31.3.11

Il mio Catullo. Arianna abbandonata (carme LXIV, 51-69)

Qualche caro e buon amico mi chiede nuove della traduzione catulliana che, con lunghissime parentesi, mi impegna ormai da trent’anni (e da una cui costola è nato il Catullo in Sicilia che mio fratello Cesare ha musicato e che, con nuovi arrangiamenti, porta in giro con successo insieme al suo gruppo). E non manca, tra i pochissimi che l’hanno letta e apprezzata, chi vorrebbe consolarmi lanciando improperi agli “editori che non capiscono un cazzo”.
Sarà anche vero, ma questa volta gli editori non c’entrano: la mia traduzione e il commento che la correda non sono stati finora proposti a nessuno di loro, perché essa si è arenata sui carmina docta. Specialmente sul poemetto dedicato alle nozze di Peleo  e Teti e all’amore infelice tra Teseo ed Arianna, il carme 64.
Più delle altre poesie dotte quel testo è così infarcito di riferimenti mitologici e geografici, che già al tempo in cui nacque, e in cui i lettori ne comprendevano buona parte senza dover consultare le note, doveva produrre qualche indigestione. In me il tradurre, che spesso mi diverte, in questo caso ha prodotto stanchezza, sazietà e nausea. Così è dal luglio del 2009 che la traduzione è bloccata. L’ho recuperata solo ieri dalla memoria del Pc, con l’intenzione di farla finita, questa volta. Progetto una rapida revisione dei carmi già tradotti, commentati e “lasciati a riposare” (110 sui 113 sicuramente autentici del liber) e di una rapida conclusione dei tre da portare a termine (tra cui, appunto, il 64).
Ho messo nel conto in partenza che la resa dell’epillio mi lascerà insoddisfatto, ma a suo tempo mi era venuta un’idea che può favorire la lettura saltellante: dividerla in brani, ciascuno con un suo sommario, come si faceva coi poemi nelle antologie scolastiche. Ho peraltro pensato di mettere in rete qualche frammento della traduzione. Nei passaggi meno dotti, lirici o narrativi che siano, quest’opera di Catullo non è cattiva, anche se le manca la brevità e levità di quelle che il poeta chiamava con modestia e malizia nugae, “sciocchezzuole”. Saranno quelli i brani che “posterò”, senza note, chiedendo agli scarsi lettori il conforto della critica anche aspra e del suggerimento. Forse più avanti metterò in giro qualche epigramma.
Qui propongo l’incipit della digressione (l’ecfrasis ellenistica che colloca un mito dentro a un mito): tra i regali di nozze di Peleo e Teti – narra Catullo – c’è un tappeto che rappresenta Arianna abbandonata da Teseo sul lido di Nasso (o Dìa), un’isoletta dell’Egeo. E’ con la descrizione di questa immagine che Catullo dà avvio al nuovo racconto. 
Ho corredato il tutto con una rivisitazione "statica" del mito, da parte di un pittore contemporaneo, Cecco Mariniello, il cui sito ho piacevolmente visitato.
http://www.ceccomariniello.com/pagine/italiano/home/home.html
(S.L.L.)

Cecco Mariniello, Arianna a Nasso
L’immagine di Arianna
Guardiamo la figura: ecco Arianna
che dal lido di Dìa vede fuggire 
con la celere nave il suo Teseo,
tra il fragore dell’onda.

Mentre la furia nel cuore divampa,
lei non vorrebbe credere ai suoi occhi,
come chi, ridestandosi
da un sogno lusinghiero,
all’improvviso si ritrova solo
e abbandonato su deserta rena.

Ma il giovanotto immemore e fuggiasco
nel mare si fa strada con i remi,
così disperde i falsi giuramenti
nel mulinar dei venti.

Lo sguardo della figlia di Minosse,
della mesta Arianna,
ormai di pietra come un simulacro
di baccante, lo segue da lontano,
vagando ahimè tra i flutti dell’affanno.

E la sottile mitra
che acconcia il biondo capo
non sa tenere ferma la sua chioma;
ed il saldo legaccio che sostiene
le mammelle non giova, ora ch’è sciolto,
a comporre il suo petto,
velato appena da leggera banda.

Giocano i flutti marini salati
con le vesti che cadono dal corpo
sparse davanti ai piedi.

Ma non si cura Arianna
di mitre né di bande che svolazzano,
a Teseo si rivolge ogni pensiero
perdutamente dall’anima tutta.

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