30.4.12

La poesia del lunedì. Contee Cullen (USA 1903 - 1946)

A braccetto attracersano la via,
Il ragazzo negro e il bianco,
Il dorato splendore del giorno,
L'orgoglio oscuro della notte.

Dalle imposte socchiuse la gente negra osserva
E qui la gente bianca parla
Indignata per quei due che osano
Camminare insieme.

Dimentichi di sguardi e di parole,
Essi passano e non sanno
Che la luce folgorante come una spada
Può far scoppiare il tuono.

Traduzione di Perla Cacciaguerra

29.4.12

Michelangelo (di S.L.L.)

Disse: "Perché non parli?".
Quello rispose: "No".

Epigramma inedito

Sud. Tra i Savoia e i Borboni preferisco il Cilento (di Franco Arminio)

Un articolo di Franco Arminio che profondamente condivido, con considerazioni colte e acute su un’area del Sud Italia piena di storia e ricca di bellezza (continuamente insidiata), ma senza difficoltà estensibili a molte altre plaghe della Sicilia e del Mezzogiorno (S.L.L.)
La Certosa di Padula.
Gli Italiani non conoscono bene la loro storia e gli italiani del sud ancora meno. Mi capita spesso girando nei paesi di trovare qualche targa di cui nessuno sa dirmi niente. È come se la memoria si fosse fermata a Mike Bongiorno e all’avvento della televisione. Quasi sempre nei paesi c’è lo storico locale, ma spesso ha le idee confuse. Quello che manca è una consapevolezza diffusa di quello che è accaduto, specialmente nei momenti più significativi.
In Campania questo momento copre un arco che va dalla rivoluzione napoletana del 1799 fino al passaggio garibaldino. Storie di ardori rivoluzionari e di miserie clericali, storie tristissime in cui le intelligenze più illuminate trovano i peggiori nemici nella plebe. Un groviglio di eventi che ha come epicentro il Cilento e il Vallo di Diano. Venivano da questa terra molti degli intellettuali napoletani della rivoluzione trucidati dai borboni.
Quando si va in vacanza nel Cilento è il caso di ricordarsi che ci si trova in un luogo importante della storia d’Italia. In quei piccoli paesi c’era e c’è ancora una bella fibra morale. Le rivoluzioni di allora non andarono a buon fine, ma il Cilento è un sud non completamente abbrutito. Pollica, Auletta, Sanza, Padula, Sapri e i tantissimi paesi grandi quando il pugno di Polifemo non sono la stessa cosa dei paesi giganti della pianura intorno a Napoli e Caserta. Stanno nella stessa regione, hanno da decenni lo stesso malgoverno regionale, ma l’atmosfera è diversa. Basti pensare a cosa è diventato il mare nel litorale domizio e a quello che si trova pochi chilometri più sotto, tra Acciaroli e Palinuro.
Sarebbe una buona pratica se si trovasse il modo di raccontare ai turisti la storia di luoghi ancora tanto belli. Andare a Padula per vedere la Certosa e per sapere la storia di Carlo Pisacane e anche quella di Petrosino. Oltre alle vicende del mezzo secolo che precede l’unificazione italiana, il Cilento è anche una zona capitale delle varie ondate migratorie. È un fatto che dal Risorgimento fino ai giorni nostri la grande ferita dell’emigrazione non si è mai arrestata.
Oggi per essere buoni meridionali è bene capire cosa è successo. Guardare alla nostra storia senza mettere ridicole casacche per cui i briganti sono eroi o delinquenti. La rappresentazione del regno piemontese che abbiamo letto a scuola risentiva di una sorta di foto shop ideologico teso a esaltarne virtù e nascondere difetti. Ora il gioco si è ribaltato e pare che il regno di Napoli fosse la mecca del buon governo. E allora tra i borboni e i piemontesi io scelgo il Cilento. Scelgo Vincenzo Lupo da Caggiano, avvocato, giustiziato a Napoli il 20 agosto del 1799. Scelgo Nicola Maria Rossi da Laurino, professore dell’università, giustiziato a Napoli l’otto ottobre del 1799.
Non tutte le nazioni sono uguali e non tutte le regioni sono uguali. Si può amare l’Italia per le sue diversità e credere che il crimine maggiore che abbiamo commesso contro questa nazione sia stato quello di piallare le sue differenze. L’omologazione consumistica di cui già parlava Pasolini, l’ossessione della crescita, lo sviluppismo senza cultura ha fatto danni enormi anche nella vastissima provincia salernitana, basti pensare all’indegna bolgia urbanistica dell’agro nocerino-sarnese o alla villetteria spuntata in pochi decenni su quel meraviglioso panno da biliardo che è il vallo di Diano, però nel Cilento qualcosa ha fatto resistenza, qualcosa c’è ancora. Mi piace pensare che sia una resistenza che venga proprio da quei semi di civiltà che allora furono repressi e che tuttavia appartengono al dna del popolo cilentano. Volendo si può andare ancora più lontano e si può pensare a Velia e alla scuola eleatica fondata da Parmenide e portata avanti dal suo allievo Zenone.
Oggi parlare di sud significa parlare di queste cose e farlo insieme alla denuncia della miopia piccolo-borghese che ha spostato a valle interi paesi, secondo un modello che ha i suoi fasti massimi in Calabria, ma che è già ben visibile nel capoluogo del Vallo di Diano, Sala Consilina. Il sud sono gli intellettuali della repubblica napoletana e i contadini di Sanza e il prete che li avvisò dell’arrivo dei «briganti». Il sud è Giordano Bruno e i sanfedisti. Bisogna scegliere da che parte stare. Ora come allora. Ora più di allora. La parola in cima all’agenda volendo è sempre la stessa: rivoluzione.

“alias domenica” 22 gennaio 2012

Torna il sorriso di Consolo. Una mia antica lettura e una recente recensione

L’anglista Viola Papetti ha recensito su “alias domenica” del 22 gennaio 2012 un saggio critico di Salvatore Grassia sul Sorriso dell’Ignoto marinaio di Vincenzo Consolo. Mi pare un buon segno. Il libro di Consolo, salutato come un caso letterario, era poi caduto nell’oblio, credo immeritatamente, per la voracità con cui – come Crono - il sistema mediatico moderno inghiotte i “casi” che crea. Alla recensione di Papetti, di cui riprendo un ampio stralcio, premetto un mio appunto, rintracciato in un vecchio quaderno e scritto nell’immediatezza della lettura, datato 8 marzo 1977. Lo ricopio così com’era: nella sostanza non ho cambiato idea, ma oggi non mi esprimerei più con quel linguaggio, neppure in un appunto personale  (S.L.L.)
Due parole sul “marinaio” di Consolo
di Salvatore Lo Leggio
Ho letto tutto d’un fiato il libro di Consolo. Alle prime c’è qualcosa che disturba: quello stile e quella lingua volutamente ridondanti, quell’impasto non privo di compiacimento tra il lessico della lirica aulica ed un lessico popolaresco, anch’esso ricercato. Tuttavia, superato il primo impatto e la sensazione di fastidio che procura, il libro è fruibilissimo ed è importante, come sottolinea la presentazione editoriale: anche lo stile e la lingua, infatti, sono funzionali ad un discorso politico condotto all’insegna della problematicità e della contraddizione.
Il tema centrale del libro è – mio avviso – il rapporto intellettuali-masse, che agli occhi di Consolo si presenta necessariamente ambiguo e contraddittorio. Non si tratta soltanto della “parzialità” degli strumenti intellettuali, delle difficoltà di esprimere con le parole consegnate ai colti da una lunga tradizione classista le cose nuove che vengono dal turbinoso emergere di ceti e di uomini diversi né della spontanea tendenza degli intellettuali ad “omologare” nella loro cultura e nella loro lingua bisogni materiali e spirituali “altri” (paradossale l’uso abbondante o, addirittura, sovrabbondante di locuzioni dialettali, di materiali folclorici, di leggende e proverbi: i segni del diverso, se integrati nel “sistema” sociale e linguistico dominante, perdono il loro significato originario); c’è di più. Nel sorriso dell’ignoto marinaio, nelle labbra tumide ed ironiche c’è l’espressione di una differenziazione antropologica ormai insanabile, di un solco esistente tra queste due umanità, assai più profondo di quello tra le razze.
Questa visione drammatica del rapporto intellettuali-masse si accompagna però, sempre, alla consapevolezza della necessità storica di questo rapporto: ripulsa, distacco, integrazione, ma anche attrazione, amore, sono i segni distintivi di questa ambivalenza, sia a livello razionale sia livello viscerale. Ne viene fuori un libro sull’impossibilità di “andare al popolo”, tutto impregnato della necessità di “andare al popolo” (scrivo andare proprio per sottolineare la distanza abissale tra i due mondi, non per attribuire a Consolo non so qual populismo: i populisti peggiori del resto sono quelli che dicono di “essere popolo”), un libro ambiguo che, mentre con enorme furbizia solletica i gusti e i vizi dei letterati (quanto ci spassiamo a individuare le ascendenze di questa o quella pagina! Foscolo, Verga, Pitrè, i latino-americani, Manzoni… E chi più ne ha più ne metta), lancia un messaggio inequivocabile, indica un compito cui non si può sfuggire: “conoscere com’è la storia che vorticando dal profondo viene, immaginare anche quella che si farà nell’avvenire”.
Due postille
1. Catena non sorride, Catena sfregia il sorriso dell’ignoto marinaio, pur essendo, come Interdonato e Mandralisca, ricca e (abbastanza) colta. C’è un’allusione all’alterità dell’universo femminile?
2. Sicilianità di Consolo. Ipotesi di lavoro: in Sicilia (e a Consolo non sfugge) è difficile sottrarsi all’alternativa tra illuminismo e populismo, non esiste una cultura del movimento contadino compatta e organica che sappia esprimersi in segni decifrabili per l’intellettuale borghese ed egemonizzarlo.

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Gli amici della chiocciola
di Viola Papetti
Innamorati a volte delusi sono gli estimatori della ubiqua, ambigua, bellissima creatura ermafrodita che è la chiocciola, «impastata d’argento e di perle» – secondo padre Bartoli – «fortezza portatile», disabitata prigione, funerea mangiatrice di bulbi oculari morti.
La conchiglia è figura del barocco che ha generato preziose varianti ornamentali e concettuali, e può crescere da metaforetta a metafora addirittura romanzesca, come dimostra Vincenzo Consolo nel Sorriso dell’ignoto marinaio del 1976. Salvatore Grassia fa un’analisi capillare, illuminista, ironica di quel denso luminescente tessuto narrativo in La ricreazione della mente. Una lettura del «Sorriso dell’ignoto marinaio» (Sellerio, pp. 80 € 12). La struttura triangolare del romanzo, che si vuole romanzo ideologico, antirisorgimentale, è affidata al protagonista, il barone siciliano Enrico Pirajino di Mandralisca, patriota e malacologo, veramente vissuto, che trascrive gli «atroci fatti succedutisi in Alcàra Li Fusi» il 17 maggio del 1860, in cui villani e pastori ferocemente massacrarono i padroni delle terre, e a loro volta furono imprigionati e «moschettati».
Vessillo della atavica elusiva identità è il Ritratto d’ignoto di Antonello da Messina, tradizionalmente detto “dell’Ignoto marinaio”, somigliante a Mandralisca, Sciascia, Consolo, – aggiungerei anche Silvano Nigro – troppo acuto per essere uno strumentale servitore della storia… La tesi di Grassia è che Consolo, scrittore civile, «si rivela perennemente taglieggiato dalle parole, edonisticamente sedotto dall’accadimento sonoro e ritmico della pagina, arrendevolmente soggiogato dall’incantesimo della retorica: il libro ‘impegnato’ di un letterato coscientemente compromesso con l’indecorosa e dilettevole pratica irresponsabile della letteratura, e con l’‘impellenza’ agiatamente menzognera della scrittura». Si comprende perciò il dispetto di Mandralisca (alter ego di Consolo) di fronte alla capricciosa ornamentazione della propria scrittura che dovrebbe testimoniare i drammatici fatti di Alcàra. Non gli resta che trascrivere le singole testimonianze dei protagonisti storici, tracciate col carbone sui muri del carcere prima dell’esecuzione, in oscuri e tremendi dialetti.
Scrittura nera – ma anche questa derivata dalla tradizione colta e non da quella popolare secondo le prove portate da Grassia – contro scrittura d’argento. Ai dubbiosi non resta che godere della imprevista Wunderkammer (camera delle meraviglie, n.d.r.) linguistica di cui Consolo è capace, e che materializza a tratti in descrizioni incantate e poeticamente ritmate, una lingua che si fa cassa di risonanza dei dialetti dell’isola, un italiano però impregnato di quella pastosità esuberante: parole riempite di cose, profumate, colorate, gustose. Così, come i villani di Retablo, si può essere trasportati «in altri mondi e vani, su alte sfere e acute fantasie, sopra piani di luce e trasparenze, col solo appiglio d’un quadro informe e incomprensibile e la parola più mielosa e scaltra…»

“alias domenica” 22 gennaio 2012

L'andatura felina del filosofo. Un ritratto di Schopenhauer (di Giulio Cattaneo)

Un ritaglio da “la Repubblica” dei primi anni ottanta mi restituisce un articolo di Giulio Cattaneo, scritto a commento di una riedizione dei Colloqui, un antico libretto di testimonianze su Arthur Schopenhauer. Riprendo un giocoso ritrattino del filosofo, sorpreso nella sua eccentrica quotidianità. Una lettura davvero piacevole. (S.L.L.)
Arthur Schopenhauer e il suo cane in un disegno d'epoca
La vita di Arthur Schopenhauer nei ricordi di vari personaggi, a partire dal 1811, quando il filosofo aveva ventitré anni, fino ai giorni della sua morte e dei funerali, ad settembre del 1860: questa è la materia dei Colloqui pubblicati da Rizzoli nel «Ramo d'oro», a cura di Anacleto Verrecchia. Poche pagine su Schopenhauer giovane nei suoi incontri con Wieland e con Goethe, per ritrovarlo trentenne al tempo del Mondo come volontà e rappresentazione; e, dopo qualche rapida apparizione al Caffè Greco di Roma, a Napoli e a Berlino, tra il '18 e il '33, i Colloqui documentano fedelmente la sua vita ordinata e metodica a Francoforte.
Un'esistenza ormai senza avvenimenti di spicco, né viaggi né amori, e rivolta soprattutto al passato rimestando vecchie passioni e rancori, fra gli omaggi crescenti di filosofi delle nuove generazioni, soprattutto in seguito alla pubblicazione dei Parerga e Paralipomena, dopo più di un trentennio di silenzio e delusioni...
Figlio di un facoltoso commerciante di Danzica e di una donna brillante, salottiera e autrice di romanzi alla moda, Schopenhauer si distingue, anche per la tradizione familiare di mercanti anseatici, dai filosofi suoi contemporanei: i quali per la maggior parte discendevano da pastori protestanti e da funzionari statali, nella costellazione dei grandi tedeschi maturati nella parrocchia evangelica. Schopenhauer parlò sempre con gratitudine del padre, al quale doveva, fra l'altro, la sua indipendenza economica; mentre con la madre ebbe soprattutto fieri contrasti, non risparmiandole sarcasmi del resto ricambiati da lei con prontezza di spirito, in un inasprirsi di rapporti che arriverà alla rottura e all'abbandono di Weimar per Dresda.
I Colloqui sono un insieme di testimonianze eterogenee in un susseguirsi di personaggi diversi: filosofi come Frauenstadt, giuristi, medici, filologi, musicisti, insegnanti, ora sconosciuti, ora noti come il drammaturgo Hebbel. Documenti brevissimi o di una certa consistenza, che non hanno certo l'organicità degli scritti sulla vita e il carattere di Kant nel racconto di tre contemporanei, Borowski, Jachmann e Wasianski; ma il ritratto di Schopenhauer si impone con grande vivezza e coerenza, disegnato da più mani in momenti diversi della sua vita.
Così appare il filosofo trentenne nel ricordo dell'impresario teatrale Biedenfeld: «di schiettissima lealtà, franco, aspro e rude, straordinariamente deciso e sicuro in tutte le questioni scientifiche e letterarie, pronto a chiamare ogni cosa con il suo giusto nome di fronte all'amico come all'avversario, molto incline al frizzo, spesso di una rusticità veramente umoristica, mentre la testa bionda con gli sfavillanti occhi grigio-azzurri, la lunga piega della guancia ai lati del naso, la voce un po' stridula e i rapidi, violenti gesti delle mani acquistava non raramente un'aria addirittura terribile».
Quarant’anni dopo così lo vedeva lo scrittore Ludwig Ferdinand Neuburger: «Nel riferire i suoi discorsi, naturalmente, molto va perso, perché la sua vivacità veramente sbalorditiva nel gesticolare e nel parlare conferiva alle sue parole qualche cosa di particolare. I suoi occhi erano straordinariamente vivaci; la sua fronte era alta e arcuata; intorno alla sua bocca serpeggiavano due pieghe amare; i suoi capelli bianchi erano ritti. Come la sua stanza anche lui era sommamente caratteristico: la sua andatura era furtiva, felina».
Dello stesso periodo è il ricordo del conte Faucher de Careil, diplomatico e storico della filosofia: «Quando lo vidi per la prima volta, nel 1859, alla tavola dell'Hotel d'Inghilterra a Francoforte, era già un vecchio, dall'occhio di un azzurro vivo e limpido, dal labbro sottile e leggermente sarcastico, intorno al quale errava un fine sorriso. La sua vasta fronte, segnata da due ciuffi di capelli bianchi ai lati, conferiva un'aria di nobiltà e di distinzione alla sua fisionomia sfavillante di spirito e di malizia. [...] I suoi movimenti erano vivaci e diventavano di una irrequietezza straordinaria nella conversazione».
I colloqui si svolgevano in una grande stanza coi ritratti di Goethe, Shakespeare e Cartesio, il busto di Kant, la statuirla del Buddha e calcografìe di animali, o nella biblioteca dai tremila volumi o alla "table d'hote" dell'Hotel d'Inghilterra. «Quando conversava, la verve del vecchio ricamava sul canovaccio un po' pesante del tedesco i suoi brillanti arabeschi latini, greci, francesi, inglesi e italiani».
Da giovane «faceva il guastafeste», irritando coi suoi sarcasmi i frequentatori dei circoli letterari e della società corale, e incombendo a dispetto sui giocatori al tavolo del whist provocando errori a catena.
Schopenhauer parlava un po' di tutto: di avvenimenti letterari, di argomenti scientifici, di teatro, di musica e particolarmente di filosofia, esaltando la triade di Buddha, Platone e Kant oltre a se stesso e bistrattando anche, negli ultimi anni, i "tre ciarlatani": Hegel, Fichte e Schelling! Sbeffeggiava i francesi, "nazione di tigri-scimmie", e la loro lingua, con espressioni simili a quelle usate da Alfieri, del quale aveva letto la Vita scritta da esso. Ammirava l'Inghilterra criticandone però il bigottismo e derideva i tedeschi, "la più stupida di tutte le nazioni", provocando malumore e disagio in chi lo ascoltava, anche se straniero.
In musica rimaneva fedele a Mozart e a Rossini. Ernst Otto Lindner, che lo conobbe nel '52, racconta che sul suo leggìo «c'erano cose piuttosto vecchie: un concerto di Pleyel, Di tanti palpiti di Rossini, la marcia del Tito»… Schopenhauer non amava i romantici e diceva che Wagner avrebbe dovuto darsi alla poesia e "appendere la musica al chiodo".
Detestava i democratici e le loro barbe, segno di "barbarie", e fu avverso alla rivoluzione democratico-liberale del '48 prestando, fra l'altro, il suo binocolo da teatro a un ufficiale austriaco perché dirigesse meglio il tiro sulla "canaglia sovrana" degli insorti. A distanza di anni, parlando con un filosofo francese, disse che la Rivoluzione dell'89 era stata ricca di "slanci sublimi" e per questo era "abortita", mentre la rivoluzione tedesca del '48, "abbastanza stupida e borghese", aveva fatto solo ridere.
Al di là dell'ammirazione dei suoi seguaci, il ritratto in bianco e nero di Schopenhauer gesticolante e collerico assume tratti comici nei diverbi con la governante, col calzolaio e il falegname, nelle scenette in cui affronta in veste da camera col bastone il cane del macellaio a difesa del suo diletto e inseparabile cane barbone e batte in ritirata di fronte alle minacce del corpulento beccaio col grembiule sporco di sangue. O quando saltabecca alla ricerca della dentiera in presenza di un allibito visitatore.
Un personaggio adatto per apparire, nella sua eccentricità, insieme a Filippo Ottonieri nelle Operette morali di Leopardi: quel Leopardi che lo stesso Schopenhauer sentiva singolarmente vicino al suo pessimismo.

Come sono cambiati i Greci! (di Eva Cantarella)

La riflessione storico-critica che segue, della giurista e antichista Eva Cantarella, si presenta come commento di un corposo volume della Boringhieri, che nel lontano 1983.  Il libro, curato da Mario Vegetti, in diversi saggi proponeva un approccio rinnovato, di tipo comunicativo, alla cultura greca antica. Erano gli anni Ottanta e, dopo il decennio precedente dominato da marxismo e strutturalismo, teoria della comunicazione e “cultura materiale” sembravano essere corredo indispensabile per una intelligenza del passato più ricca e attuale. Cantarella valorizza la produttività di quegli approcci, il rinnovamento che essi fornivano all’immagine dell’antichità. Credo che sia stata una grande stagione di studi, un autunno propriamente, dopo il quale è arriva la gelata e un lungo inverno nel quale si sono consumate le riserve. (S.L.L.)
Pittura vascolare. Achille medica Patroclo ferito
Come sono cambiati i Greci!
Non mi riferisco, ovviamente, ai Greci di oggi, ma agli antichi Greci: Omero, ad esempio. Quando andavamo a scuola, Omero era «il Poeta». Cieco, aveva composto più di trentamila versi. Genio individuale e solitario, sul finire del cosiddetto Medioevo Ellenico (epoca di povertà e di barbarie, allora si diceva) aveva composto un'opera d'arte immortale. E immortali sono certamente l'Iliade e l'Odissea: ma quanto diversa, oggi, la prospettiva in cui le leggiamo. Omero, forse, non è mai esistito. O forse sì, ma non importa: quel che importa è che l'Iliade e l'Odissea, comunque, non furono composte per soddisfare esigenze artistiche, bisogni «creativi» di uno o più poeti (gli sconosciuti aedi, i cui canti sono confluiti nei poemi epici). La poesia, nella Grecia arcaica — ce lo dice già Platone — serviva in primo luogo a istruire. In una società che non conosceva la scrittura, la poesia epica, una sorta di «enciclopedia» universale del sapere, insegnava valori, regole di comportamento, tecniche materiali.
A partire dagli studi di Havelóck, la contrapposizione oralità-scrittura è diventata una delle chiavi di comprensione della poesia e della società greca, come conferma, in un'analisi che affronta aspetti disparati della comunicazione nel mondo greco, il recentissimo volume curato da Mario Vegetti Oralità, scrittura, spettacolo (Boringhleri).
Omero, mezzo dì comunicazione, dunque: «mezzo che fa il messaggio», come dice Mac Luhan. Qualcosa di simile alla televisione, forse? Non esattamente. La poesia epica era «performance», era spettacolo che richiedeva la partecipazione attiva dell'uditorio, era scambio diretto fra il poeta e il pubblico. Ma, prese le debite distanze, il paragone rende l’idea: come la televisione, Omero «indottrinava» il pubblico, trasmetteva messaggi, proponeva ideologie, determinava comportamenti. Con una differenza: il potere di persuasione del poeti era molto più forte di quello della televisione. Nella Grecia arcaica (come in tutte le società «preletterarie») non esisteva comunicazione alternativa, in nessun senso. Non esistevano «mezzi» diversi dalla poesia, in primo luogo, e non esistevano informazioni alternative, nel contenuti, a quelle trasmesse dal poeti.
Com'è diverso Omero, oggi, da quel poeta cieco, canuto (così ce lo siamo sempre immaginati), che vagava di città in città, senza risorse e senza meta. Ma com'è più stimolante, in questa prospettiva, leggere l'Iliade e l'Odissea». Quanto diversi (pur mantenendo inalterato il fascino di una grande fiaba) personaggi ed episodi di una storia che, se non è storia di avvenimenti, è comunque la storia sociale della Grecia antica. Ma non è solo la poesia che oggi appare In una luce nuova. Prendiamo i filosofi e gli scienziati. I primi pensatori razionali, i padri del pensiero logico. Eppure, quanti elementi di Irrazionalità nel pensiero greco. Pitagora dichiarava di aver vissuto vite precedenti, prometteva ai suoi seguaci che avrebbero vissuto altre vite, che sarebbero diventati demoni, o forse anche divinità. Che fosse veramente uno sciamano, come ha sostenuto E. Dodds? Nel pensiero razionale di Platone, non sono forse individuabili tracce di idee magico-religiose, le cui origini, sempre secondo Dodds, andrebbero a loro volta, individuate nello sciamanesimo? Che dire di Empedocle, che affermava di conoscere i pharmaka, gli incantesimi contro i mali e la vecchiaia? Gli stessi Ipparco e Tolomeo, che posero le basi dell'astronomia scientifica, credevano nell'astrologia, e nella possibilità di leggere negli astri lo svolgersi delle cose umane.
Ma come, la Grecia non è più la patria della ragione? Certo, la ragione è nata in Grecia. Ma bisogna rendersi conto che sapere tradizionale e sapere scientifico possono coesistere nella stessa società, nello stesso momento, nelle stesse persone. Il mondo di oggi lo dimostra, e la Grecia non fa eccezione.
E ancora: pensiamo alla religione, al sacrificio, momento centrale della religiosità greca. Non è qui il caso di parlare del sacrifici umani, che pure i Greci certamente praticarono. Studiato una volta nella sua «essenza» (lo spirito di abnegazione, secondo Durkheim), il sacrificio è oggi analizzato nella sua dinamica materiale, nei gesti di cui è composto, nei suoi rapporti con le pratiche culinarie e alimentari. Quali bestie venivano sacrificate, come venivano uccise, come venivano cucinate le loro carni, chi le mangiava? Domande tutt'altro che oziose: attorno alle pratiche sacrificali, si organizzavano le grandi dicotomie, uomo-dio, greco-barbaro, maschio-femmina, uomo-animale. Il sacrificio era il momento che individuava coloro che appartenevano alla città, coloro che ne erano esclusi, e coloro che la rifiutavano. Jean Pierre Vernant e la sua scuola ci hanno insegnato a leggere così il sacrificio, nei suoi fondamentali legami con il sociale.
Un ultimo esempio, infine: l'arte, la bellezza greca. Pensiamo al Partenone, l'esempio più rappresentativo dell'ideale classico del tempio, esempio di proporzioni minimamente studiate e di ferrei calcoli matematici, che ne spiegano l'incomparabile bellezza. Ebbene, come è stato costruito il Partenone? Secondo R. Carpenter, la sua realizzazione sarebbe stata dettata in gran parte dal caso. Progettata nel 490 a.C, la costruzione del tempio sarebbe stata interrotta più volte, per circostanze diverse. E sarebbe stata portata a termine da un architetto diverso da quello che l'aveva progettata, utilizzando e incorporando materiali del tempio precedente, mal compiuto.
Ma allora, dove vanno a finire l'ideale greco della bellezza, la proporzione e l'armonia greca, il miracolo greco? Anche per noi, la Grecia è stata sogno, proiezione di desideri, utopia? E oggi, siamo forse vittime di un altro errore, quello opposto di voler dissacrare tutto, a ogni costo? Certamente no. Non si tratta di dissacrare per il gusto di farlo; si tratta di sottrarre la Grecia al mito. Un mito che ne aveva fatto il luogo ideale di ogni perfezione: ma, così facendo, l'aveva allontanata da noi, resa incomprensibile, fuori dal tempo, quasi vuota. Ricondotti a dimensioni umane, i Greci ci si propongono non più come modello, ma come coloro che hanno scritto un pezzo fondamentale della nostra storia.

Dobbiamo amare compagni. Una poesia di Khosro Golesorkhi



Aprile 1945. A Torino dopo la Liberazione
Dobbiamo amare compagni!
Le nostra grida
devono essere uno solo
Il nostro cuore deve
diventare la nostra bandiera,
la nostra canzone.
Dobbiamo amare compagni.

28.4.12

Saffo creativa (di Maria Corti)

Che ci sia oggi in tutti i paesi d'Europa, e non solo d'Europa, un esplodere del genere «biografia», non è notizia nuova, anche se il fenomeno attende di essere approfondito e motivato in chiave socio-culturale. Fra i vari possibili modi di scrivere una biografia due fondamentalmente prendono spicco: la biografia storico-erudita (o saggistica in forma biografica) e la biografia creativa (o invenzione in forma biografica); in questa, i documenti noti o scoperti divengono materiale per una personalissima decodifica ad opera di un artista (unico caso in cui l'operazione è concepibile).
In Italia, forse per la dominante antica tradizione filologica, il secondo tipo suscita sospetto, disagio, rifiuto, analoghi a quelli riservati alla lettura dell'opera di un artista da parte di un altro artista; anche se si sa benissimo come ad Ezra Pound e a Eliot, per esempio, dobbiamo illuminazioni sui poeti dello Stilnovo introvabili in saggi degli addetti ai lavori. Un esempio? Lo scrittore svedese Olof Lagercrants ha pubblicato una sua sottile lettura della Commedia di Dante, tradotta negli Stati Uniti (From Hell to Paradise, New York 1966), in Germania e in altri paesi europei, non in Italia.
Si accoglie con piacere, quindi, il libro del poeta Grytzko Mascioni, Saffo (Rusconi, pagg. 270), presentato da Lidia Storoni Mazzolani, la quale con acume definisce in poche parole l'operazione dell'autore: di ogni momento lirico o narrativo della poesia di Saffo egli «ha immaginato lo spunto». Una lettura della storia, dei possibili referenti solo in funzione della poesia, a suo servizio e specchio, a sua interrogazione e potenziamento.

Suggestiva immaginazione
Direi che Mascioni ce l'ha fatta: dentro il lettore resta qualcosa di significativo che non c'era prima e i messaggi di Saffo, i pochi conturbanti e luminosi frammenti si potenziano, acquistano il mirabile spessore di ciò che ha dietro a sé una «tranche de vie». Questo può succedere perché gli autori di biografie di questo tipo il loro libro lo hanno vissuto, non solo scritto. Mi viene alla mente al proposito ciò che diceva Le Sage, autore del Gil Blas: «Credetemi, gli studiosi devono sempre rispettare le persone dotate di natura artistica, anche se hanno seri motivi per lamentarsene».
Mascioni ha lavorato a due livelli: quello del contesto geografico, storico-sociale, economico delle isole dell'Egeo, e di Lesbo in particolare, e quello della poesia del tempo, con attenzione alle probabili letture di Saffo (da Omero ed Esiodo a Callino di Efeso, Mimnermo, Alcmane, Archiloco, l'amico Alceo). Pertinente il rimando alla Yourcenar là dove, nella Vita di Adriano, la scrittrice afferma che non è possibile conoscere bene qualcuno se non si conosce la sua biblioteca.
A entrambi i livelli Mascioni proietta sulle fonti, lette e citate in un ricco apparato di note, una suggestiva forza di immaginazione. È lui stesso a scrivere nelle iniziali «istruzioni per l'uso»: «Ci si muove nella zona del probabile, non dell' assolutamente certo; e se l'autore si prende qualche libertà interpretativa, lo fa nel quadro che le testimonianze consentono». Un esempio di tale tecnica può essere la resa dell'incontro, ben probabile ma non documentato, fra Saffo e Alceo al santuario di Mésson, situato a circa quattro miglia da Pirra dove Alceo era in esilio. Il tutto conferma la nostra, per così dire, catalogazione del libro fra le «biografie creative».

Più verde dell'erba
Le traduzioni dei testi di Saffo e dei vari poeti entrati nel discorso sono dello stesso Mascioni e mi sembrano belle. Se mai, qualche volta è il testo prosastico ad essere un tantino enfatico, là dove il lirismo prende la mano allo scrittore e gli gioca il tiro di trasferire alla sua prosa i moduli e gli stilemi alti della lirica classica; ma è capitato anche a Quasimodo e prima ancora a Carducci. Per fortuna, qui accade di rado.
Una biografia costruita in funzione del personaggio poetico in quanto riflesso nella poesia ha un sicuro dato al suo attivo, rispetto alla biografia storico-erudita: falciando gli elementi secondari, eliminando fasi intermedie del quotidiano e ricucendo sopra i vuoti, tale biografia opera un po' come la poesia epica rispetto alla storia, sostituisce alla catena del tempo reale quella, a minori anelli, del tempo culturale. Le cose risultano semplificate, ma nette; non si conoscerà il vasellame di Pìttaco, signore di Lesbo, né il numero delle scolare di Saffo, né i passi delle loro danze, ma l'essenziale c'è: da un lato, la visione di un'epoca di crisi e rinnovamento seguita al crollo della società a direzione aristocratica; d'altro lato, il ruolo di Saffo e degli altri poeti dentro questa società nuova che scopre nella vita come nell'arte i valori individuali e primi fra tutti i valori lirici.
Va detto però che la parte migliore del libro è quella in cui Mascioni dà sfondi e commenti alla poesia d'amore di Saffo, agli itinerari lirici e drammatici della sua omosessualità in una cultura isolana che accettava della omosessualità maschile e femminile la codificazione sociale, ma non ne contemplava l'inquietante uso lirico e drammatico impersonato da Saffo.
Senza esitazioni e senza compiacimenti Mascioni riesce a rendere la profonda impressione di solitudine che emana dai frammenti lirici di Saffo e si ripete col ripetersi delle avventure d'amore tutte vertiginose, rimbalzando a ogni fine su lei. Uno scenario per divinità diviene l'amore, dove le scene, perché divine, sono rinnovabili all'infinito. Persino dello sposo di Anattoria, la fanciulla amata sino alla disperazione, Saffo dirà: «Simile agli dei mi appare / colui che innanzi a te / siede e da presso / t'ascolta mentre parli dolcemente / e affettuosa sorridi». Ma la visione della divinità, come è noto, porta morte: «M'inonda il sudore e tremando / mi faccio più verde dell'erba. / E poco, mi manca a morire». Le fanciulle amate da Saffo e descritte come dolci e bellissime formano un coro terribilmente drammatico, prima ancora del dramma.
Era difficile trattare questi temi con elegante misura, poiché solo una sottile tramezza separa la sublime Saffo dalla rozza Andromeda e dalla furba Atthis. Mascioni c'è riuscito e qui ogni arabesco scompare dalla sua prosa; vi è rimasto così il riflesso di una storia remota, ma che Saffo stessa sapeva immortalare: «il ricordo di me ne sono certa / rivivrà nella mente di qualcuno». Saffo ha dato alle inquiete vicende della sua vita quella forma di giovinezza eterna che un giorno vide nelle fanciulle di Lesbo.

“La Repubblica”, s.i.d. (ma 1982)

27.4.12

Le terre del Sacramento (di Graziella Pulce)

Le terre del Sacramento è uno dei pochi capolavori del neorealismo letterario italiano, un libro capace insieme di restituire una temperie e di offrire una prospettiva originale. Una sua ristampa per  Donzelli è l’occasione di riletture critiche, tra cui questa di Graziella Pulce su “alias” del 22 gennaio scorso, che dà valore agli elementi mitici e simbolici del romanzo. (S.L.L.)

Pubblicato nel 1950 – proprio l’anno della riforma agraria – subito dopo la morte di Francesco Jovine, Le terre del Sacramento (introd. di Francesco D’Episcopo, Donzelli, pp. XIV-257, € 23,00) avevano conosciuto una lunga gestazione. Nel ’46 l’autore dichiarava alla «Fiera letteraria»: «Da dieci anni mi porto in mente un romanzo di vastissime proporzioni, senza titolo, per ora, ma con una decina di personaggi che mi fanno già ottima compagnia».
Il romanzo rappresenta uno dei più cospicui contributi al realismo e il vertice dell’opera dell’autore molisano, che volle rappresentare la condizione del Meridione d’Italia nel suo groviglio di vitalismo e abiezione, fede e disincanto. L’opera è articolata secondo una scansione lenta e vede alternarsi una serie di figure che inizialmente paiono contendersi il ruolo protagonista: Enrico Cannavale, proprietario delle terre del Sacramento, tremila ettari espropriati alla Chiesa nel 1867 e ritenuti maledetti dalla superstizione popolare; Clelia, cugina di Enrico e sua amante occasionale; Laura, la moglie che si adopera perché il Fondo sia nuovamente coltivato e poi distribuito tra i contadini; e infine Luca Marano, ex seminarista e poi avvocato, che coadiuva Laura nell’impresa di strappare quelle terre al destino di abbandono e di salvare i Cannavale dalla rovina.
Le rivolte contadine, gli assalti squadristi ai danni dei lavoratori in lotta e la marcia su Roma costituiscono la trenodia che accompagna il racconto, in cui s’infiltrano elementi di schietto paganesimo.
Questo per dire che nulla di ciò che accade nel romanzo ha un valore puramente individuale, né nelle sue origini lontane, né nelle motivazioni più o meno prossime, né negli effetti che ne scaturiscono. Tanto il mondo cittadino che quello agricolo-pastorale, i due poli di un cosmo verghianamente corale, sono librati in una condizione di sospensione panica. E dunque ciò che accade e ancor di più ciò che non accade appartengono paradossalmente al medesimo universo governato da inerte stupore.
In questa opera potentemente realistica e insieme sanguignamente fantastica Jovine ha dato vita a una storia che non si lascia circoscrivere nei confini del romanzo di intonazione sociale, dove il giovane Luca conquistata lentamente e faticosamente coscienza dell’ingiustizia sociale. Rinunciando a ogni consolazione e a ogni semplificazione, Jovine ha creato un mondo complesso dove le varie voci coabitano senza istituire una gerarchia, quella gerarchia tanto celebrata dal fascismo e della quale in queste pagine si evidenziano le radici storiche e i meccanismi psicologici. Che Luca Marano sia destinato alla morte lo si intuisce sin dal principio e non solo per ragioni di natura socio-politica, ma per ragioni squisitamente letterarie di dispositio. Egli ha osato sfidare le camicie nere e i privilegi della proprietà fondiaria, ma prima si era sottratto alla volontà della madre
che lo voleva prete. Ed è in quella scena iniziale apparentemente irrelata, nella quale la terribile donna scopre il seno e pronuncia la propria maledizione, che tutto si incardina verso la tragedia.
È la Grande Madre mediterranea, amorosa e distruttrice, il luogo centrale della vicenda e della storia di questo paese, come in qualche modo aveva già intuito Grazia Deledda che con La madre aveva delineato un conflitto di identica tragicità. Le terre del Sacramento non sarebbe quel complicato e attualissimo romanzo che è se la voce del narratore avesse voluto imporre un proprio superiore ed esterno ordine a questo grumo di storia mediterranea e molisana, nel quale il denaro e i manganelli sono in mani maschili, ma la forza resta nelle mani della donna.

“alias domenica” 22 gennaio 2012

In viaggio (di Ida Hahn-Hahn)

La contessa tedesca Ida Graf von Hahn (1782-1857), il cui padre aveva sperperato le sue fortune in produzioni teatrali radoppiò il cognome in Hahn-Hanh sposando un omonimo cugino ricco. Ma il matrimonio non andò bene, soprattutto per le prepotenze e le irregolarità del marito. Divorziata viaggiò tantissimo in Occidente e in Oriente accompagnandosi con un barone tedesco che si guardò bene dallo sposare. Scrisse poesie, romanzi e libri di viaggio, tra cui Al di là delle montagne (1840), dedicato all'Italia, da cui è tratto il brano che segue. (S.L.L.) 
Nei viaggi è scomodo non essere un uomo. Durante la messa nella Cappella Sistina agli uomini è permesso entrare dentro... Vedono tutto di prima mano. Noi invece siamo sedute come feroci bestie pericolose all'esterno dietro a delle inferriate a quadretti, cosicché vediamo tutta la cerimonia come dietro il punto croce di un ricamo.

Margaret Fuller e i lancieri di Garibaldi

Su Margaret Fuller, la prima giornalista professionista degli Stati Uniti e autrice de La condizione della donna nel XIX secolo, uno dei primi testi del femminismo americano, si racconta soprattutto (probabilmente con tanta fantasia) l’amore per un marchesino romano, di dieci anni più giovane di lei (nel 1847 Maragaret aveva 37 anni) tal Giovanni Ossoli, spiantato e per di più repubblicano. Non è certo il matrimonio fra i due, che tuttavia, caduta la Repubblica Romana (alla cui difesa Margaret contribuì come infermiera), fuggiti dal regno del Papa e partiti da Livorno, morirono naufraghi con il loro bambino già in vista della Baia di New York nel 1850. Questa romantica vicenda non impedì alla Fuller di praticare per quasi tutto il tempo del soggiorno italiano (1847-1849) il mestiere di inviata speciale per il “New York Tribune”, cui regolarmente inviava le sue corrispondenze che vennero tradotte e pubblicate in italiano, per la cura di Rosella Mamoli Zorzi, per le Edizioni Studio Tesi sul finire del Novecento. Il brano che qui riprendo è tratto da un articolo di Anna Maria Lamarra su “L’Unità”. Il ritaglio è privo di data. (S.L.L.) 

Roma 6 luglio 1849
Verso la sera del lunedì si seppe che i francesi si preparavano ad attraversare il fiume e a prendere possesso della città. Andai al Corso con alcuni amici. La nostra carrozza fu bloccata dalla folla presso palazzo Doria: i lancieri di Garibaldi passarono al galoppo. Fosse stato di nuovo al mondo Sir Walter Scott per vederli! Erano tutte figure snelle, atletiche, risolute, molti con le forme della più splendente bellezza maschile meridionale...

Parole in rovina (di Tony Judt)

Non più libero di praticarla, apprezzo più che mai l’importanza della comunicazione nella vita pubblica: non solo il mezzo che ci consente di vivere insieme, ma il senso profondo di quel vivere insieme. L’abbondanza di parole in cui sono cresciuto costituiva uno spazio pubblico in sé. E quello che manca, oggi, sono proprio spazi pubblici ben tenuti. Se le parole cadono in rovina, che cosa prenderà il loro posto? Sono tutto quello che abbiamo.

Da Lo chalet della memoria, Laterza, 2012

Perugini, figli di bagnini (S.L.L.)

Bagnini romagnoli protestano a Roma
Con somma gioia di molti perugini e soprattutto degli appassionati di calcio  che sognano il ritorno della squadra cittadina ai fulgori della Serie A, l'altro ieri, nel giorno della Liberazione, il Perugia ha guadagnato a Fano  la promozione anticipata in C1. 
Tra gli insulti che, scherzosamente, la tifoseria locale ha rivolto ai 1500 tifosi perugini presenti prevaleva figli di bagnini. Fano negli anni 50 e 60 era forse la spiaggia preferita dai perugini e, più ancora, dalle perugine, che vi trascorrevano una parte della villeggiatura senza mariti o fidanzati.

26.4.12

Il "business" dei rifugiati

Alcuni anni fa, in un momento che appariva d’emergenza per gli sbarchi di immigrati sulle coste siciliane e a Lampedusa, appresi che intorno all’altrui disperazione s’era costruito un piccolo business: associazioni e singoli prendevano - come dire? - in appalto l’accoglienza dei richiedenti asilo, facendo la cresta sui rimborsi governativi. Credo che ancora vigesse la “Turco-Napolitano”. Da quel tempo molto è cambiato, la “Bossi-Fini”, le sanatorie, i respingimenti di Maroni, ma per alcuni, a quanto pare, il business continua. Ne trovo indizio in una notizia di un mese fa (24 marzo 2012) rintracciata nel sito “SOS Razzismo”, che riporto per edificazione dei frequentatori di questo blog. (S.L.L.)
Giovani somali in fuga .
Sabato 17 marzo quattordici persone di nazionalità somala, assistite da un avvocato di “A Buon Diritto onlus” e da due esponenti dell’associazione Somebody, hanno denunciato alla Questura di Frosinone il responsabile del centro di accoglienza in cui risiedono. Si tratta di persone che hanno già fatto richiesta di asilo.
La struttura che li accoglie a Cassino è composta da due appartamenti per un totale di ventuno persone: sette in quello più piccolo e le altre in quello più grande. Al momento dell’ingresso, oltre ai problemi di spazio, le persone si sono trovate di fronte una situazione molto poco accogliente, come si legge nella denuncia: «non abbiamo rinvenuto i materassi, le reti dei letti erano malridotte, la lavatrice era rotta, gli armadi e le cassettiere erano semidistrutte, come molte tapparelle».
Questo accadeva già ad agosto. Nei mesi più freddi hanno dovuto far fronte a temperature piuttosto rigide perché, nonostante ci fosse una caldaia, il proprietario «ha vietato di usarla, chiudendola con un lucchetto». E così la doccia utilizzata è la stessa per tutti e l’acqua calda è quella scaldata nei pentoloni con la bombola del gas (fornita dal proprietario dopo l’intervento della polizia). Il punto della questione, e della querela, riguarda il fatto che questa situazione di degrado non si sarebbe dovuta creare perché il proprietario, per predisporre l’accoglienza, riceve dei soldi. L’ammontare della cifra dovrebbe essere sui 46 euro giornalieri per ogni accolto, e questi fondi sono erogati della Protezione Civile, ente gestore del sistema di accoglienza, nell’ambito dello stato di emergenza dichiarato in seguito all’ingente numero di sbarchi avvenuti nei primi mesi del 2011.
Quando si dice che l’ospite è sacro.
 

24.4.12

Al mio paese. Elezioni e profumi (S.L.L.)

Mi dicono che nel “natìo borgo selvaggio” impazzi la campagna elettorale e che il più attivo sia una specie di Cetto La Qualunque, candidato sindaco, il quale, partecipe in passato del continuo rimescolamento di collocazioni nel centrodestra isolano, è ora schierato con l’Udc di Casini e sostenuto da una coalizione di liste civiche. Ad appoggiarlo (udiccino anche lui, mi pare) dicono che ci sia anche l’ex sindaco, quello sfiduciato da una parte consistente della sua maggioranza che ha determinato con quell’atto il commissariamento e le elezioni anticipate.
Costui mi è sempre sembrato, dai comportamenti e dai ragionamenti, un giovane appassionato di politica e un democristiano perbene d’altri tempi, di quelli che non rubavano neanche un centesimo ma lasciavano fare. Anche i suoi passaggi da un partito all’altro, abbastanza frequenti, mi pareva che li vivesse al modo delle trasmigrazioni da una corrente all’altra nella “balena bianca”: cose normali e innocenti, sia che fossero decise dal capocordata sia che fossero praticate in proprio. Pensavo (e tutto sommato continuo a pensare) che sia stato sfiduciato perché incapace di soddisfare tutti gli appetiti presenti nella sua maggioranza senza ricorrere a porcherie e che le accuse di inefficienza e incompetenza fossero alquanto strumentali, almeno quando gliele rivolgevano i suoi (l’opposizione Pd faceva il suo mestiere).
Faccio pertanto molta fatica a credere che appoggi La Qualunque. Quando l'attuale aspirante sindaco si presentò per il consiglio provinciale nella lista dell’Udc, in quel partito comandava Cuffaro; il bravo giovane commentò: “Se non fanno un certo odore, non li candidano”. Se adesso sostiene Cetto, vuol dire che costui si è abbondantemente profumato.

La musica e la libertà. Intervista a Ramzi Aburedwan (di Valentina Coluccia)

Tra gli aspetti meno noti della Resistenza palestinese c’è il tentativo di affermare l’esistenza, la dignità e l’identità di un popolo oppresso attraverso la forza dell’arte e della cultura. Un’esperienza assai significativa è stata ideata e realizzata da un musicista, un’importante solista (di viola) che si esibisce da solo o in gruppo in Europa e in Italia. Era a Torino nel settembre 2011 per il MiTo, era a Potenza a novembre ed in Veneto nel marzo scorso. L’intervista di cui qui riprendo un ampio stralcio (dal “Messaggero veneto”) è più antica, del luglio 2008, ed è stata raccolta da una giovane giornalista friulana, Valentina Coluccia. (S.L.L.)   
Ramzi Aburedwan
Ospite di spicco ieri al Mittelfest di Cividale del Friuli è stato Ramzi Aburedwan che non è certo una persona comune o che passi inosservata. […] La “fortuna” di Ramzi è stata la sua disperazione. Nel 1987, infatti, era un ragazzino che lanciava le pietre contro i carri armati israeliani. Viveva nel campo profughi di Al Amari, era molto noto a Ramallah: tra i quattro e i sedici anni aveva venduto giornali per le strade, dalle quattro alle sette di mattina. Una vita normale per un bambino di un campo profughi. Poi, nel 1989, la svolta: Ramzi “inaugura” la prima Intifada, lanciando pietre contro i cingolati di Tel Aviv. Dieci anni dopo, nel 1999, è già nelle file della West-Eastern Divan Orchestra, fondata da Barenboim e Said, e oggi è un musicista affermato che si divide tra i concerti eseguiti con la sua viola e l’impegno in Palestina, dove nel 2005 ha aperto una scuola di musica, “Al Kamandjati” (Il violinista), nel centro storico della città, alla quale hanno fatto seguito numerose altre sempre nei Territori Occupati.
Com’è potuto accadere che un sogno come il suo, che da bambino voleva imparare a suonare uno strumento pur non avendo la minima possibilità né i mezzi per farlo, si sia potuto avverare? Sembra quasi una favola.
«In effetti è un po’ una favola. È andata così: da sempre sono stato attratto dalla musica. Infatti osservavo i gruppi che venivano nel mio campo profughi per suonare, a esempio ai matrimoni, e desideravo toccare per prima cosa uno strumento e poi imparare a suonarlo. Ma ero consapevole che fosse appunto solo un sogno. Poi una donna di Ramallah, militante del Fronte popolare, che aveva notato la mia passione, mi ha invitato a partecipare all’incontro con un violinista palestinese, venuto dalla Giordania per avvicinare i bambini e gli adolescenti palestinesi alla musica. Avevo 17 anni, tardissimo per imparare a suonare uno strumento! Ma la passione è stata più forte di tutto e dopo pochi anni già “abbracciavo” la mia viola nella West-Eastern Divan Orchestra».
Lei è stato molto fortunato. Ma da qui ad aprire gratuitamente la prima scuola di musica in un campo profughi è un grande passo. Come ha fatto?
«Tutto parte sempre dalla mia esperienza personale. Quando ho cominciato a suonare studiavo al Conservatorio Edward Said, fondato nel ’93 come filiazione della storica Università "Bir Zeit" a Ramallah. Eravamo venti studenti e quasi non c’erano insegnanti. Lì sono stato per circa un anno, senza avere un maestro e cercavo di fare un po’ da autodidatta, praticamente suonavo da solo. Nel ’98 ho avuto la possibilità di andare a studiare musica in Francia… È lì che ho iniziato a sognare ancora e il mio sogno era di riuscire a far sognare, mediante la musica, tutti i bambini palestinesi dei campi profughi per dare loro la stessa opportunità che avevo avuto io. Quando sono tornato in Palestina, nel 2002, durante la seconda Intifada, subito dopo l’invasione da parte dell’esercito israeliano a Ramallah, ho deciso di cominciare da solo, suonando per i bambini del campo profughi. E ho visto la stessa magia, che aveva acceso i miei occhi, illuminare quelli dei bambini dei campi profughi».
Così è nata la scuola Al Kamandjati (Il violinista)...
«Esatto. La scuola ha mosso i primi passi fra mille difficoltà fra cui quella di trovare gli strumenti musicali e soprattutto quella di allacciare contatti in Palestina, come all’estero, per trovare il supporto da dare al progetto musicale».
Le famiglie come hanno reagito al desiderio dei figli di imparare a suonare uno strumento?
«Inizialmente non capivano a cosa servisse la musica. Dicevano: ma perché imparare a suonare se l’unica cosa importante in un campo profughi è quella di riuscire a sopravvivere? Poi, come ogni genitore che desidera solo la felicità del figlio, quando vedevano la luce che si accendeva negli occhi dei bambini, erano felici e li spronavano loro stessi a partecipare attivamente».
C’era bisogno di spronarli?
Ramzi sorride: «Sì perché in un campo profughi la percezione del tempo è molto relativa. I bambini arrivavano a lezione con due ore di ritardo o magari con due di anticipo sempre per il fatto che l’unico tempo rispettato all’interno del campo è quello della sopravvivenza. Io vivo in funzione dell’ora in cui riuscirò a mangiare, ad esempio. E dunque adeguarsi a orari istituzionali per prendere parte a lezioni su qualcosa che esula dalla sopravvivenza del corpo - ma non dell’anima – non è stato sempre facilissimo».
Ci sono anche bambine fra le giovani promesse della musica?
«Certo, molte bambine, anzi forse sono più femminucce che maschietti».
Qualcuno di loro spera in una carriera da musicista?
«Decisamente sì. Dei 350 allievi delle scuole di musica che abbiamo creato in Palestina, fra venti selezionati otto hanno vinto concorsi importanti e iniziano a girare per fare concerti. Questo … fa capire a loro e alle famiglie come la musica, oltre a salvare l’anima, possa rappresentare una valida opportunità lavorativa per un futuro migliore… Stiamo cercando, malgrado le evidenti difficoltà che ci sono e ci saranno, di aprire scuole anche in Libano. Noi combattiamo contro i posti di blocco e le frontiere creati dall’uomo nella sua ottusità…».

Historia Augusta. La biografia del pettegolezzo (di Lidia Storoni)

Da una recensione di Lidia Storoni su “la Repubblica” del primo maggio 1984 intitolata Vita da Cesari, riprendo un brano, come informazione propedeutica all’intrigante lettura della Historia Augusta. (S.L.L.)
Un moneta dell'imperatore Numeriano (m.285)
Consapevole che la storia riguarda i popoli e la biografia gli individui, Plutarco, nella "Vita" di Alessandro, scrive: "io non faccio storia, scrivo delle Vite". Il successo editoriale delle biografie oggi è fortissimo, benché la storiografia autorevole neghi validità al genere e la letteratura lo ritenga spurio… i più sono del parere che la biografia fiorisce quando il pensiero storico decade.
E potrebbero citare, a sostegno di questa tesi, quella raccolta di vite degli imperatori che si chiama Historia Augusta e va da Adriano (117 d.C.) a Numeriano (285 d.C.): il seguito di Svetonio, che va da Cesare a Domiziano. Essa rappresenta in forma quasi esemplare la degenerazione della storia di vasto respiro in aneddotica scandalistica o panegirico o invettiva; non più storia come ripensamento fecondo, ma pettegolezzo.
In questa serie di ventotto ritratti, i connotati sono accentuati fino alla caricatura. Si tratta di uomini rozzi, feroci; militari eletti dalle truppe nei punti più esposti del dominio, nei momenti di maggior pericolo; incatenati al gravoso compito di proteggere l'impero dai barbari ai confini, dall' anarchia e dalle carestie all' interno; condannati a una esistenza brutale, a una morte violenta, senza mai avere il tempo di meditare sul passato o sperare in un futuro dal volto umano. Essi sono descritti nei particolari, osceni o atroci, della loro vita privata, ma non nell'attività politica: di Caracalla non si dice nulla sul famoso Editto che concesse la cittadinanza romana a tutti i sudditi; di Adriano non è colta l'impronta federalista che volle dare all' impero; il cristianesimo, pur alla vigilia del riconoscimento ufficiale, è nominato di sfuggita e non ne è valutato l'impatto sulla società del tempo…
Oggi, l'inattendibilità storica di questi profili non è più contestata: gli anacronismi lessicali e istituzionali sono stridenti; eppure, dove manca Dione Cassio, è la sola fonte che abbiamo sul II e III secolo. Nel commento alle Memorie di Adriano (Sous bènèfice d' inventaire, 1962), Marguerite Yourcenar osservò che in questa opera tutto è incerto: non solo le notizie, i documenti e le fonti, ma persino il nome degli autori e la data di composizione dei testi. Le dediche reverenti degli autori a imperatori che vanno da Diocleziano a Costantino, probabilmente pretendono fornire una data certa, tra il III e il IV secolo, alla composizione; ma l'uniformità ideologica e stilistica lascia sospettare che queste vite siano state scritte tutte insieme, in epoca posteriore, e da uno stesso autore. Può anche darsi che questi nomi non siano inventati; che Elio Sparziano, Giulio Capitolino, Flavio Vopisco, Volcacio Gallicano, Elio Lampridio e Trebellio Pollione abbiano effettivamente frugato archivi e Acta Diurna per comporre la storia degli imperatori; forse, come supponeva Mommsen, questa non fu composta di sana pianta più tardi, ma rielaborata, al fine di servirsene come manifesto politico e religioso, al servizio di determinati interessi.
Gli studiosi, immersi in colloqui, seminari e dibattiti sulla querelle, il giallo storico del secolo, riconoscono nella Historia Augusta un falso, compilato cinquanta o cent'anni dopo le date addotte, per raggiungere fini che ci sfuggono, all' indirizzo di destinatari non identificati.

Montalbán. Un incipit (di Maruja Torres)

In prima pagina, alla notizia della incredibile morte do Manuel Vasquez Montalbán, “il manifesto” pubblicò un articolo di Maruja Torres, il cui incipit davvero memorabile qui riprendo. (S.L.L.)
Manuel Vazquez Montalbàn a Barcelona
Ho appena letto la notizia sui principali giornali europei, la notizia di copertina, ma né i trucchi di Internet né le insolenti affermazioni radiofoniche, né il blablablà della tivù, né le telefonate dei miei amici o dei miei familiari, né le loro lacrime o le mie potranno convincermi del fatto che Manolo, il nostro Manolo, sia morto. Neppure quando lo trasporteranno (diranno che l'hanno trasportato, sono astuti) e lo mostreranno, qualora accada, accetterò che Manolo sia morto.
Perché lui stesso ebbe a domandarsi: «Le cose ci sono perché sono o sono perché ci sono?», rispondendosi: «Il movimento genera fantasmi di esistenze o lo spazio è solo paesaggio per la vita e la morte della materia» (Poema de Dardé).
E anche (in Ciudad): «...ma sarai libero solo arrivando a Memoria, la città dove abita il tuo unico destino», pertanto Manolo non può essere morto perché il mio paesaggio in alcun modo ammette tale eventualità e perché, nella città, paese, continente o pianeta chiamato Memoria, la sua esistenza non è un fantasma o un gioco di specchi creato da un insieme di movimenti, bensì la materia della quale si alimentano i migliori ricordi.

“il manifesto” 19.10.2003 

Parma. Il latte versato su una città (di Giancarlo Bocchi)

Giancarlo Bocchi è tra i documentaristi italiani più apprezzati. E’ autore, fra tanto altro, de Il ribelle, un film su Guido Picelli, il fondatore degli “Arditi del popolo”. Legatissimo a Parma, dove è nato, e alle memorie libertarie e antifasciste della sua città, ha scritto questo articolo amaro per “il manifesto” nel 2004, dopo l’esplosione del bubbone Parmalat. (S.L.L.)
1922. Le barricate di Parma

La visione di Parma come città felice e mito moderno del benessere, propagandata da un coro di industriali, banchieri, avvocati, giornalisti e anche intellettuali, si è rivelata all'improvviso come semplice operazione di facciata, deforme e al limite della rappresentazione pornografica. Il tanto elogiato «sistema Parma», dopo lo scandalo Parmalat, ha rivelato una città guidata spavaldamente da veri e propri Capitani di Ventura del libero mercato internazionale, seguiti da schiere di vassalli e cortigiani che da vent'anni hanno minato e spazzato via la vera cultura di Parma e della sua gente: lo spirito franco, libertario, antifascista. Quando trent'anni fa ho lasciato la mia città per esplorare altre culture e altri mondi, il lattaio di casa mia non era Callisto Tanzi. Era il signor Schianchi che aveva una piccola bottega bianca e azzurra a metà di via Digione in un quartiere dell'oltretorrente di Parma. Schianchi era burbero, faccia scolpita nella pietra, grembiuletto blu sul biciclettone nero per portare a domicilio il latte della «Centrale» comunale.
Il latte del signor Schianchi era una costante nella nostra vita di ragazzini vivaci e ribelli dell'oltretorrente: il mattino e la sera si faceva la zuppa di pane raffermo nel caffelatte. Non potevo immaginare allora che non avrei più potuto bere il latte del signor Schianchi e nemmeno conversare con Mario Malvisi, vicino di casa, un gigante buono che non poteva più camminare dopo le torture praticategli dai fascisti delle Brigate Nere con ferri roventi e punture di benzina ai reni. Anche a lui, primo comandante dei Gap, il signor Schianchi portava tutte le mattine il latte dentro le bottiglie panciute coi tappi di stagnola colorata. Gli portava il latte e conversavano.
Ero già lontano dalla città quando il signor Schianchi chiuse bottega e non potevo neanche lontanamente immaginare che Parma intera stesse subendo la stessa sorte: via il latte della Centrale e avanti col Latte dei Campioni Parmalat.
Ho capito allora che la vera Parma, quella dal grande cuore antifascista, coi suoi popolani schietti fino a essere spietati ma generosi e saggi, si stava dissolvendo. La Parma del dopoguerra diventava un ricordo: una città colta dove prosperavano case editrici e riviste internazionali, dove si realizzavano convegni, grandi mostre d'arte all'ombra di un teatro lirico che molti invidiavano. Una capitale del cinema che produceva idee e autori e affascinava artisti di tutto il mondo.
Le cronache di oggi narrano di un'altra città purtroppo irriconoscibile dove diventa persino facile accomunare la «banda del latte» alle bande del ventennio. Le vittime sono sotto gli occhi di tutti: cittadini, lavoratori, creditori, azionisti, risparmiatori. Gli autori dei misfatti targati «sistema Parma» si sono appropriati di una città (Parma-Lat, Parma-Tour ) per minarne non solo il nome e l'immagine in tutto il mondo per gli anni a venire, ma per affondarne l'anima, la cultura.
Parma era stata al centro dell'attenzione mondiale per il più grande sciopero del `900, quello dei contadini e dei lavoratori guidati dall'anarco-sindacalista Alceste De Ambris. Una lotta durissima durata settimane con i mezzadri che avevano incrociato le braccia, umiliati, affamati, derubati del latte e indebitati dallo strapotere degli agrari. La grande vittoria dei lavoratori di Parma fece avanzare i diritti del proletariato come non era mai accaduto prima in nessuna parte del mondo.
Nel `22 nelle strade dell'oltretorrente alcune centinaia di coraggiosi e temerari Arditi del Popolo, guidati da uno dei più straordinari personaggi della sinistra italiana, Guido Picelli, avevano respinto ventimila fascisti di Italo Balbo. Mussolini fu terrorizzato dal tracollo militare delle sue squadre, ma l'importanza dell'avvenimento non fu capita in campo nazionale da una sinistra divisa e litigiosa e si impedì a Picelli di costituire l'esercito proletario. Così Mussolini ebbe aperta la strada per la marcia su Roma e Picelli fu spedito al confino, non prima di essersi preso una personale incredibile rivincita. Il primo maggio del `25, sfidando da solo duecento deputati fascisti, innalzò sul parlamento una grande bandiera rossa.
Le nostre nonne ci raccontavano le storie dello sciopero dei braccianti e di Picelli, come favole, ma favole non erano e dentro di noi rimanevano e crescevano per produrre coscienza civile proprio quando la borghesia cittadina, una delle più pigre, cortigiane e decadenti dell'intero paese, fatta in larga parte di stupidi cultori della duchessa Maria Luigia e di Stendhal, stava cercando una rivincita.
Lo stesso sentimento questa borghesia lo manifestò all'indomani dei fatti della Resistenza, quando Parma si era distinta ancora una volta come sede di uno dei più forti movimenti di Liberazione dell'alta Italia. Basti pensare ai diecimila Partigiani (800 i morti), alle imprese della `47sima Brigata Garibaldi che aveva creato seri grattacapi al generale Kesserling e addirittura spaventato gli alleati inglesi, timorosi di una Rivoluzione Rossa a Parma. Gli inglesi sbagliavano. Invece di fare la rivoluzione, gli uomini della Resistenza ricostruirono una città devastata dalla guerra e, malgrado deprecabili errori (alcuni brutti palazzi, stravolgimento di vecchi scorci della città ), spinsero Parma ad aprirsi, a diventare parte del mondo e capitale di cultura internazionale. Ed era proprio questa apertura illuminante a infastidire i poteri forti del dopoguerra che volevano una Parma rinchiusa entro le mura di un'antica e anacronistica città ducale in cui massoneria, clero e industria, all'unisono, mostrassero potenza impaurendo, terrorizzando ed elargendo poi «cristianamente» elemosine e favori ai «sudditi» bisognosi eludendo ogni controllo esterno della società civile.
Altri esempi più recenti di una parte della città chiusa entro il fortilizio borghese ci arrivano dalle bande di fascisti armati, in gran parte forestieri, che giravano indisturbati in via Farini, centro di Parma, intorno alla sede del Msi. Parlo del `68, nel momento delle forti lotte studentesche al liceo «rosso» Guglielmo Marconi e di quando gli studenti universitari occuparono perfino il manicomio di Colorno. Oppure del `71 quando Vladimiro, giovane dell'oltretorrente dei «Capannoni» (così venivano denominate le case simili a grandi capanne fatte costruire da Mussolini alla periferia della città dove esiliare i popolani antifascisti) affrontò a mani nude questo branco di picchiatori fascisti che lo massacrarono di botte insieme ad altri due lavoratori. Ancora una volta Parma rispose con tre giorni di barricate e scontri che bloccarono la città. Ma non era finita. L'anno dopo dagli stessi elementi fascisti facilmente individuabili, prezzolati - non si sa da chi - (si indagò a fondo su questo fatto inquietante?) uscì il sicario che uccise Mario Lupo, un ragazzo di Lotta Continua. Altre barricate e assalto alla sede del Movimento Sociale. Fu tutto inutile.
I poteri forti lavoravano nell'ombra in quegli anni che vedevano la Salvarani (cucine), creata dal nulla da una famiglia di falegnami, fallire e i Barilla costretti a cedere l'industria alla multinazionale americana Grace. Con una differenza: i fratelli Salvarani, completamente abbandonati dalle cosidette istituzioni, impegnarono tutto il loro patrimonio per salvare la ditta senza riuscirci, Pietro Barilla si eclissò per molti anni dalla scena locale dopo aver portato i soldi in Svizzera. Già dagli anni 70 perciò si sentivano scricchiolii da tutte le parti. La classe politica locale venne spazzata via dalla prima tangentopoli italiana iniziata con la lenzuolata in piazza di una cittadina, Cristina Quintavalla che denunciava pubblicamente le ruberie di un assessore socialista all'edilizia, Alvau, in combutta con un imprenditore edile parmigiano, Ermes Foglia, presidente del Parma calcio del quale si diceva: «a Parma non si muove foglia che Ermes non voglia».
I vecchi dirigenti della sinistra si fecero da parte e lasciarono campo libero ai nuovi «mandarini», oscuri funzionari di partito, i quali si prodigarono in tutti i modi per gettare un ponte alla borghesia locale. L'abbraccio fu mortale. La Parma della cultura e del pensiero cambiò aspetto, si snaturò, si vendette a quelli che erano stati un tempo i nemici storici. Ed ecco uscir fuori come naturale prodotto dell'orribile pasticcio il lattaio Callisto Tanzi, il nuovo astro dell'imprenditoria cittadina grazie agli appoggi democristiani e ai sostegni del clero: Tanzi per anni mise a disposizione del cardinal Casaroli il suo elicottero privato. Ed ecco, di naturale conseguenza, proliferare i nuovi piccoli ras dell'Unione Industriali. Si racconta che in quei giorni «esaltanti» Ciriaco De Mita nei lunghi fine settimana arrivasse a Parma e, appassionato di scopone, giocasse a carte con Tanzi. Tra una partita e un'altra si decidevano i nomi dei politici che dovevano candidarsi a presiedere amministrazioni pubbliche e private.
Ma la politica, seppure quella dei pezzi grossi, non bastava a far quadrare i bilanci che cominciavano a traballare. Il «sistema Parma» abbisognava di polmoni grandi e forti per finanziare le perdite occulte di Tanzi e di tante altre «Parmalat» minori e quali polmoni se non quelli capienti e sicuri delle banche locali potevano correre in aiuto?
Ecco apparire sulla scena un piccolo commercialista addentro alle cose del tribunale fallimentare nonché agli affarucci dei prosciuttai di montagna. Si chiama Luciano Silingardi e viene inaspettatamente nominato presidente della Cassa di Risparmio di Parma, banca solida per tradizione. Silingardi pare un acrobata, architetta complessi marchingegni finanziari che porteranno a una baraonda di fusioni, cessioni e dismissioni tali da eliminare prima un Istituto rispettato come la Banca Emiliana, ad assorbire gioie ma soprattutto dolori della Cassa di Risparmio di Piacenza e infine ad acquisire il Credito Commerciale che aveva il merito di essere fortemente esposto con la Parmalat di Callisto Tanzi in odore di imminente tracollo già dagli anni `80 a causa della scarsa o nulla redditività dell'azienda e dai buchi creati da Euro tv. Ma il «sistema Parma», allargato alle sponde romane, provvedeva a nascondere la situazione creando un nuovo miracolo: la Parmalat venne salvata e quotata in borsa con conti sociali e modalità da brivido. E così si permise al cavalier Tanzi di fare altri 14 mila milioni di euro di perdite. Contemporaneamente la Cassa di Risparmio di Parma con buchi di alcune migliaia di miliardi di vecchie lire dovuti ad altre iniziative discutibili, veniva ceduta a Banca Intesa, operazione di cui il Silingardi andò fiero, fierissimo per lungo tempo.
Chi ha pagato il conto? I cittadini di Parma in quanto gli istituti di credito cittadini, proprietà dell'intera comunità, sono stati ceduti a gruppi bancari nazionali.
Alla luce del recentissimo crack Parmalat tanti misteri del passato e tante inchieste giudiziarie frettolosamente archiviate dovrebbero essere riaperte. Sono casi di corruzione e di intimidazione. I pochi che hanno avuto il coraggio di parlare sono stati puniti con il licenziamento, il carcere e perfino il manicomio criminale. E la tangentopoli , la «mani pulite» degli anni `90 ha solo sfiorato la città, un venticello leggero che doveva essere un uragano, lasciando misteri irrisolti e rilanciando le attività dei Capitani di Ventura e delle schiere dei vassalli.
Questa borghesia di nuovi lanzichenecchi, non contenta della ricchezza raggiunta, ha sferrato l'ultimo colpo per attuare il piano prestabilito: ha ucciso, dopo averla snaturata, la vera cultura della città, quella che affondava nelle radici della povertà di un popolo che era cresciuto conquistandosi a fatica il diritto di esserci e di valere. Secondo il «new deal» del «Parma system» essere poveri era un crimine. La nuova frontiera degli arricchimenti con affari sporchi iniziò a produrre su scala industriale eserciti di cortigiani pronti a servire come un tempo i padroni.
Ma la verità è dura da accettare. Monsignor Franco Grisenti, la mente finanziaria della Curia di Parma, e il vescovo della città cercano un «ripescaggio apostolico» di Tanzi riconoscendogli grandi meriti per la generosità nei confronti della Cattedrale e restauri del Battistero. Dopo «l'amarezza e il rincrescimento» della Curia sarebbe interessante ascoltare che ne dicono in proposito i creditori, gli azionisti e gli acquirenti dei junk bond della Parmalat.
O riascoltare le parole di grave biasimo di noti storici dell'arte per dei restauri, finanziati dalla banda del latte e dal «sistema Parma» che hanno portato i più grandi capolavori del Romanico e del Correggio a essere una pallida ombra di quello che sono sempre stati.
Lo stesso è accaduto per la Fondazione Magnani, nata da un lascito di grandi opere d'arte, case, aziende, gioielli, del musicologo Luigi Magnani. Dopo anni di mediocrità culturale e grottesche iniziative commerciali, oggi è prestigiosa sede di banchetti di nozze.
Oggi a Parma, che si ritrova tra le macerie come in un nuovo dopoguerra, si invoca un «Rinascimento». E' una parola. Chi dovrebbe promuoverlo? Gli intellettuali e i gruppi culturali locali che ricevevano elargizioni dai banchieri, dai Silingardi e dai Gorreri? Ideologo del Rinascimento si è proposto il sindaco Elvio Ubaldi, giunta centro-destra e in passato vicesindaco centrosinistra, che ha avuto l'incarico di chiedere le dimissioni dei ras locali.
Pare di capire che il nuovo progetto del «sistema Parma» non sia quello di un «rinascimento», ma piuttosto di una nuova «restaurazione», visto che i capibanda più esposti stanno lasciando il posto si loro «vice».
E' difficile accettare che personaggi che avevano trovato il sistema di trasformare il piombo in argento non si accorgano che l'argento non è più argento, ma piombo.
Certamente qualcuno ha fatto di tutto per mascherare e rallentare l'agonia dell'azienda di Collecchio a danno di azionisti e risparmiatori e questo qualcuno deve ancora essere smascherato. A Parma arriverà l'Authority dell'alimentazione, l'unica piccola vittoria del semestre berlusconiano all'Ue, e la si attende come la panacea di tutti i mali. Un arguto e anziano cittadino butta lì addolorato una sentenza: «Ma quale Authority... qui ci vorrebbe il tribunale dell'Aja e l'amministrazione dell'Onu come in Bosnia e nel Kosovo».
Ecco. Saprà Parma superare questa «balcanizzazione» fatte da bande e da clan che si sono appropriati e spartiti la ricchezza delle Istituzioni e della città? Saprà risorgere e ritrovare le vere radici della sua storia civile?
Sono in molti a guardare con ansia il sopito torrente che divide in due la città, due mondi, due colori: il rosso e il nero. Nel passato lo spirito libertario della città si è identificato in questo torrente che improvvisamente gonfiava e spazzava via inesorabilmente agrari e fascisti, poteri occulti e politici corrotti.
Il torrente per ora scorre placido e tranquillo.

"il manifesto" 10.02.2004

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