30.9.13

1927. L’inutile esilio di Sandro Pertini. Una lettera a Filippo Turati

Una celebre foto di Pertini imbianchino a Nizza.
Benché a Nizza si desse da fare — oltre che per umili mestieri — anche per trovare canali attraverso cui far giungere in Italia propaganda antifascista, l'esilio gli dava una sensazione d'impotenza. Eppure ci fu l'avventura di una radio clandestina che tentò di allestire appena poté ricevere qualche soldo da casa. Ma non gli bastava.
In una lettera a Turati, Pertini scrisse: «Anche a me sembra inutile l'esilio. Da molto, anzi, potrei dire sino dai primi giorni, ho avuto questa dolorosa impressione, che in seguito si è trasformata in un vero tormento». E più avanti, nella medesima lettera: «Da un anno, maestro, siamo in esilio, e ogni buona e alta speranza, che qui con me avevo portata, va oggi morendo nel mio cuore. Mi guardo attorno, e non vedo che dei poveri naufraghi... E di là vengono voci che sembrano chiamare noi, che ci ostiniamo a credere e a sperare in qualche cosa di più alto. Ed io ho paura di non resistere a questo richiamo, maestro. Sento la nostalgia della mia terra, della lotta che conducevo nell'ombra della piccola Savona sotto il continuo pericolo».


da Sergio Turone Sandro Pertini in Perché loro, Laterza, 1984

La poesia del lunedì. Kristina Lugn (Svezia, n. 1948)

Nonostante la pioggia, nonostante i vestiti strappati
nonostante la sua malinconia è tornato
ancora una volta
vuole avermi anche stanotte, la sua pazienza
è sconfinata
se ne sta infreddolito e triste sotto la pioggia e aspetta
nonostante centinaia di migliaia di folli autoveicoli
nonostante centinaia di migliaia di irritati contribuenti
nonostante le proteste dei guardiani notturni
vuole avermi anche stanotte
nonostante io gli abbia detto
che ho paura e voglio dormire
nonostante mi sia bevuta tutto il vino, abbia chiuso le porte
e mi sia nascosta dietro le mie 
tapparelle a disegni vivaci comprate all'Ikea.

da Cinque poeti svedesi a cura di Fulvio Ferrari
in "Linea d'ombra", n.58, marzo 1991 

I giochi sporchi degli inglesi in Cina

La prima guerra dell'oppio (1839) in una illustrazione da libro scolastico
In un articolo sul «Corriere della Sera» Quando gli inglesi spacciavano in Cina (30/01/1989), così Carlo Maria Cipolla descrive l’introduzione dell’oppio nel mercato cinese: 
«Con gli inizi dell’anno 1760 la East India Company elaborò e mise in atto il disegno diabolico (…). Diede inizio alla coltivazione di oppio in India e introdusse l’oppio indiano sul mercato cinese proponendo l’oppio invece dell’argento come mezzo di pagamento per l’acquisto dei prodotti cinesi. (…)

I profitti della East India Company nella produzione e vendita dell’ oppio indiano passarono da 2,4 milioni di rupie nel 1800 a circa 15 milioni di rupie nel 1837. Oggi l’Occidente si scandalizza di fronte a paesi dell’America latina che riforniscono di droga il mercato nordamericano con la complice inazione dei loro governi (...), ma dimentica facilmente che poco più di un secolo fa l’Occidente praticò lo stesso infame gioco ai danni della Cina»

29.9.13

Umanisti e banchieri. Alle origini del primato europeo (Marina Montesano)

IL BANCHIERE E SUA MOGLIE , Marinus van Reymerswaele, 1493 ca.-1567 ca., Madrid, Prado
Nel 1965 Carlo Maria Cipolla dimostrava brillantemente come fosse merito della tecnologia, delle «vele» e dei «cannoni», non di una superiorità morale o culturale, se l’Occidente era riuscito a imporre il suo potere sul resto del mondo.
Ma basta questa tecnologia a dominarlo, soprattutto oggi? Parte da preoccupazioni molto contemporanee Daniel R. Headrick nel suo Il predominio dell’Occidente. Tecnologia, ambiente, imperialismo (Il Mulino 2011), in particolare dalle guerre «asimmetriche» intraprese dal suo paese, gli Stati Uniti, negli ultimi decenni: il Vietnam, i due conflitti in Irak, l’Afghanistan. Guerre che hanno messo e mettono a confronto combattenti male armati con eserciti ultramoderni e ipertecnologizzati. Eppure i risultati sono sotto gli occhi di tutti: si tratta di conflitti che non possono essere vinti, nonostante la tattica dei bombardamenti a tappeto impiegata dagli americani e dai loro alleati.

Processi di rilancio
Le tecnologie insomma sono importanti, ma non sufficienti; e anche in passato, sostiene Headrick, sono servite dove le condizioni rendevano possibile il loro pieno utilizzo; altrove, come nell’odierno Afghanistan, seminano morte e distruzione, ma non vincono la guerra. È una storia della tecnologia militare al servizio dell’imperialismo, quella dello storico statunitense, che mai cede il passo a discorsi sui meriti e le ragioni di coloro che tali guerre hanno mosso e muovono: al lettore, insomma, il compito di giudicare.
Il libro parte dalla conquista europea delle rotte oceaniche, ossia dall’epoca a cavallo tra Medioevo e prima età moderna, ovvero dal Rinascimento, come a partire dalla fine dell’Ottocento si è soliti chiamare i secoli tra la fine del Trecento e il Cinquecento. Si tratta di una periodizzazione che, come sempre, è arbitraria, ma che ha al suo interno alcuni caratteri di uniformità. In particolare, l’Europa della seconda metà del XIV secolo usciva da un cinquantennio drammatico, iniziato con ricorrenti carestie e culminato nella Peste nera del 1347-50. Apparentemente distrutta e spopolata, riuscì invece a risollevarsi rapidamente e ad avviare un processo di stabilizzazione e rilancio che l’avrebbe preparata alla fase di espansione oceanica della quale scrive Headrick.
Quali le cause di questa rapida ripresa? Intanto, la lunga e possente febbre sociale, economica e spirituale che aveva sconvolto la società europea del Trecento non mancò di provocare una risposta da parte dei ceti dirigenti: risposta che si configurò come un vero e proprio riassetto economico e produttivo e del quale la concentrazione dei beni fondiari in un numero minore di mani e, quindi la riduzione numerica della piccola proprietà agricola, è solo un aspetto. Dopo i grandi fallimenti a catena degli anni Quaranta, le case bancarie impararono a darsi una struttura più flessibile, in modo che il fallimento di una qualche filiale non comportasse il cedimento dell’intero complesso.

Nuovi ceti dirigenti
Inoltre, il monopolio della produzione tessile, fino a metà Trecento tenuto dai fiamminghi, tese a lasciare spazio a Inghilterra, Olanda, Italia. Si facevano intanto largo anche attività «industriali» dislocate ora non più in città, bensì in campagna, dove la manodopera era più docile e a miglior mercato. In relazione alla ridefinizione agricola, con la riduzione degli spazi destinati ai cereali a vantaggio di piante «industriali», anche la manifattura tessile gettava ormai sui mercati non soltanto panni di lana, ma anche tele di lino e di canapa, sollecitate anche da una nuova moda che imponeva camicie e sottovesti.
Crebbe altresì di parecchio la domanda della seta, mentre si sviluppò in modo decisivo la manifattura del vetro. Insomma, si ha la sensazione che dopo la metà del Trecento la popolazione europea, per diminuita e impoverita che fosse, consumasse globalmente di più: il volume delle merci viaggianti aumentò; il che impose l’uso di nuovi tipi di nave, adatte a stazze più forti e tali da reggere alla navigazione oceanica in quanto, nel frattempo,  porti del Baltico e del Mare del Nord avevano aumentato la loro importanza. Nacque così la nave da carico di tipo oceanico per eccellenza, l’alta e panciuta «cocca», in grado di trasportare grosse quantità di merci.
A fronte di questi progressi nel campo del commercio e della manifattura, si inauguravano o si perfezionavano gli strumenti della contabilità e del credito: la «partita doppia», la «lettera di cambio» e così via. Il surplus di queste attività veniva in parte anche reinvestito nella proprietà fondiaria: in questo modo, si andò facendo strada, specie in Italia, un ceto imprenditoriale e dirigente nuovo, che era contraddistinto da connotati ormai «capitalistici», ma che al tempo stesso conduceva una vita aristocratica, in parte addirittura imparentandosi con famiglie di antica nobiltà.
Ripercorre quest’epoca un libro di Élisabeth Crouzet-Pavan, Rinascimenti italiani (1380-1500) (Viella, 2012), specialista di storia di Venezia e dell’Italia in genere. E proprio al ruolo specifico dell’Italia sono dedicate le sue pagine; d’altra parte, Italia e Rinascimento sono impensabili l’una senza l’altra. Le città italiane erano motori di questo rinnovamento, tanto sotto il profilo economico quanto e soprattutto per quello culturale.
Si è infatti abituati a definire «umanistica» la cultura italiana del Quattrocento. Termini come umanesimo e umanista sono naturalmente moderni: essi hanno tuttavia la loro radice primaria nel culto delle humanae litterae, cioè della cultura propriamente filosofica e letteraria maturata soprattutto nella Roma della cosiddetta «età aurea», vale a dire tra I secolo a.C. e I secolo d.C. Insieme con la restaurazione di una lingua latina letteraria più bella e corretta, si guardava evidentemente ai valori morali e politici che gli autori della latinità «aurea» avevano proposto. Conseguentemente, ci si ispirava a un ideale umano di moderazione e di serenità e a un ideale politico di aristocratica libertà che era del resto molto adatto a essere apprezzato dalle élites delle città italiane tre-cinquecentesche, le quali – non diversamente, almeno in apparenza, alla Roma del I secolo a.C. – erano incerte tra forme di governo repubblicano e soluzioni signorili-principesche. Anche se furono evidentemente queste ultime a trionfare.

Intellettuali artigiani
Ma il lavoro degli umanisti non era disinteressato. Al contrario, proprio in quanto artisti e studiosi talvolta di umile origine, essi necessitavano di mezzi e di serenità sia professionali sia interiori, e si volgevano dunque alla ricerca di mecenati e di protettori; che trovavano nei grandi principi del tempo. Una protezione, quella di tali personaggi, sovente generosa, ma non gratuita. Dal poeta e dall’architetto che proteggeva e finanziava, il principe si aspettava celebrità e gloria: la maggior parte delle opere d’arte del Quattrocento, le migliori incluse, sono difatti opere celebrative fatte su commissione.
Il pensiero umanistico è ricco pertanto di realizzazioni pratiche: raramente lo studioso era un puro intellettuale da tavolino, più sovente era anche artigiano, e nel suo lavoro arte e tecnologia s’incontravano. Questo legame fra cultura umanistica e esercizio del potere spiega come, nel corso del Quattrocento, si sia affermata una serie di invenzioni e di scoperte che hanno cambiato la faccia di quello che fino ad allora era stato il mondo conosciuto. La polvere da sparo era conosciuta da molti secoli in Cina, dove però non serviva a scopi militari; in Europa era usata fino dal Trecento per rudimentali bombarde che lanciavano palle di pietra; furono però i principi del Quattrocento e i loro ingegneri a perfezionare l’arma da fuoco fino a farne uno strumento d’assedio tanto efficace da obbligare l’architettura militare a inventare tutta una serie di nuovi accorgimenti protettivi. Anche la stampa era usata già da prima del Quattrocento per la riproduzione rudimentale di brevi scritti o disegni che venivano incisi su matrici di legno e poi impressi su fogli: fu tuttavia a partire dal Quattrocento che essa divenne un nuovo formidabile strumento di diffusione della cultura e della propaganda. Allo stesso modo la cosmografia – rinnovata dagli apporti antichi riscoperti dagli umanisti –, s’impose nel secolo XV non come scienza speculativa, bensì come strumento per l’ampliamento della terra e per l’arricchimento dei sovrani che ebbero l’audacia e la fortuna di promuovere i viaggi oceanici e le scoperte.

Un mondo in movimento
Era un salto notevole rispetto ai secoli precedenti, quando verso le attività lucrative la società esprimeva un ritegno ai limiti della diffidenza. È una storia che ricostruisce Jacques Le Goff ne Lo sterco del diavolo. Il denaro nel Medioevo (Laterza, 2012, pp. 220, euro 11): nell’XI secolo il vescovo Adalberone di Laon descriveva le tre funzioni che rappresentano sulla terra l’ordine voluto da Dio e, allo stesso tempo, gli elementi che garantivano l’armonia nelle società. Oratores, bellatores, laboratores: ai primi spettava pregare affinché la stabilità del mondo cristiano fosse mantenuta; ai secondi combattere, perché esso potesse godere della sicurezza; ai terzi mantenere i due precedenti «ordini» con la propria opera. Il termine labor indicava fondamentalmente la fatica dei campi, quindi il lavoro agricolo. Tale ripartizione dei doveri e degli incarichi corrispondeva a una precisa divisione del lavoro e della ricchezza.
In una società in cui il denaro non circolava, era naturale che la Chiesa considerasse sospetto e quindi condannabile in quanto frutto d’usura qualunque tipo di guadagno non direttamente acquistato con il sudore della fronte e quindi guardasse con riprovazione al prestito (bandito come «usura») e ai commerci stessi. Nel frattempo, nuovi ceti si erano andati costituendo: e già alla fine del secolo i rappresentanti maggiori di essi, tenuti fuori dai comuni in quanto non appartenenti alle aristocrazie cittadine consolari, chiedevano di entrare a far parte delle compagini di governo. Chi era questa, che Dante avrebbe chiamato con disprezzo «gente nova»? Spesso si trattava in effetti di ceti medi rurali inurbati, ben provvisti di mezzi e favoriti dal flusso demografico ascendente, che faceva crescere la richiesta di derrate alimentari sul mercato e favoriva quindi chi possedeva terra coltivabile. Nelle città di mare, armatori e mercanti si erano arricchiti soprattutto grazie alle crociate
e ai proventi del commercio delle spezie e degli articoli di lusso.

Primati tecnologici
In tutti i centri, il sempre più vorticoso bisogno di moneta liquida favoriva l’attività dei prestatori di denaro, che ben presto si trasformarono in speculatori e imprenditori («banchieri»); e infine la richiesta di beni di produzione sui mercati europei incoraggiava l’attività manifatturiera.
Era questa la struttura di una società evidentemente abbastanza salda da poter reggere a un cinquantennio di grave crisi, per poi involarsi verso i fasti del Rinascimento, verso l’accumulo e l’investimento delle risorse, verso la creazione di un primato tecnologico e di un’ideologia atta a sfruttarlo fino alle ultime conseguenze per il dominio del mondo.


"il manifesto", 14 maggio 2012

28.9.13

Affari di cuore. La morte del cardiologo e i ben informati (S.L.L.)

Un cardiologo originario del mio paese, figlio e nipote di medici – ricca propaggine professionistico-proprietaria di una nobile schiatta isolana – si suicidò nella importante città siciliana ove si era trasferito ad esercitare valorosamente la sua professione. In paese se ne rammentavano giovanili avventure, ma pochi erano i ben informati degli accadimenti recenti della sua vita.
Al circolo si avanzarono, in ogni caso, alcune ipotesi.
La prima: aveva il vizio del gioco ed era finito in chissà quali giri di usura. I ben informati esclusero drasticamente: era un vizio controllato, non perdeva abbastanza da intaccare i beni di famiglia.
La seconda: aveva un cancro inguaribile e non voleva affrontare cure e sofferenze. Ma anche questa voce era smentita seccamente da chi sapeva.
Restava la terza ipotesi. Gelosia incontrollata e autolesionistica. Qualcuno del circolo ricordava voci su un giovanile tentativo di suicidio, originato dalle disinvolture della giovane farmacista che sarebbe poi diventata sua moglie. Tutto allora sembrava cospirare per il loro matrimonio: l’una e l’altro belli, ricchi, amanti del lusso e delle auto veloci. E per di più, sposandosi, avrebbero ricostituito un patrimonio ch’era stato smembrato (il come e perché sarebbe complicato da raccontare). 
Si erano sposati, avevano cambiato città, avevano fatto figli, ma forse lui non aveva mai districato quello “gliommaro” di passioni che ne possedeva l’anima.
I soliti ben informati ridicolizzavano anche questa romantica teoria: “Macché geloso. Lei s’era proprio incartapecorita. Orribile, anche per gli interventi di chirurgia estetica, troppi. Se voleva ammazzarsi per i tradimenti della farmacista doveva farlo quindici, vent’anni fa, non adesso”. 
Io questo argomentare non lo trovavo affatto convincente. Il poveruomo avrebbe potuto fare senza una grinza il ragionamento opposto: “Finché riusciva a mantenere una qualche avvenenza potevo accettare il tradimento. Ma che continui a far la civetta ora che è invecchiata, ora che s'è imbruttita, ora che potrebbe pensare solo a me, non lo sopporto”. E allora giù. Giù. Giù.

Benvenuto, nonno Orango! (Giovanni Maria Pace)

L'orango morto nel 2007 allo zoo di Miami
considerato, da vivo, il più vecchio del mondo
Recensione di una vecchia e importante mostra statunitense di paleoantropologia, l’articolo contiene informazioni riattualizzate dalle pratiche recenti dell’insulto politico-razzista. (S.L.L.)
 
Crani di Sivapithecus
NEW YORK
Al Museo di storia naturale, di fianco al Central Park, il visitatore italiano ha in questi mesi l'occasione di un incontro raro in patria (dove la paleoantropologia è poco popolare): l'incontro con l'Uomo di Saccopastore, neandertaliano arcaico scoperto nel 29 poco fuori Porta Pia, nell'allora campagna romana.
Il fossile ha varcato l'Oceano per partecipare a una riunione di famiglia: alla più completa e genuina (nel senso che vi figurano originali e non copie) esposizione di antenati mai organizzata (Ancestors, American Museum of Natural History, che resterà aperta fino al 9 settembre). Ci sono tutti: l'Aegyptopithecus, il primate simile a un gatto da cui, 35 milioni di anni fa, si dipartirono i due grandi rami che avrebbero condotto, da un lato, alle scimmie e, dall' altro ai primati superiori, ivi compreso l' uomo; il Sivapithecus, simile al moderno orangutan; la famosa Lucy, ragazzina di tre milioni di anni fa; e altri celebri personaggi fino all' uomo di Cro Magnon, che, calzato e vestito, potrebbe passeggiare nella Quinta Strada senza dar nell'occhio.
Sono quaranta i fossili fatti venire a New York dalla Tanzania e dalla Germania, da Israele e dal Sudafrica (ma non dall'Etiopia, pur ricchissima di reperti, che da anni è in lite con la scienza occidentale). Quaranta "gioielli" per lo più autentici, i quali "a chi se ne intende", dice Eric Delson, uno dei curatori della mostra, "danno un feeling, una speciale sensazione che nessun calco, per quanto accurato, riesce a suscitare".
Ma anche al profano quelle tangibili testimonianze della nostra evoluzione, quelle orbite vuote nelle quali un tempo balenarono i primi lampi di umanità procurano qualche trasalimento. "E' la storia più affascinante che io conosca", commenta Delson. Una storia ancora piena di "buchi", di interpretazioni difformi, di controversie. L'ultima riguarda il grado di parentela tra l' uomo e le grandi scimmie antropomorfe ed è stata innescata da Jeffrey Schwartz, dell'università di Pittsburgh, il quale sostiene che non lo scimpanzé, ma l'orangutan è il nostro cugino più prossimo. In questi anni, accanto al tradizionale confronto morfologico, cioè delle forme esterne, è andato affermandosi, nell'esame comparato dell' uomo e della scimmia, lo studio del Dna (l'acido nucleico, nel quale è iscritto il programma genetico dell'individuo e della specie), delle proteine e così via. Gli antropologi "molecolari" - così si chiamano i nuovi esploratori del nostro passato biologico - concludono che l'accumulazione delle differenze a livello, per l'appunto, molecolare avviene a un ritmo regolare. Facendo quindi un conto alla rovescia, generazione per generazione, è possibile stabilire quando due specie si sono divise dall'ascendente comune. Questo calcolo fa risalire a otto milioni di anni fa la separazione della linea uomo-scimmie africane (scimpanzè, gorilla) dalla linea che porta all' orangutan (scimmia asiatica), e a 4 milioni di anni fa l' ulteriore separazione della linea ancestrale del gorilla e dello scimpanzè da quella dell' uomo. Schwartz dice invece che noi siamo più vicini all' orangutan.
Orangutan sugli alberi
Su che cosa basa questa inedita affermazione? L' orangutan è una antropomorfa vegetariana che vive in Indonesia e pesa dai 50 ai 100 chili (per saperne di più sulle nostre sorelle scimmie è consigliabile la lettura del libro di Brunetto Chiarelli, Origine della socialità e della cultura umana, Laterza, pagg. 350, lire 35.000). Il mansueto pongide, fa notare il professor Schwartz, condivide con l' uomo, anzi con la donna, la durata della gestazione: 270 giorni, contro i 260 dello scimpanzé e i 245 del gorilla. Anche le mammelle dell'orangutan sono ben separate sul torace e vicine alle ascelle come nella donna, ed entrambe - femmina Homo e femmina orango - presentano un'alta concentrazione di ormoni sessuali nel sangue. Infine, entrambe le specie copulano faccia a faccia, ciò che conferisce all'atto sessuale maggiori connotazioni affettive e più lunga durata.
La pretesa dell'orangutan di avanzare di grado incontra però l'ostilità di diversi studiosi, tra cui David Pilbeam, docente di antropologia all' università di Harvard. Per Pilbeam le cose sono andate così. L'orangutan si è separato dal nostro ramo 16 milioni di anni fa, mentre la scissione tra umani e scimmie africane deve essere avvenuta non prima di 7 o 8 milioni di anni fa. C' è anche la possibilità che il Sivapiteco, vissuto in Africa 17 milioni di anni fa, sia l' ascendente comune di tutti i grandi ominidi. Ma Pilbeam è più incline a legare il Sivapiteco all'orangutan. "Per sciogliere i dubbi", dice l' autorevole antropologo, "dovremmo avere più reperti a disposizione. Ma purtroppo l'archivio fossile dell'Africa presenta un black-out di 10 milioni di anni, da meno 14 a meno 4, cioè alla comparsa dei vari australopitechi, che sono chiaramente riconoscibili come ominidi. Anche se non è più di moda parlare dell'"anello mancante", questa lunga vacanza racchiude per noi il maggior fascino".
Perché la nuova antropologia molecolare è spesso in disaccordo con l' antropologia fisica? "Perché non ci si rende conto di un fatto fondamentale", risponde Pilbeam. "Non è necessario che cambino molti geni per avere grandi mutamenti morfologici. Uomo e scimpanzé, per esempio, sono geneticamente più simili tra loro che lo scimpanzé e il gorilla; ma, quanto all' aspetto, lo scimpanzé appare molto più simile al gorilla che a noi. La ragione è che solo pochi geni sono cambiati, ma sono i geni che controllano processi-chiave di sviluppo: le discrepanze tra evoluzione genetica ed evoluzione morfologica sono del tutto naturali".
La mostra di New York evita ovviamente di addentrarsi nel ginepraio di queste polemiche. "Il nostro scopo nei riguardi del pubblico", dice Delson, "era soprattutto quello di dare scacco ai creazionisti, che qui in America hanno rialzato la cresta. Per ottenerlo occorreva la massima chiarezza". Ancestors si mantiene dunque nell'ortodossia, segue lo schema generalmente accettato. Eccolo. La prima forma che si può chiaramente collocare sul percorso che conduce all' uomo, sono le specie raggruppate nel genere Australopithecus, coi primi esemplari ritrovati in Sudafrica negli anni Venti. "Li abbiamo divisi nelle quattro specie consuete", afferma Delson che insieme a Ian Tattersall ha curato anche il catalogo, "e cioè l'Australopithecus afarensis, gruppo proveniente dai depositi dell' Africa orientale di 4 milioni di anni fa e di cui fa parte Lucy; l'Australopithecus africanus, con il Bambino di Taung, che quando venne alla luce nel 24 sembrò proprio la creatura a metà strada tra scimmia e uomo che Darwin aveva ipotizzato; e infine le due specie di australopiteco robusto, che però finirono sul binario morto".
Gli australopitechi gracili sono dunque nostri predecessori. Erano alti poco più di un metro, camminavano eretti nella savana africana ed erano modesti cacciatori, molto diversi dalle "scimmie assassine" dell' antropologia folkloristica. Dagli australopitechi si sviluppa, 2 milioni di anni fa, l'Homo habilis, abitatore dell' Africa dal cervello alquanto più voluminoso. Più o meno della stessa epoca sono i primi utensili di pietra (i primissimi dovettero essere di legno e di osso, ma non ne resta ovviamente traccia). Compare poi l'Homo erectus, una stirpe di cacciatori durata a lungo (da 1,7 a 0,5 milioni di anni fa), diffusa in Africa e in Asia orientale. Con l'Homo erectus si passa dai semplici utensili dell'habilis a tutta una serie di strumenti specializzati che configurano in un certo senso la prima rivoluzione tecnologica. "Circa un milione di anni fa", continua Delson, "comincia l' epoca glaciale, un periodo in cui a fasi fredde, che spingono i ghiacci fino alla Germania centrale, si alternano fasi temperate confrontabili con quella attuale. E' verso la metà dell' epoca glaciale che compare l'Homo sapiens".
La mostra distingue un Homo sapiens arcaico e l' uomo di Neandertal, la famiglia di fossili più famosa fin dal tempo di Darwin. Dopo i Neandertal, i Cro Magnon, in un rapido avvicendamento che è un'altra zona calda nel dibattito tra gli studiosi; e infine l'uomo moderno. Perché chiamiamo "moderna" questa figura emersa 30 mila anni fa? "I resti degli abitatori dell'Eurasia e dell'Africa vissuti allora", risponde Delson, "sono praticamente uguali agli odierni abitanti di quelle regioni".


“la Repubblica”, 7 luglio 1984

Consulenze in Sicilia. Rane e cavallette.

Sfogliando vecchie riviste on line trovo che il n.25 del 2011 (dell’11 luglio di quell’anno) di “a sud’europa”, edita dal Centro studi Pio La Torre, aveva come tema politico centrale le numerose e costose consulenze cui al tempo solevano ricorrere le pubbliche amministrazioni della Sicilia, prima fra tutte la Regione. Pare che la nuova Giunta regionale, per volontà del suo presidente Crocetta, oltre che per oggettive ragioni di bilancio, abbia drasticamente ridotto il ricorso a questa pratica che, giustamente, la copertina della rivista definiva “assalto”, implicitamente paragonando i consulenti alle cavallette.
Eppure c’è nella sacrosanta denuncia qualcosa che disturba, una manifestazione di incultura e irragionevolezza, un accodarsi al qualunquismo che merita una segnalazione.
L’articolo di pagina 5, Dal chitarrista all’esperto di rane. È boom di consulenti in Sicilia, firmato D.M. (probabilmente Davide Mancuso) è dedicato ai centri di spesa diversi dalla Regione: Università, Province, Comuni e Scuole. Così inizia: “Tra i “soliti” medici, professori e avvocati spuntano anche docenti di chitarra, 4.800 euro per sei mesi in una scuola di Barcellona Pozzo di Gotto, o un’esperta di monitoraggio delle rane verdi, retribuita con 3.000 euro per una ricerca dell’Università di Palermo tra i consulenti delle amministrazioni siciliane nei primi mesi del 2010…”.

Il titolo e l’incipit contengono a mio avviso una pericolosa deformazione: tendono a far considerare “normali” le consulenze dell’avvocato, del fiscalista, del commercialista, dell’architetto o dell’ingegnere; mentre deridono come “assurde” le lezioni del chitarrista nella scuola di Barcellona Pozzo di Gotto o il monitoraggio delle rane verdi nell’ambito di una ricerca universitaria. In realtà le consulenze “anomale” sono assai più spesso le “solite”: Comuni, Province e Università hanno spesso al loro interno uffici legali, uffici tecnici e tante competenze, utilizzabili senza il pagamento di consulenze esterne. Al contrario sei mesi di insegnamento della chitarra o una ricerca universitaria che richieda un particolare monitoraggio delle rane sono attività per le quali un intervento esterno appare all’esame del buon senso più giustificato. Oltre tutto attività di questo genere, tutt’altro che risibili, stando ai numeri sono costate poche migliaia di euro mentre l’insieme delle consulenze supera i 52 milioni. 

27.9.13

Perugia. Vecchie glorie (e superpensioni). Da "micropolis", settembre 2013 (st.d.c.)

Il commento della rubrica Il fatto su “micropolis” di settembre 2013 è dedicato a un pensionato che chiamare d’oro è troppo poco. I commenti di seconda sono di regola senza firma. Di questo è autore il direttore Stefano De Cenzo. (S.L.L.)
L'avvocato Mario Cartasegna
C’è voluto di nuovo l’intervento di un network nazionale per far luce sull’ennesima magagna locale. Abbiamo così scoperto che tra i 10 super pensionati d’Italia che percepiscono cifre da capogiro c’è Mario Cartasegna, ex avvocato del Comune di Perugia il cui emolumento annuale ammonta a circa 640.000 euro, ovvero 49 mila euro lordi al mese.
Molto candidamente, in una intervista rilasciata a “La Nazione”, dopo aver deciso di rinunciare ad un anonimato evidentemente troppo difficile da mantenere in provincia, il professionista afferma di essersi ritrovato con una pensione doppia rispetto all’ultimo stipendio percepito in attività “come quello che vince il primo premio della lotteria di capodanno”.
Poi, però, spiega qual è il perverso - ma perfettamente legale - meccanismo che ha determinato tutto questo. E così gli ignari e stupefatti cittadini vengono a scoprire che nel tempo la giunta (Locchi) e il consiglio comunale di Perugia, con il placet dei sindacati, hanno votato - spesso all’unanimità - delibere tese a incentivare con bonus economici sempre più consistenti l’operato dell’avvocato che, in cause di diversa natura, difendeva con esito non negativo gli interessi dell’amministrazione.
Cartasegna, che ancora patrocina (su parcella ma solo in caso di buon esito!) il Comune di Perugia (con tanto di auto blu) in Cassazione, in cause apertesi prima del suo pensionamento, ci tiene a precisare che il trattamento a lui riservato non è diverso da quello di tutti i dipendenti pubblici dell’avvocatura e che, comunque, corrisponde a quanto oggi percepisce un avvocato di un ente pubblico dopo solo un anno di lavoro e non dopo 35 anni di servizio come lui.
Il sindaco Boccali ha immediatamente (guarda un po’) preso la distanze dalla vicenda, dicendo che con lui (che come tutti sanno non era nella giunta Locchi…) la musica è cambiata, che l’avvocato che ha preso il posto di Cartasegna ha un contratto diverso e che il fatto che Cartasegna continui a seguire da libero professionista le cause pendenti in Cassazione è comunque un risparmio per le casse del comune rispetto alla sostituzione con un altro avvocato a cui pagare anche la trasferta a Roma. Per il “vecchio”, invece, è sufficiente l’auto blu che si muove la mattina stessa del dibattimento.
Verrebbe da dire che siamo di fronte all’ennesima porcata di una classe politica attenta solo alla riproduzione di privilegi per sé e per i suoi sodali, ma forse ci sbagliamo. Forse in questo caso il riconoscimento dei meriti di Cartasegna ha radici più nobili e lontane, risalenti alla stagione 1966-67 in cui da mezzala, nel Perugia di Mazzetti, calcava il manto erboso del Santa Giuliana, dando il suo onesto contributo alla prima gloriosa promozione in serie B. Insomma si tratterebbe, più semplicemente, della giusta ricompensa per un mirabile caso di “attaccamento alla maglia” protrattosi nel tempo.

Al cuore e al tifo - si sa – non si comanda.

Sarita Colonia, una santa popolare

Ho trovato l’articolo che segue, assai curioso e intrigante, in un vecchio numero della rivista on line del Centro Studi e iniziative culturali Pio La Torre, “A sud’europa”. E’ firmato G.S., che dovrebbe corrispondere a Gilda Sciortino. (S.L.L.)

Promette apparizioni improvvise, ma non si sa dove e quando. Magari laddove esiste un’ingiustizia o un torto da riparare. E si perché, nonostante non sia riconosciuta dalla Chiesa, che la ritiene una comune ragazza peruviana, morta a 25 anni nel 1940, Sarita Colonia santa lo è sicuramente per il suo popolo, visto che in vita si occupava dei poveri, degli ultimi, dei ladri che rubavano per fame, delle prostitute, degli omosessuali, degli immigrati clandestini. Di tutti loro si prendeva cura intercedendo per una grazia, facendo tornare l’amante perduto, ma anche molto concretamente, curando con le erbe, facendo in modo che il marito uscisse dal carcere o che si potessero trovare i soldi per pagare l’affitto.
E come può interessare oggi noi una giovane come lei, della quale saranno molto pochi coloro che hanno notizia della sua esistenza? “Siamo sostanzialmente un gruppo di amiche riunitesi a discutere
sui temi della manifestazione del 13 febbraio per la difesa della dignità femminile - racconta Barbara Amodeo, una delle componenti del neonato gruppo “Le camicie rosse di Sarita”, che su Facebook ha già molti simpatizzanti – e per caso ci siamo ritrovate attorno alla storia di questa santa, molto particolare perché di fatto é esistita solo come personaggio, ma non riconosciuta dalla chiesa cattolica. E’santa per i peruviani, oggetto di devozione popolare. Addirittura il popolo racconta che abbia il potere di rendere invisibili i clandestini, per far loro attraversare senza rischi le frontiere”.
Un gruppo, dunque, estemporaneo legato alla manifestazione, ma che continua a lavorare, anche perché i rapporti tra le persone che ne fanno parte sono di lunga data e non legati ad alcuna occasione particolare. “Ci siamo ritrovate per confrontarci sull’opportunità di una manifestazione in difesa della dignità delle donne. Abbiamo letto e discusso, voracemente e appassionatamente, ogni riga scritta sulle ragioni pro o contro, in un dibattito segnato dalle differenze di età, così come dall’esperienza politica e femminista di ognuna di noi. E una sera - prosegue l’affascinante narrazione - Anna ci ha raccontato la storia del primo miracolo di questa “santa”: “Una volta, Sarita bambina assistette in piazza a una scena, nella quale il commissario del paese mostrava il cadavere del bandolero Luis Pardo, che aveva ucciso colpendolo alle spalle, nonostante fosse suo compare. Per celebrare l’assassinio, il commissario sparava verso il cielo, urlando “evviva” e distribuendo liquore di canna fra i presenti. Sarita gli si avvicinò e gli disse: “Lei già non è più lei. Non esiste nessuno dietro ai suoi occhi. Il risultato è che io non la vedo più, signor commissario”. L’uomo non le fece caso, ma alzando il bicchiere per brindare si toccò il petto e non sentì alcun battito. Si consolò pensando che così doveva essere il cuore dei “machos”. Sette giorni più tardi il “muy macho” morì in quella stessa piazza; l’autopsia che gli fecero per legge comprovò che aveva il cuore putrefatto, come se fosse morto giorni prima”. Ebbene, come la bimba che esclama “il re è nudo”, Sarita bambina e il suo primo miracolo a noi dice che lo spettacolo circense e indecoroso del tramonto del berlusconismo porta con sé l’epifania della fine del patriarcato. Questa rappresentazione arcaica, nella quale siamo tutte e tutti implicati, in cui questo animale morente è spaccone, rumoroso e pericoloso nella sua tentazione onnipotente, ci dice che il suo baccano è proporzionale al grado di putrefazione: il suo cuore non batte già più. Quanto potere c’è, invece, e quanta dignità, nello sguardo di una bambina che non si lascia abbagliare dagli spari e dal liquore di canna?”.
Ecco, dunque, alla base di cosa sta la storia della giovane Sarita Colonia, emblema della dignità “che rivela l’indegnità altrui, in primo luogo di un potere corrotto e corruttore”.
“La nostra dignità - conclude la Amodeo - sta nella capacità di svelare la miseria dietro questa visione del mondo, delle relazioni tra i sessi, dei rapporti di potere che investono i corpi: un vuoto di senso e di elaborazione di cui si faranno carico gli uomini, se vorranno, per ridiscutere la loro dignità, ma la nostra non è a disposizione”.


“A sud’europa”, Anno V n.10, 21 marzo 2011

25.9.13

La morte di Ladislao Biro, l'inventore della penna a sfera (Giovanni Maria Pace)

Ladislao Biro
Ladislao Biro, l'inventore della famosa penna "senza inchiostro", è morto a Buenos Aires.
Aveva 86 anni ed era povero, perché la sua invenzione non a lui ma ad altri, più lungimiranti e fortunati, aveva fruttato danaro e prosperità. 
Nato in Ungheria, Ladislao era redattore di una rivista di Budapest quando prese a riflettere sull'inchiostro tipografico a essiccazione rapida, che gli pareva un mezzo tecnicamente superiore di lasciare tracce sulla carta. Poteva, quell'inchiostro, essere applicato anche alla scrittura manuale? Nell'itinerario che porta a una delle invenzioni più popolari si inserisce a questo punto un episodio che avrebbe affascinato Freud. Tra le immagini deformate di un sogno, Ladislao vide, una notte, la penna che porta il suo nome. Lo strumento per scrivere non era però nitido e piano come nella realtà, ma appariva quale un fucile inondante d'inchiostro i nemici dell'inventore.
Dopo questa scena notturna, che conforta chi crede nella forza creativa dell'attività onirica, Ladislao cominciò a provare in concreto la "biro", per la quale chiese, nel 1938, il brevetto. Gli eventi però incombevano, le armate naziste percorrevano l'Europa e così Ladislao, nel 1940, emigrò prima in Francia e poi in Argentina, dove avrebbe trascorso il resto dei suoi giorni. Nel paese sudamericano perfezionò, all'inizio degli anni Quaranta, il suo ritrovato, con l'aiuto del fratello George, ex chimico. Cominciò anche a produrre la fantastica penna, ma i tempi erano difficili e gli affari scarsi. Così, nel 1944, Ladislao vendette i diritti dell'invenzione a uno dei suoi finanziatori. La penna a sfera venne quindi prodotta per le forze inglesi e americane, che si incaricarono della sua diffusione nel mondo, insieme col Carnation milk e la gomma da masticare. Nel 1948 fu la grande casa Parker a occuparsi della biro, nell'epoca in cui la penna cominciava la sua marcia trionfale anche in Europa. Ai giorni nostri è il barone francese Bic a produrla in un numero impressionante di esemplari: dieci milioni di pezzi al giorno. (L'affascinante storia delle invenzioni, “Selezione dal Reader' s Digest”).
L'inventore ungherese non fu però mai toccato dalla pioggia d'oro sgorgata dalla cornucopia, non unico esemplare di quella stirpe di geni perdenti a cui appartengono anche molti italiani, da Meucci (telefono) a Pacinotti (dinamo). Biro diede altre prove della sua fertilità con la messa a punto di un mattone refrattario e con un'altra trentina di invenzioni. Ultimamente lavorava, per conto della Commissione atomica argentina, a un processo per l'arricchimento dell'uranio. 
Non fu solo nella tecnologia, però, che Ladislao eccelse. La sua multiforme attività toccò anche la pittura. Opere dell'inventore ungherese sono conservate nella Galleria delle belle arti di Budapest.
Oggi inventori isolati come Biro, che in un sottoscala e senza apparato di assistenti raggiungono le vette dell'innovazione, non sono forse più possibili. Nell'era dell'esplorazione spaziale e dell'ingegneria genetica, la creatività ha bisogno di investimenti cospicui e del lavoro di équipe. A Ladislao Biro, cavaliere solitario che ha affrancato l'umanità dalla schiavitù del calamaio, va anche questo segno di distinzione: l' onore di chiudere un'epoca nella storia della tecnica. Ma è pur sempre un misero compenso per un uomo come Biro e per una invenzione "che ha fatto del suo nome una parola sulla bocca di tutti, in tutto il mondo".

“la Repubblica”, 26 ottobre 1985

Scienziati e Ladroni (di Giovanni Maria Pace)

René Blondlot sedicente inventore degli improbabili "raggi N"
La truffa, quando è perpetrata da uomini di scienza, turba le coscienze più dei misfatti dei comuni mortali. Come può, chi ha fatto di razionalità e rigore la propria professione, deviare dalla verità? Quale diabolica pulsione lo spinge? Una serie di sgradevoli episodi accaduti in questi ultimi mesi nella comunità scientifica internazionale riapre la discussione.
Recentemente, il dottor Philip Felig è stato costretto a dimettersi da preside del Dipartimento di medicina della Columbia University (New York) in seguito all'accusa, mossagli da due ricercatori, di avere copiato un loro lavoro sull'insulina. Felig aveva potuto leggere il paper in anteprima nella sua qualità di consulente del «New England Journal of Medicine». 
In estate era esploso il caso del dottor Elias Alsabti, giordano di nazionalità, cancerologo in apparenza, plagiario nella realtà. Dei 23 lavori che figurano a sua firma nell'«Index Medicus», non si sa quanti siano originali e quanti copiati; ma l'elegante Alsabti avrebbe continuato a frequentare i migliori laboratori d'America e d'Europa se un altro cancerologo, l'americano Wierda, non si fosse accorto che un proprio articolo, già apparso sull'«European Journal of Cancer», era stato ripubblicato tale e quale sul «Japanese Journal of Medicai Science». Cambiava solo una cosa: la firma, che è quella di Alsabti. Il direttore della rivista giapponese ha quasi fatto harakiri, e ha dichiarato: «Questa sfortunata esperienza dimostra quanto sia difficile scoprire tempestivamente gli atti di pirateria intellettuale». 
Nel frattempo Alsabti è scomparso senza lasciare traccia. Va ricordato che circa due anni fa lo stesso Alsabti aveva fatto oggetto delle sue proditorie attenzioni l'Istituto dei tumori di Milano, tentando di far pubblicare sul periodico dell'Istituto ben cinque relazioni. «Per fortuna ci siamo accorti in tempo dell'inganno», commenta il professor Umberto Veronesi, «ma abbiamo corso un bel rischio».

Il raggio della morte
L'appropriazione indebita delle idee altrui è una truffa che si può ben dire classica in campo scientifico. Nel 1545 il matematico pavese Girolamo Cardano pubblicò la soluzione delle equazioni di terzo e quarto grado, dimenticando di nominare Nicolò Tartaglia, che quella scoperta gli aveva rivelato sotto vincolo del segreto assoluto. Ne nacque una delle più aspre polemiche della storia della scienza. 
Perché Tartaglia non sia oggetto di immeritata simpatia, va però ricordato che anche lui pubblicò una traduzione archimedea, copiata da quella di Moerbeke, dando l'impressione che fosse opera sua, e nei Quesiti et inventioni diverse (1546) illustrò la legge del piano inclinato, traendola presumibilmente dall'opera di Giordano Nemorario, senza dichiararne la fonte (Boyer, Storia della matematica, Isedi).
In tempi più recenti c'è stato il caso di Bell, che soffiò l'idea del telefono a Meucci; di Edison, che sottrasse quella della lampadina al piemontese Cruto; di Marconi, che pare abbia derivato quella della radio dal russo Popov. Emilio Segré, premio Nobel 1959 per la dimostrazione sperimentale dell'esistenza dell'antiprotone , ha fronteggiato in tribunale un altro fisico italiano emigrato negli Stati Uniti, Oreste Piccioni, che gli contestava la paternità della scoperta; mentre l'inventore del laser è stato trascinato in giudizio da un tale che aveva già depositato il brevetto del «raggio della morte».
Il plagio è un inganno quasi sempre banale, anche se spesso difficile da individuare. Sono più complessi — e gettano più luce sulla psicologia dei dottori imbroglioni — gli inganni come quello (...) che ebbe per protagonista lo stimato immunologo americano William Summerlin, sorpreso nel suo laboratorio la notte del 27 marzo 1974 a dipingere topolini per far credere che i trapianti di pelle, realizzati secondo la sua tecnica, avevano attecchito. 
Chi cercasse però tra i truffatori in camice bianco il bieco falsario, il delinquente comune, sarebbe condannato a non capire. L'illecito scientifico è variegato, pieno di sfumature e di mezze verità. La tecnica di trapianto di Summerlin è stata recentemente ripresa da altri immunologi perché molto promettente. E poi, anche Gregor Mendel, padre fondatore della genetica, «aggiustò» un pochino alcuni risultati sperimentali per renderli compatibili con le sue previsioni teoriche: un peccato veniale che, visto nel contesto dell'opera di quel sommo, non toglie smalto alla sua immagine.
In alcuni casi, nello scienziato falsario si è creduto di riconoscere i tratti del soggetto psicopatico. Cyril Burt, psicologo inglese molto stimato ai suoi tempi (morì nel 1971, a ottantotto anni), aveva costruito la sua fama sulla dimostrazione che l'intelligenza non è un carattere acquisito, un risultato dell'educazione dell'ambiente, bensì un carattere ereditario, trasmesso dai genitori. 
Burt basava la sua teoria, gravida dì implicazioni politiche e sociali, sull'osservazione di coppie di gemelli omozigoti, cioè identici, separati fin dall'infanzia: una gran massa di osservazioni, così vasta da insospettire i postumi studiosi della sua opera. Come aveva potuto lo psicologo trovare tanti gemelli omozigoti, per di più allevati in famiglie diverse? Leslie Hearnshaw, uno storico della scienza incaricato di redigere la biografia di Burt, si rese conto, esaminando le carte dello scomparso, che la sua teoria dell'intelligenza innata era basata sull'osservazione di appena quindici coppie di gemelli, effettuata prima della guerra. Per il resto della sua carriera, Burt non aveva fatto altro che inventare dati perfettamente compatibili con l'ipotesi iniziale. Perché?
Una prima spiegazione («La Recherche», luglio-agosto 1980) è che lo psicologo fosse così intimamente convinto della validità della sua tesi, da fabbricarne le prove. Ciò che configurerebbe, secondo gli psichiatri, un caso abbastanza esplicito di paranoia.

La scoperta di Blondlot
L'episodio forse più clamoroso di falso scientifico, questa volta non deliberato, ma certo non meno riprovevole, fu il caso dei «raggi N», che agitò il mondo scientifico agli inizi del secolo. L'avvio del ventesimo secolo fu uno dei periodi più eccitanti della scienza moderna. Nel 1895 Roentgen era riuscito a produrre i raggi X. Successivamente erano stati scoperti i raggi gamma, beta, alfa. Nel 1900 sembrava sicuro che sarebbero stati trovati altri tipi di raggi. E infatti nel 1903 René Blondlot, brillante fisico francese, membro dell'Académie des Sciences, annunciò la scoperta di un nuovo tipo di radiazione, che chiamò raggi N in onore dell'università di Nancy, alla quale apparteneva. Grande fu il tripudio nel mondo scientifico. I raggi N divennero ben presto uno degli oggetti di sperimentazione preferiti («Le Scienze», luglio 1980).
Nel 1904 l'Académie conferì a Blondlot il prestigioso Prix Leconte, di 50.000 franchi, mentre ben venti scienziati francesi confermavano l'esistenza dei raggi e ne descrivevano le peculiarità. Senonché un fisico americano dell'università Johns Hopkins, R.W. Wood, giovane e anticonformista, cominciò a mettere in dubbio il tutto. Recatosi a Nancy, volle prendere parte agli esperimenti, che gli parvero sempre meno probanti: finché, approfittando dell'oscurità in cui si svolgevano, decise di sottrarre una parte fondamentale dell'apparecchio che produceva i raggi N: l'esperimento dette gli stessi risultati. Tornato in America, Wood descrisse l'accaduto sulle riviste scientifiche, decretando così l'inesistenza dei famosi «raggi N».
Ne nacque ovviamente una contesa in cui i paladini dei «raggi N» sostennero che solo le razze latine possedevano la sensibilità necessaria per apprezzare la presenza dei raggi. Anche gli esperimenti si moltiplicarono, con una curiosa concentrazione di risultati positivi nelle vicinanze di Nancy. Poi, a poco a poco, sulla vicenda scese il silenzio. La comunità dei fisici, presa da altri interessi, dimenticò Blondlot, che morì nel 1930. II caso dei «raggi N» è passato alla storia della scienza come una prova del noto fenomeno che credere può voler dire vedere; soprattutto se chi guarda è obnubilato dallo sciovinismo.


“la Repubblica”, senza indicazioni di data, ma 1981

Grandi scoperte avvenute per caso

Heinrich Caro, chimico tedesco (1834 - 1910)
La scienza è molto umana, si sviluppa tra zuffe di teorie contraddittorie, errori clamorosi, colpi d'azzardo, intuizioni e risultati raggiunti come terni al lotto.
Superfluo richiamarsi al bagno di Archimede o alla mela di Newton. Prendiamo pure scoperte più recenti come la radioattività o i riflessi condizionati, due fenomeni diversissimi ma ugualmente fondamentali nel modellare la vita dell'uomo contempoaneo.
Bene, dal 26 febbraio al primo marzo del 1896 il cielo di Parigi rimane ostinatamente ricoperto di nuvole. Mentre Henri Becquerel aveva assolutamente bisogno di belle giornate per dimostrare che i sali d'uranio, resi fluorescenti dai raggi solari, emettevano dei raggi X capaci di impressionare una pellicola fotografica chiusa in un astuccio opaco (era un'idea assurda credere che fosse la fluorescenza a creare i raggi X anziché il contrario). Becquerel attende invano una schiarita. Poi si rassegna e chiude in un cassetto, vicinissimi, il suo campione d'uranio e l'astuccio con la pellicola. Qualche giorno dopo riapre il cassetto e per controllare se malgrado il pallido sole la luce dei giorni precedenti avesse "stimolato" ugualmente l'uranio, sviluppa la pellicola, svogliatamente, con magrissime speranze. Meraviglia: la pellicola è rimasta impressionata perfettamente. E dopo altre esperienze Becquerel può concludere che la luce del sole non ha niente a che vedere con la faccenda. La radioattività nasce così. E anche Hiroshima.
Quanto ai riflessi condizionati, scoperta dell'immortale Pavlov e dei suoi celeberrimi cani, la storia è andata molto diversamente da come ci è stata consegnata dall'aneddotica liceale. In realtà Pavlov stava studiando semplicemente, dal punto di vista meccanico, la fisiologia della secrezione salivare. La psicologia non c'entrava affatto. Naturalmente, quando le sue cavie scodinzolanti avevano fame, il professore suonava un campanello perché il domestico portasse loro da mangiare. E così si accorse che, ogni volta che suonava il campanello e entrava il domestico, con o senza cibo il riflesso salivare delle bestie si metteva in funzione. Ne concluse che era effetto del campanello. Ma quando convocò un gruppo di saggi colleghi per ripetere l'esperimento fece una magra suonando a lungo e inutilmente. Aveva dimenticato che oltre il campanello, occorreva anche l'ingresso del domestico...
Resta indiscutibile che il caso favorisce le menti pronte a coglierlo al volo (…) «Cercate, cercate e troverete qualcos'altro», scrive il chimico francese Jean Jacques, uno dei primi scienziati a proporre di adottare nel linguaggio scientifico il termine inglese di serendipity. Così come i principi dell'isola fantastica di Serendip hanno la straordinaria facoltà di realizzare le scoperte più incredibili, così gli scienziati sarebbero governati da una capacità misteriosa di trarre profitto da circostanze fortuite. Un esempio di serenità? Nel dicembre del 1868 il chimico tedesco Heinrich Caro uscito dal suo laboratorio e dilungatosi a chiacchierare con un paio di colleghi, dimenticò sul fuoco un alambicco che conteneva un intruglio per un esperimento già semifallito. Quando rientrò, il composto  era  ormai calcinato. Chiunque l'avrebbe buttato via. Ma Caro, quasi per punirsi della sua sbadataggine, analizzò quelle inutilissime ceneri. Era l'alizarina, un colorante rosso destinato a fare le fortune delle Badische Anilin und Soda Fabrik e a riaffermare il primato della chimica industriale tedesca nel mondo.

Postilla

Il testo proviene da un’ampia scheda firmata c.s., pubblicata sul settimanale “Pagina” nell’anno 1982. Nel ritaglio che posseggo mancano più precise indicazioni di data.

24.9.13

La strega, le tenaglie e la baltresca (da Leonardo Sciascia)

Uno dei libri più belli e, forse, meno conosciuti di Leonardo Sciascia è La strega e il capitano, inchiesta su un processo milanese e secentesco per stregherìa nata in margine alla lettura del Manzoni e insieme inchiesta sul potere e sulla giustizia, civile ed ecclesiastica, nella storia di ieri e di oggi. Ne consiglio vivamente la lettura. Qui ne riprendo due passi dall’ultimo capitolo, l’uno e l’altro tratti da atti ufficiali, benché il secondo sia corredato da una utilissima precisazione del nostro scrittore. (S.L.L.)

Dall’ordinanza del Senato in vista dell’esecuzione della pena capitale (febbraio 1617)
"Sia condotta sopra un carro al luogo del pubblico patibolo, ponendole sulla testa una mitra con la dicitura del reato e figure diaboliche, e percorrendo le vie e i quartieri principali della città col tormentarla nel corpo con tenaglie roventi, per poi essere bruciata dalle fiamme..."

Dal registro della Compagnia che assisteva i condannati a morte (4 marzo 1617)
“Giustizia fatta su la Vetra, fu abbruggiata una Caterina de Medici per strega, la quale aveva maleficiato il Senatore Melzi; fu fatta una Baltresca sopra la Casotta; fu strangolata su detta Baltresca all'alto, che ognuno poteva vedere; ma prima fu menata sopra di un carro e tenagliata. Era sotto l'ufficio del signor Capitano, fu sepolta a Santo Giovanni; questa fu la prima volta che si facesse Baltresca."
(“La baltresca – spiega Sciascia – era una specie di castelletto, a che tutti non perdessero nulla dell’orrendo spettacolo”)

Pregiudizi. Napoli 1770: Mozart scrive...


Wolfgang Amadeus Mozart a quattordici anni, nel maggio del 1770 da Napoli, ove era stato condotto per esibirsi, in una lettera indirizzata alla sorella, scrisse: «E quanto a insolenza del volgo, non so se Napoli superi addirittura Londra, visto che qui il volgo, i laceroni, hanno il loro capo, che riceve ogni mese dal re 25 ducati d'argento solo per mantenere un certo ordine fra questi laceroni» (Epistolario, Guanda, 1991).

Se nasceva un sentimento nelle case dell' amore (di Guido Vergani)

Rievocazione maschilista delle cosiddette “case chiuse”. Il “grosso personaggio” della repubblica cui si allude è Giovanni Spadolini. (S.L.L.)


Mentre Yvonne, la polesana, e Wanda, l' emiliana capace di tenere un turacciolo sotto il pelo dell' acqua di un bicchiere con il frenetico guizzare della lingua, accendevano di promesse erotiche i salottini della tolleranza, poteva succedere davvero di tutto. Niente di dannato, niente che assomigliasse a un inferno del sesso. Il "tutto" che succedeva fuori, al di là delle persiane chiuse, perché "quelle case", soprattutto se non erano di battaglia e di marchette all' ammasso, rappresentavano una succursale dei caffè, un luogo di chiacchiere fra amici vivificate dal balenare di un capezzolo, dai languori o dai disponibili fervori di lussuria di quegli harem a prezzo fisso. Succedeva di tutto. Nei pomeriggi e nelle sere di una società maschile che, al di là delle ore familiari e dei vigilatissimi fidanzamenti, escludeva le donne, il casino diventava persino luogo di studio. Si faceva flanella, preparando gli esami di maturità. La "maîtresse" cantilenava: "In camera, andate in camera. Date commercio", ma chiudeva un occhio su quei due ragazzi che, nel "prima categoria" di San Remo, erano intenti al latino e alternavano Seneca ai rapimenti per la bionda Wally: uno studio proficuo, se si pensa che quei due liceali sono, oggi, fra i protagonisti di vertice del giornalismo e della letteratura. Facevano flanella da "Saffo", a Firenze, quelli della "Voce", continuando gli alti discorsi politico-culturali iniziati al caffè delle "Giubbe Rosse" e incuriosendo le quindicine al punto da legittimare, come ricorda Pietrino Bianchi nel suo libro Le signorine d'Avignone, le vanterie di Ardengo Soffici che assicurava: "Noi della Voce abbiamo lettrici attentissime nelle case chiuse".
L' irsuto cattolicesimo di Giovanni Papini, capintesta di quelle intelligenze, si ribellava alla singolare propaganda di Soffici, ma non si ribelleranno Attilio Bertolucci, Spagnoletti e Cesare Zavattini se la testimonianza di un mentore dell'intellettualità parmense li cita nel gruppo che dal caffè Tanara di piazza Garibaldi portava le sue discussioni di poesia, il suo accanimento letterario nel salotto verde di Borgo Tasso, dove la signora Gina riceveva gli ospiti di riguardo e permetteva lunghissime e dotte flanelle. Una decina d'anni prima, gli avanguardisti del teatro che Bragaglia radunava in una cantina della romana via degli Avignonesi non mancavano di traslocare le loro febbri artistiche fra le femmine del "N. 10", fra le veneri a tassametro, fra le quindicine di primissima scelta reclutate dai tenutari Tabucco e Bottiglion. Avevano diritto a uno sconto sulla "doppia", purché rispettassero senza indiscrete curiosità il grido di "libero, libero" che la "maitresse" lanciava a mo' di ordine tassativo, quando si preannunciava la visita di un personaggio di riguardo. Nel gergo dei casini, quello era il "momento del monsignore".
Non si trattava di alti prelati posseduti da improvvise tentazioni. I "monsignori" erano gli altolocati, i clienti che non volevano essere riconosciuti. Ne vantava anche il "Porlezza" di Milano che, nonostante la tariffa (25 lire per la "semplice"), era, negli anni Trenta, la consueta tappa serale dei "cappotti lisi", il gruppo degli intellettuali che avevano trovato lavoro da Rizzoli, da Mondadori, ma non avevano ancora sfondato e tiravano la vita con i denti: Salvatore Quasimodo, il futuro Nobel, Leonardo Sinisgalli, Raffaele Carrieri, Giuseppe Marotta, Alfonso Gatto, Arturo Tofanelli. Furono loro i ciceroni delle giornate milanesi di Le Corbusier che era già un mito dell' architettura. "Organizzarono un giro by night", racconta Gaetano Afeltra che era, allora, un ragazzino, "Mangiammo al "Pesce d' oro" di largo Santo Stefano. Poi, via nella notte. Lì accanto, c' erano le case del Bottonuto, del Poslaghetto. Ma, dopo una carrellata del liberty, uno sguardo alla "Ca' bruta" di Muzio e ai nascenti marmi dello stile piacentiniano, puntarono verso i veli e i profumi, gli scuri legni di "San Giovanni sul Muro", detto anche "Porlezza" perché faceva angolo con quella via. Io c'ero già stato nel pomeriggio, per festeggiare i miei diciott'anni. Sciura Maria, la portiera, mi vide e borbottò "ancora!". Era sospettosa. Sapeva che quei tipi avevano la frequentazione facile e la "consumazione" difficile, dati i prezzi. Ci aveva inquadrati come flanellisti. Ma Le Corbusier la intimorì, con un gesto che garantiva almeno una "doppia". Salimmo al primo piano. Non ricordo se la grande firma dell'architettura consumò. Ricordo che, mentre veniva assediato dalle signorine in quel salottino dall' arredo alberghiero, chiese carta e matita. La signora Bigina, una " maîtresse" che non incitava alla camera ma non ammetteva neppure pigrizie nei divani, non fiatò. Le Corbusier cominciò a disegnare le linee di un'ideale casa di piacere. Un raptus creativo. Quel disegno sparì. Qualcuno sospetta sia stato l'architetto Pollini, il padre del pianista, a incamerare quel cimelio".
Soffici e Prezzolini maturavano in casino i contenuti della "Voce". Le avanguardie di Bragaglia rispettavano la tradizione amatoria in via degli Avignonesi. Le Corbusier progettava al "Porlezza". Intere generazioni di italiani ossigenavano di visioni erotiche gli studi, le meditazioni per la tesi di laurea sotto gli sguardi, materni, protettivi delle "orizzontali", mentre le direttrici dall' alto della cassa ruminavano lo sprone: "Fate lavorare le signorine che sono brave". Nei casini succedeva di tutto: un tutto che spesso aveva poco a che fare con la voglia d' orgasmo. Nella quotidianità, era un continuare la vita, le serate al caffè, l' abitudine degli incontri al biliardo, le amicizie, i sodalizi intellettuali, in una sorta di bagnomaria del voyerismo, dell'occasione facilissima se d'improvviso arrivava l'uzzolo di una "sveltina". I casotti erano ovviamente il luogo deputato dei riti fallici legati all' addio al celibato, al debutto della virilità quando scattavano i 18 anni (ma la scolorina e la complicità delle "maîtresse" permettevano di anticipare quelle fatidiche date), alle feste dei coscritti, ai riti goliardici che obbligavano le matricole di Pavia a correre, in gara, verso la "Grotta Azzurra", trasportando in carriola un "anziano" per vincere un'intera giornata di carezze e sgroppate. Erano la garanzia di orgasmi igienici e digestivi, di fisiologiche cadenze settimanali per chi non aveva mogli e amanti, per i timidi. Erano considerati la necessaria palestra di rodaggio per i giovani e, al "Dollaro" di Napoli, Tosca, una veemente, bruna ciociara, si pubblicizzava passando fra i clienti e dichiarando: "Ne ho sverginati ottocento". Ma non è mai questo aspetto più marcatamente sessuale che le melanconiche memorie degli ex clienti portano in primo piano. Raramente, le narrate nostalgie (sono quasi sempre nostalgie per la lontana giovinezza, non rimpianti per il sistema delle case archiviato dalla legge Merlin) enfatizzano il lato erotico della tolleranza perché, in tal senso, la materia era scarsa e per niente orgiastica.
I "paradisi" erano fuggevoli assai più di quei venti minuti stabiliti, nel 1862, dal governo Rattazzi come tempo medio di una "semplice", con una visione piuttosto generosa delle cadenze di una marchetta. Fuggevoli e sostanzialmente frigidi, da conigli. La memoria di quel sesso non indulge mai a descrizioni di acrobazie, di molteplici e dannati deliri, di partite a tre, di amplessi sotto l'occhio del "guardone" a cui, per 75 lire negli anni Cinquanta, la "maîtresse" riservava un pertugio sulle prospettive amatorie. Grigio di chiome e bolso di orgasmi, qualcuno tramanda le qualità erotizzanti delle dorate sedie a trono del milanese "Disciplini" destinate ai lavori di bocca, degli specchi di "San Pietro all' Orto" che moltiplicavano, in un gioco di riflessi a catena, le sinuosità delle "faticatrici". Ma, nel tema sesso, la memoria batte e ribatte su virtù lontane mille miglia dall' idea dell' erotismo sfrenato e dannato.
Le "signorine", lo scrive Mario Soldati, erano "amabili e soccorrenti figure" e i rapporti "squisitamente e profondamente umani". Se Paolo Valera, reporter ottocentesco nel "ventre" di Milano, descriveva spietatamente il cadavere di Ermenegilda Bianchi, la "zia", l'imperatrice delle "maîtresses" ("Ho provato ad alzarle la palpebra che faceva sepolcro alle sue porcaggini e ho subìto un'impressione disgustosa"), Soldati parla di queste registe dei casini, del "Massena", del "Raffaello" di Torino, dei romani "Fontanella Borghese" e "Grottino", ricordando "il garbo paziente e insinuante, la dolcezza, la familiarità, il senso di sicurezza e di protezione". La memoria, insomma, tradisce una realtà: in quelle case, il maschio non era gallo, ma pulcino e spesso spaurito, bisognoso, appunto, di "figure soccorrenti". Non è, dunque, il sesso a infittire le sempre tenere evocazioni dalla parte dell' ex clientela. E' ricorrente, invece, una debolezza d'orgoglio. Nell'esercito dei frequentatori, ormai nonni, sono pochi quelli che non sbandierano un amorazzo da casino. Ai tempi, venivano chiamati, nel gergo delle case, "lime", "capperi", "torcinoni". Erano, scriveva Giancarlo Fusco, i "fidanzati della tolleranza". I più spavaldi si vantavano: "L'ho fatta godere". Ma i più dicevano agli amici: "Mi ha dato un appuntamento fuori, quando finisce la quindicina". Nella memoria, ognuno ha una ricambiata cotta sullo sfondo di "Borgo Tasso" a Parma, di Vico Lepre e del "Castagna" (nel dopoguerra, la maîtresse timbrava una scheda e, ogni tre marchette, ne regalava una) di Genova, del "Ferrovia" di Napoli, dell' "Orientale" di Venezia. E' il solo risvolto di letto, d'alcova nei ricordi e non a caso il sesso ne esce intenerito dall'amore, dalle passioncelle. Nessuno mitizza l'erotismo della tolleranza, mentre le melanconie tambureggiano sugli arredi, sulla "belle èpoque" dei lampadari, delle statue di "San Pietro all' Orto" che era provvisto di una camera con botola e passaggio segreto sino alla strada per chi voleva concedersi un orgasmo in clandestinità, sulla perfetta dentatura delle ragazze del milanese "Alberto Mario" che pagava alle "signorine" i servizi di un odontoiatra, sui profumi delle case che era soltanto un sovrabbondare di colonie, di essenze per debellare l'indebellabile sentore di lisoformio, di creolina, di permanganato di potassio, di sudori e umori degli amplessi. Nella "recherche" dei casini perduti, l' autentico "leit motiv" è quel "succedeva di tutto", a testimoniare come i bordelli non fossero che una succursale della vita quotidiana separata soltanto dalle persiane inchiavardate. "In anni grami, passava in casino anche la storia e il clima del casino la poteva cambiare", racconta un fedelissimo della "Rina" di Firenze. Passava la politica, il fascismo e l' antifascismo. "La "Rina" era il punto d' incrocio fra repubblicani e gappisti", racconta. "Il capitano Carità, un commerciante di radio di via Calzaioli che si specializzerà in torture, era un assiduo. Ma assiduo era anche Paolo Pavolini, un partigiano che, più tardi, a guerra finita, diventerà una firma del giornalismo. Pavolini aveva una grande dimestichezza con la "maîtresse". Ogni settimana, portava le ragazze in carrozza alle Cascine, perché prendessero aria. Quando gli alleati si avvicinarono alla città e i tedeschi minarono tutti i ponti dell'Arno, "La Rina" dovette traslocare. Portò letti, specchiere e veneri in casa di Pavolini che, intanto, aveva messo a punto un attentato: l'uccisione di un già corposo giovanotto che aveva avuto la debolezza di collaborare a un giornale repubblichino e che, oggi, sta nell' empireo dell'alta politica. Tutto era pronto. Il commando avrebbe dovuto agire alle otto di mattina di un lunedì. Ma, nel mezzo c'era la domenica e fu, nella casa di Pavolini trasformata in compiacente "maison", una domenica di baldoria. Durante il trasloco, "La Rina" aveva perso Dedè, la più bella della quindicina. Pianti, ansie, preoccupazioni. Dedè riapparve proprio quella domenica. La credevamo finita chissà dove e festeggiammo, con una mangiata, troppe bottiglie di rosso e una nottata che la madama ci concesse senza tariffa. Festeggiò anche il padrone di casa che avrebbe dovuto guidare il commando gappista. E, il lunedì mattina, non si svegliò. Un pezzo grosso della nostra Repubblica deve la vita all'umanissimo clima, alla deboscia di una casa di tolleranza, dove probabilmente lui non ha mai messo piede".


“la Repubblica”, 27 luglio 1985

Gasparino Cammilleri socialista (S.L.L.)

Gasparino Cammilleri era un socialista vecchio stampo, umanitario ed onestissimo. Credo che facesse l'insegnante di educazione fisica a Canicattì, anche se un po' claudicava. Ne ricordo vagamente il parlare teso e scattante. Si racconta che, candidato alle elezioni politiche (doveva essere il 1963), con alcuni giovani attivisti del suo partito provvedeva alle affissioni, inevitabilmente parche per un partito non ancora ingrassato dai fasti governativi. Era lui ad indicare dove collocare i manifesti con la sua foto e l'invito a votarlo nelle liste del Psi. Dalle parti della stazione, su di un muro, individuò uno spazio libero tra un manifesto di Sinesio e uno di Volpe, l'uno e l'altro democristiani e molto chiacchierati. "Toh, - disse al ragazzo che portava i manifesti - metti Cristo tra i due ladroni".

23.9.13

La poesia del lunedì. Trilussa (1871-1950)

La gloria artificiale
Li razzi, a mille a mille,
fischieno in celo e scoppieno. Ogni sparo
sparpaja una fontana de scintille.
Stelle d'argento, serpentelli d'oro,
s'incroceno fra loro con un gioco
de colori de foco.
Ma, finita la festa,
ritorna tutto scuro e tutto zitto:
e nun resta che un fumo fitto fitto
che s'abbassa, se sparge e se ne va.
Quer che rimane, in genere, a chi passa
un quarto d'ora de celebbrità.

da Libro muto

22.9.13

Barbarie. Nella Roma di fine 800 demoliscono Villa Ludovisi (Lucio Caracciolo)

Veduta di Villa Ludovisi. Copia in acquarello (datata 1818) di un originale (1750 ca.)
di Thomas Bowles rappresentante il grande palazzo dei Ludovisi e i giardini adiacenti
Cent'anni fa il più bel giardino del mondo viveva il suo ultimo inverno. Henry James ce n'ha lasciato l'estrema immagine, narrando delle romantiche passeggiate lungo "viali oscuri sagomati da secoli con le forbici", fra "vallette, radure, boschetti, pascoli, fontane riboccanti di calami, grandi prati fioriti, punteggiati qua e là da enormi pini obliqui". Quanti fra coloro che oggi animano via Veneto e s'aggirano tra i palazzotti in stile tardo-rinascimentale o i villini di gusto floreale del Pinciano, sanno che sotto i loro piedi si stendeva fino al 1885 la meravigliosa Villa Ludovisi?

Di quel paradiso botanico e artistico - duecentocinquantamila metri quadrati compresi tra piazza Barberini e Porta Pinciana - non resta pressoché nulla: solo una specie di cubo incassato nel quadrilatero via dell' Aurora - Via Lombardia - via Ludovisi - via Emilia, da cui svettano tristemente un ciuffo d'alberi e cespugli che nascondono il Casino dell'Aurora affrescato dal Guercino; ancora, la fontana dei Tritoni nel giardino dell'ambasciata americana.  E basta.
Un giardino "segreto" della villa. La foto è del 1883,
opera di don Ignazio Boncompagni - Ludovisi.
Com'è potuto accadere che la "perla di Roma", uno dei luoghi più suggestivi della terra, disegnato nel Seicento dall'architetto dei giardini reali di Versailles, il solenne Andrè Le  Nôtre, sia stata eliminata alla stregua di una palude infetta?
Sarà bene tornare al 1885. Un giorno, il principe Boncompagni-Ludovisi apre i cancelli della sua villa a Theodor Mommsen. Con aria afflitta, consegna al venerato storico tedesco una raccolta di dagherrotipi che ritraggono per l'ultima volta i viali ombreggiati da lecci e cipressi, le statue pagane, i giardini segreti e i casini, tutte le meraviglie del suo parco. "Conservi queste immagini", dice all'esterrefatto Mommsen, "perchè la mia villa dovrà scomparire". Don Rodolfo Boncompagni-Ludovisi ha appena stipulato una convenzione con la Società Generale Immobiliare per edificare un quartiere residenziale sui suoi terreni. E' tempo di "febbre edilizia", e il principe ha bisogno di realizzare. Non importa che il piano regolatore preveda la conservazione della villa. Le immobiliari pagano bene, per i proprietari di terreni è l'occasione di fare fortuna. Perfino il governo ha preso di mira da qualche tempo villa Ludovisi. Nel 1884 s'è fatto avanti il ministero dell'Interno, offrendosi d'acquistare parte del giardino per impiantarvi il nuovo complesso del Parlamento: Camera, Senato, Aula Magna per le allocuzioni reali e quant'altro occorre al decoro dello Stato. La trattativa va per le lunghe, e Don Rodolfo ha fretta. Si rivolge allora al Comune - retto dal nobiluomo vaticanesco Leopoldo Torlonia - prospettando l'idea di un vasto quartiere alto-borghese da costruirsi sulle ceneri della sua villa. Il municipio tentenna. Ma poi esso stesso suggerisce di aggirare il vincolo, a patto che tutti i lavori stradali e fognari siano a carico dei privati. Interviene la Generale Immobiliare a chiudere il cerchio: si accolla la costruzione delle strade e l'onere della vendita dei lotti. Il 29 gennaio 1886 è firmata la convenzione triangolare fra Comune, Generale Immobiliare e don Rodolfo Boncompagni-Ludovisi. Un mattino d' inverno del 1886 squadre d'operai irrompono nella villa, livellano i prati, demoliscono le fontane, distruggono i boschi, accendono fuochi, scavano trincee, lavorano la calce.
La "perla di Roma" è perduta per sempre, sotto gli occhi del giovane Gabriele D' Annunzio: "I giganteschi cipressi ludovisii, quelli dell'Aurora, quelli medesimi i quali un giorno avevano sparsa la solennità del loro antico mistero sul capo olimpico del Goethe, giacevano atterrati... Sembrava che soffiasse su Roma un vento di barbarie e minacciasse di strapparle quella raggiante corona di ville gentilizie a cui nulla è paragonabile nel mondo delle memorie e della poesia".
Per ironia della sorte, il ricavato della speculazione, che porta nel giro di trent' anni alla nascita di uno dei più eleganti quartieri romani, è assai inferiore alle aspettative: appena cinque milioni e mezzo, dei quali tre quinti all' Immobiliare, il resto ai Boncompagni-Ludovisi. Lo Stato pone il suo beffardo suggello allo scempio, proclamando villa Ludovisi monumento nazionale... dopo la distruzione. La fine di villa Ludovisi è il momento più oscuro della devastazione dei parchi urbani e suburbani innescata dalla "febbre edilizia", a partire dai primi anni Ottanta. La cinta delle ville patrizie si trasforma in un grande cantiere che corre ininterrotto da Porta del Popolo a Porta San Giovanni. Sotto i colpi delle immobiliari cede pezzo dopo pezzo la "città delle ville" di cui son pieni i diari di viaggio barocchi e romantici: Massimo, Capizucchi, Nari, Magnani, Patrizi, Altieri, Albani, Gonzaga, Olgiati, Strozzi, Bolognetti, Rondanini: l' elenco delle vittime continua a lungo. Il massacro dei giardini romani diventa un caso internazionale. "Gli italiani stanno distruggendo Roma!" protestano Ferdinand Gregorovius e Herman Grimm sulla stampa tedesca, ai primi del 1886.
Il pamphlet contro la speculazione di Herman Grimm
Il disperato appello dei due famosissimi studiosi rimbalza in Italia, accende polemiche, suscita indignazione e recriminazione, divide l' opinione pubblica. Sui giornali stranieri si parla degli italiani come di nuovi Vandali, le devastazioni inferte al volto millenario dell'Urbe sono additate come un delitto contro l' umanità. Se Emile Zola si era indignato per la curèe edilizia a Parigi in un suo libro, qui trova anche di peggio, perché è la storia stessa che si viene a distruggere. Il pittore Hèbert, direttore dell' Accademia francese a Villa Medici, invia al Comune un suo ritratto di "Roma sdegnata". Grimm pubblica un pamphlet sulla "Distruzione di Roma", sorta di inno romantico in morte di villa Ludovisi - "il luogo più bello della terra" - e inveisce contro la "barbarie italiana" che minaccia la Città Eterna. Dove un tempo si scozzonavano i cavalli, dove brucavano le pecore, dove giacevano rovine romane o giardini barocchi - lamenta Grimm - ora sorgono "file di colossali case a sei piani senza nessuna architettura, intese soltanto a dar ricovero agli uomini, e in mezzo a quelle le immense caserme dei carabinieri... In qualunque cantiere voi andiate, o si smuove o s' agguaglia il terreno per guadagnar lotti fabbricativi, o già sorgono nuove case, o le vecchie si demoliscono. File interminabili di carri, portando scarichi o materiale da costruzione, ingombrano le vie e le riempiono di strepito e di sudiciume. Torme d'operai forestieri s'aggirano dappertutto... Un'incomoda agitazione ha preso il luogo dell' antica quiete". I nostalgici del potere clericale sfruttano l'ondata di indignazione anti-italiana per moltiplicare le accuse contro l'"oscena, demoniaca occupazione". Non c' è dubbio che in appena quindici anni la Roma pontificia risulti trasfigurata dalla febbre edilizia. La nascente "Terza Roma" è un organismo ancipite in cui i casermoni elevati ad uso della travetteria "buzzurra" spuntano d' improvviso a ridosso dei ruderi o delle vecchie case d' età papalina. Ma gli ultimi a poter protestare sono i clericali. Negli anni Settanta e Ottanta la finanza cattolica, gli aristocratici d' obbedienza vaticana, gli ordini ecclesiastici, scoprono essi per primi il paradiso della speculazione su Roma italiana. Ecco i più bei nomi della nobiltà nera, i Capranica e i Chigi, i Borghese e i Massimo, tuffarsi nel mondo della finanza senza tema d'incrociare i propri destini con quelli esecrandi della banca laica. Mentre il papa fulmina astiose scomuniche contro gli eversori dell'asse ecclesiastico e l'Obolo di San Pietro langue, i monsignori di Curia studiano le virtù della cedola e i miracoli del capitale finanziario. La finanza cattolica si concentra su alcune banche (come il Banco di Roma) e sulle società dei servizi pubblici (acqua, gas, elettricità, tramways). Nell'edilizia primeggia la Società Generale Immobiliare, anch'essa d'ispirazione vaticanesca. E non sono spesso sostenitori della causa clericale i proprietari delle grandi ville e vigne, i quali stipulano convenzioni con il Comune (da loro esponenti largamente influenzato) ed entrano nelle combinazioni finanziarie destinate all'urbanizzazione di Roma? Anche lo Stato contribuisce ad innescare la disordinata smania edilizia. Questa Italia che - osserva Crispi - sta a Roma come in una locanda, quasi vi si trovi di passaggio, attende il maggio 1881 per compiere il primo atto di concreta solidarietà verso la città che ha rappresentato la mèta del Risorgimento. E' un modesto stanziamento - appena 50 milioni - per costruzioni destinate al maggior decoro della Capitale, come il Palazzo di Giustizia, il Policlinico, la continuazione di via Nazionale. Gli stanziamenti statali del 1881 saranno seguiti da altri, meno inconsistenti, nel 1883 e nel 1890. E' un segnale sufficiente a risvegliare attenzioni e cupidigie italiane e straniere. Roma magnetizza improvvisamente capitali per i quali promette strabilianti remunerazioni. Sulle piazze europee i titoli delle immobiliari romane e del Comune vengono acquistati a prezzi di favola. Tutta la città scopre improvvisamente il fascino dell' edilizia. Roma conosce la sua breve, distorta "rivoluzione industriale". Imperversa la "bancomanìa", ma il credito è fin troppo facile: "In ogni stadio della lavorazione s'andava a cambiali; oltre il terreno, con esse erano pagati i materiali da costruzione. Questa massa di carta che si rinnovava di tre mesi in tre mesi affluiva tutta, come le acque immonde della cloaca al fiume, alle banche, le quali credevano di guadagnare, e si scavavano invece la fossa", scrive Edoardo Arbib nel 1895. Non intuendo il pericolo, si compra e si costruisce a rotta di collo. Vignaroli e ortolani si trasformano da mane a sera in capitalisti grazie alla rivalutazione dei terreni suburbani e alle agevolazioni fiscali. Costruendo a furia di prestiti un piano dopo l'altro, sui quali accendono ipoteche, oscuri capomastri accumulano vere fortune.
Il piano regolatore varato nel 1883 sanziona i fatti compiuti dalla febbrile iniziativa privata. Si completa via Nazionale, il vuoto tra la stazione Termini e Piazza Vittorio è colmato. Fuori piano sorgono le prime case di corso d' Italia, si lavora lungo via Nomentana. Le fatiscenti case di Monti e della Suburra vengono sventrate per aprire il passo alle arterie maggiori. Si costruisce freneticamente anche oltre le mura cittadine, in assoluta anarchia, mentre i prezzi dei terreni suburbani vanno alle stelle e - scrive il Messaggero - "gli speculatori pelano a man salva gl' ingenui". Il Comune assiste, quando connivente, quando impotente. Confessa il deputato romano Angelo Valle, davanti alla Camera: "Noi dichiarammo che non avremmo mai riconosciuti i quartieri costruiti fuori piano, né accordato i servizi pubblici. Ma si capisce che certe minacce è facile farle a parole, ma non è facile mantenerle; e quando bene o male quei quartieri cominciano a sorgere, il Comune non può esimersi da certi servizi pubblici come l'illuminazione e la spazzatura, e talora dal fare le fogne dove mancano". Il furore edificatorio cambia le abitudini dei romani. La popolazione è raddoppiata in vent' anni (alla fine del 1891 gli abitanti censiti saranno 411 mila). Un vento di frenesìa investe la "bella addormentata" dei tempi del papa re. Migliaia di carri d'ogni foggia e dimensione incrociano nelle vie cittadine, portando una folla di aspiranti milionari, faccendieri, mediatori, promettitori di meraviglie. Sulla stampa "romana de Roma" compaiono esacerbate denunce contro i nuovi padroni della città, i carrettieri: "Per essi non v'ha legge o regolamento che tenga. Seduti sul carro, si piantano in mezzo alla via o fermi o camminando a loro bell'agio, in guisa da tenere tutto il sentiero, ed ogni vettura pubblica o privata, fosse anco la carrozza del Re, deve attendere il comodo loro, e se si attenta a passar innanzi, il carrettiere stringendosi a un tratto le viene addosso e la investe col mozzo della ruota. Le Guardie Municipali, spesso zelanti oltre il dovere coi vetturini e colle carrozze private che non portano livrea, coi carrettieri bacian basso e fanno lo gnorri per paura del coltello o del manico della pala che quei valentuomini sanno maneggiare assai bene".
I romani scoprono le piccole abitudini importate dai "buzzurri" subalpini. Verso le sei scocca l'ora del vermouth. Nei caffè del Corso e di Piazza Colonna sciama un variegato genus irritabile d'impiegati, giovani sfaccendati, eleganti signori, letterati, giornalisti. Si va ad assaggiare la bevanda introdotta in città dal celebre Aragno, il quale ama dosare personalmente la china da aggiungere al vermouth ambrato per esaltarne la tonicità. La buona società si dà convegno al turf dei Prati fiscali per le corse di galoppo, si cimenta nella caccia sulle pendici di Monte Mario e nei boschi di Cento Celle. Il principe Ignazio di Venosa, il marchese Borea d' Olmo, maestro di cerimonie a Corte, ministri, aristocratici, si mescolano ai popolani nello sferisterio del giardino Barberini, in via Venti Settembre. Roma comincia ad assaporare il gusto eccitante della modernità. Sembra finalmente destinata a diventare una città nel senso economico che Max Weber attribuirà al termine: un "luogo di mercato" dotato di un proprio sistema di produzione e di scambio. L' impero di carta crolla improvvisamente nel novembre 1887. Accade che le banche francesi, svizzere, tedesche e poi tutte le altre rifiutino di scontare le cambiali dei costruttori. Gli imprenditori improvvisati non possono certo pagarle in contanti. I fallimenti si succedono a valanga. Nel solo mese di novembre chiudono 80 dei 407 cantieri romani, nel luglio successivo saranno 149. Crollano i titoli dell' Immobiliare. Cedono le banche; per le più importanti si precipita in soccorso lo Stato, avviando la litanìa dei salvataggi le cui conseguenze politiche e morali si vedranno abbondantemente nei decenni a seguire. Il panico induce le imprese periclitanti a operazioni suicide. L' età dell' oro finisce così, di schianto. Congiuntura depressionaria internazionale, guerra doganale e commerciale fra Italia e Francia, abuso del credito, sono le principali cause della più grave crisi edilizia della storia italiana.
L'assenza di programmazione gioca un ruolo comunque determinante. Si sono costruite senza criterio case di lusso, irraggiungibili per le tasche del popolo, ed ora esse restano desolatamente vuote a simboleggiare la follìa della speculazione, mentre nei vecchi appartamenti del centro e nelle casupole di periferia s'accalcano financo dieci persone in una stanza. Lo spettacolo offerto da Roma nell'ultimo scorcio di secolo è deprimente. Dovunque cantieri abbandonati, strade in disordine, comunicazioni interrotte. Chi prima rivendicava i diritti privati ora chiama al pubblico soccorso. Non sarà prima dell'alba del nuovo secolo che Roma accennerà a rientrare nel circuito dello sviluppo.

“la Repubblica”, 25 novembre 1984

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