31.5.11

L'ultimo segretario del Pci. Un ricordo di Alessandro Natta (Eros Barone)

A molti, me incluso, è sfuggito il decennale della morte di Alessandro Natta. Non al mio amico compagno Eros Barone che mi ha mandato questo ricordo intenso e commosso, alla cui diffusione sono assai contento di dare, tramite questo blog, un piccolo contributo. (S.L.L.)
“L’ultimo segretario del PCI”
Non mi risulta che la stampa abbia dedicato un minimo di attenzione al decimo anniversario della sua morte: i tempi sciatti, immemori e servili in cui viviamo non lo consentono. Era, come Sandro Pertini, ‘malo adsuetus ligur’ (‘un ligure avvezzo ai mali’, secondo il classico emistichio con cui Virgilio scolpisce il carattere fiero e tenace di questa stirpe che vive fra i monti e il mare).
Nel suo testamento, dopo aver dichiarato ancora una volta la sua ferma intenzione di restare, sino all’ultimo, “un illuminista, giacobino e comunista”, dispose che il suo corpo fosse cremato “per far la natta ai vermini”, come si soleva dire, un tempo, in Toscana. Personalmente ricordo di lui, che conobbi a Genova in occasione di un comizio elettorale, la ricca e profonda cultura classica, che sapeva trasfondere in ogni momento della sua appassionata milizia politica e intellettuale,  realizzando nelle aule parlamentari così come nelle manifestazioni popolari, nelle assemblee di partito così come nel dialogo diretto con i lavoratori, quella sintesi esemplare di “umanesimo e comunismo” che egli aveva appreso dal suo maestro Concetto Marchesi, dei cui scritti non a caso stese l’introduzione.
Nel 1997 la casa editrice Einaudi pubblicò, con un ritardo imperdonabile, un libro scritto cinquant’anni prima, L’altra Resistenza, in cui egli ricostruisce, quale reduce che sarebbe poi divenuto un protagonista politico dell’Italia repubblicana, il primo episodio della resistenza di massa espressa dal popolo italiano: quello cui dettero vita centinaia di migliaia di militari italiani, deportati in Germania a causa del loro rifiuto di combattere o collaborare con i nazifascisti.
È stato per sua stessa definizione, anche se non storicamente, “l’ultimo segretario del Partito Comunista Italiano”, quando questo era ancora un ‘partito di gente seria’, insidiato dal tarlo del revisionismo, ma non ancora colpito dalla malattia mortale del trasformismo, che lo avrebbe condotto alla liquidazione.
Ricordo che, quando venne eletto segretario, un noto esponente milanese della cosiddetta sinistra antagonista, dando prova di uno snobismo politico-culturale inversamente proporzionale alla sua conoscenza della storia del movimento comunista, lo paragonò, per il suo aspetto e per il suo stile (indossava sempre completi grigi e portava la cravatta), ad un commesso viaggiatore.
Si spense, dopo aver consumato quantità industriali di sigarette Turmac, il 23 maggio 2001: il suo nome era Alessandro Natta, amava chiamare la sua città (non Imperia ma) Oneglia e aveva dedicato studi approfonditi all’attività politica che svolse in questo centro della riviera ligure, alla fine del ’700, il grande rivoluzionario, ‘illuminista, giacobino e protocomunista’, Filippo Buonarroti. In un altro saggio storico-biografico di notevole spessore Natta ricostruì la vita e l’attività di Giacinto Menotti Serrati, esponente di primo piano del socialismo massimalista italiano. Due figure chiave della storia del comunismo e del socialismo in cui il ‘ligur malo adsuetus’ si riconobbe e da cui attinse ispirazione per il suo personale messaggio di coerenza politica, di rigore ideale e di umana fraternità nella lotta per l’emancipazione degli sfruttati.  

Sapore di male. Walter Cremonte e la voce di Antigone ("micropolis" maggio 2011)

La battaglia delle idee
Sapore di male
Salvatore Lo Leggio
Qualche anno fa, Walter Cremonte, ragionando di “poesia civile”, al “sentimento del dolore, della pietà, della rivolta, che è prima e insieme dopo ogni prospettiva di civilizzazione” dava un nome: “la voce di Antigone”. Ci abbiamo pensato leggendo il suo ultimo, prezioso, libriccino di poesia, dal titolo emblematico, Respingimenti (Lietocolle 2011), in cui la voce di Antigone risuona in quella di poveri cristi che, cacciati dall’odio e dalla guerra, dal bisogno o dal sogno di una vita migliore, sbattuti dalle onde, decimati dai naufragi, faticosamente attingono le rive del Mediterraneo da cui li si vorrebbe respingere.
Tema della poesia dell’ultimo Cremonte sono dunque la “Fortezza Europa”, le sue frontiere e i suoi guardiani; è probabile, vista la dedica al fratello Danilo e agli Human Beings, che all’origine dell’ispirazione sia anche il racconto dell’orribile naufragio di Porto Palo, a lungo nascosto e negato da autorità respingenti di destra e di centrosinistra, che il laboratorio teatrale perugino fece in Dal Gorgo /Segnali. Il punto di vista è quello dell’esule, simboleggiato dal pastore Melibeo della prima bucolica virgiliana, di cui, all’inizio della raccolta, è citato a mo’ di epigrafe ed efficacemente tradotto il “Carmina nulla canam… che diventa “Non canterò nessuna canzone”.
Questo “straniamento” rimanda a un altro pastore, quello asiatico con cui Leopardi si identifica nel Canto notturno. Ma lì la voce cantante era dell’uomo-natura, ridotto ai bisogni essenziali, mentre l’esule di Cremonte è pienamente dentro la storia del nostro tempo. Oggetto del suo dire è il mondo unificato dallo sfruttamento e dalla violenza capitalistica: tanto le fughe quanto i respingimenti non sono pertanto destino dell’umanità, ma conseguenza dell’ordine costituito mondiale.
Respingimenti, che io non esito a definire un capolavoro, è di sicuro opera di svolta: a un fare poetico tentato dal nichilismo, che sembra preferire il gioco, l’allusione, l’evasione, Cremonte contrappone la volontà di guardare in faccia alle catastrofi senza nulla nascondersi o nascondere. E tuttavia la sua poesia conserva i tratti che la caratterizzavano fin dai primi versi d’amore e di rivoluzione: poesia materialistica, di sensi e sensibilità, di visioni, sapori, odori, suoni; poesia povera ed ecologica, che fa del riuso la propria bandiera e dà nuova vita a parole trite, stilemi del quotidiano, citazioni d’autore banalizzate. In Respingimenti la voce dell’esule, del tutto credibile in quanto tale, coincide con la voce del “poeta di provincia” e del Cremonte che abbiamo imparato a conoscere e amare conserva i deliziosi imbarazzi, le squisite gentilezze, il tono dimesso.
Brecht lamentava l’impossibilità di “essere gentili” nei tempi orrendi in cui viveva e di ciò chiedeva perdono ai lettori. Sono persuaso che Cremonte, in questa sua fatica, sia riuscito nel miracolo della non-violenza: usare la poesia come arma ed insieme conservarle tutta gentilezza di cui è capace, coniugare la pietas verso l’umanità con la sentenza (e la condanna) irrevocabile che chiude la silloge: “l’assassinio è compiuto / e non c’è altro”. Questo libro mette fine a ogni polemica residua sull’impossibilità di una “poesia civile”. Per darne l’idea basterà un esempio, ispirato a una misura di cui discusse “la politica” nel nostro disgraziato paese: “Prenderanno le impronte digitali / anche ai bambini / ma come – tecnicamente – si fa / con quelle manine, con quei ditini / poi magari li mettono in bocca / così piccini dovranno assaggiare / che sapore cattivo ha il male”.

Roma di notte. La Stazione Termini (di Giuseppe Sciuto - 1921)

Stella Basile, illustratrice.
Al Commissario per gli alloggi

felice ed opportuna istituzione, simbolo vivente della straordinaria perspicacia governativa, esponente della severa e lodevole intransigenza dello Stato, inesorabile contro l’unghiata ingordigia della speculazione e la tirannia bestiale dei Padroni di Casa, questa guida modesta, dagli intendimenti filantropici ed umanitari, è rispettosamente dedicata, onde ad essa l’illustre ed energico funzionario si ispiri e da essa tragga quel valido consiglio ed aiuto per dare finalmente al grave problema degli alloggi quella naturale ed onesta soluzione che era già stata divinata dagli ottimisti ed auspicata dai buoni.
Questa curiosa dedica riempie la prima paginetta di uno strano librino. Me lo ha regalato una allieva molto cara, quasi una figlia elettiva, Stella Basile, oggi impegnata in una vita molto intensa: mamma, lavorante nel negozio di famiglia, illustratrice di libri per bambini, animatrice di stage artistici. Lo trovò intonso in una bancarella di libri tra il vecchio e l’antico, sul finire degli anni Novanta, quando viveva a Roma. Si convinse che potessi gradirlo e me lo comprò. Non si sbagliava, anche se ho differito a lungo il piacere della lettura: solo ieri ne ho tagliato le pagine.
La data d’impressione del volumetto è 1921 ed esso si intitola Roma di notte. Guida illustrata per i visitatori senza alloggio. Ne è autore un Giuseppe Sciuto di cui nulla di preciso sono riuscito a sapere. Il cognome è certamente siculo, più dell’est che dell’ovest, e su Internet di Giuseppe Sciuto se ne trovano diversi, di ieri o di oggi: uno scultore di inizio secolo di qualche fama originario di Zafferana Etnea (ma nel 21 era già morto), un pediatra di valore e perfino un poeta nostro contemporaneo.
Più noto è l’editore, oggetto recente di attenzione storiografica (e di una piccola polemica): si tratta di Giorgio Berlutti, piazza Navona 13. Il Berlutti fu esponente di qualche rilievo del clerico-fascismo e tra i primi diffusori della leggenda di Padre Pio. In quanto tale trova menzione nel libro di Sergio Luzzatto dedicato al cappuccino.
L’ironia che caratterizza la dedica è forse il tono prevalente nell’opera. Nelle pagine di elogio della notte che aprono il libro essa si esprime in una compiaciuta parodia di tanta prosa d’arte protonovecentesca. Concettualmente esse rammentano il Ma la notte no! di Renzo Arbore, specie nella ideale gara che si finge tra giorno e notte, ma il livello qui è decisamente aulico: “Il giorno è un eviratore prosaico dell’assoluto estetico, è solo un fucinatore di tritumi modesti di bellezza  e di particolari umili compressi e violentati da freddi rigorismi lineari o coloristici o da volgari grossolane simmetrie del imitatrici. E’ adatto per le anime mediocri…, per gli esseri faccendieri e per le coscienze esteticamente torbide che ignorano il senso intensivo del sintetismo…”. E più avanti la conclusione lapidaria: “Nessun uomo di genio è stato concepito di giorno”.
Ma la notte no! E gli esempi storici o leggendari citati sono numerosi. Eccone alcuni
“Troia fu presa di notte”.
“Di notte Mosè venne abbandonato sulle acque del Nilo e di notte Romolo e Remo vennero fatti galleggiare nel famoso cesto di vimini sul Tevere sacerdotale e biondo”.
“La lupa – inutile dirlo - è animale eminentemente notturno e non poteva di certo allattare di giorno, quando doveva pensare a dormire”.
“Le baccanti celebravano sempre di notte le loro feste scapigliate e rumorose: “In girum imus nocte et consumimur igni”. – e perfino questo palindromo bellissimo venne indubbiamente ideato e scritto di notte da qualche insonne e studioso monaco certosino del medioevo”.
E ancora: “Diogene amava a tal punto la notte da girare anche in pieno giorno con una lanterna accesa per Atene in cerca dell’uomo onesto”.
“Empedocle scelse una notte spaventosa, lacerata da sinistri bagliori di eruzioni e si buttò nelle voragini incandescenti dell’Etna… per scoprire i fenomeni oscuri della vulcanologia”.
“L’imperatore Caligola fece svegliare di notte tutti i senatori di Roma per interpellarli circa il modo migliore di cucinare uno storione regalatogli da un vassallo dell’impero”.
Dopo questo brillante incipit Roma di notte, nel suo dipanarsi, riserva alcune sorprese che ho molto gradito. Non pochi capitoletti sono in effetti veri e propri itinerari turistici in cui luoghi e monumenti appaiono in una prospettiva stravolta e divertente.
Qui propongo un brano dal capitolo II, Luoghi e consigli pratici per passare la notte relativamente al coperto. E’ dedicato alla Stazione Termini. (S.L.L.)
Roma, la Stazione Termini ai primi del Novecento
Stazione centrale di Termini.
Salone grande della biglietteria. A mezzanotte si può eludere facilmente la vigilanza dei guardia-sala e spingersi fino alla sala di aspetto di terza classe, dove si può comodamente riposare per terra sotto i tavoli.
Non sono consigliabili le sale di seconda classe dove la vigilanza è più assidua. Escluse assolutamente la sale di prima classe. Ricordare che non tutti gli abituali frequentatori notturni delle stazioni sono, in genere, disgraziati, come voi… Molti – specialmente giovinastri e teppisti – frequentano le sale di aspetto e le altre località dove viaggiatori e forestieri senza alloggio sogliono passare la notte, allo scopo di profittare abilmente della loro stanchezza per derubarli… Non sono quindi mai eccessive le precauzioni più intelligenti ed energiche.
L’impresa di penetrare fino alle sale d’aspetto può essere facilitata enormemente dal biglietto d’ingresso -  (cent. 20, dritto testa muliebre con spiga, rovescio donna nuda) – che si acquista agli appositi apparecchi automatici. Con tale biglietto, voi avete libero accesso alla stazione, ma nessun diritto di passarvi la notte. Se non siete profani della topografia e delle disposizioni abituali di servizio, potete anche profittare di qualche vettura di seconda classe, ed anche di prima, in giacenza sui numerosi binari morti. L’impresa però non è molto facile e può procurare delle noie.
Più consigliabile e di più sicura realizzazione è il tentativo di passare la notte in una sala d’aspetto di terza classe. In caso di controllo dei guardasala affermate risolutamente di essere giunti con gli ultimi treni della notte da una località qualunque, - (basta prima consultare opportunamente un orario ferroviario) - e non sapere, a quell’ora dove trovare un alloggio. Se vi chiederanno la tessera ferroviaria, direte con chiarezza che l’avete perduta; se si meraviglieranno perché non avete nemmeno una valigia, rispondete tranquillamente con un sorriso di sprezzante superiorità che siete milionari e avete l’abitudine di viaggiare senza bagagli.

Compagno, qualche volta. Una poesia di Giovanni Giudici.

Compagno, qualche volta
Compagno, tu sei senza nome
cambi ogni istante viso
ti trovo sempre nuovo al mio sorriso
nella folla di corsa
sotto il sole di giugno
ma sempre mi saluti chiuso il pugno.


Hai spesso una faccia dura d’operaio
o di contadino assolato.
Qualche volta sei un vecchio soldato
qualche volta spettrale
un viso emaciato
compagno – un viso d’intellettuale


Qualche volta
- e non m’accorgo che sei una ragazza
compagno – un fiocco rosso a corsa pazza
nella folla travolta.


E' questa la prima poesia pubblicata da Giovanni Giudici, sul giornale "La Rivoluzione Socialista" nel 1946.

India. Nozze combinate on line (di Eva Perasso)

Dall’ultimo “alias” del 28 maggio 2011 un ampio stralcio da un articolo di Eva Perasso (di http://www.effecinque.org/) sulle strane combinazioni tra modernità tecnologica e tradizioni arcaiche in un'India in rapido sviluppo che aggiunge nuove contaddizioni alle antiche.  (S.L.L.)
Foto di Giuseppe Frasca da "Turisti per caso.it"

I cavalli bianchi su cui lo sposo si reca nella dimora della sposa, la musica, le danze e i fuochi artificiali sono solo il coronamento di un lavoro lungo e spossante. Un'attesa e un logorio nuovo, appartiene più ai genitori che agli sposi, e corrisponde a un'e-mail che non arriva, o un importante allegato (la foto del potenziale sposo? La sua ultima busta paga? Il suo albero genealogico?) mancante.
L'amore combinato indiano, ai tempi di internet, è un affare condotto soprattutto dai futuri suoceri e suocere. Che si prodigano a creare account sui siti specializzati, dove descrivere i loro candidati nei minimi particolari, per non rischiare di incorrere in errore: sposare una figlia, anche in versione 2.0, è una delle scommesse da vincere nella vita di genitori. Nessun segreto in punta di lingua, oggi in India si trova marito (o moglie) grazie ai siti di incontri specializzati. Le loro storie, tra riuscite e fallimenti, sono ormai centinaia di migliaia.
Aparna sorride accaldata nella sua kurta che le calza sempre più stretta. È un'estate umida e appiccicosa a Mumbai, e il clima non è ideale per lei che tra tre settimane partorirà il suo secondo figlio. Di un matrimonio – tiene a precisare - “per amore”, una passione che li ha portati da Chennai a Londra e poi a Mumbai. Diversa è stata la sorte della sorella minore Nasika: anch'essa laureata, ha scelto un matrimonio combinato, lui ovviamente è un brahmino come lei. E, racconta Aparna, credo che Nasika sia più realizzata nella coppia di quanto lo sia io. Non hanno mai avuto uno screzio, condividono tutto”.
Sorpresa? Per nulla, lo conferma anche Ramesh di Delhi, ufficiale della Marina della più alta casta indiana, di religione indù, felicemente sposato da qualche anno con un'ingegnere dalle sue stesse caratteristiche: “Perché vi stupite tanto? I matrimoni per passione non sono destinati a durare, partono con una carica altissima per poi sgonfiarsi. Quelli combinati invece crescono piano piano, e le probabilità di riuscita sono più alte. Voi italiani? Confondete l'infatuazione con l'amore. Quest'ultimo, per noi arriva solo dopo le nozze”.
Ashoka invece è un autista di 24 anni con un buon stipendio (circa 200 euro al mese), di religione buddista. Per fine maggio la madre ha organizzato la festa del suo fidanzamento con Anju, stessa religione, impiegata in una società farmaceutica. Si sposeranno a novembre, ma i due non si sono mai visti. Ashoka racconta ai suoi clienti occidentali che gli sta bene così, mentre mostra la foto della ragazza sul suo profilo Facebook, direttamente dal suo smartphone.
Olive, cattolica, 50enne, colf indiana presso famiglie inglesi, è ancora single e così resterà: “Sono troppo vecchia e quando era il momento di sposarsi non possedevo nulla. Cosa avrei portato in dote a mia suocera? Mi avrebbe incolpato tutta la vita di rubarle il cibo. Ho preferito rinunciare”. Non ha una connessione, dentro alla sua casa-stanza senza acqua corrente, ma giura che se avesse potuto, 30 anni fa, si sarebbe iscritta su uno di quei siti oggi tanto popolari. Come hanno fatto di recente Nasika, con l'aiuto di suo padre, e la mamma di Ashoka.
Tra i mille siti di questo genere, Bharat Matrimony è il Taj Mahal degli accoppiamenti combinati di tutta l'India e degli indiani all'estero. Ha sposato in oltre 10 anni di attività più di due milioni di indiani. È uno dei protagonisti – insieme ad altri colossi come Shaadi.com – del matrimonio combinato ai tempi della Rete. D'altronde quale gesto più sociale del mettere su famiglia potrebbe rappresentare il social web? Non c'è nessun alone di mistero o di vergogna, all'occidentale maniera, a usare internet per trovare la persona giusta. Nel Paese in cui il concetto di “partner adatto” porta con sé un elenco di cose che devono collimare, il segreto del successo dei siti combina-nozze come Bharat (che in lingua indi significa “India”) o Shaadi (che significa, invece, “matrimonio”) è quello di aver colto proprio quel bisogno fondamentale, così indiano, di aiutare a semplificare la lunga lista della spesa per lo sposo o la sposa perfetta. Non deve essere stato semplice per il fondatore di Bharat Matrimony, Murugavel Janakiraman (ovviamente sposato, con nozze combinate sul suo stesso sito, cui la moglie era stata iscritta dal padre) mettere a punto la tecnologia per combinare tutti i requisiti essenziali all'unione perfetta. Bisogna infatti tenere conto della religione, dell'etnia, della comunità, della suddivisione in caste, e sotto alle caste delle linee di discendenza (i cosiddetti gotra), e poi ancora delle provenienze geografiche, della lingua parlata, del livello di ricchezza e di cultura, per finire con il segno zodiacale (potete immaginare cosa significhi per un indiano avere Marte a sfavore? Addirittura alcune nozze naufragano solo per questo particolare), l'alimentazione (vegetariani o non, l'intransigenza in cucina è alquanto comune) e le misure fisiche, ma la lista è ancor più lunga nel compilare un profilo.
Non è dunque una cosa da poco: in India nei matrimoni combinati sgarrare può costare molto. Nei casi più difficili, come quelli di donne che hanno sposato uomini di religioni diverse (una musulmana e un induista, per esempio) nonostante il divieto dei congiunti, la pena è la morte per l'onta arrecata alla famiglia. In altri casi, il disonore passa dal ripudio da parte dei genitori e della comunità intera, con l'obbligo a nozze consumate lontani e di nascosto.
Bharat Matrimony e gli altri hanno fatto di questa cultura un tesoro. Bharat ha anche creato per ogni religione un differente portale da cui partire. Tra indu di ogni genere, buddisti, cristiani, musulmani, giainisti, parsi, sikh e tutte le sottocategorie, spesso mischiare – anche se solo di virtuale si tratta –  può non far piacere a chi paga (qualche decina di rupie al mese) per il servizio. Un po' come pretendere di affittare una casa da un vegetariano e cucinarvi dentro una bistecca. Impossibile in India. Allora, meglio dare a ognuno la sua speciale porta di ingresso.
Ecco perché ogni religione ha il suo sito, e ogni clan la sua pagina separata. Per una volta, beffando il divario generazionale, a giocare con le pagine web da compilare non sono tanto i giovani promessi sposi, ma i loro genitori. I padri e futuri suoceri in ansia per gli anni che passano sulla pelle delle loro bambine – a 30 anni una donna indiana inizia a essere già fuori gara, difficile da sistemare – e passano le notti a rispondere alle e-mail di contatto dei papabili mariti. I profili, la scelta delle foto, la descrizione delle abitudini, arrivano spesso proprio da loro. C'è anche una sezione per ribadire i concetti fondamentali: per esempio, il più ovvio in India, che non si accettano spasimanti di classi inferiori o di religioni diverse. O dagli stipendi sotto un dato livello. O con determinate abitudini, come mangiare carne o fumare. È per questo che poi qualcuno si incontra e non si ritrova: con i gusti dell'altro per esempio, dove la sposina patita di discoteche viene dipinta dal padre che ama romanzare come amante del balletto, e l'importante epiteto “homely” (“donna portata per i lavori casalinghi”) viene rinnegato immediatamente al primo incontro dalla ragazza interrogata.
La quale, a sua volta, con tutta probabilità non sa da dove iniziare a cucinare un riso biryani. Ma è difficile opporsi al destino, in Rete come nella realtà: l'ultima parola nella decisione e nelle presentazioni spetta al suocero, o alla suocera, la figura chiave nella vita della nuova famiglia.

Igor Mann rievoca la vecchia Catania e il calcio povero ("Specchio" - febbraio 2007)

Igor Man
Igor Man è lo pseudonimo del catanese di madre russa Igor Manlio Manzella (Catania, 9 ottobre 1922 – Roma, 16 dicembre 2009), che fu un grande giornalista, prima cronista per “Il Tempo” di Angiolillo, poi  inviato speciale specializzato in politica estera per “La Stampa” di Torino. Grande conoscitore del mondo arabo e dell'islamismo Man ha mostrato una speciale sensibilità per la questione palestinese. Sono diventate famose alcune sue interviste, al bandito Giuliano, a Kennedy e Krusciov, a Che Guevara, a Gheddafi, Khomeini e Arafat.
In questo articolo dalla sua rubrica su “Specchio”, il magazine  settimanale de “La stampa”, del febbraio 2007, Igor Man rievoca il calcio a Catania dagli anni Trenta, quelli della sua fanciullezza, fino a Massimino. Per questa via ricorda anche i tempi di una Catania dinamica e moderna, non priva di una sua piccola delinquenza, ma non oppressa dalla mafia. Aveva questa immagine Catania fino agli anni 60: nella mia fanciullezza alcuni la chiamavano la “Milano del Sud”. (S.L.L.) 
Catania 1960-61

Foot-ball, il profumo della fanciullezza
Nel Trenta le notizie correvano da bocche a orecchie: non esistevano i telefonini, né le tv né i transistor. Quando i rossazzurri giocavano a Siracusa, i tifosi si radunavano alla Zza Lisa, passaggio obbligato per le automobili dierette al centro di Catania. I più accesi fermavano le auto per domandare: “Comu finiu a partita?”. Una sera a quella domanda il conduttore d’una Ansaldo rispose: “Finì tre a zero”. I tre gol li fece il Catania vero? E lo sciagurato rispose: “No, il Siracusa”, prendendosi in faccia un copioso sputo. Questa me la raccontò il mitico Domenico Sanfilippo (“Miciu” per gli amici), lui, il fondatore-editore del quotidiano “La Sicilia” nell’immediato dopoguerra. Ero laggiù per una inchiesta sul separatismo. Un derby casalingo con il Messina aveva fatto saltare i nervi a una dozzina di “incivili”, come li definì “La Sicilia”, eran volati cazzotti, ma non ci furono tragedie come quest’ultima: l’omicidio del bravo ispettore Raciti.
Nei Trenta il Catania faceva la spola tra la A e la B. Aveva buoni giuocatori come il Biavati, ala della Nazionale. Si giuocava in piazza Giovanni Verga là dove oggi trionfa il lussuoso Excelsior a specchio di una fontana bella. Lo stadio era di legno, il pubblico dei popolari si stipava a ridosso delle porte. Il tifo era accesissimo, ma nessuno si sognò mai di gettar petardi o di irrompere negli spogliatoi. Volavano insulti, questo sì, in specie l’insulto massimo per un catanese: “Cunnutu, cornuto”. L’arbitro, in giacchetta nera, i tifosi lo lapidavano con parole-pietre come sminchiatu o jarrusu (che non traduco) Il Vecchio Cronista ricorda con struggimento lo stadio ligneo che spandeva un profumo irripetibile: un mix di linimento Sloan e di resina. (Il profumo della fanciullezza?). ragazzini col vassoi etto al collo vendevano gazzose in spesse bottigliette che si aprivano premendo una pallina e ancora fettine di cedro con sopra un pizzico di bicarbonato: lo champagne dei poveri. Poi il fascio costruì lo stadio, a Cibali. Uno stadio polisportivo dove chi scrive giuocò a rugby, sport nobile quant’altri mai perché misura l’uomo. Di quello stadio, oggi, ahimè, “inidoneo” a domar conflitti fra ultras e forze dell’ordine ricordo gli affreschi di Adele Gloria e il bellissimo manto erboso.
Nel dopoguerra il Catania venne salvato dal famoso Massimino, un imprenditore venuto dalla gavetta che molti ricordano soprattutto per la sua originale semantica. A un reporter che si congratulava per l’acquisto del centravanti Klein, il Massimino proclamò: “C’è chi può e chi non può. Io può”.
Non esistevano “ritiri”, al massimo tre giorni a san Giovanni La Punta alle falde dell’Etna. La società aveva fittato un villone immerso negli agrumeti, già ala tempo del grande allenatore magiaro Kertesz (allenò anche la Lazio di Piola) e vi dimoravano i calciatori scapoli. mangiavano à la carte da Finocchiaro, senza strafare, da bravi professionisti. E il pubblico rispettava i calciatori che regalavano splendide geometrie sul campo agli appassionati, che giuocavano senza risparmiarsi: nell’intervallo ai più provati un caffè doppio. Non intrugli o addirittura coca come oggi sempre più spesso accade un po’ dappertutto. La corruzione cresce perché la piccola delinquenza è diventata grande saldandosi alla mafia. un tempo ci volevano 12 ore di treno per raggiungere Palermo. Poi si aprì l’autostrada e i padrini invasero Catania. Un tempo terra di ingegnosi affari, di audaci valley, di abili falsari, insomma di produttori di benessere, non di cadaveri. Quando negli stadi si tornerà a prendere al calcio il pallone, non la vita?

30.5.11

La poesia del lunedì. Raffaele Viviani (1888 - 1950)


Fravecature
All’ acqua e a ‘o sole fràveca
cu na cucchiara ‘mmano,

pe’ ll’ aria ‘ncopp’ a n’anneto
fore a nu quinto piano.

Nu pede miso fauzo,
nu movimento stuorto,

e fa nu volo ‘e l’angelo:
primma c’arriva, è muorto.

Nu strillo; e po’ n’accorrere
gente e fravecature.

- Risciata ancora… E’ Ruoppolo!
Tene ddoie criature!

L’ aizano e s’ ‘o portano
Cu na carretta a mano.

Se move ancora ll’anneto
Fore d’ ‘o quinto piano.

E passa stu sparpetuo
cchiù d’uno corre appriesso;

e n’ato, ‘ncopp’a n’anneto,
canta e fatica ‘o stesso.

‘Nterra, na pala ‘e cavece
cummoglia a macchia ‘e sango,

‘e sghizze se scereano
cu ‘e scarpe sporche ‘e fango.

Quanno o spitale arrivano,
‘a folla è trattenuta,

e chi sape ‘a disgrazia
racconta comm’è gghiuta.

E attuorno, tutt’ ‘o popolo:
-Madonna! — Avite visto?

-D’ ‘o quinto piano — ‘E Virgine!
- E comme, Giesucristo…?!

E po’ accumpare pallido
chillo c’ ha accumpagnato:

e, primma ca ce ‘o spiano,
fa segno ca è spirato.

Cu ‘o friddo dint’a ll’anema
‘a folla s’alluntana,

‘e lume già s’appicciano
‘a via se fa stramano.

E a’ casa, po’, ‘e mannibbele,
muorte, poveri figlie,

mentre magnano, a tavola ,
ce ‘o diceno a ‘e famiglie.

‘E mamme ‘e figlie abbracciano,
nu sposo abbraccia ‘a sposa …

E na mugliera trepida ,
aspetta, e nn’ arreposa.

S’appenne ‘a copp’a ll’asteco
sente ‘o rilorgio : ‘e nnove!
Se dice nu rusario…
e aspetta, nun se move.

L’acqua p’ ‘o troppo vòllere
s’è strutta int’ ‘a tiena,

‘o ffuoco è fatto cènnere
Se sente na campana.

E ‘e ppiccerelle chiagnano
pecchè vonno magnà:

-Mamma, mettiamo ‘a tavula!
-Si nun vene papà?

‘A porta ! Tuzzuleano:
-Foss’isso?—E va ‘arapi’.

-Chi site?—‘O capo d’opera.
Ruoppolo abita qui?

- Gnorsì, quacche disgrazia ?
Io veco tanta gente…

- Calmateve, vestiteve…
- Madonna! — E’ cosa ‘e niente.

E sciuliato ‘a l’anneto
d’’o primmo piano. — Uh, Dio!

e sta o spitale? - E’ logico.
- Uh, Pascalino mio!

‘E ddoie criature sbarrano
ll’uocchie senza capì;

‘a mamma, disperannose,
nu lamp a se visti’;

‘e cchiude ‘a dinto; e scenneno
pe’ grade cu ‘e cerine.

- Donna Rache’! – Maritemo
che ssà, sta e’ Pellerine.

E’ sciuliato ‘a ll’anneto.
- Si, d’ ‘o sicondo piano

E via facendo st’anneto,
ca saglie chiano chiano.

- Diciteme, spiegateme.
-Curaggio. —E’ muorto?! —E’ muorto!

D’ ‘o quinto piano. All’anneto.
Nu pede miso stuorto.

P’ ‘o schianto, senza chiagnere,
s’abbatte e perde ‘e senze.

E’ Dio ca vo na pausa
a tutte ‘e sofferenze.

E quanno a’ casa ‘a portano,
trovano e ppìccerelle

‘nterra, addurmute. E luceno
‘nfaccia ddoie lagremelle.

Da Poesie, 1930 ora in Tutte le poesie, Guanda 2010.
La traduzione in italiano che segue, meramente funzionale, è mia. (S.L.L.)


Muratori
All’acqua e al sole mura
con una cazzuola in mano,

all’aperto sopra un ponteggio
davanti a un quinto piano.

Un piede messo male,
un movimento storto,

e fa un volo dell’angelo:
prima d'arrivare è morto

Un grido; e poi un accorrere,
gente e muratori.

- Respira ancora… E’ Ruoppolo!
Ha due creature!

Lo sollevano e se lo portano
con una carretta a mano.

Il ponteggio si muove ancora
davanti al quinto piano.

E passa questo strazio
più d’uno corre appresso;

e un altro, su un ponteggio,
canta e lavora lo stesso.

Per terra una palata di calce
copre la macchia di sangue,

gli schizzi si cancellano
con le scarpe sporche di fango.

Quando arrivano all’ospedale,
la folla è trattenuta,

e chi sa della disgrazia
racconta come è andata.

E attorno, tutto il popolo:
- Madonna! – Avete visto?

- Dal quinto piano! O Vergine!
- E come, Gesucristo…?!

E poi compare pallido
quello che ha accompagnato:

e, prima che lo chiedano,
fa segno ch’è spirato.

Con il gelo nell’anima
la folla s’allontana,

già si accendono le luci,
la strada si fa fuorimano.

E a casa, poi, i manovali,
morti, poveri figli,

mentre mangiano, a tavola,
lo dicono alle famiglie.

Le mamme abbracciano i figli,
uno sposo abbraccia la sposa…

Intanto una moglie trepida
aspetta, e non riposa.

Si appende alla ringhiera,
sente l’orologio: le nove!

Si dice un rosario…
e aspetta, non si muove.

L’acqua per il troppo bollire
è evaporata dal tegame,

il fuoco è fatto cenere.
Si sente una campana.

E i bambini piangono
perché vogliono mangiare:

- Mamma, mettiamo la tavola!
- Se no viene papà?

La porta! Bussano!
- Fosse lui? – Va ad aprire.

- Chi siete? – Il capomastro.
Ruppolo abita qui

- Signorsì, qualche disgrazia?
Io vedo tanta gente…

- Calmatevi, vestitevi…
- Madonna! – E’ cosa da niente.

E’ scivolato dal ponteggio
dal primo piano. – Oh, Dio!

E sta all’ospedale? – E’ logico
- Oh, Pasqualino mio!

Le due creature sbarrano
gli occhi senza capire,

la mamma, disperandosi,
si riveste in un lampo;

e li lascia a casa; e scendono
dai gradini coi cerini.

- Donna Rachele! – Mio marito,
chissà, sta ai Pellegrini

E’ scivolato dal ponteggio.
- Sì, dal secondo piano.

E via facendo il ponteggio
sale a poco a poco.

- Ditemi, spiegatemi.
- Coraggio. – E’ morto?! – E’ morto

Dal quinto piano. Dal ponteggio.
Un piede messo storto.

Per il colpo, senza piangere,
si abbatte e perde i sensi.

E’ Dio che vuole una pausa
a tutte le sofferenze.

E quando la portano a casa
trovano i bambini

per terra, addormentati. E luccicano
in volto due lacrimette.



"Ce la faremo". L'uomo di Chaplin (Luigi Chiarini - "Il contemporaneo", 1956)

Le accuse di comunismo periodicamente rivolte a Chaplin per i suoi film e per i suoi atteggiamenti di uomo libero non hanno alcuna consistenza, mostrano solo la paura e l’intolleranza di un mondo che vuole mantenere i suoi privilegi fondati sullo sfruttamento del prossimo. Ma altrettanto ingiusta è la taccia di individualismo anarchico, smentita proprio da Tempi moderni, anche se il suo richiamo al rispetto della persona umana fa di Charlot un solitario in continuazione respinto dalla società eppure pieno di fiducia. “Ce la faremo” dice alla monella nel finale del film.
Indiscutibile è invece lo profonda e coerente coscienza sociale di Chaplin, uno dei più grandi artisti contemporanei che meglio ha espresso e con maggiore aderenza alla realtà lo spirito della nostra epoca inquieta. Si pensi alla tematica del Dittatore, di Monsieur Verdoux e dello stesso Luci della ribalta.
Qui non si vuol tanto analizzare e sottolineare l’altezza poetica di Tempi moderni (inimitabile perché opera di una personalità singolare ed eccezionale) quanto mettere in rilievo quanto essa sia nutrita da idee suggerite da una piena partecipazione alla vita. Di qui l’immediata risonanza nel pubblico, la sua popolarità.
Nessuna di quelle irresistibili invenzioni, che fanno ridere fino alle lagrime, - e son lagrime salate che lasciano l’amaro in bocca spingendo a riflettere e ad agire – è gratuita, fine a se stessa, ma sono sempre in funzione di una precisa idea, di un preciso giudizio morale. Né è possibile qui ricordarle tutte tanto si succedono rapide, incalzanti, in una requisitoria senza un minuto di tregua, uno degli atti di accusa più lucidi contro una società che stritola gli individui o li meccanizza fino alla follia.
Il film, dopo venti anni, non solo non ha perduto nulla dei suoi pregi artistici, né è invecchiato perché condotto (e fu già a suo tempo questa una polemica) con la tecnica del muto, ma ha acquistato un maggiore mordente critico in quanto oggi se ne scoprono meglio quei valori profondi che, superando le cause contingenti, vanno oltre le intenzioni dell’autore, come accade per le opere d’arte veramente vitali. Se questa è la “storia dell’umanità alla conquista della felicità” è chiaro che per Chaplin tale conquista si potrà avere solo quando l’individuo sarà liberato dalla schiavitù delle macchine, dalla disoccupazione e dall’alternativa tra fame e galera, quando ognuno avrà assicurato un lavoro, una casa, una tavola apparecchiata.

Postilla
Il brano è tratto da un più ampio articolo intitolato "L'uomo di Chaplin" e dedicato alla ripresa nelle sale di "Tempi moderni", sul settimanale culturale del Pci "Il contemporaneo" del 31 marzo 1956.

Il girasole a Salina.

Ripropongo con una collocazione autonoma questo breve ricordo già presente nel blog  come postilla a una dura lettera di Franco Fortini a Eugenio Montale (http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2009/12/non-sono-comunista-una-straordinaria.html).
Salina vista da Lipari
In una estate recente (forse il 2003), a Salina, mi accadde di essere trascinato dai miei ospiti a una cena di villeggianti. I padroni di casa erano di una borghesia milanese economicamente solida, tra i primi ad aver comprato lì le case con 2 lire per poi lucrare su fitti e rivendite; gente - mi dissero - ben nata e ben vissuta, con cognomi di peso. Io, che in genere ho buonissima memoria, non li ricordo. Sarà per il fatto che non mi piacquero granché e, con poche eccezioni, non mi piacquero gli altri commensali, in prevalenza della stessa genìa.
Borghesia. Ricchezza non ostentata, letture buone ed ampie, conoscenze variegate, con punte di stronzaggine e melensaggine qua e là (in genere di quelle innocue, da film comico, i "capresi" di Totò a colori). Infine, grattata la vernice, tanta grettezza.
Ciò nonostante, conviviale come sono, aiutato dagli alcolici, ascoltai e parlai e, alla fine, cantai e recitai. Mi scappò nella notte il girasole impazzito di Montale, una delle poesie che più amavo. Alcuni riconobbero la poesia e l'autore, ma anche gli altri, i più superficiali ed elegantoni, prima un po' turbati dal testo, a sentirne il nome si sentirono rassicurati e a proprio agio, come se il poeta fosse "cosa loro": "Ah, il Montale". Da allora la "luce" di quella memorabile lirica mi appare più debole e fioca. (S.L.L.)

Appendice
Portami il girasole
Portami il girasole ch'io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l'ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.
Eugenio Montale

29.5.11

Haiku. Nell'impero dei segni.

Shuhei Hosokawa
Tra il 1966 e il 1967, quando il Giappone in Occidente non interessava (quasi) nessuno, Roland Barthes vi soggiornò alcuni mesi e dall’esperienza trasse un libro, L’impero dei segni, pubblicato nel 1970 e tradotto in italiano nel 1984 per Einaudi.
Il Giappone sembrò riattivare il gusto “molto antico” di Barthes per il frammento. Come notò Shuhei Hosokawa (“Alfabeta” n.58, marzo 1984), mentre negli anni 60 egli sembrava preferire una comunicazione più sistematica (Su Racine, Sistema della moda, S/Z), dopo L’impero dei segni realizzò un massiccio ritorno al frammento (da Il piacere del testo ai Frammenti di un discorso amoroso).
Hosokawa nel suo articolo trova una coincidenza significativa tra il tipo di frammento che il grande intellettuale francese praticava e lo (o il?) haiku, la concentratissima forma poetica della tradizione nipponica. Il frammento, così come lo concepisce Barthes, a differenza della “massima” che presuppone un senso profondo ridotto all’essenza, non ha né un senso né un non-senso, è “futile, breve, banale”. Esattamente come lo haiku.
Per spiegarsi Hosokawa opportunamente cita L’impero: “Lo haiku non è un pensiero ricco ridotto alla sua forma breve, ma avvenimento breve che trova tutto ad un tratto la sua forma giusta. La 'giustezza' dello haiku è un adeguarsi del significato e del significante, una soppressione di margini, sbavature, interstizi che ordinariamente eccedono o orlano il rapporto semantico”. O ancora: “Lo haiku è contro-descrittivo, nella misura in cui tutto lo stato della cosa è immediatamente, ostinatamente, vittoriosamente convertito in una essenza fragile d’apparizione”. Il commento diventa pertanto impossibile: “Parlare dello haiku  sarebbe puramente e semplicemente ripeterlo”.
Un paradosso: negli stessi anni Ottanta in cui la traduzione einaudiana proclamava anche in Italia la sentenza di Barthes sulla incommentabilità dello haiku, Longanesi pubblicava i suoi Cento haiku tradotti da Irene Iarocci e presentati da Andrea Zanzotto, definendoli una “antologia commentata”. Carla Vasio, nello stesso numero di “Alfabeta” critica molto la traduzione e, in fondo, l’intera operazione editoriale in un articolo che il titolo (Che cosa è il haiku) vorrebbe definitivo. La sua lettura non sembra di molto allontanarsi dalla tesi della “incommentabilità”, semmai aggiungendovi quella di una difficile, quasi impossibile, “traducibilità”. Vi aggiunge il tema della “illuminazione”, che accosta lo haiku (ma la Vasio preferisce l’articolo “il”) allo Zen, cioè del suo addensarsi intorno a una parola che segna una svolta.
Dell’articolo, complesso e tutt’altro che assolutistico nelle conclusioni (sia sullo haiku che sull’arte del tradurre), riporto come appendice un pezzo, anche per dare un'idea  a chi non voglia cercare approfondimenti per suo conto. (S.L.L.)
Appendice
Che cosa è il haiku
di Carla Vasio
Quella del haiku classico è una struttura ferrea: 17 sillabe suddivise in tre versi di 5-7-5. in questa composizione così rapida vengono riportate immagini di una concretezza materica che evita qualsiasi ambiguità o allusività, qualsiasi alone simbolico, qualsiasi patetismo: nella sua istantaneità il haiku illumina oggetti i una precisione inequivocabile. L’aleatorietà, se così vogliamo dire non sta in una incertezza del tema o in una vaghezza di immagine estompée: sta piuttosto nell’omissione di alcuni nessi che dovrebbero collegare le parti del discorso, ed è in queste omissioni che si realizza l’effetto di choc della composizione.
La fente aperta tra il discorso evidente e il suo significato sotteso (non sottinteso) non viene mai colmata. E non deve essere colmata. La sua funzione è di agire come “buco nero” in cui va ad annullarsi ogni associazione convenzionale, ogni meccanismo logico di apprendimento, spingendo il lettore verso un linguaggio liberato che illumina la distanza del soggetto da qualsiasi identificazione immaginaria o simbolica.
Spesso si è detto che in un certo senso un haiku assomiglia a un koan dello Zen, cioè  a una rottura delle sovrastrutture associative note, per toccare il significante primario che l’immagine contiene e che in questo caso non è sostituibile per sostituzione o per contiguità, ma solo per un annullamento della pretesa stessa di sapere.
Vediamo che cosa si può perdere  della qualità intrinseca di un haiku in una cattiva traduzione. Prendiamo ad esempio un haiku di Basho pubblicato (pa.g. 50) dall’edizione Longanesi, uno dei più noti in Giappone.
Il testo, nella trascrizione fonetica, dice: “Furu ike ya / kawazu tobikomu /mizu no oto”. La traduzione letterale è: Furu, vecchio; ike, stagno; ya è un segno di accentuazione e di pausa; kavazu, rana; tobikomu (parola composta di tobu, volare e komu, entrare), si tuffa; oto, suono; no, di; mizu, acqua. La traduzione che ci viene data è: “Nello specchio antico / d’acque morte / s’immerge / una rana. / Risveglio d’acqua”. … Quello che si perde (soprattutto) è l’efficacia della parola tobikomu, suono di rottura intorno a cui le altre sillabe si aggregano, che significa “balza, si tuffa” e viene graziosamente tradotto con un “s’immerge” ulteriormente addolcito dall’elisione… quel tobikomu, che è il centro dell’interesse dovendo esprimere un colpo improvviso, una rottura, uno choc auditivo ed emozionale...

28.5.11

Edoardo Galeano: Discorso per la consegna del premio Vasquez Montalbàn

Manuel Vasquez Montalbàn
Stasera tifo Barça.
L’avrei fatto in ogni caso. Ma proprio l’altrieri il Fútbol Club Barcelona ha assegnato a Eduardo Galeano il Premio intitolato a Manuel Vázquez Montalbán (il grande scrittore e giornalista catalano morto all'improvviso nel 2003, grande tifoso del Barcellona). La cerimonia è avvenuta a Barcellona nel palazzo della Generalitat.
Adesso tifare Barça è un obbligo: una società di calcio che organizza un premio letterario per onorare uno scrittore suo tifoso, per di più compagno, merita un sostegno incondizionato.
Tanto più se l’assegnatario più recente del premio è uno scrittore magnifico, un antifascista e un antimperialista intransigente come Eduardo Galeano. “Il manifesto” del 24 maggio 2011 ha pubblicato il testo del suo discorso nella cerimonia, che qui conservo e metto a disposizione. Davvero bello. (S.L.L.)

Eduardo Galeano
Voglio dedicare questo premio alla memoria di Josep Sunyol, il presidente del Barça che nel 1936 fu assassinato dai nemici della democrazia.
E voglio anche rendere omaggio agli sportivi pellegrini, che un anno dopo, nel 1937, si fecero carico della dignità, ferita ma viva, di tutta la Spagna. Mi riferisco ai giocatori del Barça, che nel 1937, viaggiarono in lungo e in largo per gli Stati uniti e il Messico, disputanto partite di calcio a beneficio della repubblica, e alla selezione di giocatori baschi che fece lo stesso in diversi paesi euriopei.
Per loro ricevere questo premio mi emoziona, per loro e anche per i giocatori del Barça dei nostri giorni, degni eredi del Barça di quegli anni: questo premio, se non bastasse, porta il nome del mio carissimo amico Manolo Vázquez Montalbán.
Con lui abbiamo condiviso diverse passioni.
Calciofili entrambi, ed entrambi mancini, mancini per pensare, credevamo che il miglior modo di giocare a sinistra consistesse nel rivendicare la libertà di coloro hanno il coraggio di giocare per il piacere di giocare in un mondo che obbliga a giocare per il dovere di vincere. E su quella strada abbiamo cercato di combattere i pregiudizi di molta gente di destra, che crede che il popolo pensi con i piedi, e anche i pregiudizi di molti compagni di sinistra, che credono che sia il calcio il colpevole se molta gente non pensa.
Siamo uguali, Manolo e io, anche nel piacere dell'ironia e della risata franca e di tutte le forme di humor, nel nostro modo di dire quello che pensiamo e quello che sentiamo, negli articoli e nei libri e nelle chiacchiere da caffé. Perché non c'è da fidarsi dei solenni gentiluomini, né delle dame esemplari che non sono capaci di prendersi in giro: e né Manolo né io confondiamo la noia con la serietà, come capita anche ad altri colleghi di idee politiche analoghe alle nostre.
E prego notare che non parlo al presente per errore né per distrazione, bensì perché fonti ben informate mi hanno assicurato che la morte non è altro che uno scherzo di cattivo gusto.
E un altro ambito condiviso, molto importante per entrambi: la rivendicazione della buona cucina come una celebrazione della diversità culturale.
Diceva bene Antonio Machado che adesso qualsiasi sciocco confonde il valore con il prezzo, e quell'adesso del poeta è anche il nostro adesso, perché lo stesso capita nei nostri giorni.
La miglior cucina non è la più cara, e ben ha detto Manolo che spesso accade che la cucina più cara non è altro che una trappola per gonzi.
E anch'io credo, come lui, che il diritto all'autodeterminazione dei popoli include il diritto all'autodeterminazione dello stomaco. Ed è più che mai necessario difendere questo diritto, soprattutto adesso, di questi tempi di macdonalizzazione coatta del mondo, ogni volta più difforme nelle opportunità che offre e ogni volta più uniforme nelle abitudini che impone.
E qui mi fermo. Perché so che quando bevo troppo corro il grave rischio di dire stupidaggini, e ho voluto alzare queste parole come fossero calici di vino, un buon vino rosso dei vostri, per brindare con Manolo e a Manolo: un modo di bere alla dignità umana e alla solidarietà, al piacere di giocare e alla allegria di vedere giocare quando si gioca pulito, all'allegria di ritrovarci insieme e al pane e vino condivisi, ai soli che ogni notte nasconde, e a tutte le passioni, a volte dolorose, che indicano la strada e il senso al viaggio umano, all'umano andare, al vent del món, il vento del mondo.

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