11.8.10

Binni e Leopardi. La genesi di un grande amore.


Riproduco qui il mio intervento all’incontro-seminario Ritratto del critico da giovane. Un inedito di Walter Binni, all’origine dei suoi studi leopardiani, svoltosi a Perugia, nella Sala Walter Binni della Biblioteca comunale Augusta il 4 maggio 2010, riprendendolo dal sito del Fondo Walter Binni ( http://www.fondowalterbinni.it/primo_piano/index.html ). Ora si trova anche nel numero 7/8 - 2011 de "Il Ponte", la rivista fiorentina fondata da Piero Calamandrei, un numero monografico interamente dedicato alla figura di walter Binni. (S.L.L.)
Non ho avuto la gioia di conoscere di persona Walter Binni. Sarebbe potuto accadere. Quando scomparve, vivevo già da molto tempo a Perugia, la città della sua prima giovinezza che, di quando in quando, tornava a frequentare e di lui avevo una conoscenza indiretta per il tramite di Maurizio Mori. Maurizio poi, opportunamente sollecitato, non disdegnava di rievocarne l’attività di proselitismo per il Psiup e la campagna elettorale per l’Assemblea Costituente. Il più giovane Mori (poco più che ventenne) sovente aveva fatto coppia con Binni (poco più che trentenne) nei domenicali comizi al Lago Trasimeno o sui monti valtiberini. A quanto pare non mancava quasi mai un parroco che li invitasse a pranzo. Mangiavano salsicce, il cibo domenicale dei poveri. E poveri dovevano essere a quel tempo i parroci di campagna.
Non ho conosciuto Binni e tuttavia un tratto del suo carattere credo di averlo individuato, quasi toccato con mano, nella lettura delle sue pagine. Parlo del pudore. Binni non rifiuta di parlare di sé, in specie delle cose di cui va orgoglioso come la fiera e laica peruginità che traspare da bel volume su La tramontana a Porta Sole, il socialismo partecipativo e umanitario (su “micropolis” abbiamo pubblicato un inedito sui COS di Capitini) e, soprattutto, il lungo studio e il grande amore per Giacomo Leopardi.
In particolare, quando scrivendo rammenta e racconta la prima radice del rapporto con il suo poeta, negli anni giovanili, Binni dà l’impressione di fermarsi; poi si esprime sottovoce, con la circospezione con cui si affrontano le vicende più intime e delicate, quelle che danno fondamento all’identità.
Questa timorosa circospezione ho avvertito leggendo gli accenni che, per ben due volte, nel 1960, Walter Binni fa a questo suo primo studio critico, L’ultimo periodo della lirica leopardiana, la tesina che il Fondo Binni e Morlacchi editore hanno provvidamente pubblicato e di cui stasera discorriamo, un lavoro acerbo, ma quanto mai accurato, che Binni preparò e discusse nel 1933 con Attilio Momigliano. Chiara Biagioli, la studiosa che ne ha curato l’edizione, lo definisce i “Prolegomeni della nuova poetica leopardiana”.
Binni, nel 1960, pubblicò nel primo numero del 1960 de “La Rassegna della Letteratura Italiana”, la rivista che a lungo dirigerà, la prima stesura del saggio Poetica, critica e storia letteraria, una sorta di summa delle sue scelte teoriche e metodologiche, che è anche un bilancio della sua attività di critico e di studioso. Lì, all’inizio del capo terzo, si può leggere: “La mia carriera di critico ha coinciso con il mio avvicinamento allo studio della poetica, quando studiai nel ’34 con un maestro, il Momigliano, meno sensibile a tale tipo di ricerca, ma ben aperto ad ogni ricerca viva ed autentica, gli ultimi canti di Leopardi”.
Nello stesso 1960, il 29 giugno, Binni legge a Recanati un discorso celebrativo: “Mi è sembrato che il mio omaggio più schietto e meditato, pensando proprio di parlar qui, nei luoghi, nel giorno della sua nascita, per Leopardi e a Leopardi, non potesse essere se non la presentazione nuovamente controllata, ad un livello più maturo di esperienza critica, di quell’aspetto della poetica e della personalità leopardiana che mi par di aver meglio contribuito a individuare e a confermare attraverso un lungo ed intenso contatto critico (per me certo il più appassionato e decisivo della mia ormai lunga vicenda di incontri con i poeti e insieme il primo e legato a una zona fervida della gioventù)”.
Si può qui vedere all’opera quella che ho definito circospezione, si osserva un rallentamento del discorso, che è insieme un modo di prepararsi e di preparare a una rivelazione. Essa poi si esprime nei quattro impegnativi attributi che aggettivano il contatto di Binni con Leopardi - “lungo, intenso, appassionato, decisivo” - e nella perifrasi che definisce quell’incontro: “il primo e legato a una zona fervida della gioventù”. Quando poi Binni esplicita il riferimento alla sua tesina, rammenta le opposizioni che pure dovette superare, alle “immagini e interpretazioni di lui particolarmente autorevoli e dominanti quando io, nel 1934, iniziai il mio lavoro su Leopardi”. Non c’è grande amore senza un qualche ostacolo da superare.
Binni, da normalista a Pisa, ebbe molti compagni di valore (tra gli altri il grande latinista Giorgio Pasquali, che amichevolmente gli rivide il primo studio pubblicato in volume, quello sul decadentismo italiano). Ed ebbe due maestri, prima Attilio Momigliano e poi Luigi Russo, l’uno e l’altro “crociani eterodossi”. Il primo gli insegnava a diffidare dei canoni a priori, gli consegnava l'idea che il critico è prima di tutto un lettore, non un giudice, e che la lettura richiede un certo grado di disponibilità, di innocenza. Il secondo gli consegnava un modello di un critico "libertario", "antiaccademico", fedele ad un’idea "assoluta" di poesia, ma attentissimo al farsi della poesia stessa, nei suoi elementi storici e psicologici.
Lo studio giovanile sull’ultimo Leopardi evidentemente risente di queste presenze. Dal Momigliano gli viene la spinta ad una lettura senza pregiudizi degli ultimi canti, fuori dagli schemi dell’estetica crociana che li respingevano nel campo della “non poesia” o che tutt’al più obbligavano e cercarvi dentro i frammenti della vera poesia. Nella tesi manca la nozione, così centrale nella successiva attività di critico di Walter Binni, di “poetica”, ma c’è quella, cara al Russo, di “personalità”.
L’approccio di Binni, già in questa prima acerba prova di critico, è dunque attentissimo al “farsi” della poesia ed è sorretto da una intuizione e da una rigorosa ipotesi di lavoro.
L’intuizione è quella della “tempra eroica” del poeta come aspetto fondamentale della sua personalità. Quella tempra s’era manifestata nelle prime canzoni eroiche e traspariva qua e là anche negli idilli e nei canti pisano-recanatesi, ma solo negli ultimi anni della breve vita di Leopardi trova espressione in una nuova forma poetica: Binni la qualifica come “non armonica”, ma “grandiosamente sinfonica, tutta vigore e scatti”.
L’ipotesi di lavoro è che la conquista della nuova forma intrinsecamente si leghi in Leopardi ad una esperienza umana tra le più forti e intense, l’esperienza dell’amore. Il riferimento è, ovviamente, alla passione per la nobildonna fiorentina Fanny Targioni Tozzetti, che ispira le poesie del cosiddetto “ciclo di Aspasia”. A Binni non interessano i particolari biografici, ma gli sembra importante sottolineare come quella che era prima una generica “aspirazione all’amore” si faccia ora vita vissuta e cimento, cospirando a costruire una personalità più matura e robusta. Lo soccorre uno dei più rilevanti tra i Pensieri leopardiani, il pensiero LXXXII, di cui cita un lungo passaggio. Il tema del pensiero è espresso nelle prime righe: “Nessuno diventa uomo innanzi di aver fatta una grande esperienza di se, la quale rivelando lui a lui medesimo e determinando l’opinione sua intorno a se stesso, determina in qualche modo la sua fortuna e lo stato suo nella vita… Agli altri il conoscimento e il possesso di se medesimi suol venire o da bisogni e infortuni o da qualche passione grande cioè forte; e per lo più l’amore; quando l’amore è una gran passione; cosa che non accade a tutti come l’amare”. Le conseguenze della passione sono indicate alla fine: “…la vita a’ suoi occhi ha un aspetto nuovo; già mutata di cosa udita in veduta per lui, e di immaginata in reale; ed egli si sente in mezzo ad essa forse non più felice, ma per dir così, più potente di prima, cioè più atto a far uso di sé e degli altri”.
Da questa consapevolezza di sé, da questa “nuova tensione spirituale” e “pressione della personalità” deriva, secondo Walter Binni, pur nella varietà dei temi e degli atteggiamenti, la profonda unità di tono tra tutti i canti che accompagnano e salutano “l’inganno estremo”, inclusi quelli che pure considera minori e analizza a parte insieme ai Paralipomeni alla Batracomiomachia, e ad altri testi della polemica antispiritualista e antimoderata. A questa produzione viene accostato Il tramonto della luna, che nei suoi esiti espressivi non convince il giovane Binni.
Nella schema della tesina all’esposizione dell’intuizione e dell’ipotesi è dedicato il primo capitolo; all’analisi sistematica dei testi della nuova poesia, distinti tra maggiori e minori, sono dedicati il secondo e il terzo; il quarto analizza le correzioni dell’edizione napoletana del 1935 ai canti dei periodi precedenti. In esso Binni si cimenta giovanissimo in quella “critica delle varianti”, in cui poi eccelse Gianfranco Contini, un filologo e critico da lui particolarmente stimato. Alla fine del saggio, come accade nei lavori scolastici, talora per esplicita richiesta dei maestri talaltra per autonoma esigenza degli allievi, una conclusione distinta dalla suddivisione in capitoli, ove si verifica l’ipotesi di partenza. Nel testo di Bini la conclusione è ben pensata e ottimamente scritta e in essa risalta il tentativo di mostrare e spiegare lo spaesamento dei critici di fronte all’ultimo Leopardi, così diverso dal precedente per la nuova forma erompente e rilevata, sempre vigorosa.
Ho intitolato Un grande amore l’articolo su questo lavoro giovanile che ho pubblicato qualche mese fa su “micropolis”. La spiegazione del titolo risiede nella natura del rapporto che, a mio avviso, lega il critico all’autore, di cui sono andato qui dicendo. Ma c’è un passaggio dell’articolo, cui tengo particolarmente: quello in cui affermo che in questo tipo d’amore non è solo il critico che sceglie il suo poeta, ma è anche il poeta che, in qualche modo, sceglie i suoi critici, per una sorta di coup de foudre. E lo fa assai di rado, per una arcana simpatia che lega persone e tempi diversi. La metafora mi giovava a sottolineare il carattere attivo del testo letterario. La domanda che ne consegue è: con quali armi le poesie dell’ultimo Leopardi attirarono a sé il giovane Binni e lo conquistarono?
Nel secondo capitolo del suo lavoro, il più importante, Walter Binni sottopone ad analisi critica, uno dopo l’altro, i testi leopardiani: lo fa con qualche giovanile ingenuità ma anche con una acutezza e una competenza insolite per l’età. Lascio a voi il compito di recuperare nella lettura i temi e i passi che cita, le movenze e i toni che mette in risalto, esemplificazione dell’aspra bellezza che lo seduceva come la sensuale Aspasia aveva sedotto Leopardi. A me, tuttavia, sembra evidente che la chiave più profonda del grande amore sia rintracciabile nella storia.
Racconta lo studioso perugino nelle sue Lezioni leopardiane che il primo rivelarsi di Leopardi al giovane Binni avvenne a 14 o 15 anni, prima che un insegnante (un supplente di scarso valore o di scarso impegno) tentasse invano di rovinargliene l’immagine ed era collegato alla crescente diffidenza del ragazzo verso le credenze sull’immortalità dell’anima che promettevano improbabili beatitudini in futuri indeterminati. La seconda rivelazione, a ventuno anni, a me pare collegata alla retorica da imbonimento che caratterizzava quel regime e quel momento, vigilia delle intraprese coloniali e belliche che avrebbero condotto l’Italia alla tragedia. I letterati generalmente rifiutavano quella retorica e fuggivano in un’altrove. Le torri d’avorio di molti poeti ermetici, la poesia aurorale del Croce, l’apprezzamento esclusivo per il Leopardi idillico erano le forme di un rifiuto che era anche fuga. Il nuovo Leopardi, quello che innamora Binni, è invece quello che rinunciando all’imperfetto guarda in faccia il presente e sottolinea questo suo atteggiamento con gli “oggi” e con gli “ora”, è quello che incita e si incita, che sfida. Insomma quello che l’affascina non è tanto l’“essere poeta” del Leopardi, ma il suo “farsi poeta”, cioè la volontà costruttiva che accompagna l’agire poetico, che lo sostiene come coscienza attiva e operativa. Binni lo sottolinea nel suo Poetica, critica e storia letteraria: il poeta nascitur et fit. Ma questo consapevole “farsi” è anche del critico. La seduzione di Leopardi era tutta in questa sfida: il poeta e il critico potevano come gli innamorati crescere insieme. Il poeta, con i problemi che poneva al critico, ne sviluppava la sensibilità, l’intelligenza testuale, il critico “nell’accordo interno, storico-personale, non in forma documentaria e passiva, … portava in luce poesia”, immetteva nella “storia, non solo letteraria … una forza qual è quella dell’ultima poesia eroica leopardiana”.

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