30.9.10

"A mio padre" di Silvio Berlusconi. (Da "Una storia italiana", 2001)

E' una pagina dell'illustratissimo rotocalco che alla vigilia delle elezioni del 2001 Berlusconi mandò a due milioni di indirizzi. Vi prego di leggerla: con lo zoom al 150% si può. 
Parla del Milan, amato fin da bambino sulla scia dell'amatissimo padre. Qualcuno avanzò a suo tempo dei dubbi, sostenne che il Cav divenne milanista quando comprò la squadra e che prima fosse addirittura interista. La cosa non ci pare importante. C'è invece un passaggio in questa commossa memoria che mette a nudo Berlusconi nella sua più intima essenza. "E io a farmi piccolo per approfittare di un solo biglietto in due".
Sembre a recitare, sempre a barare. Per non pagare.

Dalle "Rimerie" di Nuccia Martire. Tre poesie.

Nuccia Martire lavorava al banco lotto di piazza Cavallotti a Perugia. Giocavo anch’io al lotto e m’era simpatica. Comprai da lei le sue poesie appena uscite, nel 1996, in un volumetto dal titolo Rimerie, rigorosa “autoedizione” stampata alla DIEMME di Bastia. Poi l’ho persa di vista.
Seppi che dal banco lotto l’avevano cacciata. A una vecchietta che si giocava la povera pensione e si condannava alla fame per un mese intero aveva osato suggerire moderazione, ma costei s’era adirata e l’aveva accusata al padrone. Il gestore era comunista, del Partito Comunista Internazionalista fondato da Amedeo Bordiga, ma l'aveva licenziata senza alcuna pietà, perché apprendesse a proprie spese come funziona la lotta di classe.
Ho ritrovato oggi il libretto e l'ho trovato prezioso. Come racconta nell’ironica e amara Autopresentazione Nuccia aveva tentato di far pubblicare le sue poesie da un editore specializzato, ma aveva alla fine rinunciato: sospettava interessate le sperticate lodi della “proposta d’edizione” riportata nel volumetto. L’autopresentazione in questione è tutta da leggere, un capolavoro di innocenza e di stile: ci parla del nostro tempo disperato e disperante, della condizione della poesia, del coraggio che occorre nell’accettare questo “dono” che è poi anche una condanna. Qui cito solo un passaggio, esemplare: “Le Rimerie hanno il solo pregio di non aver presunzioni, se non quella, che poi è esclusivamente mia, d’avermi aperto una strada che non so dove potrà condurmi”.
Ai visitatori del blog propongo, ribattendole una dopo l’altra, tre poesie, ma suggerisco agli appassionati e alle appassionate di leggere tutto il libretto, anche se non so dove possano procurarselo. Una copia – l’ho appreso dalla rete – se ne trova come documentazione nella sede del Comitato Internazionale 8 marzo, nella casa delle associazioni, in via della Viola 1, a Perugia. Si può tentare di leggerlo lì, facendo alla bisogna qualche fotocopia. (S.L.L.)

III
Ma le rivoluzioni, quelle vere,
le abbiamo fatte noi altri
sulle barricate, sulla nostra pelle
le abbiamo fatte
nella camera da letto di Carlotta
che aveva un orsacchiotto
con un enorme cuore tra le mani,
un orsacchiotto col naso rotto
coperto da un cerotto.

Non era tempo per imparare
bisognava battagliare
comprare pesci rossi
perdersi nei dettagli
e fare in modo
che tutto ridiventasse confuso,
bisognava litigare
con chi ti voleva ingegnere,
avvocato, architetto
o comunque un fesso laureato
per poter scrivere sulla porta
       “DOTTORE”
e vivere contento.

E di domenica
si pensava a
“cosa farò da grande”
e ora siamo stufi della domenica
       (non che gli altri giorni
        siano migliori
        ma almeno non hanno
        la presunzione della domenica!)
e siamo grandi, troppo
e io ho scelto di non scegliere
e continuerò a battagliare
contro i mulini a vento
rinunciando per sempre
a vivere contento
e giocherò a fare il bambino
a ingannare certezze
a ritemprare speranze
a comprare pesci rossi
per l’orsacchiotto con il naso rotto

E mi sentirò fiero
di non essere uno dei tanti furbi.
-

VII
Io quella lettera
l’avevo scritta per farti sapere
che mi sono svegliato tardi
e che sotto ai piedi
m’è già franata la vita.
-

XIII
In una sera
di mille sere fa.

Nella camera trentanove.

Ad un minuto dall’amore.

Alla grande.

Ho avuto a che fare con te.

E sono vivo per miracolo.

    

Marò.

Il marò è un pesto di fave. Dicono che sia una ricetta tipica della Riviera di Levante, ma è buonissimo anche altrove. A Genova lo chiamano anche pestun de fave. "Pestone" perché prepararlo nel mortaio  secondo il rito richiede un sovrappiù di attenzione, di tempo e di fatica. Il risultato è una salsa, la cui missione principale è condire il lesso o il baccalà, ma che va benissimo anche per insaporire il pane secco o colorare di verde tagliolini e trenette. Io ho sempre usato il frullatore ed il risultato è sembrato eccellente non solo a me.
Il segreto principale è costituito dalla tenerezza delle fave: il seme non deve superare la grandezza dell’unghia del mignolo. Se sono più grandi (comunque non di molto) bisogna togliere la pellicina. Con le favette surgelate (e spellate) il risultato è decente, ma solo se tutti gli ingredienti sono di ottima qualità.
Ancor oggi l’uso più appropriato del marò è l’accompagnamento del lesso e del baccalà. Essendo io un gottoso cui, ormai da un paio d’anni, si nega il piacere delle carni rosse, garantisco che la salsa meravigliosamente ravviva  perfino il petto di pollo, lesso o alla piastra, purché la si gusti appena fatta. Dopo qualche ora perde profumo e bontà.

Ingredienti
per 4 persone: gr. 750 di fave fresche (250 grammi surgelate), una manciata abbondante di foglie di menta, 2 spicchi d’ aglio, g. 50 di pecorino grattugiato, 6 cucchiai olio extra vergine di oliva, sale e pepe q.b. . Il pecorino può essere sostituito in tutto o in parte con il parmigiano, ma l’aglio non può essere tolto o ridotto impunemente.

Procedimento
Sgranare le fave e, se necessario, togliere la pellicina. Nel mortaio (io non l’ho mai fatto) si pestano bene con l’aglio e la menta due o tre fave e un pizzico di formaggio. Si pesta bene. Si aggiungono altre due o tre fave e un pizzico di formaggio e si torna. Così fino alla fine. Il pizzico di formaggio che copre le favette evita gli schizzi di succo di fave fuori dal recipiente. L’olio s’incorpora alla fine, “a filo”, dopo aver pepato e salato: la salsa deve essere abbastanza consistente. Col frullatore è tutto più facile. Bisogna mixare tutti gli ingredienti aggiungendo alla fine sale, pepe e olio, a poco a poco.

Quattro anni prima. La crociera del camerata.

Giuseppe Capogrossi, Sandolino in partenza, 1933
Il camerata Carlo Pizzoglio, dopolavorista della Fiat, ha compiuto un’eccezionale crociera, lungo un tragitto complessivo di 825 chilometri, da Torino a Locarno e viceversa, in 22 giorni (29 giugno – 20 luglio) e 164 ore di voga, con una media giornaliera di Km.37,500 e oraria di Km.5. Una cifra quanto mai significativa: il Pizzoglio calcola di aver dato circa 590.400 colpi di pagaia.

Da “Il giornale d’Italia”, 25 luglio 1939.

Concetto Marchesi ricorda Mario Rapisardi.

Concetto Marchesi, latinista, umanista e comunista, è figura importante e complessa del Novecento italiano. Oltre che per il Disegno storico della letteratura latina, su cui hanno appreso più o meno volentieri di Cicerone e Lucano generazioni di studenti, lo si ricorda per il nobile discorso da rettore agli studenti di Padova che nel 1943 incita alla Resistenza, per il suo ruolo (dubbio) nell’esecuzione di Giovanni Gentile ad opera di partigiani fiorentini, per la difesa che fece dell’opera di Stalin contro Nikita Kruscev. Nato (1878) e cresciuto a Catania, fu grande ammiratore di Mario Rapisardi, da cui riprese il focoso anticlericalismo, l’anticonformismo e l’insofferenza verso l’oppressione sociale. A 15 anni, nel 1893 era già promotore di un giornaletto “Lucifero”, che nella testata riproponeva il titolo di un famoso poema del Rapisardi. A 17 anni, nel 1895, si iscrisse al Partito socialista. Ebbe Rapisardi come modello nelle sue giovanili poesie (Battaglie, 1896) e docente nell’Università di Catania. Al poeta ed alle sue lezioni è dedicato il brano autobiografico che segue, che ho tratto dal bel sito su Rapisardi curato da Pietro Rizzo ( http://rapiasrdi.altervista.org/ ). S.L.L.

Scendeva dalla sua casa al “tondo” Gioeni, in fondo alla via Stesicoro-Etnea: cappello largo, vestito nero, cravattone nero a farfalla, e un ombrello sotto il braccio, parasole e parapioggia secondo lo stato del cielo: alto, pallido, con la zazzera e i baffi lunghi e spioventi alla cinese: divisa da poeta e da pensatore ribelle. Faceva una sosta alla libreria Giannotta, il suo Zanichelli catanese: e di là con breve compagnia si recava verso le undici all’Università. Ciccio, il portiere con la barbetta rossa, annunciava sin dalla mattina: “Picciotti oggi cala Rapisarda”; e l’annuncio si propagava, e la folla in attesa era grande. Il poeta entrava solenne, in un fragore di applausi. Sedeva sulla cattedra di fronte ai banchi stipati, traeva dalla tasca il manoscritto della lezione – quella volta su Parini – e cominciava con tre parole, “Il prete, il birro, il pedante” che rivelavano il soddisfatto tumulto della sua ispirata fatica.

Omaggio a Gramsci nel 50° (di Bettino Craxi)

Nel 44° Congresso del Psi, svoltosi a Rimini tra il 31 marzo e il 5 aprile del 1987, in occasione del 50° anniversario della morte di Antonio Gramsci un passaggio importante della relazione d’apertura fu dedicato al grande antifascista e comunista sardo. Il segretario del Partito era, al tempo, Benedetto (Bettino) Craxi, che poi, condannato per tangenti, sfuggì al processo e alla prigione e morì latitante ad Hammamett nel 2000. Il brano della relazione dedicato a Gramsci è bello, vigoroso e pieno di tensione morale. (S.L.L.)
Compagni, cinquant’anni or sono, in questo stesso mese di aprile, in una clinica di Roma, dopo più di dieci anni di carcere si spegneva Antonio Gramsci. Piero Gobetti anni prima ne aveva tracciato un ritratto dai tratti quasi leggendari: lo vedeva iscriversi al Partito socialista “probabilmente per ragioni umanitarie maturate nel pessimismo della sua solitudine di sardo immigrato”.
Era il profeta di una rivoluzione impossibile nelle condizioni italiane, che aveva trasfuso i suoi ideali di giustizia e di progresso In una “filosofia totale” e nella visione ideologica e totalizzante di un “Ordine nuovo” che avrebbe dovuto essere un tutto organico, un sistema omogeneo e compatto” entrando in questo modo in aperta collisione con la tradizione socialista originaria.
Armato di una formidabile intelligenza critica egli seppe dirigerla anche contro le degenerazioni e le involuzioni della rivoluzione comunista e dello stalinismo avanzando l’idea di una “egemonia del consenso” quando trionfava la dittatura fondata sulla violenza e sul terrore.
Di fronte alla violenza fascista, al Tribunale speciale, al carcere, egli levò il muro della sua intransigenza, la forza delle sue qualità morali e intellettuali. In una lettera scrive: “Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio, che occorre proporsi di fare solo ciò che si sa si può fare e andare per la propria via. La mia posizione morale è ottima: chi mi crede un satanasso, chi mi crede quasi un santo. Io non voglio fare né il martire né l’eroe. Credo di essere semplicemente un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde e che non le baratta per niente al mondo”.
I segni delle ideologie seguono il loro corso, non possono sfuggire ai conti che sempre si devono fare con la storia, mutano con il mutare della realtà, sono superati dal nascere di nuove idee, le virtù morali che gli uomini come Gramsci hanno incarnato nella storia restano alte, integre, esemplari. Nel cinquantesimo anniversario della sua morte i socialisti italiani rendono omaggio alla sua memoria.

Il Duce e le Alpi (di Guido Bertarelli)

Mussolini sciatore.
Ho ricavato la brevissima cronaca e la riportata citazione dai Graffiti del Ventennio di Plinio Ciani (Sugar,1975), che a sua volta l'ha ripresa dal mensile del Touring Club, "Le Vie d'Italia" del dicembre del 1939 (S.L.L.).
Alpino con mulo
Il Duce ha sintetizzato l'importanza militare-politica delle Alpi in una breve scultorea frase: "Sono gli Alpini che fanno le Alpi e non le Alpi che fanno gli Alpini". Ben detto e ben posto il problema.
Guido Bertarelli

29.9.10

Per Emile Zola (di Mario Rapisardi)

Mario Rapisardi
Mario Rapisardi, poeta catanese, laico e socialista, alla morte di Emile Zola sul finire di settembre del 1902, scrisse  un articolo commemorativo, credo per “La Sicilia”, che venne inserito nel 1915 da Antonio Tomaselli in una antologia di prose rapisardiane dal titolo Pensieri e Giudizi. Io l’ho trovato in Wikisource che indicava quest’ultima fonte. (S.L.L.)
Emile Zola
Tra il ripiegamento miserevole di tante bandiere e l'afflosciamento morboso di tanti scrittori, che, rinnegando la storia, la scienza e sé stessi, sdilinguiscono in un misticismo che, se non è impostura da sagristia, è segno evidentissimo di imbecillità, Emilio Zola fu uno dì quegli uomini interi e diritti che vivono e muoiono in piedi, con l’ occhio intento alla meta.
V. Hugo lanciò la schiera dei mostri sublimi contro l’impero maledetto, ed ebbe la gloria di sconquassarlo, prima ancora che i Prussiani vincessero a Sedan e bombardassero civilmente Parigi.
E. Zola ebbe lo stomaco di smuoverne le macerie, di penetrarne i baratri pestilenti, di osservarne il bulicame, di descriverne la putredine. Gran parte dell'opera sua fu una requisitoria solenne.
J'accuse: ecco la sua parola.
Maneggiò il fango e ne plasmò figure indimenticabili. Abbrancò pei capelli la borghesaglia impiastricciata di sangue e di mota e la gittò al gran sole additandola all'odio e al ribrezzo della moltitudine. Trattò col ferro e col fuoco le piaghe verminose della plebe; e, presentendo la vittoria del bene, inneggiò alla terra benigna, al lavoro rigeneratore, alla fecondità delle razze, al trionfo della giustizia.
Ebbe il coraggio dell'odio e dell'amore, la mania eroica della sincerità: fu un demolitore formidabile e un ricostruttore pietoso. Non possedeva la seconda vista, come certi filosofi del quarto d'ora, che scambiano la scienza col sonnambulismo e con lo spiritismo; non vedeva nulla di là dalla storia e dalla natura; ma, non ostante il suo realismo crudele, aveva fede inconcussa nelle idealità generose della vita.
L'arte non fu per lui un aristocratico gingillo, ma un'arma rude di combattimento; non un passatempo, ma un apostolato. Le ricchezze acquistate non fecero che alimentare la sua fede nel bene. La gloria non lo distolse dalle fatiche e dai pericoli delle battaglie, il pensatore, lo scrittore, il cittadino erano in lui proporzionati e armonizzati stupendamente, faceano di lui un uomo-statua, uno dì quei monoliti viventi di cui una nazione, feconda come la Francia, non può vantare, in un secolo, che rarissimi esempi.

29 settembre 1902. Emile Zola venne assassinato?

“L’Aurore” pubblicò il celebre J’accuse di Emile Zola il 13 gennaio 1898. Non era – lo dice il titolo stesso – una di Alfred Dreyfus, l’ufficiale di origine ebraica accusato di spionaggio e tradimento, ma una violenta requisitoria contro la cospirazione militare e governativa che ne aveva determinato la condanna. Il ministro della guerra Billot ordinò che lo scrittore fosse processato per diffamazione di funzionari dello Stato. Delle trentanove pagine di accuse solo il contenuto di 15 righe era oggetto dell’incriminazione. Il processo si svolse per direttissima,dal 7 al 23 febbraio 1898 e lo scrittore fu condannato al massimo della pena: un anno di prigione e 300 franchi di ammenda. Il ricorso in cassazione di Zola aprì un contenzioso giudiziario cui pose fine lo stesso scrittore quando il 18 luglio in tribunale a Versailles abbandonò l’udienza e annunciò la propria contumacia. Partì per l’Inghilterra anche per evitare che una sentenza esecutiva compromettesse l’attesa revisione del processo Dreyfus. Zola tornò dall’esilio nell’estate del 1899, quando la Cassazione annullò la sentenza contro l’ufficiale. La condanna che il tribunale di Versailles gli aveva comminato non gli venne mai notificata.
Zola rimaneva in ogni caso oggetto dell’odio della destra nazionalista, antisemita e militarista che continuava, sulla sua stampa, a coprirlo di ignobili contumelie e di invereconde, improbabili accuse. Tra il luglio del 1901 e l’agosto del 1902 scrisse sull’affaire Dreyfus il suo ultimo romanzo Verité, che fu pubblicato postumo l’anno seguente). Intanto lo scrittore, nella notte tra il 28 e il 29 settembre  1902, era morto nella sua casa, per una asfissia causata dal difettoso tiraggio del camino. L’inchiesta concluse che l’intossicazione era accidentale, ma molti anni più tardi, nel 1953, il giornale “Liberation” avrebbe pubblicato la testimonianza di un fumista (rimasto anonimo) che nel 1927 aveva rivelato di aver artatamente ostruito il camino per odio nei confronti di Zola. La tardiva e anonima confessione vale quel che vale, ma i dubbi sulla morte del padre del “naturalismo” restano intatti. Non è affatto escluso che si trattasse di un assassinio per punire il suo coraggio.

"Ascoltate!". Una poesia di Vladimir Majakovskji (1893 - 1930)

Ascoltate!
Se accendono le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che qualcuno vuole che esse siano?
Vuol dire che qualcuno chiama perle questi  piccoli sputi?
E tutto trafelato
tra le burrasche di polvere meridiana,
si precipita verso Dio,
teme d’essere in ritardo
piange,
gli bacia la mano nodosa,
supplica
che sia assolutamente una stella,
giura
che non può sopportare questa tortura senza stelle!
E poi cammina inquieto,
fingendosi calmo.
Dice ad un altro:
“Ora va meglio, è vero?
Non hai più paura?
Sì?!”
Ascoltate!
Se accendono
le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che è indispensabile
che ogni sera
al di sopra dei tetti
risplenda almeno una stella?
(1914)

Da Poesia russa del Novecento a cura di Angelo Maria Ripellino, Universale Feltrinelli, 1969

Revisione e rovescismo. La guerra partigiana nel ternano. ("micropolis" - settembre 2010)

La guerra partigiana nel ternano
E’ di scena il fascismo, soprattutto in tv: documentari e fiction, talk show politici e spettacoli leggeri. Tutto questo parlarne e presentarlo ha forse lo scopo di “normalizzarlo”, di renderlo accettabile. Intanto, sotterranea ma non troppo, s’avanza una rilettura della Resistenza partigiana che ne ridimensiona l’importanza militare e politica e mette in luce lo spirito di vendetta e la crudeltà che l’avrebbero caratterizzata, soprattutto nella componente comunista. Uno dei terreni prediletti di questa avanzata è la “storia locale”, in genere affidata a dilettanti pretenziosi, sponsorizzati dalle amministrazioni conquistate dalla destra specie nel Nord Italia. Il modello è Il sangue dei vinti di Pansa, il cui schema viene applicato ai diversi territori. La tesi, grosso modo, è la seguente: fascisti e repubblichini non erano sempre le spie e i criminali che si racconta e la loro persecuzione, che giungeva fino all’omicidio, era spesso immotivata, frutto perverso di odio politico o privati rancori; la documentazione, sovente ricavata da pochissime fonti, serve solo a corroborarla.
A questo genere letterario appartengono i libri dell’avvocato Marcello Marcellini, I giustizieri.1944:la brigata “Gramsci” tra Umbria e Lazio (Mursia 2009) e Un odio inestinguibile. Primavera: partigiani e fascisti tra Umbria e Lazio (Mursia 2010). Essi non segnalano uno sfondamento già avvenuto (l’Umbria è ancora considerata “rossa”), vorrebbero prepararlo: l’obiettivo è la delegittimazione degli eredi del Pci, che continuano a guidare la città. Lo strano è che la reazione del Pd, della Cgil, dell’Arci, di Rifondazione sia stata quasi nulla e piuttosto debole sia apparsa perfino quella dell’Anpi. A tenere il punto sono rimasti alcuni gruppi giovanili. E “micropolis”.
Esce ora per la CRACE di Narni La storia rovesciata. La guerra partigiana della brigata garibaldina “Antonio Gramsci” nella primavera del 1944, di Angelo Bitti, Renato Covino e Marco Venanzi, un volume corposo (circa 400 pagine) ma tutt’altro che pesante, ricco, interessante, pieno di cose (cronologia, documenti, foto, cartine) e di sorprese. Il libro è, anche, lezione di storiografia: all’improvvisatore che pretende di fare storia solo perché ha frequentato un archivio (o due) si replica con una ricostruzione che, senza perdere vivacità narrativa e argomentativa, mostra di che lacrime grondino la ricerca, l’uso di tutte le fonti e la loro analisi critica.
Alle vicende del tempo di guerra (ma anche ai successivi strascichi giudiziari) è dedicata la seconda parte del libro, affidata a Bitti e Venanzi. Il primo rievoca, utilizzando prevalentemente fonti giudiziarie, il ciclo di rappresaglie e controrappresaglie originate dai rastrellamenti effettuati dai tedeschi tra marzo e maggio 1944. I fascisti ne escono fuori non solo come spie e delatori, ma anche come assassini e torturatori in proprio. I più la fanno franca, anche i responsabili dei crimini più gravi: non ci sono “rese dei conti” dopo la liberazione di Terni e l’amnistia di Togliatti, interpretata estensivamente da parte di una magistratura non epurata, fa il resto. Venanzi provvede a una organica ricostruzione della vicenda della Gramsci, con un titolo che richiama uno dei motti più densi dell’antimilitarismo di sinistra: “guerra alla guerra”. Mentre Marcellini si basava quasi esclusivamente sulle testimonianze d’accusa nei processi a carico dei partigiani, Venanzi mette a confronto codesta fonte “viscida” con una grande quantità di materiali, che ne ridimensionano la portata. Nel racconto emergono le figure chiave (da Celso Ghini al gerarca Di Marsciano), il rapporto tra partigiani italiani e slavi, gli episodi più significativi anche per i risvolti umani.
Valeva la pena di usare tanto impegno per confutare Marcellini? “Distruggere per costruire” – soleva dire Mao: la distruzione implica la critica, la ricerca e il ragionamento, è già costruzione. Vale per il lavoro di Bitti e Venanzi, che è assai più di una risposta a Marcellini, ma segna un punto nella storiografia della Resistenza, non solo ternana.
A dare forza e senso politico al libro è però soprattutto la prima parte (La storia rovesciata) di Renato Covino, che nettamente distingue tra revisionismi: la revisione storiografica, molla del progresso scientifico, e il “rovescismo”, la tendenza a trasformare i “buoni” di ieri nei “cattivi” di oggi a fini politici. Covino rammenta l’irrigidimento che rappresentò la lettura togliattiana della Resistenza come Secondo risorgimento e guerra patriottica e l’arricchimento alla conoscenza che rappresentarono in tempi diversi l’affermazione che “la Resistenza divide” o il libro di Pavone che ne documentava i caratteri di guerra civile e di guerra di classe.
Una verifica concreta è offerta a Covino dal caso Terni. All’inaridirsi della lettura resistenziale-operaia della storia cittadina tipica del Pci sono state date due risposte: la revisione critica che trova uno dei punti più alti nella Biografia di una città di Portelli e si esprime nei lavori di Canali, Gallo, Bovini e Porcaro, oltre che dello stesso Covino; il rovescismo, di cui Marcellini è solo l’ultimo esemplare e che non riguarda solo la Resistenza, ma anche l’identità industrial-operaia della città, di cui si rivendicano perfino le origini papaline.
Sotto la giunta Ciaurro si giunse a divulgare queste “storie” con opuscoletti diffusi nelle scuole. L’obiettivo era (e continua ad essere) farle diventare senso comune per costruire su queste basi il “cambio”: non tanto un cambio politico, ma di gerarchie sociali, con il sacrificio definitivo delle componenti operaie. E’ una sirena che tenta anche i dirigenti del Pd. Il che spiega i loro imbarazzati silenzi.

Un racconto in cerca d'autore. Vendola e il giovane Marx ("micropolis" - settembre 2010)

Vendola nella riuscita serata perugina del 3 settembre ha detto: «La precarietà non può più essere indicata come un vago nemico. Riguarda tutti, non solo i precari» e questo perché «il lavoro non è più il centro del racconto della società. Il centro è diventato l'arricchimento, la finanza, la speculazione, l'individualismo proprietario - così come l'ha chiamato un filosofo fine come Pietro Barcellona. E noi su questo dobbiamo imbastire un discorso che riguardi - come dice Alfredo Reichlin in quel bellissimo libro che è Il midollo del leone - un "nuovo umanesimo", una nuova antropologia, un sogno grande, che non sia quello della velina, quello del tronista, quello di una miserabile condizione individuale».
D'accordo sul metodo, di ascendenza hegelo-marxista: prima viene la critica, la negazione. Opporsi alla società che precarizza la vita offrendo agli individui miseria materiale e morale, negare valore al trono del tronista, al velo della velina, alla proprietà del proprietario, all’affare dell’affarista - è la giusta parola d’ordine. Il nuovo “racconto” scaturisce da questo rifiuto e ne è parte: accompagna, come “negazione della negazione”, questa dialettica conflittuale e dovrebbe contenere gli elementi germinali e costitutivi di una socialità nuova che non comprime gli individui, ma li invera nella loro unicità.
L’approccio di Vendola ricorda soprattutto il giovane Marx e la sua prima definizione del "comunismo", nei Manoscritti economico-filosofici del 1844: superamento dell'alienazione capitalistica che contrappone il prodotto al produttore e l'uomo alla natura, "umanizzazione della natura e naturalizzazione dell'uomo". Il comunismo come "movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti", definizione cara agli opportunisti, in quanto utile a giustificare le contorsioni dell’agire pratico, viene dopo e non svalorizza l'iniziale progetto, piuttosto lo completa; mostra infatti come il comunismo (fatto di nuovi rapporti tra gli uomini e degli uomini con la natura) non arrivi alla fine della storia come suo esito ineluttabile, ma maturi dentro il processo di distruzione della società capitalistica come prodotto della lotta di classe. E’ il “movimento reale” a produrre dal suo seno gli “elementi di comunismo” che lo corroborano e sostanziano.
E’ giunto il tempo – lo dico a Vendola e a tutti noi - di dare consistenza al racconto della "socializzazione degli individui e individualizzazione della società" che sta tentando di fare mentre critica l’attuale “individualismo proprietario”, produttore di immani e generalizzate sofferenze. Pur senza cercare un modello compiuto, la “sinistra” dovrebbe immaginare (cioè tradurre in immagini, “far vedere”) gli elementi di una “vita nuova”, qualcosa che rammenti il Sogno socialista di Andrea Costa o il Come potremmo vivere di William Morris. Quella che invece dovrebbe eliminare al più presto è un’ambiguità o, forse, una reticenza. Chi è l’autore del nuovo racconto? Una nuova “classe dirigente della sinistra” (come amano dire in casa Pd)? Un’avanguardia che esplora il nuovo trascinando seco non più il proletariato ma nuove moltitudini dai contorni imprecisati? Cioè, in soldoni, il ceto politico di sinistra? Oppure vogliamo questa volta superare le odiose differenze tra “dirigenti” e “diretti” (non lo voleva solo Babeuf, ma anche Gramsci), evitando che in un corpo politico nuovo si perpetui un ceto politico separato e facendo sì che le funzioni dirigenti e di rappresentanza siano davvero provvisorie e revocabili?
E poi chi sarà il protagonista del racconto, il soggetto della trasformazione? “I cittadini” come nella rivoluzione borghese? O quello indicato e studiato da Marx, il “lavoro”? O, meglio ancora, la “classe dei lavoratori” sfruttati, oppressi e alienati, ripensata alla luce di tutte le rivoluzioni scientifiche e di tutte le trasformazioni sociali dei numerosi decenni che ci separano dal nostro ottocentesco e operoso compagno di Treviri? Se, più o meno, è così, bisogna dirlo. Il prima possibile. 

Per far passare il tempo si gioca a scacchi (di Ho Chi Minh)

Alessandro Cascone, geologo e intellettuale napoletano come pochi affidabile, ha posto a commento di un mio post su fb il brano dal Quaderno di prigione di Ho Chi Minh che qui ripropongo. Scrive che vi è concentrato il celebre libro su L'Arte della guerra di Sun Tsu. Io  trovo il passo notevole, soprattutto per il ritmo incalzante e l'eloquio sentenzioso (S.L.L.).
Ho Chi Minh, al centro tra Giap e un delegato cinese nel 1954
‎Per far passare il tempo si gioca a scacchi,
Fanti e cavalli si affrontano senza sosta.
Ritirarsi come un fulmine, come un fulmine attaccare.
Piede lesto e cervello pronto danno l'iniziativa.
Essere, insieme, di vedute larghe e minuziosi.
Premere senza respiro. Decisi e tenaci.
A che ti servono i carri se non puoi passare?
Un pedone ben collocato si aggiudica la partita.
All'inizio l'equilibrio rende l'esito incerto:
Poi la vittoria incomincia a pendere da una parte.
Prepara bene i tuoi colpi; custodisci il tuo piano segreto
E meriterai di essere un grande capitano.

Gianni Barro, le radici e i maestri.


 Gianni Barro è stato prima uno dei più tenaci combattenti per la riforma sanitaria, poi uno dei massimi dirigenti della sanità umbra. Dicono gli esperti che come tecnico fosse bravissimo.
Io l’ho conosciuto come compagno del Pci. Pare che sotto Stalin fosse stalinista entusiasta (era mal comune) e che ancora nell’indimenticabile 56 fosse assai critico con chi criticava l’ingessamento burocratico-autoritario del partito e con calore giustificasse i carri armati in Ungheria (della cosa ho trovato casualmente qualche traccia sulle pagine regionali del “l’Unità” in quei giorni). Quando io ho cominciato ad avere rapporti con lui, nel Pci che andava a sciogliersi, l’ho trovato molto “di destra”. Non si contentava della “svolta” di Occhetto, pretendeva un più chiaro approdo socialdemocratico e non nascondeva qualche simpatia per Craxi; non era ancora venuta alla luce Tangentopoli e di Craxi non si conosceva ancora interamente la natura di mariuolo. Insomma, era sulla linea dei miglioristi, forse oltre i miglioristi. Questa scelta, sottolineata da un caloroso intervento congressuale, non gli impedì, nell’anno abbondante che intercorse tra la svolta e il congresso di Rimini che sancì lo scioglimento del partito comunista e la nascita del Pds, di interpretare un ruolo positivo nel dibattito interno. Nel febbraio del 1990 l’imminente scelta - storica si diceva - irrigidiva le posizioni: tra i sostenitori del “sì” e del “no” ci si parlava appena, si strutturavano le correnti (le si chiamava “mozioni”): la mozione 1 (Occhetto e Napolitano), la mozione 2 (Ingrao e Natta), la mozione 3 (Cossutta), ciascuna con i suoi coordinatori.
Gianni provò a fare un’operazione controcorrente, una sorta di associazione interna al partito che andava al di là delle correnti e che voleva approfondire e dibattere le questioni politiche e programmatiche a prescindere dalle collocazioni attuali (o anche future) dei compagni. Si chiamava “Porto franco” e vi aderii anch’io: mi è sempre piaciuto confrontarmi con chi la pensa diversamente da me. Non fummo in tanti a partecipare alle riunioni dell’associazione: ricordo che ci venivano Mimmo Gambuli, Manuali, Lorena Rosi Bonci. Pure si fecero discussioni di peso. Quella che meglio ricordo riguardava gli effetti economici, sociali e politici della rivoluzione telematica in atto e del telelavoro e sul modo di orientarli e governarli da sinistra.
Dopo la fine del Pci l’avevo perso di vista, poi l’ho trovato assiduo e, più d’una volta, “interventore” nei dibattiti che organizzavamo come “micropolis” e “Segno critico”. Nel Pds –Ds egli incarnava l’orientamento più “ulivista”, nel Pd quello “riformista liberal”, almeno nelle intenzioni, spesso pensando a “riforme” che tolgono o “spalmano” diritti sociali per rendere più efficiente il sistema. Su questa linea Barro ha tentato con alterni successi di promuovere associazioni (ultima le “Lettere riformiste”) e dibattito. Per ovvie ragioni né io né i compagni di “micropolis” andiamo d’accordo con l’impianto generale del discorso di Barro (il che non ci impedisce di apprezzare qualche posizione particolare). Ma Barro, a differenza dei capi e capetti del suo partito esperti solo in manovre di corridoio e uscite mediatiche, crede nel dibattito e lo sollecita. Anche per questo “micropolis” ha riservato al suo impegno qualche attenzione.
Barro, tra l’altro, non è in senso stretto un “nuovista”; è, anzi, una sua fissazione la ricerca nel Novecento le radici del “nuovo” riformismo di cui va in caccia. E’ capitato a me di dar conto, criticamente, di questo suo affannarsi su “micropolis”, in diverse occasioni. In questo “post” ripropongo due “battaglie delle idee”, la prima del 2005, la seconda del 2009, che mi paiono mantenere una qualche attualità (S.L.L.) 
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Radici (" micropolis" - settembre 2005)

La Commissione Comunicazione e Formazione dell’Unione comunale dei democratici di sinistra di Perugia ha proposto, in occasione della festa cittadina dell’Unità, una mostra intitolata Radici e rami del riformismo umbro tra le due guerre mondiali. Galleria di ritratti.
Gianni Barro, l’ideatore, ne ha curato il testo con la consulenza di Serena Innamorati e Raffaele Rossi, Francesco Imbimbo ha reperito e selezionato la documentazione fotografica. Si tratta di dodici pannelli, ciascuno dedicato ad un presunto “riformista” del secolo scorso, di cui presenta una foto gigante, corredata da un breve testo che ne presenta la vita e la personalità. Il tutto è preceduto da una introduzione che spiega gli scopi e i criteri della mostra.
C’è di sicuro qualche eccesso di enfasi nuovista (“siamo... in un’epoca nuova e piena di arcani non privi di fascino ... ben poco di ciò che ci ha consegnato il passato può essere utile...”), ma l’intenzione appare lodevole: fare riscoprire, soprattutto alle giovani generazioni, la storia, in particolare “le radici e i rami di un modo di pensare”. Perché per l’autore del testo il “riformismo” è appunto un modo di pensare, cioè un metodo, che, in qualche modo, prescinde dai fini, anche perché “il metodo (e i mezzi che lo connotano) unisce, il fine divide”. Si tratta di un ribaltamento della nota tesi di Machiavelli, per cui in ogni azione andrebbe valutato primariamente “el fine”. Date le premesse è ovvio che nella mostra stiano insieme personalità di radice culturale assai diversa, “socialista, cattolica, liberale, laica...”, recita, con una omissione evidentissima (freudianamente rivelatrice?), quando si scopre che nella galleria sono inseriti fior di comunisti stalinisti come Alunni Pierucci, Farini e Grieco.
Nella mostra prevalgono in ogni caso i socialisti riformisti, tra cui Franceschini, Laureti e Francescangeli, e ci sono anche un prete (tal Piastrelli, modernista pentito) e una figura ambigua come Cingolani (in origine popolare sturziano ostile ai connubi “clerico-moderati”, ma poi sottosegretario nel primo governo Mussolini; senatore democristiano nel secondo dopoguerra, infine iscritto alla Loggia P2).
I curatori hanno di sicuro presente il rischio della “parzialità” e delle inevitabili omissioni, ma con questo “campione” hanno voluto fornire un saggio di quello che è per loro, oggi, il riformismo possibile e necessario. Barro non lo nasconde anche in altre sedi: li vuole tutti uniti i “riformisti”, senza che li dividano miti o fini. Il rischio di una subalternità alle scelte delle classi dominanti è evidente, perfino su questioni essenziali: la guerra o la politica dell’impero americano, le disuguaglianze o lo Stato sociale, etc.
Uno che veniva anche lui dal Pci e che aveva scelto il riformismo, come Napoleoni Colajanni, di recente scomparso, in un libretto scritto in collaborazione con Marcello Villari nel 2004 (Riformisti senza riforme, Marsilio editore) così si esprimeva: “Come diceva il Giusti di certi rivoluzionari, vogliono fare la rivoluzione coprendosi i coglioni... Come può un riformista, una persona di sinistra, accettare una globalizzazione dominata dagli Stati Uniti?”. Io credo che, coprendosi i coglioni, non si fa né la rivoluzione né la riforma. Se si prescinde dal fine di cui parla Machiavelli, anche il mezzo cessa di essere tale e la politica diventa pura tecnica. Venuti meno i fini l’unica alternativa resta “il particulare” di Guicciardini: le carriere, gli onori, i denari, le famiglie. E’ ancora il riformista Colajanni a scrivere: “Per la ripresa del riformismo, il primo problema da affrontare è la crisi della politica, ma di questo tema così essenziale per la sinistra non si sono mai occupati, per la ragione che sono parte integrante della crisi della politica”.
C’è dell’altro però: in questo riformismo che mette radici e rami dappertutto opera anche un riflesso antico, di matrice staliniano-togliattiana. Baffone, ad un certo punto, pretese che la sua Urss incarnasse tutte le “migliori” tradizioni e culture dell’anima russa; il “migliore”, dal canto suo, voleva che la politica del suo Pci sussumesse tutto il passato progressivo della “nazione”, dal liberalismo cavouriano a quello crociano, dal cristianesimo democratico al cattolicesimo liberale.
Era il tempo in cui il giovane Berlinguer e Grieco (guarda un po’ chi si rivede?), nell’opuscoletto su Gesta e eroi della gioventù d’Italia indicavano a modello il comunista Eugenio Curiel e santa Maria Goretti.
Siamo in un’epoca nuova piena d’arcani, ma le radici rimangono e si riconoscono.
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Le rose e l’abisso ("micropolis" - aprile 2009)

Intorno al Pd fioriscono le associazioni e nessuna ama calpestare il cortile e frequentare i temi “bassi” della politica, tutte vogliono volare alto e, se proprio devono mettere i piedi sulla terra, preferiscono percorrere gli orti di Accademo in compagnia dei dotti. Il giorno dei filosofi, in spregio alla superstizione, è stato venerdì 17, quando ben 4 associazioni 4 (Rose Rosse d’Europa, Pensare democratico, Red, A Sinistra) a Perugia nel Palazzo della Provincia dibattevano su laicità, Europa e diritti con l’ermeneuta Massimo Adinolfi, docente all’Università di Cassino, e il metodologo Enzo di Nuoscio che ammaestra alla Luiss. Si sono affidati invece agli storici Gianni Barro e i suoi amici per inaugurare ufficialmente le Lettere Riformiste Altiero Spinelli, l’associazione che nasce da un’esperienza di comunicazione elettronica. Mercoledì 22 pomeriggio tre rossi cartelli addobbavano l’ingresso del salone d’onore di Palazzo Donini per presentare l’immagine e un sintetico profilo di quelli che erano chiamati “i nostri maestri”, August Bernstein, Altiero Spinelli e Pietro Scoppola. Il cartello dedicato all’antico rappresentante della socialdemocrazia tedesca si chiude con una citazione che avrebbe potuto tranquillamente essere un Togliatti del ’45-46, di quando cioè chiamava a raccolta nel Pci i giovani intellettuali di formazione crociana: “Non c’è nessuna idea nel pensiero liberale che non possa essere fatta propria dal socialismo”.Maria Rita Lorenzetti, di cui gli inviti annunciavano la presenza, non c’è. La presidente è ospitale, ma non accogliente, in pratica si è limitata a concedere la sala; Barro comunque la ringrazia. Tocca poi agli oratori ufficiali, tre professori di storia, che proporranno le loro “considerazioni attualizzate” rispettivamente su Bernstein, Spinelli e Scoppola: Fabrizio Bracco, Luciano Toschi, Mario Tosti. Il primo, agile e comunicativo, spiega che il socialista tedesco, padre del “revisionismo” e autore del primo tentativo di connettere teoricamente socialismo, liberalismo e democrazia, era tutt’altro che il socialtraditore che stalinisti e maoisti immaginavano nel ’68 e che negli anni della Grande Guerra seppe battersi per la pace in sintonia con Rosa Luxembourg. Toschi è più legnoso e tuttavia la sua puntuale comunicazione dà conto di una battaglia, quella per l’Europa federale, che ha i suoi alti e bassi, di una personalità che non rifugge dal compromesso che ritiene necessario, ma che, sa essere radicale quando la situazione lo richieda.Più vago è il profilo di Scoppola cattolico democratico, degasperiano oltre il degasperismo, tracciato da Tosti, che si dilunga su una sua visita in casa Giuntella. Il pantheon di Lettere Riformiste in ogni caso risulta abitato da personalità più che rispettabili, il problema è caso mai un altro: che non si parlano. Tra le tre relazioni, infatti, non c’è interlocuzione, non c’è punto di contatto, segno che l’amalgama tra le culture è assai difficile e ancora tutto da realizzare. C’è di più e di peggio. Operazioni come queste delle numerose associazioni perugine (temiamo che siano più le associazioni che gli associati) sembrano fatte apposta per rimuovere il vuoto di progetto politico e di capacità di opposizione e le lotte al coltello tra correnti, gruppi e singoli per posti, prebende e candidature che caratterizzano la formazione politica guidata da Franceschini. Viene in mente l’aureo verso di Umberto Saba: “Quante rose a nascondere un abisso”.

"Siccari lu cori" di Leonardo Sciascia

Il disseccarsi - come nell'aridità dell'aria un fiore reciso - del cuore: per un'aspettativa delusa, per un desiderio non soddisfatto. Si dice soprattutto dei bambini: e a rimprovero di coloro che non hanno mantenuto la promessa o li hanno ingannati. Ma anche ai grandi "sicca lu cori", qualche volta. E oggi ai vecchi spesso, più che ai bambini.

28.9.10

Ho Chi Minh. Un uomo e il suo popolo nel libro di Pino Tagliazucchi("micropolis" - settembre 2004)

Ripropongo qui l'articolo da "micropolis" del settembre 2004 con cui recensivo la biografia di Ho Chi Minh scritta da Pino Tagliazucchi. E' anche il modo per ricordare un uomo della sinistra, un rivoluzionario che, nei suoi ultimi anni perugini, fecondissimi, come compagno di "Segno critico" ci donò amicizia e intelligenza. Pino ci lasciò all'improvviso, 5 anni fa, il 2 ottobre del 2005. Spero che il giorno dell'anniversario qualcuno nella Fiom, nella Cgil, nelle redazioni di "Notizie internazionali", de "il manifesto" e di "Liberazione" si ricordi dell'uomo coraggioso e schivo, dello studioso del movimento operaio internazionale, del giornalista brillante, del compagno operoso. 
Un uomo un popolo
di Salvatore Lo Leggio
Di questi tempi spesso ci ritornano in mente il Vietnam e i nostri vent’anni. Qualche analogia c’è.
Come allora gli americani bombardano. Gli Allawi che, ringraziando l’America, promettono vittoria ed elezioni ricordano Cao Ki ed altri tirannelli corrotti e collaborazionisti. Nondimeno le differenze sono enormi ed una su tutte decisiva: dall’altra parte non c’è nessun Ho Chi Min.
Per la mia generazione Ho simboleggiava il piccolo popolo che, sopportando bombe, napalm, rastrellamenti, stava sconfiggendo il gigante imperialista e la sua tecnologia omicida; ne rappresentava la dignità e il coraggio.
Leggendo il libro di Pino Tagliazucchi, Ho Chi Minh, biografia politica(1890 - 1945), L’Harmattan Italia, Torino, 2004, mi sono convinto che quella identificazione non era una forzatura, ma esprimeva un sentimento diffuso nel popolo vietnamita.
Dopo aver rievocato la giornata del 2 settembre 1945 ad Hanoi e la lettura della dichiarazione d’indipendenza davanti a seicentomila persone da parte di Ho Chi Minh, “vestito modestamente, con quella barba bianca che ne faceva una tipica figura di anziano di villaggio”, Tagliazucchi cita una testimonianza di Giap: “Lo zio Ho e il mare del popolo divennero una cosa sola”.
Nel libro questa è una delle non numerose pagine narrative. L’opera, infatti, non fa concessioni alla moda per cui lo scrittore di storia, anche a scapito del rigore, deve divertire con l’aneddoto, la drammatizzazione, il particolare piccante. Tagliazucchi, per scrivere una biografia rigorosamente “politica” (e “sociale”), ha seguito una via più difficile, ma forse più produttiva: ha inserito la storia individuale del leader in quella del suo popolo, rievocata nei tornanti decisivi della prima metà del XX secolo. I primi cinque capitoli, titolati ciascuno con il nome principale assunto da Ho Chi Minh nel periodo trattato, illustrano questi passaggi.
Così l’adolescenza e la prima giovinezza di questo rampollo di una famiglia mandarinale vengono inserite nel disfacimento del mondo monarchico tradizionale per l’effetto, anche modernizzatore, del colonialismo. Così la presenza di Ho Chi Minh nella Parigi del primo dopoguerra è collegata al maturare di un patriottismo moderno tra gli immigrati vietnamiti vicini al movimento socialista. A fondo è poi indagato il nesso tra i movimenti anticoloniali dell’intera Indocina e le strategie dell’Internazionale comunista, che, sotto l’impulso di Lenin, fin dagli anni venti, tendeva a collegare, nei paesi arretrati, la lotta sociale alla questione nazionale. Mentre prevale lo stalinismo, il rivoluzionario vietnamita, ormai funzionario del Komintern, è in continuo movimento: Mosca, Bruxelles, Berlino, Parigi e soprattutto la Cina, terreno di scontro feroce tra passato e presente. Più oscuro è il suo ruolo negli anni trenta. Vive prevalentemente a Mosca, mentre il partito che ha contribuito a costruire, il Partito comunista indocinese, attraversa una crisi profonda. Si arriva così all’affermarsi del Vietminh (che sancisce il crollo del nazionalismo tradizionalista) e alla vera e propria guerra d’indipendenza.
La prima tappa è conclusa dalla dichiarazione del 2 settembre 1945, una curiosa proclamazione, nella quale la citazione dei testi sacri della Rivoluzione francese e della Rivoluzione americana - fa intendere Tagliazucchi - non ha il senso di un’apertura diplomatica agli Usa e alla Francia, quanto quello di una sferzata al misoneismo antioccidentale dei vietnamiti tradizionalisti. E’ con questa duttilità che Ho Chi Minh tenta di evitare un confronto militare con gli eserciti francesi.
Invano. In quel paese prevalgono le spinte colonialistiche. E’ il 1946, anno decisivo per la storia del Vietnam, argomento e titolo dell’ultimo capitolo, con cui Tagliazucchi, tra i maggiori studiosi italiani del Vietnam contemporaneo, si riallaccia al tema di un suo libro del 1969, Dien Bien Phu, tremila giorni.
Questa “biografia politica”, del resto, fa ruotare intorno ad Ho Chi Minh tante cose, non solo vietnamite: la crisi del sistema scolastico confuciano, i dibattiti nell’Internazionale comunista, i profili dei maggiori intellettuali e politici del Vietnam nel Novecento, la crisi del 1929, etc.; è un
libro di consultazione, da conservare in bella vista per ritrovare all’occorrenza nomi, fatti e concetti. Tagliazucchi, peraltro, è più che uno storico. Nella sua vita lunga e ricca ha lavorato nella leggendaria Olivetti degli anni cinquanta con Fortini, Volponi e compagnia bella, ha fatto il vice di Lelio Basso nella direzione dell’ “International Socialist Journal”, è stato a Praga come dirigente della Federazione sindacale mondiale, si è occupato di politica internazionale per il Psiup, la Fiom e la Cgil, da parecchi anni cura le “Notizie internazionali” della Fiom, un prezioso strumento di conoscenza. Il libro su Ho Chi Minh veicola certamente un amore che viene da lontano, ma anche una non comune lucidità intellettuale e politica.

Napoli metà Ottocento. Chiaia contro lo jettatore (di Théophile Gautier)

Questa Napoli fa da sfondo a un “componimento d’invenzione”, Jettatura di Théophile Gautier, una storia di cui certamente Pirandello tenne conto quando scrisse La patente. Ma la Chiaia che qui funge da sfondo alla disavventura di un giovane francese non appare affatto un’invenzione. L’unica cosa sorprendente è che i corni antijettatura non fossero rossi. Il racconto è del 1857. La traduzione è quella di Alberto Consiglio per l’edizione Guanda del 1984 (S.L.L.)   

Andò a fare un giro per Chiaia, per divagarsi allo spettacolo della petulanza napoletana; i mercanti descrivevano ed esaltavano la loro merce cantando bizzarre melopee in dialetto, inintellegibili per lui che non conosceva l’italiano, accompagnandole con una mimica disordinata vivacissima, assolutamente sconosciuta nei paesi del Nord. Ma ogni volta che lui si fermava davanti ad una bottega o ad una bancarella, il mercante assumeva un’aria spaventata, mormorava qualche imprecazione ad alta voce, e faceva il gesto di allungare le dita, come se avesse voluto pugnalarlo con l’indice e il mignolo. Le femmine, più ardimentose, lo coprivano d’ingiurie e gli mostravano il pugno.
D’Aspremont credette, sentendosi ingiuriare in tal modo dal popolino di Chiaia, di essere oggetto di quelle grossolane e burlesche litanie di cui i pescivendoli gratificano i signori quando attraversano la strada. Ma poi, la repulsione che appariva nel volto dei passanti e lo spavento che si dipingeva nei loro occhi, lo costrinsero a rinunciare a questa interpretazione. La parola jettatore che aveva già colpito le sue orecchie al teatro san Carlino, venne pronunciata di nuovo, ma questa volta in tono minaccioso. Si allontanò dunque a lenti passi, facendo attenzione a non guardare nessuno.
Mentre camminava nell’ombra delle case arrivò a una bancarella di vecchi libri. Si fermò un istante per curiosare e, per darsi un contegno, prese a sfogliare qualche libro. Aveva così la possibilità di volgere le spalle ai passanti e, coprendosi il volto con un libro aperto, di evitare ogni occasione di insulto. Per un istante aveva pensato di affrontare quei lazzaroni a colpi di bastone; ma ne era stato impedito da una sorta di terrore superstizioso che cominciava a impadronirsi anche di lui. Ricordava che, una volta, usando con un cocchiere insolente una leggera frusta, lo aveva colpito giusto alla tempia ed ucciso sul colpo; involontaria uccisione della quale non si era mai consolato. dopo aver preso e sfogliato parecchi volumi, il giovane cadde sul trattato Jettatura del signor Nicola Valletta; questo titolo apparve ai suoi occhi con caratteri di fiamma, e il libro parve posto in quel luogo dalla fatalità. Gettò al bancarellaro che lo guardava con aria beffarda, facendo ballonzolare in mano due o tra corni neri che pendevano insieme ad altri ciondoli dalla sua catena di orologio, i sette o otto carlini che costava il libro, e corse a rinchiudersi nella sua camera d’albergo per cominciare la lettura che doveva finalmente informarlo e sciogliere i dubbi dai quali si sentiva ossessionato fin dal suo arrivo a Napoli.

Nichi Vendola e gl'invidiosi.

Ci sono compagni delle varie sinistre che, di quando in quando, protestano di fronte all’idea di un’alleanza politica ed elettorale con il Pd. Dicono che quel partito esprime ormai valori e proposte che sono tutti dentro l’orizzonte del capitalismo neoliberista, dall’acqua ai contratti, che il suo cercare sostegni in Vaticano non lo rende affidabile neppure sulla questione minima della laicità, che il suo personale politico è intrigato con l’affarismo d’ogni tipo e che pertanto non si può. Meglio dicono unificare tutto quello che resiste a sinistra, costruire un buon programma di governo, spendibile anche dall’opposizione, attraendo così quell’elettorato che, seppure confusamente, nel Pd s’oppone alla deriva filopadronale. Vendola – dicono – dovrebbe impegnare il suo carisma in quest’impresa.
E’ un ragionamento che non funziona, perché non tiene conto del mutamento profondo che è gradualmente avvenuto nel mondo popolare dopo l’89.
Partiamo dai comportamenti elettorali. Prima d’allora c’erano grandi porzioni dell’elettorato e, in primo luogo, del mondo del lavoro che votavano per l’opposizione. Votavano numerosi per partiti (il Pci soprattutto, ma anche, in misura assai minore, il Psiup, il Pdup, Dp) che, certamente, dopo le elezioni sarebbero rimasti all’opposizione, quand’anche avessero consistentemente aumentato i propri suffragi. Oggi si vota per il governo e pochissimi votano per l’opposizione. Quello ch’era un tempo era voto di protesta diventa nella maggior parte dei casi “non voto”.
Le ragioni sono soprattutto due.
La prima è pratica. Nel sistema politico che si è affermato le assemblee elettive hanno una funzione ridotta e l’opposizione appare ininfluente. Le crisi politiche appaiono più un prodotto delle tensioni interne delle maggioranza che non dell’incalzare delle opposizioni. Il maggioritario all’italiana esige che le maggioranze assembleari siano docile strumento degli esecutivi e non permette a singoli o gruppi il voto in dissenso su singole questioni senza che si parli di “spaccature”. Nella prima Repubblica un’opposizione compatta come quella del Pci poteva strappare riforme sociali importanti in concorso con il movimento sindacale e altri movimenti di massa, giocando sui contrasti delle maggioranze. Nella seconda Repubblica l’opposizione accusa, denuncia, controlla, ma non incide sulle decisioni; insomma conta pochissimo e gli elettori lo sanno. Perciò in gran massa non votano forze che sicuramente andranno all’opposizione e da cui non è possibile aspettarsi nessuna difesa dei propri interessi.
La seconda è storica. La caduta ignominiosa del comunismo novecentesco nell’Est, accompagnata dall’evidente ingordigia di tanti politicanti provenienti dal Pci, ha segnato la fine della speranza nelle classi lavoratrici. I lavoratori d’un tempo soffrivano come adesso lo sfruttamento, ma potevano intravedere un progresso che avrebbe portato alla finale liberazione, se non loro, i loro figli e nipoti. Non è più così. Il sole dell’avvenire non risplende più. Oggi l’elettore operaio e popolano non crede nella possibilità di costruire il futuro con l’azione collettiva. Delega il politico, che del resto è ultra pagato, e vuole i risultati. Subito. E non si lascia attrarre da chi gli prospetta un mondo nuovo domani, visto che il “socialismo realizzato” ha prodotto nuove schiavitù e nuovi privilegi.
Vendola non avrebbe alcun carisma se fosse alla testa di una coalizione di partitini votata alla sconfitta; ridiventerebbe un Bertinotti qualunque. Certamente anche lui appartiene al ceto politico dell’estrema sinistra. E Ferrero, Giordano, Migliore e Diliberto schiattano d’invidia: perché non noi? Perché Vendola in Puglia ha battuto due volte gli uomini del potente D’Alema nella battaglia per la leadership della coalizione e poi ha battuto due volte la destra. La Puglia non è l’Italia, è vero, ma è già qualcosa. E per Vendola gioca a favore anche l’aver governato con qualche successo una regione, realizzando qualcosa di buono specie per la gioventù, mentre tutti quegli altri partecipavano alla tragica e farsesca vicenda del governo Prodi. Se vogliono, finalmente, fare qualcosa di buono, i capetti dei partitini devono, senza stare a cercare accordi, riconoscimenti o altri ammennicoli, sostenere la battaglia di Vendola per ottenere le primarie prima e poi per vincerle. E infine per sconfiggere questa destra. Se Vendola non propone il comunismo, sta tenendo botta sulla Fiat, sui contratti, sul precariato, sui diritti sociali, sui diritti civili. Con questi chiari di luna per ricostruire una sinistra basta e avanza. E alla fine del giro non è escluso che anche il gruppetto di Salvi, Ferrero e Diliberto possa avere una rappresentanza parlamentare,che faccia il cane da guardia del programma e ci salvi dal leaderismo. Non loro, per carità, che hanno fatto più danni della grandine!

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