25.8.10

Per la morte di un maestro. Franco Fortini su Mao Tse Tung.


Nelle aule della scuola dove Mao aveva studiato e insegnato, in una città della Cina, abbiamo visto insegnare ai figli dei suoi nipoti. Questa distanza fa parte della figura di Mao. La coscienza della distanza ha sempre accompagnato il suo genio con una vibrazione o rifrazione che impediva di vedere in lui solamente il politico o il capo di un popolo; che dava a ogni sua azione o parola più di un senso e più di una durata. Era lui a prendere la distanza da noi e dalle circostanze, ad alterare i contorni delle azioni con l’unione di linguaggi antichi modernissimi, di favola popolare, di saggistica intellettuale, di dialettica delicata o violenta, confondendo i secoli, le culture, le categorie, i morti e i vivi. Si è espresso in una forma e in un momento determinato, con un continuo rifermento alla pratica, come era nella tradizione marxista, ma nello stesso tempo ha voluto avere più livelli di lettura, dal più semplice al più complesso. Questo ha distinto la maggior parte delle sue scritture da quelle della tradizione marxista occidentale. 
Quando si è ironizzato, da noi, sul culto della sua persona, non si è voluto capire che egli proponeva, con la forza di una civiltà grandissima che cento anni di decadenza e di corruzione indotti dalle potenze occidentali non avevano distrutto. un modo di essere dove le distinzioni tra etica e politica, fra logica e poesia, coscienza individuale e volontà collettiva, forme e progetti, storia e natura, le distinzioni su cui si è formato il nostro Occidente, non venivano davvero soppresse nell’indistinto vitale o mistico, che è l’altra nostra continua tentazione regressiva, ma rese fluide in un movimento ininterrotto, in una pulsazione, in una metrica continua di pazienza e impazienza. 
Di qui il ritmo di innovamento incessante che ha accompagnato tutta la storia cinese di questo mezzo secolo. Passato attraverso azioni e tempeste che hanno trascinato e distrutto decine di milioni di vite, quale suo momento può essere ricordato oggi? Forse quando all’inizio degli anni ’40 il Kuomintang stabilisce una specie di blocco economico intorno alle zone di confine occupate dai comunisti. E’ allora che i soldati dell’esercito popolare, nell’altopiano desertico, cominciano a produrre tutto dal nulla. “Ciascuno – disse Mao -, muova da sé le mani per farsi da vestire e da mangiare”. Dissodarono la terra, crearono industrie meccaniche, chimiche, tessili, tipografiche. Tutto; e proprio perché nulla c’era. E’ il medesimo pensiero che qualche anno dopo lo spingerà ad abbandonare quel che era stato costruito, a non tenere il terreno, per osare tutta la vittoria. Mao ci ha insegnato che il rovesciamento è necessario ma non è necessariamente determinata la sua direzione e che quindi ogni capacità e forza vanno poste a piegare in una direzione precisa il rovesciamento necessario. Il muro del rischio o lo si affronta o ci precipiterà addosso.
Ha detto che avrebbe voluto essere ricordato sulla tomba e nell’avvenire col titolo di maestro, che è quello degli antichi savi delle ere imperiali: Il titolo che egli stesso aveva voluto per Lu Xun. Quando negli anni della massima debolezza politica parlò di sé come di un monaco pellegrino che si allontana sotto la pioggia al riparo di un ombrello malconcio, manifestava la coscienza – paradossale per l’idea volgare che i nostri avversari si fanno del rivoluzionario – di un elemento enigmatico che egli sapeva presente in tutti gli uomini perché lo aveva vissuto; ossia l’impossibilità di risolvere tutta la nostra esistenze nella dimensione pubblica e nella trasparenza ottimista.


Postilla
E’ uno dei frammenti (il 117 per la precisione) che compongono la seconda parte de L’ospite ingrato di Franco Fortini, edita da Marietti nel 1985. La data non è indicata, ma il brano è certamente stato scritto nell’immediatezza della morte di Mao Tse Tung, nel 1976.
Da allora è passato molto più tempo di quando non ne abbiano misurato gli orologi e i calendari. Si ha l’impressione di vivere in tutto un altro mondo. In Cina la sensazione deve essere persino più accentuata. Mao, in più di un colloquio degli ultimi anni della propria splendida vita, aveva previsto nel proprio grande paese la sconfitta (provvisoria) della rivoluzione, il successo nel partito e nella società dei suoi nemici che avrebbero restaurato (forse avrebbe meglio detto “instaurato”) il capitalismo; neanche lui però avrebbe forse immaginato i successi internazionali del capitalismo cinese. 
I suoi nemici hanno tentato nei suoi confronti un’operazione di criminalizzazione: la Cina e il mondo sono stati infestati di rivelazioni tese a presentarlo come un orrendo tiranno, un sadico sanguinario, un pazzo. Nella maggior parte dei casi l’infondatezza dei fatti e l’inattendibilità dei testimoni era lampante. Ma tutto andava bene. Poi si è scelta una strategia diversa. I capi del Pcc, più che delegittimare Mao, hanno preferito usarlo per legittimare se stessi: la formula secondo cui Mao avrebbe fatto più cose buone che cose cattive trovò addirittura una quantificazione, 70 contro 30. Il bene era rappresentato dalla vittoria storica contro l’imperialismo occidentale e giapponese e contro il neocolonialismo, dalla riunificazione della Cina, dalla sua riorganizzazione statuale fondata sul nuovo mandarinato del Pcc, il male dalla collettivizzazione, dalle Comuni popolari, dalla Rivoluzione Culturale, dal tentativo insomma di costruire il socialismo e il comunismo in un paese dalla grande storia ma dall’altrettanto grande arretratezza economica e civile.
Il testo di Fortini è scritto senza il “senno del poi”, senza tenere cioè conto delle tonnellate di fango che, lui morto, sono state rovesciate sulla figura di Mao Tse Tung e dei residui che inevitabilmente hanno lasciato, ma questo non riduce affatto l’acume critico della sua intelligenza, la potenza conoscitiva della sua scrittura. Ripropongo il brano con una convinzione: che, quando questo orribile tempo sarà passato, quando nuove avanguardie politico-intellettuali e nuovi movimenti di massa riprenderanno la lotta contro la barbarie, in Cina come nel mondo si torneranno a cercare le opere di Mao per ricavarne sollecitazioni e metodi. I figli dei nostri nipoti torneranno ad ascoltarlo come si ascolta un maestro. (S.L.L.)

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