29.11.10

Antisemitismo cattolico. L'invenzione del ghetto e la persecuzione degli ebrei romani (di Alfonso Maria Di Nola)

Il brano che segue è tratto da un articolo di Alfonso M. Di Nola dal titolo Il delitto della Sacra padella, in "il manifesto", 13 aprile 1986. (S.L.L.)
Papa Paolo IV Carafa

Il ghetto a Roma
Fu un papa ad inventare nel 1555 il ghetto o serraglio o claustro dei Giudei, relegando nel perimetro di soffocanti mura una folla di uomini che già la folla dei suoi predecessori avevano perseguitato duramente e che i teologi cristiani avevano ascritto alla specie zoologica. Si trattava di Paolo IV, personaggio tetro e nefasto, dominato da un delirio di grandezza che piacque, fra l’altro, agli storiografi fascisti, pronti a vedere nelle sue imprese il preannunzio della paranoia mussoliniana.
Gli ebrei erano isolati nel ghetto durante le ore notturne, quando un portiere cristiano, pagato dalla comunità, sprangava i 5 portoni del recinto. Nel recinto gli ebrei non avevano la proprietà delle case, ma, nell’inventività tipica dei derelitti, ottennero alla sede apostolica un particolare diritto di possesso precario, lo jus di gazagà o di “casaccato”, che consentiva di disporre quasi liberamente dell’immobile dopo il pagamento di un tenue affitto iniziale. Ancora nel 1857, poco più di cent’anni addietro, lo spagnolo Emilio Castelar, visitando Roma, scriveva: “In una città simile fa ribrezzo per la sua immondezza il quartiere degli Ebrei; i piedi si immergono in un molle strato di escrementi… fanciulli mezzo ignudi divorati da croste… guizzano da tutte le parti. Alcune vecchie dalla pelle rugosa e giallastra… stanno a guardia delle case che sembrano delle vere e proprie topaie”.

La bolla di Giulio III
Ma già nel 1554 Giulio III aveva già emanato una bolla contro i libri ebraici, in particolare contro il talmud, ordinandone la censura e, in alcuni casi, il pubblico bruciamento, una bolla che nel 1593 era rinnovata con la costituzione apostolica Contra impia scripta di Clemente VIII. La più raffinata tecnica antigiudaica dovrebbe però essere assegnata alla perversione di quel Gregorio XIII, di mentalità ignobile oltre che privo di spirito evangelico, che si compiacque gioiosamente degli eccidi della notte di San Bartolomeo. Gregorio XIII, con due bolle del 1577 e del 1584, stabilì la predicazione coatta agli ebrei fatta da un frate cattolico una volta alla settimana, preferibilmente il sabato. Doveva essere presente almeno un terzo della comunità, e il frate, di solito uno zoccolante, era tenuto a “illuminare” spesso in forma rozza ed ignorante, i passi biblici che erano stati letti nelle sinagoghe nella liturgia del mattino. Il pagamento del predicatore era a carico della comunità. Il sermone era recitato nell’oratorio della Ss. Trinità dei Pellegrini. Appartiene a questa cronaca oscena, che è stata ricostruita da Attilio Milano in un suo celebre libro sul ghetto di Roma, quell’ossequio al papa neoeletto che resiste fino ai princìpi del secolo scorso.
Per molti secoli, dal XIII secolo in poi, una delegazione di Ebrei, guidata dai rabbini, si raccoglieva presso Castel Sant’Angelo, incontrava il Pontefice e , dopo averlo ossequiato, gli presentava un rotolo di pergamena in cui era trascritta la Bibbia, supplicandolo di rispettare quanto in essa era contenuto. Nella risposta di prammatica il papa dichiarava, con tutto il peso del suo potere offensivo, di rispettare l’Antico Testamento, ma di condannare l’interpretazione data dagli Ebrei, giacché il messia in esso annunciato era Gesù Cristo. Il luogo dell’omaggio fu poi spostato, per i secoli successivi, presso l’arco di Tito, all’ombra del quale la comunità era tenuta ad attendere il pontefice: ed era un’ulteriore sottigliezza della violenza prevaricante, giacché gli Ebrei dovevano sostare all’ombra di quel monumento che celebra la sconfitta subita in Palestina e la rovina definitiva della loro nazione.

I ludi carnevaleschi
L’umiliazione più cocente fu la sorte assegnata agli Ebrei romani nei ludi carnevaleschi, quando al Testaccio il più vecchio ebreo veniva rinchiuso in una botte piena di chiodi sporgenti che si faceva poi precipitare dal colle, estraendone alla fine un morto o un moribondo. Paolo II inaugurò nei ludi la corsa dei giovani ebrei lungo l’attuale Corso sino alla sede pontificia, che era il palazzo Venezia. una memoria del 1583 registra: “Lunedì i soliti otto hebrei corsero gnudi il loro pallio, favoriti di pioggia, vento e freddo, degni di questi perfidi mascherati di fango a dispetto delle grida. Dopo queste bestie bipede correranno le quadrupede domane lunedì”.
Ché, poi, gli Ebrei, in questo scenario di ricorrenti frustrazioni, avessero realizzato a Roma un proprio modus vivendi e godessero talvolta di una pace generata dall’adattamento storico, ci pone in presenza di un noto processo di addomesticamento della condizione umana, quale si è verificato in molte altre aree culturali. Ebbero medici chiamati a curare i papi, si sottrassero, con sotterfugi, ai minuti controlli, trovarono innumeri vie per sopravvivere, fino a praticare, come narra il Silvagni, ancora ai princìpi del secolo scorso, il noleggio degli addobbi per la festa del Corpo di cristo. Sono l’altra faccia della storia, i linimenti del male, che resta in tutta la sua assurda imponenza.

1 commento:

Anonimo ha detto...

mi risulta che giovan pietro carafa insieme a san gaetano abbia fondatol'ordine dei teatini e la chiesa debba tutto alla sua azione se è riuscita a contrastare il luteraneimo che metteva in dubbio la necessità di unorganizzazione.ovvero gerarchia ovvero potere ,essendo sufficiente la sola fede. per dare un giudizio su lassato mi hanno insegnato di usare il metodo storicistico

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