18.7.10

L'articolo della domenica. La sfida di Vendola.

La settimana di Vendola è stata tra le più impegnative: interviste sulla stampa, presenze in tv nelle trasmissioni più varie e diverse (persino in “Protestantesimo”) e per concludere il raduno pugliese delle Fabbriche di Nichi, con il lancio ufficiale della candidatura a premier nelle primarie del centrosinistra. Il successo mediatico è notevole, anche perché Vendola non manca di capacità comunicative e riesce a servirsi anche in televisione, in contrasto con la banalizzazione sloganistica cui il mezzo ci ha abituato, di un’oratoria colta e suscitatrice di riflessioni. Pochi altri come lui: forse Bertinotti, anche se il paragone non è beneaugurante. La reazione più scontata, e al tempo stesso più deprimente, a codesto innegabile successo viene da sinistra, anzi dall’estrema sinistra. Da esponenti di Rifondazione o di Socialismo 2000 promanano reazioni acrimoniose, fuochi di sbarramento, osservazioni polemiche. Non è, come qualche fan di Vendola vorrebbe, tutta invidia. Pesano gli strascichi di sconfitte e scissioni con la “coazione a ripetere” i settarismi storici delle sinistre socialiste e comuniste per le quali spesso “il peggior nemico è il più vicino”. E ci sono anche preoccupazioni fondate (quella, per esempio, di una deriva leaderistica e populistica). Se mi si consente un buon consiglio (visto che non sono più in grado di dare il cattivo esempio) suggerirei di smetterla e di seguire un’altra tattica: se si è di sinistra e perfino di estrema sinistra Vendola non va esorcizzato, ma appoggiato e condizionato. I temi centrali della comunicazione di Vendola, infatti, sono tutt’altro che ambigui. Il lavoro, la sua precarizzazione, i suoi diritti, per esempio, sono argomenti affrontati con un ragionamento che non si limita a contrastare le scelte recenti della destra al governo, ma che comprende una critica approfondita del vecchio centrosinistra. A partire dall’acqua, la questione dei “beni comuni” e della privatizzazione dei servizi è posta in forte polemica con le tendenze prevalenti nella sinistra moderata che, in ultima analisi, sostiene il liberismo, seppure con una qualche regolazione. Sul disastro che si è prodotto nel mondo dopo l’89 ad opera del capitalismo internazionale, sulla gravissima crisi economica (e non solo finanziaria) che si vuol far pagare ai più deboli ed ai più poveri, salvando quei santuari della finanza che della crisi sono tra i maggiori responsabili, Vendola usa parole chiare e sferzanti. Mi pare infine centrale la rottura che, con tutte le contraddizioni del caso, la Puglia di Vendola ha operato con il “bassolinismo” e con tutta la sinistra notabilare e clientelare del Mezzogiorno, una rottura che può essere il perno di un nuovo meridionalismo capace di salvare la nazione italiana.

Forse è vero che “c’è il leader ma non c’è il programma”, ma è altrettanto vero che sui princìpi “il poeta” non molla e rifiuta compromessi al ribasso e che i princìpi sono la base migliore per programmi attuabili e verificabili.

Sulla questione del leaderismo e del populismo mediatico c’è peraltro molto da ragionare. Figure di dirigenti carismatici, capaci di orientare i militanti, di dialogare ed orientare il popolo lavoratore sono assolutamente necessarie in un grande movimento (comunista, socialista, laburista non importa), che progetti la trasformazione della società nella direzione dell’uguaglianza e della libertà di tutti. Insomma, di leader non si può fare a meno. Altra cosa sono il leaderismo e il populismo, che spesso scavalcano il problema dell’organizzazione politica, dell’organizzazione del dibattito, delle procedure democratiche nella scelta delle linee e nella selezione dei quadri, in nome di un rapporto diretto (tendenzialmente autoritario) tra i capo e la massa, di un consenso costruito vellicando i “bassi istinti” del popolo (per esempio xenofobia e razzismo) anche con la manipolazione propagandistica. Conosciamo tutti l’attenzione che Vendola adopera nel distinguere nettamente, negli aspetti formali oltre che nei contenuti, la sua esperienza di leader popolare dal “berlusconismo” o dal “bossismo”, ma anche chi non studia politologia sa perfettamente che i processi oggettivi travolgono sovente le buone intenzioni. L’antidoto migliore verso il leaderismo sono processi decisionali democratici e trasparenti e gruppi dirigenti larghi dotati di autonoma autorevolezza. Insomma, secondo me, l’uomo non andrebbe lasciato solo, ma accompagnato e sostenuto, in modo che non si tratti più di una lotta “di Vendola” o “per Vendola”, ma “con Vendola”.

Sostenuto e accompagnato da chi? Non soltanto dai protagonisti delle fallimentari esperienze del Prc (con tutte le sue divisioni) o della sinistra Pds-Ds. Da quel mondo possono certamente venire contributi utili (più facilmente se slegati da incarichi e carriere), ma la questione più importante è il crescere di forze più giovani, capaci di portare dentro la battaglia politica temi ed esperienze nuove. Penso soprattutto alle poche ma significative lotte di fabbrica alla resistenza nei call center, alle campagne per nuovi diritti delle persone, donne e uomini, alle battaglie nella scuola e nella sanità pubblica, al mondo della cultura, a quello della ricerca. Non si tratta di fare appello a una buona “società civile” contro la cattiva casta politica, anche perché processi di corruzione si sono diffusi in ogni campo della nostra comunità nazionale, ma di dare visibilmente il segno di un’Italia nuova, decisa a voltare pagina e capace di farlo.

Ultima riflessione. Vendola si affida alle primarie di coalizione e ne enfatizza le potenzialità democratiche. E’ inevitabile che sia così. Alle primarie egli deve il suo ruolo di presidente in Puglia ed una parte importante delle simpatie di cui gode in tutta Italia. Se il manovriero D’Alema non avesse tentato di escluderlo, prima senza primarie poi con le primarie, non sarebbe emersa con tanta forza la capacità di leadership di Vendola, oggi in Puglia, domani in Italia. Si capisce pertanto che egli consideri quello il terreno più adatto su cui contendere ai moderati di Pd e ai forcaioli di Di Pietro l’egemonia culturale e politica. Forse non si sbaglia sul piano tattico: è difficile negare ad altri le primarie per un partito come il Pd che, con Veltroni, ha preteso di fondarvi la propria identità. Bisognerà però, prima o poi, frenare gli entusiasmi di Vendola. Le primarie sono forse oggi uno strumento indispensabile di iniziativa politica, ma questo non può valere per sempre, anzi bisognerà lavorare per ricostruire forme di partecipazione politica di massa meno volatili e superficiali, più stabili e radicate.

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