose così come sono o come si evolvono, o ancora meglio: di come le portano ad evolversi i vecchi e i nuovi padroni, la banca mondiale, l'industria o quel che ne resta qui da noi (Agnelli) più onnipresente distruttiva ricattatrice che mai.
Nessuno mette in discussione questo modello di sviluppo, non ci sono forze teoriche o forze organizzate che tengano testa, sia pure "nel loro piccolo", a questi poteri e alla loro prepotenza. Non considero certamente tali, mettiamo, né Rifondazione, né Verdi, Ambientalisti e Nonviolenti, preoccupati alcuni di "starci", dentro la stanza del potere, e per starci accentandone tutte le condizioni e svendendo la loro ragion d'essere, e altri di ricavarsi i propri spazi e spazietti ai margini delle istituzioni, e finendo per non dare fastidio a nessuno, una variante tra tante della pluralità delle sette vetero o new age. Quanti sono coloro che osano il "non ci sto", il "non accetto", il "mi rivolto", il "cerco altro" che sta alla base – necessariamente individuale prima che di gruppo - di ogni risposta attiva (preferibilmente "nonviolenta") all'ordine che ci è imposto?
No, non credo che Capitini apprezzerebbe oggi molto quelli che dicono di avere imparato da lui, credo anzi che da essi sarebbe scandalizzato, e che cercherebbe per il possibile di mettere in crisi il loro quieto vivere, il loro opportunismo, la loro accettazione. E' questo il nodo della non-attualità e della attualità di Capitini. Della non-attualità, perché dal suo pensiero non c'è chi ricavi indicazioni di intervento reale, ma solo retorica superficiale (ieri il PCI o oggi la funzionaria mediocrità dei vari ex-PCI) e blando citazionismo di comodo per blande organizzazioni e manifestazioni degli autogratificati e autoreferenziali buonisti delle associazioni pacifiste e nonviolente, o che si dicono tali. Dell'attualità, perché la ricchezza del suo pensiero e delle indicazioni che se ne possono ricavare, un patrimonio inutilizzato!, è più che mai impressionante, a trent'anni dalla sua morte.
Un tempo potevamo lamentare il "provincialismo" di Capitini: quanto avrebbe potuto incidere il suo pensiero se avesse girato l'Europa, se non fosse stato così condizionato dal piccolo ambiente umbro! Egli non era un educatore, come don Milani, per esempio, che si fermava su una cosa e ne ricavava il massimo, dovunque fosse; era un pensatore di vastissimo orizzonte, aveva bisogno di spaziare, e le sue idee avrebbero potuto avere un'influenza sulla storia del pensiero filosofico e religioso come su quella dei movimenti di contestazione politica se solo avesse voluto (più che saputo) uscire dal suo guscio - che era anche, ora ce ne rendiamo meglio conto, un guscio nevrotico.
Oggi possiamo lamentare l'opportunismo e la povertà del pensiero nonviolento venuto dopo di lui, e non ci sembra più così paradossale che, per esempio, un Gunther Anders - che era partito dalla battaglia contro l'atomica come perno del suo pensiero e della sua azione, ben cosciente della radicale trasformazione che l'atomica aveva portato nel mondo come ipotesi, per la prima volta nella storia, di "fine del mondo", e figuriamoci oggi che "l'atomica" si è diluita e diffusa nei mille modi che ha il potere economico e politico di distruggere la natura e uccidere in modo decisivo il futuro, fino a superare, credo ormai irrimediabilmente, il "punto di non ritorno"- sia arrivato alla fine al ripudio del movimento nonviolento. Di esso Anders ha denunciato l'incapacità di reagire a tutto questo e di saper fare alcunché di utile per arrestare la corsa alla morte finché si era in tempo.
Né ci sembra paradossale la proposta di "ritiro" che ci viene ormai da più parti, anche da personalità particolarmente attive ieri, o da giovani che crescono nel mondo di oggi disgustati dalla sua insensatezza e decidono semplicemente di starsene fuori, di non cercare affatto il dialogo con le sue rappresentanze organizzate, di dichiarare chiusa la partita e di fare banda a parte, e per quel che si può di "non partecipare" per non contribuire al disastro, inventandosi spazi e modi di sopravvivenza confusamente marginali. Questi modi, inoltre, sono destinati a crescere, di fronte alla ultima ondata di "recupero" e "integrazione" di tutta la recente storia del volontariato e del terzo settore dentro i canoni graditi al potere.
Ma proprio per tutto questo Capitini è attuale, perché il suo "non accetto" era ancora attivo; e potrebbe ancora esserlo il nostro. C'è una molla su cui far leva, prima di ogni precisazione teorica e di ogni proposta di azione collettiva, che pure potrebbe avere quantità di modi di intervento singoli, di gruppo e di movimento. Basti pensare alle grandi possibilità legate alla disobbedienza civile, così poco o niente praticare dalle anime candide della non violenza e dell'ambientalismo italici, o alle conseguenze che potrebbe avere la pratica altrettanto anti-italica della non-menzogna, singola e di gruppo: e non-collaborazione e non-menzogna sono corollari fondamentali della nonviolenza, sono punti dai quali si potrebbe partire anche per arrivare alla non-violenza. Questa molla rimane quella del "volontarismo etico", del "non accetto" individuale, e Capitini direbbe della "persuasione".
Ma quanti sono oggi i capitinianamente "persuasi", nel flusso quieto che ci travolge delle accettazioni singole e di gruppo che caratterizzano questo nostro tempo e paese così consenzienti?


“micropolis”, giugno 1998

Cade la pioggia... Una poesia di Carlo Michelstaedter

Carlo Michelstaedter, Autoritratto
Cade la pioggia triste senza posa
a stilla a stilla
e si dissolve. Trema
la luce d'ogni cosa. Ed ogni cosa
sembra che debba
nell'ombra densa dileguare e quasi
nebbia bianchiccia perdersi e morire
mentre filtri voluttuosamente
oltre i diafani fili di pioggia
come lame d'acciaio vibranti.

Così l'anima mia si discolora
e si dissolve indefinitamente
che fra le tenui spire l'universo
volle abbracciare.

Ahi ! che svanita come nebbia bianca
nell'ombra folta della notte eterna
è la natura e l'anima smarrita
palpita e soffre orribilmente sola
sola e cerca l'oblio.


Poesie, Adelphi, 1987

Grazia e giustizia a Sant’Ambrogio (Angelo D'Orsi)

Sono trascorsi alcuni giorni, ma vale la pena di ritornare sulla prima di Sant’Ambrogio a Milano, il 7 dicembre scorso, inaugurazione della stagione del Teatro Alla Scala. Vale la pena di ritornarci, perché si è trattato di un momento straordinariamente rivelatore, paradigmatico, della situazione presente: italiana, ma non soltanto.
Quelle viste in Piazza della Scala, erano le due facce del Paese che si fronteggiavano: i ricchi – protetti, come sempre, dalle “forze dell’ordine” – che volevano “soltanto” godersi lo spettacolo e la cena di gala, consapevoli e lieti di far parte degli happy fews, da una parte; dall’altra, i “vecchi” e “nuovi” poveri, gli inoccupati, i licenziati, i cassintegrati, i senza casa, i precari, che contestavano proprio quel diritto a coloro che ritengono (giustamente) siano in gran parte responsabile della propria miseria. Era la lotta di classe che si affacciava ancora una volta nella sua dimensione elementare: scontro tra chi ha e chi non ha, tra chi detiene potere finanziario, culturale, politico, e chi è non solo deprivato di qualsiasi briciola di quel potere, ma ne viene inesorabilmente allontanato ogni giorno di più.
I poliziotti fanno il loro mestiere, incuranti della realtà di essere gente in miseria, assoldati per tenere in miseria altri poveri, come notava Antonio Gramsci, molti decenni or sono.
Qui si aprirebbe una riflessione sul tema “forze dell’ordine”, che, nel decennio Sessanta-Settanta, fu vivace e assai utile, ma che in seguito, colpevolmente, è stata del tutto abbandonata, e gli effetti si vedono. Le forze di polizia, nelle varie, troppo numerose e scoordinate componenti, svolgono un lavoro ingrato, spesso in condizioni molto difficili. Ma, difendendo lo Stato di diritto sono costrette a difendere uno Stato ingiusto, un ordine che sempre più si disvela come classista. E appunto il paradosso è che la composizione sociale degli agenti e dei carabinieri (ancor più) è medio-bassa, e le loro ragioni sociali li dovrebbero collocare dalla stessa parte della barricata dove sono i proletari, i sottomessi, gli sfruttati. Invece per il loro ruolo finiscono per stare dalla parte dei potenti e dei ricchi: che sono i loro nemici naturali. E nell’ultimo quindicennio/ventennio, sempre di più la ventata democratica che aveva percorso soprattutto la Polizia di Stato negli anni Settanta, a seguito di quel dibattito cui facevo riferimento, si è illanguidita fino quasi a scomparire.
Come dimostra una serie incessante di episodi, da Genova 2001 alle uccisioni dei poveri Aldrovandi, Cucchi e così via, in un triste, troppo lungo martirologio; senza citare poi gli episodi di corruzione che coinvolgono le stesse forze che dovrebbero reprimerla. La sinistra, soprattutto, ha avuto, fra i tanti torti, quello di lasciar cadere la “questione polizia” che invece è una questione importante.
Ma torniamo a Milano. I politici, quest’anno, si sono dati alla macchia, comprensibilmente: il presidente della Repubblica, credo, per stanchezza (e forse anche un po’ di senso del pudore); il premier, sono certo, per timore di proteste, quelle proteste che lo stanno accompagnando come un’ombra. Nessun capo di governo degli ultimi anni, Berlusconi compreso, ha subito altrettante contestazioni: dovunque lo porti la sua agenda politica, che sia una villa da meeting finanziario, o una fabbrica dove ostentare la sua familiarità col lavoro “vero”, Renzi viene preso a pernacchie, fischi e peggio. Dunque, saggiamente, ha evitato la Scala, dove invece ha troneggiato la inutile figura di Pietro Grasso, presidente del Senato, un uomo rivelatosi al di sotto di ogni pur prudente aspettativa.
A rappresentare il governo, c’era invece il figurino del ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, democristiano, bersaniano, renziano, che sta alacremente lavorando per aziendalizzare e privatizzare quell’immenso patrimonio di cui dovrebbe essere il supreme custode e valorizzatore (ma forse qualcuno dovrà spiegargli che il valore di un bene non sta nel suo prezzo mercantile). Mostrando un gran senso della politica e soprattutto un gran rispetto verso chi non si identifica nel renzismo, Franceschini ha fatto commenti a dir poco imbarazzanti: le proteste? Rovinano l’immagine di Milano e dell’Italia. E per di più possono danneggiare economicamente la città e la nazione, impegnate nello sforzo titanico di preparazione dell’Expo 2015 (tra alluvioni, conflitti di competenze, manifestazioni di incompetenza e, naturalmente, mafia). Neppure il minimo sforzo di comprensione di quello che accadeva fuori delle belle sale del più celebre teatro europeo. Una reazione che aggiunge pepe sulla ferita, dimostrando la lontananza siderale di questo ceto politico dall’Italia reale.
L’ultimo paradosso è che il mirabile Fidelio di Beethoven, con cui si è aperta la stagione scaligera, è un’opera “politica”, e dietro la storia d’amore rappresenta la ribellione contro la tirannia, e l’esigenza di dare voce agli oppressi. Nel finale del II atto, conclusivo, si parla della necessità di coniugare “grazia” e “giustizia”. Ma nel pomeriggio ambrosiano, a Milano, la grazia e la giustizia erano sui fronti opposti della barricata. La grazia era nella musica beethoveniana, nelle voci dei cantanti, nella perfetta direzione orchestrale di Barenboim (il suo commiato), e anche nella efficace messa in scena della regista Deborah Warner (pur ricordando con nostalgia quella di Mario Martone, alla prima torinese del Teatro Regio nel 2011); mentre la giustizia – l’ansia di giustizia – era nella protesta della piazza, anche nei suoi aspetti più discutibili. Può essere vera “grazia”, quella protetta dai manganelli?


Dal blog di Angelo D'Orsi nel sito di “Micromega”, 10 dicembre 2014

25.12.14

Vita da poliziotto. Confusione e abbandono (Riccardo Gazzaniga)

Riccardo Gazzaniga, l'autore dell'articolo che segue, è delegato Silp Cgil della Mobile di Genova e autore di A viso coperto (Einaudi). Ho voluto postare questa testimonianza dall'interno della Polizia di Stato, anche in relazione alle minacciose dichiarazioni prenatalizie di Angelino Alfano, che hanno tutta l'aria di giustificare preventivamente la riattribuzione alla polizia di un ruolo prevalente di difesa del potere e dello status quo contro i movimenti di opposizione, contro quello di lotta alla criminalità, in primis all'alta criminalità politica e mafiosa. Ascoltare i lavoratori della polizia, comprenderne i bisogni, solidarizzare con le giuste richieste, dialogare con loro, anche criticamente, è importante per diffondere anticorpi democratici ed impedire le chiusure corporative da cui inevitabilmente nascono spinte autoritarie. (S.L.L.) 

I cani antidroga fiutano gli stupefacenti perché sono in crisi d'astinenza. / I poliziotti sono esperti di arti marziali e tecniche di autodifesa. /È arrivata la polizia in assetto antisommossa. / Siete tutti estremisti. / È partita una carica "di alleggerimento". / Che ci vuole a immobilizzare un ubriaco? /Le macchine della Polizia hanno i motori elaborati. /Le notti e gli straordinari ve li pagano il doppio. /Anche Pasolini stava coi poliziotti. / Tagliano lo stipendio a tutti, ma agli sbirri lo aumentano per tenerli buoni. /I poliziotti non vengono mai condannati. E se li condannano, non perdono mai il lavoro. /In Polizia basta un diploma per fare carriera. / Quando si mettono il casco è il segnale che stanno per caricare. / Si sono tolti il casco per solidarizzare coi manifestanti. /I poliziotti annunciano lo sciopero. / Si chiamano celerini. /L'avvocato ai poliziotti glielo paga lo Stato.
Sono in Polizia da diciotto anni e da diciotto anni sento queste frasi. Da cittadini come da politici, sui social network come sui giornali. Eppure nessuna di queste frasi è vera.
Lo spazio per le elucubrazioni è grande, perché di Polizia si parla poco e con poca cognizione di causa, spesso scadendo nel grottesco dibattito tra chi sta "pro" o "contro" la Polizia, come se la Polizia non fosse interesse di tutta la collettività.
Noi poliziotti viviamo un momento di confusione e abbandono.
La confusione di chi, ogni giorno, diventa valvola di sfogo di tanti problemi diversi: crisi economica, vertenze di lavoro, problematiche ambientali, tensioni razziali, rabbia verso i politici. In questo contesto noi operiamo senza regole chiare, senza strumenti idonei e protocolli d'intervento definiti e, purtroppo, è facile scaricare le responsabilità verso l'operatore che si trova a lavorare in strada, piuttosto che su chi riveste ruoli dirigenziali e politici.
Ci viene richiesta una professionalità che la nostra stessa Amministrazione mortifica con tagli alle risorse, mancanza di formazione, blocchi stipendiali e di carriera, smantellamento dei presidi locali, politiche concorsuali assurde, mezzi di servizio trascurati, caserme fatiscenti. Passando per quella militarizzazione del percorso di ingresso in Polizia di cui pagina 99 ha scritto nella sua inchiesta.
Serve un dialogo ampio e immediato che parta dalla politica e coinvolga le parti sindacali per affrontare problemi ormai ineludibili, prima che il senso di abbandono di chi indossa una divisa porti a pericolose chiusure corporative.
Prima di solcare una nuova e insopportabile distanza tra chi difende e chi dev'essere difeso.


pagina 99 we, 6 dicembre 2014

23.12.14

Antifascismo a Genova. La biblioteca di Buranello (Eros Barone)

Giacomo Buranello, nativo di Meolo, fu un giovane militante e dirigente comunista a Sampierdarena di Genova. Impegnato nella lotta di liberazione, fu condannato a morte dai nazifascisti e fucilato nel marzo 1944 a 23 anni neanche compiuti. Un recente convegno a Sampierdarena ne ha ricordato la figura assai ricca nonostante la brevissima vita e il compagno Eros Barone vi ha contribuito con una relazione tesa a definirne la formazione culturale e la scelta di vita. Volentieri la propongo qui (con un titolo più breve), perché si tratta di un percorso in qualche modo esemplare e illuminante e perché aiuta a comprendere la dialettica interna all'antifascismo a Genova e dintorni. (S.L.L.)
Una rara immagine di Giacomo Buranello
Se nella storia delle forze antifasciste il 1938 fu l’anno della passione per la Spagna repubblicana, della Cecoslovacchia, della conferenza di Monaco e della fine del Fronte Popolare di Léon Blum, nonché della promulgazione, in Italia, della legislazione razziale, nella storia dell’amicizia tra quattro giovani, che si chiamavano Giacomo Buranello, Walter Fillak, Ottavio Galeazzo e Orfeo Lazzaretti, il 1938 fu l’anno dei libri e della nascita delle rispettive biblioteche.
Buranello cominciò a scrivere il suo “Diario” nello stesso anno, facendone lo specchio fedele, da un lato, del confronto con gli amici e con la madre e, dall’altro, delle sue personali riflessioni sui libri che leggeva. Al centro di tali riflessioni vi era il problema delle scelte con cui si proponeva di dare un senso alla propria vita. «Voglio stabilire che cosa dev’essere un comunista, come deve comportarsi nella vita», diceva sovente ad Orfeo. Colpisce tuttavia il fatto che Buranello, studente di 15/16 anni, avesse già una propria formazione mentale che lo portava ad allargare la visione strettamente scolastica della conoscenza, a renderla vasta e complessa, ricercando in essa i motivi più universali. Quell’anno - il 1938 - fu topico anche perché le parole “comunismo” e “classe” acquistarono per questi giovani un significato preciso grazie alla convinzione di appartenere ad una realtà molto più ampia di un gruppo di amici: una realtà per designare la quale Buranello usava un’espressione tratta del lessico risorgimentale: “compagni di fede”.
Comunque fosse, erano ragazzi ricchi di intelligenza, di passione e di vita, e la fine dell’anno scolastico venne festeggiata, il 25 giugno 1938, con una gita al monte Leco. Nel “Diario” Buranello racconta che essa fu l’occasione per discutere su tutto: i fiori, i profumi, i «paesaggi resi più poetici dalla tenue nebbia», la religione. Nel gruppo – rilevò Buranello – erano rappresentate tutte le “classi”, dall’operaio, cioè lui stesso, considerando la sua origine famigliare, al ceto impiegatizio personificato da Orfeo Lazzeretti, dalle professioni liberali (Walter Fillak era figlio di un ingegnere) a Galeazzo, figlio per l’appunto di piccoli commercianti. Che la società fosse divisa in classi antagoniste questi giovani l’avevano imparato grazie ai libri che nei mesi precedenti avevano cercato, letto e discusso. A quella domanda sul senso della vita Buranello si era impegnato a rispondere cercando i propri modelli nei protagonisti dell’epopea risorgimentale e sviluppando analisi spietate, di carattere critico e autocritico, su sé stesso, sui suoi amici, sugli insegnanti e sul preside del liceo scientifico “Cassini”, dove si era diplomato con voti lusinghieri. L’influenza di Antonino Rossi, maestro di scuola elementare e fervente mazziniano di origine calabrese, aveva radicato nel suo animo l’insegnamento più importante del grande patriota genovese: il pensiero e l’azione devono fare tutt’uno e la politica è una missione. Tuttavia, come accade alle personalità caratterizzate, come quella di Buranello, da un’intelligenza straordinaria, per quanto forte potesse essere il prestigio educativo del suo maestro, altrettanto forte era lo spirito critico del suo allievo, se è vero, come è vero, quanto racconta lo stesso Rossi: «Un giorno, spiegando la geografia, dissi che l’equatore divide la Terra in due emisferi e aggiunsi la sua misura. Egli [cioè Buranello] mi domandò come avevano fatto a misurarlo. Gli risposi che era tardi e che avrei continuato la stessa lezione l’indomani». Tornando al periodo adolescenziale del liceo, per gli altri studenti del “Cassini” Giacomo, Walter, Ottavio e Orfeo erano “quelli di Sampierdarena”. Così, se nel centro di Genova i loro punti di riferimento erano la libreria Tolozzi e i banchetti dei libri usati di piazza Banchi, generatori delle rispettive biblioteche in case che mai le avevano possedute (eccezion fatta per quella di Fillak), a Sampierdarena, quartiere operaio per eccellenza, la catena degli scambi dei libri e delle appassionate discussioni sugli stessi trovava uno snodo fondamentale nella cucina di Domenica Bondi, la madre di Giacomo, il nume indigete della famiglia Buranello. In quella cucina umile e disadorna, senza che protagonisti e comprimari se ne rendessero conto, fu allestita una sorta di versione genovese del romanzo “La madre”, capolavoro letterario di Massimo Gorki. Domenica, donna dalla forte personalità, aveva sviluppato un rapporto talmente simbiotico con il figlio, che era giunta ad immedesimarsi nella parabola scolastica, ideologica e politica di Giacomo, studiando, imparando e crescendo con lui.
Dal canto suo, Buranello traeva dalle sue letture i materiali e le idee di un progetto sempre più preciso, la cui genesi era stata per lui, così come per i suoi amici, del tutto endogena (l’incontro con il Partito comunista, rappresentato dal ferroviere Emilio Guerra, avverrà successivamente). Il progetto consisteva in questo: guidare la lotta della classe operaia contro il potere borghese e capitalistico rappresentato dal fascismo. Il regime mussoliniano - scriveva nel “Diario”5 il 13 settembre 1938 - era una «enorme macchina fondata sulla paura di perdere il posto»: una macchina che si sarebbe «frantumata inevitabilmente» solo se qualcuno avesse alzato la testa e avesse dato l’esempio. “Dare l’esempio”: questo era il compito che Giacomo aveva scelto per sé e per assolvere il quale si esercitava a temprare il suo carattere. Accadde pertanto che nella cucina di Domenica Bondi in Buranello prendessero corpo e forma, attraverso le discussioni e le letture di brani delle loro opere, Jack London, Émile Zola, Antonio Labriola, Benedetto Croce, Charles Darwin, Niccolò Machiavelli, William Shakespeare, Alessandro Manzoni, Domenico Settembrini, Francesco De Sanctis, Anatole France e molti altri autori, fra i quali acquisteranno una crescente importanza, insieme con le edizioni prefasciste, le edizioni clandestine dei testi di Marx, Engels, Lenin e Stalin, tutti destinati ad imprimere un segno profondo nella formazione di Buranello e del nucleo studentesco comunista di Sampierdarena che gravitava attorno a lui. «Non ricordo che ci siano state proposte esperienze o che vi siano stati modelli risultati poi determinanti per la nostra formazione politica e culturale. Tutto era affidato all’amore per le letture.» Nella sua testimonianza, resa durante gli anni Novanta del secolo scorso, Ottavio Galeazzo confermerà ciò che con grande stupore aveva già scoperto, su incarico dell’OVRA, Alfredo Ingrassia, commissario dell’Ufficio politico della Questura di Genova, il quale aveva condotto le indagini sul “gruppo sovversivo degli studenti”: quelle indagini che, l’11 ottobre 1942, avevano portato all’arresto dello studente di ingegneria e sottotenente di complemento presso il 15º Reggimento Genio, Giacomo Buranello, di anni 21, figlio di Domenica Bondi, casalinga, e di Giuseppe Buranello, operaio Ansaldo. La scoperta nasceva dalla domanda che il commissario, incredulo e quasi esterrefatto, si era dovuto porre a mano a mano che riannodava tra di loro i molteplici fili della sua inchiesta: come era stato possibile che degli sbandati, con scarsi contatti tra loro, fossero stati capaci in tempi brevissimi di «riallacciare le fila del vecchio movimento comunista per ricostituirlo in una efficiente organizzazione»?
Fu durante il servizio militare prestato nel regio esercito a Chiavari, nel 1942, che Buranello diventò il capo. Ciò significava che era giunto il momento che egli aveva sempre intensamente voluto e ricercato: il momento di “tradurre i pensieri in azione”, per dirla con Mazzini, o di passare dalle “armi della critica alla critica delle armi”, per dirla con Marx, o, per ridare la parola a Buranello, «il momento di fare sul serio», laddove “fare sul serio” significava costituire il partito, l’organizzazione di partito». A questo proposito, vi è un aneddoto che illustra bene la determinazione e la sicurezza che Buranello aveva progressivamente maturato grazie alla sua formazione politica e ideale. L’aneddoto, che ci mostra i due amici e compagni nel corso del trasferimento da un carcere ad un altro carcere, è riferito ancora una volta da Ottavio Galeazzo. «Sul treno che ci portava ad Apuania successe che un brigadiere dei carabinieri, di quelli che si piccano un po’ di essere aperti, venne lì nel vagone e cominciò a chiacchierare. A me, che ero incatenato a Giacomo e testimone del colloquio, fece l’impressione di essere un uomo discretamente preparato. Uno dei carabinieri che aveva sentito dei brani di questa conversazione, quando il brigadiere andò via, venne da noi e disse: “Eh, ha studiato il brigadiere…”. E Giacomo: “Sì, ma non abbastanza”».
Date queste premesse, non è difficile comprendere che era praticamente inevitabile che si aprisse uno scontro, che non fu solo di carattere organizzativo, ma anche di carattere politico e strategico, fra il nucleo studentesco comunista di Buranello, sorto in modo autonomo, e le cellule clandestine del partito comunista, i cui rappresentanti storici erano, oltre ad Arturo Dellepiane, Emilio Guerra e Raffaele Paoletti. Per misurare la differenza tra le due compagini, è sufficiente considerare che il progetto di Buranello muoveva dall’assunto, dato per ovvio, che la guerra avrebbe segnato la fine del fascismo e dato origine in tempi brevi ad una situazione rivoluzionaria. Se la premessa era questa, la conseguenza che ne derivava logicamente era che occorreva creare subito una organizzazione di tipo militare. Nel giugno del 1942 Buranello scrive: «Premettiamo che la nostra organizzazione illegale è costruita per l’azione rivoluzionaria, violenta, militare. Perciò dev’essere un’organizzazione dinamica, un esercito di giovani pronti alla lotta. L’esperienza ci insegna che i vecchi comunisti immobilizzati dalla sorveglianza della polizia politica, o accasciati dalle persecuzioni, o demoralizzati e arrugginiti nell’inazione forzata, o fossilizzati nella vecchia mentalità del partito legale non potrebbero svolgere una attività adeguata nell’organizzazione illegale che si sta formando. Essi perciò devono raggrupparsi in margine all’organizzazione illegale, uniformarsi alle direttive di questa, aiutarla nella sua opera, svolgere una attiva propaganda individuale, cercare di formare dei nuovi comunisti, segnalarli ai compagni più giovani, dare il proprio contributo finanziario al Partito, ma non partecipare al lavoro illegale entro le organizzazioni del partito. Al momento dell’azione, quando la battaglia sarà in corso, quando attaccheremo direttamente e apertamente la polizia fascista, i vecchi comunisti potranno intervenire a fianco dei giovani e dare a questi l’aiuto prezioso della loro esperienza e della loro saggezza». Si potrebbe essere indotti a pensare, sulla base di un’analogia grossolana con l’attualità politica, che Buranello intendesse ‘rottamare’ la vecchia organizzazione di partito con una nuova organizzazione, ma in realtà non era in gioco un semplice avvicendamento anagrafico, ma un progetto rivoluzionario e un’egemonia ideologica. «Un uomo - chiariva Buranello – può essere giovane a cinquant’anni e vecchio a quaranta. Un uomo è giovane quando vuole esserlo». Il suo progetto evocava i requisiti anagrafici per escludere dalla nuova organizzazione il settore ‘storico’ dei militanti comunisti, ma era pronta ad accogliere quanti, al di là dell’età, si fossero pronunciati a favore della linea degli ‘studenti’, cioè della linea rivoluzionaria di Buranello. La divaricazione politica e strategica era evidente e il suggello fu posto con la gragnola di domande retoriche punteggianti la “Circolare sull’organizzazione” redatta da Buranello all’inizio dell’estate del 1942. Perché cercare complicate alleanze quando bastava rendersi «coscienti (…) di queste forze che sono in noi (…)» e usarle «con intelligenza rivoluzionaria» per l’unico scopo praticabile: «la dittatura del proletariato (…) la Repubblica dei Consigli di operai, contadini e soldati»? Per conseguire questo scopo, occorreva una organizzazione «composta esclusivamente di comunisti, diretta esclusivamente da comunisti, non inceppata da elementi estranei che all’ultimo momento paralizzino l’azione e compromettano le vittorie ottenute». Il momento favorevole era finalmente arrivato, anzi – prevedeva leninisticamente Buranello - «non ci sarà mai una occasione migliore». In conclusione, se Ruggero Zangrandi ci ha descritto “il lungo viaggio attraverso il fascismo” compiuto da una parte della sua generazione, si può dire che lo “studente Buranello” e i suoi compagni, che pure appartenevano alla stessa generazione, furono, in un ambiente proletario e popolare come quello del Ponente genovese, i protagonisti di un “breve viaggio attraverso il fascismo” che sfociò ben presto nell’adesione al comunismo e nel rifiuto globale e radicale del fascismo e delle sue mistificazioni. L’adesione al comunismo era nata dall’amore per la realtà, per la cultura e per l’umanità ed era maturata come espressione intellettuale e morale di un piccolo gruppo. Gli ‘studenti’ avevano infatti ricercato sia i comunisti che il comunismo, poiché ai loro occhi entrambi apparivano come la manifestazione concreta e più alta di quei sentimenti e di quegli ideali. Se il comunismo era stato scoperto sui libri e aveva preso forma attraverso la costruzione, faticosa non meno che appassionata, delle loro biblioteche, i comunisti avevano rivelato non solo il volto umano e cordiale della fraternità, ma anche quello settario e rinunciatario degli sconfitti. Ecco perché Buranello scoprì l’antidoto più potente a questi limiti e a queste deviazioni nella forma che al comunismo era stata data dal leninismo. La teoria del materialismo storico e la soggettività politica del ‘partito’ si saldarono così senza residui, nella sua personalità intellettuale, con l’ispirazione etica di stampo mazziniano e con la critica spietata della mancanza di spirito rivoluzionario da lui ravvisata in alcuni dei suoi compagni di cospirazione. Il “breve viaggio attraverso il fascismo” aveva dato luogo all’esperienza dell’antifascismo militante, sorta in modo del tutto autonomo, e quest’ultimo avrebbe costituito il prologo di quella lotta armata contro il fascismo che solo nella classe operaia poteva trovare la sua naturale avanguardia e nel socialismo il suo logico compimento, se si voleva evitare che, come disse Antonio Labriola del Risorgimento, anche la Resistenza restasse «una rivoluzione democratica non compiuta che ha lasciato il paese nella corruttela e nel pericolo permanente».


Dicembre 2014

22.12.14

La poesia del lunedì. Franco Matacotta (1916 - 1957)

Eccomi sono nudo già germoglia l'umido mio stelo
si erge dal rovo d'ombra che tu carezzi vellutata
libera la sua punta schiude il fiore turgido si fa
tu baci nel gioco ciò che tra poco avrai distrutto coi baci 
e io entro in te come un fanciullo correndo entra nell'alba.

21.12.14

Parole siciliane. "Tampasiari"

Bighellonare, andar errabondi da soli o in gruppo, all'occorrenza sostando per osservare o ascoltare, curiosi del mondo e di tutto ciò che lo abita.

20.12.14

Migrazioni italiane. “Ammonticchiati là come giumenti” (Piero Innocenti)

Da “Narcomafie” una bella rievocazione. (S.L.L.)
Il porto di Genova pieno di emigranti in partenza in un quadro di fine 800
A leggere, quotidianamente, dei soccorsi in mare di centinaia di migranti infreddoliti e affamati, in una massa unica di corpi su quei barconi-carrette, mi sono tornati alla mente i versi di Edmondo De Amicis, quando erano i nostri emigranti a varcare i mari “ ammonticchiati là come giumenti/ sulla gelida prua mossa dai venti,/ migrano per terre inospiti e lontane/ laceri e macilenti,/…per cercar del pane…”. Carrette del mare, non solo oggi, ma anche a quei tempi, quando, nel “bastimento”, “..al primo entrarvi lo abbiamo trovato sì lurido che ci veniva schifo..le navi, all’imbarco, si rivelavano spesso assai diverse dalle promesse..a volte erano delle vere e proprie carrette del mare destinate al naufragio” ( da una lettera di un emigrante italiano partito da Genova, nel 1887, con il vapore “Messico”). Quante somiglianze con il presente quando, sulle coste libiche, i migranti che hanno già pagato consistenti somme di denaro ai trafficanti per un “viaggio” sicuro, si ritrovano costretti, con la violenza, ad imbarcarsi su fatiscenti imbarcazioni o su gommoni che non potrebbero contenere un numero così elevato di esseri umani. I tanti annegati-dispersi nel Mediterraneo, oltre tremila solo nel 2014, dovrebbero ricordarci la tragedia dell’immigrazione. Rispetto alle migrazioni del 1880, ai tempi di De Amicis, quelle di questi anni sono diventate ancor di più un dramma umano di dimensione straordinaria, che riguarda una parte consistente di mondo ridotto in condizioni sempre più disumane a causa di conflitti armati, terrorismo, persecuzioni e povertà. Frutto, spesso, di ingiustizie e di sfruttamento secolare da parte dei paesi del cosiddetto mondo civile. Quando sbarcano nei porti italiani, lo avrete notato, gran parte del personale dell’assistenza e delle forze di polizia indossa una mascherina di protezione sul viso. Si dice che serva per evitare infezioni, ma anche per attenuare gli odori di corpi impregnati di sudore, stanchezza, dolore. Anche sui nostri emigranti di un tempo, che erano “generalmente di piccola statura e di pelle scura..” si sottolineava che “..molti di loro puzzano anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane..” (dalla relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano, ottobre 1912). E se, oggi, qualcuno ha allarmato l’opinione pubblica sui pericoli infettivi dei neri che sbarcano sulle nostre coste, oltre cento anni fa, a Basilea, gli abitanti erano preoccupati di mandare a giocare i loro bambini in strada, per il rischio che potessero tornare a casa “…con i pidocchi o altri parassiti presi dagli sporchi bambini italiani..” (vedi Peter Manz in Emigrazione italiana a Basilea e sobborghi 1890-1914). Per non parlare dei trattamenti riservati, sempre a Basilea, nella stazione ferroviaria, dove i nostri emigranti, considerati “troppo sporchi”, non potevano accedere neanche alla sala d’aspetto di terza classe, ma venivano letteralmente accatastati in un budello sotterraneo in condizioni igieniche pessime. In quel periodo, i pregiudizi verso il nostro paese, minato da colera, pellagra, gastroenterite e tubercolosi, erano davvero forti. L’Australian Workman, il 24 ottobre del 1890, definiva impietosamente “locuste” i migranti italiani, oltre che “briganti, lazzaroni, fannulloni, corrotti nell’anima e nel corpo”. Che fossero un po’ “briganti” non era, a ben vedere, del tutto una falsità. L’emigrazione è sempre stata segnata da violenza e dolore. Quando, oggi, nel nostro paese, si dice che molti stranieri delinquono, si afferma una verità che è la stessa che caratterizzò la delinquenza italiana dei nostri emigranti negli Stati Uniti d’America agli inizi del secolo scorso (1904), infatti, per omicidio, erano detenuti nelle carceri 96 italiani e ben 175 per tentato omicidio. Record assoluto in confronto alle altre nazionalità. Oggi in Italia, l’incidenza della delittuosità degli stranieri sul totale dei delitti, è piuttosto apprezzabile, come abbiamo avuto occasione di sottolineare più volte parlando di sicurezza. Una buona fetta riguarda lo spaccio di stupefacenti e lo sfruttamento della prostituzione. Niente di nuovo a ben vedere in tema di prostituzione (sullo spaccio di droghe, agli inizi del secolo scorso il fenomeno era quasi inesistente), ambito nel quale il traffico di giovani donne fu, più di un secolo fa, in mano agli italiani. Basterebbe leggere quanto scriveva, nel settembre 1902, su “Nuova Antologia”, il diplomatico Paulucci de Calboli, parlando della “merce italiana” particolarmente gradita in Egitto. Oggi, si può pensare di contrastare il fenomeno del traffico illegale di migranti solo contrapponendo, con forza, all’indifferenza generale, quel sentimento “globale della solidarietà e della fraternità”, più volte richiamate da papa Francesco (ne parlerà ancora nel messaggio in occasione della 48ma Giornata della pace, che sarà celebrata, il primo gennaio 2015, sul tema Non più schiavi ma fratelli).
Certo, a Salvini, segretario della Lega Nord, che, per aumentare il suo indice di “gradimento” nei sondaggi, parla, a sproposito, di “immigrazione selezionata” o, tanto più, a quei malviventi che hanno disgustosamente speculato sulla pelle dei richiedenti asilo, come emerso nella recente indagine sulla “mafia romana”, sarebbe tempo perso provare a far capire di cosa si tratti.


“narcomafie”, 17 dicembre 2014  

Ricucire le periferie (Livio Pepino)

Periferia londinese
In questo finire di 2014 sono le periferie romane e milanesi a riempire le cronache. Storie a prima vista diverse: da una parte le avvisaglie di pogrom nei confronti di una struttura di accoglienza per giovani stranieri e di un campo nomadi; dall’altra scontri ripetuti con le istituzioni locali e le forze di polizia per difendere le proprie case, occupate talora da dieci anni e più. Eppure le differenze sono solo apparenti o, meglio, riguardano solo la superficie. E il problema – aldilà delle apparenze – non è il razzismo, pur evidentemente presente in alcune posizioni, e neppure la strumentalizzazione di situazioni di disagio da parte di mestatori di CasaPound o della criminalità autoctona infastidita dalla crescita dei controlli (pur esistente e documentata in alcuni reportages giornalistici). Il problema, vero e profondo, sono le periferie.
Le periferie, le banlieues, i ghetti. Luoghi dimenticati che, periodicamente, si accendono. Anche in paesi ritenuti tranquilli e tolleranti. Soprattutto nei periodi di crisi economica. Con interscambi di ruolo tra aggressori e vittime. All’apparenza senza avvisaglie, tanto da indurre un osservatore attento come Jean Daniel (direttore del «Nouvel Observateur») a dare a una sua raccolta di scritti al riguardo il titolo “Ribelli in cerca di una causa”. Eppure è dalla fine degli anni Settanta che sommosse, riots, esplosioni di violenza si rincorrono dagli Stati Uniti alla Francia, dalla Gran Bretagna alla Germania. L’Italia, sino ad oggi, ne è stata sostanzialmente risparmiata ma è facile prevedere che anche nelle periferie del nostro Paese i fuochi si accenderanno ancora. Fuochi di diverso segno, secondo quanto l’esperienza comparata insegna. A volte contro i migranti, altre volte appiccati dai migranti (ipotesi meno frequente in Italia sol perché la struttura prevalente delle nostre città non prevede, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti o in Francia, quartieri abitati da soli immigrati e cittadini di origine straniera).
Il fatto è che alcune periferie, per chi non le abita, esistono solo quando si incendiano. Il governo delle città guarda sempre più solo alla vetrina del centro e ai quartieri residenziali. Mentre quelle periferie, un tempo dormitori, diventano luoghi di abbandono, di degrado, di non vita. Così la periferia geografica si trasforma in periferia economica, sociale, culturale. Concentrazione di miseria, disoccupazione, dispersione scolastica e via seguitando. Mix esplosivo soprattutto nei momenti di crisi. Quando l’aumento delle situazioni di povertà e il ridimensionamento degli investimenti pubblici di welfare attivano le guerre tra ultimi o degli ultimi contro i penultimi. E quando si misurano gli effetti di politiche abitative di corto respiro che, lungi dal favorire la convivenza, alimentano un’illegalità diffusa su cui spesso di innestano gli interessi della criminalità.
Inevitabili, dunque, disordini, scontri, sommosse. Anche se, per lo più, si tratta di esplosioni che, come le jacqueries medioevali, si concludono – come è stato scritto – «senza un visibile esito politico, eruzioni saltuarie di un fiume di scontento che scorre sotterraneo, per un istante prorompe in superficie e poi riprecipita nel sottosuolo dell’inconscio sociale».
Che fare, in questa situazione? Nell’immediato, esserci da parte di politici e amministratori: ricevendo contestazioni e insulti ma, insieme, marcando un interesse e cominciando a conoscere i problemi. E, oltre ad esserci, intervenire sugli aspetti più macroscopicamente carenti: i servizi e i collegamenti, la pulizia e l’illuminazione, il sostegno scolastico e i luoghi di incontro… Ma la cosa più importante è la prospettiva. Quelle periferie non possono restare così. Devono, progressivamente, restringersi e cambiare natura. È un operazione ciclopica, ma è la vera politica. Lo ha scritto nel gennaio scorso, in un articolo per «il Sole 24Ore» dal significativo titolo “Il rammendo delle periferie”, Renzo Piano. Vi si legge, tra l’altro: «Il destino delle città sono le periferie. Nel centro storico abita solo il 10 per cento della popolazione urbana. […] Le periferie sono la grande scommessa urbana dei prossimi decenni. Diventeranno o no pezzi di città? Diventeranno o no urbane, nel senso anche di civili? […] La prima cosa da fare è non costruire nuove periferie. Bisogna che le periferie diventino città ma senza ampliarsi a macchia d’olio, bisogna cucirle e fertilizzarle con delle strutture pubbliche. Si deve mettere un limite alla crescita […], costruire sul costruito. [E bisogna] portare in periferia un mix di funzioni. Se si devono costruire nuovi ospedali, meglio farli in periferia, e così per le sale da concerto, i teatri, i musei o le università».
Una strada esiste. Chiara ed economicamente sostenibile, ché la prevenzione costa meno degli investimenti imposti dall’esplodere di patologie e conflitti. Non mancheranno altri disordini e sommosse, ma la strada per invertire la tendenza esiste. Non c’è, peraltro, molto tempo per evitare che la situazione degeneri in modo irreversibile.


Narcomafie 12/12/2014

(San) Giovanni Bosco violinista nevrastenico (Luigi Chiavarino)

Don Bosco, Disegno a matita di Fabrizio Cotogno

Dal fortunato libretto agiografico per episodi, quasi del "fioretti di don Bosco", pubblicato per la prima volta nel 1935, opera di un prete che al "santo sociale" piemontese era stato vicino, un episodio emblematico della giovinezza di costui, che mostra come fanatismo e intolleranza percorrano anche la "preteria" più simpatica e gioviale in forme patologiche. (S.L.L.)
A Chieri, dal capo cantore del Duomo, aveva anche imparato a suonare il violino, e con questo accompagnava le funzioni.
Invitato da un suo zio di 102 anni ad intervenire ad una festa in una frazione di Buttigliera d'Asti per aiutare a cantare ed anche a suonare il violino, vi si prestò; e ogni cosa andò benissimo fin dopo il pranzo fatto in casa di quello stesso zio, che era il priore della festa.
Finito di desinare, i commensali, fra cui anche il Parroco, lo invitarono a suonare qualche cosa a mo' di sollievo; ed egli, per compiacere specialmente il vecchio zio che più di tutti insisteva, non seppe rifiutarsi, e suonò per un buon tratto applauditissimo.
Quand'ecco ode un bisbigliare e un calpestio nel sottostante cortile. Si fa alla finestra che era aperta, e vede una frotta di ragazzi e ragazze che danzava al suono del suo violino.
Non si può esprimere lo sdegno da cui fu invaso in quel momento il chierico Bosco.
— Come! — gridò ai commensali, — io che tanto protesto contro il ballo, ne sono diventato il promotore? ! Ciò non sarà mai più!...
E gettato a terra il violino, vi saltò sopra coi piedi, lo fece in mille pezzi, e non ne volle più sapere di suonarlo per l'avvenire.

Don Bosco che ride, Edizioni Paoline, 1988

L'infernaccio della città. Una poesia di Vladimir Majakovskij (1893-1930)

Natal’ja Gončarova, Aeroplano sulla città (1913), Museo nazionale Kazan
Le finestre frantumarono l'infernaccio della città
in minuscoli infernucci succhianti con le luci.
Rossicci diavoli, si impennavano le automobili,
facendo esplodere le trombe proprio sull'orecchio.

E là, sotto l'insegna con le aringhe di Kerc,
un vecchietto stravolto cercava tastoni i suoi occhiali
e ruppe in lacrime quando, nel tifone del vespro,
un tram di rincorsa sbatté le pupille.

Nei buchi dei grattacieli, ove ardeva il minerale
e il ferro dei treni ingombrava il passaggio,
un aeroplano lanciò un grido e cadde
là dove al sole ferito colava l'occhio.

E allora ormai - sgualcite le coltri dei lampioni -
la notte si diede al piacere, oscena e ubriaca,
mentre dietro i soli delle vie in qualche luogo zoppicava,
non necessaria a nessuno, la flaccida luna.


Da Poesia russa del Novecento, Feltrinelli – Traduzione di Angelo Maria Ripellino

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