31.10.10

Raffineria Saras di Sarroch (Moratti): processo al sistema. L'articolo della domenica.

Si è svolta a Roma a metà ottobre la presentazione del libro Nel paese dei Moratti. Sarroch Italia, una storia ordinaria di capitalismo coloniale di Giorgio Meletti, Edizioni Chiarelettere. Con l’autore c’erano Corradino Mineo direttore di “Rainews 24” e l’ex direttore di “Radio radicale” Massimo Bordin. L’ho ascoltata su Radio radicale.
Dall’idea che me ne sono fatta il libro è proprio da leggere, anche perché, controcorrente, mette al centro dell’analisi un incidente sul lavoro a Sarroch in Sardegna, nella raffineria Saras del gruppo Moratti; e dei morti di lavoro libri, giornali e tv parlano il meno possibile, nascondendo sistematicamente le responsabilità. La scelta di Meletti è ancora più meritoria perché la sua attenzione è diretta a una grande famiglia del capitalismo italiano che decisamente gode di una buona stampa: i fratelli Moratti, infatti, con le mogli impegnate in politica una a destra l’altra a sinistra, con la munificenza sportiva, con l’indubbio savoir faire che li caratterizza, raramente sono oggetto di critiche pungenti da parte dell’intero sistema mediatico.
La raffineria Saras di Sarroch, in Sardegna
L’incidente era accaduto il 26 maggio 2009. Erano morti tre operai Giovanni Melis di 29 anni, Bruno Muntoni di 58, Gigi Solinas di 27. Lavoravano per la Comesa, la ditta che ha in appalto la manutenzione. Il primo era stato incaricato di entrare in una cisterna ferma per manutenzione: entrando ha respirato l’azoto puro (inodore e incolore) di cui era satura, senza che vi fosse alcun avviso della presenza del gas. Gli altri due operai sono morti nel tentativo di soccorrere il compagno. Nessuno dei tre era dotato del rilevatore di ossigeno, fondamentale per questo genere di attività, ma neppure previsto dai capitolati d’appalto.
Mineo, nel presentare il libro, ragiona dell’aggettivo “coloniale”, che Meletti, giornalista de “Il fatto”, sardo, ha scelto per indicare la natura del capitalismo che a Sarroch ha generato morte. Per il direttore di “Rainews 24” coloniale, nei suoi rapporti con il lavoro, è ormai l’intero capitalismo, non solo in Sardegna e al Sud o nel settore petrolifero, ma in tutti i suoi pezzi più pregiati e nel più profondo Nord.
Sorprendente Massimo Bordin, l’ex direttore di Radio radicale. Lui, che in quel ruolo non s’era certo distinto contro la precarizzazione del lavoro, ma era stato anzi uno sperticato lodatore della Legge Maroni-Biagi, fa oggi una requisitoria che parte dallo specifico dell’incidente della raffineria. Non c’è più un indotto, ma molti lavori che sono parte integrante del ciclo produttivo sono appaltati a imprese esterne, intermediari di manodopera che si affidano a lavoro precario, saltuario, non sempre adeguatamente qualificato.
Meletti, che insieme a Gianni Dragoni aveva realizzato lo scorso anno un libro-inchiesta sui mostruosi guadagni dei manager (La paga dei padroni). Che facevano – si chiede - i ricchi, i manager, le classi dirigenti mentre quegli operai morivano? Per il 90% per cento partecipavano a convegni e non pochi rilasciavano interviste. Egli ricorda due dichiarazioni di politica economica apparse sui giornali proprio in quel 26 maggio 2009. Brunetta dice: “La curva della perdita dei posti di lavoro ha raggiunto le 500 mila unità, ma ricordo che gli altri 14 milioni di lavoratori conservano il loro lavoro”. Sarcastico il commento del giornalista: è come se il ministro della Sanità impegnato a commentare una mortale epidemia con migliaia di morti ricordasse che tutti gli altri si sono risvegliati vivi. Ancora più folle gli pare la dichiarazione della Marcegaglia, in un convegno a che si appropria della tragica morte di un imprenditore suicida per le difficoltà dell’azienda, per spiegare come la crisi colpisca in egual modo operai e padroni: “Si è ucciso per non licenziare”. Meletti arricchisce il quadro con un Gianmarco Moratti che, intervistato da Bonini su “Repubblica” due giorni dopo la tragedia, si domanda iroso: “Che facevano lì quegli operai? Non dovevano starci”. E collega la dichiarazione con una voce fatta circolare, perfino sulla stampa, che l’operaio morto per primo fosse entrato nella cisterna per aggirare il divieto di fumo operante in tutta l’estesa area della raffineria. Il giovane, in effetti, non solo non fumava affatto, ma era solito redarguire aspramente chi gli fumasse vicino, anche a casa sua.
Dopo l’uscita del libro, giovedì scorso 28 ottobre, una notizia positiva è venuta dalla Procura della Repubblica di Cagliari. C’era stato un tentativo, dopo aver buttato la colpa sugli operai, di attribuire le responsabilità ai livelli più bassi, a un caposquadra e a un capocantiere, ma i pm Secci e Manganiello hanno archiviato le loro posizioni e individuato le responsabilità al livello più alto. Con il titolare della ditta appaltatrici andranno sotto processo i vertici aziendali della Saras incluso Gian Marco Moratti. I Moratti intanto stanno cercando di evitare un impegno processuale delle parti civili: hanno assegnato alle famiglie degli operai uccisi dall’ozono una rendita di 2500 euro al mese per vent’anni ed hanno chiesto alle stesse famiglie di avanzare una richiesta di risarcimento. Il processo in ogni caso si farà e per i suoi contenuti potrebbe andare al di là della Saras e investire aspetti fondamentali del modo di essere del capitalismo italiano.

Israele - Palestina. "La storia dell'altro" nelle scuole.

Jericho, West Bank, 1979. Un campo profughi abbandonato

Nel sito di “Una città”, una rivista assai bella che si pubblica a Forlì, abbiamo letto a metà ottobre una bella notizia, di quelle che si leggono di rado, in un articolo di “Haaretz”, il quotidiano della sinistra israeliana, uscito qualche giorno prima. Alcuni anni fa alcune Ong progettarono di favorire il dialogo tra Israele e Palestinesi attraverso la cooperazione educativa. L’idea chiave consisteva nel favorire tra i giovani delle due nazioni la reciproca conoscenza della “storia dell’altro”: gli stessi eventi sarebbero stati proposti in due racconti diversi (e in taluni passaggi molto diversi), redatti l’uno da insegnanti palestinesi, l’altro da insegnanti israeliani, del Movimento sionista, collocati l’uno di fronte all’altro, con nel mezzo uno spazio bianco per eventuali osservazioni e riflessioni. La produzione del testo scolastico è stata favorita alcuni anni fa dal ministero svedese per la cooperazione, grazie al quale si sono svolti stage e seminari con insegnanti israeliani e palestinesi. Oggi per la prima volta l’uso del testo viene esplicitamente autorizzato dal Ministero per l’Istruzione dell’Autorità Palestinese della West Bank: è stato adottato in due scuole superiori vicino a Gerico. Diverso è stato finora l’atteggiamento del governo israeliano, il cui ministro dell’Istruzione ha addirittura chiesto chiarimenti al preside di una scuola superiore dell’area di Sderot per una “chiarificazione” dopo che egli aveva permesso l’uso del testo per gli studenti di uno speciale corso supplementare.  Aharon Ronthstein, responsabile della scuola superiore Sha’ar Hanegev, aveva consentito agli studenti di adottare il testo nell’ambito del progetto Imparare la narrazione storica dell’altro, avviato dal prof. Dan Bar-On della Ben Gurion University e dal prof. Sami Adwan dell’Università di Betlemme. Dal punto di vista dei palestinesi – commenta Haaretz -  è un successo perché dimostrano di essere pronti a insegnare la narrazione israeliana, mentre in Israele sono ancora appesi alle vecchie posizioni. La storia dell'altro è stata pubblicata in Italia, già dal 2003 da “Una città” con una bella prefazione di Pierre Vidal-Naquet, il grande storico dell’antichità e combattente della giustizia scomparso nel 2006 (http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/07/pierre-vidal-naquet-1930-2006.html). Eccola qui postata in appendice. S.L.L.)

I funerali di Pierre Vidal-Naquet
Appendice
Prefazione a La storia dell’altro
Pierre Vidal-Naquet
Considero un grande onore che il periodico Una Città, pubblicato a Forlì, e di cui ho sempre apprezzato l’indipendenza, mi chieda di scrivere la prefazione a questa doppia storia della Palestina e di Israele, ad uso degli studenti dei due popoli.
Il fatto essenziale e nuovo, assolutamente nuovo, è l’esistenza stessa di questo testo. Il discorso comune è per l’istante impossibile e lo resterà per molto tempo. Ciononostante, i professori che hanno redatto queste pagine l’hanno fatto nel rispetto reciproco dell’altro. Nel 1967, il numero speciale di Temps modernes che opponeva vedute israeliane e vedute arabe del conflitto era il risultato di una coesistenza puramente passiva. Soltanto Sartre e Lanzmann avevano incontrato entrambe le parti. Due intellettuali ebrei francesi, Robert Misrahi e Maxime Rodinson, sperimentavano punti di vista perfettamente opposti, e solo Rodinson osava parlare di pace e di riconoscimento reciproco. Tutto ciò crollò nel fragore della guerra dei Sei Giorni.
In che misura sono qualificato per presentare questo singolare documento? Appartengo a una famiglia ebrea di cui una parte è stata sterminata dai nazisti. Non sono mai stato sionista e dal giugno 1967 sostengo la coesistenza di due Stati, uno arabo, l’altro ebreo, sulla terra che fu e che resta per gli uni la Palestina, per gli altri Eretz Israel. Non sono sicuro oggi che questo sogno si realizzerà. La politica di colonizzazione perseguita instancabilmente da tutti i governi israeliani anche dopo Oslo non facilita la pace. Peraltro la rivendicazione di tutta la Palestina da parte degli estremisti dell’altro campo porta al governo Sharon il migliore aiuto possibile. Non si tratta per me di trattare alla stessa stregua i due avversari. E’ innegabile che il popolo arabo sia vittima di un’im- presa coloniale. Sono nella condizione migliore per sapere che anche gli Ebrei sono vittime, ma non sono stati, nel passato, principalmente vittime dei Palestinesi.
Ciononostante, è veramente straordinario aver tentato di portare a compimento questa esperienza. Che questo testo sia dedicato alla memoria di un maestro palestinese, Yousuf Tumaizi, morto prematuramente il 19 agosto 2002, è magnifico.
Gli autori hanno scelto tre momenti di questa lunga storia: la dichiarazione Balfour che, nel novembre 1917, ha dato inizio alla realizzazione dell’utopia sionista, che si concretizza poco a poco fino al Libro bianco del 1939 che, in una data drammatica, segna una battuta d’arresto; la guerra del 1948, che è per gli uni una guer- ra di Indipendenza e, per gli altri, l’anno della Catastrofe; terzo momento infine, l’Intifada che, dal 9 dicembre 1987, ha scosso i Territori occupati e comportato gli accordi precari di Oslo.
C’è in ogni storia nazionale qualcosa di irrimediabilmente soggettivo e sarebbe infantile stupirsene e ancora di più indignarsene. Per quale ragione il vissuto dei due popoli non sarebbe incompatibile? Per i Palestinesi, questa storia è quella di una conquista di cui sono stati vittime, di una doppia espulsione, quella del 1948 e quella del 1967, sventura che è senza dubbio un po’ facile attribuire a una cospirazione, ma che non è per questo meno reale e drammatica. Per gli Israeliani, non si tratta di una conquista ma di un ritorno. Sento ancora Golda Meir alla fine del giugno 1967 ripetere instan- cabilmente: "When we came back”, quando siamo tornati, come se niente fosse successo fra l’antica diaspora ebraica e il "ritorno” dopo più di 2000 anni di "erranza”, come se niente fosse successo se non un lungo soggiorno nella "valle del pianto”. Dialogo fra sordi, diranno alcuni. A torto. Ricordiamo un episodio tristemente celebre, la strage, il 9 aprile 1948, da parte delle forze dell’Irgoun e dello Stern, degli abitanti del villaggio di Deir Yassin. 250 vittime ci dicono i professori israeliani, più di 100 dicono i Palestinesi, cosa abbastanza sorprendente. Quanti villaggi palestinesi rasi al suolo? 370 dicono gli Israeliani, 418 rispondono i Palestinesi. Alcuni silenzi sono abbastanza sorprendenti. Nessuno parla del- l’incontro nel 1948 di Golda Meir con il re Abdallah di Transgiordania. Eppure si tratta di un avvenimento di importanza capitale perché, attraverso questo incontro, Israele si accordò in pratica con il re affinché non ci fosse uno Stato palestinese.
Senza dubbio, da una parte e dall’altra si è talvolta nel mito. Se la colonizzazione come "ritorno” rientra nel campo del mito, che dire della definizione del "Muro occidentale”, detto Muro del pianto, come appartenente alla moschea Al Aqsa e atto a commemorare non il Tempio ma il volo del profeta Maometto sulla giumenta Baraq? Non è neanche certo che il re Davide abbia conquistato Gerusalemme battendo un popolo arabo. E ad ogni modo a cosa servono, da ambo le parti, queste leggende? I due popoli sono stati traumatizzati, gli Israeliani dal ricordo del genocidio, i Palestinesi da quello dell’espulsione. Sarebbe puerile chiedere loro di scrivere la stessa storia. E’ già ammirevole che accettino di coesistere in due racconti paralleli.
Auguro buon vento a questa magnifica impresa.

Le conseguenze economiche di Bettino Craxi (di Sandro Brusco)

Sandro Brusco è docente di Economia alla State University of New York at Stony Brook. E’ redattore, insieme ad altri economisti, del blog noiseFromAmerika, da cui è tratto questo post, del 20 gennaio scorso.
In questo post voglio concentrare l'attenzione sull'operato di Craxi in campo economico. Ignoro quindi le sue vicende giudiziarie e gli aspetti di moralità pubblica connessi al suo operare, non perché non siano importanti (secondo me sono fondamentali) ma semplicemente perché è meglio una cosa alla volta. Quello che voglio fare è invece mostrare quanto sia stata disastrosa la sua azione di politica economica e quanto tale disastrosa azione abbia giocato un ruolo fondamentale nel porre l'Italia su un sentiero di stagnazione e regresso economico e sociale.
La valutazione, anche solo in termini di politica economica, di un politico o di una fase politica è sempre difficile, dato che molti fattori al di fuori del controllo politico contribuiscono, nel bene e nel male, alla determinazione dei risultati economici. Esiste però un'area in cui l'influenza della politica appare chiara e facilmente analizzabile, che è quella della finanza pubblica: livello generale della spesa, della tassazione e del debito. Su tali variabili concentrerò quindi l'attenzione per mostrare quanto straordinariamente cattive siano state le scelte dell'Italia nel periodo di maggiore influenza craxiana.

Il periodo considerato
Craxi ascese alla guida del Partito Socialista nel luglio del 1976. Erano state appena celebrate le elezioni politiche del giugno 1976, che avevano visto una forte avanzata del PCI e una sostanziale tenuta del PSI, che raccolse il 9,6% dei voti. La legislatura iniziata nel 1976 si concluse nel 1979 e fu caratterizzata dai cosidetti governi delle larghe intese, governi monocolore democristiani sostenuti dall'astensione o dal voto favorevole del PCI e degli alleati tradizionali della DC. Durante quel periodo l'influenza di Craxi fu relativamente limitata, dato che l'ampio schieramento parlamentare a sostegno del governo limitava il potere di contrattazione del PSI. L'influenza di Craxi diviene molto maggiore a partire dalle elezioni politiche del 1979. Ad esse fece seguito il ritorno del PCI all'opposizione e la costituzione dei governi cosidetti ''di pentapartito'' , imperniati sull'alleanza DC-PSI con l'aggiunta più o meno organica di PSDI, PRI, PLI. Tale fase durò fino alle elezioni del 1992 e durante questo periodo vennero celebrate elezioni politiche nel 1983 e nel 1987. In tutto il periodo la composizione numerica del parlamento fu tale che i voti del PSI risultarono sempre determinanti, ossia non era possibile per gli altri 4 partiti del pentapartito formare un governo senza il PSI. Questo diede a Craxi un enorme potere negoziale, che egli usò per ottenere posizioni influenti di governo e sottogoverno. Il picco di tale influenza fu raggiunto nella legislatura 1983-1987, quando Craxi ottenne la poltrona di primo ministro. Con le elezioni del 1987 il PSI raggiunse il massimo storico dei voti, con il 14,27%. La fine della influenza politica di Craxi inizia con le elezioni del 1992. Il PSI ottenne un rispettabile 13,62% ma il crollo della DC e l'affermazione della Lega Nord resero difficoltosa la riproposizione del pentapartito. Le difficoltà del bilancio pubblico, l'incalzare delle azioni giudiziarie e i referendum del 1993 (in particolare quelli sulle leggi elettorali) fecero il resto.
Considereremo quindi l'andamento dei principali aggregati di finanza pubblica nel periodo 1980-1992, durante il quale Craxi giocò un ruolo importante nella determinazione della politica economica, con particolare attenzione al quadriennio 1983-1987.

La finanza pubblica prima di Craxi
In diversi aspetti, l'Italia giunse al 1980 già esausta. Il lungo periodo di crescita del dopoguerra si era essenzialmente bloccato all'inizio degli anni '70. A fronte della riduzione nei tassi di crescita del reddito, però, le classi dirigenti dell'epoca non riuscirono, o non vollero, bloccare la crescita della spesa pubblica. La pressione fiscale rimase relativamente bassa e stazionaria fino al 1976 e crebbe leggermente durante il periodo della ''solidarietà nazionale'', ma rimase comunque sempre ben al di sotto della spesa primaria. L'aumento della spesa pubblica venne quindi finanziato con debito. L'Italia iniziò il suo cammino verso un sempre più alto indebitamento pubblico, giungendo al 1980 con un rapporto debito/PIL pari al 56,9%.
Il paese si trovò particolarmente esposto alla recessione mondiale dell'inizio degli anni '80, periodo caratterizzato da alti tassi d'interesse. Dato il livello del debito, il pagamento degli interessi iniziò a essere una parte sempre più rilevante del bilancio pubblico, nel 1980 tale componente di spesa risultò pari al 5,6% del PIL. È in questo scenario che inizia l'era Craxi.
Visto il livello raggiunto dal debito pubblico alla fine degli anni '70 l'aumento dei tassi di interesse rischiava di innescare una spirale esplosiva. Maggiore spesa per interessi causava maggiore debito, che a sua volta provocava maggiore spesa per interessi etc. Per contrastare tale dinamica era quindi necessario iniziare ad avere avanzi primari di bilancio, ossia entrate tributarie superiori alla spesa al netto di interessi. Tali avanzi dovevano essere utilizzati per pagare la maggiore spesa per interessi, stabilizzando il rapporto debito/PIL e iniziando un percorso di rientro. Non stiamo qui parlando di scelte politiche, ma di mera compatibilità finanziaria. Né gli stati né gli individui possono infatti continuare a lungo a spendere più di quello che guadagnano. Le scelte politiche dovevano invece riguardare il modo in cui raggiungere l'equilibrio di bilancio, ossia mediante quale combinazione di tagli delle varie voci di spesa e aumenti delle varie entrate.
Questo non fu quello che successe. Negli anni '80 i governi italiani imboccarono senza esitazione la via dell'irresponsabilità, abdicando completamente ai loro doveri nei confronti dei governati. In una decade il rapporto debito/PIL crebbe fino a superare il 100%. Totalmente incapaci di ridurre la spesa, i governi ad influenza craxiana fecero aumentare in forma brutale anche la pressione tributaria. Ma vediamo più nel dettaglio l'andamento dei principali aggregati di finanza pubblica.

La spesa pubblica nell'era Craxi
Durante l'era Craxi la spesa primaria continuò ad aumentare, passando dal 36,9% nel 1980 al 41,7% del 1983, restando poi intorno al 42-43% fino al 1992 (dati Istat, si veda il prospetto 1). Questi numeri però vanno valutati anche in riferimento all'andamento del ciclo economico. Il periodo 1980-1983 fu infatti caratterizato a livello internazionale da una recessione che colpì duramente anche l'Italia. Per dato tasso di crescita della spesa è logico che il rapporto spesa/PIL cresca quando il PIL si riduce (come nel 1980) o cresce poco. Incidentalmente, l'espansione della spesa durante quel periodo, la classica ricetta ''keynesiana'' per le recessioni, non sembra aver sortito grossi effetti sulla crescita.
Quando Craxi prende le redini del governo, nel 1983, ha la fortuna di trovarsi di fronte a un mutamento favorevole del ciclo internazionale. La crescita, anemica fino a quel momento, inizia a divenire robusta più o meno in tutti i paesi sviluppati. Era quello quindi il momento di iniziare il rientro dagli eccessi di spesa. Craxi e il suo governo non fecero nulla di tutto questo. Al contrario, essi accelerarono la dinamica della spesa in corrispondenza della più vivace dinamica del reddito, mantenendo invariato il rapporto spesa primaria/PIL.
Nel frattempo cresceva la spesa per interessi, indotta dai sempri più alti livelli di debito. Come conseguenza, il rapporto tra spesa totale e PIL crebbe di circa 10 punti tra il 1980 e il 1987, anno in cui Craxi cessa di essere primo ministro, collocandosi al di sopra del 50% del PIL.
Questi sviluppi ebbero effetti di lungo corso per l'economia italiana, effetti che paghiamo duramente ancora oggi. La spesa primaria in rapporto al PIL è rimasta grosso modo ai livelli a cui la portò Craxi; la flessione del periodo 1994-2000 viene in seguito "recuperata" proprio dagli eredi politici di Craxi. Gli anni di Craxi furono quindi il momento cruciale di consolidamento del potere della casta sull'economia. Fasce sempre più larghe della popolazione divennero dipendenti dalla politica per il proprio reddito e il proprio benessere. I politici espansero così in modo sostanziale il proprio potere che è oggi molto maggiore di quanto fosse alla fine degli anni '70, quanto Bettino Craxi iniziò a "cambiare" l'Italia.

La pressione fiscale nell'era Craxi
Incapaci di controllare la spesa primaria, e con una spesa per interessi in costante crescita, i governi degli anni '80 decisero di alzare in modo drammatico la pressione fiscale. Nel periodo 1980-1992 l'aumento fu di più di 10 punti di PIL, passando dal 31,4% al 41,9% (si veda il prospetto 5). Buona parte dell'aumento fu dovuto all'incremento delle imposte dirette, favorito dalla struttura progressiva dell'imposizione e dagli alti tassi di inflazione. Gli effetti di disincentivo al lavoro e alla produzione di mercato sono ovvi.
Il selvaggio aumento della tassazione portò infine a un raggiungimento di un avanzo primario. Il saldo primario fu pari a zero nel 1991 e divenne positivo nel 1992 (prospetto 1). Ma a quel punto il debito era diventato così alto che comunque la spesa per interessi portava il bilancio in disavanzo.

Il debito pubblico nell'era Craxi
Come già osservato, durante l'era Craxi la spesa (persino la sola spesa primaria) restò costantemente al di sopra delle entrate. Questo provocò un'esplosione del debito pubblico. Il rapporto debito/PIL, pari al 56,9% nel 1980, balzò al 68,9% nel 1983. In questi anni Bettino Craxi acquista rapidamente potere: un processo che si corona nei 4 anni successivi in cui fu primo ministro. Durante quei 4 anni il rapporto debito/PIL crebbe di ben 20 punti percentuali, giungendo nel 1987 al 88,5%. Come si ottenne tale incremento è presto detto. Il disavanzo di bilancio durante il periodo 1980-1992 fu in media pari al 10,8% del PIL, un livello assolutamente scandaloso. La media degli anni 1984-1987, quando Craxi fu primo ministro, fu ancor più scandalosa: 11,4%. È difficile oggi credere che si potesse essere tanto irresponsabili.
Dato il buon tasso di crescita del PIL durante il periodo, la responsabilità di questo disastroso aumento è tutta e interamente politica ed è da addebitare a Craxi in primo luogo. Avendo sperperato le proprie risorse nei periodi delle vacche grasse, il bilancio pubblico subì un altro duro colpo con la recessione dell'inizio degli anni '90. Anche se a quel punto il bilancio era vicino all'avanzo primario, il debito era ormai alimentato dalla spesa per interessi, che giunse a superare il 10% del PIL. Il rapporto debito/PIL raggiunse il 105,2% nel 1992, il 115,6% nel 1993 e il 121,8 nel 1994. È solo a partire da quell'anno che la situazione si stabilizza, in parte grazie a un aumento della pressione tributaria ma soprattutto grazie alla riduzione internazionale dei tassi d'interessi e all'agganciamento dell'Italia all'area dell'euro.
E questa è la situazione in cui siamo oggi. Il bilancio pubblico resta straordinariamente fragile. Dato l'enorme livello di debito accumulato, un incremento dei tassi d'interesse (che al momento sono a livelli storicamente molto bassi) rischia di produrre disastri per l'economia italiana.

Conclusione
L'influenza di Craxi, che ci fu, non va peraltro esagerata. Le sue politiche demenziali e irresponsabili furono possibili solo grazie alla complicità dell'intera classe dirigente dell'epoca. Essa abdicò completamente alle proprie responsabilità mettendo l'Italia su un sentiero di insolvenza: non c'era solo Craxi, c'erano de Mita e Forlani, Andreotti e Formica, De Michelis e Merloni ed Altissimo e Longo ... e la CGIL-CISL-UIL. Alla fine del periodo comparve anche Giulio Tremonti.
Grazie all'operato di costoro e dei loro soci, l'economia italiana venne trasformato in una cosa che possiamo chiamare ''socialismo per i furbi'', ossia vasta presenza statale, prebende per i potenti e i politicamente connessi, pesante tassazione per tutti gli altri. Anche se i vincoli di bilancio impedirono un peggioramento di questa tendenza negli anni '90, l'Italia si è ritrovata in una situazione di alto debito, alta spesa e alta tassazione dalla quale non è più riuscita a uscire e che ha sensibilmente ridotto il suo potenziale di crescita. Il socialismo per i furbi rimane ed ha pure acquisito il suo teorico nella persona di Giulio Tremonti.
L'argomento di chi afferma ''Craxi sarà stato anche disonesto ma ha fatto buone cose'' è quindi totalmente privo di base empirica, almeno per la politica economica. Al contrario, ciò che Craxi fece fu estremamente dannoso. Forse l'unica cosa buona che si può dire di Craxi è che non era particolarmente peggiore del resto della classe politica di quel periodo. Lui fu spazzato via da tangentopoli. Il resto della classe politica purtroppo no, e continua a far danni al paese. La visita dei vari ministri ad Hammamet è solo l'ultima testimonianza di questa tristissima verità.

L'uomo che ispirò Casablanca. Le nove vite di Otto Katz. (di Richard Newbury)

Nel 1943 due film erano in competizione tra loro per gli Oscar. The Watch on the Rhine (Quando il giorno verrà) vinse il premio per il miglior attore attribuito a Paul Lukas, di origine ungherese, nel ruolo di Kurt Muller, ma quelli per il miglior film, migliore sceneggiatura e miglior attrice non protagonista andarono all'immortale Casablanca con Humphrey Bogart, Ingrid Bergman e Paul Henreid. Entrambi i film uscirono nel 1942 in tempo per l'entrata in guerra degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale e l'invasione anglo-americana del Marocco. Il primo era ambientato in Germania, nell'aprile del 1940, il secondo nel Nord Africa di Vichy nel novembre 1941, significativamente un mese prima del gratuito attacco giapponese a Pearl Harbour e della successiva dichiarazione di guerra agli Stati Uniti da parte di Hitler. I due film imposero con forza nel Nuovo mondo il concetto che occorrevano maggiori sacrifici pubblici e non solo quelli personali come Rick spiega a Ilsa nella scena finale all'aeroporto di Casablanca quando le dice di andare negli Stati Uniti con il marito, Victor Lazslo, evaso dal campo di concentramento e leader della resistenza, mentre Rick, il cinico proprietario del bar che «non si e' mai sbilanciato per nessuno» e il capo della polizia capitano Renault, «un povero funzionario corrotto» nel Marocco francese non occupato, che «andava con il vento di Vichy», vanno a combattere con i francesi liberi a Brazzaville avendo appena ucciso il capo della Gestapo Maggiore Strasser. Entrambi furono grandi film di propaganda e campioni di incassi. A Hollywood tutti sapevano la reale identita' dei combattenti della resistenza Kurt Muller in Quando il giorno verrà e Victor Laszlo in Casablanca. Erano entrambi Otto Katz, l'«uomo dalla nove vite», come lo definisce Jonathan Miles nella sua biografia (The Nine Lives of Otto Katz appena pubblicata da Bentam Press).

Un eccezionale stalinista
Katz era il piu' importante agente del Comintern di Stalin negli Stati Uniti e in America Latina, anche se a Hollywood era noto come Rudolph Breda. A tutti tranne che alla sua moglie segreta Marlene Dietrich! E, naturalmente a J. Edgar Hoover dell'Fbi che giustamente lo identifico' come «un eccezionale tedesco stalinista».
Otto Katz, figlio di un industriale tedesco ebreo originario di Praga, aveva segretamente aderito al Partito comunista a Berlino nel 1922, l'anno in cui incontrò Marlene Dietrich e ne lanciò la carriera con il Deutsches Theater Berlin di Max Reinhardt che, come Brecht, Piscator, Fritz Lang, Billy Wilder e in realtà tutta l'élite teatrale e cinematografica di lingua tedesca, fuggì a Hollywood dopo l'ascesa di Hitler. Negli Anni 20 Otto Katz, con la protezione di Willi Munzenberg, conduceva sotto copertura la piacevole vita di un ricco playboy, produttore teatrale e cinematografico ed editore. Mosca ne fu cosi' impressionata che nel 1930-31 fu formato come agente a pieno titolo del Comintern con l'incarico di copertura di migliorare il potenziale di propaganda straniera dei film sovietici. Dopo il 1933, diventata Berlino troppo «calda», Otto organizzò la propaganda anti-nazista da Parigi e gioco' al gatto con il topo con l'M15 come agente in Gran Bretagna. Nel 1935 ando' nella capitale mondiale della propaganda, a Hollywood, e durante pubblici incontri da 2 mila partecipanti, Rudolph Breda entusiasmo' l'e'lite di Hollywood con racconti veri e immaginari del suo lavoro sotto copertura nella Germania nazista. Nel 1940 aveva raccolto un milione di dollari. Era stato anche stalinista tuttofare in Spagna dove epurava i trotzkisti che innocentemente accorrevano a combattere nella trappola per topi creata da Stalin. In premio fu nominato capo del Comintern nel Nord e Centro America che aveva base in Messico, dove teneva d'occhio Trotzkÿ e individuava a Cuba e in Cile occasioni convenienti per Hollywood.

Cellule rosse nella Mecca del cinema
Hollywood era la capitale della propaganda occidentale, ma anche delle identita' inventate, il luogo dove ex cameriere e camerieri venivano trasformati in star mediatiche dai pubblicitari degli Studios. Era anche, dai boss degli Studios in giu', un mondo di cultura mitteleuropea trasferito sulla West Coast. Sul set di Casablanca, Bogart era americano, Claude Rains e Sydney Greenstreet erano inglesi, Bergman era svedese e tutti gli altri tra cui il regista Michael Curtiz tedeschi o austro-ungarici, di solito di origine ebraica. Il vero lavoro «sotterraneo» che Rudolph Breda/Otto Katz svolse a Hollywood riguardo' l'altra identita' di Sodoma sul mare. Perche' il vero segreto di Hollywood, come scopri' Greta Garbo, deliziata dai suoi stessi «eccitanti segreti», era che «lo facevano tutti». Inventare matrimoni «bianchi» di comodo per le ragazze lesbiche e opportune unioni per i maschi gay era la principale occupazione dei dipartimenti pubblicitari. Questi segreti «rosa» erano perfetti per nascondere le cellule «rosse». Tornando alla Berlino degli Anni 20 di Otto Katz la rapinosa Marlene Dietrich era stata la prima a sedurre una timida Greta Garbo, lamentando poi le condizioni della sua biancheria intima. Garbo non la perdono' mai - lei e chiunque altro - «l'avesse baciata e fosse corso a raccontarlo in giro». Quando nel 1930 Dietrich arrivo' a Hollywood come «la risposta della Warner a Garbo», la Garbo le mando' la sua convivente Salka Viertel, che a Berlino fu anche amante della Dietrich (e membro del Partito), per avvertire Marlene che avrebbe distrutto la sua carriera raccontando del suo passato comunista e del suo matrimonio con Katz se avesse mai anche solo detto di averla conosciuta. Tuttavia, grazie a Salka, la casa della Garbo, nota come apolitica divenne un «rifugio sicuro». E Otto Katz? La sua nona vita nel dopoguerra dapprima sembro' avere un lieto fine, come in Casablanca. Torno' a esercitare il potere dietro le quinte nella Cecoslovacchia del dopoguerra. Anche troppo, però, per Stalin. Nel 1952 insieme ad altre 13 membri dell'élite comunista fu costretto a confessare una vera sceneggiatura di reati, alcuni veri a metà. L'unica volta che la corazza della Dietrich si ruppe fu quando seppe che era stato impiccato. La vita non aveva imitato l'arte di Casablanca. Perché, nonostante tutti gli sforzi di Hollywood e per quante identità. possiamo spendere, la vita supera la finzione.

da "La Stampa", 9 agosto 2010 (Traduzione di Carla Reschia)

29.10.10

Pagelle Newsweek. Vince la Finlandia. Italia: 3° posto sanità, 34° istruzione.

Finlandia. Campionato mondiale di sauna.
Mettendo a posto i ritagli di stampa rileggo oggi le pagelle di “Newsweek” diffuse sul finire di agosto su qualità della vita, politica, economia, istruzione, sanità. Dalla media nasce una sorta di classifica generale delle nazioni. Tra i primi dieci sette sono europei, i 5 nordici (con la Finlandia al primo posto) più Svizzera e Lussemburgo. I tre extraeuropei sono Australia, Canada e Giappone. Gli Stati Uniti compaiono solo all’undicesimo posto. E l’Italia? Nella generale è al 23° posto, dodicesima tra i paesi europei con gravi deficienze nel dinamismo economico (42° posto) e nell’istruzione (34°). Sulla posizione decente (20° posto) per la qualità della vita gioca un ruolo importante il fattore cibo. Il risultato migliore l’Italia lo riporta nella sanità: è terza al mondo (primo il Giappone). In pagelle di questo tipo ci sono ampi margini d’errore e anche d’arbitrio nella scelta dei parametri; e tuttavia una indicazione di massima la forniscono. La nostra bistrattata sanità, a dominanza pubblica, regge. Ho il timore che tra tagli, federalismo fiscale, privatizzazioni, esternalizzazioni, anche per la sanità l’Italia precipiterà giù nella grauatoria Newsweek e in altre, anche più attendibili.  

Camilla Ravera: "Come presi la tessera socialista" (da un'intervista a Milla Pastorino - "il manifesto", 1 maggio 1988)

Il Primo maggio del 1988 “il manifesto” pubblicò nel magazine “la domenica” un’intervista a Camilla Ravera sulla sua giovinezza, il padre funzionario del ministero delle finanze dalle simpatie socialiste (che doveva però nascondere pena il licenziamento), i suoi studi alle scuole magistrali, la partecipazione alle riunioni operaie in piazza o alla Camera del Lavoro. Camilla Ravera era morta, quasi centenaria (era nata nel 1889) da appena una settimana e l’intervista, curata da Milla Pastorino, risaliva al 1984. Ripropongo qui il racconto che la Ravera fa della sua iscrizione al Partito socialista. (S.L.L.) 

Camilla Ravera
Tu eri considerata una ribelle?
Io sono stata sempre considerata una ribelle. Abitavo a Torino, si stava costruendo la Fiat, e si vedevano certe volte colonne di operai in lotta perché dovevano guadagnarsi un po’ di bene. allora li vedevo sfilare così compatti, così ordinati, nessuno li dirigeva, così silenziosi e con passo regolare andavano sulla loro piazza per discutere i loro problemi. Allora io uscivo – mio padre non me lo impediva – e andavo a sentire cosa dicevano. Dopo avermi regalato Il Capitale mio padre mi disse: “Se leggi quel libro, ci metterai tantissimo a leggerlo attentamente, ma capirai perché avviene quello che avviene”. E così andavo a vedere, assistevo a questi movimenti, mi piaceva moltissimo. Avevo più o meno diciotto anni. Ero emancipata. Un giorno un operaio, che doveva essere uno dei dirigenti del sindacato, mi si avvicinò. Aveva in mano un blocchetto di tessere e mi disse: “Senta un po’, io la vedo a tutte le nostre più belle riunioni e manifestazioni. E’ più attenta di tutti noi. Batte le mani proprio al momento giusto. Dunque partecipa a quello che noi facciamo. E’ contenta? E’ d’accordo?”. “Sì, sì – dissi io – in generale sono d’accordo con quello che sento”. E perché non prende la tessera del Partito socialista? E’ il socialismo che deve dare tutte queste cose agli operai”. “Lo so – risposi – io ho letto Carlo Marx”. “Ha letto Carlo Marx e non prende la tessera del partito? E che cosa glielo impedisce? A casa?”. “No, no, a casa no. Ma non so, non ho il coraggio di mettermi lì a fare un discorso”. Non disse nulla, ma dopo dieci minuti quello che presiedeva si rivolse agli operai: “Ha chiesto la parola Camilla Ravera”.
E parlasti?
Sì, per la prima volta. Dovevo. Naturalmente con il più grande imbarazzo, però dicevo tra me e me: “Almeno presentarmi. Fare la scena è peggio”. E mi sono avvicinata lì, avevo sentito molto bene il discorso e ho cominciato col dire che ero d’accordo con molte cose che avevo sentito, e poi ho fatto qualche osservazione e tutti mi hanno applaudito. E quel compagno, quell’operaio è venuto a darmi la tessera.

Europa. Una poesia di Valery Larbaud (1881 - 1957)

Valery Larbaud
Europa! Soddisfi gli appetiti senza confini
del sapere, e gli appetiti della carne e quelli
dello stomaco, e gli appetiti indicibili dei Poeti,
ancor più che imperiali,
e l’orgoglio intero dell’Inferno.
(Talvolta mi sono domandato se tu non sei
uno degli scalini, un’adiacenza dell’Inferno).
-
O Musa, figlia dei grandi capitali! riconosci
i tuoi ritmi nel brontolio delle strade
interminabili.
Vieni, abbandoniamo gli abiti da sera e indossiamo
io una giacca logora, tu un abito di lana
e mescoliamoci alla gente qualunque
che non conosciamo. Andiamo
a danzare al ballo degli studenti e delle sartine,
andiamo a incanaglirci in un caffè-concerto!
Confessa
che qui noi siamo soltanto
ospiti di passaggio che lasciano
tracce invisibili, forse, sul fango
leggero e lucente che calpestiamo.
Se lo vogliamo possiamo ritornare
alle foreste vergini, al deserto, le praterie,
le Ande colossali, il Nilo bianco, Teheran, Timor
e i mari del Sud, l’intera superficie del pianeta,
son tutti lì per noi, quando lo vogliamo!
-
Se fossi uno di quelli che vivono sempre qui
per lavorare
in fabbrica dalla mattina alla sera
e negli uffici, di quelli che vanno alle soirées
o recitano per la centesima volta una parte in teatro
o nei clubs o ai concorsi ippici,
io non resisterei! e mi allontanerei
come il contadino che ha venduto i suoi prodotti
in città e torna via, bastone in mano
andrei e andrei, in marcia senza soste
verso l’Equatore!
-
Per me l’Europa è come un’unica grande città
ricolma di provviste e di ogni urbano
piacere, e il resto del mondo
mi è l’aperta campagna, dove senza cappello
corro contro il vento
lanciando urla selvagge!
+++++
Postilla
E’ questa la terza poesia di un poemetto “all’Europa”. Le poesie di Valery Larbaud furono pubblicate in una prima edizione nel 1908 e in una seconda, ampliata e rimaneggiata, nel 1913 per la “Nouvelle Revue Francaise, con il titolo Le poesie di A. O. Barnabooth. La traduzione di questa poesia è di Antonio Porta ed è stata pubblicata su “La Gola”, Anno I, n.1, Ottobre 1982. Sul piano tecnico non ci sono ancora i simultaneismi che caratterizzano la Prosa del Transiberiano di Blaise Cendrars, ma il clima ideologico è lo stesso. Vedi per questo il II capitolo, Nostra patria è il mondo intero, del mio libretto Il secolo morente, Giada Edizioni, Perugia, 2000, ove può leggersi una mia traduzione del testo di Cendrars. (S.L.L.)  

Chi sa? Forse anche tu... Una poesia di Nino Oxilia.

Chi sa? Forse anche tu
ài ricercato invano
il tuo amante perduto.
Del possesso lontano
non ricordavi più
altro che il gesto muto.
E ora indugi e ignori
perché voglia vederti:
entra dai vetri aperti
il profumo dei fiori
e tra i mobili rari
e i ninnoli di moda
il pianoforte a coda
ride dai denti chiari.

Da L'amante sconosciuta in Canti brevi (1909)

28.10.10

La poesia come valore d'uso. Un invito a cena (da Orazio, Epistole, I,5)

Se ti contenti di sedere a mensa
su modesti divani fatti da Archia
e non ti fa paura di cenare
solo d’erbaggi, in modica scodella,
t’aspetterò Torquato a casa mia
al tramontar del sole.
Vino berrai versato nei fiaschi
tra Minturno palustre e Sinuessa
quando Tauro fu console due volte:
se ne hai di meglio portane del tuo.
Già da tempo il focolare è acceso,
risplendono per te le suppellettili.
Metti da parte le speranze vane,
la corsa ai soldi, la causa di Mosco:
è la festa di Cesare domani,
domani ci sarà riposo e sonno;
pertanto noi potremo impunemente
prolungare la notte, conversando…

Postilla
Ho tradotto l’incipit della Epistola V del I libro di Orazio per adoperarlo come invito a una cena vegetariana molti anni fa, nel 1982. L’epistola oraziana era diretta a un Manlio Torquato dell’antica famiglia Romana e costui doveva essere tra gli avvocati di Mosco in un controverso processo per avvelenamento. Il vino di Minturno e di Sinuessa, entrambe città del basso Lazio al confine con la Campania, era di sicuro buono, ma non a llivelli di eccellenza: l’anno d'imbottigliamento, quello del secondo consolato di Tauro, è il 28 avanti Cristo. Pertanto la poesia è di qualche anno dopo. La cena, in ogni caso, si sarebbe dovuta svolgere un 22 settembre, giacché ricorreva il 23 di quel mese il compleanno di Cesare Ottaviano Augusto, divenuto giorno di festa e di riposo. (S.L.L.)  

Un nuovo intervento su Berlinguer. Vieni avanti Fassino.

Il 15 ottobre scorso, su “La Stampa”, Piero Fassino risponde alle domande di Jacopo Jacoboni sulla Marcia dei 40 mila di trent’anni prima a Torino e sulla durissima vertenza in cui si inseriva. La sua intervista contiene, trent’anni dopo, uno scoop. Berlinguer – secondo Fassino – non disse né fece intendere che il Pci avrebbe appoggiato gli operai in lotta anche nel caso di occupazione della fabbrica; era anzi una ipotesi cui non solo era contrario, ma che intendeva assolutamente contrastare: “Tanto è vero che né a Rivalta, né a Chivasso, né al Lingotto fece alcun riferimento in tal senso… A Mirafiori, quando il delegato della Fim, Liberato Norcia, gli fa quella domanda a bruciapelo, Berlinguer risponde "noi staremo sempre politicamente e organizzativamente dalla parte dei lavoratori..."; ma subito dopo aggiunge che "le forme di lotta bisogna deciderle tutti insieme e col sindacato", e lui sapeva che il sindacato era contro l'occupazione”.
Secondo Fassino Berlinguer rimase sorpreso e sconcertato leggendo sull’Ansa “‘noi staremo sempre dalla parte dei lavoratori’, senza la restante parte della frase e con un titolo che accreditava un via libera all'occupazione”. La spiegazione che Fassino dà di codesta presunta falsificazione è che Marco Benedetto, il capo ufficio stampa della Fiat, era intervenuto sull’Ansa con un lavoro di condizionamento. L’indomani sullo stesso quotidiano Benedetto ha gioco facile nel rintuzzare queste poco credibili accuse. Dice: non eravamo la Spectre, non eravamo di condizionare l’Ansa la cui redazione, come tutte quelle d’allora, era fortemente sindacalizzata e politicizzata e non avrebbe facilmente tollerato una censura su Berlinguer. Aggiunge: “A Mirafiori non c’ero ma in piazza san Carlo il discorso fu inequivoco… Berlinguer disse più o meno queste parole: 'Se voi occuperete noi saremo con voi'”. E, invero, non c’era bisogno di attendere la testimonianza di Benedetto: a San Carlo come a Mirafiori c’era tantissima gente che ricorda e la solidarietà incondizionata di Berlinguer è passata nei libri di storia.
La testimonianza di Fassino appare perciò scarsamente attendibile e rivela una sorta di ossessione del “birmano” contro Berlinguer. Qualche anno fa, quando era segretario dei Ds, in una sorta di autobiografia-manifesto aveva scritto che Craxi era la modernità e aveva ragione e Berlinguer era il passato e aveva torto, cosa che ha ribadito all’inizio di quest’anno, nel decennale di Craxi. Forse si è accorto che l’operazione di demonizzazione di Berlinguer, di fronte ad una nuova sempre più evidente questione morale che tocca il suo stesso partito, non funziona e cerca di accreditare l’immagine di un Berlinguer pompiere (con un occhio alle questioni Fiat di oggi). Ma certe trovate durano un giorno e Fassino fa di nuovo la figura del fessacchiotto.

P.s. Fassino nella sua intervista fa riferimento a un documento sulla Fiat che egli scrisse insieme a un altro dirigente comunista morto, Napoleone Colajanni. A Napoleone, ch’era stato mio senatore a Gela, telefonai da Perugia nell’autunno dell’88 per chiedergli di partecipare a un dibattito che, con personalità interne ed esterne al partito, come Associazione “Segno critico” volevamo organizzare sulle tesi congressuali del “nuovo Pci” occhettiano. Dal Pci di Perugia ci dissero che sarebbe potuto intervenire Fassino (poi non venne e vi partecipò Carnieri, segretario regionale). Lo dissi a Colajanni, sperando che la presenza dell’autorevole occhettiano torinese lo invogliasse ad accettare. Mi disse: “Io non vengo a fare dibattiti con un ...”. L’epiteto che usò lo lascio indovinare a chi legge.

Puzza di padroni (di Lalla Falilulela)

Laura Omero
La performance di Sergio Marchionne a "Che tempo che fa", sabato scorso, ha suscitato una grande quantità di commenti, tra i quali non pochi giustamente polemici. Io ho scelto di collocare qui le riflessioni di una scrittrice di qualità, la blogger Lalla Falilulela, che da molti segni identifico con Laura Omero, che riguardano le modalità antropologiche dell'esibizione del manager, al di là di una interpretazione meramente politica o economica. (S.L.L.)
E bravo il nostro Marchionne che seduto - quasi appollaiato come una statuaria civetta intagliata nel buio della notte -  davanti a Fazio, ieri sera a Che tempo che fa, discetta, con l'evidente ma tollerante fastidio che si prova davanti a un interlocutore un po' ottuso, di impresa. Sì perché il nostro, pur laureato in filosofia a riprova del valore, da lui ribadito, del pensiero che sviscera le idee traendone ideali, emozioni e sensazioni, è un metalmeccanico, uno che fa automobili... E' uomo del fare, lavora diciotto ore al giorno, somma e sottrae numeri per produrre utili, utili non balle. Snocciola posizioni in graduatoria, percentuali e poi butta là, con la nonchalance che si addice a un uomo del suo prestigio, quell'utile operativo trimestrale non solo elevato, ma soprattutto prodotto totalmente fuori dal patrio suolo. Sì, perché il costo del lavoro, che tanto incide sull'utile operativo, è alto, troppo alto in Italia rispetto a quello della Polonia o della Serbia. E così scopriamo che sugli operai italiani grava la responsabilità primaria della crisi del settore industriale, sulla loro esosità, sullo scarso attaccamento alla fabbrica, sulle assenze ingiustificate, sulle pretese... Quegli stessi operai ai quali Marchionne ha pensato quando, opponendosi alle richieste dei suoi più fidati collaboratori, si è rifiutato di chiudere gli stabilimenti di Pomigliano, per inciso, anche per non riconsegnare quel territorio alla mafia. Fazio ascolta e oppone a Marchionne i miserandi stipendi percepiti dagli operai, l'insicurezza del posto di lavoro, gli incentivi corrisposti dal governo alla Fiat, ma le sue parole sono spazzate via da un Marchionne seccato che sottolinea come gli incentivi abbiano favorito gli acquirenti - tra l'altro pochi - di macchine italiane e solo indirettamente la Fiat, la quale nulla deve al governo con cui ha chiuso ogni posizione debitoria.
Fazio deglutisce imbarazzo e sbandiera ignoranza economico/imprenditoriale nonché sociale consentendo a un Marchionne ormai lanciato di esporsi fino a garantire un adeguamento dei salari nostrani al livello di quelli comunitari in cambio di una collaborazione - proficua per tutti - con i sindacati. Per inciso con la controparte sindacale più riottosa - quella Cgil che ancora punta i piedi e rappresenta una parte irrilevante dei dipendenti Fiat.
Poi si alza e se ne va, lasciando dietro a sé un odore fastidioso ma conosciuto: puzza di padroni.

da http://falilulela.blogspot.com/

La morte di Stalin (di Vasilij Grossman)

Storici e letterati oggi dicono che così non è, che la morte di Stalin (e quel che ne seguì in Russia) non segnò un cambiamento d’epoca. Ma così allora sembrò e gli scrittori, quelli di razza dico, ne danno conto più degli storici o dei politici. Basta ricordare il racconto di Sciascia su questo tema ne Gli zii di Sicilia.
Dall’interno della Russia sovietica una bella voce che racconta di quella morte è Vasilij Grossman, prima cantore dell’epopea di Stalingrado e della grande guerra patriottica, poi dissidente, ostracizzato perfino dai “destalinizzatori”, tanto che il suo capolavoro, Vita e destino, compiuto nel 1960, fu pubblicato solo all’estero, a Losanna, nel 1980, parecchi anni dopo la sua morte (1964).
Il brano che segue è tratto da un romanzo anch’esso pubblicato postumo (1970), Tutto scorre…, scritto tra il 53 e il 63 e, in Italia, edito nel 1987 da Adelphi con la traduzione di Gigliola Venturi. (S.L.L.)
E improvvisamente, il cinque marzo, Stalin morì. Quella morte venne a intrufolarsi nel gigantesco sistema di entusiasmo meccanizzato, d'ira e d'amore popolare, stabiliti su ordine del comitato di rione.
Stalin morì senza che ciò fosse pianificato, senza istruzione degli organi direttivi. Morì senza l'ordine personale dello stesso compagno Stalin. Quella libertà, quella autonomia della morte conteneva qualcosa di esplosivo che contraddiceva la più recondita essenza dello Stato. Lo sconcerto invase le menti e i cuori.
Era morto Stalin! Gli uni furono presi da un sentimento di dolore: in alcune scuole gli insegnanti fecero inginocchiare gli alunni e, postisi loro stessi in ginocchio, spargendo lacrime diedero lettura del comunicato ufficiale sul decesso del Capo. Durante le assemblee funebri, nei ministeri e nelle fabbriche, molti furono presi da attacchi isterici, si udivano pianti convulsi e grida terrificanti di donne, alcune cadevano svenute. Era morto il grande Dio, l'idolo del ventesimo secolo, e le donne singhiozzavano...
Altri vennero presi da un senso di felicità. Le campagne, che soffocavano sotto il peso del piombo del pugno staliniano, tirarono un sospiro di sollievo. Il giubilo invase milioni e milioni di persone rinchiuse nei lager.
…Colonne di detenuti stavano andando al lavoro nel buio profondo. L'abbaiare dei cani poliziotto copriva il ruggito dell'oceano. E all'improvviso, come la luce dell'aurora boreale, cominciò a filtrare tra i ranghi: "È morto Stalin!". Decine di migliaia di persone sotto scorta si passavano l'un l'altro la notizia, sussurrando: "è crepato... è crepato", e quel sussurrare di migliaia e migliaia cominciò a fischiare come un vento. La nera notte regnava sulla terra polare. Ma il ghiaccio sul mare Artico si era rotto, e l'oceano ruggiva. Non furono pochi, tra i dotti così come tra gli operai, coloro che a quella notizia mescolarono al dolore il desiderio di ballare dalla gioia. Un turbamento si produsse nell'attimo in cui la radio trasmise il bollettino della salute di Stalin: "respirazione Cheyne-Stokes... urine... polso... pressione sanguigna...". Il capo divinizzato svelava d'un tratto la sua vecchia carne impotente.
Stalin è morto! V'era in quella morte un elemento di libertà repentina, infinitamente estranea alla natura dello Stato staliniano.

27.10.10

1945. Il 25 Aprile al Corriere della Sera. Il nero candore di Buzzati (di Gaetano Afeltra)

L’ampio articolo di cronaca che a sei colonne campeggiava sulla prima pagina del “Corriere della sera” il 26 aprile 1945 raccontava, ovviamente, le concitate fasi della Liberazione. Aveva come titolo Cronache di ore memorabili e così iniziava: “Senza osare crederlo, Milano si è risvegliata ieri all’ultima giornata della sua interminabile attesa”. Il quotidiano l’avevano fatto in pochissimi, giacché i giornalisti collaborazionisti erano andati a nascondersi e si era costituita spontaneamente una redazione “di liberazione”. La cosa davvero strana era però il nome dell’autore di quell’articolo di cronaca, quello di Dino Buzzati, che nel periodo del dominio nazifascista non aveva mai smesso di fare il cronista per il giornale di via Solferino e dunque era catalogabile tra i "collaborazionisti". Del come e del perché egli scrivesse, e con tanto spazio, anche sul primo “Corriere” della Liberazione racconta nella testimonianza qui ripresa Gaetano Afeltra. E' tratta da Dino Buzzati e il Corriere, uscito per l’Editoriale del Corriere della Sera nel 1986. (S.L.L.)
Ignaro di vita politica, Buzzati si trovò a vivere, negli anni della sua vita al “Corriere”, i grandi eventi della moderna storia d’Italia, spesso senza rendersi ragione di quello che gli accadeva intorno. In lui aleggiava in permanenza lo spirito del sottotenente Giovanni Drogo, il protagonista del Deserto dei Tartari, votato all’adempimento del proprio dovere senza bisogno di sapere se e da chi la fortezza era veramente minacciata. La sua fortezza era il “Corriere”.
Buzzati non fu né fascista né antifascista. Era un uomo senza ideologie. Nellla guerra del 40 fu inviato a bordo di grandi navi. Il reportage della battaglia di Capo Matapan resta uno dei suoi pezzi più belli.
Poi nel 43, dopo l’8 settembre, quando le nostre navi si consegnarono agli alleati, Buzzati tacque e tornò a Milano in redazione. In quello stesso momento molti dei suoi colleghi lasciavano il giornale caduto sotto il dominio dei nazifascisti. Abbandonavano il posto di lavoro per partecipare alla lotta partigiana. Molti soffrirono il carcere, altri il campo di concentramento. Buzzati, nel suo candore, non si accorse di nulla. Così, credendo di compiere un dovere, divenne, sia pure inconsciamente, un collaborazionista. Quando, incontrandolo, gli facevo notare la gravità della sua posizione, mi rendevo conto che non riusciva a capire in che cosa consistesse il suo errore.
Il 25 aprile, insieme a Mario Borsa, tornai al “Corriere”. I redattori collaborazionisti erano tutti spariti. Bisognava fare il giornale, eravamo solo in tre: Fini, Francavilla ed io. Telefonai a Baldacci. “Vieni subito – gli dissi - stanotte si fa il primo Corriere della liberazione”. Dieci minuti dopo Baldacci arrivò in bicicletta. Ma eravamo sempre pochi. Non c’era un cronista. Pensai a Buzzati. Gli telefonai. Era a casa come se nulla stesse accadendo. Cenava con la mamma. Gli dissi di venire. Non si scompose, né chiese il perché di quell’unica violazione della messa al bando di tutti i collaborazionisti. Anche lui arrivò in bicicletta. Gli operai protestarono. Dissi che me ne assumevo tutta la responsabilità: si trattava di un caso particolare. Discutemmo. Insistevo: Buzzati certe cose non le ha mai capite. Non ha mai avuto sensibilità politica. E’ solo un giornalista di grande onestà intellettuale. Poi, poche storie, in quel momento ci serviva.
Milano era insorta. Nelle vie si sparava. All’Arcivescovado era in corso l’incontro di Mussolini col C.L.N. M’improvvisai reporter e uscii per raccogliere notizie. Da fuori telefonavo: Buzzati prendeva appunti e scriveva. Il giorno dopo sul “Corriere” apparve la Cronaca di ore memorabili ormai diventata una pagina di storia.
Per Buzzati quella era una sera come tutte le altre. Aveva fatto solo il suo dovere.

Paperone e Paperino. Due grandi personaggi (di Dino Buzzati)

Colleghi e amici, quando per caso vengono a sapere che io leggo volentieri le storie di Paperino, ridono di me, quasi fossi rimbambito. Ridano pure. Personalmente sono convinto che si tratta di una delle più grandi invenzioni narrative dei tempi moderni.
Lasciamo pur stare la vertiginosa fantasia e ingegnosità delle vicende, ammirevoli in un mondo dove la regola quasi sovrana dei romanzi è la noia. Sono i due protagonisti, Paperino e Paperon de' Paperoni, a fare la gloria maggiore di Walt Disney. La loro statura, umanamente parlando, non mi sembra inferiore a quella dei famosi personaggi di Molière, o di Goldoni, o di Balzac, o di Dickens.
L'uno e l'altro li conosco ormai benissimo, data la lunga frequentazione. E non mi hanno ancora stancato. Perché? Perché non si tratta di caricature, di macchiette, che reagiscono meccanicamente alle varie situazioni secondo uno schema prevedibile. Come appunto i più geniali personaggi della letteratura romanzesca e del teatro, essi sono, con tutti i loro indistruttibili difetti, creature ogni giorno e in ogni avventura un po' diverse da se stesse; hanno insomma la variabilità, l'imprevedibilità, la mutevolezza tipiche degli esseri umani. E per questo riescono affascinanti. E universali.
Consideriamo per primo Paperon de' Paperoni. È uno spilorcio al mille per cento. In fatto di dollari non ammette debolezze o eccezioni, mai. Se è di buon umore vuol dire che è in arrivo un buon carico di sestilioni, se ha la luna vuol dire che gli è stato sottratto qualche cent. Se è generoso, - raramente ma capita, - è generoso perché la poca grana che sgancia è servita, o servirà, a guadagnare cento, mille volte tanto. Intendiamoci, io posso anche aver dimenticato, però in tanti anni che lo pratico, mai che abbia avuto un gesto di bontà veramente disinteressato. Eppure non riesce antipatico.
Come mai? L'usuraio Scrooge, da cui nella versione originale ha preso il nome, il protagonista del Racconto di Natale di Dickens, era poco odioso, prima della conversione? Se lo avessero derubato fin dell'ultimo penny, a chi sarebbe dispiaciuto? Se fosse andato in malora, chi non lo avrebbe trovato giusto? Con Paperone è tutto un altro discorso. Quando la famigerata banda Bassotti trama una diabolica macchinazione per vuotare la leggendaria cassaforte paperoniana, il lettore, anziché sperarne il successo, comincia a stare in palpiti. E alla fine, allorché il complotto invariabilmente fallisce, tira un sospiro di sollievo. Come si spiega questa contraddittoria reazione del lettore, anche se è la persona più onesta di questo mondo?
Le ragioni, secondo me, sono due. Primo, Paperon de' Paperoni, pur essendo il re degli arpagoni, non è arido come Scrooge. Crudele magari, ma non arido. È capace di soffrire, è capace di piangere, e quando piange (per la perdita di un soldo) fa pena come un bambino maltrattato. Inoltre ha l'ambivalenza, la ambiguità anche, la volubilità di tutti noi uomini. Felice e infelice nello stesso tempo, furbissimo e ingenuo, impassibile e collerico, coraggioso e vigliacco. È un personaggio vivo, insomma, persuasivo, simile a tanti di noi.
Secondo: ciò che soprattutto lo rende simpatico è la sua eroica fermezza e inflessibilità d'avaro. Nel nostro mondo industriale, dove tutti i ricchi sembrano vergognarsi dei loro capitali, e si allineano con la cultura di sinistra, e invitano alle loro feste coloro che proclamano apertamente la loro intenzione di spogliarli, è confortante incontrare un plutocrate che, senza pudori, ostenta lo splendore dei suoi miliardi, e se li tiene bene stretti, determinato a non farne parte con nessuno, e disprezza i poveracci che non sono stati capaci di fare quello che ha fatto lui.Una carogna, un maledetto, un mostro, non c'è dubbio. Però un capitalista di carattere, finalmente. Che sarà odiato sì dai nullatenenti, in fondo però rispettato molto più dei colleghi pusillanimi e camaleonti.
Ma ancora più simile a tanti di noi è Paperino, carattere veramente universale e, per certi versi, specialmente mediterraneo. Dio mio, quanti Paperini vivono, lavorano o fanno i lavativi intorno a noi. Anche lui è un miracolo, creativamente parlando. Possiede tutti i peggiori difetti di questo mondo, ancora più di Paperone, eppure anche lui riesce inesorabilmente simpatico, e i suoi successi (rarissimi) sono anche nostri successi, le sue disgrazie affliggono anche noi. Vediamo un po'. Paperino è prima di tutto un lazzarone, per cui il lavoro è la più triste condanna. Paperino è di una presunzione addirittura grottesca, a sentir lui nessuno lo supera in bravura, intelligenza, coraggio, vigore fisico. Paperino, come del resto il suo ricchissimo zio, è sempre pronto all'inganno e al raggiro, pur di sistemarsi in qualche modo. Paperino, così baldanzoso in ogni vigilia, al momento buono è la pavidità, la fifa personificata. I suoi vizi insomma sono tra i più miserabili e meschini. Come si spiega che ottiene sempre la nostra indulgenza? Il motivo, secondo me, è molto semplice. Anche se ciascuno di noi è più laborioso di Paperino, più onesto, leale, coraggioso, ciononostante vede istintivamente in lui un fratello minore, un fratello, se si vuole, più disgraziato. Paperino è il campione delle debolezze e delle viltà che inevitabilmente germogliano qua e là nel nostro animo, anche se poi siamo capaci di annientarle. Paperino è il poltrone astuto, quello che cerca di non pagare mai il dazio, quello che sogna impossibili glorie e, non raggiungendole, si sente defraudato, Paperino è la falsa vittima di tutte le ingiustizie, il conculcato, l'incompreso. Artisticamente, ottiene tuttavia questo meraviglioso risultato: che noi, specchiandoci in lui, nel segreto del nostro animo ci riconosciamo, ma nello stesso tempo ci sentiamo migliori.

Prefazione a: Walt Disney, Vita e dollari di Paperon de' Paperoni - Mondadori, Milano 1968

Antimafia. Impastato, Gatì, Saviano, Santino: a ciascuno il suo.

Ho già “postato” qui un pezzo su Giuseppe Gatì, un mio compaesano di cui vado fiero, il giovane che aveva coraggiosamente contestato Sgarbi in una sua “uscita” agrigentina sul finire del 2008.
Morì qualche settimana dopo in un incidente sul lavoro. http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/02/giuseppe-gati-un-mio-compaesano-di-cui.html)
Oggi mi ha commosso il vederlo ricordato da "L'altra Agrigento", un giornale agrigentino on line, che ne rievoca la morte, ma anche la scelta umana e politica: ne ricorda cioè la volontà di non andare via, di restare in Sicilia a combattere per il riscatto civile ed economico della propria terra contro le mafie, l’affarismo politico, il clientelismo.
(http://www.laltraagrigento.it/index.phpoption=com_content&view=article&id=1382%3Alultimo-scritto-di-giuseppe-gati-il-giovane-che-contesto-sgarbi-ad-agrigento&catid=39%3Aspeciali&Itemid=488).
Nel post si può leggere anche uno scritto di Gatì, presentato come l’ultimo della sua bella vita, una sorta di lettera a Peppino Impastato, il militante comunista rivoluzionario assassinato a Cinisi da Cosa Nostra, di cui, con le armi dell’impegno politico-sociale e della controinformazione, aveva denunciato i traffici, gli affari e i legami con la Democrazia Cristiana, partito che al tempo governava l’Italia, la Sicilia e il Palermitano.
Questa lettera ha di molto intensificato la mia commozione: di Peppino sono stato amico fraterno e compagno di lotta per un periodo breve, ma nel tempo delle grandi passioni e delle grandi speranze.
Una sola cosa un po’ mi amareggia (ma non mi sorprende del tutto): Giuseppe Gatì si rivolge a Impastato come se fosse soltanto o soprattutto un militante antimafia. Chi lo ha conosciuto e gli è stato vicino sa che così non è: la violenza mafiosa e criminale per Peppino, marxista e comunista, era manifestazione estrema della società capitalistica e la sua lotta alla mafia non era affatto tesa al ristabilimento della legalità “borghese”, a un mercato regolato senza pizzo o concorrenza sleale, a un capitalismo buono, ma piuttosto alla realizzazione di una società senza proprietà privata dei mezzi di produzione e senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Non casualmente egli riteneva che la forza principale dell’antimafia non fossero i magistrati e i poliziotti dello “Stato borghese”, utili ma del tutto insufficienti, ma i grandi movimenti sociali e culturali, i contadini, gli operai, gli studenti, l’intellettualità diffusa: a loro si rivolgeva con le sue denunce, non ai carabinieri o ai procuratori.
I cento passi di Marco Tullio Giordana sono un film che ha molto contribuito a far conoscere alle nuove generazioni la figura e la ricca personalità di Peppino. E' opera meritoria per tanti aspetti: la denuncia rigorosa dei depistaggi che coinvolsero organi dello Stato, per esempio. E tuttavia in quel film il comunismo, ch’era un aspetto fondamentale del modo di pensare e vivere del giovane Impastato, è poco più che uno sfondo e l’immagine che il film comunica della sua ribellione mi pare perciò monca di un elemento importante, quasi fondante.
Non credo che questa rimozione sia consapevole e intenzionale: essa è frutto di un tempo in cui sia la critica radicale del capitalismo che l’idea socialista e comunista di una società senza classi sembrano ormai, anche a sinistra, anacronistiche e improponibili. Viene anche da quel film, per tanti aspetti valido, l’immagine un po’ riduttiva di Peppino Impastato come un eroe della “legalità” e di un’antimafia senza aggettivi, passata tra i giovani, non escluso Giuseppe Gatì.
E invece l’antimafia di Impastato era accompagnata da aggettivi forti: antimafia sociale, antimafia rivoluzionaria. M’è capitato di scrivere di ciò in aprile su “micropolis” e a quel mio articolo, postato in questo blog, rimando.
(http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/04/comunista-patentato-da-micropolis.html).
Non nutro alcuna volontà polemica, in ogni caso, contro l’antimafia “borghese”, “militare” e “religiosa”, quella di magistrati, poliziotti, carabinieri, imprenditori, preti, giornalisti etc., che hanno fatto della legalità la loro bandiera e spesso hanno duramente pagato il loro impegno e il loro coraggio, nessuna sottovalutazione. Sono impegnato in “Libera”, punto di convergenza di associazioni e persone che insieme affermano valori e perseguono obiettivi comuni, pur riconoscendosi diversi.
Qui mi preme toccare un’altra questione. Un recente libro di Roberto Saviano, La parola contro la camorra, dedicando qualche pagina a Peppino Impastato ed alla sua storia, ha attribuito al film di Giordana il merito di aver messo fine ai depistaggi e di aver fatto riaprire le indagini. L’affermazione è del tutto inesatta: quando, sul finire del 2000, il film uscì, era già stato incardinato il primo processo sull’omicidio di Cinisi e la Commissione Parlamentare Antimafia aveva già aperto il caso Impastato anche in riferimento ai depistaggi. Erano i risultati di una battaglia che la famiglia di Peppino, i compagni più vicini, il Centro Studi Impastato diretto da Umberto Santino, avevano condotto prima in totale solitudine, poi con scarsi sostegni e appoggi, poi con un riscontro sempre più ampio di opinione pubblica. Si può dire che lo stesso film è frutto di questo diuturno lavoro di informazione.
Saviano ha mostrato nella sua storia professionale e civile coraggio e impegno, ma questa volta la rabbia contro di lui di Santino e del Centro Impastato, con la conseguente richiesta di rettifica, mi pare fattualmente fondata e politicamente giustificata. Credo che si sbaglino di grosso coloro che ad alte grida sui giornali o sulla rete considerano la cosa provincialismo, ricerca di protagonismo e simili.
Ignorare l’impegno dei compagni di Peppino, di coloro che più di tutti ne hanno continuato “l’antimafia sociale” negli studi e nella proposta politica, non è un peccato veniale, una  piccola manifestazione di spocchia e superficialità perdonabile in un grand’uomo come Saviano, ma contribuisce a mantenere in vigore una censura grave quasi quanto il depistaggio. Non si tratta, infatti, solo di rivendicare una battaglia controcorrente, condotta senza battage pubblicitari e senza il sostegno della grande stampa o di grandi formazioni politiche, ma di salvaguardare l’identità stessa di un combattente, il suo onore di comunista, di dare a Peppino ciò che è di Peppino. Non so se un intervento come questo, di un illustre sconosciuto in un blog poco frequentato, possa mai giungere al popolare scrittore, ma, se ciò accadesse, vorrei suggerirgli di sanare la ferita, di rimediare all’errore. Non sarebbe una diminutio capitis, ma un’azione di cui essere orgogliosi in pubblico e in privato.

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