31.3.14

La poesia del lunedì. Bertolt Brecht

La grande quercia gloria dell'imperatore
sta crollando!
E chi l'avrebbe mai detto!
Non il fiume, non l'uragano hanno squarciato
il gran tronco alle radici,
ma le formiche, migliaia di formiche
lavorando ogni giorno insieme, organizzate
per anni e anni!
Fra poco ascolterete lo schianto
e il tonfo tremendo!
Immensa una nuvola di polvere
salirà dopo il crollo.
E le piccole piante del mondo
vedranno finalmente il sole.

No, non dobbiamo mollare, compagni
non stiamo perdendo
no, non siamo soli a lottare
c'è tutto un mondo con noi,
il mondo dei morti di fame,
il mondo dei servi, dei negri di sempre
degli sfruttati...però coscienti!

Fra poco ascolterete lo schianto
e il tonfo tremendo!
Immensa una nuvola di polvere
salirà dopo il crollo.
E le piccole piante del mondo 
vedranno finalmente il sole.

30.3.14

Celebrità (S.L.L.)

Silvana Mangano ne "L'oro di Napoli"
Figliu di buttana al mio paese - ma credo in molti altri della Sicilia e anche del continente mutatis mutandis - è espressione ambivalente. E così il sovrapponibile figliu di bagascia.
Tali epiteti possono essere un complimento e significare astuzia, abilità, capacità di adattamento, doti che evidentemente si attribuiscono a chi ha madre d'arte sperimentata e navigata, in grado di barcamenarsi con successo in ambiti disonesti. Possono però essere anche insulto pesante, specie se gridati con tutta la rabbia che dentro cova. 
L'insulto diventa addirittura sanguinoso e insopportabile se aggettivato: figliu di celebri bagascia (o buttana, se si preferisce). 

28.3.14

Le carezze e le bastonate. A proposito di un proverbio coreano (S.L.L.)

Dice un proverbio coreano: "In una casa povera il marito accarezza di più la moglie". Credo che sia vero: la povertà elimina molti diversivi ai piaceri dell'amore coniugale, esclude molte possibili sublimazioni. Ma credo che sia vero anche il proverbio opposto: "In una casa povera il marito bastona di più la moglie". Specialmente quando la povertà è grande e diventa miseria, penuria, si scatenano gli istinti peggiori e il potere (in questo caso il potere maschile) si lascia più facilmente andare ad una violenza gratuita, in una sorta di rivalsa.

Ho fatto un sogno (S.L.L.)

Fagiano reale
Nella notte tra mercoledì 26 e venerdì 27 ho fatto un sogno.
Ero a Brindisi (non saprei dirvi dove, ma sapevo di essere a Brindisi) e passeggiavo con un veterinario dal volto liscio e sereno. Sapevo che era bravissimo ed ero lì per fargli una proposta: doveva trasferirsi a Caltanissetta e lì assumere il rango di veterinario provinciale. Per persuaderlo gli dicevo: “C'è del bellissimo bestiame”.
Sorrideva, visibilmente lusingato dal mio dire, ma non sembrava disposto ad accettare.
Con evidente simpatia mi chiese: “Le piacciono i fagiani?”.
Risposi sì, tenendo per me il fatto che non posso più mangiarne, visto che la gotta pretende una dieta rigorosamente senza selvaggina.
Mi disse: “Gliene mando uno a casa”.
Qui il sogno (o il ricordo di esso) s'interrompe. 
Ho chiesto a un amico napoletano, cuoco, di “smorfiarlo” e lui ne ha ricavato 4 numeri da giocare al lotto nelle ruote di Bari e Palermo. 
Ho cercato personalmente in rete il valore prognostico delle figure chiave: stranamente venivano fuori presagi tutti assolutamente favorevoli. 
Pare che il fagiano significhi addirittura “felicità inesauribile”; ma quello del sogno è solo una promessa e, se anche mi arrivasse a casa, per me resterebbe cibo proibito.     

L'amico degli animali (micropolis marzo 2014)

Il cavaliere potrebbe tornare a cavallo proprio in Umbria, non lontano da Perugia. L'Associazione Italiana Difesa Animali e Ambiente, che si occuperà dell'affidamento ai servizi sociali di Berlusconi se così deciderà il tribunale di sorveglianza, propone tre opzioni: accudire i gatti in un rifugio di Brindisi; occuparsi del servizio cani per anziani a Roma o Milano; o accudire e recuperare cavalli considerati inutili, a Corciano, presso la scuderia Unicorno. Sembra tentato da quest'ultima prospettiva, anche se è probabile che senta la mancanza dell'antico stalliere, l'indimenticato Mangano.

dalla rubrica "Il piccasorci"

Ministri. Il contrappunto della Giannini e la "politique d'abord" (S.L.L. - micropolis marzo 14)

La ministra Stefania Giannini, da poco insediata all'Istruzione, deve far fronte a un'inchiesta istruita dalla Corte dei Conti di Perugia relativa a un danno di circa 500mila euro arrecato all'erario, quando la stessa era rettore dell'Università per Stranieri. 
Qualche anno fa, sotto la sua guida, la Stranieri prese in affitto un immobile vicinissimo alla sua sede di piazza Grimana, ove per anni era stato attivo il “Contrappunto”, un ristorante musicale. L'obiettivo era di realizzarvi una “scuola internazionale di cucina italiana” e un centro di ristorazione e incontro per studenti e docenti pomposamente denominato “club house”; ma la società privata che avrebbe dovuto gestire il progetto e pagare il canone d'affitto s'è defilata e l'Università ha sborsato fior di quattrini per una struttura senza alcuna utilità. Il nuovo rettore, Paciullo, ha espresso una solidarietà forte (“la gestione del ministro è la mia gestione”), ma ha ammesso che “il danno erariale vi è stato”, sebbene imputabile esclusivamente al privato.
L'inchiesta comunque va avanti e per la Giannini resta il rischio di dover rifondere in solido il mezzo milione, corrispondente a quasi due anni di indennità parlamentare e ministeriale. 
L'impressione è che alla base di questa vicenda ci sia l'ossessione del “fare”. Il modello, in grande, è il Berlusca del Ponte sullo Stretto; in piccolo l'accoppiata Locchi-Boccali sulla ristrutturazione Nuova Oberdan dell'ex Mercato coperto. Si lanciano proclami, si assumono deliberazioni, si contraggono obblighi, senza star troppo a pensare, secondo la logica dell'antica, napoleonica politique d'abord: “prima ci si impegna e poi si vede”. I risultati di questo modello di governo sono penosi: dappertutto progetti abortiti e lavori interrotti. E intanto si sono commissionati e retribuiti studi e consulenze, si pagano penali, si scontano danni erariali. Prima o poi bisognerà fare i conti e capire quanto è costato il “movimentismo” dell'era di Berlusconi.

Umbria. Arrivano i cinesi (S.L.L. - micropolis marzo 2014)

Due signore cinesi hanno conquistato in questo marzo spazio e attenzione sui giornali locali.
Il rettore dell'Università per Stranieri Giovanni Paciullo consegna
alla miliardaria cinese Chan Laiwa  la "Medaglia d'Oro Speciale"
La prima è sicuramente Chan Laiwa, la donna più ricca della Cina, il cui patrimonio personale secondo Forbes ascenderebbe a circa due miliardi e mezzo di dollari, collocandola al 15 posto nella classifica dei più ricchi del mondo. Di lei si racconta di tutto: che ha 73 anni e un marito decisamente più giovane, attore di successo, che al “Brufani” è rimasta bloccata l'ascensore con una conseguente una sua crisi d'ansia, che discende da una nobile dinastia Manchu, che è una “self-made woman”, che guida un grande gruppo di costruzioni e ha l'anima da filantropo.
Studenti  cinesi alla cerimonia di premiazione di Chan Laiwa
L'occasione è il conferimento di una “Medaglia d'Oro Speciale” dell'Università per Stranieri e Giovanni Paciullo, l'ex notabile democristiano che ne è il Rettore, ne approfitta per lanciare il progetto di un Collegio Cina, una struttura di ospitalità dedicata appunto agli studenti cinesi, per la quale chiede il contributo di spinta del gruppo di Chan Laiwa.
La seconda cinese è anche lei un'imprenditrice, sebbene non se ne faccia il nome: gestisce un traffico di prostitute sue connazionali insediate nei condomini della zona di Fontivegge a Perugia, quasi tutte regolarmente fornite di documenti di soggiorno per motivi di studio o turismo. E' stata denunciata in seguito a una retata.
Giovane cinese in una casa di prostituzione
La presenza in Umbria di queste due signore è certo un prodotto della globalizzazione degli ultimi decenni, ma si tratta anche di due figure tipiche della tradizione cinese, cristallizzate nel patrimonio figurativo e letterario: la “gran Dama” benefattrice e la “madama” tenutaria di bordello. Forse non si sbagliava Mao Zedong nel prevedere dopo la sua morte una “restaurazione” in Cina: in effetti la straordinaria modernizzazione e il connesso sviluppo produttivo dell'impero asiatico presenta forti tratti di continuità con la sua storia antica e recente. La “società armonica” di cui parlano i mandarini del Pcc è una società fortemente gerarchizzata in cui funziona una rete di reciproche dipendenze, vecchie o nuovissime, ma il cui cemento ideologico è una sorta di confucianesimo aggiornato, che esalta la “benevolenza” come garanzia di coesione sociale. Sono temi da studiare, con la consapevolezza di essere di fronte a una civiltà complicata e colta. Quello che è certo è che la sempre più evidente presenza cinese in Italia non può più essere letta come un'emigrazione di disperati, come indifferenziato arrivo di persone, famiglie e gruppi che fuggono dalla fame e dalla miseria, ma contiene tratti di una strategia coloniale. Non ci sono – ovviamente - obiettivi di conquista o di controllo territoriale, le “colonie” cinesi sono altra cosa: insediamenti stabili che riflettono le stratificazioni sociali e i modelli della madre patria, ma insieme poli di irradiazione di un'influenza commerciale, economica, alla lunga anche politica.


25.3.14

1967. Fortini legge la “Lettera a una professoressa”, libro-uomo del prete Milani

Franco Fortini
Un testo intenso, difficile, bello e, quanto dev'essere, critico. 
E' la lettura, nell'immediato (siamo nel 1967, il sessantotto è alle porte, ma non c'è ancora), della Lettera a una professoressa del prete Lorenzo Milani e della sua scuola di Barbiana. Fortini non fa concessioni ideologiche al libro e senza disconoscerne la grandissima forza letteraria e profetica, ne mette impietosamente in luce i tratti populistici (un populismo assai più autentico di quello posticcio che oggi domina la scena). Questo gli permette di intravedere anche i contenuti duri e radicali del libro, che sfuggono ai più e ne costituiscono il nerbo. 
Nondimeno Fortini, in ultima analisi, si sbagliava . Per una sorta di eterogenesi dei fini questo libro di fede "senza politica" eccitò e motivò tanta politica.
Ho recuperato lo scritto dal sito del Centro studi Franco Fortini di Siena, che ha il nome di uno dei libri più provocatori del poeta e saggista, L'ospite ingrato, ma la sua originaria collocazione erano i “Quaderni piacentini” IV, 31, luglio 1967, pp. 271-281. (S.L.L.)
Il priore Milani nella scuola di Barbiana
La questione non è di dire a chi non l’ha letto che il libro Lettera a una professoressa dev’essere letto: basta una pagina e chi ha orecchi intende. Non è nemmeno di dire che è, quasi sempre, eccezionalmente ben scritto: l’intellettuale cretino che lo elogerà è già previsto e d’altronde (come dirò poi) quelle sue qualità di energia immediatezza violenza hanno anche un risvolto negativo.
La questione è di sapere a chi e a che cosa serve un libro così.
Si risponde: alla scuola e a tutti. È una parabola, si dice. I personaggi scolari e insegnanti sono figure di tutti noi.
Un momento. La cosa veramente importante è che nessuno di noi leggerebbe il libro se fosse soltanto un contributo ai problemi della scuola dell’obbligo e degli istituti magistrali. Quel che ci fa tenere il fiato è quel passaggio – ora oscuro ora aperto – da un problema particolare, grandissimo quanto si voglia, al tema della rivoluzione-salvezza. Dico subito: è un salto, non un passaggio. Al posto del passaggio c’è un uomo, una disperazione, “una mano tesa al nemico perché cambi”, la coscienza delle disuguaglianze, la coscienza; c’è una precettistica stupenda, una retorica di forza classica. Una fede e una letteratura. Non una politica.
Eppure il libro batte e ribatte ad ogni pagina sulla politica come vita. Insiste su alcune verità assolutamente politiche. Facchinelli le ha riassunte benissimo. Che cos’è che non gira? “Vendi quel che hai e dallo ai poveri” è il precetto. Ai “Pierini” si intima di sparire o di farsi maestri, ossia discepoli. I “poveri” sono, nel mondo intero, i “contadini”, gli uomini di un’altra cultura.
La parola populismo è stata usata, questi anni, a torto e a traverso. Se c’è un caso in cui bisogna usarla è questo. Nel senso di: lotta per i valori del mondo subalterno e per l’eguaglianza. Ma se la rabbia-amore ha da avere un senso e non rischiare il compiacimento non può che essere trasformazione dei rapporti reali ossia rivoluzione esteriore non rivoluzione interiore ossia conversione. Ora per la trasformazione della società (a partire dalla scuola) qui si propone, in sostanza, il volontariato, il “doposcuola classista”; la vocazione non l’organizzazione, l’immediatezza non il rapporto tattica-strategia.
Gli uomini come Milani e probabilmente tutti i veri uomini religiosi vogliono, come Antigone, essere dalla parte dei morti. Ognuno di noi, se conosce e quando misura l’irrimediabilità della sorte singola e anche di quella visibile del gruppo e dell’età umana cui si è toccati in sorte, si volge dalla parte dei morti, del non più o del non ancora. Antigone sepolta viva, nella condizione intermedia, nella grotta che comunica con il vuoto sotterraneo, pronuncia per la città leggi nuove.
E non ho a vergognarmi del vecchio privilegio di Pierino, che sa chi era quella ragazza greca: se per un verso gli esclusi, gli oppressi, sono più gravemente esclusi ed oppressi, oggi, proprio perché partecipano, non perché non partecipano, delle conoscenze della borghesia, per l’altro verso i Pierini cresciuti, noi insomma, non scontiamo soltanto la nostra colpa storica nei confronti del mondo “muto” dei contadini con la cecità verso più della metà del mondo ma subiamo la strangolamento, l’immiserimento caotico, la falsificazione.
È difficile valutare questo libro e l’opera di Milani perché è difficile parlare sotto un indice teso. Si rischia di reagire con ingiustizia. È difficile per la natura allegorica, l’ho detto, di queste pagine: può sembrare meschino e incomprensivo contestare – e può esser fatto senza difficoltà – molte affermazioni singole sulla scuola, gli insegnanti, le istituzioni, quando sai che la parola scritta ti chiama a ben altro. Ma d’altra parte la dimensione universalistica del discorso non può non rimandarti alla sua verifica immediata, al suo pretesto di partenza. Ancora una volta, il fascino, la chiamata di questo libro-uomo è nella pratica abolizione dei “corpi intermedi”: per quanto parli di collettività fraterna, senti che Milani ha in cuore l’Uno-Tutti, uniti dal trattino dell’immediatezza. E gli avversari, i nemici di classe devono essere combattuti ma perché cambino, sono in sostanza dei fratelli separati dall’errore e dall’avarizia.
A questo proposito vorrei mettere in evidenza per la sua straordinaria genialità e ricchezza la definizione di “opera d’arte” che si legge a p. 132: “Così abbiamo capito che cos’è l’arte. È voler male a qualcuno o a qualche cosa. Ripensarci sopra a lungo. Farsi aiutare dagli amici in un paziente lavoro di squadra”; “Pian piano vien fuori quel che di vero c’è sotto l’odio. Nasce l’opera d’arte: una mano tesa al nemico perché cambi”. L’arte è veduta come mossa da una negazione, da un odio; la verità che ne esce è “mano tesa” e specchio e proposta di cambiamento (il “nemico” sono gli altri, la vita, te stesso...) quindi non è negazione reale e intera ma collaborazione (e in questo si distingue dalla prassi e dall’aut-aut del discorso scientifico...).
Ma qui va rilevato soprattutto che “opera d’arte” ha qui anche il suo etimo medievale, artigiano; e che è riferita esplicitamente alla costruzione del libro di cui si parla. Nell’intento dell’autore esso è “mano tesa al nemico perché cambi” ed è “opera d’arte”. Si chiarisce qui, fino in fondo, il carattere letterario, nel miglior senso della parola, di questo libro. Esso è opus rethoricum, come uno Specchio di Vera Penitenza o il Quaresimale di Bernardino da Siena. E cade qui opportuno dire che il rovescio dei più forti esiti di questa prosa sta in certi molto sgradevoli effetti d’eco (accenti che debbono aver tradito – mi dice chi l’ha conosciuto – l’uomo Milani, immune di retorica dei sentimenti e della missione); eco, voglio dire, del cattolicesimo di destra, toscano, degli anni Venti e anche dopo, da “omo salvatico” e da “Cento pagine di poesia”, con nomi autentici e meno autentici, certo Tozzi, certo Soffici, esaltazione della durezza contadina, della lingua soda, eco a sua volta di certo Péguy e di certo Bloy, ultimo rivolo della contestazione antiborghese e antidemocratica, su su fino a De Maistre.
Ultimo? Chi, come me, non ha fatto che mettere in guardia, con se stesso, i propri amici dall’inganno storico che riducesse la rivoluzione alla eredità democratico-giacobina e poi positivistica del marxismo, e poi dalla sua filiazione inevitabile, l’eurocentrismo operaistico, dovrebbe riconoscere e riconosce infatti nell’accento di un libro come questo il timbro d’una nuova lega metallica, risonante, come scrive Fachinelli, ai quattro angoli del mondo, nella volontà, entusiastica o ironica, di unire attimo e illimitato, fraternità e felicità, rifiuto del consumo e consumo di se stessi: “perché anche io ti amo, o Eternità”. Eppure – eppure sente di dover dire che qui, in questo libro e probabilmente in molti dei movimenti e dei momenti che oggi corrono il mondo, c’è o almeno prevale un aspetto dell’autentica passione religiosa e rivoluzionaria: l’aspetto della “nazione”, del “popolo scelto”, della “città dei santi”. Quanto più si insiste sul momento del “tutti”, più si privilegiano i poveri, gli oppressi, gli “idioti”, insomma gli eletti. La “cultura” dei “padroni” appare come qualcosa che contamina, sostanzialmente inutilizzabile (basta notare come il discorso annaspa, nelle sue analisi e proposte, quando si passa dalla Media Unica alle Magistrali: e peggio accadrebbe se parlasse di altri tipi di scuole). Insomma, qui si separano gli uomini troppo e troppo poco: troppo, nella misura in cui non si vuol vedere che la ideologia dominante pervade tutto il linguaggio e non ne esenta il parlar comune (onde ogni docente è, per posizione, bilingue e traslatore); troppo poco, perché la distruzione degli avversari è vista, amorevolmente e cristianamente, come una mano tesa per entrare nella square dance della fraterna gioia non come un processo, molto concreto, di spoliazione, perdita di diritti e di privilegi, immiserimento, umiliazioni, suicidi e fucilazioni. C’è, in fondo, un ottimismo disperato, quello di tutti i momenti catari della storia religiosa, di tutte le città assediate: “Ho li testimoni qui a Firenze. Io conosco che questa mattina io sono pazzo... bisogna combattere contro duplice sapienza... contro duplice scienzia... credimi che il coltello di Dio verrà e presto”.
So di aver appena sfiorati alcuni dei temi che questo libro-uomo suggerisce. Ma mi è chiaro che Milani è della specie d’uomini cui lo sterminio dei viventi e quello dei trapassati, l’irrecuperabilità degli individui, spinge alla rivoluzione che dovrebbe, nell’ordine della storia, salvarli. Ma è l’antico Iddio, non la storia, a salvare gli individui; la storia, se mai, potrà “salvare” la specie; e allora la “politica” sarà, necessariamente, il contrario di ogni abbreviazione, la “rivoluzione” il contrario di ogni entusiasmo, la “felicità” il contrario di ogni illusione. Chi non regge, scelga la mezza fede, la deviazione estetica, la morte-vita immediata. Altrimenti non resta che il lavoro senza luce e senza alcuna speranza immediata, che è della politica autentica; e che a nulla somiglia tanto quanto la fede autentica e la poesia vera.

Cercasi sinistra disperatamente (Dimitri D’Andrea)

Disegno di Daniela Tini
Alla “crisi della sinistra” è riuscito il miracolo di aver colonizzato l’intera gamma dei generi della comunicazione contemporanea: dalla canzone più o meno di autore alla satira televisiva, dal giornalismo alle memorie di protagonisti sul viale di un tramonto prossimo o recente. In questo scenario, all’appello sembra sottrarsi soltanto la filosofia. Non tanto i filosofi, che qualche volta capita di incrociare negli stanchi rituali della politica virtuale, quanto la filosofia o, comunque, una riflessione che cerchi di confrontarsi con il tema all’altezza della sua complessità e profondità anche storica.
Fra le poche eccezioni si segnala il libro di Carlo Galli, Sinistra. Per il lavoro, per la democrazia (Mondadori, Milano 2013) in cui, senza indulgere in tecnicismi filosofici, l’analisi delle ragioni e delle vicende che hanno condotto alla crisi attuale si intreccia con un serio tentativo di ripensare i fini e i confini della “sinistra-sinistra” all’altezza dei dilemmi e delle sfide del presente.
Punto di partenza è la disincantata presa d’atto che si è consumata una sconfitta e che la sinistra ormai latita in un mondo politico e sociale divenuto inospitale. La sinistra vive oggi una vita stentata e dispersa sia dal punto di vista “culturale”, sia da quello “organizzativo”: “Nessuna parte politica che abbia peso significativo, oggi in Italia, si dichiara senz’altro di sinistra”. La crisi della sinistra si legge prima e meglio nella marginalità in cui è stata sospinta nel senso comune che nella riduzione del consenso elettorale. Quello della sinistra è un mondo in frantumi perché la sinistra ha perso la capacità di farsi mondo, di costruire istituzioni e società, di pensare e progettare un equilibrio contingente fra parti e tutto più avanzato di quello esistente.
L’altra premessa del ragionamento di Galli è che si scrive sinistra, ma si legge da sempre sinistre: “Sinistra è il nome di una parte, di un settore della società e di uno schieramento ideale; ed è anche il nome di una direzione, di un orientamento che questa Parte, con l’azione politica, vuol dare al Tutto, all’ordine politico. (…) Come questa Parte venga individuata, in quale relazione stia con il Tutto, come e a quali fini lo voglia trasformare, e con quali strumenti politico-istituzionali” dipende dalla tradizione filosofica della modernità all’interno della quale ci si colloca. Insomma, si è di sinistra in modo diverso in funzione, si direbbe in un altro lessico, dell’immagine del mondo all’interno della quale si pensa il rapporto individuo-società e, su questa base, si declina il ruolo del potere politico (della violenza legittima) e il modo in cui è possibile/desiderabile trasformarne il funzionamento.
Nella ricostruzione di Galli queste tradizioni sono essenzialmente tre: il pensiero razionalistico liberal-democratico, il pensiero dialettico e in particolare il marxismo, il pensiero negativo “inaugurato da Nietzsche e rappresentato tra gli altri da Heidegger, Derrida, Foucault”. Ciascuna di queste tradizioni “è portatrice di un’idea di libertà che si rivolge contro avversari diversi (la tradizione, lo sfruttamento, la metafisica occidentale); ma al tempo stesso è soggetta a rischi diversi:
rispettivamente, all’economicizzazione dell’esistenza, alla dittatura burocratica della Verità, all’irrazionalismo”.
A partire da queste premesse è però sul piano delle trasformazioni reali della società e della politica che vanno ricostruite le ragioni della crisi della sinistra. Galli propone di leggere il Novecento come il “secolo delle quattro rivoluzioni”: il comunismo, il fascismo, lo stato sociale, il neoliberismo. Si tratta dei quattro modelli di ordine sociale che hanno segnato il secolo, che ne hanno scandito l’andamento. Ed è in particolare l’ultima, la rivoluzione neoliberale, efficacemente definita come una rivoluzione contro lo stato sociale, che definisce il contesto politico nel quale la crisi dei partiti e della cultura politica della sinistra affonda le sue radici. Nella prospettiva di Galli si è trattato di una rivoluzione che nasce come risposta alla crisi del capitalismo all’inizio degli anni settanta e dalle difficoltà ormai insormontabili alla sua valorizzazione nella cornice stato-nazionale. In questa crisi il capitalismo e le società occidentali cambiano volto: è la transizione dal fordismo al postfordismo dal punto di vista dell’organizzazione della produzione, è la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia, è lo smantellamento più o meno graduale nei vari contesti politici dello stato sociale. Una vera e propria rivoluzione conservatrice che rimodella la società all’insegna di più libertà, più competizione, più disuguaglianza.
L’esito di questa trasformazione è stato un nuovo ciclo di espansione del capitalismo che ha condotto a un poderoso incremento della ricchezza e dei consumi su scala globale, ma che ha ridisegnato radicalmente i rapporti tra capitale e lavoro, tra economia e politica. La rivoluzione neoliberale ha infatti prodotto uno “spostamento imponente di ricchezza dai salari al profitto”, una società sempre più disuguale e divaricata, ma, al tempo stesso, anche una crescente subalternità della politica alla logica economica. È nella quarta rivoluzione del Novecento che affonda la crisi della sinistra perché lì si è consumata la sconfitta del lavoro e perché, questa è la tesi centrale del libro, il lavoro e la rappresentanza dei suoi interessi, dei suoi diritti, della sua dignità è qualcosa da cui nessun discorso di sinistra può prescindere. Di più: “Non aver posto l’accento sul lavoro con sufficiente convinzione, aver accettato la subalternità del lavoro e le disuguaglianze sociali, è stata una delle maggiori cause di debolezza della sinistra”.
La crisi attuale ha reso più urgente il compito di ripensare una sinistra che sia capace innanzitutto di essere parte, di rappresentare un mondo del lavoro fatto ovviamente di lavoro dipendente, di piccolissimi artigiani e di imprenditori individuali, ma anche della variegata galassia del lavoro precario o di coloro che un lavoro non ce l’hanno più o non l’hanno mai avuto. Una sinistra che nella propria parzialità non rinunci, tuttavia, a pensare l’universale, a “progettare un nuovo compromesso, molto meno squilibrato dell’attuale, oltre che meno burocratico che nel passato, tra economia e diritti di libertà, tra mercato e Stato, tra privato e pubblico”, nella consapevolezza che neutralizzare gli aspetti distruttivi del capitalismo neoliberale è una “missione civilizzatrice” che risponde a un interesse generale: “Un obiettivo che ha la stessa rilevanza epocale del New Deal, anche se non ne può riprodurre le terapie e le soluzioni”.
Il lavoro, dunque, come luogo materiale e simbolico da cui ripartire anche per valorizzare i contributi critici sul piano dei diritti, delle istituzioni, delle forme della politica che le diverse sinistre hanno messo a punto in questi anni. Una prospettiva chiara e impegnativa che dovrà confrontarsi almeno con due diversi generi di difficoltà. Il primo e più immediato è costituito dalla sordità delle forze della sinistra reale (spesso impegnata in tatticismi di ogni genere e in diatribe da ceto politico), a cui sembrano mancare le risorse anche soltanto per mettere in agenda una riflessione che si muova in una direzione così ambiziosa.
Più in prospettiva, la possibilità di fare nuovamente del lavoro un luogo di solidarietà anziché di competizione dipenderà in larga misura dalle possibilità di crescita dei paesi di antica industrializzazione: dalla capacità del capitalismo di “generare” lavoro. Una scommessa che non è scontato vincere.

“L'Indice dei libri del mese”, Anno XXXI, n.1, Gennaio 2014


24.3.14

La poesia del lunedì. Leonardo Sinisgalli (1908-1981)

Il cratere
Vieni uccello leggero
sopra il cratere spento,
torna felice al vento.

Da La vigna vecchia, Mondadori, 1956

23.3.14

Com'era fatta la caravella? (Giovanni Maria Pace)

Le navi antiche, di legno naturale e senza trattamenti, quando venivano attaccate dai parassiti non avevano scampo. Così, ridotte a un colabrodo dai vermi, due caravelle della quarta e ultima spedizione di Colombo nel Nuovo Mondo furono abbandonate nella baia di Sant'Anna in Giamaica, sul cui fondo ora giacciono. Per trovarle, il dottor Roger C. Smith e un gruppo di studiosi dell'università del Texas si immergono in quelle acque cristalline dall'inizio dell'estate. Se, come sperano, la fortuna li assiste, ci troveremo di fronte a un ritrovamento importante non solo per ragioni storiche ma per tutto quello che i relitti, prevedibilmente bene conservati dalla natura dei fondali, potranno dirci sul modo in cui erano costruite queste navi, protagoniste di esplorazioni e commerci durante il Rinascimento. Ciò che apprenderemo sulla struttura delle caravelle servirà agli artigiani spagnoli che si apprestano a ricostruire la Nina, la Pinta e la Santa Maria. Le tre repliche ripeteranno nel 1992, cinquecentesimo anniversario della scoperta dell' America, il viaggio di Colombo.
Benché immagini d'epoca non manchino e neppure imitazioni moderne (basti pensare a film e sceneggiati televisivi) le caravelle rimangono sostanzialmente un oggetto misterioso. Com'era fatta esattamente la carena? E l'armamento? Il timone? Snelle e ardite, in grado di solcare il tempestoso oceano, le caravelle posseggono, tra gli scafi antichi, un fascino particolare. Come riuscivano a raggiungere, con forte vento, gli undici nodi, velocità-limite anche per i moderni scafi di lunghezza comparabile?
Con una delle tante discontinuità che punteggiano il suo procedere, l'archeologia marina ha scavato - si dice così nonostante l' improprietà del termine - più navi classiche, cioè greche, etrusche, romane, che vascelli recenti. Tra i grandi ritrovamenti d'epoca romana ricordiamo quello delle due navi di Caligola nel lago di Nemi, prosciugato per l' occasione tra gli anni 1928- 32. Lunghe ben 71 metri l' una e 73 l' altra, i vascelli imperiali erano, come si direbbe oggi, navi "di rappresentanza", scafi d' acqua dolce più adatti a mostrare opulenza che ad affrontare i flutti. Sul ponte della più piccola erano costruiti lussuosi ambienti in muratura, coperti da un tetto di tegole di rame dorato, con pavimenti intarsiati e ornati di mosaici. Travi di sostegno rivestite di bronzo, balaustrate con teste di Satiri completavano la decorazione, mentre l' opera viva, cioè la parte immersa della nave, aveva il fasciame rivestito di lana catramata, a sua volta coperto di sottili lamine di piombo. Purtroppo le navi di Nemi andarono distrutte in un incendio nella primavera del 1944.
Dopo questo "colossal", l'archeologia navale italiana non ha più dato grandi prove di sé. Ci sono stati, sì, ritrovamenti, ma modesti rispetto alla quantità di tesori adagiati lungo le nostre coste. Neppure i guerrieri di Riace sono riusciti a dare l' impulso sperato. L'archeologia subacquea è da sempre la sorella minore e dimenticata dell'archeologia di terra ferma, i suoi cultori si contano sulle dita di una mano, manca un centro di coordinamento a livello nazionale come pure una università che riesca a dare impulso a questa branca della scienza. Così quel museo sommerso che sono i litorali della Penisola viene soprattutto visitato da altri, come alla fine del secolo scorso gli scavi nelle grotte preistoriche della Liguria furono appannaggio dello straniero. Gli inglesi dell'università di Oxford sono appena partiti dall'isola del Giglio dove il mese scorso hanno recuperato una nave etrusca del quinto secolo avanti Cristo con la struttura lignea bene conservata. L'isola era sulle rotte mercantili dell'impero ed è dunque un posto in cui le immersioni archeologiche possono dare buoni frutti. Un altro relitto, del secondo secolo dopo Cristo, è infatti stato avvistato e attende di essere studiato.
Ma se il Giglio è importante, tutti gli ottomila chilometri di coste italiane sono una miniera; e i fondali del Mediterraneo in generale. L'anno scorso è stata annunciata la scoperta di quello che è certamente il più antico relitto finora identificato. Si tratta di una nave da carico che raggiunse la sua silenziosa, liquida tomba 3.400 anni fa, quando sul trono dell'Egitto sedeva Tutankhamen. La scoperta è avvenuta a Kas, lungo la costa meridionale della Turchia.
Il dottor Smith e il suo gruppo hanno ancora davanti un mese abbondante per individuare le navi di Colombo. Il compito non è facile, ci è stato detto in una intervista telefonica, perché la baia di Sant'Anna è grande e i relitti colà affondati numerosi. Ma per l'autunno forse ci saranno novità. Anche per un altro verso. Uno studioso dell'Università della Florida ha trovato in Spagna un documento di 400 pagine che descrive la Nina, lo sta esaminando e tra poco rivelerà al mondo ciò che ha decifrato. Il documento e l' eventuale recupero da parte di Smith aggiungeranno dettagli fondamentali a quanto già sappiamo sulle caravelle. La Nina, la preferita di Colombo, era lunga una ventina di metri e poteva trasportare 60 tonnellate di carico. La Pinta, un po' più larga, era più veloce della Nina, mentre la Santa Maria, l'ammiraglia della piccola flotta, raggiungeva i 27 metri di lunghezza. Più lenta delle altre due, finì in secca e dovette essere abbandonata nel Nuovo Mondo. Il suo aspetto panciuto ha portato qualcuno a supporre che non si trattasse di una vera caravella ma di un nao, un robusto vascello da carico di origine ispanica. Secondo il dottor Smith, le caravelle avevano fiocco e randa, cioè la vela anteriore e quella principale, quadrate, mentre la mezzana, cioè la vela di poppa, era tagliata a triangolo come le vele latine. Le vele quadrate sono più adatte all'andatura con vento in poppa, che era poi l'assetto di navigazione prevalente delle navi antiche. Ma le caravelle dovevano destreggiarsi con vento di bolina, cioè quasi contrario, altrimenti, dato il regime prevalente dei venti estivi, sarebbero state loro precluse molte rotte mediterranee. Le vele latine sono più manovrabili e adatte a questa andatura sfavorevole. Senza vele in kevlar nè scafi in lega leggera, le navi di Colombo riuscivano a coprire duecento miglia al giorno, una media del tutto rispettabile anche oggi.


“la Repubblica”, 5 settembre 1985  

1935. Salti e capriole sulla piazza di Assisi (Fernando Feliciani)

La guerra all'Etiopia fu dichiarata da Mussolini il 2 ottobre 1935, ma da Napoli, Catania e altri porti gl'imbarchi verso l'Africa Orientale erano cominciati già dal febbraio. Nel 1985, Fernando Feliciani, presidente dell'Associazione reduci di quella guerra, in occasione del cinquantenario raccontava quanto segue a Guido Vergani, di  "Repubblica”. (S.L.L.)
Assisi, La Piazza del Comune di sera, Foto Francalancia, particolare
Sono partito il 9 aprile. Dovevamo lasciare la banchina del porto di Catania verso le 17. Alle 19 le struppe stavano ancora sfilando in via Etnea travolte dall'entusiasmo della folla. Quando mi avevano richiamato, qualche tempo prima, avevo fatto salti e capriole nella piazza della mi Assisi. Chi ci può credere oggi? Chi ci può capire? Eravamo drogati di patria”.


E se l'Africa si piglia si fa tutta una famiglia in “la Repubblica”, 29 settembre 1985

Caterina de' Medici, la regina nera (Valerio Castronovo)

François Clouet, Ritratto di Caterina de' Medici
La figura di Caterina de' Medici, moglie di Enrico II e regina di Francia, non ha mai goduto buona stampa. Intere generazioni di storici e anche di romanzieri (se si fa eccezione per Balzac) si sono accanite nel dipingerla con i colori più foschi, riprendendo sovente tali e quali le accuse più infamanti che furono messe in giro, mentre Caterina era in vita, dai suoi avversari.
Da qualche anno a questa parte, invece, sembra che si faccia a gara per ribaltare il giudizio su un personaggio tanto discusso; al punto che proprio in Francia, dove era stata oggetto di esecrazione, Caterina viene oggi presentata come una sorta di eroina nazionale, che persegue, in una fase decisiva per il destino del regno dei gigli, l'unità politica e religiosa del paese. A render giustizia alla piccola mercante fiorentina, definita in passato un'usurpatrice avida solo di potere, ha cominciato nel 1980 Ivan Cloulas, con un libro (tradotto in Italia da Sansoni) teso a dimostrare, pur non tacendo sui misfatti perpetrati da Caterina, quanto essenziale fosse stata la sua opera di governo per salvare dal tracollo la monarchia francese. E ora compare una nuova biografia, non meno consistente per spessore e per ricchezza di documentazione (Caterina de' Medici. Un'italiana sul trono di Francia, Mondadori, pagg. 732, lire 32.000), con cui Jean Orieux, storico e romanziere, autore di altre fortunate biografie, pone per così dire il suggello a questa singolare opera di riabilitazione: tant'è che il volume è rimasto per oltre trenta settimane in testa alla classifica francese dei best-seller e ha anche vinto un premio dell'Académie Francaise.
E' difficile stabilire come e perché sia andato affermandosi tutto d'un tratto un così grande interesse per la regina nera (chiamata in tal modo per i suoi mesti abiti vedovili) che, pur essendo madre di tre sovrani (Francesco II, Carlo IX ed Enrico III) e reggente nel mezzo di eventi quanto mai drammatici, era stata relegata per lungo tempo in un angolo buio della storia francese, quasi si volesse esorcizzarne la memoria. Può darsi che alla sua resurrezione abbia contribuito il nuovo gusto per il romanzo storico, tanto fu tormentata, tumultuosa, densa di colpi di scena, la lunga parabola terrena di Caterina.
Rimasta orfana in fasce (col padre agonizzante nella camera accanto, mentre nasceva; la madre sarebbe morta di febbre puerperale di lì a pochi giorni) e scampata poi per miracolo, nel tumultuoso epilogo della Repubblica fiorentina nel 1527, alla vendetta dei capi della fazione più estremista, che l'avrebbero voluta fare a pezzi o gettare in un postribolo, la donna che dal 1560 si trovò a reggere per quasi trent'anni in un paese straniero e in una Corte a lei ostile il timone del più prestigioso regno d'Europa, ebbe la disgrazia, dopo esser stata tenuta in disparte dal marito, innamorato della bella Diana di Poitiers, di vedersi ripudiata dal figlio che più aveva amato. E, prima di chiudere gli occhi, ormai settantenne ma ancora temibile, venne pubblicamente additata dai suoi sudditi come la causa dei peggiori mali che li affliggevano.
Comunque sia, l'attenzione che così improvvisamente si è risvegliata intorno alla vicenda di Caterina de' Medici ha portato quantomeno a una valutazione più equilibrata del ruolo che ella giocò sulla scena politica, al di là dei ritratti di maniera che ci sono stati offerti fin qui. Non che nel libro di Orieux manchi una certa carica di simpatia e più di un'indulgenza nei riguardi del personaggio. Ma le attenuanti o le giustificazioni che l'autore fornisce a proposito dei comportamenti più controversi di Caterina (a cominciare dalle trame da lei ordite nella famosa notte di San Bartolomeo del 1572, sfociate prima nel massacro dei principali esponenti calvinisti convenuti nel Palazzo reale, e poi nella carneficina degli ugonotti nella capitale e nelle province) non sono tali da inficiare il giudizio d'insieme, ampiamente positivo, che emerge da una minuziosa ricostruzione dei fatti. Si può quindi convenire con Orieux che ben difficilmente la Francia sarebbe sopravvissuta all'anarchia in cui era piombata e al grave indebolimento della monarchia, se la discendente dei Medici, nipote di un papa, non avesse preso in pugno le redini del paese con una forza d'animo e una intelligenza politica pari alla più cinica spregiudicatezza, che nessuno a quel tempo avrebbe mai immaginato di poter attribuire a una rappresentante del gentil sesso. “Un miracolo di natura, veramente nata per reggere e governare”, la definì nel 1579 l' ambasciatore veneto Lippomano, che pure aveva visto all'opera tanti maestri di intrighi in un'epoca in cui le armi dell'artifizio e della dissimulazione non erano meno micidiali di quelle dell'arbitrio e della violenza. In effetti, anche se non rifuggì dall'uso spietato della forza, Caterina fu spesso ineguagliabile nel padroneggiare gli strumenti dell' arte politica, nel senso più machiavellico del termine, che aveva appreso durante la sua educazione fiorentina e romana, e poi affinato per reggere l'urto con l'indole brutale della Corte e della società francese. Tanto che ancor oggi è arduo dipanare il fitto intreccio di sottili maneggi, di arditi espedienti, di seducenti raggiri, di opportunismi tattici, di cui Caterina s'avvalse per blandire e disarmare i suoi nemici più tenaci, o per destreggiarsi con autorevolezza fra le rivolte interne e le non meno insidiose ambizioni egemoniche della Spagna di Filippo II. Fu così che, celando un temperamento energico e aggressivo sotto la maschera di un' apparente remissività, che sembrava d'altronde confacente alle sue fattezze (piccola, tonda, gli occhi sporgenti, il colorito pallido), la Regina madre finì per imporre i suoi personali orientamenti negli affari di Stato, a dispetto non solo di tanti avversari ed emuli, ma talora dei suoi stessi figli.
Trovatasi, dopo la tragica scomparsa del marito nel luglio 1559 e quella prematura dell'erede Francesco II, ad agire per conto di Carlo IX ancora minorenne, Caterina ebbe sempre chiara, fin dall'inizio della sua reggenza, la consapevolezza del pericolo mortale rappresentato dalla grande feudalità che dietro le guerre di religione tra i Guisa e i Borboni (i primi a capo del partito cattolico, i secondi alla testa di quello calvinista) mirava a scardinare il potere della Corona.
Personalmente la Regina non nutriva particolare ostilità nei confronti degli ugonotti e, per il resto, era sostanzialmente indifferente alle questioni religiose: la sua fede era, piuttosto, l'astrologia e il suo grande sacerdote Nostradamus. Ai suoi occhi la teologia appariva, d'altra parte, come un serio ostacolo all'opera di pacificazione del paese che intendeva condurre e che ad un certo momento sembrò dovesse portarla a condividere le aspirazioni di quel partito dei politiques che, pur muovendo da presupposti diversi, auspicava sopra ogni altra cosa la concordia nazionale e la tolleranza religiosa. In un regno a brandelli, lacerato dalla guerra civile e dall'odio irriducibile delle opposte fazioni, afflitto per giunta da frequenti carestie e da gravami fiscali sempre più intollerabili, Caterina fece del suo meglio per porre fine alle controversie religiose, per restaurare l'autorità regia, per sventare una congiura dopo l'altra, per allontanare dalla cerchia degli intimi di Corte i consiglieri più infidi, per ridurre all'obbedienza i funzionari recalcitranti: dovendo spesso fare affidamento più sulla sua buona stella e sulle sue ambigue e segrete risorse diplomatiche che sull'efficacia delle sue disposizioni e sulla coercizione per mano militare. Giacché su questi due versanti Caterina era praticamente indifesa: per la legge salica, non avrebbe potuto esercitare alcuna forma di potere; quanto alla possibilità di contrastare gli avversari sul campo di battaglia, questi possedevano armate ben più forti e organizzate di quella regia, sempre a corto di danaro.
La guerra dei tre Enrichi (Enrico III di Valois, Enrico di Guisa ed Enrico di Navarra), scoppiata nel 1588, un anno prima che la regina si spegnesse, dimostrò quanto fragili fossero le barriere che Caterina aveva cercato instancabilmente di apprestare in nome della ragion di Stato. Sicché sarebbe azzardato qualsiasi confronto con quell'altra grande protagonista del tempo che fu Elisabetta d'Inghilterra, la quale riuscì invece a spuntarla sia sull'uno che sull'altro fronte, quello politico e quello religioso, non soltanto in virtù del suo eccezionale talento di statista, ma anche in forza di quella alleanza fra monarchia e borghesia che in Francia s'era invece incrinata irrimediabilmente.
Ci volle in effetti tutta la tempra e l' autorità di Enrico IV, proprio l'uomo che Caterina aveva più detestato pur sapendo che era il solo in grado di condurre a buon fine l'opera che ella non aveva potuto realizzare (anche perché considerata dai suoi sudditi, nonostante tutto, un corpo estraneo agli ideali e agli interessi francesi), perché la sovranità della Corona venisse pienamente ripristinata nel quadro di una rinnovata coesione interna del paese.


"la Repubblica", 29 ottobre 1987  

1610. La morte di Enrico IV (dalle cronache dell'epoca)

Al termine della cosiddetta "guerra dei tre Enrichi" il trono di Francia venne conquistato da re di Navarra, che diede inizio alla dinastia dei Borbone. 
L'uomo, colto e donnaiolo, già protestante, convertitosi al cattolicesimo (perché "Parigi val bene una messa") promulgò a Nantes nel 1598 il celebre editto di tolleranza che mise fine alle guerre di religione. Ma morì alcuni anni dopo sotto il pugnale di un fanatico cattolico, nella circostanze che qui si narrano. 
La fonte è un ritaglio senza data de "la Repubblica" (forse 1982) sulle lettere del "Casanova di Navarra". La selezione dei testi fu curata da Pierre de L'Estoile. (S.L.L.) 
Enrico di Borbone in un ritratto giovanile
1610
Venerdì 14, verso le quattro della sera, il Re si trovava nella sua carrozza senza alcuna guardia attorno, avendo con lui solamente Monsieur d'Epernon, Montbazon e altri quattro o cinque gentiluomini. Stava passando davanti a Saint-Innocent, per recarsi all'Arsenale, quando, all'improvviso, a causa di un intoppo provocato da un cocchio e da una vettura, la sua carrozza fu costretta a fermarsi all'angolo della rue della Ferronnerie, di fronte a un notaio chiamato Putrain; qui il Re fu miseramente ucciso da uno scapestrato e malvagio chiamato François de Ravaillac, nativo d'Angouleme...".

20.3.14

L’eredità di Bob Marley (Grazia Rita Di Florio)

«La cosa buona della musica è che quando ti colpisce non senti dolore» (Trenchtown Rock, 1973), in fondo tutta la filosofia di vita di Bob Marley è sintetizzata in questa frase, che simboleggia il potere taumaturgico della sua musica. Certo, parlare di un artista così e scadere nella retorica, nelle banalizzazioni e nei luoghi comuni è un rischio che si corre, tanto è stato detto e scritto sulla sua figura e sulla sua opera. La sua popolarità lambisce i confini del pianeta, ed è improbabile che ci sia qualcuno che non abbia sentito pronunciare almeno una volta il suo nome. È stato paragonato a Malcolm X, per carisma e per la forza del suo messaggio, benché fosse solito dire: «Sono solo un uomo, non sono un profeta. Conosco alcune parole e so come usarle». Pare niente ma sta tutto qui il segreto del suo ricordo immortale, il fascino di un piccolo-grande uomo, la sua tremenda attualità.
Per comodità, o per un facile esercizio di memoria si pensi allo sgomento diffuso, per la morte prematura di Michael Jackson, un evento ad alta esposizione mediatica, ma realmente commemorato in tutto il mondo e compianto in lungo e in largo sui social network. Trent’anni fa, quando Bob Marley si spense, l’11 maggio del 1981, in un ospedale di Miami, il potere di internet non aleggiava ancora, ma un boato scosse la terra. Judy Mowatt, una delle coriste di “Bob Marley & The Wailers” (le I-Three), racconta che quando ricevette la telefonata in cui gli veniva annunciata la morte di Marley, scoppiò - letteralmente - un tuono a ciel sereno, in una bellissima giornata di sole. Come se fosse morta una divinità.
Il 21 maggio del 1981, 100mila persone scesero in strada in occasione del funerale che si tenne in pompa magna rasta, come un carnevale in musica, e preghiere, a Nine Miles, dove egli era nato 36 anni prima, il 6 febbraio del 1945, una data scalfita indelebilmente nella storia giamaicana. Un mausoleo di pietra fu costruito in suo onore, affollato quotidianamente da una folla di fan e «fedeli»
alla dottrina marleyana. Marley, era un devoto rastafari, adulatore di Hailé Selassié, una religione che prescrive il divieto di amputazione degli arti; perciò Bob si rifiutò di farsi amputare l’alluce per un melanoma dando al dottore del ciarlatano. Purtroppo il cancro gli fu fatale.
Dalla politica Bob Marley ha sempre preso le distanze, propendendo per una personale visione del mondo e delle sue ingiustizie, intesa a forgiare un pensiero coerente, schietto, un j’accuse senza fronzoli nei confronti del colonialismo, della schiavitù, dell’imperialismo; ed è, ad esempio, in canzoni come Redemption Song, suo testamento spirituale, o in War (tratta da un discorso di Hailé Selassié all’Assemblea generale delle Nazioni unite) che si carpisce l’essenza più profonda della figura di Bob Marley, tra le più imponenti e ieratiche del XX secolo. Uno che cercava la bellezza dei neri nella profondità delle radici, nel cammino verso la madre Africa. Un personaggio scomodo, evidentemente, per via delle sue idee di giustizia e per il seguito planetario che egli stava riscuotendo dopo la pubblicazione di Catch a Fire nel 1973 grazie all’incontro con il produttore della Island Chris Blackwell, tanto che nel 1976 fu vittima di un attentato nella casa prestatagli proprio da Blackwell, al 56 di Hope Road a Kingston, una bellissima tenuta coloniale, pochi giorni prima del concerto per la pace, Smile Jamaica. Ambush in the Night («tutte le armi puntate contro di me, un’imboscata nella notte. Hanno fatto fuoco contro di me, li vedo lottare per il potere...») è frutto di quell’esperienza, una canzone in cui Marley associa il fatto personale con le sofferenze della gente dei ghetti, un attentato avvolto nel mistero, anche se si è parlato - per bocca del suo manager Don Taylor, anch’egli rimasto ferito - di un coinvolgimento della Cia. Negli affari interni giamaicani resta memorabile il ruolo di mediatore svolto da Bob Marley, in occasione del One Love Peace Concert nel 1978, tra i due antagonisti politici dell’epoca, Edward Seaga e Micheal Manley, una contrapposizione all’apice che aveva generato una violenta guerriglia tra le bande delle fazioni rivali, provocando gravi disordini e parecchi morti. Artefice del simbolico gesto della stretta di mano tra i due leader politici, il Marley tenta una riappacificazione per la sua gente che non ebbe i risultati sperati.
Più controverso il rapporto che Bob aveva con le donne, ammaliate dal suo innato savoir faire; bassino e minuto, avvolto in una folta chioma di dreadlock, ragazzo di campagna, figlio di una contadina giamaicana e di un militare dell’esercito britannico, aveva tutte ai suoi piedi. Eppure la moglie, Rita Marley, additata oggi da molti come una cinica e un’arrampicatrice, ha raccontato in una biografia dal titolo No Woman No Cry. La mia vita con Bob Marley, pubblicata da Mondadori, nel 2004 (con Hettie Jones), la sua relazione complicata con il re del reggae, soffermandosi sui capricci del marito, le scenate di gelosia, i suoi tradimenti. Che serve a ricordare quanto la Giamaica sia terra di contraddizioni e discriminazioni radicali, e che la dominante patriarcale si manifesta con la superiorità dell’uomo da un punto di vista artistico (più volte abbiamo parlato della difficoltà per le cantanti donne di emergere in un contesto sessista) e in tutti i momenti della vita sociale. Interpellato a proposito della segregazione delle donne nell’ambito della cultura rastafari, Bob Marley sottolineava: «Le donne sono le nostre madri; abbiamo madri e mogli e sono donne... altro che ruoli» (da Reggae News, 1980). Insomma, tutto da discutere.
Quanto alla moglie, Rita, in fin dei conti sembra averlo più che perdonato - come le altre donne che Bob ha amato e poi lasciato - e dagli studi Tuff Gong fondati dall’illustre marito, ci tiene a far sapere che l’importanza del trittico pace, amore e unità da lui coniato è quanto mai attuale per costruire un mondo migliore, ribadendo altresì l’importanza di portare avanti l’opera e l’eredità spirituale del profeta del reggae.
Primi fra tutti a raccogliere l’eredità artistica di Marley, sono i figli, il primogenito di Rita, Ziggy, che dopo una carriera fulminante con i Melody Makers vive ora un po’ in sordina, ma ha co-prodotto assieme a Chris Blackwell, il documentario Marley, diretto da Kevin McDonald, un progetto naufragato più volte, originariamente affidato a Martin Scorsese, poi a Jonathan Demme, ora finalmente messo a punto per il trentennale della morte del cantante.
Anche Kymani, Stephen, Julian e Roan, attualmente impegnato nella gestione della piantagione di caffè di famiglia, la Marley Coffee, si sono giocati le loro carte nel mondo musicale, ma chi ha calato realmente gli assi è Damien, il minore dei figli maschi, nato dalla relazione con la modella Cindy Breakspeare, che dopo un esordio clamoroso con l’album Welcome ro Jamrock, è protagonista del combo con il celeberrimo rapper Nas, con il quale ha firmato il disco dal titolo, Distant Relatives. Fisionomia e voce ricordano il padre in maniera impressionante.
Chissà se a Bob sarebbe piaciuto il connubio con l’hip hop.


“alias il manifesto” 7 maggio 2011

Padova. Una poesia di viaggio (S.L.L.)

Padova, Il Prato della Valle
Laddove s'interrompe la padana,
Padova prova a sorprenderti - prati,
miracoli, mercati, erbe, galline,
svenimenti nell'orto. Già lontana

l'arte, la morte, se da muri muti
gridano ed aggrediscono graffiti,
sulla piazza zanneggiano drogati,
vendono vento veneti avveduti.


da Tre poesie di viaggio (1998), Inedite

18.3.14

A che serve la bellezza? In mostra il Movimento Estetico (Masolino d'Amico)

Vecchio articolo per una mostra già chiusa, ma pieno di notizie, notiziole e curiosità. (S.L.L.)  

J.M. Whistler, Sinfonia in bianco
Londra.
Da sempre, vedi i dipinti nelle caverne, l'uomo ha cercato di fare con le mani qualcosa che fosse bello; nelle culture più evolute si è poi interrogato su cosa la bellezza sia e quindi sulla ricetta per ottenerla (imitazione della natura? armonia di elementi come linea, colori, proporzioni?). Molto più tardi si è domandato se la bellezza sia necessaria. Già, a che serve?
L'interrogativo è stato posto per la prima volta in epoca moderna, precisamente nel XIX secolo e nell'Europa della rivoluzione industriale. Perché, si disse, un artigiano dovrebbe decorare un oggetto producibile in serie con profitti tanto superiori? Perché un quadro, perché una poesia? L'enorme riassetto sociale comportato dall'utilitarismo mise in crisi l'artista. A meno di essere un genio maledetto in conflitto con tutto e destinato a morire giovane, costui doveva impartire buoni consigli. L'opera d'arte si giustificava se era edificante; se condannava il vizio e promuoveva la virtù. Spiriti illuminati protestarono contro tale visione e contro il brutto dilagante nella vita quotidiana (i nuovi assembramenti urbani, la disumanità della fabbrica).
Alla domanda di cui sopra si rispose che l'arte non deve servire proprio a niente. In Francia, dove nacque l'espressione «l'art pour l'art», praticanti che sfidavano la morale (Baudelaire, Flaubert) furono messi sotto processo. Uno di loro, Théophile Gautier, illustrò il concetto. La patata è utile, ma la rosa è bella, scrisse; il luogo più utile della casa è il cesso. Fu però in Inghilterra, ossia nel Paese dove la rivoluzione industriale era nata e dove più prosperava, che si diffuse quello che a un certo punto fu definito un Movimento Estetico. Alle origini si possono collocare le prime opere di John Ruskin, fondatore della critica d'arte moderna: patrocinatore prima del pittore J. M. Turner, quindi dei cosiddetti Preraffaelliti, e sostenitore dell'architettura veneziana come modello per gli edifici destinati ai sudditi della regina Vittoria. Peraltro, nel periodo coperto dalla magnifica mostra «The Cult of Beauty - The Aesthetic Movement 1860-1900» (fino al 17 luglio al Victoria and Albert Museum di Londra), Ruskin, incapace di evolversi coi tempi, appartiene già al passato. Nel 1877 definì sprezzantemente un Notturno impressionista di J. M. Whistler come una secchiata di vernice gettata in faccia al pubblico da un buffone, provocandosi una querela per diffamazione da parte dell'artista, il quale vinse la causa ma si rovino' per pagare le spese.
L'eccentrico americano stabilitosi a Londra dopo essere stato di casa a Parigi era un articolato polemista. A un altro critico che aveva rilevato come una sua tela intitolata Sinfonia in bianco (ritratto di due fanciulle, qui nella mostra) contenesse pure altri colori, rispose notando che anche in una sinfonia in F («fa») ci sono altre note - «non e' tutta F,F,F, fool \ !». Whistler chiamava sinfonie i suoi quadri perché, come gli altri artisti ancor più di lui inguardabili nel movimento, aspirava a un'arte onnicomprensiva. D. G. Rossetti e William Morris furono poeti, E. Burne-Jones cercò nella letteratura i motivi dei suoi quadri; ma oltre che a scrivere e a dipingere, i sunnominati e i loro sodali disegnarono mobili, carte da parati, oggetti di arredamento, tappezzerie, libri. Proposero persino un nuovo modello di femminilità in controtendenza rispetto alle prosperose matrone adulate nelle tele ufficiali dell'epoca, modello incarnato nell'esangue Elisabeth Siddal, moglie e modella di Rossetti, e piu' ancora nella misteriosa, inquietante Jane Burden moglie di Morris e modella nonché amante di Rossetti - alta, magra, spalle larghe, bocca sensuale, sguardo profondo, grande chioma incolta di capelli rossi - raffigurata innumerevoli volte come Ginevra, Lilith, Rosmunda, Proserpina. Nel loro polemico combattere il degrado moderno, e seguendo i modelli a suo tempo proposti da Ruskin, questi artisti si rifacevano a un Medioevo idealizzato, in cui la macchina non aveva ancora inquinato ogni cosa (vedi il romanzo utopico di Morris News from Nowhere). In pittura questo comportava recuperare scene dai romances antichi, con dame e cavalieri in costume, non senza - soprattutto in Rossetti - un sottofondo sensuale, in un contorno di pavoni, girasoli, melograni più o meno stilizzati.
I quadri dei Preraffaelliti, ossia dei suddetti più i vari Hunt, Millais, Solomon e via dicendo, compresi fiancheggiatori come Watts ed epigoni come Alma Tadema, sono quasi tutti molto noti anche se si rivedono con piacere. La parte più interessante della mostra riguarda quindi il resto, ossia l'arredamento in genere. Qui, a parte la decorazione di spinette o canterani con danze di dame stilnoviste, vogliono ricreare l'epoca di prima della meccanizzazione gli pseudocodici miniati, volumi stampati a mano con rilegature di cuoio morbido; le vetrate istoriate; gli arazzi; le vesti femminili fluenti, senza costrizioni di busto. La teorizzata «House Beautiful», qui esemplificata nella ricostruzione di un salotto di casa Rossetti e nella proiezione della «Peacock Room» disegnata da Whistler (ora in America), appare discretamente affastellata di oggetti e quindi lontana dall'essenzialità conquistata nel secolo seguente, anche se a questa guardava l'architetto E. W. Godwin, padre di Gordon Craig.
In ogni caso l'influenza sul gusto contemporaneo esercitata da questi riformatori, per ingenui che oggi possano talvolta apparire, è documentata da frequenti caricature come quelle del disegnatore di Punch G. Du Maurier, vignette su gentlemen sospirosi davanti alla loro «blue china», la porcellana giapponese feticcio di quegli anni. Nel 1882, quando uscì il primo libro dedicato al Movimento Estetico in Inghilterra (di tale W. Hamilton), erano già andate in scena non meno di tre piéce satiriche sulla nuova moda. Nella principale di queste, Patience di Gilbert e Sullivan, alcune fanciulle conquistate al verbo artistico respingono la corte di vigorosi ufficialetti per cedere a effeminati giovani poeti. Quando l'operetta si trasferì a New York, l'impresario, temendo che quel pubblico non cogliesse le allusioni, inviò colà per una serie di conferenze il più vistoso tra gli esponenti della crociata estetica, un ventottenne frequente bersaglio degli umoristi per le sue ostentazioni e sedicente riformatore del costume: il già notorio anche se non ancora famoso Oscar Wilde, che per l'occasione si ordinò brache al ginocchio con calze di seta, subito immortalate da un fotografo. Di tale abbigliamento nella mostra si ammira una rara versione da passeggio, giacca di velluto e bermuda marroni, del cui audace primo proprietario si è persa notizia.


“La Stampa”, 22 giugno 2011   

In morte di Riccardo Schicchi. Anarchia e pornografia (Valdo Gamberutti)

Riccardo Schicchi con Moana Pozzi
«Signori della legge, nelle orecchie/ non sentite questo grido potente/ che le infuocate Madonìe lontane/ vi mandano per mezzo dei venti? Liberate Schicchi».
Non Riccardo. Ma suo nonno, Paolo, anarchico siciliano, “il leone di Collesano”: barba d’ordinanza, cappello, tratti gentili. Infaticabile promotore di idee di rivolta, direttore e diffusore di opuscoli, fogli, giornali, manifesti: “La battaglia”, “Il Satana”, “L’avvenire anarchico”, “Fra la putredine borghese”, “Il vespro anarchico”. Condannato, esiliato, processato e incarcerato più volte per vilipendio alla religione, incitamento alla disobbedienza e all’odio di classe, antifascismo. Il poeta Ignazio Buttita lo ha gridato in versi: «Liberate Schicchi!». E, ancora in versi, lo ha celebrato Sandro Pertini: «Noi ci auguriamo di viver la tua vita/ e di morire in piedi combattendo/ la sorte, o Paolo, da te sempre ambita». A 72 anni, nel’37, Paolo è in carcere, a Palermo, con la salute a pezzi e quasi cieco. Caduto Mussolini, finita la guerra, continua la sua lotta con un obiettivo: «L’unione di tutte le sante forze proletarie per la rivoluzione». Muore a 85 anni, mentre alcuni parenti bigotti diffondono la leggenda di una sua mai avvenuta conversione al cattolicesimo.
“Inconvertibile” e anarchico è stato, e ha voluto essere, anche il nipote Riccardo. Sarebbe romantico, e facile, tracciare netti parallelismi. Ma a quella radice, a quel nonno, Riccardo Schicchi si richiamava con orgoglio. Forse perché sembrava regalare un senso ed un destino a tutto il suo percorso. In guerra perenne contro la morale comune, così amava raccontarsi, con il sorriso morbido e perenne, il candore furbesco, i toni carezzevoli, e la gentilezza disarmante .
Un ideologo, un anti-crociato folle e allampanato: il “fabbricatore ” italiano del porno di massa, non ci stava ad essere considerato soltanto un geniale imprenditore, ineffabile e paraculesco, interessato pioniere della trasgressione popolare, nel tempo giusto, al momento giusto. Per lui il porno non poteva essere diviso dalla sua “aura ” ideale, dalla sua origine rivoluzionaria: svelare l’ipocrisia, denudare il potere. Strategia di marketing, anche quella, o vero movente di un’esistenza “contro”? Riccardo Schicchi ha attraversato con passo felpato e, insieme, inarrestabile,
tutte le contraddizioni che si muovono tra il profitto e i valori, la convenienza spicciola e la purezza del nostro pensiero. Ha incarnato - nel suo corpo e in tutti i corpi che è riuscito a “svelare” - l’ambiguità della pornografia, indissolubilmente sospesa tra gesto libertario e commercio, sfruttamento ed emancipazione. Ha creato le sue “dive future” a tavolino, si è detto, ma sempre coinvolgendosi appieno, senza risparmio. Intrecciando, in ogni passaggio, in ogni sdoganamento progressivo (dai mugolii alla radio ai primi nudi integrali sui giornaletti, dai film porno agli spettacoli dal vivo interrotti dall’irrompere della polizia) la vita e il patinato immaginario che ha continuato a creare, produrre, moltiplicare, vendere. Un immaginario che, coscientemente o meno, non può non appartenerci.
Cicciolina e Moana erano “installazioni ” viventi e permanenti, non semplici interpreti di film porno: Schicchi ha saputo espandere la pornografia, ne ha reciso i confini, atto dopo atto, provocazione dopo provocazione. L’ha resa domestica e onnicomprensiva: “corpo del reato” e dibattito a ciclo continuo, estetica sdoganata, codice assoluto. Ci riguarda tutti e non si torna indietro. Ed è anche bello non riuscire mai a comprendere, pensando alla vicenda di Schicchi, dove finisce l’anarchico e inizia il mellifluo incantatore, quanto ci sia del martire, del corsaro o del pappone. Ma è certo che la sua è una storia eroica e tutta sbilanciata in avanti, a cercare di rimuovere il prossimo ostacolo. Fino ad Internet, fino all’atomizzazione del “porno -sistema”, alla sua invasività capillare e definitiva, priva però di un centro, di una propulsione, di un volto riconoscibile e di un nuovo senso, oltre l’interminabile masturbazione generale.

Non era più di questo mondo, e di questo porno, da un po’, Riccardo Schicchi. Anche lui, come suo nonno, negli ultimi anni non vedeva più, dopo essersi speso e consumato, arricchito e impoverito, per «far vedere di più a tutti». Anche lui, avrà detto a se stesso, come il poeta, prima di andarsene: «Liberate Schicchi!». E solo libero - nel suo bene e nel suo male - possiamo pensarlo.

"pubblico", 10 dicembre 2012

Per non morire tristi e soli. La saggezza degli antichi (Marco Filoni)

Epicuro
Già soltanto il parlarne non è visto di buon occhio. Tanto più scrivere del tabù per eccellenza dei nostri giorni, ovvero la morte. Eppure si può, eccome. A farlo da ultimo è stato il buon Umberto Eco, sempre stimolante e mai banale. La scorsa settimana, dalle colonne della sua Bustina di Minerva sull’"Espresso", Eco scriveva della morte partendo da un dossier che le ha dedicato il mensile francese “Magazine littéraire”. Il rapporto letteratura-morte è noto e anche piuttosto scontato. Infatti Eco sottolineava un altro aspetto, che il magazine francese trascura: «Il problema mi pare piuttosto un altro, e forse dipende dal fatto che oggi si leggono meno libri: noi contemporanei siamo divenuti incapaci di venire a patti con la morte. Le religioni, i miti, i riti antichi ci rendevano la morte, seppure sempre temibile, familiare. Ci abituavano ad accettarla le grandi celebrazioni funerarie, gli urli delle prefiche, le grandi Messe da Requiem».
È vero: la morte non esiste più. O meglio, esiste soltanto in quanto spettacolarizzata: la vediamo dagli schermi dei nostri televisori e dei computer, ma è una morte lontana, rarefatta, che non ci riguarda realmente. È scomparsa dal nostro orizzonte di esperienza concreta. Il pilota che sganciò la bomba di Hiroshima quasi impazzì per questa distanza fra il suo gesto e la morte che provocò e il filosofo Günther Anders ci scrisse pagine ancora oggi memorabili definendolo uno “scarto prometeico”. Su una cosa Eco ha ragione da vendere: noi contemporanei siamo fondamentalmente impreparati, a differenza degli antichi, di fronte della morte.
Certo, non si muore mai come si vorrebbe. Eppure questa constatazione è molto più vera oggi che nel passato. Un tempo si moriva di morti belle, sincere, magari costruite e “favolose” come le più belle delle morti classiche. Invece oggi si muore di orrende morti ospedaliere, dolorose, morti sempre meno umane. O di morti solo apparentemente estrose, prese in prestito da immaginari mediatici o legate alle mode.
Noi subiamo e temiamo la morte come fosse qualcosa che non ci appartiene. A differenza degli antichi, che invece sapevano bene che la morte fa parte della vita.
Per comprendere quanto andiamo dicendo converrà allora prendere in mano uno dei libri più belli apparsi negli ultimi anni, Morti favolose degli antichi (Quodlibet). L’ha scritto un filologo classico, Dino Baldi, che ha appena pubblicato sempre per lo stesso editore anche una “riscrittura ” (ovvero una traduzione non scolastica dal greco ma vivace e viva) di Senofonte, La spedizione verso l’interno (Anabasi). Nel libro sulle morti degli antichi Baldi fa sua l’attitudine dei greci e dei romani in merito alla biografia antica: si trattava di una categoria interpretativa del reale, che era ben distinta dalla storiografia perché era, piuttosto, una visione del mondo. Quindi ai detti e ai fatti memorabili si aggiungevano anche le morti memorabili. Detta in altre parole, se ai greci e ai romani (grandi meccanici del mondo con una dose di spregiudicatezza e intraprendenza invidiabile) una cosa non tornava, la si faceva tornare: se il caso o la natura erano avversi, procurando una morte non degna della vita vissuta, eroica o nobile, allora la si correggeva con la parola e la si raccontava nel modo giusto. Ecco allora la “morte favolosa”, il culmine di una vita; morte che ne era la somma perfezione nel senso di perficereportare a compimento.
Insomma, Baldi fa sue le parole di Montaigne:«Se fossi un editore, farei un repertorio ragionato delle varie morti. Chi insegna agli uomini a morire, insegna loro a vivere». E difatti nel catalogo delle morti nell’antichità non se ne trova quasi mai una banale. Anzi. E l’invenzione favolosa di queste morti rappresenta anche la capacità di dialogare con la morte, che è l’indicatore del livello di civiltà di un’epoca.
Quindi nell’antichità si moriva di morti pubbliche, retoriche e crudeli, spesso ironiche, sempre raffinatissime. Si moriva con disinvoltura e senza rimpianti. Come Plinio il vecchio, che sorpreso dall’eruzione del Vesuvio cui si era avvicinato per osservarla meglio, piuttosto di fuggire in maniera scomposta preferì lietamente stendersi e aspettare il proprio destino. O Eschilo, il cui cranio calvo e lucente fu scambiato per una pietra da un’aquila, che volteggiava con una tartaruga fra gli artigli da scagliare su qualcosa di duro per romperne il guscio. Ma anche il vecchio e malato Epicuro, che s’immerse in una vasca di acqua calda e morì bevendo vino schietto. O il poeta e noto ubriacone Cratino, morto di crepacuore a novantasette anni vedendo i barbari soldati spartani rompere un orcio di vino davanti ai suoi occhi.
Il catalogo di queste morti è vario: dalle morti apparenti (Gesù) agli omicidi selvaggi, dai suicidi controvoglia a quelli a testa alta. E anche morti perfette, come quella di Platone nel giorno del suo ottantunesimo compleanno, suscitando ammirazione per aver raggiunto il numero perfettissimo: nove volte nove. O il poeta Lucrezio, di cui si può ammirare «il cerchio perfetto di una vita in cui si nasce, si impazzisce, si scrive il De rerum natura e ci si uccide» .
Le pagine di Baldi c’insegnano qualcosa su cui riflettere: gli antichi avevano elaborato forme classiche e canoni per morire in maniera significativa, cioè in modo ambizioso e appropriato per la vita di ciascuno. Quindi la morte era proprio vita, vita in senso vero. Ed era un fatto sociale. Morire è più facile che nascere, diceva Seneca, e per questo bisogna approfittarne.
Certo, poi non tutte le morti degli antichi sono epiche: l’imperatore Claudio, da tutti considerato un’idiota, fu avvelenato dalla moglie Agrippina per spianare la strada al figlio Nerone. E Seneca così la descrive: «Queste furono le sue ultime parole, pronunciate dopo che si fu espresso a voce piena con quella parte del corpo con la quale parlava più volentieri: oioi, mi sa che mi sono cacato addosso. Non so se fosse vero: di sicuro, smerdò tutto».


"pubblico", 9/12/2012

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