5.2.10

Che miracoli può fare l'amore di un poeta! Il furto della Gioconda e il tradimento di Picasso.


Il 21 agosto del 1911 dal Louvre portano via La Gioconda. La polizia si dà un gran da fare. Il 29 agosto un tale Gery-Pieret, avventuriero belga, confessa sul “Paris-Journal” di aver rubato tre statuette al grande museo parigino. Due – dice – non le ha più, la terza la restituisce tramite il giornale, che accompagna la rivelazione e la notizia della riconsegna con un editoriale di fuoco sulla pessima sorveglianza del grande museo parigino. La riconsegna e la confessione del furto rendono al ladro una cifra assai modesta, 250 franchi.
Chi aveva le altre due statuette era Picasso. Gery-Pieret glielo aveva presentato Guillaume Apollinaire, che lo aveva avuto anche come segretario. Con l'intermediazione del poeta Picasso aveva comprato le statuette, due teste di origine iberica, nel 1907, per soli 50 franchi. A quanto scrive Blaise Cendrars tutto era nato per scommessa: il ladro belga aveva nascosto il maltolto sotto il paletot e, andando via, aveva addirittura stretto la mano alle guardie del museo.
Qualche tempo dopo Apollinaire aveva tentato di convincere Picasso a restituire le teste. Invano, ché Picasso se n’era invaghito al punto da usarle come fonte di ispirazione per un quadro celeberrimo, le Demoiselles d’Avignon.
Dopo la restituzione della terza statuetta rubata, Picasso e Apollinaire si sentivano in pericolo. Cendrars racconterà del vano tentativo del pittore e di sua moglie Fernande di liberarsi delle teste, gettandole nella Senna dentro una valigia. Non ci riescono, presi da una sorta di terrore. Useranno anche loro il “Paris-Journal” come tramite per la restituzione. Il quotidiano ne ricaverà uno scoop, garantendo in cambio il silenzio.
Ma non per questo le indagini si fermano e il 7 di settembre in casa Apollinaire arriva la polizia. Vengono ad arrestare il poeta, per ricettazione. Il giorno dopo il giudice istruttore convoca Picasso e gli spiega che un amico poeta lo ha in qualche modo tirato in ballo. Pablo trema di paura, teme che lo caccino dalla Francia. Dice: “Non conosco poeti”. Il magistrato non deflette, organizza un confronto, ma il pittore finge di non conoscere l’amico: “Non ho mai visto questo signore”.
Apollinaire resta in carcere, alla Santé. Il poeta, figlio illegittimo di una baronessa polacca, di francese ha (forse) il padre, ma non la cittadinanza, ed è noto per le sue operette anticonformiste. La stampa xenofoba e nazionalista pertanto esulta. Il giornale “L’Oeuvre” scrive infatti:

Uno dei ladri del Louvre, il segretario del pornografo ebreo, o polacco che sia, è un belga. Quando si sapranno tutti i particolari su questa banda si saprà che è composta da stranieri o meticci.
Apollinaire verrà liberato qualche giorno dopo e prosciolto nel gennaio del 1912. La Gioconda sarà ritrovata solo nel 1913. Il furto era opera di un italiano che aveva lavorato al Louvre, tal Vincenzo Perugia (o Peruggia) che, dopo aver tenuto nascosto il dipinto a lungo, lo consegnò per la restituzione a un antiquario fiorentino. Diceva di aver compiuto il furto per spirito nazionale. Aveva “liberato l’opera dalla prigione del Louvre” e le aveva fatto respirare un po’ di aria patria, in Italia.
Ad Apollinaire rimase un grande cruccio per il tradimento di Picasso e non è escluso che nel 1914 sia corso ad arruolarsi nell’esercito francese per riscattarsi dalla disavventura.
A cagione dell’arresto e delle accuse era stato lasciato anche dalla benpensante e infedele fidanzata, la pittrice Marie Laurencin. Ne traccerà un malizioso ritratto nel suo programmatico romanzo (Il poeta assassinato), indicandola con lo pseudonimo di Tristouse Ballerinette:

Ero una sconosciuta – pensava – e Cronamantial mi ha reso celebre in tutto il mondo. Tutti mi trovavano brutta per la mia magrezza, per la bocca enorme, i denti storti, la faccia asimmetrica, il naso trasversale. Ed ecco che sono diventata bella. Me lo dicono tutti gli uomini. Mi prendevano in giro per la mia andatura scattante, da maschiaccio, per i gomiti appuntiti che quando cammino paiono zampe di gallina. Adesso mi trovano così graziosa che altre donne mi imitano. Che miracoli sa fare l’amore di un poeta.

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