31.10.12

La "bassetta" a Ferrara (di Manlio Cancogni)

Il brano che segue è tratto da un articolo di Manlio Cancogni dedicato ai neofascisti ferraresi, comparso su "L'Europeo" settimanale n.15 del 1950 e più di recente (gennaio 2006) ripubblicato su "L'Europeo" bimestrale. (S.L.L.)
Non c'è da fare affidamento sulla sensibilità politica degli agrari ferraresi i cui patrimoni sono in gran parte di recente acquisto e dovuti alla rovina economica delle famiglie più illustri. Soprattutto il gioco ha prodotto questo trapasso di beni così pernicioso all'equilibrio sociale.
I ferraresi sono tutti accaniti giocatori. Nei paesi della "bassa" la vita è monotona, priva di attrattive e il gioco è la grande risorsa di chi non si vuole annoiare. Ogni paese ha il suo circolo che rimane aperto tutte le notti fino alle prime ore del mattino. Fuori c'è il nebbione spesso della pianura vicino al fiume e, dentro, nelle stanze illuminate, seduti ai tavoli, i signori puntano su una carta la loro fortuna. Niente poker o bridge. I ferraresi giocano solo alla "bassetta", il gioco delle tre carte ove tutto è dovuto al caso. La prima carta è nulla, la seconda è del banco, la terza è del giocatore.
Sul tavolo ci sono le dieci carte sulle quali puntare. La prima carta del mazzo non conta; la seconda, supponiamo una donna è del banco; la terza, magari un fante, è del giocatore e il banco paga le puntate sul fante. Una mano basta a distruggere mezzo patrimonio...

30.10.12

"Quand'ero ragazzino..." Una poesia di Mario Quattrucci

Mario Quattrucci
Quando ero ragazzino, mi racconta Osvaldo,
mi portavano ai giardini e qualche volta al mare;
qualche volta al Ponte sulla Ferrovia
per curarmi la tosse:
dicevano che il fumo si portava via
il denso del catarro e ci guariva.
Adesso mi portano qui al supermercato:
dicono che d’estate è fresco e che a svernare
è un luogo buono e non rimango solo:
credetemi amico, dice ancora Osvaldo,
coi figli e coi nipoti son stato fortunato

dal sito Undu Palermo

Sul femminicidio. Wilma (di Valeria Viganò)

Questo frammento, della scrittrice Valeria Viganò, l'ho trovato nel blog di Loredana Lipperini. Corto e sugoso.( http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/ ). 
Valeria Viganò
Ormai la cosa in Italia è così: la frustrazione, il fallimento, la rabbia, l’incapacità, la debolezza, la mancanza di responsabilità, la violenza, il dominio, la delusione, l’egocentrismo, la gelosia, la povertà d’animo. Non metto nell’elenco la disperazione e il dolore perché sono sentimenti troppo alti per quei vili che sterminano moglie e figli e poi, se va bene, si uccidono. Mariti, amanti, fidanzati, compagni, ex tutti sul vascello alla deriva, sbatacchiato dalle onde della dignità, dell’autonomia, della parità femminile. Loro uccidono una donna ogni due giorni, le massacrano con pistole, coltelli, botte, martelli. Sono costretta agli elenchi dalla diffusione dell’atrocità. Wilma dammi la clava che ti spezzo il collo, a te e ai figli che hai partorito. Ti perforo il cuore che non batte più per me, distruggo il sogno infranto. Dammi la clava e ammazzo anche i tuoi figli, che non sono più nostri. Dammi la clava perché ho perso le parole per strada, e se non ci riesco a guardarti negli occhi, te lo meriti Wilma, tu che sei capace di stare da sola e io no, che ami i figli oltre te stessa e io no, che ami la vita interamente, nel bene e nel male, ma io no. Tu sei più brava, più profonda, prendi la nostra macchina dalle ruote di pietra e te ne vai. Wilma tu non dipendi più da me e io che faccio? Cosa mi resta se non spaccarti le costole, le gambe, la testa in due? Wilma tu non puoi lasciarmi, non puoi ribellarti. Una volta, bei tempi, tu facevi quello che ti dicevo, non c’erano discussioni, tu obbedivi. E se ti volevo, ti prendevo. Wilmaaaaaaaa dammiiiiiiiii la clavaaaaa, sono mesi che ci penso, ma adesso basta. Adesso voglio il tuo terrore, le tue lacrime colpevoli, le tue scuse in ginocchio, le tue suppliche. Questa è la mia apoteosi, Wilma, capisci? Decido io della tua vita e della mia. Tu che non hai taciuto, acconsentito, chinato il capo, perché l’hai fatto amore mio?

La prova dell'esistenza di Rio (da "la vie en beige")

Il suo nome è, forse, Gisele Bündchen e l'ho rintracciata nel blog La vie en beige. La periferia dello spirito, curato dallo scrittore Sergio Garufi. (S.L.L.)



29.10.12

La fascia mamertina. Ovvero i cibi dello stretto (Lucio Villari)

Scilla
Ricordo che Renato Guttuso, disegnandola e colorandola col pensiero, la chiamava “la fascia mamertina”. Sono le strisce di confine della Sicilia e della Calabria che si guardano e quasi si toccano sullo Stretto di Messina. Ecco, bisogna immaginare come un triangolo: la linea di base unisce idealmente Reggio a Messina e la punta indica l'ingresso dello Stretto, con Scilla da una parte e Punta Faro dall'altra. E infatti, alla sera, proprio dal castello di Scilla la fascia luminosa di un faro incrocia a intervalli la luce siciliana di Punta Faro. Ha un senso storico chiamare "mamertino” questo triangolo perché, anche se pochi lo sanno, queste strisce di costa furono, nel III secolo a.C., occupate da mercenari campani [i mamertini] che erano al servizio di Agatocle, tiranno di Siracusa, e che, dopo la morte di questi, avevano fatto dello Stretto una specie di regno autonomo e incontrastato.
Per oltre mezzo secolo i mamertini imposero, bene accolti, leggi, gusti e abitudini. Per scacciarli da lì è dovuta infatti scoppiare, anche per loro iniziativa, la prima guerra punica. Tuttavia, qualcosa ancora resta di questa singolare e indipendente signoria mamertina, tanto che si potrebbe tranquillamente affermare che così come Messina non è totalmente siciliana, neanche Reggio è totalmente calabrese. Sono, appunto, le "Riviere" dello Stretto che, per qualche aspetto e per alcuni usi, sono un mondo a sé. Lo sono, ad esempio, nei cibi e in un certo gusto di cucinarli e conservarli. E poi anche perché il mare che li bagna, e la sua fauna, sono forse diversi dal mare e dai pesci del vicinissimo, greco Mare Jonio e di quel Mare Tirreno che si arresta alle porte dello Stretto.
Secondo un'antica tradizione locale il pesce dello Stretto di Messina ha infatti un sapore più intenso perché non è mai lasciato a riposo dalle forti correnti. Deve, per così dire, lottare quattro volte al giorno per far fronte ai grandi fiumi di corrente che cambiano direzione, e questo migliora e raffina la sua carne. I marinai chiamano con un nome greco, "rema", la corrente che ogni sei ore cambia nello Stretto rendendo il mare limpido e pieno di cibo e di occasioni di vita e di morte per gli stessi pesci. I fiumi di corrente sono diversi e viaggiano in senso contrario, perciò sulle linee di contatto il mare ribollisce, e si formano vortici irresistibili [come ricorda Omero nel XII canto dell'Odissea] che richiamano spesso in superficie grandi pesci, quali l'aguglia imperiale, il pesce-luna, talvolta perfino testuggini. Per non parlare del pescespada, che viaggia sotto il pelo dell'acqua ed è oggetto di caccia grossa. Dunque, se queste sono le premesse, la cucina primaria e prelibata dei "mamertini" non può che essere il pesce.
Cominciamo dal pescespada [lo "xiphias" che i marinai della Magna Grecia cacciavano tremila anni or sono] e che è il piatto forte di due stagioni [la primavera e l'estate]. Si può cucinare saltato in padella, imbevuto di "salmoriglio" [salsa calda di olio, prezzemolo, acqua e aglio], in grossi blocchi al forno, in involtini, al ragù con cui poi inondare piatti di spaghetti. Quando l'estate sta per finire lo "xiphias" lascia il posto alle costardelle, — un ottimo pesce azzurro [è un pescespada in miniatura] da mangiare fritto con rotelle di cipolla rossa cruda di Tropea. Seguono poi pesci come le spigole e i merluzzi che altrove pare abbiano perso sapore e che qui [penso, ad esempio, a quelli pescati davanti al porto di Reggio] hanno il gusto del tempo perduto. E ancora, snelle cernie, lupi e grandi scorfani, triglie di scogli. Infine, in inverno, una nuova ondata di pesce azzurro, i palamiti e i mutuli, che vanno conservati, a tocchi, sott'olio. Ma c'è un altro pesce azzurro che non è giusto dimenticare; era pesce dei poveri e non sempre si trova nelle trattorie. E' la spatola, una vera e propria spada d'argento che prolifica, come il raro, prelibato piccolo pesce rosso "surice", in alcune secche al largo del versante calabrese. Nelle case la spatola si cucina, tagliata in pezzi aperti come piccoli libri, in tortiera oppure, passata nell'uovo e infarinata, in croccanti cotolette. Vi sono spatole che superano anche il metro e mezzo di lunghezza, ma la carne è fine e delicatissima.
Ebbene, di questa antica cucina del pesce dello Stretto è ospite, da circa due secoli, una materia prima del profondo Nord dell'Europa che i moderni mamertini, e solo loro, hanno saputo trasformare in un cibo arabo. E' lo "stock-fish", il pescestocco o stoccafisso, grazie al quale la Norvegia ha dato una mano, già ai tempi di Ferdinando IV di Borbone, all'alimentazione degli abitanti del Regno delle Due Sicilie e da allora è rimasto un piatto per tutte le stagioni.  A Messina, a Reggio e nei loro dintorni, il pescestocco è un oggetto di alta cucina. Sono grandi merluzzi seccati al vento dell'Artico ed esportati, legati a mazzi, in sacchi; in somma, un pesce-bastone che "rinviene" nell'acqua corrente e, dopo qual che giorno di bagno, è pronto per la cottura. Deve avere sedotto anche Garibaldi se è vero che quando, dopo la spedizione dei Mille lasciò il regno che aveva conquistato e partì per l'esilio di Caprera, si portò appresso un rotolo di pescestocco [e probabilmente anche le ricette messinesi e calabresi] e un sacco di fagioli.
Poiché in questo articolo mi occupo solo del versante calabrese dei cibi dello Stretto accennerò a Messina e dintorni solo per dire che lo stoccafisso è stato ed è l'elemento di raccordo delle due culture. Infatti, se Messina ha trovato la formula giusta ["alla ghiotta"] per cucinare lo "stock-fish" [in casseruola con le olive nere e capperi], la Calabria ha scoperto l'acqua giusta per bagnare il prezioso bastone.

"Gambero Rosso", Anno I n.9, Ottobre 1992

La poesia del lunedì. Anna Achmatova (1889-1966)

È molto semplice e chiaro,
comprensibile a tutti:
non mi ami, non ne dubito,
né mai potrai amarmi.
Perché dunque un estraneo
in tal modo mi attira?
Perché, sera per sera,
prego il Signore per te?
Perché lascio il compagno
e il ricciuto bambino,
la città che amo tanto
e la mia terra natale
per aggirarmi, mendicante oscura,
nelle vie di una città straniera?
Quale gioia, il pensare
che qui ti rivedrò!

28.10.12

La vera storia della battaglia di Roncisvalle (di Claudio Canal)

È un Nuovo Ordine del Mondo da imporre. L'Islam costituisce una minaccia per la sicurezza dell'Europa. Bisogna dare una secca risposta militare, allestendo una Forza di Pronto Intervento che colpisca anche simbolicamente l'Islam.
Questa Forza passerà alla storia con il nome di Crociate.
I mass media come al solito si attivano: predicatori itineranti, giullari di corte, poeti epici, cantastorie popolari, pittori di affreschi e di vetrate. Tutti a decantare le glorie passate e future dei principi cristiani, la dedizione alla causa dei santi cattolici, la protezione della Vergine Maria. Se la perfidia dei Mori è indubitabile, la grandiosità delle gesta cristiane è sconfinata. Una mobilitazione degli animi che trova nello stupendo delirio epico della Chanson de Roland la sua pasqua. Che sia il normanno Turoldo l'autore, o un altro o più altri, non importa. Siamo dentro al livore anti-islamico che fonda la società europea del secolo undecimo.
"Tresvait la noit e apert la clere albe" - "La notte passa e appare l'alba chiara", Carlo imperatore attraversa i Pirenei con la sua armata dopo aver guerreggiato contro i Saraceni di Spagna. Ma, per colpa del tradimento di quel giuda di Gano, la retroguardia, guidata dal prode paladino Orlando, viene attaccata a Rencesval e annientata. "La bataille est e merveillose e grant" Orlando muore a mani giunte "Juntes ses mains est àlet a sa fin". Cario Magno che ha sentito il tardivo suono dell'olifante, toma indietro e compie la vendetta contro i Saraceni. Non poteva essere altrimenti, perché "Nos avum dreit, mais cist glutun unt tori - Noi abbiamo ragione e questi pelandroni hanno torto". La jihàd cristiana è proclamata, l'iman cristiano, l'arcivescovo Turpino, promette ai combattenti "s'apre per voi il Paradiso santo".
Quando la Chanson comincia le trasmissioni sono passati tre secoli dai fatti narrati. Il processo epico ha idealizzato la vicenda, dilatato e concentrato i tempi, introdotto nuovi personaggi, ristretto e allargato il paesaggio, marcato i caratteri, come un film di Martin Scorsese. Per dirla in pretto latino classico, si trattava di una necessaria e impagabile invention of tradition.
Ma che c'è al di là dello schermo? La Storia dice? Dice.
Alla dieta di Paderbon, nel 777, Ibn al-'Arabi, governatore di Barcellona e di Gerona, chiede aiuto a Carlo contro il califfo omayade di Cordova. Carlo non se lo fa ripetere due volte, e nella primavera del 778 con un esercito reclutato da tutte le parti dell'Impero si dirige verso la Spagna. Per prima cosa assedia e distrugge le fortificazioni di Pamplona, città dei baschi cristiani, poi va verso Saragozza, ma gli alleati arabi contro il califfo non sono più tanto convinti. Allora Carlo si ritira a Nord, portandosi come prigioniero Ibn al-'Ara-bi, colpevole del fallimento della spedizione. Mentre il grande esercito attraversa in lunghe colonne le gole dei Pirenei, impossibilitato a impegnarsi in qualsiasi manovra militare, la retroguardia viene attaccata dai baschi cristiani e annientata. Gli Annali attribuiti a Eginardo, 20 o 25 anni dopo l'evento, così raccontano: "Deciso il ritorno, intraprese il passaggio dei Pirenei. Ma alla cima del passo i Baschi avevano collocato un'insidia. Piombarono sulle ultime file, causando il più grande perturbamento in tutto l'esercito. Benché i Franchi paressero per armamento e bravura tali da non temere il confronto con i Baschi, tuttavia furono per i una causa di inferiorità la natura avversa dei luoghi e la novità dell'attacco. Pratico dei luoghi il nemico non tardò a dileguarsi nelle direzioni più varie. Quindici agosto 778: una perfetta azione di guerriglia di cristiani contro l’esercito cristiano sceso ad appoggiare gli arabi.
Che la battaglia sia avvenuta a Roncivalle lo dice la Chanson e lo riaffermano altre tradizioni letterarie. Nessuna fonte storica lo conferma, nessuna lo smentisce.
Il desfiladero, la gola di Roncisvalle è lì a suggerire mitiche Waterloo cristiane contro i Mori. Svanisce l'eroico Orlando, il gran "babbione" l'avrebbe chiamato più tardi il Boiardo, ma non si congeda la crociata anti araba. Roncisvalle diventa luogo privi legiato del cammino peregrinante a Santiago di Compostela, santuario di San Giacomo il "Maggiore" apostolo e martire, celebrato combattente ammazzamori, "matamoros".

"Gambero rosso", Anno I, N.9, Ottobre 1992

Il buffone Gonella

Jean Fouquet (?), Ritratto del buffone Gonella
L'attribuzione del Ritratto del buffone Gonella, oggi al Kunhhistoriches Museum di Vienna, è controversa. Vi è chi lo ascrive a Van Eyck o alla sua cerchia, chi a uno scolaro di Bruegel, chi a un "Johanne Bellino"; ma i più optano per Jean Fouquet.
Il Gonella è certamente un buffone di corte italiano, di quelli che - in quanto fool - erano autorizzati agli scherzi più arditi nei confronti del loro signore. Di Gonella buffoni ve ne furono almeno tre, ma secondo Carlo Ginzburg, che ricava la notizia da uno scavo accurato e da una indagine brillante, quello del ritratto fece una tragica fine.
Fu il marchese Niccolò III d'Este, signore di Ferrara, a decretarla, agli inizi del Quattrocento. Il buffone lo aveva spinto nel Po, convinto che lo spavento avrebbe curato le febbricole del suo signore. Costui decide di punirlo con uno scherzo terribile: proclama la sua condanna a morte. Bendato e supplice il buffone viene obbligato ad appoggiare il capo sul ceppo, ma in luogo della mannaia, sul collo gli arriva una secchiata d'acqua diaccia. Il meschino muore lo stesso, per il terribile spavento. 

Idolo di stoppa. I cattolici tra Padre Pio e Papa Giovanni (di Gianpasquale Santomassimo)

Una recensione che è, ancor più, un articolo sulle alternative del cattolicesimo e che ribalta alcuni luoghi comuni inveterati. Su papa Roncalli, per esempio (S.L.L.)
Qualche anno fa Marco D'Eramo su queste pagine (6 agosto 2002) notava che Francesco Forgione (Padre Pio) va considerato l'italiano più importante del XX secolo.
«Le sue statue crescono come funghi ovunque in Italia: al Sud, dove non c'è centro abitato che non gli abbia eretto un monumento, ma ormai - e con frequenza crescente - anche al Centro e al Nord. I suoi adesivi aderiscono a computer di sportelli bancari e agenzie di viaggio. Sempre più spesso incappi nei suoi santini non solo in commissariati, anagrafi, pronti soccorsi, uffici postali, ma anche accanto ai registratori di cassa di bar ed esercizi commerciali. San Giovanni Rotondo nel Gargano è il maggior richiamo di tutta la cattolicità... Padre Pio ha un nutrito seguito nel popolo di sinistra; la sua immagine spunta persino in qualche sede di Rifondazione comunista. In particolare al Sud, ti accorgi che insinuare un dubbio su padre Pio ti aliena platee - che supporresti scettiche, o per lo meno critiche - di lettori del “manifesto” e di “Diario”, di rifondaroli, diessini di sinistra, cigiellini». Se questo è vero (ed è solo parte della vastità del fenomeno), è strano che ci sia voluto tanto tempo perché uno storico di professione si dedicasse all'argomento, finora appannaggio esclusivo di agiografi e di letteratura devozionale.

I dubbi della Chiesa
Diciamo subito che il libro di Sergio Luzzatto, Padre Pio. Miracoli e politica nell'Italia del Novecento (Einaudi, pp. 419, euro 24) non è un libello contro il frate di Pietrelcina; il consueto gusto scandalistico del “Corriere della sera” ha prodotto una anticipazione su stimmate, acido fenico, sensazionali rivelazioni di imposture, su cui si è acceso uno scontro pregiudiziale in cui non sono mancati insulti a Luzzatto, anche di carattere razziale, per i quali è doveroso manifestare solidarietà. In realtà non c'è nulla nel testo di Luzzatto, quanto a dubbi, insinuazioni, accuse su Padre Pio che non venga da ambienti ecclesiastici, nel corso del lunghissimo processo di osservazione vigilata e di contenimento a cui il frate fu sottoposto. La perfidia che talora gli uomini di Chiesa sanno generare al loro interno è tale per cui non c'è davvero bisogno di malevolenza laica o laicista; e al fronte laico, praticamente assente in tutta la lunghissima diatriba, si può solo rimproverare una sostanziale indifferenza di fronte al fenomeno e alle sue implicazioni.
Luzzatto ricostruisce molto bene il «caso» Padre Pio, si dedica con passione e gusto del dettaglio a ricostruire le biografie dei principali personaggi dell'entourage mistico-affaristico che si consolida nel tempo attorno al frate, offre i termini essenziali del lungo dibattito interno alla Chiesa sul nuovo culto garganico e sulla sua fortuna, che già ragguardevole dagli anni Venti diviene travolgente a partire dal secondo dopoguerra. La sua trattazione è ispirata a simpatia umana nei confronti del personaggio, a cui anche quasi tutti gli avversari interni alla Chiesa riconobbero virtù esemplari di umiltà e saldezza di fede. Il tutto con linguaggio vivace, che talora indulge al pittoresco nel descrivere la realtà del Mezzogiorno d'Italia.
È francamente privo di senso «buttarla in politica» come fa “il Giornale” del 28 ottobre 2007 (titolando Padre Pio, il santo che non piace ai progressisti), perché il culto di Padre Pio è decisamente trasversale: è il vicepresidente del consiglio del governo di centro-sinistra, reduce da un avventuroso tragitto da Cicciolina al cardinale Ruini, che si reca in pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo per ispirarsi alla vigilia delle elezioni presidenziali (forse l'elezione di Giorgio Napolitano è dovuta - chi può dirlo? - anche all'intercessione di Padre Pio). E qualche anno fa, in occasione della scomparsa di Sergio Bruni, i giornalisti notarono le icone di Padre Pio e di Che Guevara accanto al letto di morte del grande interprete della canzone napoletana.
Ma è tanto più sbagliato tirare in ballo l'ostilità dei «progressisti» anche perché in tutta la complessa vicenda interna alla Chiesa il vero e più irriducibile nemico di Padre Pio fu Padre Agostino Gemelli, che progressista non era, ma interprete di una linea di riconquista egemonica dei cattolici nella cultura italiana contigua al clerico-fascismo, col quale sovente si intersecava. La figura del frate con le stimmate suscitò invece simpatia in Ernesto Buonaiuti, che ormai da «eretico» sognava una riconversione mistica della cattolicità.
Diciamo che il culto di Padre Pio suscitò comprensibili e motivate riserve in molti ambienti cattolici, di sinistra o di destra che fossero, sulla base di diverse concezioni del sacro, di visioni del mondo e del ruolo della cattolicità difficilmente componibili. E tuttora molto difficili da tenere insieme, nonostante la straordinaria capacità della Chiesa di inglobare a posteriori esperienze lontanissime e discordanti.
Proprio per queste ragioni non convince del tutto il sottotitolo del libro di Luzzatto, che corrisponde fedelmente a una parte cospicua dell'impegno profuso nella ricerca: il richiamo alla «politica» nell'Italia del Novecento. In una vicenda che si snoda dal settembre 1918 (comparsa delle stimmate) al settembre 1968 (morte di Padre Pio dopo la scomparsa delle piaghe) e oltre, fino al maggio 1999 (beatificazione officiata in Vaticano da Giovanni Paolo II) è inevitabile che la scena che si muove attorno al frate, al suo culto e agli affari non trascurabili che ne derivano, si affolli di gerarchi e militanti fascisti per un ventennio, di notabili democristiani nel tempo restante. Eppure una delle caratteristiche fondamentali del culto di Padre Pio è proprio la sua astoricità, il rinvio a un fondo primitivo e sanguigno che trae forza proprio dall'essere fuori del tempo. Certo, tutte le vicende si collocano nel proprio tempo storico, e la variopinta consorteria che circonda il frate si muove con perizia e tempismo negli anfratti della cronaca italiana e internazionale del Novecento. Ma rispetto ad altre esperienze mistiche del secolo è un culto non politicizzato (anche se ovviamente politicizzabile), non contiene i messaggi espliciti di Fatima e Medjugorie, attraversa nella sua semplicità primigenia i drammi di guerra, comunismo, fascismo, secolarizzazione senza mutare mai di segno né arricchirsi di complessità e spessore teologico.
Come è in fondo singolarmente immobile la storia di questo santo sui generis, immobile anche fisicamente (mai uscito da San Giovanni Rotondo dal 1918 fino alla sua morte). Nella tradizione le stimmate sono il coronamento di una santità esplicata in vita; San Francesco riceve le stimmate dopo una lunga pratica spirituale, nel corso della quale ha viaggiato in terre lontane, ha posto le basi per un rinnovamento della Chiesa, avvertito quasi eversore da molti contemporanei (e posteri). Padre Pio parte dalle stimmate e lì si ferma; tutto deriva da esse, fama, miracoli attribuiti, la spinta popolare che lo crea effettivamente «santo subito». Non lascia cantici né massime memorabili, ma solo burberi ammonimenti elementari immutati nel tempo. Non si attribuisce doti soprannaturali, mi limito a pregare per chi me lo chiede, dice agli inquisitori, quel che poi succede a loro non posso sapere. Nelle sue parole il cimento di santità quotidiano (e soprattutto notturno) consiste nel resistere alle tentazioni del Maligno, ai «cosacci» che lo percuotono e lo sbalzano dal letto. Più che a un mistico medievale assomiglia proprio, in forma drammatica anziché giocosa, al “Sant'Antonio allu diserto” della coeva tradizione abruzzese. È un santo perché fa miracoli e fa miracoli perché è un santo: un cerchio che si chiude senza possibilità di interlocuzione dall'esterno.
Il numinoso della cattolicità è sovraffollato quanto nessuna altra religione del passato aveva saputo immaginare: perché «fare» un santo (prima che si affermasse il concetto di «santità generica» nel pontificato di Wojtyla, per cui qualunque cattolico probo, di vita esemplare e sicura fede, può aspirare agli altari) non è una semplice onorificenza che non si nega a nessuno, ma è affermazione di una presenza operante. «Scegliere» un santo implica per il fedele, come ha sempre implicato in passato, una decisione che coinvolge senso del mondo, del sacro, del divino ma anche del profano.
Qual è il significato del culto di Padre Pio e perché è diventato il santo più popolare d'Italia? È una domanda alla quale è difficile rispondere, e giustamente Luzzatto non propone conclusioni su questo punto. Che implicherebbe una riflessione su cosa è stata la cattolicità nel Novecento, nel suo complesso e fuori dall'ufficialità. Per lo storico che guarda agli atti ufficiali, all'evolvere di un corpo articolato e fittamente strutturato, è certamente il secolo di un grande rinnovamento, della conciliazione con la modernità, di un Concilio che volta pagina, di una presenza attiva e operante in un mondo che si vuol cambiare ma non si rifiuta più pregiudizialmente. Ma è anche un secolo che ha gli echi di Lourdes appena alle spalle, e che per una moltitudine di fedeli trascorre tra i segreti di Fatima e la vox populi su Padre Pio, fino alle apparizioni seriali di Medjugorie.
Uno dei meriti del libro di Luzzatto è quello di proporre esplicitamente il contrasto tra le due figure più popolari della cattolicità italiana del Novecento, ampiamente noto agli specialisti, ma come ignorato o rimosso nel sentire comune.
Quello tra Roncalli e Forgione (Giovanni XXIII e Padre Pio) non è un semplice malinteso, la dolorosa incomprensione tanto spesso richiamata dagli agiografi, ma è contrasto tra modi difficilmente conciliabili di intendere e praticare la fede. Al di là delle espressioni dure e non equivocabili («idolo di stoppa», «disastro di anime istupidite e sconvolte») fissate nel 1960 nel diario del Papa, ci sono due mondi paralleli, pure accomunati dall'appartenenza alla stessa Chiesa.

Due cattolicesimi a confronto
Coglieva bene questo «antagonismo simbolicamente fortissimo» Michele Serra su Repubblica del 27 ottobre: «tra il culto del dolore di Padre Pio e il cattolicesimo sorridente e quasi allegro di Giovanni c'è un baratro, sangue e penitenza da una parte, la famosa carezza ai bambini dall'altra. Entrambi al centro di un culto popolare esteso... il loro differente destino ci aiuta a inquadrare i nostri tempi. Evidentemente questi sono tempi di stimmate e di fanatismo, non di sorriso, non di luna piena sopra gli uomini di buona volontà».
Ma anche Serra cadeva in un errore ricorrente nel raffigurare Roncalli, aggiungendo che «Giovanni non era certo un "intellettuale", come si disse poi con semi-spregio nei confronti del suo successore Montini». Per la verità Roncalli era molto più che un intellettuale: era un grande erudito, non della vuota erudizione enciclopedica del suo predecessore, ma sostanziata di senso della storia e della filologia, come testimoniano i suoi scritti. Fa parte del mito l'immagine del «papa contadino» (estrazione comune alla grande maggioranza del clero settentrionale del suo tempo), ma gran parte della sua vita fu condotta fuori d'Italia (e in paesi dove i cattolici erano minoranza o di forte presenza di uno Stato laico) impegnato in missioni diplomatiche svolte con grande e sottile abilità. Su questi aspetti del personaggio è il caso di rinviare al libro di Marco Roncalli (Giovanni XXIII. Angelo Giuseppe Roncalli. Una vita nella storia, Mondadori, pp. 791, euro 26), stranamente ignorato dalla grande stampa ma che sta conoscendo una meritata e costante fortuna tra i lettori. Utile anche per comprendere che se nella memoria resta soprattutto il discorso notturno al chiaro di luna, nella storia è il discorso della mattina, il Gaudet Mater Ecclesia di inaugurazione del Concilio, che veramente conta, e che delinea una concezione positiva di un «nuovo ordine di rapporti umani», avversa ai «profeti di sventura che annunziano eventi sempre infausti quasi sovrasti la fine del mondo», di una Chiesa che pratichi «misericordia piuttosto che severità».
Tra l'apertura fiduciosa al mondo e ai «segni dei tempi» e il rinserrarsi cupo e penitenziale in un tempo immobile di demoni e supplizi si delinea una tensione che percorre tutta la cattolicità novecentesca, e che è molto lontana dall'essere pienamente risolta.

“il manifesto”, 9 novembre 2007

Paglia da Terni a Roma. Il vescovo sindaco (S.L.L. - micropolis ottobre 20129


Vincenzo Paglia e Andrea Riccardi, i "ministri" di Sant'Egidio
Vincenzo Paglia consegue la dignità di Arcivescovo e se ne va a Roma per  presiedere il Consiglio Pontificio per la Famiglia, incarico che è stato del cardinale Antonelli e che la stampa amica equipara a un “ministero”. Il Corsera ha assimilato la promozione all’ingresso al governo di Andrea Riccardi, annoverando l’una e l’altra nomina tra i successi della Comunità di Sant’Egidio, di cui il vescovo di Terni è stato a lungo assistente spirituale e di cui resta ispiratore autorevole.
La partenza di Paglia arriva peraltro in un momento di gravi preoccupazioni per la città metalmeccanica. Sono, per l’ennesima volta, a rischio lavorazioni e occupazione, qualcuno dice l’intera fabbrica. Un locale notiziario on line ha trasferito sul dignitario vaticano la frase attribuita al Re Sole, Luigi XIV: “Apres moi le dèluge (Dopo di me il diluvio)”. In effetti Paglia ha avuto verso l’industria intorno a cui è cresciuta Terni un atteggiamento ancipite: da una parte per rompere la “monocultura” della fabbrica ha incoraggiato le ricorrenti suggestioni postindustriali sull’“uscita dall’età dell’acciaio”, dall’altra in momenti cruciali di mobilitazione operaia e in difficili trattative si è impegnato in prima persona molto al di là del ruolo pastorale, come una sorta di principe dei sindacalisti. Questa tendenza all’invasione di campo è stata, del resto, la caratteristica del decennio di Paglia a Terni: il ripetere a ogni occasione “nel rispetto dei ruoli di ciascuno” è la classica excusatio non petita che equivale a una confessione.
La contraddizione tra l’effettivo debordare del gerarca ciociaro e l’esibita accettazione di una distinta competenza tra religione e politica, tra religione ed economia è risultata evidente nella cerimonia che ha concluso il mandato ternano di Paglia e cioè la sua elevazione a “cittadino onorario” (oltre che a “vescovo emerito”). Eros Brega, il presidente del Consiglio Regionale indagato di peculato a proposito dei festeggiamenti di San Valentino, pupillo del vescovo, in quella occasione lo ha chiamato addirittura “sindaco emerito”.   
In ogni caso il 21 settembre, circondato dalle autorità ternane e umbre, Paglia, nell’accettare la cittadinanza onoraria di Terni, parlava come il Berlusconi dei momenti di grazia. Il suo è stato un crescendo: “la città che ho amato e continuo ad amare”; e poi: “è l’amore che deve prevalere sulle ideologie”; e ancora: “non ho accettato di restare in sagrestia, e neppure in chiesa, e sul sagrato. Fin dall’inizio ho inteso invadere tutti i campi. Non per potere, no! Per amore, sì!”. E lì a ricordare le manifestazioni di quest’amore, dalle visite al carcere alla presenza allo stadio in occasione della promozione in serie B, dall’impegno per le sorti delle acciaierie ai convegni diocesani sul “bene comune”; il tutto infarcito di battutine, che non sono le medesime dell’ex chierichetto Berlusconi,  ma che incastonano la centralità dell’io in quel leaderismo mediatico di cui - a diversi livelli e in diversi contesti - i due sono stati plastica espressione.  
L’abilità di Paglia è risultata pervasiva soprattutto per il vuoto di politica, di etica, di progettazione che lo circondava: mai nessuno che obiettasse alle sue prediche e alle sue rampogne, in una cupidigia di servilismo pressoché totale. Così una superiorità etica più declamata che dimostrata ha assunto il carattere dell’egemonia e Paglia ha potuto mettere oltre che i piedi nel piatto, anche le mani in pasta.
L’esempio più tipico è la joint venture sull’istituto sulle cellule staminali ombelicali, in cui il “pastore” non ha esitato a scendere in prima persona nel campo amministrativo, ma sono altrettanto note le convenzioni con Enti pubblici sollecitate, ottenute e firmate; ed è certo che l’influenza del Vescovo sulle istituzioni a Terni e nell’intera regione, specie nel periodo che lo ha visto presidente della Conferenza Episcopale Umbra, è cresciuta: università, sanità, banche locali.
Egli dunque è stato, più che un vescovo pastore, un vescovo politico. Del resto, teorizzando la “poliarchia”,  Paglia, mentre reagiva alla pretesa della politica di sinistra di essere “sintesi”, affidava alla Chiesa cattolica una sorta di primato morale e civile, tale da giustificare un ruolo di “guida” del vescovo. L’immagine del Re Sole, di un potere intorno a cui gli altri poteri ruotano, risulta pertanto azzeccata.
Che sarà di Paglia fuori da Terni e dall’Umbria? Nelle lotte di potere vaticane il vescovo di Terni ha subito alcune sconfitte, forse legate al precedente rapporto con il papa polacco, da molti considerato troppo stretto. Era stato qualche anno fa candidato al vicariato nella Diocesi di Roma, per il posto che era stato di Poletti e Ruini. Più di recente s’era parlato di lui come Arcivescovo di Milano o Patriarca di Venezia. Lui ci ha scherzato di recente: “M’è andata bene. Ho fatto il vescovo solo a Terni: resterò il vescovo di Terni, seppure emerito”. Ma la sconfitta deve ancora bruciare, così come quella per l’elezione a un ruolo di primo piano nella CEI. La nomina alla presidenza del Consiglio pontificio per la famiglia per alcuni osservatori prelude alla porpora cardinalizia. Staremo a vedere.
Che sarà dell’Umbria e di Terni senza il gerarca ciociaro? Probabilmente avremo un “paglismo senza paglia”: i tentativi di egemonia clericale sulle istituzioni laiche proseguiranno. Potrebbero invece guadagnarci (sappiamo che ce ne sono) quei cattolici della Diocesi Terni-Narni-Amelia che da tempo chiedono (sottovoce) un vescovo meno mediatico e più attento alla quotidianità delle parrocchie. La partenza di Paglia dà loro qualche speranza.

"micropolis", ottobre 2012

Uno sfondone del Cardinale Bertone. A Frascati. (S.L.L.)

Un ritaglio del 2009, da  “Avvenire”, il quotidiano dei vescovi cattolici italiani. Chissà perché l’ho comprato, forse cercavo notizie di Paglia. E’ di domenica 4 ottobre e a pagina 24 si legge un gran titolo: “L’aumento dei divorzi tra le principali cause della crisi della famiglia”. Immagino uno sfondone del titolista: per la fretta avrà invertito, è la crisi della famiglia la causa dei divorzi, non viceversa.
Leggo l’articolo: si racconta del cardinale segretario di stato, Tarcisio Bertone, che a Frascati “ha preso possesso ufficiale del Titolo della Chiesa suburbicaria tuscolana a cui Benedetto XVI lo aveva promosso il 10 maggio 2008”. Vi si racconta il passaggio dal Municipio, la gratitudine del Sindaco, il codazzo di vescovi, arcivescovi, prelati e monsignori che accompagna una breve processione dal municipio alla cattedrale, ornata da gonfaloni, la Santa Messa e, per una degna conclusione, l’omelia del nominato Bertone, che ricorda i suoi predecessori nel Titolo e, mentre c’era, anche una gloria frascatana, il cardinale Micara.
Poi – aggiunge il cronista Gianni Cardinale (nomina sunt …) – si è soffermato “su una delle principali cause della crisi della famiglia che oggi tanto ci preoccupa: l’aumento dei divorzi”. Era lui l’autore dell’inversione logica, non il titolista. Probabilmente, nella sua gita ai Castelli, dopo aver guardato Frascati “ch’è tutta un sorriso”, il buon Tarcisio non s’era fatto mancare i vini di quelle vigne che, come cantava Petrolini, “so mejio de la sciampagna”. Nannì.

27.10.12

Dopo la Marcia. L'aggressione fascista a Giovanni Amendola (Walter Tobagi)


Squadristi romani dopo la Marcia su Roma
Dopo la Marcia su Roma, esattamente 90 anni fa, e dopo che il capo dello stato d’allora, il re Savoia, chiamò Mussolini a guidare il governo, non fu difficile a costui (come adesso a Monti), con minacce e blandizie, ottenere la fiducia da un Parlamento screditato e corrotto.
Ci fu tuttavia chi non si piegò: quasi tutti i deputati comunisti, molti socialisti, un gruppo di liberali e democratici. Contro costoro, benché il duce avesse dismesso la camicia nera per indossare il doppiopetto, non cessarono le attività squadristiche protette dalla polizia.
Una delle azioni più vili fu, nel dicembre del 1923, l’aggressione a Giovanni Amendola. Col senno di poi appare una sorta di prova generale di quella del luglio 1925, che determinò la morte, alcuni mesi più tardi, del combattivo deputato liberale.  
Nel 1973 Walter Tobagi fu coautore del volume Gli anni del manganello (Fabbri editori). Il settimanale “Panorama” pubblicò alcune sue pagine in anteprima, dalle quali ho tratto questa vivida e agghiacciante ricostruzione del primo attentato ad Amendola.
Due sono le ragioni che mi spingono ad offrire il brano alla lettura dei frequentatori di questo blog. La prima è il suo autore, giornalista di grande coraggio civile, che morì qualche anno dopo, vittima della Brigate Rosse.
La seconda è legata alle celebrazioni della Marcia su Roma, che quest’anno sono state programmate a Perugia in forma di convegno, oggi e domani. A chi vorrebbe lasciar correre non fa male ricordare cosa fu l’Italia dopo quella Marcia. (S.L.L.)
Giovanni Amendola
Roma, 26 dicembre 1923:
Giovanni Amendola esce dal portone della sua abitazione, in via di Porta Pinciana. Sono da poco passate le dieci. Splende un sole quasi primaverile: nonostante la stagione, l'aria è mite. Amendola cammina con passo pesante, ma deciso: da Porta Pinciana scende verso via Francesco Crispi, verso il centro storico. Incontra decine di persone. Incontra un giornalaio che lo saluta. Poi, all'improvviso, sente un grido alle spalle, come un'intimazione:
«Amendola! Amendola!».
Non fa in tempo a voltarsi, che si trova addosso quattro giovanotti: quattro aggressori scesi da un'automobile che s'è fermata con il motore acceso. L'autista è rimasto al volante, pronto a ripartire: assiste tranquillo al lavoro dei camerati che bastonano Amendola. Il capobanda, Albino Volpi, sfoggia la camicia nera, e spara colpi di rivoltella per intimorire i passanti.
«È un vigliacco antifascista», grida.
«Questa lezione se l'è meritata!».
Amendola è gettato a terra: stordito da un colpo alla nuca, e poi percosso violentemente sulle braccia, la faccia, le gambe.
Urla per il dolore, invoca:
«Aiuto!».
«Urla pure», gli dice, con scherno, il capobanda. «Noi abbiamo finito. Ma comportati bene, se non vuoi passare altri guai».
Gli aggressori ripartono in fretta. Alcuni passanti soccorrono Amendola, e lo portano a casa, a Porta Pinciana. Il suo corpo è pieno di ferite: il medico ordina una settimana a letto e quindici giorni di cure.
È, questo, il primo «avvertimento» per Giovanni Amendola, il leader dei liberali intransigenti, che non accettano compromessi con il regime fascista e con i sistemi violenti di Mussolini.
Alla bastonatura, il “Popolo d'Italia” aggiunge, il giorno dopo, un commento che vuole essere ancora più aspro dell'aggressione: l'opposizione al governo fascista - sostiene il giornale di Mussolini - è un atto di criminalità politica peggiore della deplorevole aggressione di cui è stato vittima Amendola. Il fascismo non è più disposto a tollerare oppositori, teorizza che l'opposizione al governo è un atto di criminalità.
I giornali indipendenti e dei partiti antifascisti esprimono sdegno e protesta. “La Stampa” pubblica un commento di « deplorazione »; l' “Avanti!” parla di « vilissima aggressione ». Ma i fascisti rispondono, sui loro quotidiani, che Amendola se l'è meritata quella bastonatura. E ne minacciano altre, se avrà l'«impudenza» di continuare nell'opposizione. L'ordine per l'aggressione, d'altra parte, è venuto da Mussolini in persona. Lo rivela Cesare Rossi, il capufficio stampa di Mussolini.
«Appena ricevuta la notizia», scrive Rossi, «telefonai a De Bono, domandandogli se sapevano chi erano quei matti che così a freddo, il .giorno dopo Natale, avevano bastonato Amendola senza che vi fosse stata da parte di costui nessuna manifestazione eclatante e recente avversa al regime. Mi rispose: "che avevano scelto delle ciule" (bestie). Allora incuriosito andai al suo ufficio rinnovando la mia meraviglia e il mio disappunto, ed egli candidamente mi rispose: "È stato il principale che l'ha voluto"».

“Panorama” - 12 aprile 1973


L'allegra finanziera che piaceva a Cavour (di Rocco Moliterni)

Dalla rubrica, da qualche mese soppressa, Fratelli di teglia. (S.L.L.)

Quali piatti hanno fatto l'Italia negli ultimi 150 anni? Di sicuro fra questi c'è l'allegra (la rende così l'aceto) finanziera, il piatto povero della cucina piemontese che tanto piaceva al conte di Cavour.
Si fa presto però a dire finanziera, in realtà, esiste una finanziera «di città» ed è quella che il padre della patria mangiava ai tavoli del Cambio, di fronte al parlamento subalpino, e una finanziera «di campagna», ed è quella che si preparava nel medioevo in Monferrato e si prepara ancor oggi in Langa.
Anche sul nome ci sono due scuole di pensiero. La prima sostiene che si chiami così dall'abito che indossavano gli esponenti dell'alta finanza che come Cavour si ritrovavano nel locale di piazza Carignano. L'altra che prenda nome dai finanzieri, nel senso degli uomini delle dogane cui i contadini facevano regalo o meglio tributo di polli e non solo. Infatti, la ricetta prevede l'uso di creste di gallo, fegatini di pollo, carne di vitello, cervella, animelle, funghi porcini, marsala o vino rosso e piselli.
L'elaborazione del tutto è abbastanza lunga (gli elementi si sbollentano, poi si infarinano e si passano in tegame), la variante fondamentale è che in quella di città si usa per consumare il tutto il marsala, mentre in quella di campagna (che ha anche i piselli) si usa vino rosso nebbiolo o barolo (in entrambe a fine cottura si aggiunge aceto).
Per gustare quella di città il must è ancora il Cambio, a Torino, per quella di campagna un indirizzo sicuro è la Cantina del Rondò a Neive (Cn).

“La Stampa”, 29 aprile 2010 

Rottamare, rottamazione e rottamatori (S.L.L.)

Renzi. Rottamatore o sfasciacarrozze?
In tempo di crisi e di impoverimento dei poveri fioriscono le attività dei ComproOro. E’ sempre più facile trovare famiglie che per far fronte a necessità si privano degli stessi gioielli di famiglia e il prezzo del prezioso metallo tende costantemente a crescere: i ComproOro, sia quelli isolati che quelli legati a catene nazionali, possono permettersi di non fare gli esosi e di rispettare le quote indicate nei listini. A maggior ragione se, come lasciano intendere alcune inchieste della magistratura, non pochi esercizi della categoria sono direttamente o indirettamente al servizio delle mafie e delle organizzazioni criminali per il riciclaggio di denaro sporco.
Se si va da Agrigento all’aeroporto di Trapani con il bus di linea, che attraversa diversi paesi anche grandi, si scopre che, oltre ad essere tanti, i ComproOro cercano di attirare l’attenzione con insegne colorate e vistose, con manifesti e cartelloni. Il più curioso annuncio – mi pare – è proprio all’inizio del viaggio, alla stazione del pullman di Agrigento, in alto. Su un cartello a grandi caratteri si legge: “Rottama il tuo oro!”; e intorno sorrisi e promesse. Peccato non averlo potuto fotografare.
Il cartellone è anche un segno evidente (e, arrampicandosi, tangibile) dello straordinario successo del verbo rottamare e dell’astratto rottamazione. Nell’unico dizionario di cui dispongo a Perugia, il Garzanti, buono ma dei primi anni 70 del Novecento, i due lemmi non ci sono, ma non c’è neanche sfasciacarrozze; e di sfascio si dà un’unica definizione (“sfacelo: lo stato di cose sfasciate”), documentandone l’uso anche figurato e ascrivendo il vocabolo al lessico familiare.
Il successo di sfasciacarrozze e della nuova accezione di sfascio, come luogo ove si portano i rottami e gli sfasciacarrozze esercitano la loro attività, deve ricondursi proprio agli anni Settanta ed è tutt’uno con la nascita dei primi cimiteri delle automobili. Il successo di rottamare e rottamazione è invece più tardivo, legato alla pratica dei governi di favorire con incentivi economici la distruzione di vecchi oggetti di grande uso e consumo (prima automobili, poi frigoriferi e lavatrici, poi molte altre cose) e l’acquisto di nuovi.
Ne consegue che il portare qualcosa allo sfascio, pur liberando spazi, non è attività particolarmente gradita, poiché nulla si guadagna e qualche volta perfino si paga, mentre rottamare è bello, dato che arreca un’utile supplementare. Nessun ComproOro suggerirebbe di “portare allo sfascio i gioielli”, mentre a rottamarli si otterranno dei denari che – come spiega il cartellone – “spenderai come vuoi”. Rottamazione è libertà.
Ben lo ha capito Renzi: aveva parlato all’inizio della “purga dei capi”, ma l’espressione rammentava troppo l’olio di ricino; meglio offrirsi come rottamatore. C’è però, nascosta, una magagna: Renzi, per la consegna di  D’Alema, Veltroni, Turco, Bindi, Finocchiaro, non promette alcun incentivo, alcun compenso. C’è la soddisfazione di liberarsi di siffatti ingombri, ma non c’è incentivo, corrispettivo: depositati i rottami, nulla si ottiene in cambio. Credo che per Renzi l’appellativo giusto sia sfasciacarrozze.   

Fine Settecento. La Rivoluzione a Perugia. Un libro di Alberto Stramaccioni.

Riprendo qui la scheda da me redatta e pubblicata da "micropolis" del 27 settembre 2012 su un volume ricco e bello di Alberto Stramaccioni, dedicato alla stagione rivoluzionaria di fine Settecento. Una attenzione particolare è rivolta a Perugia, sullo sfondo dei grandi sommovimenti europei e italiani. (S.L.L.) 
Alberto Stramaccioni, La Rivoluzione francese e le Repubbliche d’Italia 1789-1799. Lo Stato della Chiesa, Perugia e i giacobini 1798-1799, Crace, Narni, 2011

Alberto Stramaccioni, già segretario regionale del Pds – Ds e deputato dal 2001 al 2008, non ha mai abbandonato del tutto la passione per la storia, per cui oggi, liberato dagli impegni della politica politicante, può condurre a termine e pubblicare studi che lo hanno impegnato per anni, come questo, assai corposo, il cui primo nucleo risale ai primi anni 90 del secolo scorso. Stramaccioni si rivela fedele anche a una scelta tematica e metodologica che lo accompagna fin dal suo Il Sessantotto e la Sinistra (1988): studiare nella loro complessità, anche contraddittoria, processi di livello internazionale e verificarne l’impatto su realtà territoriali specifiche, come l’Umbria. In questo approccio vige il “primato della politica”, momento alto, ma non separato dalle vicende economiche, dalla ricerca intellettuale e scientifica, dall’evoluzione del diritto, del costume e delle mentalità.
Qui il fatto epocale e periodizzante è la Rivoluzione francese, uno dei nodi centrali della storia moderna europea, su cui tutta la cultura continentale (non solo storiografica) torna periodicamente ad interrogarsi con posizioni assai variegate. L’attenzione poi passa al cosiddetto triennio rivoluzionario italiano (1796-99), con i suoi movimenti intellettuali e politici, con le sue Repubbliche e Costituzioni. Infine, con grande ampiezza, si affronta da molti punti di vista, la vicenda della Repubblica romana e quella specifica di Perugia e del suo Dipartimento Trasimeno.
Il principio a cui, senza proclamarlo, Stramaccioni sembra attenersi è quello dell’isomorfismo. Benché esportata con la forza degli eserciti napoleonici, la Rivoluzione mette in movimento forze indigene, intellettuali, politiche e sociali, che tendono ad assumere come modello la vicenda francese e, dentro di esso, l’esperienza giacobina, peraltro già dispersa e archiviata nella Francia del Direttorio. Dei giacobini si riprendono pertanto forme organizzative (i club o Società repubblicane), temi di pubblico dibattito, feste e cerimonie, modalità comunicative.
La parte francese e italiana è utile sintesi di ricerche recenti, anche se soffre nell’interpretazione di qualche eccesso di prudenza; la parte romana e perugina è sicuramente più varia, ricca di novità derivate da una documentazione mai indagata, piena di eventi, figure e sorprese, ed è anche la più originale sotto il profilo analitico e critico. Il tutto è corredato da Appendici cronologiche, biografiche e documentarie: un vero repertorio per la consultazione (peccato per qualche refuso). Nella parte documentaria si rintraccia tra memorie, saggi e proclami, il curioso “catechismo” repubblicano di uno degli esponenti del giacobinismo perugino più odiati dalla reazione clericale e aristocratica, l’avvocato Agretti, il quale, traducendo un analogo “catechismo” francese, per renderlo più accettabile, modera il principio dell’eguaglianza giuridica nell’esecuzione penale secondo una logica censitaria: considera giusto che per una colpa ugualmente grave a tutti sia assegnato lo stesso periodo di detenzione, ma trova ingiusto condannare il ricco al carcere duro, facendogli soffrire la fame e il freddo, cui a differenza del povero non è assuefatto.
La conclusione di Stramaccioni è che, se nell’esperienza del 96-99 non mancarono “ritrattazioni, estremismi, opportunismi ed errori”, essa fece comunque uscire Perugia da un isolamento provinciale e fu un riferimento per il movimento risorgimentale. E’ un giudizio che rammenta quello sul Sessantotto umbro, giudicato non privo di ombre e tuttavia in grado di aprire la regione al mondo e preparare nuovi gruppi dirigenti della sinistra.

26.10.12

Se questo è un uomo. La contraddizione di Primo Levi (di Marco Belpoliti)

Che cos'è Se questo e' un uomo? «Uno studio pacato di alcuni aspetti dell'animo umano»", è scritto nella sua prima pagina. Nella prefazione che apre l'edizione De Silva del 1947, prima pubblicazione del libro rifiutato da Einaudi nel 1946, si spiega che il volume, scritto a caldo da un giovane dottorino torinese, all'epoca ventottenne, non è stato redatto «allo scopo di formulare nuovi capi d'accusa», quanto piuttosto per fornire ulteriori «documenti» a quello studio. L'aggettivo «pacato» è essenziale, così come la parola con cui Primo Levi apre il libro stesso, «fortuna»: «Per mia fortuna». Dunque, una delle più importanti, se non la più importante, opera testimoniale sui campi di sterminio nazisti non è solo un racconto veritiero dei fatti; è anche, e soprattutto, un documento-referto di tipo antropologico, e persino etologico, dal momento che nel suo capitolo-cuore, «I sommersi e i salvati» - lo stesso titolo dell'ultimo fondamentale testo di Levi, il suo più importante, pubblicato un anno prima della scomparsa - si parla espressamente dell'«animale uomo», e del Lager come di una «gigantesca esperienza biologica e sociale».
Il lettore che apre il volume De Silva nel 1947, o che lo apre ora, dopo 63 anni, dopo che Levi stesso l'ha integrato con numerose altre pagine nell'edizione del 1958, ora da Einaudi, ristampata sempre identica, potrebbe pensare che si tratti dell'opera di un uomo pacato, tranquillo, sereno, che ha messo a distanza la propria terribile esperienza dello sterminio - degli ebrei, dei soldati russi, delle donne ucraine, degli omosessuali, dei partigiani, dei prigionieri politici. E invece, girando pagina, c'è subito quella poesia, da cui, scorciato, viene il titolo stesso del libro: «Voi che vivete sicuri / Nelle vostre tiepide case». Gli ultimi tre versi contengono un'invettiva, meglio: una maledizione. Pronunciata con tono biblico, la poesia condanna coloro che non scolpiranno le parole dell'autore nel loro cuore, che non le ripeteranno ai propri figli. Proprio su loro cali la maledizione: «O vi si sfaccia la casa / La malattia vi impedisca / I vostri nati torcano il viso da voi».
Sono parole durissime che Levi pronuncia sulla soglia del volume e che sembrano contraddire la pacatezza di quell'inizio. In effetti, come ha notato Mario Barenghi, c'è in Levi una contraddizione fortissima, una sorta di doppia tensione che percorre Se questo un uomo, come il resto della sua intera opera testimoniale e letteraria: la pacatezza e la durezza. Sono due poli della sua stessa personalità di scrittore. Una tensione che arriva a punti molto forti, sia qui nella prima prova, sia nell'ultima, la sua più alta: I sommersi e i salvati (1986). Una contraddizione che ci permette di entrare con un doppio sguardo nel libro, che è uno dei capolavori della stessa lingua italiana, un'opera insieme etica ed etologica, un documento altissimo di un uomo che possedeva lo sguardo leggero dell'osservatore e insieme la tempra durissima del profeta biblico, pur non volendo esserlo in alcun modo. Un'opera capace di penetrare come una percolazione progressiva e inarrestabile sia nelle nostre emozioni sia nella nostra intelligenza: giudica aiutandoci a capire.

“La Stampa”, 26 gennaio 2010 

Letteratura e realtà. Una signora parigina (di Leonardo Sciascia)

«Ieri mattina è venuta a trovarmi una signo­ra parigina. Mi ha detto che leggendo La scomparsa di Majorana si è convinta che un suo fratello considera­to suicida, che aveva fatto credere di essersi suicida­to, doveva essere ancora vivo. Questa signora è anda­ta in Italia, ha seguito delle tracce e ha ritrovato il fra­tello a Roma. Non è straordinario?».

Da un’intervista a Matteo Collura, “Il Mattino”, 7 gennaio 1979

Napolitano e la politica (S.L.L.)

Giorgio Napolitano tra due sindaci.
Sopra di lui il tricolore sabaudo
Ritrovo un ritaglio da “La Stampa” del 16 novembre 2009 .
L’articolo è di Paolo Passarini, che da Napoli fa la cronaca della cerimonia commemorativa di Maurizio Valenzi e del discorso del presidente della Repubblica Napolitano, che con l’ex sindaco di Napoli condivise la militanza nel Pci con amicizia.
A quel che capisco dalle citazioni dirette e dal riassunto Napolitano elogiò la politica come missione e la difese come professione, sostenendo che la chiave di tutto è la moralità. Niente di strano: anche nel Pci – come destra migliorista – non si fidava granché delle masse e della partecipazione dal basso ed esaltava il ruolo dei dirigenti, purché professionali e morali. 
Nel discorso di Napoli Napolitano non nega che alla competizione politica si possa giungere dalla società civile, dal mondo del lavoro o delle imprese o dalla cultura, ma «in ogni caso bisogna sapere che la politica richiede qualità specifiche, … non può vivere di dilettantismi».
Nel discorso che a naso dovrebbe essere stato vuotamente retorico ho trovato un concetto che non ho notato in altri e che sembra rinverdire la leggenda delle origini regali dell’attuale presidente della Repubblica: «Ci si schieri liberamente a destra o a sinistra, quello che conta è il senso della nobiltà della politica».
Viva la nobiltà! Viva il re!

Vendola. Antipatizzanti e simpatizzanti (S.L.L. stato fb 25/10/2012)

Vedo i compagni (e i non compagni) che antipatizzano per Vendola esprimere finta meraviglia ed effettiva soddisfazione per la richiesta di un anno e otto mesi di galera per Vendola. Qualcuno gli consiglia di leggere Croce, che pure non mancò di qualche tenerezza verso la ragion di stato. L'accusa per cui sarà giudicato è l'abuso di ufficio per la scelta di un primario in un reparto di avanguardia a Bari.
Il primario in questione - a quanto risulta - è un chirurgo affermato, simpatizza per la destra e non lo nasconde e non c'è neppure il vago sospetto di tangenti. Per di più il chirurgo, che risulta essere davvero all'avanguardia per taluni interventi di chirurgia toracica, avrebbe sì un reparto più attrezzato e personale più specializzato (si parla d'eccellenza) ma lo stesso stipendio che aveva prima, a Foggia. Vendola dice di non aver esercitato pressioni su nessuno, il pm è convinto di aver provato che pressione ci fu. La sentenza ci sarà il 31.
I simpatizzanti di Vendola peraltro sembrano disposti a perdonargli qualche pressione a fin di bene, lasciano intendere che - entro certi limiti - non può essere considerata reato.
Io che ho sperato in Vendola ed oggi sono in attesa non malevola, benché non capisca il senso di una partecipazione a primarie insieme a sostenitori recidivi del governo antipopolare di Monti, continuo a credere che, al di là delle pratiche giudiziarie, conta la politica e che l'impegno e gli impegni (anche finanziari) della sinistra dovrebbero riguardare la prevenzione e la medicina di base prima che le "eccellenze", anche se queste danno più lustro.
A Taranto era assai più importante controllare che i controlli e la prevenzione sul cancro si facessero bene, anche sfidando l'ILVA, piuttosto che sprecare denari con don Verzè.
Sulle eccellenze al Sud (necessarie per evitare il turismo sanitario) bisognerebbe impostare una programmazione interregionale: sarebbe stato perciò importante convincere (o costringere) le altre regioni meridionali a progetti comuni . Ma, in generale, è alla medicina di base che la sinistra dovrebbe pensare, se no fa come quegli altri che vedono solo l'alta velocità e lasciano i pendolari nella melma...

Novità (S.L.L. - stato fb 26/10/2012)

Tra le novità della fase politica inaugurata da Napolitano con il governo Monti c'è che non si fanno più leggi "ad personam". Se si vuol salvare dalla galera l'inveterato e prezzolato diffamatore, nella stessa legge si comprime la libertà di stampa. Così nessuno, d'ora in poi, oserà disturbare i manovratori.


Una metafora italiana. I "passerotti" dell'Alitalia.

L’articolo che segue sull’Alitalia, di Francesco Piccioni, sul “manifesto” di martedì 16 era collegato a una copertina intitolata “I passerotti” (con riferimento al banchiere e manager Passera, oggi ministro). La vicenda della nuova Alitalia privatizzata è raccontata nelle sue linee fondamentali. Il sommario parla di una “metafora” dell’Italia e in questa chiave invito a leggere (o a rileggere l’articolo). Tra l’altro in tutta trasparenza appare come i tecnici oggi al governo non siano la soluzione alla crisi, ma – anche personalmente - tra i principali artefici della crisi stessa. Invano si attende nella corrotta e screditata politica politicante che qualcuno proclami queste elementari verità. (S.L.L.)

A quattro anni di distanza Alitalia sta punto e a capo. E oggi si presenta davanti ai sindacati "affidabili" (Cgil, Cisl, Uil, gli altri no) con in mano un piano industriale che gronda ancora di lacrime e sangue. Motivazione ufficiale: c'è la crisi, la gente vola meno, le compagnie low cost si mangiano quote rilevanti del traffico passeggeri. Peccato che sia esattamente lo stesso quadro di quando la famigerata Cai ha avuto in grazioso regalo dal governo Berlusconi la compagnia di bandiera, Alitalia appunto. Che significa? Semplicemente che quattro anni fa era stato disegnato un altro "piano industriale" sulla base di un quadro molto simile; insomma, che imponeva sacrifici feroci per tener conto di una situazione pesante. La «garanzia» di successo, si diceva, stava nella privatizzazione; affidata ai «capitani coraggiosi», un gruppo di imprenditori privati selezionati sulla base dell'amicizia verso il governo allora in carica (Colaninno, Toto, Riva dell'Ilva, Marcegaglia, Benetton ed altri) e inquadrati nell'ambizioso «piano Fenice» ideato dall'amministratore delegato di IntesaSanPaolo. Ovvero Corrado Passera, attuale ministro dello Sviluppo che si ritrova in mano la stessa patata bollente con un altro vestito addosso.
Ma qual è la situazione dei conti Alitalia oggi? Diciamo che perde quasi la stessa cifra che allora giustificò la liquidazione della compagnia pubblica. Solo che «i privati» sono riusciti a raggiungere questo straordinario risultato in soli 48 mesi (invece dei 20 anni che ci avevano messo i manager «pubblici»), nonostante abbiano potuto contare su appena 14.000 dipendenti invece dei 20.000 originari. Peraltro pagati molto meno, con orari di lavoro più lunghi, con contratti «derogabili» a piacere e grandi agevolazioni fiscali.
Come hanno fatto? Si può pensare che il business del trasporto aereo sia troppo complicato per gente che non se ne era mai occupata. È vero, c'era tra loro Carlo Toto, patron di AirOne, capace di trasformare una compagnia fallita in «acquirente» di Alitalia grazie alla banca cui doveva cifre mostruose. IntesaSanPaolo, naturalmente. Ma proprio per questo la fine era certa fin dall'inizio. Nemmeno Air France, che pure detiene il 25% del pacchetto azionario, aveva interesse a evitare che la nuova compagnia scivolasse velocemente verso il baratro. Alla fine dei giochi si prenderà ciò che le interessa pagando quasi nulla. Mentre se avesse dovuto acquistare quando voleva farlo, quattro anni e mezzo fa, avrebbe dovuto sborsare diversi miliardi allo stato italiano accollandosi anche i debiti della società poi liquidata. Un'idea geniale, quella di Tremonti & co, che misero invece a carico del bilancio pubblico 3 miliardi pur di poter dire che «si garantiva l'italianità», sottacendo che «l'azionista di riferimento» diventava Parigi.
Non si può dimenticare che la chiusura di Alitalia «pubblica» è stato il laboratorio di un esperimento contro il lavoro, i suoi diritti e la sua organizzazione. Sergio Marchionne, due anni dopo, ha semplicemente riproposto uno schema «vincente», inventandosi una newco senza nemmeno passare per il fallimento della vecchia impresa.
Per l'ex compagnia di bandiera le con conseguenze sono molto pesanti. Sabato scorso, per 4.300 dipendenti, è terminata la cassa integrazione ed è partita la mobilità «lunga». Sembrava un percorso povero, ma sicuro, verso la pensione. Poi però è arrivata Elsa Fornero, che ha spostato questo traguardo di sette anni. E adesso soltanto per 1.000-1.500 di loro potrebbe esserci una copertura da «esodati» riconosciuti come tali dal ministro del non-lavoro. Gli altri, come si dicono da soli, sono «candidati all'obitorio».
Nessuno di loro è stato richiamato dalla cig. Cai ha sempre preferito assumere nuovi precari per coprire i vuoti di organico; per di più facendosi pagare 2.000 euro a testa per il «corso di formazione». Nel 2011 la compagnia ha aperto una procedura di cassa integrazione a zero ore per altri 750 addetti, giurando che non erano «in uscita» perché la società «andava benissimo». Chiaro soltanto ora che anche questi non rientreranno più.
Anzi, oggi sul piatto dovrebbero venir messi - secondo centinaia di indiscrezioni concordanti - altri 1.000 lavoratori a tempo indeterminato. Mentre per i precari nessuno sa fare previsioni certe...
Intorno al tavolo si ritroverà una compagnia che i lavoratori trovano inquietante. Oltre al presidente di Cai, Roberto Colaninno, ci sarà Corrado Passera, l'ideatore del «piano» che ha portato a questo strabiliante risultato. Al fianco avrà il suo sottosegretario, Guido Improta, che ha ricoperto la carica di responsabile delle relazioni esterne dell'Alitalia fino al giorno prima di entrare nel governo. E poi i sindacati «affidabili», che ora minacciano la mobilitazione ma per quattro anni hanno garantito una sofferta pace sociale. Come ci dice Paolo Maras, ex assistente di volo e storico sindacalista del Sult (che poi ha dato vita con altre sigle all'Usb), «ci potrebbe essere una speranza solo se tutte queste persone non si occupassero più di trasporto aereo».

“il manifesto” 16 ottobre 2012

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