4.11.13

“An American Trilogy”, Mickey Newbury ed Elvis Prisley (di Alberto Piccinini)

Storia di una canzone che è anche storia di un tempo e di un mondo. Articolo splendido, da rammentare, incorniciare. (S.L.L.)

La nostalgia di un fuorilegge
Una delle canzoni più popolari del repertorio patriottico a stelle e strisce fu praticamente improvvisata durante un concerto in un club di Los Angeles, nel maggio del 1970. Mickey Newbury, che la eseguì incollando tre brani tradizionali, aveva 30 anni. Texano, era già un affermato e prolifico autore country e rhythm’n’blues, sotto contratto con le edizioni Acuff Rose di Nashville. Aveva scritto hit minori per Jerry Lee Lewis e Ray Charles. E aveva una bella voce tenorile, forse poco giovanile per i tempi. Però la sua immagine e le sue nuove canzoni – suonate con gli stessi musicisti del Dylan nashvilliano - erano comunque oltre ogni immaginazione per gli ultraconservatori della città del country. Outlaw, li avrebbero chiamati di lì a poco: i fuorilegge. Kriss Kristofferson, Wille Nelson, Townes Van Zandt. Newbury stava aprendo loro la strada.
Los Angeles, pomeriggio. Retropalco del Bitter End West. In cartellone per la serata, Mickey Newbury discute animamente con David Steinberg, il comico ebreo canadese popolarissimo per aver fatto impazzire i controllori dei network televisivi con certi stralunati sermoni da finto predicatore. I due parlano del pessimo rapporto tra il country di Nashville e la controcultura giovanile. Poi commentano le notizie secondo cui Dixie, il vecchio inno sudista suonato dalle bande scolastiche nelle gare sportive, viene apertamente contestato dai ragazzi neri nelle scuole del sud. Newbury non è d’accordo. «Non c’è niente che rende una canzone come questa patrimonio esclusivo degli estremisti», sostiene. Ricorda che lo stesso presidente Lincoln volle che Dixie fosse eseguita sui gradini della Casa Bianca il giorno della fine della Guerra Civile. Ha un’idea: la suonerà questa sera. Avverte il proprietario del locale, Paul Colby, che lo invita a lasciar perdere per evitare contestazioni. «Chiama le squadre antisommossa», taglia corto Newbury.
Da poche settimane le truppe americane sono entrate in Cambogia. Durante le manifestazioni contro
l'invasione, alla Kent University quattro ragazzi sono stati uccisi della polizia. Four dead in O-hi-o, il grido di dolore di Neil Young. L’appello del presidente Nixon alla «maggioranza silenziosa» lavora sempre più ai fianchi l’identità americana. E’ un paese diviso in due quello nel quale Newbury inscena la sua minuscola provocazione. «Fu una di quelle serate irripetibili – ha ricordato una volta – Tra il pubblico c’erano Joan Baez, Odetta, Cass Eliott (dei Mama’s and Papa’s, ndr)». La moglie di Newbury aggiunge che «a un certo punto entrò nel locale Barbara Streisand e invitò Kriss Kristofferson ad andarsene da un’altra parte. Ma Kriss la convinse a rimanere».
Sul palco Newbury arpeggiò appena il tema di Dixie, rallentato fino a renderlo irriconoscibile. Poi cominciò a cantare con la voce sommessa, ma ferma: «I wish I was in the land of cotton…». Vorrei tornare nella terra del cotone/ le vecchie cose non si dimenticano. In sala scese immediatamente il silenzio. Dixieland è dove sono nato/ Signore, un mattino gelido.
La canzone, in origine una marcetta da blackface minstrel show, era stata scritta alla metà dell’Ottocento. Dipinge la nostalgia di uno schiavo liberato per la piantagione dov’è nato, e alla quale vorrebbe tornare. Nella versione originale, il contrasto tra la lingua caricaturale dello schiavo e il sentimento di nostalgia per il luogo natio, col fantasma dello schiavismo che domina la scena, è spaventosamente crudele. Più avanti le varianti al testo recitavano episodi della guerra di Secessione e la nostalgia si spostava verso un mitico Sud che non prometteva nulla di buono.
Dopo le prime due strofe di Dixie, alternando effetti di falsetto e parlato, Mickey Newbury alzò la testa. Vide Odetta – la cantante nera, una delle icone del folk revival – in prima fila, con gli occhi pieni di lacrime, travolta da quell’interpretazione, dalla stessa nostalgia crudele di cui è fatta la Storia. Non ci pensò un attimo. Proseguì senza fermarsi: «Glory Glory Halleluiah…». Il ritornello di Battle Hymn of Republic, l’inno della Guerra Civile americana, il canto di quelli che stavano dalla parte giusta. Solo un lampo.
Concluse la sua trilogia americana coi versi della terza canzone, una ninnananna: «Hush little baby don’t you cry...» Taci bambina, non piangere/ lo sai, tuo papà sta per morire/ Ma tutti i miei Dolori, signore/ Presto finiranno. Era la ninna nanna degli schiavi giamaicani, All my trials, un'altra canzone che non sai se di speranza o di disperazione. Adottata dal movimento per i diritti civili, venne cantata da Pete Seeger e Joan Baez, in seguito da Paul Mc-Cartney, ne esiste persino una versione registrata in casa da un giovanissimo Nick Drake con sua sorella.
Dopo l'ultima nota della trilogia americana tutti si alzarono in piedi ad applaudire. La provocazione di Newbury aveva evidentemente toccato una corda profonda, la stessa che risuonava in Woody Guthrie, quella che erediterà tempo dopo un certo Springsteen. La canzone fu incisa dal cantante un anno dopo, col suono di un’armonica e pochi archi aggiunti all’arpeggio di chitarra improvvisato quella sera. Venne pubblicata sull’lp Frisco Mabel joy e stette parecchie settimane nella classifica dei dischi più venduti in America.
Fu in questo modo che arrivò alle orecchie di Elvis Presley. Elvis, a dire il vero, interpretò una delle 400 versioni attualmente esistenti di American Trilogy. Inutile aggiungere che la sua fu la più famosa di tutte. Nel 1970 il Re del Rock si stava incamminando sull'ultimo tratto di strada della carriera e della sua vita. Era l'Elvis del concerto alle Hawaii del 1973, teletrasmesso – si calcola - a un miliardo di telespettatori in quaranta paesi. L'Elvis della grandeur faraonica, che si era fatto disegnare simboli egizi sul costume di scena bianco, e si copriva la pancia con una grande cintura da campione di pugilato. Grasso, drogatissimo, bulimico, maniaco di ogni cosa. Fotografato col presidente Nixon nello Studio Ovale. Presunto collaboratore della Cia. Una metafora dell'America. Elvis aveva bisogno di una canzone che segnasse la sua maturità di interprete e la trovò in American Trilogy. Per la sua versione non si avvicinò neppure al pathos trattenuto di Newbury; scelse un delirio da tardo western in cinemascope. «I wish I was in the land of cotton», sussurrava all'inizio Presley. Poi, per evitare eventuali infortuni vocali, passava furtivo la palla ai coristi dei Jordanaires. «Sing it, fella», sussurrava. Nella seconda parte, quella di Glory Glory Halleluiah, entrava un marziale, inutile, rullo di tamburo. Elvis gigioneggiava, si fermava, riprendeva a cantare. Eppure era impossibile, nel mezzo di tutto quel kitsch da effetti speciali, non cogliere un brivido di emozione quando, da uomo del Sud anche lui, cresciuto proprio come Newbury ascoltando e amando la musica dei neri, cantava: Dixieland è dove sono nato, in un gelido mattino. Per cinque anni American Trilogy fu inclusa nella scaletta dei suoi spettacoli, fino a raggiungere lo status di Gran Finale. Fino a una notte del 1977 a Las Vegas, quando uno strano presentimento aleggiò sopra tutta l'esecuzione.
Elvis cantò malissimo, disturbato soprattutto dalla cigolante discesa di uno schermo circolare sul quale qualcuno aveva avuto la brillante idea di proiettare vecchie foto di schiavi del Sud e scene di guerra civile americana. A Las Vegas, dove il pubblico mangiava bistecconi fumanti e le signore si azzuffavano per raggiungere una sciarpa lanciata dal Re, non sembrava proprio il caso. Elvis chiuse la canzone in fretta, salutò e si chiuse in camerino a sbollire la rabbia. Ci volle tutta la pazienza del suoi per calmarlo e riportarlo a casa. Quella notte, stroncato da un cocktail di medicine, morì nel sonno.
Mickey Newbury è morto nel 2002. I suoi primi 4 album, incisi tra il 1968 e il 1972, e di assoluto culto, sono stati appena ripubblicati in cofanetto dall’etichetta indipendente americana Drag City.


“alias – il manifesto”, 21 maggio 201

2 commenti:

Mariagrazia ha detto...

Ma che stupidaggini scrivete su Elvis! 'quella notte (dopo il concerto) morì' ma come si può essere cosi male informati, elvis morì un mese e mezzo dopo il suo ultimo concerto. Le sue esecuzioni di An american Trilogy sono da sballo, ossia più che eccellenti, per non dire di una delle più belle nel concerto in mondovisione di Aloha che chiunue può ascoltare su youtube. Se la storia che viene raccontata ha la stessa veridicità di ciò che si afferma su Elvis meglio non averla scritta prchè si tratta di 'disinformazione dannosa e galoppante'

Salvatore Lo Leggio ha detto...

Mariagrazia, non sono così esperto delle cose di Elvis Presley da intervenire sulla polemica che lei intraprende contro il bell'articolo di Piccinini che ho ripreso da un "manifesto" di molti anni fa. Si tratta di un giornalista generalmente affidabile, ma non sono in grado di garantire la veridicità dei particolari. Saranno eventualmente dei frequentatori del blog appassionati ed esperti della materia a chiarire i dubbi. Le devo dire con franchezza, invece, che trovo poco gradevoli i suoi modi aggressivi, purtroppo in linea coi pessimi tempi che stiamo attraversando.

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