30.9.11

Melania Rizzoli (Pdl) alla Camera: "Gli oroscopi non ci prendono più!"


«Gli oroscopi non valgono più niente. Oggi non si nasce più quando si deve nascere, ma quando lo decide il medico. Infatti nessun bambino nasce più di notte né durante il week end, ma per cesareo dal martedì mattina al giovedì sera. Uno non nasce sotto il quadro astrale che hanno scelto per lui le stelle, ma sotto quello scelto dal ginecologo. Ecco perché gli oroscopi non ci prendono più, è tutto falsato».

Postilla
Ieri, 29 settembre, Mattia Feltri, nella rubrica “Paesi e Buoi” sulla Stampa, riprendeva la dichiarazione sopra riportata che la deputata PdL Melania Rizzoli, medico, ha fatto alla Camera il 28, proprio nel giorno della mancata sfiducia al ministro Francesco Saverio Romano, indagato per mafia. Il commento – acido - del giornalista è stato: “Persa la fiducia nello Zodiaco, ci rimane quella in Romano”. (S.L.L.)

Rappresaglia! 1861: i bersaglieri dei Savoia peggio della Wermacht.

Molto opportunamente per i 150 anni dell’Unità d’Italia “La Stampa” ha affidato a Maurizio Lupo, un giornalista capace di una efficace divulgazione storica, un quotidiano riquadro, ove si ricorda un evento accaduto esattamente 150 anni prima. La rubrica si intitola “Accadeva il…”.
Nella prima metà di agosto molti pezzi sono stati dedicati alla guerriglia borbonico-contadina antiunitaria e alla feroce repressione guidata dal Cialdini. Una delle pagine più nere e orribili è la rappresaglia ordinata dal generale contro i paesi di Casalduni e Pontelandolfo che si erano ribellati e avevano poi favorito l’uccisione di quarantuno militi sabaudi. A giudicare dalle testimonianze riportate (e confermate in molti accurate indagini di storici) diedero prova di maggiore barbarie i piemontesi nella conquista del Sud che non i militari del III Reich nella guerra mondiale. Qui riporto due articoli del 12 e del 13 agosto. Nel primo si dà conto della preparazione, anche “psicologica”, dei soldati piemontesi, nel secondo si parla del “tremendo castigo” inflitto. (S.L.L.)

Accadeva il 12 agosto 1861
Per Casalduni 900 giustizieri 
Il maggiore del Regio Esercito Carlo Melegari lunedì 12 agosto 1861 viene convocato dal generale Maurizio De Sonnaz a Napoli. Su ordine del generale Cialdini, comandante di tutte le truppe italiane nel Mezzogiorno, gli affida la guida di 400 bersaglieri. Dovranno marciare su Casalduni, nel beneventano, dove la popolazione locale, affiancata da ex militari borbonici, ha massacrato 41 soldati sabaudi. Una seconda colonna di 500 uomini è affidata «al tenente colonnello Negri», la cui identità oggi è ancora controversa. Certo però il suo compito: puntare su Pontelandolfo, paese poco distante, dov'è incominciata l'insurrezione. Melegari e Negri sono informati che «il Generale Cialdini desidera una punizione esemplare». Agli uomini della spedizione viene detto che vanno a «fare giustizia». Sono letti loro i giornali che parlano di «atti della barbarie più feroce» compiuti dagli insorti sui loro commilitoni: «Mutilazioni, lapidazioni, soffocazioni, squartamenti, abbruciamenti». Si carica così la rabbia che animerà uno degli eccidi più odiosi compiuti in nome dell'Italia. Il movimento delle truppe non sfugge agli insorti borbonici. Le cronache governative dell'epoca dicono che, in previsione dello scontro, provvedono allo sfollamento dei paesi che saranno investiti dal «tremendo castigo». «Qui è rimasto - spiegano - chi ha scelto di resistere». Sarà la tesi per giustificare la totale distruzione delle due comunità ribelli.

Accadeva il 13 agosto 1861
Alle fiamme i paesi ribelli 
E' pronto «il tremendo castigo» da infliggere ai comuni di Pontelandolfo e Casalduni (Benevento). Il generale Cialdini vuole che paghino il massacro di 41 soldati italiani, uccisi nelle due comunità ribelli, occupate da bande filoborboniche. Il maggiore Carlo Melegari la sera di martedì 13 agosto 1864, con 400 bersaglieri, circonda Casalduni. Il tenente colonnello Negri con altri 500 uomini cinge Pontelandolfo. L'assalto in tarda notte. Le prime luci dell'alba il 14 agosto illumineranno un massacro. Il piano è semplice: chiudere tutte le uscite dei paesi, aprire fuoco di copertura, quindi incendiare le case, salvo quelle poche dei filo-governativi, segnalate da infiltrati. Al divampare delle fiamme, quando gli abitanti escono per sfuggire al rogo, vengono abbattuti. Così descriverà la strage il tenente Cariolato, presente all'assalto di Pontelandolfo: «Subito abbiamo iniziato a fucilare, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l'incendio al paese, di 4.500 abitanti. Quale desolazione... non si poteva stare d'intorno per il gran calore; e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l'incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava». Quante le vittime? Il giornale «Il Popolo d'Italia» ne conta 146. Altre fonti, consultati i «libri dei morti» delle parrocchie, ne annoverano 900.

I nuovi contadini (di Luca Piccin - da "Geograficamente")

Nel sito “Geograficamente” ho letto la recensione di un libro (non nuovissimo, 2008 edizione inglese, 2009 edizione italiana) che per il tema, l’attenzione suscitata, le argomentazioni sviluppate, mi pare importante: I nuovi contadini di Jan Douwe Van Der Ploeg, Donzelli. La recensione, di Luca Piccin è svolta da specialisti in un sito specializzato, ma basta qualche passaggio a dare conto dello spessore problematico del libro. (S.L.L.)
Jan Douwe Van Der Ploe
Jan Douwe Van Der Ploeg è più che un sociologo rurale; forte di un’esperienza più che trentennale in diverse parti del mondo, questo ricercatore olandese dell’università di Wageningen coordina attualmente diversi progetti europei di ricerca…
Jan Douwe Van der Ploeg analizza la situazione, il ruolo e il senso dell’agricoltura contadina in un contesto di globalizzazione, in particolare quello degli “imperi” dei mercati agricoli e delle multinazionali dell’agro-industria. L’autore difende l’esistenza di una condizione contadina caratterizzata dalla lotta per l’autonomia, attraverso l’autogestione di risorse condivise e le iniziative associative. Questa condizione contadina conduce a adottare o adattare un modo di produzione contadino che è fondamentalmente diverso da quello dell’impresa agricola o dell’agribusiness. L’argomentazione si basa su tre studi longitudinali (su 30 anni) in Perù, in Italia e nei Paesi Bassi, che offrono un materiale originale in situazioni contrastate in materia di sviluppo rurale e di evoluzione delle strutture agrarie.
Con grande efficacia, J. D. Van der Ploeg mostra come le agricolture familiari del Nord e del Sud confrontate alla dipendenza crescente di mercati globalizzati adottano o riattualizzano delle forme di resistenza o di distanziazione dalla logica produttiva capitalista. Il nuovo Impero è costituito, tra le altre cose, dalle imprese transnazionali che praticano un capitalismo selvaggio, predatore di risorse naturali e per lo meno aggressivo, anche nei paesi industrializzati (per esempio le relazioni dei produttori con le grandi centrali d’acquisto delle reti di ipermercati). Queste diverse pratiche di resistenza caratterizzano secondo l’autore, un processo di ricostruzione contadina o “ri-contadinizzazione”, anche nei paesi europei industrializzati, laddove le società contadine sono scomparse da tempo.
D’altronde, Van der Ploeg considera che questo processo costituisce una delle alternative alle crisi economiche, sociali, alimentari ed ecologiche alle quali conduce inevitabilmente la globalizzazione capitalista dei mercati e dei sistemi di produzione agricoli. Van der Ploeg insiste sul bisogno di una definizione positiva e sostantiva dei contadini, in funzione di quel che effettivamente sono e non “di quel che non sono”.
Egli propone una definizione della condizione contadina, definita da sei caratteristiche : una relazione di coproduzione con la natura (pag. 24) ; la costruzione e l’autogestione di una base di risorse autonoma (terra, fertilità, lavoro, capitale) (pag. 25) ; una relazione differenziata con dei mercati diversificati che autorizza una certa autonomia (pag. 27) ; un progetto di sopravvivenza e di resistenza legato alla riproduzione dell’unità familiare (pag. 30); la pluriattività ; la cooperazione e le relazioni di reciprocità (pag. 48).
Il principale interesse dell’opera è che a partire da questa riflessione teorica e metodologica critica, Van der Ploeg arriva a costruire i fondamenti di un principio contadino ...  Van der Ploeg oppone la continuità e robustezza dei sistemi contadini alla fragilità o alla precarietà del sistema degli imperi agroindustriali che in qualche decennio sono riusciti a distruggere una grande parte delle risorse naturali agrarie del nostro pianeta. L’autore mostra come l’Impero Parmalat distruggeva ugualmente il valore del lavoro contadino e il valore aggiunto delle cooperative o delle agro-industrie di taglia umana.
Tra le risposte “nuove” (novelties) o moderne, il principio contadino annovera delle innovazioni tecnologiche di natura contadina come l’agroecologia o di natura istituzionale come le cooperative territoriali in Frisia, le reti di semi contadini, o i mercati contadini. Si tratta di iniziative “solidali” che danno visibilità ai contadini (creano reputazione e prestigio, come nel caso dei dispositivi di qualificazione geografica dei prodotti) al contrario delle strutture dell’Impero che li mantengono anonimi, invisibili e sfruttati.
Il principio contadino è ugualmente associato alle performances superiori del modo di produzione contadino rispetto a quelle dell’impresa agro-industriale in termini di efficacia di utilizzazione delle risorse (acqua, terre, lavoro), di relazione natura/società, di qualità dei prodotti, di qualità della vita e d’integrazione o d’inclusione sociale (cf. casi citati – pag. 276 e seguenti).
Infine, per quel che riguarda la  forma, questo libro è scritto come un romanzo sfaccettato, in cui ogni capitolo  racconta una storia, quella di contadini, d’imprenditori e d’imprese, a cui si  aggiungono delle analisi lucide e brillanti, illustrate de numerosi dati e testimonianze di attori, oltre che a una bibliografia che attinge ad autori di ogni dove, dall’Olanda all’America Latina, senza dimenticare l’Italia. 

29.9.11

I vecchi e i giovani (da "micropolis" settembre 2011)

I vecchi e i giovani, che Pirandello pubblicò in volume nel 1913, era nelle intenzioni il romanzo del fallimento dell’Italia unita, del suo progressivo piombare nella palude del carrierismo e dell’affarismo. I punti di vista scelti dall’autore sono la Sicilia percorsa dal movimento dei Fasci operai e socialisti e dalla sanguinosa repressione crispina e la capitale degradata e corrotta, ove i fasti della Roma bizantina cantata dal D’annunzio, dopo lo scandalo della Banca romana, lasciano posto a un diffuso, disperato squallore. Gli storici della letteratura considerano il libro una regressione a moduli naturalistici, ma recenti letture (di Telara, per esempio) ne esaltano la capacità di raccontare l’Italia agli Italiani, non solo quella di ieri ma quella di oggi.
Sono d’accordo. Il titolo nel romanzo contrappone la generazione risorgimentale che ha digerito gli ideali e molto altro alla nuova, inquieta e insofferente al vecchiume, ma (con poche eccezioni) non meno vuota di idee e passioni autentiche, ma ben s’adatta all’Umbria e all’Italia d’oggi: a Pirandello, per esempio, rimanda una bizzarra polemica sul “Corriere dell’Umbria” in questo settembre di sfascio.
Il giornalista Petrollini vi ha pubblicato il 13, sotto il titolo Io Rita vi dico che… , un articolo volutamente ambiguo: un’intervista all’ex presidente della Regione, resa credibile dalle prudenze e distinguo, cui è poscritta la rivelazione che il colloquio è inventato, ma che le risposte potrebbero essere vicine alla verità, benché la donna politica continui a tacere.
La Lorenzetti dell’intervista nulla dice di scandaloso; anzi, per essere precisi, non dice nulla di nulla, se non che avrebbe voluto il terzo mandato per fare le riforme e che è un po’ delusa dai “giovani”, i quali mettono tra i rifiuti anche il buono ereditato.
A questo brodino tenta di aggiungere sapore il giovane Cernicchi, assessore al Comune di Perugia. Si schermisce (“non sono un rottamatore”) dichiara di rispettare le cose buone del passato, ma aggiunge: “Se Lorenzetti davvero pensasse quel che Petrollini inventa, io le direi…”. Con questo artificio prosegue sulla linea del “dire e negare”, fino a un finale d’altri tempi, a sorpresa: “unità, unità, unità”.
Questa polemica, a mezzo tra il vero, l’inventato e l’ipotetico e senza dentro uno straccio di idea, è segno di degrado: è prassi deteriore del ceto politico regionale come nazionale, di destra come di centrosinistra, ricorrere a criptiche allusioni vagamente minacciose che hanno come orizzonte le carriere, le cordate, le camarille. L’impressione che scaturisce da questo ambiguo dialogare di giornalisti e politici è – come nel romanzo pirandelliano – di una classe dirigente inetta e arrogante, serrata nei privilegi e nella presunzione d’intoccabilità, impregnata di clientelismo. A fronte di essa una cittadinanza esausta e disillusa, fiaccata dalla crisi, con gli strati popolari senza rappresentanza e speranza.
In questo rotolare giù del ceto politico scaturito dal Pci, in questo suo progressivo assimilarsi ai trasformisti dell’Ottocento, ai dorotei della Dc, io vedo la conseguenza della scelta (connessa alla svolta di Occhetto, ma per molti aspetti preesistente a essa) di un partito non più classista, non più di parte, ma capace di volare alto tra valori e progetti per tutti. Il liberale e borghese Gobetti soleva dire che dalla classe operaia e dalla sua autonoma partecipazione politica veniva all’Italia un principio di riforma etica. Era il principio del lavoro che socialisti e comunisti vollero a base dell’Italia repubblicana e democratica. Da quando i craxisti del Psi e poi gli apparatniki del Pci decisero di non dovere rendere più conto agli operai e ai lavoratori, ma solo ai cittadini elettori, la bussola è il consenso comunque ottenuto; ma se la lotta politica non è più lotta di classe, facilmente diviene lotta personale, di gruppo o di generazione per il potere, il privilegio e l’arricchimento.
E diventano più vere che mai le tragiche affermazioni del Pirandello de I vecchi e i giovani. Come questa: “Mangia il Governo, mangia la Provincia; mangia il Comune e il capo e il sottocapo e il direttore e l’ingegnere e il sorvegliante… Che può avanzare per chi sta sotto terra e sotto di tutti e deve portar tutti sulle spalle e resta schiacciato?”.

In miniera! (da "micropolis" novembre 2006)

F.M., cronista de “Il Messaggero”, riporta una dichiarazione del sindaco Chiacchieroni, a margine di un convegno sugli intellettuali svoltosi a Marsciano: “Stiamo lavorando duro per valorizzare la figura di Salvatorelli”. Non sapremmo dire se siano le parole testuali del sindaco o se sia l’enfasi del giornalista. Certo è che da parte dell’uno o dell’altro o di tutti e due il lavoro duro non si sa dove stia di casa.

Dalla rubrica "Il Piccasorci"

Vendola a Ramazzano Le Pulci: un comizio del Pci.

Avevo espresso su fb un forte malessere per il fatto che alla festa regionale umbra di Sel, a Ramazzano Le Pulci, una frazione di Perugia, avessero scelto per l’intervento di Vendola la formula spettacolare dell’intervista, cosa che mi pare un malvezzo.
La mia lamentela ha riscosso consensi fra gli antipatizzanti del presidente pugliese, che non mancano in nessun ambiente, ma Vendola l’ha bellamente scavalcata. Nella sera di sabato 24 ha tenuto praticamente in non cale le domande del vicedirettore del “Sole 24 Ore”, riservando poco più di qualche battuta a Casini e alle altre questioni di cucina politica, e ha invece rivolto il discorso al suo popolo, un discorso d’altri tempi a un popolo d’altri tempi: “compagne e compagni”.
La sorpresa è stata grande: il “narcisista” Vendola che sottolineava il “noi” contrapponendolo all’“io”, ove il noi non era – ovviamente - la modesta area dei militanti e simpatizzanti Sel o dell’intera frammentata sinistra residua, ma un popolo che egli sente ampio e plurale, e che forse lo è.
L’eloquio di Vendola è sempre fine e non è mancata una sacrosanta stoccata contro la volgarità e contro il parlare per slogan aggressivi e sciatti (tipico della destra, ma anche di Grillo e, un po’, anche di Di Pietro), ma non c’erano nel suo dire i ricorrenti voli poetici. All’osservazione dell’interlocutore “Non ha mai usato la parola racconto” ha replicato “Mi autocensuro”.
Forse era vero. Vendola è un politico di razza e capiva che non stava parlando ai giovani “desideranti” delle fabbriche di Nichi, due o trecento su tremila e più presenti, ma al popolo del Pci, alla gente di quelle frazioni dell’area Nord di Perugia, eredi delle lotte mezzadrili, che erano la forza del Pci e restano la forza elettorale del Pd e della sinistra, ma che oggi non si ritrovano in nessun partito e cercano un punto di riferimento, una guida. A Ramazzano sono arrivati in buon numero, da quarant’anni in su, spesso in gruppi familiari, hanno mangiato la torta al testo e si sono seduti sulle seggiole bianche di plastica (ne occupavano 2200) ad ascoltare Nichi. E non sono rimasti delusi.
Vendola ci ha tenuto a presentarsi come un figlio del partito e in un passaggio, maliziosamente scavalcando la sua stessa autocensura, ha ricordato. “Mi sono iscritto alla Fgci nel 1972. Qualche anno dopo mi toccò di incontrare Natta, che nella segreteria si occupava della scuola. Volli andare a ripassarmi il latino, per non fare brutta figura. Nel Pci c’erano uomini come Natta, come Tortorella, come Pecchioli, che davano al partito una forte impronta pedagogica: non si poteva parlare a vanvera, senza prima aver studiato a fondo le questioni. Il Pci era una grande scuola”.
Questa impronta pedagogica si è notata in tutto il comizio (perché di questo in realtà si trattava), un comizio del Pci, somigliante a quelli che, in chiusura delle feste nazionali dell’Unità, teneva Berlinguer. Il fantasma del Berlinguer – del resto – aleggiava non solo nell’atmosfera, nel pubblico, ma anche nel discorso, anche non citato. Un applauso grande è scoppiato quando Vendola, parlando degli scandali Pds-Pd che percorrono anche l’Umbria oltre che il circondario milanese, non si è limitato a parlare di “mariuoli” (come Craxi per Mario Chiesa) o di “mele marce” come ha fatto la Bindi a Perugia l’indomani, ma di un sistema diffuso, fondato sul rapporto politica-affarismo, e ha chiesto “pulizia”.
Il Vendola che parlava, d’altra parte, non è sembrato mai il leader “fru-frù” di cui taluni parlano, ma nella tradizione di Berlinguer e degli altri dirigenti comunisti usava il tono grave e preoccupato – un po’ da prete di campagna - dei momenti duri. Spiegava le origini della crisi nel dominio del capitalismo finanziario. Denunciava le sofferenze dei lavoratori colpiti nei redditi e nei diritti e la profonda immoralità del sistema Marchionne. Metteva in chiaro l’equivoco della parola “riformismo” che ha accomunato destra e sinistra: “Dicevano riformismo, intendevano liberismo”. Nella condanna del “berlusconismo” non si è fermato al “bunga bunga” ma lo ha visto come brutale riscossa di tutti i poteri forti, da quello del denaro a quello maschile e patriarcale a quello razziale eccetera: una vera e propria rottura del vincolo sociale; e ne ha mostrato il nesso con tanta altra destra europea che forse irride Berlusconi, ma che ha lo stesso feroce orientamento nella distruzione di diritto e di diritti. Ha cercato di ridare nuovo senso alla opzione delle “primarie”, considerate non solo scelta del leader, ma discussione ampia e partecipata alla base sugli orientamenti politici e programmatici di un centrosinistra davvero nuovo, in cui la sinistra possa avere un ruolo di traino. E ha illustrato con pazienza le linee programmatichedi fondo della nuova coalizione che spera di guidare alla vittoria. Un programma che io definirei “classicamente riformista”.
Il riformismo di Vendola è classico perché primariamente “redistributivo”: visto che oggi si distribuiscono più che altro i costi della crisi egli parla di patrimoniale per indicare chi soprattutto deve pagare, nominando quelli che hanno tratto alti redditi e costruito cospicui patrimoni dalla stagione neoliberista. Ha citato per questo un libretto di Luigi Einaudi in favore della “imposta patrimoniale”, secondo un artificio retorico caro al Pci che sovente cercava ragioni nelle intelligenze della parte avversa (Togliatti e Sereni, ad esempio, non disdegnavano le citazioni di Croce). Ma Il riformismo di Vendola è classico anche perché “statalista” o comunque “pubblicista”: il programma di sviluppo che enunciava a Ramazzano richiede, se non una organica programmazione, un forte intervento pubblico. Ha parlato, infatti, di “beni comuni”, di nuove energie, di trasporti pubblici, di agricoltura di qualità, di riconversione verso il restauro e riqualificazione dell’industria delle costruzioni e di tante altre cose. Insomma un Vendola ai miei orecchi imprevisto, ma di certo gradito a quel pubblico che vi risentiva il pedagogismo del Pci, quello che ambiva a spiegare con esempi concreti la politica economica ai lavoratori e ai cittadini comuni. Mi fermo qui.
C’è tuttavia nel suo discorso più di un buco e uno molto grande, che riguarda l’analisi della fase internazionale (cosa che nel Pci non mancava mai). Capiamo che è difficile: il campo socialista non c’è più, il più grande partito comunista del mondo (100 milioni di iscritti) spinge in avanti un capitalismo rampante e include i miliardari tra i propri altri dirigenti, il riformismo di Obama è una delusione e non alieno da tentazioni belliciste, i regimi populisti e nazionalisti a partire da quelli mediorientali hanno tratti autoritari e talora odiose e feroci politiche sessiste. Insomma è molto difficile ritrovare – come faceva il Pci – un campo di forze di progresso antimperialiste a cui - seppure criticamente - collegarsi. E tuttavia è un po’ deludente il limitarsi – come ha fatto Vendola – a indicare come tema principale l’unità politica dell’Europa senza un giudizio chiaro sulle scelte internazionali degli Stati Uniti. Sulla Libia per esempio non ha detto una parola (speriamo ne parli a Roma il primo ottobre). Solo indirettamente ha preso le distanze dall’interventismo "bombardiero", chiedendo una forte riduzione delle spese militari. E’ cosa importante per chi aspira a fare il presidente del Consiglio, in un paese che, pur in crisi, impegna molte risorse per le armi e la guerra, ma non sostituisce l’analisi che non c’è.
E qui si innesta il mio dubbio un po’ distruttivo, da vetero-marxista. Esistono in questo contesto planetario oltre che nazionale i margini per una politica riformistica? A me molte cose dicono di no ed ho perfino l’impressione che l’imperialismo occidentale abbia deciso una stretta autoritaria oltre che sociale e una guerra generale. Non ho certezze e vorrei che Vendola mi convincesse con buoni argomenti che esiste davvero una prospettiva di pace e di progresso per l’Italia e il mondo; ma fino ad oggi tace. Non può tacere sempre.  

La mutazione genetica del Pci negli anni 80. Il punto di non ritorno

Quando si può fissare il momento in cui il Pci, che statutariamente si definiva “il partito della classe operaia e di tutti i lavoratori”, fu, nel grosso dei suoi gruppi dirigenti e dei suoi quadri attivi, pronto a uscire da sé e dalla sua storia, a tentare l’avventura di un’altra identità aclassista, di tipo valoriale? Quando ci fu il tourning point, il punto di svolta e di non ritorno?
La trasformazione del partito cominciò certamente al tempo di Berlinguer, nel triennio dell’unità nazionale, quando i comunisti meno giovani cominciarono a godere le gioie del potere e del sottopotere da cui a lungo erano stati esclusi. Ma fu soprattutto il tempo in cui in tutti i paesi e le città le sezioni pullulavano di nuovi comunisti, di estrazione borghese o piccolo borghese o di estrazione operaia.
Da una parte venivano al Pci non pochi giovani “intellettuali di massa”, insegnanti, medici, ingegneri, architetti, laureati in legge, in economia, aspiranti giornalisti, studenti, tutti affascinati dalla prospettiva che, nell’accesso del Pci all’area di governo, si aprisse lo spazio per una nuova generazione di politici pronta a scendere in campo. Liberi e disponibili questi nuovi comunisti entravano in massa nei direttivi e nelle segreterie delle sezioni, promossi in massa segretari di sezione o assessori, valorizzati nelle strutture di governo, sperimentati come dirigenti nelle organizzazioni di massa, il sindacato, le associazioni professionali della sinistra.
Questo processo di “trasformazione molecolare” si vide poco perché, in parallelo, sull’onda dell’autunno operaio del 1969 e della crescita della forza operaia e del lavoro nel movimento sindacale, nelle sezioni si notavano altre presenze nuove, di operai e lavoratori più giovani, che tentavano di esercitare nel partito il proprio ruolo di avanguardia di classe. I vecchi operai comunisti andavano in sezione per denunciare le malefatte padronali e democristiane, ma il più delle volte la linea –– docilmente - se la facevano spiegare dai dirigenti, in un rapporto fideistico con il Partito. I nuovi operai del Pci no, c’era anche tra loro l’esigenza di “protagonismo”.
Tra il primo gruppo e il secondo gruppo di nuovi comunisti si realizzò – com’era nelle cose – una dialettica, fatta insieme di conflitto e di omologazione. Più spesso fu il giovane operaio ad assumere come modello il suo coetaneo “intellettuale” e a scegliere la carriera. Si ampliavano le strutture sindacali, il Pci entrava nel governo di molti comuni, crescevano le cooperative: insomma si offriva a molti una più ampia possibilità di uscire dalla condizione operaia. Fino ad allora – fatta la tara per quelli che, dopo appropriata formazione alle Frattocchie o ad Ariccia, erano diventati funzionari del Pci, del Psi e della Cgil - il modo più diffuso per uscire dalla condizione operaia era “mettersi in proprio” e molti tra i più abili, i più intelligenti l’avevano praticato. Ora un altro modo di offriva a tanti: “andare in giro con l’agenda”. Con questa caratterizzazione i lavoratori che continuavano a faticare per tutto l’orario contrattuale indicavano il loro compagno che si sottraeva in tutto o in parte al proprio compito di un tempo, facendo il sindacalista, l’assessore, il consigliere comunale con permesso retribuito.
Mentre tutto ciò accadeva, in parallelo, nel triennio dell’unità nazionale (1976-79) cominciava, a poco a poco, uno scollamento dal partito della tradizionale base operaia e popolare, che pur senza assumere ancora i caratteri di una verticale frattura, si accentuò negli anni successivi. Se ne avvide Berlinguer che parlava di “mutazione genetica” del Psi craxista, abbandonato nella militanza dai “vecchi socialisti” di estrazione operaia, artigiana e popolare, dava spazio ai “rampanti” e agli “emergenti”, ma vedeva come anche nel suo partito un processo analogo si fosse aperto. La proclamata “diversità comunista” come la presenza di Berlinguer davanti ai cancelli della Fiat in un drammatico passaggio del 1980 erano tentativi di arginare la mutazione genetica del Pci.
Dopo la sua morte arrivò il punto di non ritorno. Non so indicare una data e una circostanza precisa, ma quasi dappertutto, le sezioni Pci, nel corso degli anni Ottanta, smisero di organizzare le riunioni dopocena. Prima se ne faceva praticamente una ogni sera: attivi, assemblee generali, riunioni di categoria. Spesso si andava a fare riunioni di caseggiato, nei quartieri operai o nelle frazioni mezzadrili. Dopo Berlinguer riunioni serali e notturne, se ne fecero sempre meno e perfino gli Attivi e le Assemblee degli iscritti non si fecero più dalle 21, nel dopocena, ma nei pomeriggi dalle 17. Che non vi potessero partecipare tanti lavoratori che lavoravano non era considerato importante, tanto già ne venivano pochi. L’abitudine delle appassionate discussioni notturne permaneva in isole di forte insediamento, specie a base contadina, ma anche lì era contrastata come un residuo del “vecchio”.

Piombino anni 50. Una riunione di caseggiato del Pci.
Senza un ordine preciso, ma come una reazione spontanea, diffusa, nei primi leggendari mesi della “rifondazione comunista” di Sergio Garavini, assemblee e attivi comunisti del dopo cena tornarono a guastare la digestione di alcuni. Ma l’usanza durò poco. Fino all’arrivo di Bertinotti, più o meno. 

28.9.11

Le scienze e il caso (di Enrico Bellone)

Su “Le Scienze” n.468 di agosto 2007, Enrico Bellone, in un suo breve intervento, ragiona dei fondamenti della biologia e delle questioni culturali che vi si connettono. Senza toni aggressivi l’articolo denuncia argomenti e pericoli di un nuovo oscurantismo. Lo posto anche per ricordare Bellone, scomparso in aprile, una grande figura di scienziato serio e schivo e di problematico divulgatore di scienza anche nel suo ruolo di direttore della versione italiana di “Scientific American”. (S.L.L.)
Enrico Bellone
Se dite che il nostro pianeta ospita moltissime forme di vita, nessuno solleva dubbi. I dubbi invece s'affollano quando si cerca un significato del termine «vita», o si discute di come la «vita» abbia avuto origine e si sia evoluta. Quante persone potrebbero condividere la tesi di Richard Dawkins secondo cui la «vita» sarebbe emersa quando accidentalmente si formò una qualche molecola dotata della capacità di generare copie di se stessa in un ambiente variabile.
Lo scarso consenso culturale attorno a questo punto di vista - o ad altri più o meno simili - dipende da due fattori. Il primo nega che la «vita» sia un problema di chimica, e il secondo dice no all'ipotesi che la vita - e quindi l'uomo - sia il frutto del caso. Tornerò in chiusura sul problema del caso: ora mi preme far notare al lettore che sulle frontiere della ricerca si stanno comunque affacciando nuovi indizi sulle origini delle forme viventi e sulla loro evoluzione.
Indizi nuovi, certo. Nell'articolo Le origini della vita, Robert Shapiro espone alcune interessanti critiche alle tradizionali teorie centrate sulla genetica, e sostiene i pregi di linee di ricerca alternative. Suggerisce di non concentrarsi solo su DNA o RNA, ma di prestare più attenzione alla termodinamica di molecole di piccole dimensioni. Forse queste ultime sono state in grado di formare isole primordiali di vita, capaci di evolvere lungo direttrici diverse e di competere per le materie prime presenti nell'ambiente.
L'appello alla termodinamica è quasi ovvio, nella prospettiva di Shapiro: un aggregato di molecole è «vivo» se costituisce «un'isola» in cui si realizza, localmente, una crescita dell'ordine. Ipotesi ardite e poco tradizionali, come si vede, ma sempre collocate in una concezione darwiniana che vorrebbe tener conto anche delle possibilità di vita al di fuori della Terra.
E qui le righe di Shapiro si legano a quelle che Sushil Atreya dedica a Titano, il maggiore dei satelliti in orbita attorno a Saturno. Un legame sottile, che ci fa vedere come sia ragionevolmente analizzabile la congettura in base alla quale il metano esistente su Titano - su Marte, o sulla Terra - ha origini biologiche. Il che rinvia a ipotetici aggregati molecolari della vita, basandosi non solo su problemi tradizionalmente riferibili al DNA o all'RNA, ma a precursori più elementari delle molecole biologiche vere e proprie.
Il caso è sempre protagonista in queste vicende, e, come è noto, riguarda anche l'origine di noi umani. Come argutamente scrisse Jacques Monod, insomma, «il nostro numero è uscito alla roulette». Ma molti sollevano un'obiezione: come è possibile pensare davvero che l'azione del caso abbia prodotto sia i batteri sia Shakespeare? Stiamo attenti: ciò che nel senso comune rinvia al caso, in matematica rinvia invece al calcolo delle probabilità. E nulla di irrazionale o di disumano risiede in quest'ultimo.
È passato più di un secolo da quando si è capito sino in fondo che il calcolo delle probabilità è un capitolo razionale della matematica, e che, di conseguenza, non si compie alcuna rinuncia conoscitiva quando lo si usa per descrivere sistemi complicati. Lo studio della vita e delle sue origini è, in questo senso, esemplare.
Ma forse non è solo la roulette di Monod a sollevare incredulità. Forse si fatica ad accettare che la vita sia un processo materiale, e si preferisce invece credere che la ragione scientifica si debba fermare di fronte ai misteri dei corpi viventi. Come nel Seicento, quando si decise che la scienza doveva fermarsi di fronte al mistero dei corpi celesti.

Tasse alle coop: la vendetta del cretino (Re. Co."micropolis" settembre 2011)

Giovanni Giolitti
La manovra finanziaria che la Bce ha richiesto e che il governo ha, a suo modo, realizzato è stata l’occasione per grandi e piccole vendette. La prima nei confronti dei lavoratori, con la modifica sostanziale dell’art.18 dello Statuto che consente ai padroni di licenziare liberamente, naturalmente con l’assenso dei sindacati filogovernativi. La seconda - meno evidente, ma ugualmente grave - è l’aumento del 10% del carico fiscale sugli utili delle aziende cooperative.
Lo diciamo subito, le strutture cooperative non sono esenti da critiche e per lunghi periodi hanno teso a configurarsi come imprese al pari delle le altre, spesso nel settore dei servizi e della produzione sono destinatarie di finanziamenti clientelari, volti più a garantire un blocco elettorale che a sviluppare momenti di democrazia economica (quanto viene fuori dall’inchiesta di Sesto San Giovanni fa scuola). Tuttavia non v’è dubbio che ci siano sostanziali differenze con le altre tipologie d’imprese.
La prima è l’ampia base associativa, la seconda è la destinazione degli utili che non possono essere ridistribuiti tra i soci, ma devono essere destinati allo sviluppo dell’impresa con conseguenti ricadute sull’occupazione. Non basta che il taglio dei finanziamenti degli enti locali, dei servizi e dei consumi penalizzi l’insieme del mondo cooperativo, si tende ad incidere anche su quello che rappresenta un volano per gli investimenti e che garantisce la crescita delle imprese del settore.
In Umbria la cosa ha una sua rilevanza e rappresenta un colpo all’insieme del sistema economico regionale. Le imprese cooperative sono circa 900 di cui circa 700 aderenti alla Lega coop, la centrale storicamente di sinistra. In queste ultime oltre il 65% degli occupati si concentra nel settore dei servizi, per una metà in quello dei servizi alle imprese.
Le aziende che aderiscono a Legacoop avevano nel 2006 poco più di 13.000 addetti, quasi 500.000 soci e il valore della produzione raggiungeva 2,8 miliardi di euro. Insomma un settore centrale nella vita economica dell’Umbria.
Colpirlo rappresenta non solo una vendetta, ma una dimostrazione di stupidità che mette in discussione uno dei pochi momenti di coesione sociale che ancora funzionano. Rappresenta anche un’ulteriore smentita del verbo neoliberista secondo cui risparmio e profitto si tramutano “naturalmente” in investimento. In un settore in cui, tutt’altro che “naturalmente”, questo si realizza, non si trova meglio da fare che decretare penalizzazioni.
Viene spontaneo il confronto con Luigi Luzzatti il ministro di Giolitti che fece la prima legge sulla cooperazione, riconoscendone la particolare natura.
Quello era un liberale intelligente, questi dei liberisti cretini.

E quando il sognatore... Una poesia di Jacques Prévert

E quando il sognatore ritorna alla vita
la vita qualche volta gli sorride
Ma molto spesso gli dà la buonuscita
e lo licenzia

Da Fatras (1966), Guanda, 1977

27.9.11

La poesia e la speranza (di Fernando Bandini)

Questa incantevole citazione l’ho ripresa dalla cronaca di un incontro con il poeta, credo del 2005, che ho profittevolmente letto nel blog “Eterno Splendore” di Fabio Giaretta (http://eternosplendore.blogspot.com/ ), un insegnante e fine letterato che vive e scrive a Vicenza. Chissà se conosce Roberto Monicchia? E’ di Fernando Bandini, il poeta vicentino di stanotte ho postato una poesia assai bella (http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2011/09/negozi-di-uccelli-una-poesia-di.html ) (S.L.L.)  
Fernando Bandini
"Com'è noto la speranza è la più bizzarra delle tre virtù teologali, la più difficile da definire, la meno mentale. La speranza è come quel bambino sventato che quando si va a spasso in una città molto trafficata, ogni tanto sfugge di mano e corre avanti. Gli si dice: «torna indietro, non andare in strada» e allora questo bambino ritorna sui propri passi. Si cammina ancora un po' e scappa di nuovo. La poesia è come la speranza: qualcosa che scappa continuamente in avanti e che è difficile tenere ferma".

Innamorati (ANPI Perugia): "Difendere la democrazia e la pace"

Adelaide Coletti, con molta perizia, ha intervistato per “micropolis” di settembre 2011 l’avvocato Francesco Innamorati, che è Presidente del Comitato provinciale Anpi di Perugia e che è stato partigiano del Gap di Perugia, arruolato nel Gruppo di Combattimento Cremona e decorato al Valore Militare. Dalle risposte recupero alcuni brani, quelli meno legati allo specifico perugino. (S.L.L.)

Sullo sciopero Cgil del 6 settembre
L’Anpi è attualmente aperta anche a chi, pur non essendo stato partigiano per ragioni anagrafiche, condivide i suoi obiettivi e cioè non soltanto la valorizzazione della Resistenza e il ricordo delle battaglie e dei caduti, ma anche la lotta politica per la difesa della Costituzione repubblicana e per la piena attuazione dei suoi principi. Anche per questo abbiamo aderito allo sciopero generale indetto dalla Cgil il 6 settembre, per impedire che fosse abbattuto ogni limite all’arbitrio padronale dei licenziamenti.

Sulle proposte Pdl di abolire il divieto costituzionale di ricostituzione del partito fascista e di equiparare ai “combattenti” ai membri dell’esercito della R.S.I.
Non mi risulta che lo Stato italiano abbia mai concesso alcun riconoscimento o alcuna parificazione di trattamento agli esponenti politici e ai combattenti del brigantaggio politico borbonico e sanfedista. Non si capisce quindi perché l’Italia democratica e repubblicana debba accogliere la proposta di parificazione del trattamento e di abolizione del divieto costituzionale di riesumazione del partito fascista.

Sulla Marcia della Pace e la guerra in Libia
L’Anpi ha aderito convintamente alla Marcia della Pace e si batte per la cessazione della missione militare in Afghanistan, dove si sperperano vite umane e denaro. Non crediamo che l’intervento inglese, francese, italiano in Libia abbia lo scopo di creare in quel paese un regime democratico. Siamo invece convinti che le forze armate straniere siano presenti in Libia per preparare un diverso e maggiore sfruttamento in loro favore del petrolio libico.

Sulla primavera araba
E’ un grosso equivoco, nell’ambito del quale si giocano interessi ben lontani dalla democrazia. Altrimenti non si capisce perché si lascia che il regime di Assad faccia centinaia di morti tra i manifestanti che chiedono democrazia, senza ricevere dalle potenze che sono intervenute in Libia nient’altro che blandi richiami verbali. Non si intravedono sviluppi veramente democratici in Egitto dopo la cacciata di Mubarak e così via: dove c’è poco petrolio, c’è poco interesse alla democrazia da parte degli stati intervenuti in Libia.

Negozi di uccelli. Una poesia di Fernando Bandini.

Quando mi trovo in città sconosciute
cerco negozi di uccelli:
l'ho fatto a Ginevra a Londra
a New York ad Hong Kong
(dentro c'è un piccolo vento, nervosi
colori saettano in angoli d'ombra).

Ma non ho visto
in Asia shama d'Asia
in Europa cutrettole d'Europa
in America mimi poliglotti d'America:
sempre la stessa alata confraternita
di ogni parte del mondo
in gabbie made in Japan.

Postilla
Fernando Bandini da Vicenza, ottantenne, è poeta trilingue. Non ho avuto la gioia di leggere intera una sua silloge in italiano, in vicentino o in latino, ma gli assaggi fatti qua e là mi hanno reso evidente la qualità del suo versificare.
Questa poesia (da una raccolta del 1994) l’ho trovata in un libro di Gian Luigi Beccaria sulla lingua italiana, Per difesa e per amore, pubblicato da Garzanti nel 2006. Vi figurava come esemplificativa della globalizzazione, della “macdonaldizzazione del mondo: una normalizzazione planetaria che potrebbe cancellare tradizioni e memoria storica”.
Qualcosa del genere si trova anche in una mia poesia del 1986, inedita come le pochissime altre che ho composto: “Piccolo è il mondo dice una ragazza. / Piccolo e uguale è il mondo. / O Francia o Spagna lo stesso paese. / I gusti, le abitudini, i vestiti, / i prezzi, poco più poco di meno, / uguali. Nelle crepe delle chiese / identico nerume”.
Per chi volesse leggerla integralmente ecco il link:
Un po’ di autopromozione non guasta.(S.L.L.)

26.9.11

La chiamavano Trinità. "Signorinette" con la maiuscola (Wanda Bontà)

Si ritrovarono alla prima colazione e dopo una breve preghiera si gettarono sul latte e sul pane. Poi in gonnella pantaloni nera e camicetta di un biancore smagliante, si avviarono verso lo spiazzo delle esercitazioni.
In un silenzio così perfetto che si sarebbe sentita volare una mosca, le ragazze si schierarono in due manipoli, mentre Iris, a un cenno della Comandante si avvicinava al porta bandiera infisso al terreno. Un piccolo scatto alla corda, e a poco a poco, come una fiamma che divampa a mano a mano che morde il legno, il vessillo si elevò e si allargò alitante nel sole, contro il cielo di cristallo. Ritta presso la bandiera, irrigidita sull’attenti, la fanciulla sentì dilatarsi nel petto una gran fiamma di gioia: le pareva di essere alta come una montagna, forte come un albero, calda e pura come una fiaccola votiva.
“Che tu sia benedetto Iddio; e tu, Patria mia; e tu pensami, mamma cara, e senti come sono felice”.
In questi tre pensieri quasi incoscienti, Iris aveva espresso la meravigliosa Trinità della Vita: il Cielo, la Terra propria, la Famiglia.
E dinanzi a lei, investite della stessa commozione, le ragazze immobili, con gli occhi fissi allo sventolio della bandiera, parevano baciate da un sacro vento che facesse volgere tutte le corolle di un giardino verso il sole.

Da Wanda Bontà, Le signorinette nella vita, Edizioni Mani di fata, 1943.

Caffé concerto (di Rodolfo De Angelis)

Roma, Il caffè concerto Eden in via Cairoli ai primi del Novecento
L’estroso napoletano Rodolfo De Angelis (1893 – 1965) fu canzonettista di valore e uomo di spettacolo, per qualche tempo vicino all’avanguardia futurista, che molto amava il varietà e le sue forme. Fu anche memorialista sapido e riflessivo. Tra le sue canzonette se ne ricordano di “fascistissime” come Sanzionami questo e di “antifasciste” (forse al di là delle sue stesse intenzioni) come Bravo, ma come parla bene!. La più celebre è Ma cos’è questa crisi?, che sembra tristemente tornata di moda. Il brano che segue è tratto da Café-chantant : personaggi e interpreti, a cura di Stefano De Matteis. Firenze, La casa Usher, 1984. (S.L.L.)
Rodolfo De Angelis negli anni Trenta del Novecento
Il caffè-concerto che, dalla fine dell’Ottocento sino a qualche anno prima della prima guerra mondiale, ebbe le più insperate fortune, originariamente non era dissimile da quei caffè con pedana, orchestrina e cantanti, nei quali si può sostare ancora oggi; e dove, mercè un aumento (non di 10 centesimi come allora) sulla consumazione, si può soddisfare a un tempo palato e udito.
La celebre sciantosa Gilda Mignonnette
Il modesto genere di spettacolo cominciò a lievitare allorquando sulle padane del caffè, al chiuso, o all’aperto, a “romanziere” (cantanti di romanze, nota di S.L.L.) inguainate in lunghissimi abiti a strascico (nivei, a preferenza, e orlati di merletti), a tenori e baritoni (il basso era escluso), in perenne attesa di contratti per i grandi teatri d’opera, si sostituirono prosperose figliole del popolo del tutto sprovviste di beni vocali ma ricche di sorrisi affascinanti, di turgidi seni e di abbondanti natiche.

Portoscuso dicembre 1922. La morte dei fratelli Fois (Emilio Lussu)

Quando la colonna fascista entrò a Porto Scuso, i pescatori erano al largo e molti battellieri nelle barche e sulle banchine, affaccendati nei lavori di carico. Si avvidero dei fascisti solo quando questi arrivarono al porto.
“Chi è Salvatore Fois?” gridò il capo fascista.
“Presente”, rispose una voce da un battello “sono io”, disse il chiamato. E scese sulla banchina.
In un attimo fu attorniato dai fascisti. Con le pistole puntate, i più vicini gli intimarono di gridare “Viva il fascismo!”. “Io non commetterò mai un atto di codardia”, rispose Fois.
Una voce comandò il fuoco ed egli cadde fulminato.
Alla detonazione dei colpi, i battellieri vicini, presi dal panico, si dettero alla fuga. Non fuggì il fratello, che stava con gli altri sulla banchina. Solo, inerme, si gettò minaccioso sui fascisti. Ma non poté fare che pochi passi. Lo accolse una seconda scarica e cadde anch’egli, accanto al fratello, crivellato dai colpi.
“Così muoiono tutti i traditori della patria”, commentò l’ex sindaco.
Il battellieri, raggiunte le barche, le ancore e presero il mare. I fascisti, impotenti a raggiungerli, scaricarono i moschetti sulle vele. Poscia, collocata una scorta ai cadaveri, si dettero a percorrere il paese cantando. Era una bella vittoria.

Da Emilio Lussu Marcia su Roma e dintorni, Einaudi 2002 (prima edizione Parigi,1933)

La poesia del lunedì. Thomas Bernhard (1931 - 1989)

Io sono vecchio e non ho più voglia
d’immischiarmi in niente
e non avrebbe neanche più senso
dato che tutto puzza di decomposizione
e tutto va verso la disintegrazione
pur se la voce di un singolo individuo è ormai inutile
non è che contro questi nefasti andamenti
non venga detto niente e non venga scritto niente
ogni giorno qualcosa contro vien detto e qualcosa contro
vien scritto
ma questo detto contro e questo scritto contro
non viene sentito e non viene letto
gli austriaci non sentono più niente e non leggono più niente
ciò significa che anche se sentono qualcosa su questa
situazione catastrofica comunque non fanno più niente contro
e che anche se leggono qualcosa su questa situazione
catastrofica non fanno niente contro
gli austriaci sono ormai un popolo totalmente indifferente
di fronte alla loro situazione catastrofica
è questa la loro catastrofe.

Da Piazza degli eroi, Garzanti, 1988

24.9.11

Il piccasorci. Pannella, Provenzano ed altri ancora. (da "micropolis")

Il piccasorci - pungitopo secondo lo Zingarelli - è un modesto arbusto che a causa delle sue foglie dure e acuminate impedisce, appunto, ai sorci di risalire le corde per saltare sull’asse del formaggio. La rubrica “Il piccasorci”, con la sola forza della segnalazione, spera di impedire storiche stronzate e, ove necessario, di ‘rosicare il cacio’”. Questa chiosa tra il dotto e lo spiritoso chiude ogni mese, sulla seconda pagina “micropolis”, una rubrica tra le più antiche del mensile umbro. Ecco una scelta di “piccasorci” piccola e piuttosto casuale. (S.L.L.) 


Marco Pannella
In buona compagnia
Dopo il lancio da parte de “Il riformista” di una campagna per sollecitare la nomina di Pannella a senatore a vita anche in Umbria si tenta una mobilitazione. A noi l’argomentazione a favore più consistente sembra quella di un’anziana signora: “Ci sono già Andreotti e Colombo. Perché non Pannella?” (gennaio 2004)

L'ex ministro Urbani
Il liberale Urbani e l’urbanistica liberale
Il perugino Urbani, un tempo politologo liberale oggi ministro dei Beni culturali, è tornato a Perugia per partecipare ad un convegno preelettorale sulla casa indetto dalle associazioni dei proprietari immobiliari. Tra i temi del dibattito, al primo posto, il condono edilizio, su cui il ministro a tutta prima sembrava nutrire qualche dubbio. Poi Urbani ha cambiato idea, gettando alle ortiche ogni attenzione per il valore culturale dell’urbanistica: al liberalismo storico dello “stato di diritto” antepone quello berlusconide del “fatti i cazzi tuoi”. (maggio 2004)
Toga
Togati e maschilisti
Nella calda estate del ‘98 nello Spoletino la Polizia sorprende due indigeni con altrettante prostitute nigeriane nel compimento, come si dice, di atti osceni in luogo pubblico. Sei anni dopo il processo: le due nigeriane condannate, i due maschietti indigeni assolti. Rimaniamo in attesa di leggere il dispositivo della sentenza. (maggio 2004)

Bernardo Provenzano
Il vescovo e il biblista
Il vescovo di Terni, monsignor Vincenzo Paglia, trova sempre il modo di far parlare di sé. Dopo la cattura di Bernardo Provenzano e il suo internamento al carcere di vocabolo Sabbione, si è dichiarato desideroso di incontrarlo, per parlare con lui e portargli in dono gli Atti degli Apostoli. Il magistrato gli ha finora negato la visita. L’amministrazione carceraria si è peraltro mostrata più generosa del mediatico prelato, procurando al Provenzano l’intera raccolta dei libri sacri. Secondo i giornali, il capo della direzione detenuti, Francesco Ardita, “ha acquistato una copia delle Sacre Scritture per metterla a disposizione della biblioteca che l’ha poi destinata all’ospite eccellente”. Il boss potrà finalmente sottolineare, annotare e glossare una Bibbia come quella che gli hanno sequestrato nel suo covo di Corleone. (luglio 2006)
L'ex sindaco di Foligno Manlio Marini
Il meraviglioso mondo delle api
A Symbola, il convegno nazionale sulla soft economy, svoltosi a Bevagna e Montefalco, ha partecipato tra gli altri Manlio Marini, sindaco di Foligno, ma intervenuto come presidente nazionale dell’associazione “Città del miele”. I giornali riferiscono che, tra l’altro, “ha illustrato le dinamiche del mondo apistico a livello internazionale” e “ha anche parlato dell’uso indiscriminato dell’antibiotico da parte di alcuni apicoltori”. “Il nostro Paese – ha detto Marini - è in grado di proporre modelli di sviluppo diversificati, valorizzando le tipicità delle produzioni agricole locali, rappresentando in tal modo uno dei principali attori sulla scena globale”. Un dubbio semantico-sintattico: gli attori rappresentano o sono rappresentati? (luglio 2006)

Maria Stella Gelmini e il tunnel del Gran Sasso.


Dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, che oggi ama chiamarsi con la sigla MIUR secondo l’uso militaresco, è stata ieri diramata una dichiarazione del ministro Mariastella Gelmini, che un amico giornalista usa chiamare “quella bestia”. A mio avviso dovrebbe più precisamente trattarsi della dantesca “matta bestialità”. La signora, infatti, nel gloriarsi delle recenti scoperte europee sulla velocità della luce, ascrive a merito dell’Italia “la costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso”. Autorizza così la domanda se i neutrini si muovano a piedi, in treno o in automobile. (S.L.L.)  

Documentazione
Ufficio Stampa MIUR
Roma, 23 settembre 2011
Dichiarazione del ministro Mariastella Gelmini
"La scoperta del Cern di Ginevra e dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare è un avvenimento scientifico di fondamentale importanza."
Rivolgo il mio plauso e le mie più sentite congratulazioni agli autori di un esperimento storico. Sono profondamente grata a tutti i ricercatori italiani che hanno contribuito a questo evento che cambierà il volto della fisica moderna.
Il superamento della velocità della luce è una vittoria epocale per la ricerca scientifica di tutto il mondo.
Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l'esperimento, l'Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro.
Inoltre, oggi l'Italia sostiene il Cern con assoluta convinzione, con un contributo di oltre 80 milioni di euro l'anno e gli eventi che stiamo vivendo ci confermano che si tratta di una scelta giusta e lungimirante".

Steve Jobs (mister Apple). Un discorso e una polemica sul "manifesto")

Tra il 26 e il 30 agosto 2011 Steve Jobs, il geniale informatico e imprenditore che ha fondato e in vari periodi diretto la Apple, è stato oggetto di speciali attenzioni da parte del “manifesto”, il quotidiano comunista. Il 26 Alberto Piccinini nei “Vuoti di memoria” riprendeva un suo drammatico e bellissimo discorso agli studenti della Stanford, dopo l’intervento chirurgico sul suo cancro al pancreas nel 2005. In un’altra pagina, annunciando l’uscita di Jobs, dalla direzione effettiva della Apple, Matteo Bartocci ne tesseva un panegirico tanto elogiativo da sembrare un necrologio, denominandolo Mr. Think different (“il signor pensare differente”) e attribuendogli una capacità d’invenzione quasi senza paragoni. Il 30 il giornale pubblicava la puntuta lettera di un lettore (Maurizio Zanaldi) assai critico con l’articolo che, non solo ignorava di che lacrime e che sangue grondasse il capitalistico successo di Jobs, ma ne ridimensionava le qualità d’inventore. A sua volta Bartocci nella replica ulteriormente valorizzava il suo eroe. Non intendo entrare nel merito della polemica, che ha anche delle implicazioni generali su cui voglio riflettere, anche perché quasi nulla so della straordinaria storia dell’informatica, che è pure argomento degnissimo per la ricerca marxista del nostro tempo. E tuttavia l’articolo, la lettera, la replica tutti pieni di riferimenti fattuali e persino aneddotici m’hanno molto incuriosito e indotto a conservarli in questo blog. A maggior ragione vi posto il frammento di discorso scelto da Piccinini, che mi pare anche un piccolo capolavoro filosofico e letterario. (S.L.L.)  

Steve Jobs dopo l'intervento al pancreas
Drammatico
di Steve Jobs
a cura di Alberto Piccinini
Più tardi quella sera mi hanno fatto una biopsia, hanno fatto scendere un endoscopio giù per la gola, attraverso lo stomaco e l'intestino, e un ago nel pancreas ha prelevato alcune cellule del tumore. Ero sedato, ma mia moglie, che era là, mi ha raccontato che i dottori quando hanno scoperto che si trattava di una rara forma di cancro curabile chirurgicamente, si sono messi a piangere. Sono stato operato, e ora sto bene. E' stato il momento in cui ho visto la morte più da vicino, e spero che sia così per qualche decina d'anni ancora. Essendoci passato, posso dirvi quel che segue con un po' più di convinzione di quando la morte era per me un fatto chiaro ma puramente concettuale. Nessuno vuole morire. Anche quelli che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per arrivarci. Eppure la morte è il destino che tutti condividiamo. Nessuno l'ha mai evitata. Ed è giusto che sia così perché la Morte è molto probabilmente la migliore invenzione della Vita. E' l'agente che la Vita usa per cambiare. Spazza via il vecchio e fa posto al nuovo. In questo momento il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi spiace essere così drammatico, ma è la pura verità. Il vostro tempo è limitato, non sprecatelo vivendo la vita di qualcun'altro.
(Steve Jobs, discorso inaugurale agli studenti della Stanford University; 12 giugno 2005)

Mr. Think different, il più grande inventore del Novecento
di Matteo Bartocci
Un manager, un leader, un inventore. Il più straordinario «nerd» di tutti i tempi. Dopo mesi di malattia, Steve Jobs lascia definitivamente la guida della Apple.
Il suo addio non è solo un vero giro di boa per un'azienda che ha infilato una dopo l'altra una serie di innovazioni senza precedenti. E' anche il passaggio di testimone di una generazione eroica, fricchettona e visionaria che dagli anni '70 guida quella rivoluzione tecnologica che da decenni continua a ridisegnare gusti, socialità, comunicazione, business, arte e creatività di miliardi di esseri umani.
La lettera con cui annuncia ai dipendenti e ai mercati il passaggio di consegne al suo numero due operativo, Tim Cook, è un capolavoro di classe, umiltà e understatement: «Non sono più all'altezza dell'incarico e delle mie aspettative come amministratore delegato ... ma sono sicuro che i giorni più brillanti e innovativi della Apple sono ancora davanti a noi». A differenza dei giovanissimi creatori di Google e Facebook, né Jobs né Bill Gates si sono mai laureati. Entrambi hanno creato dal nulla, in un garage, aziende che hanno cambiato la storia dell'umanità.
Solo a scorrerne i passaggi principali, la biografia di Steve Jobs eccede quella di una dozzina di persone normali. Nato non voluto da un padre siriano musulmano e da una teenager che l'ha subito dato in adozione, Jobs è senza dubbio il più grande inventore del XX secolo. Non solo di oggetti come l'AppleII, il Macintosh, l'iMac, l'iPhone, l'iPod e l'iPad. Ma anche di interfacce tanto naturali che un minuto dopo essere state create sembra ci siano sempre state: l'uso totale del mouse e delle icone, la grafica asciutta e iper-usabile (frutto dei suoi studi da giovane drop-out in calligrafia), la genialità delle animazioni Pixar, il multitouch.
Un telefono senza pulsanti e un computer senza tastiera sembrano impossibili da descrivere a parole. Ma basta sfiorare il vetro di un iPhone o di un iPad per capire che quel tocco leggero è sempre stato nelle nostre potenzialità. Era nelle nostre mani prima che lo sapessimo. Del resto, a chi gli chiedeva quale fosse stata la ricerca di marketing preliminare al lancio dell'iPad, Jobs ha risposto: «Nessuna, non è il lavoro dei consumatori sapere quello di cui hanno bisogno».
Innovazioni che si ripercuotono anche nell'arte: chi avrebbe mai potuto imporre alle case discografiche mondiali la vendita legale di un dollaro a canzone? Dal 2008 invece iTunes è il primo negozio di musica del pianeta. E anche quando è uscito il primo iPad, tanti l'hanno bollato come «un inutile iPhone più grande»: «Non ha una funzione chiara». Forse. Però ne sono stati venduti 10 milioni solo negli ultimi 90 giorni. Come dicono gli analisti, «non c'è un mercato dei tablet, c'è solo un mercato dell'iPad».
La recente uscita di Hp dal mercato - clamorosa e definitiva - è solo l'ultimo trionfo di un'invenzione già amatissima e (quasi) perfetta. Jobs oltre a inventare nuova tecnologia è stato un implacabile distruttore di quella obsoleta. I suoi computer sono stati i primi ad abolire prima il floppy disk, poi il lettore cd, e in tanti hanno criticato l'iPad per la sua superficie perfettamente liscia: «Non ha neanche una porta usb». Eh già. Nel frattempo la Silicon Valley sta sposando la filosofia della «cloud», la nuvola immateriale che avvolgerà tutta la musica, testi, video e foto che siamo capaci di immaginare. La nostra identità, e non è detto che sia un bene, non sarà più bloccata in un oggetto più o meno portatile ma a disposizione ovunque e comunque.
Chi critica il suo sistema chiuso, ferocemente proprietario (chiedere a Samsung che è appena stata sconfitta all'Aja nella battaglia dei brevetti), non può non riconoscerne il successo: 15 miliardi le «app» scaricate.
Non è fortuna o il frutto di freddo marketing, è soprattutto un incrocio di intuizione e visione. Solo un «nerd», uno smanettone misantropo e adoratore della tecnologia può essere così arrogante da imporre quello che ancora non c'è. Pensare l'impossibile affinché si avveri. Ieri sul suo blog Vic Gundotra, il numero tre di Google, commentando l'addio di Jobs ha raccontato una storia. Era il giorno della Befana del 2008, una domenica mattina, e Jobs l'ha chiamato per chiedergli una cosa urgentissima. Sarebbe stato un problema per loro se Apple avesse cambiato il tono di giallo della seconda «o» di Google perché sullo schermo dell'iPhone gli sembrava «sbagliato»? Ecco Steve, un signore che la domenica mattina si occupa di un dettaglio insignificante non solo per la maggior parte delle persone ma anche per qualsiasi supermega miliardario.
Apple non è solo la compagnia più ricca di Wall Street, seconda solo a un gigante «cattivo» come la Exxon Mobil (e per qualche settimana l'ha anche sorpassata). E' anche la società che fa più profitti in proporzione alle sue relativamente piccole quote di mercato (+125% nell'ultimo quarto, in piena crisi). Crea oggetti costosi, li produce a poco e li vende straordinariamente bene. Il 62% dei ricavi è extra Usa ma il suo marchio è la quintessenza dell'America. Niente «buonismo»: pragmatismo e sogni allo stato puro. Contrariamente alle altre società di Wall Street, Apple fa zero beneficenza e non distribuisce dividendi. Rimane tutto in cassa e viene reinvestito nei suoi prodotti e nelle sue persone. E' un modello che funziona? Beh, dieci anni fa le azioni valevano 9 dollari, oggi 370.
One more thing. Jobs resta un dipendente della Mela e chairman del cda. Cosa lascia alle sue spalle? Per ora la società ha un team di superstar. Tim Cook è un workhaolic nato nel Sud, mago della logistica e della produzione industriale (è anche nel cda della Nike). Uno che sui blog viene già bollato come il manager gay più potente del mondo (non ha mai fatto coming out, però). Jonathan Ive è il geniale designer britannico che ha condiviso con Jobs tutte le svolte più importanti. E accanto a loro c'è il capo del software Scott Forstall. Le difficoltà non mancano. Ron Johnson, principe del retail e inventore dei super-profittevoli Apple Store, per esempio, lascerà a novembre (va ai supermercati J. C. Penney). Ma finché il top management resta quello, non c'è ragione di ritenere che a Cupertino smettano di innovare e vendere bene i loro prodotti.
Il logo della Apple è un chiaro omaggio alla morte dell'«inventore dei computer» Alan Turing, che si suicidò mangiando una mela immersa nel cianuro per le vessazioni subite come omosessuale nell'Inghilterra degli anni '50. Ma è anche la mela della conoscenza. Un desiderio, una fame, un morso (bite) che fa precipitare l'uomo sulla Terra e lo costringe a incontrarsi con la sua vera natura. Ormai siamo fatti della stessa sostanza dei nostri bit. Apple, «think different». Sarà dura, ma provateci ancora.

Steve Jobs con Bill Gates
La setta di Steve Jobs
La lettera di Maurizio Zanaldi
Sono rimasto sconcertato dall'articolo di pag. 15 su Steve Jobs (il manifesto 26/8) che lascia la direzione della Apple, a parte le adorazioni per il capitalismo vincente («è la società che fa più profitti»). «È un modello che funziona», sì, certo, con alle spalle la fabbrica dei suicidi in Cina e con prodotti venduti con margini che nessuno si può permettere. Mi sarei aspettato, non dico una critica del capitalismo, ma un pizzico di analisi sul ruolo del marketing (la vera forza e straordinaria capacità di Jobs), su come sia possibile organizzare una gigantesca setta che usa solo i tuoi prodotti e che solo per accenderli deve consegnarti il numero di carta di credito. Che se il capo decide che il sito di Wikileaks non te lo fa vedere perché il governo americano non gradisce, che spilla il 30% a tutti quelli che vogliono vendere prodotti ai suoi utenti, obbliga i suoi utenti a comprare esclusivamente dal suo negozio e via dicendo. Quanto all'inventare tecnologia, vorrei si citasse una sua invenzione tecnologica (tecnologica, non di marketing): ha usato le innovazioni di altri indubbiamente meglio di altri, molti sono convinti che abbia inventato il sistema a iconcine e finestre (brevetto Xerox) o lo schermo tuch che si allarga con le due dita (altro brevetto non suo), o il sistema operativo, che ora è un Linux rielaborato dopo che il suo sistema operativo è stato totalmente abbandonato con tutti quelli che l'avevano acquistato. La "compatibilità all'indietro" non è mai interessata alla Apple. I brevetti della causa con Samsung riguardano l'eccessiva somiglianza del prodotto con Ipad2 (in Usa si brevetta di tutto anche l'aspetto di un prodotto) non la tecnologia e nemmeno il Tablet che non è un'idea o brevetto di Steve Jobs. Ipad2 tra l'altro è costruito su componenti proprio di Samsung. Dopo di che, come altri, Apple ha sfoderato anche ottimi prodotti, Ipad2 non ha ancora concorrenti, il primo è proprio il Samsung appena uscito che viene affrontato a suon di tentate cause e non per competere tecnologicamente con il diverso Sistema Operativo.
Insomma, va bene non conoscere le cose, ma almeno almeno un po' di cautela, no?

Uno spazio di libertà
La replica di Matteo Bartocci
Sprecare alberi preziosi per discutere la qualità dei prodotti Apple mi sembra un delitto ambientale imperdonabile. Su Internet ci sono già migliaia di forum e blog completamente dedicati alle guerre di "religione" tra Mac e resto del mondo. Mi limito a sperare di essermi basato sui fatti. La lettera di Maurizio Zanaldi contiene alcune imprecisioni e un'innegabile verità: il marketing e il packaging sono ingredienti chiave nella strategia di Cupertino. Dietro ogni iPhone c'è scritto: «Designed in California, assembled in China». Un tatuaggio che è la quintessenza del capitalismo "avanzato". Ideazione, sviluppo, negozi e commessi «made in Usa» più operai cinesi. E però, caro Maurizio, il capitalismo è capitalismo ovunque, tanto a Wall Street quanto nella Repubblica popolare, dove è un partito comunista a lasciare mano libera ai padroncini locali. Non credo, purtroppo, che solo Apple ottenga margini di prodotto «che nessuno si può permettere». Sospetto che Gap, Nike, Mattel e altre multinazionali riescano a fabbricare i propri oggetti a costi inimmaginabili per i nostri standard. So però che i dipendenti degli Apple Store italiani, caso raro nel retail, sono assunti a tempo indeterminato e iper-formati (dovrei dire «plagiati»?) per fare il loro lavoro di assistenza e vendita. Forse Marchionne potrebbe imparare qualcosa dai capitalisti americani.
Maurizio però ha molte ragioni. Sulla vicenda Wikileaks la Mela, senza troppe spiegazioni, ha cestinato una «app» che raccoglieva i documenti trafugati dal gruppo di Assange. Un comportamento identico a quello di società come Visa, Mastercard, Paypal e perfino Amazon, sulla cui gigantesca infrastruttura tecnologica sono ospitate le principali aziende del mondo. In questo caso, il comportamento del governo americano è stato senza dubbio pari a quello di «regimi» come Cina e Iran. Una censura illegittima, fulminea e arbitraria che azzoppa secondo me definitivamente il mito della totale libertà di parola su Twitter, Facebook o altre future «cloud» made in Usa.
Ma rimaniamo a Steve Jobs. Nel mio articolo mi limitavo a celebrare l'addio di un inventore senza nessun dubbio straordinario. Per dirne solo una, la storia del «furto» alla Xerox del mouse e dell'interfaccia a icone è una leggenda metropolitana. La Xerox aveva costruito uno spin off, lo Xerox Parc, che (è vero) fabbricò un mouse che costava 300 dollari e un computer che ne costava 16mila. Come usava in quegli anni, Xerox consentiva a molte start-up (com'era Apple all'epoca) di curiosare tra i suoi prototipi per vedere se c'erano idee che si potevano sviluppare. Jobs lo fece e Xerox in cambio ottenne un mucchio di azioni quando la società si quotò in borsa. Per intenderci, era una specie di laboratorio hardware «open source». Ma come dicevo nell'articolo: Jobs non ha inventato né i computer, né gli smartphone, né i lettori mp3, né i tablet né la vendita on line di canzoni o software. Ha però innegabilmente «rivoluzionato» tutte queste cose - che già esistevano - rendendole semplici e utilizzabili a livello di massa. Non secondo me ma secondo un dato oggettivo: il loro successo. Per farlo, è vero, «nessuna compatibilità all'indietro»: Jobs ha distrutto tanta tecnologia. E ha fatto bene, aggiungo io, perché era obsoleta, inelegante e inefficiente. In questo Apple è perfino cannibale: l'iPad e l'iPhone rendono obsoleto l'iPod. Se qualcuno è capace di fare di meglio si accomodi. Hp si è ritirata e Samsung sta perdendo i primi round della «battaglia dei brevetti» in Europa e in Australia perché ha copiato. Almeno questo sostengono i giudici che se ne sono occupati. La competizione nel mercato hi tech è spietata: innovare o fallire. A Jobs - è stranoto - sono successe entrambe le cose.
Non so se il successo di Apple sia merito di una «setta» o delle strategie subliminali del marketing californiano. So però che parlare (bene) di Steve Jobs non è una «resa» al capitalismo. Al contrario, è dimostrarne le contraddizioni, illuminare uno spazio di libertà, trasformazione e creatività che può andare al di là delle intenzioni di chi l'ha progettato. Un adolescente può girare un video della sua band in qualità Hd con un semplice telefonino, mixare l'album con un tablet sul tram, pubblicarlo prima del capolinea su YouTube e venderlo in tutto il mondo via iTunes. Non sono sicuro che tutto questo sia solo il frutto di qualche genio del male o di astuzie studiate alla scrivania. Mi ricordo una frase dello spot «think different» degli anni '80: «Solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di cambiare il mondo lo cambiano davvero». Al bando la cautela: è solo di ciò che non funziona che si deve tacere.

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