30.12.10

Francesca Serio (Mamma Carnevale). Una "voce" di Umberto Santino dall'Enciclopedia delle donne.

C’è un sito  (http://www.enciclopediadelledonne.it/index.php) che lavora per costruire L’enciclopedia delle donne cioè, per essere più precisi, un dizionario biografico universale delle donne costruito voce dopo voce nella rete, attraverso collaborazioni volontarie. Vi aderiscono Enti, Archivi, Associazioni, Biblioteche femminili e vi contribuiscono tante ottime persone, donne soprattutto. Ma anche qualche uomo. E’ di Umberto Santino, l’eccellente studioso e coraggioso militante che dirige il Centro intitolato a Peppino Impastato, questa sintetica “voce” biografica dedicata a Francesca Serio, la madre di Salvatore Carnevale. Sulla morte di Carnevale puoi vedere su questo stesso blog una mia rievocazione (http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2009/09/pertini-sciara-dopo-la-morte-di.html ). Di Umberto Santino ho qui riproposto anche un breve saggio su borghesia italiana e borghesia mafiosa cui rimando (http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/12/borghesia-italiana-e-borghesia-mafiosa.html). (S.L.L.)

Francesca Serio con Carlo Levi
Francesca Serio, Galati Mamertino (Messina) 1903 - Sciara (Palermo) 1992

Per i militanti di sinistra era “mamma Carnevale”, la donna che aveva accusato i mafiosi di Sciara, in provincia di Palermo, come responsabili dell’omicidio del figlio Salvatore, il sindacalista socialista ucciso dalla mafia il 16 maggio 1955. Francesca aveva partecipato ai processi, celebrati per legittima suspicione fuori dalla Sicilia, il primo a Santa Maria Capua Vetere, il secondo a Napoli, costituendosi parte civile, e aveva visto gli imputati condannati in primo grado all’ergastolo (un fatto tanto inedito da far gridare al miracolo) e assolti in appello per insufficienza di prove (a ricostituire una prassi tanto abituale da essere considerata scontata).
Salvatore Carnevale aveva vissuto intensamente l’ultima fase delle lotte contadine, aveva coniugato da dirigente sindacale lotte per la terra e lotte operaie, battendosi per la riforma agraria, per le otto ore, scontrandosi con mafiosi e proprietari terrieri, come i Notarbartolo, padroni di Sciara. Francesca, che proveniva da un altro paese, Galati Mamertino, abbandonata dal marito, Giacomo Carnevale, presto vedova, si era trasferita a Sciara assieme ai fratelli; lì aveva allevato l’unico figlio, e per assicurargli il necessario era andata a lavorare nei campi. Il ricordo di quei giorni nel racconto a Carlo Levi, nelle pagine del libro Le parole sono pietre: «Andavo a lavorare per campare questo figlio piccolo, poi crebbe, andò a scuola ma era ancora piccolino, così tutti i mestieri facevo per mantenerlo. Andavo a raccogliere le olive, finite le olive cominciavano i piselli, finiti i piselli cominciavano le mandorle, finite le mandorle ricominciavano le olive, e mietere, mietere l’erba perché si fa foraggio per gli animali e si usa il grano per noi, e mi toccava di zappare perché c’era il bambino e non volevo farlo patire, e non volevo che nessuno lo disprezzasse, neanche nella mia stessa famiglia. Io dovevo lavorare tutto il giorno e lasciavo il bambino a mia sorella. Padre non ne aveva, se lo prese mio cognato qualche anno a impratichirsi dei lavori di campagna».
Salvatore frequenta la scuola fino alla terza elementare; ancora bambino va a giornata, prende il diploma di quinta elementare prima di partire per soldato, al ritorno comincia l’attività politica, fondando la sezione socialista. Alle elezioni del 1951 dice alla madre di votare Garibaldi (il simbolo del Blocco del popolo), Francesca promette ma davanti al simbolo della Democrazia cristiana non si sente di mantenere la promessa. «Ma io quando andai a votare e vidi quel Dio benedetto di Croce, pensai: ‘Questo Dio lo conosco. Come posso tradirlo per uno che non conosco?’ E misi il segno sulla Croce» (Levi, Le parole sono pietre).
I voti per i socialisti in paese sono solo sette e Salvatore diventa un «Lucifero». Francesca non gli dice come ha votato, si dispera quando il figlio diventa segretario della sezione socialista: «…la sera che firmò e si mise a capo come segretario, io feci una seratina di pianto. ‘Figlio, mi stai dando l’ultimo colpo di coltello, non ti ci mettere alla testa. Il voto daglielo, ma non ti ci mettere alla testa, lo vedi che Sciara è disgraziata, è un pugno di delinquenti, vedi che sei ridotto senza padre e dobbiamo lavorare’. Ma lui rispose che erano tanti compagni e che non avessi paura. Io non volevo; ma ormai, madre di socialista ero, che dovevo fare?».
Francesca si schiera pubblicamente a fianco del figlio, partecipa all’occupazione delle terre. Così racconta la prima occupazione, sempre nel ’51, quando Salvatore aveva guidato i contadini ed era stato arrestato: «Eravamo andati alla montagna, eravamo più di trecento persone; mentre eravamo là che stavamo mangiando un poco, chi era seduto, chi passeggiava, e non c’era nessuno che danneggiasse, venne un brigadiere di Sciara con un carabiniere, dice: ‘per favore, per favore, per favore togliere la bandiera’. Perché c’erano le bandiere che tenevamo sventolate. I contadini dicono: ‘No, perché dobbiamo togliere le bandiere, per quale motivo? Non è che le bandiere fanno male. Qui non è che stiamo facendo guasti’. Ma il brigadiere dice: ‘Allora andiamo al paese’. Ce ne andammo al paese. Quando arrivammo un po’ di via lontano, vedemmo di sotto la polizia col commissario e ci fermarono: ‘In alto le mani’. Noi non avevamo né fucili né scoppette, niente. Ci fermarono e presero tutti i nomi e cognomi…». I carabinieri si lamentano: sulle terre si sono sporcati scarpe e pantaloni; Francesca risponde: «Ma per noi (…), per noi questa giornata è la più bella giornata del mondo: bella, tranquilla, col sole. Questo è un divertimento che noi non abbiamo preso mai. Se non ci date le terre incolte, secondo la legge (perché si devono perdere?) ne avrete da fare di queste giornate. Questa è la prima che state facendo». Salvatore viene chiamato in municipio, crede di andare a un incontro di chiarimento e viene arrestato con altri tre. Rimarranno nel carcere di Termini per dieci giorni, saranno rinviati a giudizio e solo nell’estate del ’54 saranno assolti.
Uscito dal carcere, Salvatore si reca a lavorare in Toscana dove rimane due anni. Ritorna nell’agosto del 1954. Viene assunto dalla ditta Lambertini di Bologna, che per i lavori di costruzione del doppio binario ferroviario sfrutta una cava di proprietà dei Notarbartolo, sotto il controllo dei mafiosi.
Salvatore organizza gli operai, chiede l’applicazione della giornata lavorativa di otto ore (lavoravano undici ore). Francesca racconta che dopo uno sciopero il maresciallo chiama suo figlio e gli dice: «Tu sei il veleno dei lavoratori»; Salvatore risponde che vuole far rispettare la legge e il mafioso Mangiafridda, che è accanto al maresciallo, gli dice: «Picca (poco) n’hai di sta malandrineria». Il “malandrino” è il sindacalista, sono lui e gli operai in lotta per l’applicazione di una legge gli eversori dell’ordine costituito, mentre il mafioso è con le forze dell’ordine: al di là delle divise e dei ruoli ufficiali, le parti sono assegnate e le forze in campo nettamente delineate. I mafiosi minacciano e tentano la carta delle promesse: se si ritira avrà “una buona somma”, ma se continua finirà male. E Salvatore risponde, è sempre Francesca a raccontarlo: «Chi uccide me uccide Gesù Cristo». E ancora: «Io non sono una carne venduta, e non sono un opportunista». Il mattino del 16 maggio sulla strada per la cava Salvatore cade sotto i colpi di mafiosi perfettamente individuabili ma rimasti impuniti.
Francesca dopo la morte del figlio ne raccoglie l’eredità, accusa i mafiosi e denuncia la complice passività delle forze dell’ordine e della magistratura. Dopo l’assoluzione, celebra davanti a tutti coloro che la visitano nella sua casa poverissima, un solo vano stretto e lungo, un suo processo, civile e politico, in nome di una giustizia che disprezza quella ufficiale e non attende quella divina. «Niente altro esiste di lei e per lei se non questo processo che essa istruisce e svolge da sola, seduta nella sua sedia di fianco al letto: il processo del feudo, della condizione servile contadina, il processo della mafia e dello Stato. Essa stessa si identifica totalmente con il suo processo e ha le sue qualità: acuta, attenta, diffidente, astuta, abile, imperiosa, implacabile. Così questa donna si è fatta in un giorno: le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre. Parla con la durezza e la precisione di un processo verbale, con una profonda assoluta sicurezza, come chi ha raggiunto d’improvviso un punto fermo su cui può poggiare, una certezza: questa certezza che le asciuga il pianto e la fa spietata, è la Giustizia. La giustizia vera, la giustizia come realtà della propria azione, come decisione presa una volta per tutte e a cui non si torna indietro: non la giustizia dei giudici, la giustizia ufficiale. Di questa Francesca diffida, e la disprezza: questa fa parte dell’ingiustizia che è nelle cose» (Levi, Ibidem).
Questo processo Francesca l’ha fatto, anche silenziosamente, partecipando a manifestazioni pubbliche, accanto a Sandro Pertini, che l’aveva accompagnata quando si era recata dal procuratore della Repubblica e aveva collaborato alla stesura dell’esposto, ad altri dirigenti del Partito socialista finché il partito più antico d’Italia, che ha pagato il più alto prezzo di sangue nella lotta contro la mafia, è rimasto legato alle sue origini.
Col passare del tempo e con il mutare del quadro sociale e politico, per Francesca sono cominciati la solitudine e l’oblio. E’ morta a 89 anni, il 18 luglio del 1992. Pochi ricordano una protagonista di quella storia negata che è la storia delle donne di Sicilia, il loro ruolo nelle lotte popolari, dalle contadine dei Fasci ai nostri giorni. Nel piccolo cimitero di Sciara Salvatore è sepolto lontano da lei. Sotto il cognome e il nome, le date di nascita e di morte (23.9.1923 - 16.5.1955) e la scritta «una prece». Come se fosse un morto qualunque.

"Sulla strada" di Kerouac: un classico italiano (di Alessandro Portelli)

In occasione della pubblicazione, per i tipi di Corbaccio, di una nuova traduzione di On the road di Kerouac, nel 1986, "La talpa libri" de "il manifesto" pubblicò un articolo di Alessandro Portelli sul successo italiano del celebre romanzo di cui qui riporto un ampio stralcio. (S.L.L.)
Come e più di altri libri arrivati da noi nel secondo dopoguerra, Sulla strada di Kerouac fa parte di un canone della cultura italiana almeno quanto di quella americana.
In America, Kerouac è uno scrittore non trascurabile ma infine secondario, collocato in un ambito storico e in una precisa tradizione (i beats e gli anni cinquanta, il romanzo picaresco americano).
In Italia, diventa passaggio obbligato per una doppia iniziazione: all’adolescenza, e all’America che la rappresenta. In questo senso fa un certo effetto veder sostituire la traduzione di Fernanda Pivano su cui l’hanno conosciuto generazioni intere: non tanto per i meriti intrinseci e i limiti idiosincratici di quella traduzione; quanto perché forse al mondo c’è più gente che ha fatto di Sulla strada un oggetto di culto attraverso l’italiano della Pivano che non nell’inglese di Kerouac. E’ in quel testo che è un classico.
La sua opera, infatti, è stata un ingrediente decisivo nel processo tramite il quale quel costrutto, in parte immaginario in parte reale, ma sempre fortemente minoritario, che è l’“altra America” ha finito per rappresentare, nell’immaginario italiano, l’America intera (è un destino che condivide con altre figure “contro culturali” o “alternative”: da Patti Smith a Charles Bukovski).
“Anti-americane” in politica e “americane” nei consumi culturali, le generazioni che hanno preparato, vissuto e sopravvissuto il 68 hanno trovato in queste figure la quadratura del cerchio: un modo per sovrapporre all’America com’era l’America come desideravamo che fosse, e continuare ad amarla. In questo la “controcultura” identificata con Kerouac è diversa dall’“altra America”, rappresentata da Malcom X (anche se spesso i due universi politici immaginari erano contigui e in parte sovrapposti). Infatti, mentre l’America di Malcom si presentava come un’alternativa di parte antagonistica all’America egemonica, l’America di Kerouac sembrava capace di dilatarsi  fino a coprire l’immagine dell’intero paese. Malcom rivendicava, magari sbagliando, di non essere “americano”, mentre Kerouac e i suoi personaggi erano l’America, almeno per chi ne era lontano.
Sulla strada rende apparentemente accessibili a tutti esperienze che sembravano riservate a gruppi regionali o generazionali, specifici, condivide con tanti testi precedenti e contemporanei (da Huckleberry Finn a Il giovane Holden) il tema del’iniziazione, ma lo incarna in un personaggio adulto, sganciandolo quindi dalla radicalità parziale che accompagna questo tema in Mark Twain o Salinger: con Kerouac non c’è più bisogno di essere adolescenti  per avere esperienze adolescenziali. Allo stesso modo, a differenza che in Mark Twain, non c’è bisogno di appartenere alla frontiera, di vivere la violenza, per avere l’esperienza dell’espansione geografica, del superamento dei confini e dei limiti. 

Il caso Marino e le nomine sanitarie.

Ignazio Marino
Ieri Paolo Borrello, un caro amico orvietano che fa il giornalista e tiene vivo un blog su splinder (http://paoloborrello.splinder.com/ ), ha diffuso un comunicato dell’agenzia Dire (www.dire.it/ ) su una vicenda sanitaria e giudiziaria bolognese, a cui ha fatto seguire una sua riflessione. Il comunicato riguarda un inchiesta sul caso Marino-Sant’Orsola. Era emerso da alcune intercettazioni che l’ospedale bolognese di sant’Orsola dovette rinunciare alle saltuarie prestazioni del noto chirurgo e uomo politico Ignazio Marino non per le accampate difficoltà tecniche, ma per motivi politici. Il magistrato non avrebbe rintracciato le prove di un reato penale, ma avrebbe constatato l’esistenza di un “desolante quadro di sudditanza politica delle scelte anche imprenditoriali di un'azienda ospedaliera di primaria importanza”.
Ecco il comunicato:
Chiudendo repentinamente le trattative in corso per assicurarsi le prestazioni del chirurgo (e senatore) Ignazio Marino, all'indomani della sua candidatura alle primarie del Pd in concorrenza con Pier Luigi Bersani, l'amministrazione del Policlinico Sant'Orsola di Bologna ha tenuto un comportamento ‘sicuramente censurabile sotto il profilo dell'efficacia e completezza del servizio offerto, laddove per ragioni esclusivamente politiche si e' rinunciato ad avvalersi dell'apporto di un chirurgo che avrebbe potuto conferire maggior prestigio all'Azienda ed assicurare anche che, attraverso tale collaborazione, l'Azienda stessa potesse offrire un servizio di elevata qualita' e specializzazione’. A metterlo nero su bianco e' la Procura di Bologna, che un anno fa ha aperto un fascicolo sul caso a seguito di alcune intercettazioni telefoniche nelle quali alcuni medici del Sant'Orsola parlavano appunto di motivazioni politiche per spiegare la scelta del Policlinico di non avvalersi più della collaborazione di Marino…
La possibilità di un veto del Sant'Orsola nei confronti di Marino venne a galla lo scorso gennaio, quando emersero alcune intercettazioni telefoniche effettuate nell'ambito di un'inchiesta della Procura di Crotone, relativa a tutt'altra vicenda, in cui si parlava del mancato arrivo del senatore Pd al Policlinico bolognese. Il telefono intercettato era quello di un commercialista crotonese, Giuseppe Carchivi. In una telefonata del 20 agosto 2009, ad esempio, un chirurgo del Sant'Orsola tira in ballo Augusto Cavina, direttore generale del Policlinico fino allo scorso autunno: sulla collaborazione di Marino ‘hanno fatto il voltafaccia (...) in sostanza i vertici regionali, che come tu sai si sono schierati con Bersani, e quindi Marino non è più gradito qua... il mio direttore generale Cavina lo ha chiamato dicendogli sa... abbiamo difficoltà di sala operatoria, problemi di Consiglio di Facoltà, sa che c'è un centrodestra molto forte a Bologna... pensa che cazzate che gli ha raccontato’. Più avanti nella stessa telefonata, il medico aggiunge: ‘In realtà ufficialmente non è mai stato detto questo. Ufficialmente è stato detto che abbiamo problemi di sala operatoria, che le sale operatorie sono troppo piene che... Insomma, tutte cazzate, ovviamente, tutte minchiate’”.
In sostanza, si spiega da piazza Trento e Trieste nella richiesta di archiviazione, la collaborazione di Marino con il Sant'Orsola avrebbe potuto nuocere a Bersani e costituire un sostegno alla corsa del senatore per la segreteria del Pd: fu per questi motivi che Cavina decise di soprassedere ‘velocemente’…
Alla luce delle indagini, per il pm e' chiaro che l'interruzione della trattativa ha avuto la sola ragione di ‘non favorire un avversario politico della compagine evidentemente ritenuta di riferimento per l'amministrazione dell'azienda’. Nonostante questo, però, non si possono registrare condotte penalmente rilevanti. Al massimo, per il pm, si potrebbe ipotizzare un danno nei confronti di Marino dovuto all'ingiustificata interruzione delle trattative ed una conseguente violazione dell'affidamento che il chirurgo, ragionevolmente, riponeva nella conclusione dell'accordo: ipotesi limitata all'ambito civilistico, però, senza profili penali. Da qui la richiesta di archiviazione, su cui dovrà pronunciarsi il Gip.
Borrello commenta che “quanto è avvenuto a Marino non rappresenta una novità, anche se la notorietà di Ignazio Marino, sia sotto il profilo politico sia sotto il profilo professionale, attribuisce al caso un rilievo maggiore rispetto alle molte  altre situazioni in cui nella scelta dei medici ospedalieri i partiti hanno esercitato una pesante influenza”.
Mi pare che quando parla di “partiti” Borrello si sbaglia, riferendo al presente vicende di altri tempi. I “partiti”, ormai da molto tempo, non esistono più come aggregazioni in grado di determinare, decidere, lottizzare, dopo aver discusso nei loro vertici. A determinare una guerra per bande, di tutti contro tutti, non sono i “partiti” acchiappatutto contro il cui fantasma continua a combattere un Pannella imbolsito, ma gruppi di potere a volta interni ad essi, a volte trasversali, correnti, potentati, notabilati, cordate sparse.
Borrello ha invece tutte le ragioni quando spiega che gl’interventi della magistratura non sono il toccasana e ci vorrebbero altre regole per le nomine nella sanità pubblica. A tal proposito cita le proposte dello stesso senatore Marino.
Mi sono permesso di corredare il post di Borrello con un commento che qui riporto:
Ma non ci avevano raccontato tutti che le gestioni manageriali avrebbero cancellato le intrusioni partitiche, quando abolirono gli organi gestionali partecipati per affidarsi ai "tecnici", ai "manager"? Forse nel mondo lottizzato di una volta si sarebbe trovato un componente capace di denudare il re, di dire senza tema che le storie sulle sale operatorie erano "tutte minchiate", senza aspettare le intercettazioni e le archiviazioni magistratuali. Non rimpiango i comitati di gestione; affermo che quello che ci è stato presentato come riforma e moralizzazione in nome dell'efficienza ha prodotto concentrazione del potere ed opacità delle scelte. Faccio una proposta inattuale. Se si pensasse a un soviet, a una gestione scelta del basso, con la revocabilità  in ogni momento? In tempi di reazione, in cui le riforme non possono che essere controriforme, non bisogna aver paura di sognare. E' un modo come un altro di guardare oltre le mura dell'immenso carcere che i padroni vecchi e nuovi ci stanno costruendo attorno.

Settembre - dicembre 1926. Il viaggio in Russia di Joseph Roth.

Joseph Roth (Brody 1894 – Parigi 1939) è soprattutto noto come cantore della “finis Austriae” e autore dei romanzi che rappresentano l’epopea di quella decadenza: La Marcia di Radetzky e La cripta dei Cappuccini. Ma è il complesso della sua produzione (ricordiamo anche Giobbe, La tela di ragno, Fuga senza fine), al di là della peculiare collocazione ideologica e sentimentale, che lo pone tra i grandi narratori del Novecento.
Egli ebbe al suo attivo negli anni Venti una ricca esperienza giornalistica, soprattutto nel campo dei reportage. Lavorò alcuni anni per la “Frankfurter Zeitung”, nelle cui pagine apparve il resoconto della sua visita nella Russia sovietica tra il settembre e il dicembre 1926. Tradotto e pubblicato in volumetto per Adelphi nel 1981 il Viaggio in Russia è certamente un testo acuto e istruttivo. Roth aveva simpatizzato apertamente per la Rivoluzione bolscevica e raccontava che, dopo aver disertato dall’esercito austriaco sul fronte orientale, si era addirittura unito all’Armata Rossa. In Russia Roth continua a manifestare, a sprazzi, l’iniziale simpatia per la Rivoluzione, specie quando nelle campagne osserva il “nobile spettacolo dei servi che stanno diventando uomini”, ma ne verifica il tendenziale ma palese “imborghesimento” e soffre per l’ondata burocratica che cresce, portatrice di un gretto e greve moralismo piccolo-borghese. Il piccolo assaggio che qui propongo a me pare molto valido anche negli esiti espressivi, il che non guasta per niente. (S.L.L.)

Le strade russe
A prima vista le strade delle città russe appaiono vivaci e variopinte. Molte donne portano, ben teso sui capelli, un fazzoletto rosso con un grosso nodo alla nuca. E’ l’unica civetteria, pratica del resto, della rivoluzione. Il fazzoletto rosso ringiovanisce le donne anziane, alle giovani dà un impeto erotico un po’ spavaldo. Da alcune case sventolano bandiere rosse. Sulle porte e sulle insegne c’è la stella rossa dei Soviet. I cartelli davanti ai cinematografi hanno colori vivacissimi, di paesana ingenuità. uomini e donne sgranano gli occhi davanti alle vetrine, amano bighellonare serpeggiando, c’è per le strade una gran ricchezza di movimenti.
In un contrasto voluto, probabilmente pedagogico, con i pedoni, i mezzi pubblici danno una dimostrazione di ritmo, di velocità, di “America”. Ci sono buoni autobus inglesi di costruzione modernissima, più leggeri e meglio rifiniti di quelli che si vedono a Berlino e a Parigi. Sfrecciano rapidi, scivolando – sul selciato più spaventoso del mondo, il selciato russo, che è come una spiaggia sassosa schiacciata dal rullo compressore. I tram mandano un suono molto squillante, come sveglie. Le automobili lanciano un suono stridulo, come il latrato di giovani cani. I cavalli delle vetture di piazza fanno schioccare allegramente gli zoccoli. I venditori ambulanti vantano le loro merci gridando e cantando per incoraggiare se stessi più che il compratore. Sopra i tetti risplendono le cupole fiabesche delle chiese russe, fioriscono i bulbi dorati, frutti di un cristianesimo esotico, bizzarro, multicolore.
Eppure la strada russa io la senti grigia. Le masse da cui è popolata sono grigie. E’ un grigio che divora il rosso dei fazzoletti, delle bandiere, dei distintivi, e il riflesso dorato sui tetti delle chiese. C’è molta povera gente vestita a casaccio. Da questa gente emana una grande serietà, opprimente nella sua piattezza, patetica nella sua miseria. La strada russa ricorda lo scenario di un dramma sociale . E’ piena di un odore di carbone, di cuoio, di cibo, di lavoro e di uomini. E’ l’atmosfera delle assemblee popolari (…).

I ragazzi della via Pal e Peter Pan, due classici sacri e sovversivi (Francesca Lazzarato)

Riprendo (riducendolo) un articolo di Francesca Lazzarato, apparso su "La talpa libri" del "manifesto" il 3 luglio 1992, come recensione alla pubblicazione nella collana Universale Feltrinelli di due capolavori non solo per ragazzi, I ragazzi della via Pal e Peter Pan. Oltre a una ipotesi di lettura penetrante e convincente delle opere di Molnar e Barrie contiene indicazioni di metodo da estendere ad altre opere. (S.L.L.)
“Esiste, nel nostro universo, una strana tribù semiselvaggia, antichissima e diffusa in tutto il mondo, scarsamente studiata, fino a tempi recenti dagli antropologi e dagli storici. Tutti noi ne abbiamo fatto parte, almeno per un certo periodo: ne conosciamo i costumi, le pratiche, il folklore e i testi sacri. Sto parlando, naturalmente, dei bambini”.
Così in Don’t Tell the Grown Up (Little, Brown, 1990), Alison Lurie introduce i suoi saggi sulla letteratura per bambini e ragazzi, dedicati per l’appunto ad alcuni tra i testi sacri che vengono proposti all’infanzia da due secoli a questa parte. Severamente selezionati dall’approvazione adulta, ma anche dal tempo e dal gradimento infantile, essi si dividono, dice la Lurie, in due grandi categorie: quelli che, secondo i grandi, sono destinati a trasmettere i valori dominanti della società e ad insegnare una quantità di utili nozioni, e quelli che, più o meno velatamente, incoraggiano a sognare, a disobbedire, a far domande, e mettono in questione o deridono le pretese o le istituzioni degli adulti, scuola e famiglia comprese. E soprattutto una parte della letteratura dell’infanzia possiede caratteristiche decisamente sovversive, perché propone, accanto a rivolte nitidamente disegnate, punti di vista originali e divergenti, e valori molto differenti da quelli del mondo adulto.
Pensiamo ai Ragazzi della via Pal. Nel romanzo di Ferenc Molnar – che troppo spesso è stato letto con superficialità solo in funzione della retorica marziale e virile legata agli episodi guerreschi – gli adulti non sono portatori di alcuna istanza etica, ma solo di un rassegnato egoismo. Nessuno di loro ha qualcosa da insegnare ai ragazzi, la vita che conducono non si prefigge altro scopo che non sia la conservazione dell’esistente: dell’esistente in quanto esiste, non in quanto possiede un significato. Invece Acs, Boka, Nemecsek sono in cerca di un senso, tentano di costruire un mondo possibile, rivendicano il diritto a seguire le proprie regole del gioco e a ritrovarsi, tra pari e lontano dallo sguardo degli adulti, in quel campo che è, con tutta evidenza, un luogo dell’anima e della speranza. Una speranza alla quale dovranno infine rinunciare, ma che avrà loro consentito di misurarsi con se stessi e di avvicinarsi il più possibile ad una sia pur effimera libertà individuale.
Per chi ha avuto, durante l’infanzia e l’adolescenza, una sua personale via Pal, l’ingresso in una nuova età può anche non significare una sconfitta, o comportare una definitiva denuncia.
Perché crescere bisogna, non c’è dubbio. Lo testimonia fino in fondo quel Peter Pan che, rappresentato come testo teatrale nel 1904, divenne nel 1911 testo narrativo. Il tenace rifiuto di crescere del ragazzo volante, infatti, ha in sé qualcosa di disperato, soprattutto se lo si legge in parallelo con quello del protagonista di due romanzi per adulti di James Barrie, Sentimental Tommy (1896) e Tommy e Grizel (1900), nonché della sua ultima e ingiustamente dimenticata commedia, Mary Rose (1920), che l’autore scozzese riuscì a completare con immensa fatica, per via di un misterioso crampo che gli aveva anchilosato la mano (quasi una sinistra eco della menomazione di Capitan Uncino). Anche il giovane Tommy, infatti, è un eterno fanciullo: in lui però il rifiuto di crescere diventa impossibilità, poiché “era così felice d’essere un bambino, che col passare degli anni non fu capace di diventare uomo”. Quanto a Mary Rose, una ragazza che fugge con terrore l’età adulta, il magico appagamento del suo desiderio di restare sempre fanciulla la muterà in uno spettro senza età vagante in un mondo sconosciuto, dove i suoi genitori sono morti e i compagni un tempo amati sono ormai giovanotti detestabili e bizzarri.
Di questa ambiguità, di questa doppiezza, troviamo tracce continue e singolari: se da una parte Peter Pan è esempio del sentimentalismo e dell’estatica necrofilia tipici dell’età vittoriana, che vedeva nella morte prematura il suggello alla perfezione del tanto vagheggiato bambino-angelo, dall’altra il romanzo di Barrie è una continua negazione dell’innocenza stessa, il rovesciamento e la parodia di tutti gli stereotipi allora vigenti. Va ricordata la reale demonicità del fanciullo volante, che oltre a chiamarsi Pan attraversa i giardini di Kensington a cavallo di una capra, animale diabolico e dionisiaco. E che dire della crudele satira a cui Barrie sottopone la famiglia vittoriana e la sua ipocrisia, proprio lui che era sempre pronto a sciogliersi in lacrime davanti alle mamme e ai loro piccini?
Peter Pan è insomma l’inquietante storia di chi vuole avere tutto: avere lo stesso potere degli adulti ma non crescere mai, vivere avventure eccezionali ma non farsi mai male, fuggire della madre ma averla sempre a disposizione. Ed è proprio questo a rendere la commedia e il romanzo così attuali, quasi una straordinaria metafora sull’essere, oggi, adolescenti e giovani.

Non possiamo non dirci Asini (di Vincenzo Pardini)


Un asino di tre anni della razza amiatina
Noi e l'asino. Un'alleanza antica. A portarlo in Italia, pare siano stati i fenici. Asini addomesticati, adatti al lavoro, che i nostri progenitori dovettero accogliere con esultanza. Gli alleviava la fatica, specie quella di trasportare pesi sulle spalle. L'asino entrò, dunque, nella nostra vita, nel nostro quotidiano, fino a conquistare un posto nella letteratura. E la letteratura, quella vera, non nasce mai a caso; racconta la vita in tutte le sue manifestazioni.
Un esempio è L'Asino d'oro di Apuleio. Una lunga storia, dove avviene di tutto. Lucio, il protagonista, neofita di magia, non riesce a portare a fondo un incantesimo. Si ritrova trasformato in asino, ma con mente e intelligenza di uomo. Le avventure si susseguono incalzanti, tra imbroglioni, banditi, lascivi sacerdoti della dea siriana Atargatis, mugnai, legionari, belle e voluttuose matrone. Un vero «Asino d'oro», dunque. Grazie a Lucio-somaro abbiano, infatti, il ritratto di quell'epoca, con abitudini e costumi analoghi ai nostri.
Nella Bibbia incontriamo l'asina di Balaam. Il quale, al mattino presto la sella e parte. Ma l'asina non risponde ai suoi ordini, devia dalla strada, entra nei campi. Lui la percuote. L'asina continua a disobbedire: è che vede l'angelo del Signore, con la spada sguainata. Balaam, però, non riesce a capire, né ha fiducia nella sua asina. La percuote per la terza volta. Allora lei parla, chiedendogli perché continui a colpirla. Balaam, senza scomporsi, risponde che si è beffata di lui, la ucciderebbe avesse la spada. Finché il Signore non gli fa vedere l'angelo, che lo rimprovera d'aver maltrattato la somara, per ben tre volte. E per tre volte Pietro, la notte del Getsemani, negherà di conoscere Cristo, condannato alla crocifissione. Il quale, il giorno stesso, era entrato in Gerusalemme, a cavalcioni di un'asina.
L'asino è l'animale della pace, il cavallo della guerra. Mite, collabora con l'uomo che, non sempre, proprio perché uomo, ne ha apprezzato le doti. Robert Louis Stevenson nel 1878, per il suo viaggio nelle Cevenne, si avvalse di un asino, o meglio di un'asina di nome Modestine. Siamo in un villaggio di alta quota con boschi, torrenti, rupi e calanchi. Nebbia, calura e piogge avvolgono le cime. Stevenson vi arriva per farvi un viaggio alla scoperta di nuovi mondi da raccontare. «E provare più da vicino - dice - i bisogni e le difficoltà della vita». Ma muoversi in quei sentieri tracciati dagli animali selvatici non è facile. Deve portare la tenda e gli attrezzi per accamparsi. Dopo qualche trattativa, acquista Modestine, un'asina poco più grande di una capra, «lo sguardo bonario, ma la mascella volitiva». Poi acquista la sella. I montanari sono scaltri e, forse, gli fa notare qualcuno, lo imbrogliano sui prezzi. Louis non è tipo da formalizzarsi. Conosce gli uomini e tira a concludere: vuole cominciare il viaggio. Infine parte. Modestine, stracarica, cammina piano, talvolta si ferma come baloccasse. Piove, cala la nebbia. Arriva la sera. Si accampano. Da quella notte, però, lui e l'asina cominciano a intendersi, diventano amici. Un pastore gli ha detto che deve spronarla, pungolandola con un vincastro. Stevenson lo fa, ma con rimorso. Ha scoperto che si può comunicare con Modestine parlandole, accarezzandola. Con lei che ora lo precede, ora lo segue sosta in monasteri e boschi, scopre paesaggi che la sua penna fotografa. Alla fine del viaggio, con rammarico, dovrà venderla. L'immagine di Modestine, credo non lo abbia abbandonato mai.
Altro asino indimenticabile, è il protagonista di Platero e io di Juan Ramon Jiménez. Con lui il poeta strinse un'amicizia indissolubile. E' piccolo, quasi un gemello di Modestine, ma col carattere più dolce. Ama i bambini, cui il romanzo è dedicato, e i poveri del villaggio di Moguer. Jiménez lo tratta alla stregua d'una persona. Un antesignano degli animalisti. Aveva capito che gli animali non sono granché diversi da noi.
Gli equini, poi, hanno contributo a creare la nostra civiltà. Senza di loro non saremmo andati lontani. Cavalli e muli svolgevano un ruolo professionale: i primi trainavano le diligenze, i carri, in ambito pubblico e privato; i secondi affrontavano il lavoro più duro: in particolare il trasporto, sul basto, di quanto servisse alla vita di una comunità. L'asino, invece, era tenuto dalle famiglie per soddisfare le esigenze del quotidiano. In montagna portava le some, in pianura trainava il barroccio o poteva essere adibito a far girare le macine dei mulini, legato alla loro stanga, il muso bendato, affinché non vedesse. Doveva illudersi di passeggiare. Ma c'era anche chi lo usava come cavalcatura. Giacomo Puccini soleva spostarsi con un asino di Martina Franca quando, dalla località Vallilunghe, doveva raggiungere la sua villa di Chiatri, nelle colline di Lucca.
Il passo del ciuco è lento, ma sicuro. All'opposto del cavallo, che può adombrare, resta impassibile di fronte a ogni evenienza. Nulla lo spaventa. Allo stato brado sa provvedere a se stesso e sopravvive. L'uomo, assai di rado riconoscente, l'ha sovente additato a esempio di caparbietà e ignoranza. Non è così. L'asino ha, piuttosto, un carattere libero, e se avverte un pericolo che può mettere a repentaglio la sua vita e quella del padrone, agisce di conseguenza, impuntandosi. Gli intenditori di equini sanno che è più intelligente del cavallo. Ho conosciuto muli e asini. Di ognuno serbo un ricordo analogo a quello di una persona. Ricordo un asino che, sui miei monti, con l'avvento della strada carrozzabile, non essendo più utile nella mulattiera, fu abbandonato a se stesso.
Viveva pascolando nei tratti incolti. Dalle case e dai poderi l'avrebbero cacciato. Vecchio ormai, dopo aver a lungo servito alcune famiglie, tutti sembravano essersene dimenticati. Gli portavo pane e mele nei pressi d'una sorgente. Ci sarebbe andato quando mi fossi allontanato. Non si fidava più dell'uomo. Spesso compariva d'improvviso in mezzo alle capanne e, nei giorni di vento, anche vicino alle case. Muso proteso, fiutava l'aria. Era alto, nero e di passo veloce. Poi non lo vidi più. Dopo di lui ne sparirono altri. Ormai c'erano le macchine e il boom economico. Gli animali da soma rappresentavano il passato e venivano trattati alla stregua di oggetti da buttare. Nessuno voleva tenerli nemmeno come animali da compagnia. Alcune razze di asini, tra cui l'Amiatino, rischieranno l'estinzione. Ma la barbarie verso gli equini continua. Nonostante le petizioni rivolte alla Ue, non è ancora stata emanata una legge che eviti loro la macellazione.

Da “Tuttolibri” 19 giugno 2010

28.12.10

La lingua di tutti gli Iddii (di Gian Luigi Beccaria)

Nel numero 1742 di “Tuttolibri”, uscito con “La Stampa” del 4 dicembre 2010, la rubrica di Gian Luigi Beccaria “Parole in corso” è dedicata alla vicenda linguistica dell’Ottocento ed è un piccolo capolavoro di dottrina, di sintesi e di chiarezza comunicativa (S.L.L.)
Isaia Graziadio Ascoli

Stiamo per celebrare i 150 anni dell'Unità, e quanto alle questioni della lingua ben sappiamo quanto abbia contato l'autorevolezza delle proposte del Manzoni. Il modello fiorentino conquistava grazie a lui una posizione molto forte, non solo in opere narrative (penso alla viva toscanità di Collodi e di Fucini) ma anche nella manualistica (l'Artusi, per citare uno dei best-seller del secondo Ottocento, andrà a Firenze a cercare la conferma delle sue voci gastronomiche). Un fatto minimo, ma indicativo: come precettore del principe Vittorio Emanuele si sceglie il manzoniano Luigi Morandi, e fiorentino era il cameriere Casimiro Casaglia, che spesso gli «serviva da vocabolario».
L'esempio dei Promessi sposi aveva in concreto aiutato a stabilizzare tante oscillazioni: pensiamo alla riduzione del dittongo uo a o (non campagnuolo ma campagnolo), alla semplificazione di varianti (non più dee o debbe ma deve; non veggo o veggio ma vedo), pensiamo a lui e lei per egli, ella, al cosa interrogativo in luogo di che o che cosa, alla 1ª persona dell'imperfetto indicativo in -o anziché in -a (amava/amavo). Però, quanto al lessico, nella maggior parte dei casi la forma toscana esce sconfitta, anche perché certi sinonimi non toscani erano diffusi in modo più compatto nel resto d'Italia: vedi il caso di anello/ditale, infreddatura/raffreddore, gattoni/orecchioni, il tocco/l'una, bizze/capricci, levarsi/alzarsi, cencio/straccio, granata/scopa ecc. Vince la seconda opzione. Era stato profetico il grande Ascoli a pensare che soltanto il concorso di tutte le parlate regionali avrebbe costituito una unità di lingua, raggiunta attraverso la compartecipazione di tutte le forze della Penisola. Così del resto tanti profetici e illuminati non toscani avevano polemicamente tuonato nei loro scritti: contro il Tommaseo per esempio che in Fede e Bellezza, secondo Cattaneo, aveva cercato di sollevare le «ortolane», le «pettègole» e i «raccattoni da Fièsole e da Camàldoli contro la lingua di una nazione».
«Il patrimonio della lingua - scriveva ancora Cattaneo - deve raccogliersi da tutti i libri, da tutti i labbri, senza distinzione di secoli e di provincie»; e Carlo Dossi nelle Note azzurre: «Riguardo alla unità della lingua, io mi dico fautore del sistema di unificazione politico dei romani che non distruggeva gli Iddii delle altre nazioni, sostituendovi a forza i propri, ma aggiungeva i propri agli altrui - tutti accogliendo in un unico tempio».

Un giornalista in lotta per la verità. Il tirocinio di Antonio Gramsci .

Nel Novecento, quando aveva idee di rivoluzione sociale e avvertiva in sé le qualità, il giovane si immaginava nei comizi a parlare con le masse, nelle istituzioni rappresentative a denunciare magagne e accusare governi corrotti, si vedeva alla testa di poderosi e affollati cortei di scioperanti tra grida e bandiere o, quando osava sognare, di vere e proprie insurrezioni popolari. A questo modello esemplare di rivoluzionario la guerra partigiana nella nostra Resistenza e i miti nati nelle rivoluzioni dei paesi ex coloniali o semicoloniali (Cina, Cuba e Vietnam, soprattutto) avevano sovrapposto l’immagine del guerrigliero, senza tuttavia cancellarlo.
Ho l’impressione che al giorno d’oggi ci sia stato un mutamento profondo e che tra i ragazzi intenzionati a cambiare il mondo i più svegli si pensino giornalisti, non già militanti politici, uomini di lotta e di governo.
Le ragioni sono due.
Prima: in politica i buoni esempi sono sempre più rari.
Seconda: l’informazione e la comunicazione di massa sono diventate un terreno assai importante (forse il più importante) della lotta politica e sociale.
Al tempo della mia gioventù erano vivi e attivi uomini politici come Amendola, Pajetta e Terracini, come Pertini, Lombardi, Foa e Nenni, persone in cui convergevano tensione morale e disinteresse personale, coraggio ed eloquenza, sentimento e ragione; oggi la gioventù giornalistico-rivoluzionaria guarda come un modello a Saviano ed è giunta ad inventarsi un Peppino Impastato giornalista (piuttosto che leader e organizzatore politico).
Rileggendo oggi, a 3 anni e più di distanza, l’articolo qui sotto “postato”, dello storico Angelo D’Orsi (da “La Stampa” del 24 aprile 2007), pieno di acute intuizioni tese a valorizzare in Gramsci il lungo tirocinio di “giornalismo” rivoluzionario, mi sono chiesto se non sia il caso di proporre a questi giovani il modello (di analisi, di scrittura, di prospettiva, di intransigenza) del gran sardo. Mi è bastato recuperare qualche ricordo e sfogliare qualche volume per farmi rispondere sì. Senza esitazioni. (S.L.L.)   
Gramsci giornalista
Davanti alla barricata dei 16 mila titoli pubblicati su Gramsci potrebbe sembrare difficile trovare qualcosa di nuovo da dire; invece, come per tutti i classici, le scoperte e le sorprese non finiscono mai. Oggi, nel celebrare i 70 anni dalla morte, invece di chiedersi, classicamente, «che cosa rimane» in lui, si può tentare di guardarlo da una prospettiva particolare, apparentemente minimale. Ossia, il Gramsci giornalista. Che corrisponde, in larga misura al Gramsci «torinese» (1911-22), partendo dal presupposto che è tempo di smettere di leggere l'intero corpus dei suoi scritti in funzione dei Quaderni del carcere, quasi che quindici anni di attività di scrittore, giornalista e pensatore valessero come mera «preparazione» ai testi carcerari. Essi rappresentano il punto più alto e complesso della sua elaborazione, ma ciò non deve indurci a sottovalutare la produzione precedente, leggendola sotto specie di «anticipazioni». In quel decisivo periodo (quasi undici anni), il sardo si fece compiutamente italiano, aderì al socialismo, corresse in senso antidogmatico il marxismo, e reinventò il mestiere di giornalista - ecco il punto di vista da cui voglio parlare di Gramsci - che svolse, in modo continuativo, dalla fine del 1915, quando l'Italia era intervenuta nel conflitto mondiale. Su testate come l'“Avanti!”, organo del Psi, o “Il Grido del Popolo”, giornale dei socialisti torinesi, e dal 1919 “L'Ordine Nuovo”, prima settimanale, poi quotidiano - il primo a essere chiuso, con la violenza, dal fascismo all'indomani dell'ascesa al potere - egli mise in pratica un giornalismo che rinnovò profondamente le modalità della comunicazione politica. Abbandonando il livello della propaganda, Gramsci provò a dar vita a un giornalismo capace di coniugare un'informazione documentata, da vero e proprio scienziato sociale, con la forza espressiva dello scrittore, che si serve dell'ironia, pronta a divenire sarcasmo, polemica aspra, attacco frontale: eppure sempre i suoi bersagli, uomini o istituzioni, sono messi con le spalle al muro, dai dati, dalle cifre, dalle informazioni precise e dai ragionamenti ineccepibili di quel giovane che non era giunto alla laurea, nella Facoltà di Lettere dell'Ateneo torinese; esperienza importante, tuttavia, specie perché in quell'humus «positiva» egli corroborò il suo innato rigore, umano e intellettuale. Il retroterra del Gramsci giornalista degli anni torinesi non e' solo quello della grande tradizione culturale e civile della città «più positiva d'Italia» (per dirla con Bobbio): ma è anche e soprattutto, progressivamente, quello del mondo industriale, della produzione, della fabbrica, degli operai, che divennero via via fuoco della sua elaborazione teorica e dell'azione organizzativa. Quel retroterra di serietà e di impegno, egli lo portò nei suoi «pezzi». Non rinunciò a fare del giornalismo un mezzo d'azione politica, aggiungendovi una componente specificamente culturale e pedagogica (tant'è che “L'Ordine Nuovo” fu tacciato di «culturalismo»); ma per Gramsci il giornalismo fu soprattutto strumento di conoscenza e di analisi della realtà. Osservatore acuto della vita sociale, politica e culturale, si servì di uno stile brillantissimo, capace di mescolare sapientemente analisi scientifiche e affondi di battaglia politica o, su altro registro, pezzi di un lirismo che raggiunge ancora oggi il cuore del lettore. La penna di Gramsci non era intinta soltanto nello zolfo della corrosiva polemica da giornalista di eccellente vena; era una penna che non rinunciava a ricordare ai suoi lettori che quelle righe di piombo sulla carta possono essere assai più importanti del piombo delle pallottole: esse sono il luogo di una verità che è battaglia per difendere chi ha bisogno di essere difeso, gli umili, e per rivendicare i diritti di chi li vede ogni giorno conculcati: gli oppressi. Ma quel che rende particolarmente significativo il giornalismo gramsciano è il contesto bellico. Da questo punto di vista gli studi sono in debito con Gramsci, a cui non hanno ancora a sufficienza riconosciuto il ruolo eccezionale da lui svolto in quel tempo di guerra. Oggi, epoca di guerra infinita e permanente, in cui troppo spesso l'informazione appare ingessata e subordinata ai diritti dell'audience e alle pressioni del potere, riscoprire il giornalismo di guerra di Antonio Gramsci non solo ci può far capire che non necessariamente gli inviati speciali, i divi della comunicazione, sono quelli che ci avvicinano ai fatti; ma soprattutto ci indica un modello di deontologia e di serietà, che la militanza politica non valse a stravolgere. Documentato e polemico, raziocinante e militante, pacato e sulfureo, Gramsci giornalista, in tempi di guerra - tempi di menzogna - condusse niente di meno che una lotta «per la verità», come si intitolava, significativamente, il suo primo articolo.
Angelo D'Orsi 

Scuola di classe (di Massimo Gramellini)

Da "La Stampa" del 18 settembre recupero il "buongiorno" di Gramellini. Mi pare che conservi, purtroppo, una sua persistente attualità. Buon anno. (S.L.L.)
I banchi ergonomici della scuola di Adro (Brescia)
La scuola pubblica di Adro griffata col simbolo di un partito meriterebbe uno stato di indignazione permanente effettiva (e invece è già stata digerita con un'alzata di spalle fra l'abulico e il rassegnato), ma esiste un altro aspetto della vicenda che apre squarci lancinanti sul futuro. Quella scuola è un gioiello d'avanguardia, con i robottini che puliscono il prato, i banchi ergonomici, le lavagne elettroniche. Sta alle strutture cadenti e carenti in cui si muove la maggior parte degli insegnanti e dei ragazzi come una fuoriserie fiammante a un'utilitaria scassata. Questo perché gli abitanti di Adro si sono autotassati per finanziarla, nell'applicazione più estrema e gratificante del federalismo fiscale. Fino a prova contraria, infatti, è come se ogni cittadino di quel Comune lombardo avesse pagato le tasse due volte. La prima, obbligatoria, per sovvenzionare le scuole scalcinate del resto d'Italia. La seconda, volontaria, per edificare a due passi da casa il capolavoro destinato ai propri figli. E' la rappresentazione plastica della crisi dello Stato Sociale. Il Pubblico non ce la fa e il Privato, inteso come fondazioni e sponsor, non è in grado di colmarne le lacune. Cosi' la palla torna ai cittadini e la qualità dei servizi tenderà sempre più a corrispondere alla loro condizione sociale. I Paesi e i quartieri benestanti avranno le scuole e gli ospedali migliori, mentre gli altri dovranno accontentarsi di passeggiare fra i ruderi del Welfare, come ben sanno gli studenti e i degenti che si portano la carta igienica, e non solo quella, da casa. 

Da don Milani alla Gelmini. La restaurazione del merito. (S.L.L.)

La restaurazione della “meritocrazia”, dichiarata dalla Gelmini e da una caterva di berlusconisti a proposito della recente ambiziosa riforma universitaria e, già prima, degli interventi su tutto il sistema scolastico, mi ha riportato alla memoria don Lorenzo Milani, la sua scuola di Barbiana, la celebre Lettera a una professoressa. Mi sono commosso fino alle lacrime.
Capitano ai vecchi, specie quelli dalla salute malferma, questi irrefrenabili attacchi di nostalgia per la giovinezza perduta. La giovinezza della mia generazione, d’altronde, fu età di scoperte e movimenti, di illusioni generose e passioni furenti, tale da favorire siffatte  improvvise ed improvvide crisi di nostalgia.
Don Milani, nel mio cuore malato, si collega a una presa di coscienza e a una scelta di campo. Fu il libretto della sua scuola, quel pamphlet in forma di lettera, ad aprirmi gli occhi su come dietro il “merito” si nascondesse la “selezione” classista, su come le bocciature fossero espressione di processi di emarginazione e di esclusione che ribadivano le gerarchie sociali.
L’ho ripreso in mano adesso per cercare una citazione. Non ho avuto bisogno di una grande ricerca. Ad apertura di libro, alle pagine 60 e 61, leggo:
"Voi dite di aver bocciato i cretini e gli svogliati.
Allora sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri. Ma Dio non fa questi dispetti ai poveri. E’ più facile che i dispettosi siate voi.
Alla Costituente chi sostenne la teoria delle differenze di nascita fu un fascista: “L’on. Mastroianni riferendosi alla parola obbligatorio osserva che ci sono alunni che dimostrano un’insufficienza di carattere organico a frequentare le scuole”.
Anche un preside di scuola media ha scritto: “La Costituzione purtroppo non può garantire a tutti i ragazzi uguale sviluppo mentale, uguale attitudine allo studio”. Ma del suo figliolo non lo direbbe mai. Non gli farà finire le medie? Lo manderà a zappare?"
Furono denunce dure come questa ad alimentare la stagione di riforme degli anni Settanta e la grande mobilità sociale che ne nacque.
Quando torno al mio paese natio, in Sicilia, e mi capita di girovagare per le sue strade, leggo sempre con gioia le targhe degli studi professionali. Dopo l’indicazione Dott., Arch., Avv., Ing. e prima delle informazioni specialistiche ci sono cognomi che un tempo erano da poveri e poverissimi, braccianti, manovali edili, contadini con pochissima terra, ladruncoli e altri sottoproletari. Per me è una consolazione, una boccata d’aria pura che apre il petto e libera il cuore. La mobilità sociale è stata il frutto prezioso di tante battaglie nella scuola e nell’università, ispirate anche alla Lettera a una professoressa contro la selezione classista.
Ho l’impressione che già negli anni Novanta il cosiddetto ascensore sociale avesse smesso di funzionare al meglio. Ora le riforme Gelmini sanciscono la Restaurazione: signori e signorini del giorno d’oggi (non importa da quali famiglie provengano) tornano a riversare il loro odio contro i poveracci e vogliono tenerli sotto, perché sono canaglia e non meritano nulla. 

I Cappelletti di Alfredo Panzini

Consistono in un disco di sfoglia soda coll’uovo, farcita di carni bianche mescolate a tuorli d’uova, prosciutto, midollo, burro, noce moscata, parmigiano, etc., il tutto convenevolmente, secondo arte, preparato: i lembi del disco si ripiegano e avvolgono in modo che paia il calco di un ombelico. Venere, se non di Milo, di Bologna, dicesi, secondo una faceta leggenda, essersi prestata ad offrire il modello. Si mangiano in brodo o asciutti.
Alfredo Panzini
Panzini amava sostanza e verbo, i cibi veri e i loro nomi, voci da memorizzare, classificare e descrivere. L’interesse per il cibo e la preparazione delle vivande era trasferita con tenerezza a volte commossa nei lemmi del Dizionario moderno, … dove Panzini si dilunga con compiacimento a fornire ricette, a descrivere con trasporto ora le Lasagne verdi, ora lo Zampone di Modena (‘gloria culinaria’ della città, ‘celebre più della Secchia rapita’), oppure la Charlotte… Anche alla voce Cappelletti la descrizione ‘d’arte’ prende il sopravvento sulla definizione” (Gian Luigi Beccaria).
In Gian Luigi Beccaria, Misticanze, Garzanti, 2009, pag.23

Genova 2001. Il pesto escluso dal G8 (di John Dickie)

Nel luglio del 2001, Genova ospitò il vertice del G8. L’arrivo di George Bush,Tony Blair e degli altri leader delle nazioni economicamente più potenti del pianeta era un’opportunità, per Genova, di mettersi in mostra di fronte al resto del mondo: e mettersi in mostra, ovviamente, voleva dire anche far sfoggio della sua cucina: e mettersi in mostra, ovviamente, voleva dire far sfoggio della sua cucina. I sedici chef liguri insigniti di almeno una stella dalla Guida Michelin furono divisi in gruppi di quattro per preparare due pranzi e due cene per le personalità che partecipavano al vertice. Un mese prima del previsto inizio della conferenza, i cuochi sottoposero le loro proposte di menù al ministro degli Esteri italiano. Due piatti furono depennati: il primo era il coniglio, a quanto sembra perché si riteneva che i britannici e i nordamericani considerassero questo animale alla stregua dei cani e dei gatti, solo come animale da compagnia. Il secondo piatto a incorrere nei rigori dei consulenti della Farnesina, incredibilmente, fu proprio il piatto per cui Genova va, giustamente, più orgogliosa: il pesto alla genovese fu rimpiazzato nel menù da una “salsa al basilico”. E qual era la differenza fondamentale tra questa salsa e la ricetta ortodossa del pesto? Semplicemente l’assenza dell’aglio.
Molti lessero questa rimozione dell’aglio dal pesto come una facile metafora della disinfestazione a cui veniva sottoposto il capoluogo ligure in vista del vertice: era stato istituito un rigoroso divieto di accesso ad alcune parti della città (la famosa “zona rossa”), gli abitanti erano stati invitati a rimuovere i panni messi ad asciugare sugli stenditoi tesi da una finestra all’altra, negli stretti vicoli genovesi. Non è chiarissimo perché fosse stato impartito l’ordine di sostituire il pesto con una comune “salsa al basilico”: forse l’odore pungente che lascia l’aglio avrebbe scoraggiato le trattative ravvicinate tra i delegati, o forse erano i giapponesi che trovavano particolarmente sgradevole il gusto di questo vegetale. Nel clima politico del momento, un’ipotesi sembrò mettere d’accordo tutti: era stato Silvio Berlusconi a mettere il veto al simbolo della cucina genovese. Il magnate dei media, all’epoca presidente del Consiglio, è notoriamente insofferente verso aglio e cipolla. I manifestanti no global, orgogliosi delle tradizioni locali, non ebbero alcun dubbio e si armarono di teste d’aglio da gettare contro Berlusconi durante il summit.

da John Dickie, Con gusto. Storia degli italiani a tavola, Laterza, 2009

27.12.10

La poesia del lunedì. Elio Pagliarani.



Sotto la torre, al parco, di domenica
con pacata follia per ore e ore
immobile a guardarti. Avevo gli occhi
gonfi, e il sesso, e il cuore.
                                            Infastidita
i tuoi polsi snervati dalla mia
estasi, «lasciami» hai detto, di fuggirti
mi hai consigliato. Sono egoista e
lo spirito umano ha più bisogno
di piombo, che di ali.

Trivelle e cemento. Sicilia da basso impero (di Vincenzo Consolo)

Vincenzo Consolo

Da "il manifesto" del 3 novembre 2010 riprendo questa forte e accorata denuncia di Vincenzo Consolo sulle imminenti devastazioni ambientali in due tra le zone più belle della nostra amata Sicilia. (S.L.L.)
Borgorigolizia in Val di Noto
“E la bella Trinacria, che caliga
tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo
che riceve da Euro maggior briga,
non per Tifeo, ma per nascente solfo,...”
(Dante, Paradiso,VIII)

Non più, non più “caliga” la Sicilia per i vapori di zolfo, ché negli anni Sessanta del Novecento si sono chiuse tutte le zolfare, ma caliga oggi l'Isola e potrà ancor più essere asfissiata da mefitici, micidiali vapori domani per i progetti di trivellazioni di pozzi petrolifici nel Val di Noto.
Val di Noto o Contea di Modica, la parte della Sicilia orientale che il torrente Salso divide dalla Sicilia occidentale. Questo Vallo, dominato dai Normanni e quindi dagli Aragonesi, non era contrassegnato dall'arcaico sistema feudale del latifondo come nella parte Occidentale, nel cui contesto, con i gabelloti, i soprastanti e campieri è nata la mafia. Ma vi era la divisione della terra, della piccola proprietà contadina. L'economista Paolo Balsamo compie nel 1808 un viaggio nel Val di Noto o Contea di Modica e annota, sulla esistenza della piccola proprietà contadina: “Questa sorta di equità sociale nella Contea era forse dovuta ai normanni Chiaramonte e quindi all'aragonese ribelle Bernardo Cabrera, i quali non avevano instaurato lo stesso arcaico sistema feudale del latifondo, come nell'occidente siciliano...”.
Ebbene in questa Val di noto o Contea di Modica ora il colosso Texano del petrolio Panther Oil (un nome, un programma!) vuole qui trivellare per cercare petrolio. Nel 2004, sotto il governo regionale di Totò Cuffaro (Totò vasa vasa), la Panther ottiene le autorizzazioni per trivellare. Trivellare là, nella patria del barocco in un territorio tutelato dall'Unesco come patrimonio dell'umanità. Ma a Totò bastavano due cannoli e concedeva tutto. Non solo trivelle in terra, ma anche piattaforme in mare come quella già esistente al largo di Pozzallo. Una storia, quella delle trivellazioni in Val di Noto, che sembrava chiusa, ma che una sentenza del Consiglio di giustizia amministrativa (Cga) riapre dando via libera alle trivellazioni. Manifestazioni nei paesi del Val di Noto ci sono state, nel paese di Vittoria soprattutto, appelli di intellettuali. E la questione è aperta.

Trivellazioni, petrolio da una parte, cemento da un altra parte.
Cemento a Siracusa, nelle antiche Siracuse. Siracusa la greca, la Pentapoli, con i suoi straordinari siti archeologici, i suoi templi, i suoi teatri, le sue latomie. Siracusa, patrimonio dell'umanità, rischia oggi di essere coperta da una coltre, da un sudario di cemento. Già in anni passati la nobile città aveva avuto il suo primo oltraggio. A pochi chilometri dalla città, tra Priolo e Melilli era sorto il petrolchimico dell'ENI che con i suoi velenosi miasmi ha provocato un disastro ambientale. Chi lavora e abita in quei luoghi si ammala di cancro; lì nascono bambini malformati.
E oggi il disastro minaccia proprio Siracusa, una città che per la sua profondità storica e per la sua bellezza dovrebbe essere inviolabile e invece sono in programma progetti devastanti. Sul porto grande della città, il porto dell'isola di Ortigia, dove abita la nostra cara ministra dell'ambiente Prestigiacomo, l'Ortigia che ha di fronte i monti Iblei e la penisola del Plemmirio, su questo porto sono in programma due progetti, due approdi di cemento che coprano l'acqua del mare. Il primo, già in costruzione è approvato nel 2007 da Regione, Comune, Genio Civile, Capitaneria di Porto. 50.000 mq di superficie vengono sottratti al mare e sulla superficie di cemento sono previste costruzioni di uffici, negozi, ristoranti, hotel, centri benessere, eliporto...e ancora nella penisola del Plemmirio sono previste costruzioni di ville; nel castello di Urialo, fra le torri e le mura antiche, sequele di casette a schiera. Siamo allo scempio, all'oltraggio. Il secondo porto in progetto dentro il Porto Grande, con il suo cemento dovrebbe coprire ancora 50.000 mq di mare. Ma chi li ferma, chi ferma questi cementificatori?
Si, si sono formati dei comitati per scongiurare il pericolo di devastazione: attorno al siracusano Enzo Maiorca, il campione d'immersione in apnea; si sono fatti esposti all'Unesco; si muove Italia-Nostra di Siracusa; si è creato il movimento SOS Siracusa. Si riuscirà a fermare la colata di cemento sopra la luminosa Siracusa?
Conoscendo le amministrazioni, comunali, regionali e nazionali italiche, da vergognoso basso impero, diffidiamo.
E tuttavia speriamo. Se no, dobbiamo solo recitare i versi di Ungaretti:
Calava a Siracusa senza luna
La notte e l'acqua plumbea
E ferma nel suo fosso appariva,
Soli andavamo dentro la rovina...

Sì, dentro la rovina del cemento!


L'orrore di una guerra fratricida. Pietro Nenni racconta Garibaldi.

Dal Garibaldi di Pietro Nenni (Sugarco, 1961) riprendo questa bella e drammatica pagina di storia patria. Racconta l'intervento di Giuseppe Garibaldi alla Camera dei deputati del Regno d'Italia appena proclamato. (S.L.L.)
Il 18 aprile 1861 Garibaldi entrava alla Camera. Era vestito in modo pittoresco e poco parlamentare, con la leggendaria camicia rossa, un “poncho sudamericano e un sombrero spagnolo. Il suo duello oratorio con Cavour fu drammatico.
Il Parlamento aveva chiuso la “questione romana” con un “ordine del giorno Boncompagni” del 27 marzo. Mazzini e Garibaldi erano insorti contro il tortuoso documento, nel quale la sola cosa chiara era la subordinazione dei diritti italiani al benestare di Napoleone. E ora, l’intervento di Garibaldi nel dibattito parlamentare rimetteva ogni cosa in discussione.
Sul principio il suo discorso fu pacato. Il generale, che non aveva mai chiesto nulla per sé, perorò la causa dei suoi compagni, dei suoi soldati, di quell’esercito di volontari nei quali vedeva lo strumento delle guerre future contro l’Austria e della liberazione di Roma. Poi l’amarezza e lo sdegno lo fecero insorgere contro Cavour, e dopo aver chiesto alla Camera se “come uomo” avrebbe potuto stringere la mano di colui che l’aveva reso “straniero in Italia”, lo accusò di aver voluto provocare nel Mezzogiorno “l’orrore di una guerra fratricida”.
Fu il finimondo. Dal suo banco Cavour, rosso di collera, gridava al presidente di far rispettare il governo e i rappresentanti della nazione. La destra si gettava nel tumulto con una specie di voluttà. Il centro era come schiacciato dalla violenza dell’accusa. La sinistra, dal canto suo, quasi non osava sostenere il suo campione.
Indifferente al chiasso, dritto di fronte a Cavour, Garibaldi martellava il suo banco e ripeteva: “Sì, una guerra fratricida”. La seduta dovette essere sospesa.

Domande ingenue sugli antibiotici.

Un articolo su “La Stampa” del 18 novembre di Francesca Schianchi (Con l’overdose di antibiotici siamo più fragili) informa sui risultati di uno studio dell’Aifa (l’agenzia italiana del farmaco), che in sintonia con l’Istituto superiore di Sanità e col patrocinio del Ministero ha deciso di iniziare una campagna di comunicazione contro l’abuso di antibiotici. Vi si legge di gravi danni sanitari per la mancanza di controllo medico. Ingurgitati finché persistono i sintomi, i farmaci vengono sospesi non appena scompaiono con un nocumento aggravato: non si conclude il ciclo di terapia e si favorisce lo sviluppo di resistenze. Queste modalità d’uso garantirebbero le scorte fino alla prossima, pericolosa, cura «fai-da-te». Il risultato è che, superata solo da Grecia e Cipro, l’Italia è tra i Paesi europei che più usano antibiotici ed hanno pertanto un tasso più alto di antibiotico resistenza. In un prossimo futuro potremmo non poter curare infezioni anche banali.
L’articolo parla anche di un gigantesco spreco economico: 413 milioni di euro: “In Italia il 44% della popolazione riceve almeno una prescrizione di antibiotico l'anno, il 53% se si parla di bambini e il 50% se si tratta di anziani. Nel 2009 le vendite hanno raggiunto la cifra di 1.038 milioni di euro: 413,1 milioni, appunto, spesi per un uso inappropriato. Ad abusarne di più il Sud: in cima alla lista Campania, Puglia e Sicilia, che da sole rappresentano il 60% dell'eccesso italiano. Friuli, Liguria, Veneto e Val d'Aosta, invece, ne usano meno. Se le regioni si allineassero al consumo medio delle sei piu' virtuose, cioe' a 17,5 dosi medie giornaliere ogni mille abitanti, si risparmierebbero 316, 6 milioni di euro”. A completare l’allarme si aggiungono le dichiarazioni del direttore dell’istituto del farmaco, Rasi. Potrebbe accadere in Italia quanto già succede in India ove compaiono ''super-batteri'', contro cui nessun antibiotico efficace appare oggi disponibile.
La domanda sorge spontanea. Siamo sicuri che funzioni una campagna diretta soprattutto ai consumatori di farmaci? Sarà poi vero, dato il livello degli sprechi, che l’abuso avvenga soltanto con le scorte conservate da precedenti infezioni? Non ci sarà, invece, una tendenza dei medici di base alla facile prescrizione che dà sicurezza al paziente? Non ci sarà, poi, tra i farmacisti il modo di eludere l’obbligo della ricetta, con lauti incrementi di vendite e guadani? E, infine, al ministero non si potrebbe pensare a confezioni con un minore numero di dosi, atte ad evitare il residuo? 

La trasvalutazione di Julia Kristeva

Gian Lorenzo Bernini. L'estasi di Santa Teresa d'Avila. Particolare.
Palazzo Barberini, Roma.
Julia Kristeva, scrittice e psicanalista francese di origine bulgara, al festival Letterature di Roma tenutosi in giugno alla Basilica di Massenzio dello scorso giugno ha letto un testo intitolato La Passione secondo Teresa D'Avila, la grande mistica cui ha dedicato il saggio Teresa, mon amour, (Donzelli 2009). “La Stampa” del 22 giugno 2010 ne ha pubblicato un breve estratto di carattere metodologico. A me l’idea chiave del testo, la psicanalisi freudiana come chiave per la “trasvalutazione”, cioè per il superamento delle tradizioni religiose e non religiose, pare acuta e convincente. (S.L.L.) 
Julia Kristeva

Come spiegare questo strano incontro fra una santa e una strizzacervelli? Non vi dirò tutto. Vi ricorderò soltanto che oggi è impossibile vivere senza accorgersi che gli scontri tra religioni non sono estranei agli scenari economici che incombono sulla nostra quotidianità e minacciano la pace nel mondo. Vi confesso che faccio parte di quei (rari?) scrittori e intellettuali europei convinti che esista una cultura europea di cui non andiamo abbastanza fieri. Io sono profondamente persuasa che solo a partire da una migliore appropriazione critica della pluralità delle sue culture la nostra Europa potrà ricoprire un ruolo decisivo nei diversi conflitti che si affastellano all'orizzonte.
Si tratta, esattamente, di una " trasvalutazione" (per usare un termine nietzschiano) dei valori ebraici, cristiani, ma anche musulmani e di quelli della secolarizzazione. Sì, il filo della tradizione è stato reciso, ci avvertono Tocqueville e Hannah Arendt, e avete dinanzi a voi una donna che si considera atea: non a caso la mia eroina finisce il suo racconto su Teresa con una lettera rivolta a Denis Diderot che, al suo tempo, fustigava gli abusi della religione, in particolare nella Religiosa, il celebre romanzo incompiuto. Ma Diderot, ex canonico e scrittore-filosofo dei Lumi, si rammaricava di non riuscire a finire la sua storia, perchè, liberata dagli abusi della vita monastica, la sua religiosa viene gettata in una vita priva di senso. Ho la pretesa di credere che la psicanalisi freudiana, che interroga i miti e la storia delle religioni, e al tempo stesso spalanca le porte della vita interiore degli uomini moderni, sia la strada maestra per trasvalutare, per l'appunto, quella tradizione che ci precede e con la quale noi, non credenti, abbiamo tagliato il filo. Noi, non credenti. Ma anche noi, credenti molto spesso ridotti a «elementi delle religioni» (come si dice degli «elementi del linguaggio» e dimenticando la complessità dell'esperienza).

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