9.1.13

Machismo e sogno piccolo-borghese. Simenon e le donne (di Elena Guicciardi)

PARIGI - Perfettamente rimesso, almeno in apparenza, dopo il grave intervento chirurgico subìto quest' inverno, Georges Simenon ha ritrovato la sua "casetta rosa" - un padiglione del diciottesimo secolo alla periferia di Losanna -, la sua compagna Teresa, le sue pipe, le sue abitudini da pensionato. Il 13 febbraio scorso ha compiuto ottantadue anni. "Adoro la vita", dice, "e non temo la morte; comunque, preferisco morire il più tardi possibile". Tuttavia ha preso le sue disposizioni testamentarie. Non vuole che nessuno, nemmeno i figli, siano avvertiti della sua morte; vuole essere cremato e le sue ceneri dovranno essere disperse in giardino accanto a un cedro secolare, dove già furono sparse quelle della figlia Marie-Jo, che si suicidò a soli venticinque anni. Simenon è un vero camaleonte (non a caso Fenton Bresler ha intitolato la biografia che gli ha dedicato The Mystery Georges Simenon, ora tradotto in Francia da Bollard col titolo L'ènigme Georges Simenon). Nella sua vita ha incarnato successivamente molti personaggi. Il bohèmien, che frequenta il Montparnasse degli "anni folli" in cui lo scrittore precoce (aveva pubblicato il suo primo romanzo a diciassette anni e poi ne aveva sfornati a decine, firmandoli con diversi pseudonimi: Georges Sim, Gum Gut, Plick et Plock, Poum et Zette, Georges d' Isly, Germain d' Antibes e via dicendo) ottiene i suoi primi successi. Il giornalista che fa più volte il giro del mondo. Il cowboy del periodo americano (1945-1956). Il romanziere affermato, che può permettersi di essere arrogante con gli editori, ai quali strappa contratti favolosi. Il miliardario, a cui il successo dà un po' alla testa, che frequenta il tout-Paris, ha un tavolo riservato da "Maxim' s", ordina i vestiti a Londra e si fa venire dagli Stati Uniti una Chrysler Imperial appositamente carrozzata per lui, compra appartamenti, ville, castelli e abbazie in rovina (abiterà successivamente in trentatrè dimore), mobili preziosi, cani, cavalli. Il seduttore irresistibile. Il padre di famiglia affettuoso. Ed oggi, il vecchio saggio. Bisogna vedere però che cosa si nasconde dietro l'apparente serenità del saggio. A prima vista, Simenon sembra aver avuto tutto dalla vita: il talento, la fortuna, le donne, la fama. A trent' anni è già un autore adulato, che deve la sua celebrità al popolarissimo personaggio di Maigret. Si può non aver letto neppure uno degli ottantaquattro romanzi e delle diciotto novelle che il celebre commissario gli ha ispirato, ma Maigret è universalmente noto, non fosse che attraverso gli innumerevoli adattamenti cinematografici e televisivi (in cui è stato impersonato da attori di grido, come Harry Baur, Charles Laughton, Jean Gabin, Michel Simon, Gino Cervi). Oggi l' eroe di Simenon è immortalato da una statua che domina il piccolo porto olandese di Delfzijl, dove Simenon scrisse il primo Maigret nel 1929, durante uno scalo, nel corso di una crociera a bordo del cutter "L'ostrogoth". Un monumento alla sua creatura in Olanda, un "Centro di studi Georges Simenon" all' università di Liegi, suo luogo di nascita, ed anche una strada che porta il suo nome nella stessa città: sono onori che pochi scrittori hanno conosciuto in vita (fra questi pochi pensiamo a Victor Hugo, che ha altri punti in comune col romanziere belga: il "machismo" e la prodigiosa fecondità e facilità di scrittura). Simenon ha descritto il rituale che precedeva la sua attività creativa. Si chiudeva nel suo studio, dalle sei del mattino a mezzogiorno, con una bottiglia di cognac o di vino bianco a portata di mano, trenta pipe, quattro dozzine di matite ben temperate e una grande busta intatta. Sulla busta vergava i nomi dei personaggi principali del progettato romanzo, i loro dati biografici essenziali e il nome della località dove l' azione si sarebbe svolta. Poi si metteva al lavoro, inventando man mano gli avvenimenti. La stesura di un romanzo gli richiedeva in media sette giorni (ne parla nell'intervista a Francis Lacassin, n.d.r.), più quattro per la rilettura. Così sono nati gli ottantaquattro "Maigret", che Simenon considerava come una produzione "semi-alimentare", e centoquarantuno altri romanzi da lui definiti "veri", anche se per la maggior parte ebbero meno successo commerciale. Il ritmo di lavoro e la resa dello scrittore comincia però a diminuire già negli anni Cinquanta. Secondo il parere unanime dei suoi numerosi critici e biografi, l' ultimo romanzo riuscito di Simenon è Le chat, pubblicato nel 1966 e poi adattato per lo schermo da Pierre Granier-Deferre (fu magnificamente interpretato da Jean Gabin e da Simone Signoret). Dopo Le chat Simenon scriverà ancora diciotto romanzi; ma il declino delle sue facoltà creative è irrimediabile. Il 18 settembre 1972, Simenon si chiude per l' ultima volta nel suo studio, osservando il consueto rituale. Sulla busta verga una sola parola: "Victor", il nome del nuovo protagonista. Poi resta immobile per tre ore a fissare la busta, incapace di aggiungervi altro. Capisce allora che la sua immaginazione è diventata sterile. L' indomani Simenon decide di cambiar vita. Non scriverà più romanzi. Abbandona la sua villa da miliardario di Epalinges, vende i mobili, le sue cinque automobili, congeda gli undici domestici. "Dopo aver vissuto per cinquantacinque anni nella pelle dei miei personaggi", dichiara, "voglio vivere la mia vita: mi sento libero, felice, perfettamente sereno". Questa serenità sarà però turbata molto presto. Da un lato, Simenon non riesce a rinunciare del tutto alla scrittura, e si mette a dettare i suoi ricordi al magnetofono: ne riempirà ventun volumi. Quell' eterno rimuginare su se stesso e su episodi anche banali irrita la critica: dopo la pubblicazione del dodicesimo volume, Angelo Rinaldi afferma sull'Express che Simenon ha raggiunto "il grado zero della scrittura" (solo il grosso volume dei Mèmoires intimes, diventerà un best-seller per il suo sapore scandalistico). All' amarezza per la disaffezione di una critica che lo aveva tanto incensato, si aggiunge il peso di molti drammi familiari. La sola donna di cui Simenon è stato veramente innamorato è la canadese Denise, la sua seconda moglie, chiamata D nei suoi libri. Invecchiando la donna è diventata alcolizzata e semifolle, e il loro amore si è tramutato in feroce odio reciproco, che sarà messo in piazza e avrà strascichi giudiziari. Nel suo libro autobiografico Un oiseau pour le chat, Denise descrive il marito come un uomo orribilmente presuntuoso, egocentrico e ubriacone. A sua volta, nelle sue "Memorie", Simenon la descrive come una puttana, pur compiacendosi nel sottolineare che era stato proprio lui a incoraggiare gli istinti puttaneschi di lei (la porta in un bordello, la fa partecipare a giochi erotici con un terzo partner, un giorno esige che si faccia servire a tavola dal domestico dopo essersi denudata il seno). Queste sordide vicende coniugali dovevano precipitare la tragica fine di Marie-Jo, che si uccise con un colpo di pistola il 20 maggio 1978, dopo aver già tentato sei volte il suicidio. Marie-Jo era una ragazza molto intelligente e sensibile: lo testimoniano le sue lettere e i suoi scritti. Fin da bambina era legata al padre da un forsennato amore incestuoso: a nove anni gli aveva chiesto di regalarle un anello nuziale, da cui non si separerà mai. Era troppo fragile per sopportare le scenate dei genitori, come pure l'ambigua situazione creata da Simenon, che ostentatamente andava a letto con la cameriera italiana Teresa - la sua attuale compagna ufficiale -, pur mantenendola nella posizione subordinata di domestica. Marie-Jo era gelosa di Teresa. Per questo il padre la trattò da "nemica". Per questo la figlia che lo adorava si suicidò. Numerosi psichiatri e psicologi si sono interessati al "caso Simenon", chiedendosi come mai quest'uomo che aveva avuto tutto dalla vita abbia poi rovinato le proprie "chances", contribuendo alla distruzione della sua famiglia. Sono giunti alla conclusione che Simenon è uno schizoide e, dal punto di vista psicologico, un immaturo. Il suo comportamento sessuale è assai rivelatore: molte volte Simenon si è vantato di aver posseduto "diecimila donne", o addirittura "decine di migliaia". All'epoca del suo primo matrimonio con Règine Renchon, da lui ribattezzata Tigy, assicura di aver tradito la moglie ogni giorno con almeno tre donne diverse. Aveva una predilezione spiccata per gli amori venali e ancillari. Coltivava anche il sogno dell'harem: costrinse la puritana Tigy a convivere con Boule, una servetta normanna, diventata la sua concubina preferita, e poi con D. Quando Tigy ottenne finalmente la separazione, fra le clausole del divorzio lui le impose l' obbligo di vivere fino alla maggiore età del loro figlio Marc entro un raggio di otto chilometri dalla propria casa e negli anni del suo matrimonio con D., Simenon esercitò un "droit de cuissage" sistematico su tutte le segretarie e le domestiche, prima che Teresa conquistasse un posto privilegiato. La spudoratezza con cui egli rivela nei suoi scritti come sedusse Tigy senza amarla, come "conobbe l' estasi" con D. fin dal primo incontro, come prese Teresa, in piedi, in mezzo a due porte, rivelano la sua mentalità di "macho" e ci rendono quest' uomo sgradevole, anche se per altri aspetti può risultare simpatico. "Nelle sue opere", afferma il professor Becker, "la sessualità è sempre descritta con la spietata crudeltà della visione adolescenziale". Se su questo piano, Simenon non è mai giunto all'età adulta e non ha mai conosciuto le gioie di un amore totale, il motivo va ricercato nei rapporti difficili con sua madre, una donna austera, che non lo amava: ed è per questo che Lettera a mia madre, scritta quando la donna era morta da tre anni, riveste un particolare interesse. Ci sono pochi personaggi femminili nei romanzi di Simenon. Curiosamente, il solo che spicca è quello della moglie del commissario Maigret, una brava donna, esclusivamente devota al marito, che lo attende a qualsiasi ora della notte per riscaldargli il pasto e infilargli le pantofole. Questa donna, che è l' antitesi delle "diecimila" a cui Simenon pretende di aver dato vittoriosamente la caccia, incarna un suo segreto ideale di vita semplice, piccolo-borghese; e forse in Teresa, con la quale lo scrittore vive da oltre vent' anni e che lo assiste con l' amore di una madre e lo zelo di un' infermiera, Simenon ha trovato, nella tarda vecchiaia, la realizzazione del suo sogno piccolo-borghese.

“la Repubblica”, 5 maggio 1985

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