9.10.14

In morte di Franco Fortini. La resistenza della parola (Alberto Asor Rosa)


Così Franco Fortini se n'è andato. Era, la sua, una dipartita ormai annunciata da molti mesi. Però ci colpisce a fondo, dolorosamente, come se fosse inaspettata. Quando l'ho visto l'ultima volta, prima dell'estate, nella sua mitica casa di via Legnano a Milano, arrancava trascinandosi dietro gli strumenti della propria sopravvivenza, ma lo spirito era del tutto vigile, pungente e sereno come sempre, e proteso al futuro. Difficile immaginare un Franco Fortini acquietato nel riposo eterno: infatti, il pensiero che subito vive in noi di lui dopo la sua scomparsa, riguarda il suo rovello intellettuale incessante, il suo perpetuo, vitalissimo, interrogarsi.
Facile dire oggi che Fortini può essere considerato la coscienza critica della cultura di sinistra in Italia nei cinquant'anni che ci separano dal 1945. Facile, e sommario. In attesa di più ponderate riflessioni, che Franco merita, io ora mi sentirei di dire questo.
Franco era soprattutto un poeta — un poeta che però nell'impegno intellettuale, saggistico e teorico, esprimeva il naturale prolungamento del suo culto della parola. Io una volta, in un mio saggio, gli rimproverai di credere troppo nella capacità profetica e anticipatrice della poesia, e troppo poco nel linguaggio spoglio ed essenziale, o nel silenzio stesso, della lotta di classe. Nello specifico delle sue posizioni teoriche io avevo forse ragione. Ma lui aveva più ragione di me nell'oppormi che la resistenza sulla parola, il rifiuto di farsi «occupare» dalla lingua del capitale e dei suoi accoliti, lo scherzare per verba onde far perdere le proprie tracce oppure avvelenare i pozzi (per riprendere le parole di un suo saggio stupendo, Astuti come colombe), erano altrettante forme di una dialettica in atto, ritrarsi dalla quale poteva voler dire farsi conquistare da quel «totus politicus sum», nel quale è naufragata buona parte della cultura di sinistra di stampo estremistico (per non parlare, ovviamente, di quella moderata e riformistica, che il problema neanche se l'è posto).
Tuttavia, nulla di più lontano di Franco dal «sublime della parola». Il coté marxista di Fortini era altrettanto rigoroso e coerente di quello letterario: ed egli sapeva, e diceva, che solo passando attraverso la porta stretta della «critica dell'economia politica», una posizione intellettuale avrebbe potuto collocarsi giustamente nella fase suprema dello sviluppo capitalistico. Era stato lukacsiano, più che adorniano o benjaminiano, ermetico-surrealista e brechtiano più che avanguardistico e majakovskyano. Il sogno di una classicità ricorrente dentro la corrosione linguistica provocata dall'ondata dei media lo aveva più che sedotto: fra i suoi grandi amori lirici andrebbero collocati autori difficilmente classificabili come rivoluzionari, quali Tasso e Gongora.
Ma un altro aspetto di Fortini va rammentato, anche solo in prima approssimazione. Di una coerenza anti-opportunista da far invidia a un monaco del V secolo, egli non aveva tuttavia nessun misticismo del ruolo intellettuale. Ci ha insegnato al contrario che un paziente lavoro artigianale è meglio di qualsiasi mediocre genialità e che nel lavoro di divulgazione e nella didassi più modesta c'è una nobiltà che i grandi Sofi non riescono neanche a pensare.
Io gli sono grato di avermi insegnato, anche all'interno di un rapporto conflittuale, a pensare il rapporto tra cultura e prassi, tra politica e pensiero (e, se si vuole, tra politica e poesia), in una maniera diversa da come io pensavo. Più in generale, penso che egli vada salutato come un Maestro. Bisogna che nulla di ciò che ci ha lasciato vada perduto.

il manifesto, 29 novembre 1994

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