31.3.10

"Ttaccaru l'architettu". I nuovi capi di "Cosa Nostra"

Su "'U CUNTU", il periodico catanese diretto di Riccardo Orioles, ho trovato un acuto commento all'arresto dell'architetto Giuseppe Liga. Ne è autore Sebastiano Gulisano, che era con Pippo Fava ne "I Siciliani". Per i visitatori della pagina ho aggiunto due brevissime mie notazioni.
Mafia in borghese e borghesia mafiosa
di Sebastiano Gulisano

“Ttaccaru l’architettu!”. Potremmo cominciare proprio da qui, da una immaginaria ma verosimile esclamazione popolare, magari contornata di stupore, dopo l’arresto dell’architetto Giuseppe Liga, ritenuto dagli investigatori il successore dei boss palermitani Lo Piccolo. Uno tutt’altro che «insospettabile», come il sensazionalismo giornalistico l’ha definito, visto che Liga era già finito nel processo Iron Tower ma ne era uscito assolto. Ma l’arresto di Liga dice altro, un “altro” che era già intuibile e, in parte, traspariva da precedenti inchieste. L’arresto di Liga dice che Cosa Nostra è tornata al passato, all’Ottocento, a quando i capimafia era i patroni, proprietari terrieri, nobili e borghesi, che si attorniavano di delinquenti per difendere i propri possedimenti. Roba due secoli fa da Franchetti e Sonnino con l’inevitabile adeguamento dettato dal progresso. La parentesi Corleonese si è chiusa definitivamente, i viddani sono tutti in galera a mugugnare sulle «promesse non mantenute» e a meditare improbabili vendette, e i patroni hanno ripreso le leve del potere. La ricreazione è finita. La rivoluzione è finita. Lo so, può sembrare blasfemo, ma quella dei Corleonesi di Liggio, Riina, Bagarella e Provenzano, al di là di mattanze e stravolgimento delle regole, è stata una vera e propria rivoluzione in seno a Cosa Nostra: gli ultimi, i più ignoranti, i più rozzi, si sono affrancati dal giogo dei padroni e degli aristocratici, li hanno spazzati via e si sono illusi di poterne prendere il posto. È durata grossomodo un quarto di secolo. Ma è finita. Si torna all’antico. Il capomafia è di nuovo il dottore Navarra, il proprietario terriero Greco, l’avvocato Bontate, il costruttore Spatola, il principe Tasca. E Palermo torna a essere la Capitale, non una qualsiasi succursale di Corleone. Questo ci dice l’arresto di Liga, come in precedenza questo ci aveva lasciato intendere l’arresto del dottor Giuseppe Guttadauro, medico e amico di Cuffaro. Quella storia, quella di Cuffaro e compagnia mafiante, a suo tempo fu letta solo in relazione al rapporto mafia-sanità-politica, ma già conteneva tutti gli elementi del cambiamento in atto: il capomafia non era un delinquente di passo, era un medico. Come medico e deputato era Giovanni Mercadante, di recente condannato a dieci anni di carcere per mafia. Prendiamone atto: i Santapaola, i Riina, i Provenzano, gli Aglieri, i Virga e i loro accoliti non ci sono più, sono tutti in galera, col loro carico di ergastoli e di segreti. Il bastone del comando è tornato ai “legittimi” proprietari, le nueve strategie e gli affari si decidono di nuovo nei salotti buoni della città, nei circoli esclusivi, nelle logge massoniche, mentre fuori si continua a chiacchierare del “nuovo capo”, di Matteo Messina Denaro, l’ultimo grande latitante, icona di ciò che la mafia non è più ma che ci illudiamo sia ancora. Che vogliono farci credere sia ancora. Ché ormai siamo abituati alle grandi latitanze dei capi (30, 40 anni…) e, dunque, l’ultimo grande latitante è “naturalmente” il nuovo capo, il successore di Provenzano. E quando l’evidenza ci dice che così non è che tutto è cambiato, giù con gli «insospettabili» al di sotto di ogni sospetto, ché i mafiosi sono pecorai mica medici, imprenditori, professionisti e politici. Loro sono «insospettabili».

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Nota 1. Borghesia mafiosa e organizzazioni criminali.

Chi conosce un po' di storia sa che la lettura proposta da Gulisano è più che verosimile. Tuttavia occorre un po' di chiarezza sui termini. "Cosa nostra" è l'organizzazione criminale nettamente dominante in Sicilia con ramificazioni in varie parti del mondo, ma la "mafia" non si riduce alle organizzazioni criminali. E' piuttosto, secondo la definizione di Mario Mineo, "la forma specifica in cui si è generata e strutturata la borghesia siciliana come classe economica intermediaria e parassitaria". Insomma "mafiosa" era (e, secondo me, rimane) la parte trainante, quella più ricca e spregiudicata, della borghesia siciliana, anche quando non aveva una connessione diretta con le organizzazioni criminali. Fino ai primi anni 60 chiunque lo volesse conosceva i nomi dei "pezzi da novanta", dei capi della mafia del feudo: Genco Russo, Calò Vizzini, Diego Gioia; ma molti, e a ragione, sospettavano che la "testa del serpente" stesse altrove e qualcuno credette perfino di localizzarla nei salotti palermitani frequentati dall'avvocato Vito Guarrasi. L'egemonia dei "corleonesi", e più in generale dell'elemento "militare", all'interno di un sistema che rimaneva nel suo complesso "mafioso" è legata all'enorme flusso di denaro proveniente dai traffici di droga. Oggi il bastone del comando sembra tornare in mano a professionisti, imprenditori, grandi famiglie ed è all'interno di questi ceti che emergono i nuovi "capi" della stessa "Cosa nostra", della stessa mafia militare.

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Nota 2. E' lui o non è lui?

Ho la sgradevole impressione di aver conosciuto Giuseppe Liga e di aver avuto con lui qualche momento di vicinanza. Nell'occupazione del 69, a Lettere, fece per qualche tempo parte del mio stesso "Comitato d'agitazione" un Giuseppe Liga, detto Beppe, di uno o due anni più giovane di me (oggi avrebbe 59 o 60 anni, gli stessi del famigerato architetto). Si era allontanato dalla Lega Studenti Rivoluzionari di Corradino Mineo, perchè intimidito dall'aggressività delle giovani trotzkiste, le più emancipate ragazze del tempo. Una (credo Iunia De Mauro) gli aveva detto "ti mangerei i coglioni". Scriveva molto bene ed era assai curioso di cose politiche: mandava qualche pezzetto al "Giornale di Sicilia", che, senza pagarlo, glielo pubblicava. Sulle grandi questioni ideologiche che ci agitavano (la rivoluzione, il maoismo etc.) raramente prendeva posizione, ma esprimeva un indirizzo ecumenicamente antiautoritario. L'anno dopo cambiò facoltà e più nulla ne seppi. Ora leggo di questo architetto palermitano, colto e appassionato di politica, e mi dico "e lui o non è lui?". Ho cercato nella rete una sua immagine, ma non l'ho trovata. Evidentemente i magistrati e la polizia, quando fanno arrestare gli esponenti della "borghesia mafiosa", non convocano gli operatori e i fotografi. Spero che qualche visitatore del blog possa soddisfare questa mia curiosità. Una conferma dei miei sospetti non aggiungerebbe granchè al mio disincanto: di sessantottini che hanno fatto una brutta fine ce n'è a migliaia. E tuttavia che il ragazzo che allora conobbi sia oggi alla testa di "Cosa Nostra" è una cosa che mi disturba. Perciò spero che non sia vera.

30.3.10

Trasporti pubblici. Da una lettera a Lotta Continua (settembre1977)


Cari compagni,

voglio esporvi un problema particolare. Praticamente da sempre la forma prevalente in cui esprimo la mia sessualità è lo stringere le ragazze negli autobus affollati. Ciò è parte delle violenze che quotidianamente subiscono le donne, ma anche di una vita (la mia) senza amore e piena di umiliazioni (anche da parte delle donne). Confido nei compagni. Credo possa essermi utile una discussione personale di tale problema con un gruppo femminista. Marcello

Quacosa d'imperscrutabilmente idiota (Trotzkij,"Diario d'esilio 1935")

Tra il 7 febbraio e l’8 settembre del 1935, in uno degli anni più terribili della sua terribile vita, Lev Davidovic Trotzkij, prima a Domène - in Francia - e poi in una residenza di campagna a una sessantina di chilometri da Oslo compose in tre quaderni una sorta di diario tra il personale e il politico.
In esso l’angoscia per le sorti della propria famiglia in Russia, seppure alleviata dalla presenza della compagna, si mescola allo sgomento verso il baratro in cui l’Europa sembra precipitare e all’inesausta volontà di comprendere e cambiare il mondo.
In Italia lo scritto, con il titolo Diario d’esilio.1935 e con la cura di Bruno Maffi, venne pubblicato da Il Saggiatore nel 1960. Io posseggo la prima edizione economica, nella collana “I gabbiani”, del 1969, ma è probabile che vi siano state altre ristampe. Qui posto un brano del 29 marzo, il breve commento a un comunicato propagandistico degli stalinisti della "Pravda".
Il problema tecnico-giuridico che Trotzkij qui accenna, di uno Stalin che non può rimanere soltanto “segretario generale del Pcus”, e che ha bisogno di un titolo che sancisca il suo potere verrà risolto dalla guerra. Stalin, in verità non molto capace dal punto di vista militare e politicamente responsabile dell’impreparazione dell’Urss alla guerra, si assegnerà il ruolo di capo dell’esercito e il titolo di “Maresciallo”, fornendo una indiretta conferma della nozione di “bonapartismo”, che implica un forte peso delle oligarchie militari all’interno del regime burocratico. Particolarmente acuta la profezia finale di Trotzkij: il “vicino” cui si allude é Bucharin, cui sarà riservato un grande processo e la pena capitale durante la Grande Purga del 1938. (S.L.L.)
[Ritaglio di giornale incollato]
La feccia maleodorante di trotzckijsti, zinovievisti, ex prìncipi, conti, gendarmi, tutti questi rifiuti, agendo come un sol uomo, cercano di corrodere le mura del nostro Stato.
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Parole, naturalmente, della “Pravda”. Non vi figura nessun cadetto o menscevico o socialrivoluzionario: solo trotzkijsti e prìncipi agiscono “come un sol uomo”.
V’è qualcosa d’imperscrutabilmente idiota in quest’affermazione, e nella stupidità c’è qualcosa di fatale. Solo una cricca condannata dalla storia può degenerare e rimbambire a tal punto!
Nello stesso tempo, il carattere provocatorio di questa insensatezza mette in chiaro due circostanze legate l’una all’altra:
a) C’è qualcosa che non va, anzi moltissimo “disordine” regna nel cuore stesso della burocrazia o, per essere più precisi, nel suo strato superiore; l’“amalgama” di fecce e rifiuti è diretto contro un terzo elemento che non appartiene né ai prìncipi né ai trotzkijsti – con ogni probabilità contro tendenze liberali serpeggianti nelle file dell’alta burocrazia;
b) Sono in preparazione nuove misure pratiche contro i trotzkijsti come base di lancio all’attacco contro nemici più intimi e vicini del bonapartismo staliniano. Si potrebbe supporre che maturi un nuovo coup d’état, inteso a fornire una sanzione giuridica al potere personale di Stalin.
Ma in che cosa potrebbe concretarsi questo coup d’état? Non in una corona certo. Nel titolo di capo conferito a vita? Puzzerebbe troppo di Furher! Evidentemente i problemi “tecnici” del bonapartismo sollevano difficoltà sempre più gravi. Qualche nuovo passo matura; al suo confronto l’assassinio di Kirov si ridurrà alle proporzioni di un sinistro presagio…

Demenziale 1989 (di Edoardo Sanguineti).

Come piccola strenna per gli affezionati acquirenti di "leggere", la rivista promossa ed edita da Rosellina Archinto, la benemerita editrice affidò sul finire del 1989 alla cura di Maurizio Ciampa e Franco Marcoaldi un aureo libretto che fu intitolato Paesaggi italiani. L'idea era quella di chiedere ad un nutrito gruppo di intellettuali diversi per specialismi, orientamenti culturali, stili di vita e di lavoro, gusti letterari, generazioni, di racchiudere in un poche centinaia di battute una visione della cultura italiana del tempo. Visione che non poteva non essere parziale e poteva essere faziosa. Il quadro d'insieme che ne veniva fuori trasmetteva, nello stesso tempo, l'idea di un "piccolo caos" o di un "grande vuoto", tanto per usare l'alternativa che in quella occasione fu proposta da Luigi Malerba.
Il testo più interessante mi è sembrato quello di Edoardo Sanguineti che mentre sembra inseguire la storia di una parola, "demenziale", e il progressivo espandersi del suo significato, costruisce quello che chiama il "blasone epocale" di fine millemnnio. La stampa del volumetto precedette di qualche giorno la caduta di un celebre muro, che era comunque nell'aria, resa imminente dai fortissimi scricchiolìì. Gli eventi che seguirono quella caduta si incaricarono di dimostrare che, anche fuori dall'ambito italiano e dello specifico culturale, Sanguineti aveva più ragioni di quante lui stesso non ne immaginasse. (S.L.L.)

Incominciamo dalla parola. Che è moderna. I lessici storici muovono da Emilio Cecchi, ma è un errore. E’, al minimo, in Gian Pietro Lucini (1911).

Quando prese a diffondersi, nel giovanile corrente la connotazione positiva, demente e demenziale non si distinguevano ancora. In Pesta duro e vai tranquillo G. R. Manzoni e E. Dalmonte scaricavano entrambi gli aggettivi sotto un unico lemma, e li registravano come “riferiti a certi generi musicali e ai loro interpreti”, con il valore encomiastico "da pazzi, sconvolti, inconsulti". Due esempi illustravano, in quel libretto dell’80, la definizione: “Il rock demenziale degli Skiantos mi prende (= mi piace molto)” e “Il bassista dei Ramones è demente”. Con relativa prontezza lo Zingarelli, sul ponte delle sempre più estesa portata semantica del vocabolo (“incoerente, sconsiderato, privo di logica”), in armonia con le conquiste antipsichiatriche della nuova psichiatria, che esonera sempre meglio la voce da valenze patologiche, registra come rock demenziale quello “caratterizzato dall’impiego prevalente di distorsioni nell’esecuzione, dalla ripetitività del motivo musicale, dall’apparente sconnessione logica dei testi scritti, in un generale contesto stilistico di beffarda e volutamente rozza dissacrazione culturale". La seconda edizione del Dizionario di parole nuove di Cortelazzo e Cardinale, esemplificando la dimensione neosemantica della parola accoglie un sintagma giornalistico 1984 “stile demenziale” (con i suoi “giovani estimatori”) e attesta con citazione da quotidiano 1985, che si tratta di un aggettivo di moda nel cinema”. Da ultimo nel suo Neoitaliano Sebastiano Vassalli, caratterizzando demenziale come “vocabolo d’élite, per pochi intimi, nei favolosi anni Sessanta”, può ormai discorrere, indifferenziatamente, di “musiche demenziali, varietà demenziali, film demenziali”, di “demenzialità televisiva”, di “spettacoli” e di “canzoni demenziali” e (“demenzial-popolari”), sino al “neopostdemenziale” che si incarnerebbe nel Lupo solitario di Patrizio Roversi. Scrive Dario Salvatori, sopra uno degli ultimi numeri del “Radiocorriere”: “Probabilmente il cosiddetto genere demenziale non ha esalato il suo ultimo respiro. Con Salvi, Charlie, Jovanotti e altri già in pista per il mercato estivo , registriamo quest’estate l’arrivo del video di Vanna Marchi, D’accordo?!”.

Mirabile oggetto di ricerca per specialisti di storia della lingua e del costume, il “genere demenziale” trionfa nelle comunicazioni di massa, in tutte le sue forme, e mediante i più diversi supporti. Può vantare all’ombra dell’Encomium Morias, un albero genealogico dei più ricchi e ramificati, dalla proliferazione poetica del non-sense ai cadavres exquis, dal teatro del’assurdo versione Ionesco al più remoto folclore filastroccoso, e avanti e indietro, sino all’ “ipotiposi del sentimento” di Gastone, poiché la storia della cultura, alta e media e bassa, conosce saggi variamente mirabili di follia coltivata con metodo, a fini morali e ludici, satirici e provocatori, sperimentali e parodistici. Tracciare la storia del delirio simulato ad arte , sul versante tragico, elegiaco e comico, sarebbe un bell’argomento per un laureando, per un dottorabile, per un microstorico in viaggio verso la macrostoria delle patologie espressive. si potrebbe partire, tanto per offrire una prima traccia, incrociando il "manierismo" alla Binswanger e il “manierismo” alla Hocke, con l’infinita progenie di Dada, nei suoi aspetti più eccitatamente e più eccitantemente abracadabreschi ed hellzapoppinoidi.

Ma il “genere demenziale”, e direi il pop demenziale, per quarti di nobiltà che possa vantare, acquista un suo autentico valore sociologicamente indiziario, come da storia dell’attributo, precisamente massificandosi, innalzandosi ad ordine studentoso, con autorizzazioni spesso inconsciamente goliardiche, quindi rockettaro in senso lato, e latamente digeico, e finalmente, indiscriminatamente intergenerazionale e interclassista. La verità neobarocca del postmoderno risiede probabilmente nell’egemonia terminale del pop demenziale, che non è più “stile”, nemmeno, ormai, ma “lingua”, sistema di segni interpersonali e internazionali, un grammelot esperantistico che trascende le pappe verbali e musicali, per investire, alla pari, il figurale e il mixale, e il gestuale e l’abbigliamentare, e l’opzionale e il fastfoodale. E anche il monologo interiore e esteriore effettuale. In demenzialese si pensa, in demenzialese si vive.

Data, insomma, una “paranoia critica” generalizzata, tanto per prendere ancora le mosse da un modello culturalmente elevato e compianto, spieghiamola al popolo e depriviamola di qualsivoglia significazione alternativa, lacanializziamola come nuda pratica di un inconscio socialmente e antiedipicamente pattuito, e ricaveremo la pertinente insegna e il corretto blasone epocale, per questa fin de millénaire.


I fiori e la passeggiata (di Liliana Genovese).

Ho già inserito in questo blog alcune pagine di vita di Liliana Genovese, mia madre (http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2010/02/e-gli-anni-passano-di-liliana-genovese.html). Oggi pubblico uno dei suoi quadri floreali, pur sapendo che nella riproduzione si perde molto del colore che li impreziosisce.
Aggiungo due nuovi racconti. Del secondo, brevissimo, il protagonista è mio padre, insofferente verso ogni servilismo. La sua foto, sebbene un po' rovinata, lo fissa nel tempo in cui dovrebbe essersi svolta la scena narrata (S.L.L.).

Si era nell’anno del Signore 1971. Finalmente la casa nuova era pronta. Mio marito non aveva fatto una cosa che non mi piacesse. Mi aveva fatto scegliere le ceramiche dei pavimenti, gli infissi, i mobili per arredarla, le piastrelle della cucina che arrivavano fino al soffitto, i bagni. La mia felicità era totale.
Dei miei cinque figli il più grande aveva 23 anni ed era già laureato. Io avevo 41 anni, mi sentivo giovane e amavo teneramente mio marito.
La mia amica Rosaria telefonò un giorno e con voce angosciata mi disse: “Liliana, con la mia famiglia ho rotto. Dopo la morte di mia madre, i miei fratelli e le mie sorelle hanno deciso di svuotare la casa. I mobili non li vuole nessuno e io non so dove metterli. Mi faresti il favore di sistemarli nel tuo scantinato? Per poco, così ho il tempo di pensare”.
Commossa risposi che certo, tutto era a sua disposizione, che portasse pure i mobili che voleva. Mio marito si mostrò un po’ contrariato, ma non volle che mi prendessi un dispiacere. Tanto si trattava di poco tempo.
Venne il camion, aprii lo scantinato e gli operai sistemarono tutto. Rosaria volle che io vedessi una piccola bara, dove era stata deposta una sua sorellina morta in tenera età. Poi l’avevano seppellita in un’altra e questa era un ricordo molto caro per lei.
Passarono una quindicina di anni e un giorno mio marito, che doveva sistemare una botticella di vino, notò la cassetta, e, non sapendo cosa fosse, pensò che andasse proprio bene per metterla sotto a reggere la botte. Era solida e sembrava fatta apposta.
Di anni ne sono trascorsi almeno altri 15 e Daniele, rumeno, che mi aiuta in casa, vedendo i mobili di Rosaria nello scantinato mi fa: “Signora, a me servire questi. Non avere niente in casa. La prego, me li regali”. Non potevo dargli mobili che non erano miei. Telefonai alla mia amica: “Fai un’opera di bene. Daniele e la sua famiglia sono poveri. Con i tuoi mobili risolverebbero qualche problema”. Mi rispose che si era riappacificata coi suoi e che ci voleva almeno il permesso di suo cognato, preside in pensione. Mi avrebbe dato la risposta entro tre giorni. Il primo passò e non successe niente. Così il secondo. Il terzo ero nervosa e ansiosa. “Fa che suoni” – pensavo – “e che sia lo squillo giusto”. Fatto sta che il telefono trillò e compresi che era proprio la risposta che aspettavo.
“Pronto Liliana. Ho parlato con mio cognato e mi ha detto di no. Ma poi è successa una cosa incredibile. Mi ha richiamato e mi ha detto che era stato miracolato. Ha cambiato parere. Dai pure tutto a quei poveri e che il Signore ci aiuti”.
Arrivò Daniele che caricò il mobilio sul furgoncino. Tutto meno la bara, che giace in pace sotto la botticella del vin santo.
*****
La passeggiata

Anno del signore 1956. Era domenica e mio marito passeggiava in piazza con un amico. La piazza del paese era la sua casa. Ci era nato, vissuto e cresciuto, essendo lì l’abitazione dei suoi genitori, il suo negozio, la casa dei miei genitori. La piazza era stata complice del nostro amore. Se ripenso a quei tempi un nodo mi prende la gola.

Un signore che era stato fascista e gerarca aveva anche lui la casa in piazza. La moglie era una maestra. A guerra finita era diventato democristiano, ma faceva ancora sentire la sua voce. Lui e la moglie credevano nella superiorità delle loro persone.
Mio marito passeggiava. Forse pensava a me quando si sentì urlare “Lo Leggio” e fece finta di niente. La maestra si era affacciata e continuava a gridare “Lo Leggio”.
L’amico che camminava con mio marito gli disse: “Lillo, ti chiamano”. Mio marito lentamente si accostò e infine alzò la testa, guardò la donna e disse: “Dica, Curto”.

Dall'Almanacco Bompiani 1938. Aneddotica pirandelliana.

A Luigi Pirandello venne interamente dedicato l'almanacco Bompiani del 1938, l'anno successivo alla sua scomparsa. Lo compilarono, insiema all'editore e, nel ruolo di grafico, al pittore Bruno Munari, Corrado Alvaro, Raffaele di Muro, Stefano Landi, Guido Piovene, Mario Robertazzi e Cesare Zavattini. Spigolando ho recuperato tre brevi aneddoti.

La sera del Premio Nobel

Allorché tutti i giornalisti furono usciti, i nipoti del Maestro fecero irruzione nello studio. Il più grandicello si avvicinò al Nonno, e con l’aria di chi ha ormai capito il motivo dell’insolito movimento nella casa, domanda:

- Bisogna mettere la bandiera al balcone?

- No.

- E perché – domanda il bambino.

- Perché mica hanno dato a tutti il premio – risponde Pirandello accarezzandolo. – Qualche vicino potrebbe lamentarsi.

In Sud America

Nell’ultimo viaggio in America Latina, Pirandello fu avvicinato da un operaio. I giornalisti non riuscivano a spiegarsi chi fosse lo sconosciuto. E il Maestro spiegò poi ch’era un operaio emigrato che aveva voluto accertarsi che anch’egli fosse siciliano, conversando con lui nel dialetto della sua terra.

A Parigi

A Parigi ci fu un tempo che Pirandello era popolarissimo. Appena entrava in un caffè o in un teatro, tutti lo riconoscevano: Pirandellò, Pirandellò. Egli sorrideva a codesta luce di gloria col suo sorriso ironico e bonario e passava tra gli sguardi di ammirazione con quel suo passo rapido, la persona un po’ curva, il volto faunesco ombrato dal cappellaccio grigio. Modesto e schivo, come sempre. Ma gli piaceva che il direttore o il portiere d’albergo lo salutassero al suo arrivo, chiamandolo: “Mon cher maitre”. E fu felice come un bambino il giorno che il ragazzo dell’ascensore, richiesto da un cliente chi fosse quel signore dal pizzetto bianco e dalla faccia espressiva come quella di un vecchio hidalgo spagnolo, il “parigot” solennemente rispose “le plus grand ecrivain d’Italie”.

"L'Ora", un giornale contro la mafia (S.L.L.)


Quando non c’era la Tv, o anche dopo, quando ancora la televisione funzionava solo il pomeriggio e i telegiornali erano pochi e ad orari fissi, erano i quotidiani del pomeriggio che davano notizia degli accadimenti del mattino con i primi commenti. 
Il Pci, che al tempo era all’avanguardia nella comunicazione politica, pensò bene di usare quel canale, economicamente poco redditizio in un paese che leggeva poco a tutte le ore del giorno e della notte, ma tante volte assai efficace. I grandi quotidiani, infatti, molto di rado si permettevano edizioni straordinarie. Erano perciò le locandine o le prime pagine di quei giornali minori ad attrarre il pubblico in paesi e città le cui strade, di pomeriggio, erano affollate di persone e non di automobili.
La testata più importante tra quelle legate al Pci fu “Paese sera”. Credo che desse una mano a costruire orientamento politico nelle borgate della capitale, quelle dove era fortemente insediata la speranza comunista. Ma non so dire altro: è un giornale che ho letto e comprato, ma in anni più vicini ad oggi. Negli anni Settanta e Ottanta era diventato un giornale del mattino ed ebbe direttori di valore come Beppe Fiori e Piero Pratesi.
L’altro glorioso giornale della sera legato al Pci fu il palermitano “L’Ora”, su cui credo di sapere qualcosa di più anche per memoria diretta. Ricordo al mio paese la gente ad affollarsi per avere nuova della strage mafiosa di Ciaculli o dell’uccisione del commissario Tandoj o della frana di Agrigento davanti all’unico giornalaio che vendeva quel quotidiano e che aveva la buona abitudine di esporne la prima pagina per attirare qualche acquirente. Ricordo anche la gioia e la meraviglia che provai per la campagna che “L’Ora” scatenò contro un deputato regionale della Dc, l’avvocato Dino Canzoneri, originario di Prizzi, per le sue relazioni con la mafia. Non ricordo l’anno e credo che non fossi ancora diventato comunista; ma i democristiani non mi piacevano e i mafiosi anche meno. Mio padre era un uomo di destra, ma mi aveva trasmesso un’avversione feroce per quella gentaccia. Ero perciò contento di quegli attacchi così diretti, di quel cognome stampato grosso in prima pagina.
Lo stupore si traduceva in un dilemma. Com’era possibile che “L’Ora” pubblicasse quelle cose e Canzoneri rimanesse deputato regionale? Oppure: com’era possibile che l’avvocato democristiano rimanesse a Sala D’Ercole e che si continuasse a pubblicare un quotidiano che osava quegli attacchi? 
Di quella vicenda rammento altre cose: il Canzoneri, difensore in giudizio di Luciano Liggio, otteneva le sue preferenze nei paesi e nelle borgate cittadine a più alta concentrazione mafiosa ed osò dichiarare in Assemblea regionale che il boss di Corleone era un “sincero anticomunista” e per questo veniva perseguitato. Non si parlava ancora di toghe rosse, ma certi atteggiamenti erano diffusi già allora. Non saprei però dire se tutto ciò lo appresi da “L’ora” o, almeno in parte, da altre successive letture.
Un’altra cosa però rammento. Erano gli anni in cui a Palermo spadroneggiava il trio Va-Li-Gio (così era indicata l’alleanza politico-affaristica tra il costruttore Vassallo, l’onorevole Gioia e il sindaco Lima). Il Vassallo, oltre che grande speculatore e appaltatore di lavori pubblici, era affidatario con l’imprenditore Cassina di importanti servizi comunali (la manutenzione strade e la “netturbe”, come la chiamavano a Palermo). “L’ora”, allora, praticava un giornalismo d’inchiesta che non attendeva le veline della Questura o della Procura, in quell'epoca assai proclivi al disimpegno o all’insabbiamento, per individuare il malaffare. Cassina e Vassallo decisero di sfidare quel giornale anche sul suo terreno: impegnarono mezzi e pagarono pennivendoli per mettere su una testata pomeridiana concorrente, “Telestar”, che usava titoli gridati e predicava un anticomunismo di tipo vandeano, oltre a difendere sistematicamente, anche con depistaggi e calunnie dirette agli avversari, democristiani e mafiosi.
Su “L’Ora” vale la pena di leggere L’Ora dei ricordi, uno dei libriccini blu di Sellerio che raccoglie i ricordi di quel giornalismo di prima linea che pagò anche con i suoi morti ammazzati (Cosimo Cristina, Giovanni Spampinato, Mauro De Mauro. E’ opera di Vittorio Nisticò, che fu direttore del quotidiano palermitano dal 1954 al 1975. Nisticò proveniva dalla redazione di "Paese Sera", e appunto nel 1954, quando l’antico giornale progressista dei Florio, fu acquisito da una società legata al Pci, fu scelto per dirigere il giornale. Con il Pci siciliano ebbe tuttavia qualche problema. L'acquisizione del giornale da parte del partito doveva rimanere riservata e pochissimi funzionari ne erano a conoscenza e tuttavia così lui stesso racconta: "Già all'indomani del mio arrivo più di un dirigente locale si presentava al giornale con l'aria del padroncino di casa. [...] Non ebbi altra scelta che stabilire il divieto di cellule all'interno del giornale e, per i redattori, di assumere incarichi di pubblica militanza politica".
Alla fine di febbraio una mostra fotografica su Nisticò e su “L’ora”, curata tra gli altri da Michele Figurelli, è stata aperta a Palermo, al Palazzo Steri, sede del Rettorato dell’Università. Non trovo nella rete alcuna indicazione sulla durata. Spero che intorno a Pasqua sia ancora aperta. Vorrei vederla.

Brutti, Bracco e il morbo di Alzheimer.

Alois Alzheimer

Non ho voluto guardare gli show postelettorali di ieri sera e stanotte. Sento come un invasione la faccia e la presenza dei figuri che popolano siffatte trasmissioni. Mi capita di pensare che avesse ragione mio padre, malato di Alzheimer, quando all’immagine di uno di loro, non ricordo più quale, si mise a gridare tra la rabbia e il panico: “Signor lei, cosa fa a casa mia!”.

E tuttavia, cercando nell’insonnia delle ore piccole uno spazio in cui parlassero di sport, un telefilm scemo o una di quelle pochade (Lino Banfi, Edvige Fenech e simili) che nottetempo mandano certe tv private, mi sono imbattuto in una delle emittenti regionali. Chi ti vedo? I due cognati, Bracco e Brutti, seduti l’uno accanto all’altro, l’uno per i democratici, l’altro per i dipietristi. Si guardavano sereni, sembravano aver superato le incomprensioni e le tensioni familiari e politiche di cui a lungo si è sussurrato in Perugia. Con loro ho avuto rapporti civili e quasi sempre cordiali. Sono uomini di mondo e di buone letture, in grado di capire punti di vista di sinistra; sono intellettuali che mostrano di rado l’arroganza e la maleducazione francamente odiose di tanti politicanti, persone con cui si può perfino conversare amabilmente. Pure stanotte qualcosa non andava o almeno così mi è sembrato.

Avevano le facce lisce e rilassate, sembravano rinfrancati da una corroborante vacanza. Del resto, nell’aurea tranquillità del listino, non avevano neanche dovuto affaticarsi per la campagna elettorale. Al più qualche cena. Sembravano appagati, e più giovani della loro età anagrafica. Soprattutto il Brutti che, anche seduto, emanava un’impressione di agilità e snellezza. Sorridevano. Di fronte ad elezioni il cui esito certamente accelera la deriva autoritaria, l’emarginazione dei marginali, l’impoverimento dei poveri, sorridevano soddisfatti. Non ho saputo controllarmi. Non so se fosse rabbia o panico, ma mi sono messo a gridare: “Che c’è da ridere?”. Avrò l’Alzheimer?

29.3.10

La poesia del lunedì. Pier Paolo Pasolini


Alla mia nazione

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico

ma nazione vivente, ma nazione europea:

e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,

governanti impiegati di agrari, prefetti codini,

avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,

funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,

una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!

Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci

pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,

tra case coloniali scrostate ormai come chiese.

Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,

proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.

E solo perché sei cattolica, non puoi pensare

che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.

Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

28.3.10

Fascisti ieri e oggi. Un incontro tra Moravia e Pirandello. L' articolo della domenica.

Questa storia l’ha raccontata Alberto Moravia, ne ho memoria precisa. Oggi non posso controllare la fonte, ma credo che sia ne L’uomo come fine.

Nei primi anni Trenta, il giovane Moravia aveva avuto un discreto successo con Gl’indifferenti. Meritato, credo: è un grande romanzo, forse l’unico che scrisse nella sua lunga vita; quel che di buono si trova qua e là negli altri (e cioè la rappresentazione e l’orrore del potere, soprattutto nella quotidianità) era già in quel primo stupefacente romanzo. Egli partiva un pomeriggio su una carrozza letto da Roma per Parigi. Vide (o forse glielo dissero) che in un'altra cabina, singola come la sua, viaggiava Luigi Pirandello. Non so se avesse già conseguito il premio Nobel, di sicuro era già un mostro sacro della letteratura e del teatro, un maestro riconosciuto. Moravia, che non lo conosceva di persona, senza grande speranza chiese al fattorino del wagon-lit di domandare, con la dovuta deferenza, al grande siciliano se avesse piacere ad incontrarlo. In verità con i giovani artisti Pirandello era quasi sempre disponibile, a maggior ragione con il Pincherle in arte Moravia di cui aveva letto e apprezzato il primo (ed, insisto, ultimo) romanzo.

A quanto pare ne nacque una simpatia, una di quelle simpatie tanto intense quanto provvisorie che sbocciavano nei treni quando ancora li si frequentava e ci si parlava. Rimasero perciò un’ora buona a conversare nella cabina dello scrittore girgentano, parlando del più e del meno. Quando credette di essersene guadagnato la confidenza il giovane prese il coraggio a due mani e, senza stare troppo a spiegare, chiese al vecchio come faceva a stare con “questi”. I “questi” di cui parlava erano i fascisti, la cui arroganza, volgarità e falsità non potevano di certo piacere a uno come Pirandello che aveva passato la sua vita a smontare la menzogna di cui è intrisa la condizione umana nella società. Moravia racconta che, fattosi serio, l’interlocutore lo fissò e gli disse:“Se lo ricorda lei il Parlamento?”.

Pirandello per altri versi era un grand'uomo, ma in quella occasione, per giustificarsi, era caduto in un grave errore di prospettiva. I fascisti non erano certo un’alternativa ai vizi del parlamentarismo d’antan, ne rappresentavano anzi il concentrato, la quintessenza. Il “mercato delle vacche”, il malaffare permanente, la facile demagogia, ai tempi dell’Italietta liberale, potevano essere di quando in quando conosciuti e smascherati; ora nell’Italiona del “mascellone” le ruberie e le ingiustizie potevano

svilupparsi senza intralci, alimentati e protetti da un regime che toglieva ogni libertà e per principio li nascondeva. Né il carnevale permanente della “romanità” era certo migliore della retorica liberale, democratica o socialista del tempo di Giolitti. Ma Pirandello, pur con il suo ingegno e il suo acume, non se ne avvedeva. Come meravigliarsi se oggi nella trappola cade tanta brava gente che non ha la sua testa?

Non parlo ovviamente dei “piccoli borghesi” sempre tentati dai fascisti, da sempre privi di socialità autentica, da sempre ostili agli operai, da sempre familisti, da sempre evasori fiscali. Né della vecchietta e del pensionato facilmente imboniti dal Berlusca e dai suoi Fede, Vespa e Minzolini. Parlo soprattutto di pezzi importanti di quel mondo popolare che aveva creduto nella sinistra e nel sindacato. C’è un tizio che va dicendo che l’Italia è strutturalmente un paese “di destra” e che la sinistra, se vuole governare, deve moderarsi e imbarcare un pezzo di destra. Io ricordo però una tornata elettorale, quella del 76, in cui quasi il 46 per cento dei votanti (e allora l’astensionismo era minimo) votò a sinistra (per il Pci, il Psi di De Martino, Dp, i radicali). Senza contare che umori di sinistra c’erano anche nell’altro 54 per cento, che votava per la Dc, i repubblicani, gli stessi saragattiani.

La verità è che il ceto politico di sinistra ha perso il suo popolo, soprattutto tra i ceti operai e popolari, ha perso il popolo che aveva e quello che avrebbe potuto avere. Non solo per la politica praticata, ma anche per lo stile di vita. Abbiamo visto gli eredi degenerati di Berlinguer predicare privatizzazioni, esaltare “capitani coraggiosi”, trasformare Palazzo Chigi in banca d’affari. E abbiamo visto a tutti i livelli ex-comunisti, post-comunisti e perfino neo-comunisti costituirsi in casta e aumentarsi appannaggi e privilegi, fare comunella con palazzinari e affaristi, costruirsi ville di lusso, comprarsi barche, favorire a tutto spiano mogli e mariti, segretarie e amanti, figli e nipoti.

E soprattutto in odio a loro che molti votano Lega o Berlusconi. So bene che quelli che circondano costui concentrano il peggio del ceto politico e affaristico di sinistra e di destra e che sono perfino peggiori dei fascisti di un tempo. Lo so perché ho studiato la storia e collego i fatti. Allora, qua e là, trovavi qualche idealista (o qualche imbecille) che pensava di fare l’Italia grande e nuova. Oggi, dal primo all’ultimo, tutti i quadri berlusconici, pur senza ripetere la sceneggiata fascista (“A chi l’Italia? A noi!”), sono convinti di partecipare a un “magna magna”. Ma, se l’idea di un potere meno corrotto e corruttore perché più concentrato poté sedurre Pirandello, perché non deve ingannare tante brave persone, che continuano a pensare sbagliando che “almeno Berlusconi è ricco del suo”?

27.3.10

Guttuso su Pirandello (da "Almanacco Bompiani 1987")

Questo ricordo è tratto dall'Almanacco Bompiani del 1937 che, per la cura di Leonardo Sciascia, ripubblicò quello del 1938, ugualmente dedicato a Pirandello e vi aggiunse qualche contributo nuovo. Quello di Guttuso è breve e sugoso e contiene l'originale approccio di un siciliano del Nord alla Sicilia meidionale, con il suo mare e sole africano e la sua cultura ellenica. (S.L.L.)
Un bozzetto di Guttuso per La Giara musicata da Alfredo Casella

Incontrai per la prima vota Pirandello a Roma, al galoppatoio di Villa Borghese, con Nino Bertoletti. Il mito che avevo davanti ai miei occhi mi impediva qualsiasi riflessione. Davanti a me, siciliano, era la Sicilia serena, la Sicilia del Mediterraneo, così diversa dalla mia Sicilia aspre e reale; Sicilia turbolenta, la mia, contro la pacifica fascia meridionale, il cui colore era dell’oro dei templi, del rosa dei mandorli in fiore, e della luce del Mediterraneo.

La stessa luce che si irradia dalla stanzetta del Museo di Siracusa ove risplendono le forme sublimi della Venere, e corre lungo tutto il litorale fino a Sciacca, a Mazzara.

Proprio in quella landa felice nasce e si sviluppa la complessità, spesso tragica, dei siciliani di Pirandello. La coesistenza dell’immobilità con la spinta delle passioni, la razionalità dei dati e l’irrazionalità dei comportamenti. Pirandello stava zitto, appoggiato a un bastone, coperto da un leggero soprabito, e volle guardare l’album sul quale, a matita, avevo cercato di fermare qualche movimento dei cavalli.

Mi chiese di dov’ero, quanti anni (credo 22 o 23), e così via: Gli dissi che la mia famiglia era di Bagheria, ma che avevo avuto una nonno “giurgintana”. Mia nonna paterna era infatti di Agrigento (allora Girgenti). Sorella di un garibaldino che aveva combattuto con mio nonno Ciro, da Calatafimi a Milazzo.

Mia nonna, che ricordo bene sebbene fosse morta di “spagnola” quando avevo cinque anni, era una bella vecchia siciliana, molto solenne e autoritaria.

Rividi poi Luigi Pirandello, ai giardini, a Venezia, durante una biennale. Io ero con suo figlio Fausto. Questo fu il mio secondo incontro con il grande siciliano.

Quanto alla pittura di Pirandello, non ne so nulla e pertanto non saprei che dire. Ho visto solo delle riproduzioni di cui non ricordo nulla e una tavoletta di paesaggio che era nello studio di Fausto, circa 50 anni fa.

25.3.10

Poesie del desiderio.


Nei tardi anni Novanta aggiornai e raccolsi in un quaderno alcune mie traduzioni poetiche, altre ne aggiunsi di nuove. Volevo dedicare quel bel quaderno color avorio a una donna. Intendevo usare come dedica una breve nota di spiegazione. 
Non so dire se fu una scelta saggia, ma non feci quel regalo. Sono tuttavia persuaso che, se per caso quella donna leggesse questi testi e la nota che li accompagna, di sicuro riconoscerebbe in sé la destinataria. Non solo del regalo, ma anche del desiderio che lo animava.
Oggi che sento quel desiderio non appagato, ma in qualche modo riconciliato, rendo pubblica la nota e alcune di quelle poesie. Provvederò a segnalare come “poesie del desiderio” anche le tre di Juan Ramon Jiménez che ho già postate, dopo averle tratte da quel quaderno. (S.L.L.)
PAUL ELUARD
1. Muto con i tuoi occhi
Muto con i tuoi occhi
come muta la luna
e sono volta a volta
e di piombo e di piuma
un’acqua misteriosa
e nera che t’afferra
o sui capelli tuoi
la vittoria leggera
PAUL ELUARD
(da Morire di non morire)

2. Fantasticherie sulla tua venuta
Mia Lou, mio Cuore, mia Adorata,
darei dieci anni e più
per la tua chioma bruna
per i tuoi sguardi irrisoluti
per il tuo prezioso vello d’ambra


Più prezioso di quanto non lo fosse
quello di cui conosceva la via
sulla strada maestra del Catai
che Alessandro percorse interamente
la Circe che Giasone fustigava


Lui la fustigava con dei rami
d’aromatico lauro d’ulivo
la svergognata scuoteva le anche
più nulla avendo per affascinarlo
delle sue bianche chiappe più potente


Quel che Giasone fece alla Regina
per i suoi intrighi di stregoneria
per il suo tossico e la sua magaria
a te io lo farò o gioia mia
quando soli saremo a casa mia


Ancora più a te io lo farò
l’amore lo scudiscio e così via
un culo sarà nero come un Moro
quando qui arriverà la mia signora
vieni, vieni mia Lou che io ti adoro


Nella camera delle voluttà
quando io verrò a trovarti a Nimes
mentre prendiamo il tè
nell’ora breve dell’intimità
come mi abbellirà la tua bellezza


Noi faremo mille porcherie
malgrado tutti i mali della guerra
troveremo per noi belle sorprese
gli alberi in fiore le Palme
Pasqua e le prime ciliegie


Noi leggeremo nello stesso letto
nel libro del tuo stesso corpo
- è un libro che si legge bene a letto –
noi leggeremo il poema incantato
delle grazie del tuo grazioso corpo


Noi passeremo domeniche dolci
più dolci che non sia la cioccolata
giocando insieme il gioco delle anche
a sera sarò sfatto
tu pallida e con le labbra bianche


Un mese dopo te ne partirai
la notte calerà sopra la terra
invano io ti tenderò le braccia
magica di mistero
mia Circe sparirai


Dove andrai dove andrai o mia graziosa
a Parigi in Isvizzera o piuttosto
sul bordo della mia malinconia
questo flutto mediterraneo
che non si ferma mai


Allora suoneranno suoneranno
i trombettieri dell’artiglieria
tapun tapun noi marceremo avanti
piccolo patapum gioietta mia
verso quello che si chiama Fronte


Io compirò chissà quali prodezze
come tutti quegli altri pelosoni
in onore delle tue belle chiappe
dei tuoi dolci occhi irrisoluti
e delle tue divine carezze


Per il momento sono qui che aspetto
aspetto il viso gli occhi il collo il culo
ch’io non debba aspettare troppo tempo
la bella truppa delle tue bellezze
mia amica dai bei seni palpitanti


E vieni qui su vieni perché t’amo
e te lo canto in tutti quanti i toni
cielo di nuvole notte tenebrosa
la luna va a tentoni
un’ape sulla panna.
GUILLAUME APOLLINAIRE
(da Lettere a Lou)



3. Accanto al fuoco
Sì, bisogna parlarne accanto al fuoco,
d’inverno, sopra un morbido cuscino,
bevendo vino dolce, sgranocchiando
ceci tostati. “Chi sei? da dove vieni?
quanti anni hai, carissimo? Dov’eri
quando venne il persiano?”
SENOFANE
(Diehl, 4)

4. Io te l’ho detto
Io te l’ho detto per le nuvole
te l’ho detto per l’albero del mare
per ogni onda gli uccelli tra le fronde
per l’acciottolato del rumore
per le mani familiari
per l’occhio che si fa paesaggio o viso
e il sonno che gli rende
cieli del suo colore
per la notte bevuta interamente
per il tombino nelle strade
per la finestra aperta la fronte scoperta
io te l’ho detto per i tuoi pensieri le tue parole
ogni carezza ogni confidenza resta
PAUL ELUARD
(da In primo luogo)


5. Soltanto il miele
Soltanto il miele del fico ottobrino
ha la dolcezza delle vostre labbra
che rassomigliano alla sua ferita
quando sembra sul punto di cadere
troppo maturo il nobile frutto
che tanto vorrei cogliere vorrei
fico desiderato fico o fico
fico bocca che io voglio carpire
o ferita di cui voglio morire


E’ in questo fiore che batte il mio cuore
che così dolce odora e da cui sale
di nuvole aromatiche un bel cielo
figlie dirette sono del garofano
più vivo delle vostre mani giunte
più pio ancora delle vostre unghie


E’ questo infine, eccolo lo strumento
col quale pescatore io catturo
l’immenso mostro del tuo desiderio
quello che un’arte estranea ti inabissa
giù nel seno delle profonde notti.
G. Apollinaire
(da Lettere a Lou)

Nota
L'originale di Apollinaire non è in strofe e versi, ma è un carme figurato. Le parole delle tre parti di cui si compone il testo sono disposte a costruire tre disegni, invero molto approssimativi). La prima disegna un frutto di fico, la seconda un fiore che vagamente ricorda il garofano, la terza un arnese cilindrico (un astuccio? una canna? o che altro?). La poesia è molto esplicitamente a doppio senso: figue non significa solo fico; oeillet non vuol dire solo garofano, ma anche occhiello e per estensione buco (rotondo); engin non vale soltanto strumento di lavoro. Io non avrei saputo disegnare un bel nulla con le parole e oltre tutto non mi serntivo di rinunciare agli endecasillabi che be si prestavano a questa traduzione. Ma, pur essendo un pessimo disegnatore, ho provo qui a schizzare un garofano. E' un omaggio alla dedicataria di questa piccola antologia. Spero che apprezzi l'intenzione, se, come prevedo, risultati saranno scadenti.

6. Esultanza è il navigare
Esultanza è il navigare
per l'anima nutrita in terraferma
- oltre le case oltre i promontori
in una profonda Eternità -


Come noi cresciuti tra montagne
potrà mai capire il marinaio
la divina ebbrezza
del primo miglio lungi dalla riva?
E.DICKINSON
(La mia ruota è nell'oscurità)

7. Moesta et errabunda
Dimmi, Agata, alle volte / non fugge via il tuo cuore
lungi dal nero oceano /dell’immonda città
incontro a un altro oceano /ove la luce esplode
profondo, chiaro, azzurro, /come verginità?
Dimmi, Agata, alle volte /non fugge via il tuo cuore?


Il mare, il grande mare /consola i nostri affanni!
Quale demone ha dato /al mar che roco canta
accompagnato all’organo /immenso, aspro dei venti
la funzione sublime /di saperci cullare?
Il mare, il grande mare /consola i nostri affanni!


Portami via, vagone! /Rapiscimi, fregata!
Lontano! Via! Qui il fango /si fa del nostro pianto!
Non è vero che a volte, /il cuore triste di Agata
dice: “Via dai rimorsi, /dal male, dal dolore,
portami via vagone, /rapiscimi, fregata!”?


Come tu sei lontano, /paradiso odoroso,
dove sotto l’azzurro /è tutto gioia e amore,
dove ciò che si ama /è degno d’essere amato
e nel puro piacere /s’annega il nostro cuore!
Come tu sei lontano, /paradiso odoroso!


Ma il verde paradiso /degli amori infantili,
le corse, le canzoni, /i baci, i mazzolini,
i violini vibranti /di là delle colline,
con le brocche di vino, /la sera nei boschetti
- ma il verde paradiso /degli amori infantili,


l’innocente paradiso /dei piaceri furtivi,
è di già più lontano /dell’India o della Cina?
Lo si può richiamare /con dei gridi di pianto
ed animarlo ancora /di una voce argentina,
l’innocente paradiso /dei piaceri furtivi?
C. Baudelaire
( da I fiori del male)

Nota finale 
E’ parola bellissima “desiderio”. Nel suo etimo desiderare vale “cessare di contemplare il cielo dopo averne estratto i pronostici”. Chi desidera tende a compiere il proprio destino.
L’eros è desiderio che aspira a realizzarsi nell’Altro, contiene perciò una peculiare virtù comunicativa.
E’ desiderio, è eros anche la poesia. Essa non si accontenta di “esprimere”, di rivelare l’interiore, ma cerca anch’essa il suo destino in chi l’ascolta, in chi la legge. Ha bisogno di qualcuno da attrarre, da ammaliare, da sedurre, per esistere. Solo nel rapporto con il lettore o con l’uditore, nel commercio con i suoi sensi, la poesia trova un senso e adempie la sua funzione che non è solo dire, ma anche fare.
Questa piccola raccolta non contiene il meglio della poesie del e sul desiderio, ma solo i testi che nel tempo hanno eccitato in me il desiderio di tradurli, di ridirli a modo mio, in versi italiani, soprattutto in endecasillabi e settenari, con qualche rima e assonanza. Questo spiega come vi siano in mezzo poesie la cui lingua originale conosco poco (il castigliano) o non conosco affatto (l’inglese). Non conta la fedeltà al senso originario, ammesso che ve ne sia uno e uno solo, ma il movimento interiore che il testo ha prodotto in me.

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