28.2.11

La poesia del lunedì. Alda Merini

Resta pur sempre a me quella parola
che non ti ho detto e che mi fa soffrire
cosa languente cosa morta e sola
ma come posso amore dirti e dire
che cosa m’aggredisce se son sola
cosa più che di te mi fa patire
o io mi sento come una morta viola
che nessuno raccoglie e fa perire
dentro la terra senza che bellezza
venga mai vista in lei, senza che ampiezza
compia sopra ‘sto fiore il suo periglio
però a grazia d’amore io mi appiglio.

Da Testamento, Crocetti, 1988

Rivoluzione nel Maghreb e inflazione. Parla Fitoussi.

Su “La Stampa” di ieri (27 febbraio 2011) uno dei “pezzi forti” è costituito dall’intervista di Marta Dassù a Jean Paul Fitoussi, il celebre economista francese d’origine tunisina. Due gli argomenti: la “rivoluzione” in Tunisia e gli effetti delle rivolte maghrebine sull’inflazione. Fitoussi sul rischio inflazione è relativamente ottimista, pensa che sarà contenuta, eppure…
Ecco qui “postato” uno stralcio dall’intervista. (S.L.L.)
Non c’è un'interpretazione univoca su ciò che ha scatenato le rivolte maghrebine. L’unica cosa che sappiamo è che nessuno le aveva previste: né i politologi, né i governi. Ma sulle cause non c’è accordo. C’è chi pensa che l’aumento del prezzo dei beni alimentari sia stato determinante: si tratterebbe di una nuova «rivolta del pane». E c’è chi guarda invece alla disoccupazione giovanile o alla voglia di democrazia.
«Nella protesta tunisina queste cause si sono sovrapposte. Ma io la definisco una rivoluzione democratica, paragonabile al 1989 europeo. La Tunisia è un Paese che, grazie alle riforme di Burghiba degli Anni 50, aveva due dei pilastri essenziali delle società democratiche: l’uguaglianza di diritti fra uomini e donne e l’istruzione obbligatoria fino a sedici anni. Sono elementi che hanno consentito una crescita economica abbastanza sostenuta, del 4-5% l’anno; con la nascita di una borghesia moderna. Un dato è indicativo: più dell’80% dei tunisini è proprietario della casa, come in Italia. Una società del genere non poteva più coesistere con l’altra faccia della medaglia: un regime dittatoriale, la corruzione estrema della famiglia di Ben Ali, la mancanza della libertà di stampa, la repressione di qualunque forma di opposizione. Un aneddoto: qualche anno fa ho incontrato il principale consigliere di Ben Ali, che mi ha chiesto cosa pensassi della stampa tunisina. Ho risposto che non la leggo proprio, visto che in prima pagina ci sono solo le foto del Presidente e che notizie vere non esistevano. È vero, ha risposto lui, non abbiamo giornalisti come si deve. Insomma: è a tutto questo che la classe media si è ribellata. La voglia di libertà è stata più importante dei problemi di reddito. D’altra parte, l’aumento dei prezzi del cibo ha permesso di aggiungere a una protesta borghese, giovanile e intellettuale, anche gli strati poveri della popolazione. Il fondamentalismo islamico non c’entra, almeno in Tunisia. È stata una rivolta per avere più libertà. L’islamismo sarebbe un incubo».

Eppure la sensazione, almeno dalla nostra riva del Mediterraneo, è che per ora i tunisini e gli egiziani si siano solo liberati dei vecchi dittatori: un vero e proprio cambio di regime non c’è stato. Per ora è l’esercito a garantire la stabilità e sembra presto per parlare di una rivoluzione democratica riuscita.
«Non sono d’accordo, almeno per quel che riguarda la Tunisia, sta nascendo un nuovo Paese. Certo ci vorrà tempo, visto che il regime aveva fatto tabula rasa di qualunque opposizione. Ma nella testa della gente deve nascere un Paese democratico. Un’Europa che funzionasse aiuterebbe la Tunisia a gestire la transizione verso una vera democrazia. Lo abbiamo fatto per i Paesi dell’Est, dopo il 1989. Lì l’Europa è stata capace di avere una politica. Verso il Maghreb non ce l’ha. E onestamente non si capisce perché: investire in questi Paesi sarebbe, ragionando da economisti, un investimento modesto e ad altissimo rendimento».

Invece l’Europa sembra esitare: è incerta se difendersi o aiutare. È incerta perfino la Francia, stretta fra l’abbraccio a Berlino e una politica mediterranea che non ha funzionato affatto. E d’altra parte affrontare l’89 del Maghreb non costerebbe così poco: la crisi del debito sovrano, in Europa, riduce i margini.
«Parlare di costi eccessivi non ha senso. Aiutare la Tunisia ci costerebbe circa 20 miliardi di euro, un quinto di quello che abbiamo allocato per la Grecia. E se gli americani aiutassero la gente, in Egitto, invece che i militari, spenderebbero di meno. Non stiamo parlando di un Piano Marshall: il problema non è la ricostruzione, è la costruzione delle condizioni per la democrazia. Qui si misura quella che ho definito la “politica dell’impotenza” europea. […] La posta in gioco, per l’Europa, è molto alta: se non aiuteremo noi il Maghreb, i soldi verranno dalla Cina e dai sauditi, con tanti saluti alla democrazia».

Guardando al gioco globale da un altro punto di vista, ci si chiede che effetto avrà lo tsunami del Maghreb sull’economia internazionale. Secondo i dati discussi in un recente convegno dell’Aspen, l’aumento del prezzo delle commodities (prima il pane, poi il petrolio) produrrà inflazione e comprimerà la crescita. Giulio Tremonti vede in quest’ultima crisi un «terzo mostro», dopo lo choc finanziario del 2008 e la crisi del debito sovrano in Europa.
«Ci sarà un effetto inflativo ma sarà modesto: dal 2 al 4-5%, non al 15%. La differenza, rispetto allo choc petrolifero dei primi Anni 70, è che allora c’era piena occupazione; oggi la situazione è opposta, specie fra i giovani. Il vero problema è che l’aumento dei prezzi di cibo e petrolio colpirà di più gli strati che sono già più poveri. Aumenterà la disuguaglianza, che è la causa vera della crisi del 2008. I tre mostri di cui parla Tremonti hanno tutti alle spalle questo stesso problema: oltre un certo livello di disuguaglianza, l’economia non riesce più a crescere».

Hereafter, Tahrir. Augusto Illuminati sul 13 febbraio e quel che ne seguirà.

Augusto Illuminati, sociologo e ideologo di studi seri e intuizioni intelligenti, fu prima dirigente della Fgci, poi passò alla Quarta e da quartino trotzkista diresse nel 1966-67, insieme a Lucio Colletti e Silverio Corvisieri, La Sinistra mensile. Il periodico, edito da Giulio Savelli, in Italia per primo pubblicò “da un altro Vietnam” il celebre appello del Che, Crear dos, tres, muchos Vietnam, quello che meritò a Guevara l’epiteto di “stratega da farmacia” affibbiatogli da Giorgio Amendola in un Comitato centrale del Pci. Illuminati si avvicinò poi al maoismo. In quegli anni circolò su di lui una leggenda che lo accomunava a Claudio Petruccioli: si diceva che i due portassero male, ma proprio male. La cosa ovviamente era del tutto falsa, almeno per Augusto Illuminati. E’ anche per sfidare la superstizione e la scalogna, che propongo qui un suo testo (da Global Project) che peraltro trovo “illuminante”, il cui titolo nella prima parola, inglese (vale “il futuro” o “in futuro”, ma anche l’aldilà”) allude a un celebre fim con Clint Eastwood. Illuminati, che è attivo come studioso e uomo di sinistra, vede nella straordinaria riuscita della manifestazione del 13 febbraio scorso un segno importante di quel che potrebbe, dovrebbe avvenire. (S.L.L.)       
Dopo lo tsunami della richiesta di rinvio a giudizio e della rabbiosa reazione del Caimano contro magistrati e istituzioni abbiamo un assaggio umbratile di futuro come la protagonista dell’inizio del film ha dell’aldilà. Silenzio, luce filtrata, figure familiari ma indistinte. Ci passano davanti ectoplasmi della scena politica italiana: il saggio Presidente che ammonisce gli sfasciacarrozze, il nano pelato con satiriasi bionica, l’astuto Pierferdi, casanova prudente, l’orco devoto in mutande, l’inutile Bersani a maniche rimboccate, il ghignante La Russa in mimetica, il verme Frattini all’improvviso accortosi che il cuore del casino è il Mediterraneo e non Santa Lucia, il trasognato Fini impotente a gestire gli organigrammi del suo neo-partito. Esistono, ma non ci dicono nulla del nostro futuro, se non di un’infinita transizione verso il dissolvimento – dell’economia, dell’unità nazionale, dello spirito civico: qualsiasi cosa significhi! Esistono ma sono scavalcabili, come le patetiche transenne da cui il 13 scorso era blindato Montecitorio. Domina nel palazzo un senso di smarrimento che non lascia presagire nulla di buono, come se il cupio dissolvi dell’opposizione avesse contagiato anche la maggioranza. Stiamo freschi!
Basterebbe leggere fra le righe le dichiarazioni di Maroni, angosciato dall’ottusa complicità di Bossi con un Premier in pieno marasma senile quanto dal fallimento del proprio cattivismo anti-migranti, vanificato dal crollo dei regimi dittatoriali nord-africani e dal dignitoso rifiuto del nuovo governo tunisino a lasciar insediare la nostra polizia sulle loro coste. Del resto, come potrebbero trattenere i disperati all’inferno gli stessi agenti che lasciano uscire, coperti dal Ministro, allegre minorenni dalla Questura di Milano? Maroni teme che pure la Lega potrebbe essere travolta dall’evidente abulia del «governo del fare» e cerca in fretta di uscire dall’edificio prima del crollo: senza ritirare l’appoggio parlamentare, però, il che è alquanto problematico visto che a tutto pensa Berlusconi fuorché a togliere il disturbo dimettendosi. L’insieme in una situazione di incertezza in cui tutti sono ritrosi rispetto alla prospettiva di consultazioni anticipate, non solo per l’incertezza dei risultati, ma in primo luogo per l’apprensione che una campagna elettorale mandi definitivamente in pezzi gli equilibri istituzionali, per la rabbia dell’animale ferito e per l’irruzione sulla scena di soggetti inediti. Non si tratta soltanto della difficoltà di stringere le coalizioni imposte dalla vigente legge elettorale –e qui, ripetiamo, continua ad apparire improbabile e dispersiva di consensi la formazione di uno schieramento che vada dal Pd (con o senza IdV e Sel) a Fini– ma dell’emergere di istanze politiche non controllabili nell’attuale sistema. La diga Tremonti (la vera alternativa cui pensano tutti, l’equivalente dei militari “riformisti” egiziani) potrebbe non reggere.
Con tutti gli equivoci e le contraddizioni evidenti nelle 230 piazze dove si mischiavano ombrellini rossi, Camusso e Bongiorno, beh quel milione di donne c’era, con memorie e idee non condivise, ma senza targhe di partito (non che i leader un po’ inguattati non ci fossero, ma nessuno ci badava tranne le Tv), fluttuante, risentito, arcaico, avvenirista, laico, perbenista, scandaloso, ma c’era e prima o poi vorrà contare. Speriamo prima – quando? adesso! scandivano. In piazza abbiamo visto combattenti con rossetto, non vittime mercificate e umiliate secondo l’iconografia di Repubblica, sollecita ad arruolarle al seguito di un leader “straniero” che di volta in volta sarebbe Saviano o Draghi o l’agnellesco Montezemolo. E non erano certo solo “donne”. C’era una bella componente Fiom, c’erano i precari (non uno spezzone a parte, ma perché l’enorme maggioranza delle folle era composta da precarie, inattive per scoraggiamento, part time, salariate casalinghe non riconosciute), c’erano i movimenti unisex degli studenti e dei ricercatori. Nelle urne tutti costoro, a breve, potrebbero ancora essere omologati nei referenti consueti (e nell’astensione che ne è il corollario), ma alle urne non si arriverebbe in pace rutinaria bensì con un terremoto istituzionale e una campagna lacerante. E allora i nuovi e ancor confusi soggetti (siamo tutti confusi, anche se determinati, ammettiamolo) potrebbero comportarsi in modi imprevedibili, non sideralmente lontani da come hanno fatto di recente gli ex unanimi elettori di Ben Ali e Mubarak.
I sondaggi, che tanto bene fotografano la calma prima della tempesta, ci dicono che Berlusconi è in declino e il centro-destra resta maggioritario, mentre la sinistra scende – con un significativo spostamento dall’anoressico Pd verso componenti più sanguigne. L’arroccamento di Berlusconi sulla prosecuzione della legislatura comprando una manciata di deputati paralizza l’azione di governo ed esaspera lo scontro istituzionale indebolendo nel contempo la stessa coalizione. Risultato inevitabile, se si considera che la ragione prima di tale caparbietà non è una strategia complessiva del centrodestra ma la difesa dell’immunità giudiziaria del Premier, quindi spacca la coalizione e la maggioranza silenziosa del Paese: una maggioranza, appunto, fondata sul silenzioso consumo, non sulla crisi e sulle drammatizzazioni alla Giuliano Ferrara, una maggioranza benpensante, non libertina ed esagitata. Il simmetrico e piuttosto avvilente arroccamento degli antiberlusconiani su Legge e Virtù –un corpo alquanto sessuato, per dirla con pacatezza– non è fatto esattamente per tener dentro l’insorgenza latente di chi si oppone al regime della finanziarizzazione e, in via secondaria ma sintomatica, del bunga-bunga. Queste sono le radici materiali dello scollamento della rappresentanza e della diffusa paura del ceto politico per l’avvenire incombente.
Hereafter. Non stiamo scandagliando l’aldilà, stiamo invece producendo, perplessi e anche noi spaventati, il passaggio nel presente dall’indignazione al tumulto e alla liberazione. In arabo Tahrir, ricordiamolo.

La Libia è un'altra cosa?

Sulla Libia ho le idee tutt’altro che chiare. Non ho mai avuto per i nazionalismi arabi (Arafat incluso) le grandi simpatie che molti hanno avuto a sinistra e Gheddafi non mi è mai piaciuto; ma sono tuttora convinto che l’imperialismo Usa sia una realtà concreta e una brutta bestia. Né mi incanta granché il fatto che oggi in Usa vi sia un’amministrazione democratica, per cui ho simpatizzato e, su molte questioni, tuttora simpatizzo. Studiando mi sono convinto che, fin dalla Atene antica, paradossalmente, negli stati imperiali antichi come moderni, i governi democratici sono spesso più aggressivi e più “imperialistici” dei governi conservatori. E, benché di recente l’amministrazione Bush, forse anche per familiari interessi petroliferi, si sia caratterizzata per un esplicito bellicismo, non dimentico che la guerra del Vietnam fu iniziata da Kennedy e la sua escalation fu governata da Johnson.
Non ho, in questi giorni, avuto il tempo e la possibilità di documentarmi abbastanza da farmi un’idea mia: vedo che, nell’ambito della sinistra bene informata, Luciana Castellina su “il manifesto” e Antonio Moscato nel sito “Movimento operaio” (vedi in questo blog http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2011/02/il-difficile-nodo-della-libia-di.html ) non sottovalutano il peso degli interessi economici e strategici degli Usa sui possibili sviluppi della vicenda, ma ritengono che alla base della rivolta libica vi siano motivazioni analoghe a quelle dell’Egitto o della Tunisia: dei governi tirannici e corrotti che hanno progressivamente tradito le originarie ispirazioni di un socialismo arabo, una aspirazione alla libertà ampiamente intesa presente soprattutto nei più giovani. Il punto di vista che qui presento, dal sito “Mondo cane”, il “contro blog” di Fulvio Grimaldi, è molto diverso: Grimaldi sembra convinto che nel caso della Libia la spinta decisiva sia venuta dall’esterno, dagli interessi Usa e israeliani, e che la scelta di Obama e del Pentagono sia una sorta di risposta ai rischi della perdita di peso nei paesi vicini, dopo le recenti sommosse dirette contro tiranni filooccidentali. Non so se questo rappresenti una conferma del punto di vista di Grimaldi, ma stamani Bordin nella rassegna stampa di Radio radicale raccontava che in un sito che i bene informati ritengono emanazione del Mossad si parla di un centinaio di consiglieri militari americani, inglesi e francesi già presenti in Cirenaica. (S.L.L.)


Occhio, la Libia è un'altra cosa
di Fulvio Grimaldi

Noi siamo la razza che governa il mondo... Non rinunceremo al nostro ruolo nella missione della nostra razza, grazie a Dio, per la civilizzazione del mondo... Dio ci ha fatto il suo popolo eletto... ci ha reso tanto capaci di governare da poter gestire governi tra popoli selvaggi e senili.
(Senatore Usa Alfred Beveridge) 
 
La stampa è tanto potente nella creazione di immagini da poter far sembrare una vittima il criminale e mostrare la vittima come fosse il criminale. Questa è la stampa, una stampa irresponsabile. Se non stai attento, i giornali ti faranno odiare la gente che è oppressa e amare coloro che opprimono.
(Malcolm X, "Discorsi e dichiarazioni selezionati")

C'è da aspettarsi che i progressi in fisiologia e psicologia diano ai governi molto più controllo sulla mentalità dell'individuo di quanto non ne abbiano perfino gli Stati totalitari. Fichte disse che l'educazione dovrebbe puntare alla distruzione del libero arbitrio in modo che, quando gli studenti hanno lasciato la scuola, siano incapaci per il resto della vita di pensare o agire diversamente da quanto avrebbero voluto i loro maestri.
(Bertrand Russell, "L'impatto della Scienza sulla Società")

Fatta la tara al sistema mediatico occidentale e magari ascoltata l'emittente dell'America libera, Telesur, e anche la problematicità di Al Jazira, deprechiamo pure il bagno di sangue in Libia, con la repressione dei settori fedeli a Gheddafi, ma anche con l'ambiguità di un'informazione le cui contraddizioni tra commenti e immagini sfida la logica. E le cui motivazioni e i cui burattinai dovrebbero sollecitarci qualche riflessone. Non arrendiamoci al sanguinolento Grand Guignol che tutta la stampa, destra e "sionistra", in quell'unanimità che fa sempre gioco alla destra, spara sulla Libia e contro Gheddafi. Bombardamenti aerei sulla popolazione, mercenari stragisti, defezioni di militari, aviazione, ambasciatori, feriti sparati negli ospedali, testimoni rientrati che hanno "sentito colpi di fucile", migliaia di cadaveri per le strade, "esperti" tv fuorusciti da trent'anni dalla Libia che invocano la democrazia occidentale, mosche su quella patacca che passa per viva ed è già putrescente e ancora vorrebbe infettare i popoli che ne sono esenti... In Iraq cianciavano di fosse comuni di Saddam, mai trovate, mentre ne allestivano per migliaia, oggi un po' per volta scoperte con cadaveri datati dal 2003 in qua.
Molto è già stato smentito, molto non si è mai visto, neanche con immagini da cellulare, le manifestazioni di massa di Egitto, Tunisia, Yemen, Bahrein, stanno alle folle in campo in Libia come un tsunami sta al ponentino. Con ogni evidenza lo scontro è tra schieramenti militari che riflettono la spaccatura nazionale (e i maneggi esterni, italiani compresi), non un'insurrezione di popolo. La spaccatura corre all'interno di militari e apparato politico, a loro volta specchio di una frattura sociale tra tribù e regioni: la Cirenaica, cara agli inglesi che la volevano staccare dalla Libia, da sempre secessionista con mire di emirato islamico, dove oggi si fanno sventolare le bandiere senussite del vecchio re Idriss, burattino del colonialismo (lo stesso eroe nazionale Omar Al Mukhtar detestava i cirenaici e  lì considerava traditori); e la Tripolitania, storicamente più avanzata, moderna, laica. La collusione divenuta collisione tra settori sociali cresciuti attorno agli investimenti stranieri, occidentali, arrivati dopo la svolta liberista gheddafiana dei primi anni '90, e ora ansiosi di arricchimento e protagonismo politico (come i "verdi" iraniani che, pure loro, fanno passare gente da loro ammazzata per vittime del governo), e la massa della popolazione con il più alto reddito pro capite della regione che difende le conquiste dello stato sociale assicurate dalla Jamayria.
Per il Cairo Obama si è speso in favore della transizione desiderata dal popolo ma, ovviamente, reinterpretata pro domo sua; per la Libia tace perché deve nascondere le mani in pasta nella sedizione. Così, l'Ue e Israele, da sempre predoni insoddisfatti e bulimici delle risorse della Libia, ma con l'handicap di aver circuito il leader libico per il suo petrolio, il terrore dei migranti, Unicredit, Finmeccanica, Eni, Acea, Juventus, quattrinose quote libiche salva-imprese. Gli Usa, meno compromessi politicamente e propagandisticamente, eppure fortemente presenti con le loro multinazionali, hanno obiettivi geostrategici più corposi e meglio sostenuti, cosa che può far ventilare un intervento armato, come temuto da Fidel Castro. Puntano alla possibilità di strappare la Libia completamente all'Europa, togliendo a Gheddafi un punto di forza politico-economico, di mettere le mani sul rubinetto del gas e del petrolio libico, in modo da far sgocciolare all'Europa più o meno idrocarburi a vantaggio della propria superiorità e del reclutamento, sotto ricatto petrolifero, di ascari europei per le guerre imperiali. Vogliono appropriarsi della più vasta riserva d'acqua sotterranea dell'Africa (sogno di Israele dopo aver acchiappato, con il Sud Sudan, pseudostato separato grazie al concorso di Israele e comboniani, l'Alto Nilo) e, soprattutto, collocare in Libia quel comando Usa per Africa e Medioriente che è il recentemente costituito Africom. Africom la cui sede è stata rifiutata dall'Algeria (il che spiega anche i moti rivoltosi in quel paese, alimentati soprattutto dai secessionisti berberi, curati dall'Occidente). Insomma un altro dei  lavoretti elencati  nel piano israeliano del 1982 per il mondo arabo, dopo il Sudan spaccato in due e forse, con il Darfur, domani in tre, l'Iraq tripartito tra curdi, sciti e sunniti, il Libano tra cristiani-sunniti e sciti, l'Egitto tra copti e musulmani (ma lì i tiri al tritolo del Mossad sono stati un autogol) e via dividendo e imperando per il resto del pianeta.
Chiediamoci, dunque, a cosa serva la demonizzazione di Gheddafi, di cui peraltro nessuno ammira le eccentricità folcloristiche, ma di cui si devono comprendere le ragioni per l'apertura all'Occidente dopo decenni di scontro asprissimo, in collegamento con molti movimenti di liberazione del mondo. La bufala Lockerbie, lo schianto dell'aereo sulla Scozia, con centinaia di morti in alto e in basso, del quale, sulla base di concreti indizi, si può immaginare uno zampino Cia alla maniera dell'11 settembre, addebitato in un processo-burletta a un cittadino libico, e una campagna parossistica contro il "terrorista" Gheddafi, sostenitore di terrorismi in mezzo mondo a partire da irlandesi e baschi, minacciavano di essere la pistola fumante per lanciare sulla Libia quanto era stato scagliato sull'Iraq. E la Libia, nel mondo arabo, era isolata. Sarebbe stata la fine di uno dei più riusciti esperimenti nazionali e sociali del Sud del mondo.
Si trattava, con la "svolta verso l'Occidente, l'apertura a un mercato moderatamente libero, le fusa ai satrapi bancari e istituzionali europei, la rinuncia (non "distruzione" come i velinari dicono) alle armi di distruzione di massa, di salvaguardare indipendenza, sovranità e benessere del popolo libico. Chiediamoci a cosa serviva la satanizzazione di Saddam, non abbattuto dall'assalto iraniano istigato da Washington e quindi affogato in un oceano di merda e di sangue dalle invenzioni dei centri imperialisti dell'abbruttimento conoscitivo. Ricordiamoci delle armi di distruzione di massa esibite da Powell, Saddam che macinava gli oppositori nel tritacarta, che gassava i curdi, che sbudellava nemici, suo figlio che puniva i giocatori per le sconfitte facendoli giocare con palle di ferro e frustandone i piedi. Ricordiamo che da quelle falsità sono stati uccisi tre milioni di iracheni tra embargo e guerra. Vale per Aristide a Haiti, Chavez in Venezuela, Ahmadinejad, Bgabgo in Costa d'Avorio, Arafat, i pirati e Shabaab in Somalia, Milosevic in Serbia, i sandinisti in Nicaragua, il "terrorismo islamico".
Si tratta manifestamente di costruire nella provetta dei veleni un'opinione pubblica maggioritaria a favore di genocidi pro-democrazia e, con particolare accanimento, di fuorviare un mondo di sinistra, con risvolti antimperialisti, già anticoloniale in tempi meno indecorosi, fino a intrupparlo, come Pinocchio sul carro diretto nel Paese dei Balocchi e dei futuri somari, nelle proprie retrovie. La tremenda lezione del Vietnam, vincitore tanto grazie ai Vietcong quanto alla collera organizzata di un'umanità bene informata.
Muammar Gheddafi può fare il caudillo decorato come un albero di Natale e socio nei consigli d'amministrazione occidentali quanto vuole. Nessuno da questa parte del Mediterraneo e dall'altra dell'Oceano gli perdonerà mai di aver cacciato un grottesco re-travicello e, con lui, i padrini britannici, di aver ridato al suo popolo le ricchezze predate dai coloni italiani, la dignità offesa dallo stupro culturale dei colonizzatori, di aver costruito una nazione, di aver dato a un popolo del Terzo Mondo, tutto da spremere e tenere in schiavitù a garanzia dei propri privilegi, la forza di una nazione, di essersi fatto pagare un pur minimo risarcimento dagli epigoni dei Balbo e Graziani genocidi.
Qualche saputo stigmatizza che Gheddafi non abbia mai fatto "nulla di concreto per la Palestina. Cosa poteva fare da 10 mila km di distanza e con in mezzo l'Egitto sionistizzato di Mubaraq, senza vedersi bombardato un'altra volta da USraele come quando gli uccisero la figlia? Ha saputo denunciare senza tregua i crimini di Israele, ha invocato e rafforzato un'unità africana contro la manomissione del neocolonialismo. E' stato un appoggio importante per i combattenti irlandesi. Oggi, per le strade del suo paese ci si ammazza. Di chiaro e certo non ne sappiamo ancora niente. Ma sappiamo che in Occidente si mente per la gola. Egitto, Tunisia, Yemen, Bahrein, Somalia, dove di sicuro ci sono popoli insorti contro rais e globalizzazione della miseria, rischiano di fuggire dalla stalla. Guai a perdere anche la Libia, dove quella globalizzazione deve essere fatta arrivare. E' una tragedia più che per Gheddafi, per il popolo libico e, dunque, per noi. Noi italiani, prima di parlare di Libia e Gheddafi, anche solo per sghignazzare sulle sue bizzarrie di costume, o indignarci della sua difesa con le armi di uno Stato che qualcuno vuole divorare, niente al confronto con il nostro guitto mannaro, dovremmo sciacquarci la bocca. E magari cercare di leggere tra le righe di melma di Repubblica o del Manifesto un barbaglio di logica e di verità. E magari, ancora, tirar via da dove schiacciano lotte di liberazione i nostri mercenari.

27.2.11

Fortini. Il comunismo come possibilità (Roberto Monicchia)

Le recensioni di Roberto Monicchia sono spesso più che recensioni, sono ricognizioni problematiche su temi, autori, nodi storici e teorici. Vale anche per questa: un libro su Fortini, che gli consente di fare il punto sulla questione degl’intellettuali dalla guerra fredda al neocapitalismo. (S.L.L.)  
La serrata analisi della figura di Franco Fortini compiuta dal giovane Daniele Balicco (Non parlo a tutti. Franco Fortini intellettuale politico, Manifestolibri, Roma 2006), si concentra sulla critica delle forme e degli strumenti del “mandato sociale” dell’intellettuale. La riflessione su funzione e ruolo del letterato sono una costante in Fortini, a partire dal momento in cui la sua formazione umanistica nell’ambiente dell’ermetismo fiorentino, intrecciata con la severa morale luterana, incontra in Svizzera le esperienze dell’antifascismo socialista. Fortini è parte di quella generazione che dalla guerra e dalla resistenza è avviata, quasi costretta, ad una relazione ininterrotta con la politica: si pensi ai casi simili di Rossanda e Pintor. E’ dunque e fino in fondo un “intellettuale della guerra fredda”.
Sulla direzione, il senso, le modalità dell’impegno politico degli intellettuali egli disegna una posizione critica originale, irriducibile ai conformismi contro cui lotterà per tutta la vita. Per Fortini l’attività critica ed estetica è sempre ad un tempo critica dello stato di cose presente e prefigurazione “simbolica”, formale, della possibilità (che non è mai certezza) del comunismo, che si presenta a sua volta, in linea con il Marx dei Manoscritti economico-filosofici, come liberazione dall’alienazione, da non rimandare ad un avvenire indeterminato, ma da iniziare nella pratica politica di presa di coscienza da parte della classe.
Nel decennio postbellico, quello della militanza socialista, del lavoro nel “Politecnico” di Vittorini, Fortini, a partire da un’adesione critica al frontismo, accentua gli elementi di critica allo stalinismo. I saggi sul “Politecnico” e quelli poi raccolti in Dieci inverni mettono in luce come la “politica culturale”togliattiana, affidando agli intellettuali un ruolo prestigioso ma subalterno, compia un’operazione simile a quella della borghesia in ascesa, separando l’egemonia culturale dal dominio politico. Questa operazione ha pesanti conseguenze, poiché rende equivoco, sostanzialmente moderato, il progetto antifascista, e recide il legame tra cultura, economia e politica, precludendo l’analisi di classe e l’autonomia del soggetto rivoluzionario. I “dieci inverni” vedono così l’accumularsi di acute polemiche verso la vulgata letteraria nazional-popolare, considerata populista e non classista, insieme alla rivendicazione coerente della funzione politica del lavoro intellettuale. Questa proposta assume caratteri più precisi dopo la crisi del 1956, che rende possibile una “uscita da sinistra” alla crisi dello stalinismo.
Il tema del comunismo si ripropone, dunque, negli anni della tumultuosa nuova fase di sviluppo del capitalismo. Il Fortini di “Menabò”, di “Ragionamenti”, dei “Quaderni piacentini”, cerca di tenere insieme i due elementi. L’analisi del neocapitalismo, parallela a quelle di Panzieri e Tronti, mostra come lo sviluppo tecnologico determina un salto di qualità dello sfruttamento e dell’alienazione.
Ne è parte integrante l’esercizio diretto dell’egemonia da parte dell’industria culturale: la delega al ceto intellettuale - con relativa falsa coscienza di autonomia - viene ritirata, il letterato diviene un funzionario salariato del capitale. L’enorme capacità assimilatrice dell’industria culturale - che metabolizza anche le provocazioni e le critiche - porta Fortini a mettere in discussione le velleità delle neoavanguardie e le fughe nell’estetismo, ma anche a non cedere alla rassegnazione.
La risposta alla duplice distorsione - neocapitalista e stalinista - del ruolo intellettuale si configura in primo luogo come il tentativo di un’autogestione del lavoro culturale che perlomeno sveli i meccanismi alienanti dell’industria culturale. Accanto a ciò vi è l’interrogazione continua sulla funzione stessa della cultura, a rischio nell’omologazione del neocapitalismo.
Ripercorrendo a posteriori le diverse opzioni dell’impegno politico emerse ai tempi dei fronti popolari (Mandato degli scrittori e fine dell’antifascismo), Fortini cerca una sintesi dialettica tra le ipotesi di Lukacs e quelle di Brecht, prefigurando una tensione permanente tra opera d’arte e lotta per il comunismo, in cui l’una sia la “anticipazione” formale-simbolica dell’altra. Resta netto, definitivo, il rifiuto della separazione dei ruoli di cultura e politica (la battaglia e le idee, piuttosto che la battaglia delle idee), mentre l’istanza dell’autorganizzazione del soggetto della trasformazione (come nella Lettera agli amici di Piacenza) è uno dei motivi guida della stagione del ’68, di cui Fortini è in qualche modo “maestro suo malgrado”.
Questa impostazione, che accetta il rischio della verifica continua dei propri assunti, è tutt’uno con il carattere obliquo, metaforico della scrittura fortiniana, in cui ogni sollecitazione non vale solo per sé, ma rimanda ad un contesto variabile, fitto di relazioni biunivoche tra parola poetica e azione politica. Fortini non era affatto un “generoso ingenuo”, sapeva bene che una integrazione reale tra estetica e politica sarebbe niente di meno che il frutto maturo del comunismo, la ricomposizione dell’uomo con se stesso, ovvero una scommessa molto azzardata.
Per lo stesso motivo non era neanche un cinico spregiatore dell’utopia e della possibilità.
Il suo richiamo - sull’eco dell’amato Brecht - a “preservare le nostre verità”, in attesa di tempi migliori, è un messaggio nella bottiglia da tenere in considerazione, per resistere all’attuale tempesta ed evitare ulteriori naufragi.

Da "micropolis", dicembre 2006

Il brindisi. Un corsivo di Fortebraccio del 1973 con una mia riflessione sulla Dc.

Ho appena “postato” una stupenda pagina in cui Walter Binni ricorda Ferruccio Parri  (http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2011/02/un-volto-nobile-fra-tanti-ceffi.html). Vi si leggono parole terribili sui governanti democristiani degli anni Settanta, partendo da Giovanni Leone, che era stato addirittura presidente della repubblica, proseguendo con Fanfani, con Andreotti e compagnia bella: “un capo dello Stato che ballava la tarantella, che faceva le corna agli studenti che giustamente lo fischiavano, che coltivava l’amicizia dei Lefèvre (spregiudicati affaristi napoletani del tempo, n.d.r.), che parlava come un paglietta di infimo ordine”… “i visi dei sacrestani furbastri pseudo-scrittori di melensi libri di papi e di altre simili amenità, di mediocri corporativisti aspiranti pittori (cui non mancano gli elogi di intellettuali artisti dell’opposizione), di ministri che scrivono poesie o che si esibiscono in suonate al pianoforte (la cultura e l’arte sono finalmente al potere!), di politici che frequentano l’eletta compagnia dei Caltagirone, dei Sindona, dei nemici piú neri della democrazia, e che sono dentro fino al collo in tutti gli scandali e in tutte le trame reazionarie”. 
Qui pubblico un celebre corsivo di Fortebraccio in cui alla “leggerezza” democristiana contrappone quella che un imbecille assai pettegolo chiamò “l’insopportabile pesantezza dei comunisti”. Il Pci aveva tanti e gravi difetti (tra cui quello di crescere giovani quadri come D’Alema, Veltroni e molti altri), ma della sua serietà e severità, incarnata dal volto di Berlinguer, ci accade di avere nostalgia. Niente di strano.
Sui fasti dei democristiani, sulle loro abitudini, sulle loro facce c’è un film che mi permetto di consigliare, un film di montaggio che ne ripercorre nel 1977 (nel pieno della cosiddetta “solidarietà nazionale”) i primi trent’anni di governo: è opera di Roberto Faenza ed ha un  titolo profetico, Forza Italia! Ma né Faenza e neppure Binni e Melloni- Fortebraccio, nel loro lucido pessimismo sull’Italia e  sulla sua classe politica di governo, potevano immaginare la volgarità, l’impudenza, l’incanaglimento, il disprezzo per il lavoro e la sofferenza della povera gente che mostrano oggi l’uomo del “bunga bunga” e la sua compagnia di ceffi e di gaglioffi. A volte ci accade di rimpiangere i democristiani. Al peggio non c’è termine. (S.L.L.)
Un disegno di Gino Galli (Gal) dopo la sconfitta
della Dc di Fanfani nel referendum sul divorzio
Il brindisi
Personalmente, il “nostro” cronista politico è Luca Giurato della Stampa, nelle cui note troviamo il più delle volte particolari, anche minori, che ci offrono il destro di considerazioni secondo noi non irrilevanti. Ieri, per esempio, nel servizio del “nostro” cronista abbiamo potuto leggere tra l'altro: “Moro finalmente accettava, precisando che avrebbe tentato un governo soltanto nell'ambito del centro-sinistra. ‘Ma è quello che vogliamo’, ha detto Fanfani che poco dopo, durante un breve spuntino, ha invitato gli amici del direttivo a ‘innaffiare’ i panini con il vino della sua Camaldoli. Quando si è sciolto anche il dilemma della ‘rosa’ (Moro per primo e poi gli altri nomi ‘per cortesia’) c'è stato un brindisi col vino di Fanfani”.
Questi sono i democristiani. Allegri, spensierati e felici, con Fanfani che tiene in ufficio “il vino della sua Camaldoli”, dopo avere sfiorato il più basso livello culturale della loro carriera con la scelta di un Piccoli, “libano nei lieti calici” si direbbe ignari della situazione in cui versiamo e passano ai rinfreschi. Iddio deve essere veramente misericordioso, se all'ultimo momento gli ha tenuta la mano sulla testa e gli ha fatto proporre Moro. Era tempo. Ma questi “spuntini” e questi brindisi vi danno un'idea della loro leggerezza. Governano da trent'anni un paese, non dovevano governare neppure un pollaio. Con gli operai che hanno già perduto il lavoro, con quelli che lo perderanno, con tante famiglie che sono o saranno presto alla fame, questi dirigenti democristiani fanno cin cin con i bicchieri. Dovrebbero farlo dando le teste nei muri, stravolti da angosciosi pentimenti.
E questi, invece, sono i comunisti. Notava ieri “il Resto del Carlino” che l'on. Berlinguer, dopo essere stato da Leone, ha reso la sua dichiarazione, che i nostri lettori già conoscono, esprimendosi “con fastidio”, quando ha deplorato le lunghe, inutili trattative con i partiti che già avevano progettato lo scioglimento delle Camere, e, “con tono ancora più stizzito ha condannato la DC che ha già fatto perdere troppo tempo al paese”. Berlinguer non ha “il vino della sua Sardegna” con cui alzare il bicchiere. E' un comunista, non ha voglia di divertimenti e di festicciole. Sta con i lavoratori e con le loro donne, incalzati dalla disoccupazione e dalla miseria. L'Italia, del resto, è già divisa così: tra coloro che osano fare ancora brindisi e coloro che non sanno più essere felici finché c'è in giro tanta disperazione.
fortebraccio

Da “l’Unità”, 14 marzo 1973
Su Fortebraccio,alias Mario Melloni,  in questo stesso blog vedi il profilo tracciato da Eros Barone (http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2011/02/ricordando-il-compagno-fortebraccio-di.html)

Un volto nobile fra tanti ceffi ignobili. Binni ricorda Parri ("micropolis" - ottobre 2007)

Questo testo, fino ad allora inedito, fu pubblicato da «micropolis» nell’ottobre 2007. Era stato scritto da Binni nel dicembre del 1981, alla morte di Ferruccio Parri (8 dicembre). Viene ora pubblicato nel volume degli Scritti politici di Walter Binni, fresco di stampa per le edizioni de “Il Ponte”, che verrà presentato a Perugia ai primi d’aprile. (S.L.L.)


Ho conosciuto Parri nel 1938 a Milano (insegnavo a Pavia e da un paio di anni percorrevo l’Italia a diffondere le idee del «liberalsocialismo» soprattutto nella versione di Capitini e mia – il problema della libertà nel socialismo piú socialmente radicale, non del socialismo nella libertà in senso socialdemocratico – e ad aggregare gruppi piú vasti di antifascisti) e riportai da quell’incontro un’impressione indelebile di fermezza e coraggio nella semplicità e modestia, nell’ironia e autoironia dei modi nobilissimi e antiretorici e, a parte la sua storia precedente, sentii di aver conosciuto un uomo insolito e raro pur nella ricchezza di personalità diverse e ben notevoli nell’intellettualità militante antifascista.
Poi quell’impressione si rafforzò quando - dopo le vicende della guerra e della lotta partigiana in cui Parri aveva preso il posto che doveva prendere - lo ritrovai nel ’45 e, con piú lunga consuetudine, alla Costituente (io non avevo aderito al Partito d’Azione ed ero entrato nel ’43 nel Partito Socialista di cui ero deputato per l’Umbria) ed ebbi modo di apprezzare ancor piú le qualità intellettuali e morali persino quando ad un violento attacco del separatista Finocchiaro Aprile rispose pacatamente e quasi sommessamente con un insolito tipo di eloquenza cosí antiretorico e spezzato; che tanto piú mi colpí per la sua efficacia profonda, quando ne ascoltai a Lucca una commemorazione dell’eccidio nazista di Stazzema, impressionante per certe pause commosse, per certi improvvisi moti di sentimento profondo quasi in un incrinato e sommesso singhiozzo che mi faceva pensare al Kutuzov di Guerra e pace e dunque a una specie di capo e comandante cosí umano, cosí «antieroico», cosí capace di far pensare e sentire senza travolgere con l’enfasi e la retorica.
Né quei discorsi (come le conversazioni avute con lui specie in certe fasi della diaspora socialista, dopo la scissione del ’47 e dopo la sua parentesi repubblicana, quando collaborammo in tentativi di formazioni politiche socialiste per una rifondazione della sinistra a cui Parri si era sempre piú avvicinato) mancavano di rivelare le caratteristiche di un intellettuale non à la page, ma tanto piú sostanzioso e rigoroso di tanti snob della sinistra di cui oggi si vede la vertiginosa perdita di tensione morale e ideale, ma tanto saldamente radicato in una cultura otto-primonovecentesca che trovava in De Sanctis una autorità intellettuale, intelligenza e cuore inseparabili per adoperare appunto parole desanctisiane, valida anche per il senso della storia e della letteratura di cui Parri si dimostrava cultore, ben orientato nei suoi giudizi e nelle sue domande a me, come professionista di critica letteraria, anche se la sua specializzazione era diventata sempre piú l’economia e la politica. Ma anche proprio della politica egli dimostrava un senso tutt’altro che ingenuo e moralistico, ma certo impiantato in una salda e disillusa visione morale che rimandava ad un’altra politica ben diversa da quella puramente machiavellica, che veniva mostrando il suo pieno trionfo nella prassi del partito maggioritario con la sua bassa furberia, con i suoi intrighi, con la sua spregiudicatezza e corruzione che ha spesso contagiato anche i suoi avversari piú risoluti.
Profondamente pessimista ed esperto dei vizi profondi del nostro paese e della sua classe dirigente, Parri opponeva la sua onestà, la sua instancabile caparbietà intransigente, estremamente consapevole della sua essenziale diversità.
Sicché quando – in occasione della incredibile elezione di Leone a presidente della Repubblica – gli telefonai per sfogare la mia indignazione e gli dissi che solo un uomo come lui avrebbe dovuto essere il candidato dell’opposizione in sfida antitetica con il degno candidato della Democrazia cristiana, egli mi rispose «ma in che mondo vivi, in quale paese credi di essere?».
Ripenso a quella risposta, ripenso a tanti suoi scritti, atti (la proposta di scioglimento del partito neofascista), a tanti colloqui e contatti anche per me personalmente importanti (quando pronunciai un discorso funebre per la morte dello studente Paolo Rossi, morto in seguito alle percosse dei fascisti e mi si scatenò contro un feroce attacco non solo dei fascisti, ma dei benpensanti di destra e di sinistra, mi ripagò di tutto un telegramma affettuoso e fermo di Parri), a tante telefonate fino a quando lo colpí l’arteriosclerosi, in cui il timbro leale ed amaro della sua voce mi portava ancora l’eco di una personalità cosí eccezionale, cosí diversa, cosí inquietante e sollecitante proprio nel suo pessimismo e nella sua ironia e autoironia (nell’ultima telefonata consapevole chiamò la sua eroica e amata compagna «la mia tiranna») e tanto piú mi indigno di fronte all’indifferenza generale (non parlo certo dei suoi veri amici ed estimatori: ma pochi rispetto ai suoi meriti altissimi) che ha accolto la notizia della sua penosa malattia, dei suo ricovero al Celio (addirittura, per colmo di amara ironia, mi si assicura, nella stanza che ospitò l’aguzzino nazista Kappler!), la sua morte (sommessamente onorata). Chi è Parri?
Ma poi mi dico che è giusto, che non c’era e non c’è posto, in un paese cosí degradato, per un uomo come Parri, che un volto nobile come il suo non può essere riconosciuto dove compaiono continuamente tanti visi ignobili quali sono quelli di tanti nostri reggitori democristiani agli occhi di un paese (e di un’opposizione) che hanno tollerato a lungo il viso risibile di un capo dello Stato che ballava la tarantella, che faceva le corna agli studenti che giustamente lo fischiavano, che coltivava l’amicizia dei Lefèvre (spregiudicati affaristi napoletani del tempo, n.d.r.), che parlava come un paglietta di infimo ordine, e che tuttora tollera i visi dei sacrestani furbastri pseudo-scrittori di melensi libri di papi e di altre simili amenità, di mediocri corporativisti aspiranti pittori (cui non mancano gli elogi di intellettuali artisti dell’opposizione), di ministri che scrivono poesie o che si esibiscono in suonate al pianoforte (la cultura e l’arte sono finalmente al potere!), di politici che frequentano l’eletta compagnia dei Caltagirone, dei Sindona, dei nemici piú neri della democrazia, e che sono dentro fino al collo in tutti gli scandali e in tutte le trame reazionarie. È giusto che un paese che tollera senza battere ciglio, quei visi, ignori o rimuova da sé il volto nobile di Parri, troppo acerbo rimprovero alla sua frivolezza e alla sua colpevole tolleranza in un tetro periodo in cui la stessa sinistra è attraversata dalla destra e persegue disegni abominevoli e assurdi di alleanze e compromessi con i nemici capitali della democrazia e della classe proletaria. Perché Parri non è un rivoluzionario, a parole, ma è la faccia onesta, severa, profondamente alternativa di un paese per tanti aspetti e per tante parti disonesto ed ignobile.

26.2.11

Al mio amante che torna da sua moglie. Una poesia di Ann Sexton.

Lei è tutta là.
Per te con maestria fu fusa e fu colata,
per te forgiata fin dalla tua infanzia,
con le tue cento biglie predilette fu costrutta.

Lei è sempre stata là, mio caro.
Infatti è deliziosa.
Fuochi d'artificio in un febbraio uggioso
e concreta come pentola di ghisa.

Diciamocelo, sono stata di passaggio.
Un lusso. Una scialuppa rosso fuoco nella cala.
Mi svolazzano i capelli dal finestrino.
Son fumo, cozze fuori stagione.

Lei è molto di più. Lei ti è dovuta,
t'incrementa le crescite usuali e tropicali.
Questo non è un esperimento. Lei è tutta armonia.
S'occupa lei dei remi e degli scalmi del canotto,

ha messo fiorellini sul davanzale a colazione,
s'è seduta a tornire stoviglie a mezzogiorno,
ha esposto tre bambini al plenilunio,
tre puttini disegnati da Michelangelo,

l'ha fatto a gambe spalancate
nei mesi faticosi alla cappella.
Se dai un'occhiata, i bambini sono lassù
sospesi alla volta come delicati palloncini.

Lei li ha anche portati a nanna dopo cena,
e loro tutt'e tre a testa bassa,
piccati sulle gambette, lamentosi e riluttanti,
e la sua faccia avvampa neniando il loro
poco sonno.

Ti restituisco il cuore.
Ti do libero accesso:

al fusibile che in lei rabbiosamente pulsa,
alla cagna che in lei tramesta nella sozzura,
e alla sua ferita sepolta
- alla sepoltura viva della sua piccola ferita rossa -

al pallido bagliore tremolante sotto le costole,
al marinaio sbronzo in aspettativa nel polso
sinistro,
alle sue ginocchia materne, alle calze,
alla giarrettiera - per il richiamo -

lo strano richiamo
quando annaspi tra braccia e poppe
e dai uno strattone al suo nastro arancione
rispondendo al richiamo, lo strano richiamo.

Lei è così nuda, è unica.
È la somma di te e dei tuoi sogni.
Montala come un monumento, gradino per gradino.
lei è solida.

Quanto a me, io sono un acquerello.
Mi dissolvo.

Una strage (di Giovanni Pascoli)

Pascoli e Carducci in un'osteria a Faenza (1905)

Carducci fu qua e venne a farci grande onore[…]. Mariuccina rimase male quando fece il conto … di cantina. Mancavano all’appello un fiasco di Massa e uno di Rufina, uno e mezzo di Samontana, diverse bottiglie di Sangiovese, la bottiglia di Bordeaux. Una strage.

Da una lettera a Severino Ferrari (1990) in Lungo la vita di Giovanni Pascoli di Maria Pascoli.

Ferdinando di Borbone, IV e I, e l'ammiraglio Nelson (di Gesualdo Bufalino)

Ferdinando di Borbone
“Re Nasone” fu chiamato Ferdinando di Borbone, prima Quarto come re di Napoli, e poi Primo, quando, per dare un contentino all’isola declassata da regno autonomo ad appendice del Mezzogiorno d’Italia, fu istituito il Regno delle (inverosimili) Due Sicilie. Nel racconto Due notti di Ferdinando I di Gesualdo Bufalino è contenuta una curiosa e non gentilissima conversazione tra il re e l’ammiraglio Horace Nelson, titolare di una ducea in Sicilia, noto come eroico vincitore delle grandi battaglie navali antinapoleoniche ad Abukir e Trafalgar (vi perse un occhio e un braccio), protagonista di un tempestoso amore adulterino con Lady Hamilton. Si sarebbe svolta nel 1799 nel giorno di mezz’agosto, al ritorno di Ferdinando (al tempo ancora IV) in Sicilia dopo che a Napoli si erano svolti i processi sommari e la pubblica impiccagione dei giacobini. Non so dove l’aneddoto sia stato raccolto (se non è del tutto inventato), ma pare coerente con l’immagine tramandata del re, oltre che del celebrato Lord inglese. (S.L.L.)
La colonna Nelson a trafalgar Square, Londra
La sera avanti aveva mangiato e bevuto senza risparmio, celebrandosi il compleanno della consorte Maria Carolina, mentre già urgevano in città i festeggiamenti di santa Rosalia, generosamente posticipati per esibirli al ritorno dei viaggiatori regali. Aveva bevuto troppo, tanto da farsi scappare con Lord Nelson qualche sproposito dei suoi, che accompagnava con un fragore di riso e uno starnuto del forte naso. “Signor duca di Bronte,” gli aveva detto, “peccato quell’occhio e quel braccio mancanti… Mentre con lady Hamilton bisognerebbe avere quattr’occhi, quattro braccia, insomma il doppio di tutto quanto!”.
Nelson non sembrava aver udito, era solo impallidito un poco. Alzando poi l’occhialetto davnti alla pupilla offesa: “Non vi vedo, Maestà,” aveva mormorato. “Non vi vedo proprio”. E voltandogli le spalle, se n’era andato.

In Gesualdo Bufalino, L’uomo invaso, Bompiani 1986



Il difficile nodo della Libia (di Antonio Moscato)

Questo testo tra analisi e memoria è tra le cose più interessanti e serie che abbia letto sulla Libia, sul suo passato e sul suo presente. Ne è autore uno storico militante trotzkista della Quarta, Antonio Moscato, dal cui sito "Movimento Operaio" l'ho ripreso. Non saltate la postilla: contiene la previsione più allarmante, quella per cui dovrebbe cominciare una mobilitazione. (S.L.L.)
Non volevo intervenire sulla rivoluzione avviata in Tunisia e dilagata in una vasta area del mondo arabo. In realtà se c’è chi si aspetta sempre che io commenti l’attualità sul sito, e me lo fa sapere, c’è anche chi invece mi ha criticato per la frettolosità di alcuni articoli; ad esempio per la breve nota su Gli Emiri del Golfo (e poteva dire lo stesso anche per le note precedenti sugli stessi temi, troppo legate alla polemica con Frattini e Maroni sulle “invasioni bibliche”…).
Inoltre una rivoluzione in atto va prima di tutto descritta, e lo fanno bene molti giornalisti come Michele Giorgio o Robert Fisk, che le seguono da vicino, senza poter fare neppure loro troppe previsioni. Soprattutto per la Libia, in cui la distruzione delle opposizioni ha reso particolarmente difficile immaginare gli assetti futuri, nel caso di un tracollo totale e definitivo del regime. Ci sarà tempo per commentare, comunque vada a finire…
Tuttavia volevo aggiungere qualcosa a quello che ha scritto Luciana Castellina su “il manifesto”, che è peraltro largamente condivisibile nella prima parte, un po’ meno – ovviamente – per la forte nostalgia per il mondo bipolare nella seconda. La messa a punto iniziale ha un senso, per rispondere alla sciocca polemica reazionaria, fatta dalla Lega, dall’IDV, dai radicali e da gran parte del PD, contro gli accordi con la Libia firmati da Berlusconi. Accordi nella sostanza dovuti, perché il danno apportato a quel paese con la conquista, la repressione, e una cruentissima partecipazione alla seconda guerra mondiale, è stato enorme. Ne avevo scritto più volte in Gli errori di Gheddafi e i crimini dell'Italia, Dopo la visita di Gheddafi, Italia e Libia, un rapporto pericoloso. Quello che era inaccettabile non era solo il bacio della mano, le parate istrionesche, le gheddafine che a pagamento andavano a sentire un’incomprensibile lezione sul Libro verde, ma anche i criteri con cui questo “risarcimento” è stato concepito a beneficio prevalente dei nostri predoni (Impregilo, ENI, ecc.) e contraccambiato dal regime di Gheddafi con un ruolo di brutale polizia delle frontiere europee nel Mediterraneo e nel deserto libico.
Anche io sono stato più volte in Libia, come storico interessato alla guerra di Libia, con delegazioni organizzate da Guido Valabrega, in cui c’erano studiosi ma anche alcuni “nostalgici del socialismo reale”, che si fermavano incantati ad ascoltare i propagandisti del regime. In ogni caso avevamo avuto modo di valutare diversi aspetti dell’organizzazione del paese. Ero più di altri infastidito da tutti gli aspetti di retorica e di inutile sceneggiata che ci esibiva alcune presunte vittime degli italiani, che ci venivano riproposte ogni volta, ma non potevo fare a meno di riconoscere anche alcune conquiste culturali importanti. Ad esempio sulla guerra italo libica era stato costituito un centro studi, Markaz al Jihad, che guardavamo con fondata ammirazione: mobilitando migliaia di insegnanti elementari erano state visitate in poco tempo 600.000 famiglie (praticamente tutta la popolazione sotto la dominazione italiana) raccogliendo testimonianze orali, copiando documenti e foto; tutto il materiale veniva poi pubblicato su una rivista del Centro. Magari si potesse fare in Italia qualcosa di simile per la Resistenza, pensavamo con qualche invidia…
Ma poi ci portavano anche ogni volta a visitare la casa di Gheddafi bombardata dagli USA, e soprattutto ci trascinavano al “Centro per il Libro Verde”, dove eravamo infastiditi dalla grottesca apologia di quel testo fatta dai burocrati che ci accoglievano. Ci facevano visitare lo zoo o il meraviglioso planetario con tante sale per conferenze piene di studenti, in cui si poteva studiare il cielo in una qualsiasi località e in qualsiasi data scelta. Bellissimo, altri paesi del Terzo Mondo non lo avevano, ma capivo che era solo un fiore all’occhiello del regime, che non impediva ad alcuni di noi di accorgersi di altre contraddizioni stridenti. Ad esempio del fatto che negli alberghi il personale era praticamente tutto non libico: egiziani, tunisini, ma anche molti provenienti dal Sudan e da altri paesi dell’Africa sub sahariana. La sensazione era che la maggior parte dei libici non facesse nessun lavoro manuale, ma avesse qualche rendita o stipendio. Un dato che può pesare anche nei conflitti attuali.
Sono d’accordo con Luciana Castellina che quella rivoluzione aveva inizialmente suscitato grandi attese, sia perché arrivava quando già quella algerina, che aveva rappresentato per la generazione di Luciana (e la mia) una speranza di una svolta radicale nella rivoluzione anticoloniale, era entrata in una fase involutiva con il golpe di Boumedienne contro il Ben Bella del controllo operaio e dell’autogestione. Ma era anche arrivata alla vigilia del triste tramonto di Nasser, forse non ucciso come ipotizza la Castellina, ma certo schiantato dalla sua incapacità di fermare il massacro dei palestinesi in Giordania, in quel terribile “settembre nero”. Di quelle rivoluzioni, oggi dimenticate e abitualmente denigrate dall’uso politico delle ricostruzioni storiche (televisive), Gheddafi voleva apparire e sembrava erede legittimo, rivendicando i diritti sul proprio sottosuolo e cacciando le basi britanniche e statunitensi.
Non era un crimine seguirlo con interesse ancora negli anni Ottanta, soprattutto se contemporaneamente si tenevano gli occhi aperti di fronte ai primi sintomi di processi involutivi. In definitiva si poteva avere verso la Libia l’atteggiamento che si aveva verso i paesi del socialismo reale (a cui per alcuni aspetti marginali somigliava), che si osservavano criticamente, senza demonizzarli.
D’altra parte non potevamo ignorare che anche il vescovo italiano di Bengasi (che pure aveva avuto problemi con i comitati rivoluzionari, che lo avevano arrestato), segnalava sull’Adige di Verona che in Italia non ci sognavamo neppure le ottime strutture ospedaliere gratuite che c’erano in Libia… Ma poi in quegli ospedali era scattata un’orribile caccia all’untore, che aveva attribuito a cinque infermiere bulgare e un medico palestinese la responsabilità di aver provocato deliberatamente il contagio con il virus HIV tra centinaia di bambini. Si era già nel 1999!
Ora, in questo penoso declino del regime, anche prima dei massacri, e già durante le ultime penose performance italiane del Gheddafi rivale di Putin nel cuore di Berlusconi, mi sono domandato se era stato un errore o una colpa visitare quel paese qualche decennio fa, senza farne alcuna apologia (che per giunta non ci veniva richiesta come avveniva invece a Pechino e Tirana), ma anche senza demonizzarlo. La risposta è che non lo era: penso ancora oggi che fosse giusto che tra l’Italia colonialista e la Libia aggredita si parteggiasse per la vittima, anche se i suoi governanti del passato e recenti non ci piacevano (ma che dire quelli italiani di allora e di oggi, d’altra parte?). In ogni caso noi ci andavamo solo per contribuire alla ricostruzione delle vicende di quella guerra terribile, che preparò l’involuzione autoritaria del nostro paese, servì da prova generale per trascinare l’Italia nella “Grande Guerra, e per certi aspetti il fascismo. Non a caso la sua storia è stata oscurata e rimossa: tutti gli studenti italiani sanno ad esempio che quella guerra cominciò e finì nel 1911, e ignorano quindi gli orrori e i massacri che la contrassegnarono nella fase che si concluse con l’impiccagione di Omar al Mukhtar nel 1932.
Era anche facile e necessario reagire alle demonizzazioni razziste, come quella della Fallaci, e al disprezzo per gli aspetti esteriori dell’istrionismo del “Beduino”. Altra cosa era invece la dissociazione indispensabile dalla politica internazionale della Libia, spesso altalenante e che a volta a volta appoggiava e poi abbandonava i movimenti intransigenti (palestinesi e non solo…), usando lo stesso terrorismo come arma tattica per i suoi ricatti.
Difficile prevedere cosa potrà accadere, a breve scadenza, sia perché le opposizioni sono state cancellate e comunque rese non visibili, sia perché il potere dei clan, prima contestato per decenni nella fase modernizzatrice, è stato poi rimesso in vigore da Gheddafi come valvola di sicurezza, con un processo analogo a quello che caratterizzò l’agonia del regime di Siad Barre in Somalia. Assurdo lo spauracchio del fondamentalismo evocato (accanto a quello dell’esodo biblico), da Berlusconi e dal suo cameriere Frattini in ogni momento e per ogni situazione. Ma in Libia tuttavia potrebbe più facilmente che in Egitto o in Tunisia apparire davvero dietro le bandiere della monarchia senussita che stanno dilagando in Cirenaica, ma compaiono anche a Tripoli. Ricordarlo non vuol dire minimamente giustificare Gheddafi, dato che indubbiamente è stata proprio l’assenza di meccanismi che consentissero l’emergere di proposte diverse e la loro dialettica ad aver provocato l’irrigidimento e poi l’esplosione incontrollabile della società libica (dovuta prevalentemente a cause endogene e non a “perfide manovre” dell’imperialismo, analogamente a quanto era avvenuto con l’esplosione dell’URSS e della Jugoslavia).
Quello su cui varrà la pena di indagare (e che è il motivo della scelta della Castellina e mia di ricostruire le speranze suscitate dalla prima fase della rivoluzione repubblicana libica) sono le ragioni dell’involuzione. Che non vanno ricercate negli aspetti esteriori e pittoreschi del piccolo Bonaparte di Tripoli, o nelle frasi fatte fatalistiche sulle “rivoluzioni che mangiano i propri figli”, ma negli effetti a catena della terribile involuzione di tutto il movimento operaio e di tutti i movimenti di liberazione nazionale, per effetto della poderosa forza di attrazione e di corruzione della burocrazia sovietica. Effetti a catena, dico, perché nel conto dei fattori che hanno facilitato l’involuzione dei movimenti anticoloniali (penso anche e in primo luogo a quello palestinese, ovviamente) c’è la sparizione totale di ogni idea di sinistra nel movimento operaio europeo, e in particolare in quello ex comunista, che certo non ha il diritto di giudicare nessuno, se prima di tutto non comincia a guardarsi allo specchio…
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Postilla
Per evitare equivoci, il senso di questa nota era semplicemente di evitare ogni demonizzazione della rivoluzione libica fin dalle sue origini, con la stessa metodologia usata per cancellare la rivoluzione russa del 1917 attribuendole le caratteristiche della tragica involuzione staliniana o della penosa agonia negli anni del declino, o il PCI della resistenza, criticabile per la sua subordinazione alle esigenze tattiche della burocrazia sovietica, ma pur sempre grande nella generosità dei suoi militanti, attribuendogli la miseria morale e politica degli epigoni D’Alema, Veltroni o Bersani… Un atteggiamento il mio che non “assolve” certo Gheddafi, ma casomai gli nega anche le attenuanti generiche: è infatti una colpa ancora più grave essersi allontanato tanto dal punto di partenza e dai progetti iniziali, su quasi tutto, tranne che sulla concezione della donna, che non è certo quella che possiamo auspicare ma è comunque in contrasto assoluto con quelle dell’Arabia Saudita, degli Emirati del Golfo o dell’Iran (che non a caso si è affrettato a condannare l’empio Gheddafi). In Italia si è scherzato molto sulle amazzoni che formano la sua guardia del corpo, assimilandole di fatto alle ninfette di Berlusconi. In realtà mi ha sempre colpito in Libia vedere molte donne in divisa militare alla guida di carri armati, o in uscita dalle Accademie militari. E in questi giorni se ne sono viste alcune che hanno aderito alla rivolta, che evidentemente non è (almeno per ora...) guidata da al Qaeda, come insinuano invece i ministri di Gheddafi e quelli di Berlusconi...
Un’altra ragione che mi ha spinto a queste messe a punto è la sensazione che la drammatizzazione delle vicende, con notizie non confermate di bombardamenti e di scavi preventivi di “fosse comuni” sulla spiaggia, serva a giustificare un intervento italiano o dei paesi europei del sud, per “controllare le frontiere esterne”, bloccare un esodo del tutto ipotetico, e in realtà per pesare sull’assetto finale, con o senza Gheddafi…

(a.m. 24/2/11)

25.2.11

Nessuno... Una poesia di Rovena Bocci.

Credo che Rovena Bocci sia perugina. Così – mi pare – mi ha scritto accompagnando con una mail un suo commento a una poesia di Vittoria Aganoor che ho postato su questo blog. Non so altro di lei, neanche l’età. Scrive poesie e non dice quasi nulla del resto: vorrebbe essere apprezzata per le poesie che scrive, vorrebbe parlare e comunicare attraverso di esse. Nelle cose che scrive di solito mescola un lirismo appena trattenuto alla quotidianità più prosaica, sottolineata da modi di dire, intercalari, frasi fatte. Da questo pastiche esce talora con scarti imprevedibili, assolutamente geniali.
In questo blog non avevo finora “postato” alcunché di suo: ci ha pensato lei, aggiungendo come commento un  testo in versi al Salmo di Celan che ho riprodotto alcuni giorni fa (http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2011/02/salmo-una-poesia-di-paul-celan-1929.html?showComment=1298628496546#c6787581704742397462) . E’ diverso dalle altre liriche di Rovena, è una dichiarazione di “poetica”, un frammento di “filosofia”: parte dal “nichilismo” del poeta suicida per proporre una forma suprema di (r)esistenza, attribuendo, come talora fanno i poeti, un potere salvifico alla parola. A me il testo piace e lì mi pare sacrificato. Ecco perché l'ho collocato qui come “post” autonomo. Spero che conquisti qualche lettore in più anche per le altre poesie della Bocci. (S.L.L.)
Nessuno.
Nessuno si è salvato dalla morte.
Nessuno si salva dal tornare ad essere impastato
Nella polvere dove nessuno tornerà a posare il fiato
Nessuno tornerà ad alitare sui resti inutili.
Le parole rimarranno, restano impigliate
Si vedono nelle ombre stagliate di un
arpione che a fondo dell’acqua profonda che
tutto cela, tutto cancella porta via o decanta.
L’arpione tirato, in cima le conterrà tutte.
Nessuno resta come tale in corpo. Invece.
Le parole restano decantate sul fondo.
Le parole.
Rovena Bocci.

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