28.2.10

L'articolo della domenica. Primo marzo: lo sciopero annacquato.

La storia di copertina di “Left – Avvenimenti” è questa settimana dedicata al cosiddetto “sciopero dei migranti” ed ha un titolo da film del terrore: Tutti italiani. Se gli italiani fossero davvero come appaiono in questi tempi, la prospettiva è quella di una umanità subumana, tale da raggelare il sangue.

La presentazione che ogni sabato la redazione fa della rivista su Radio Radicale è stata ieri l’occasione di un confronto tra Stefania Ragusa, presidente del comitato primo marzo, uno dei soggetti promotori della giornata di lotta, e un sindacalista, Piero Soldini, che dirige l’ufficio Immigrati della Cgil nazionale. Il punto di divaricazione è lo ‘sciopero degli stranieri’. Ragusa spiega: “Non è affatto uno sciopero etnico, come dicono i sindacalisti che ne criticano la legittimità, ma una iniziativa meticcia fin dall’inizio. Stranieri non sono solo i migranti, ma anche tutti quegli italiani che vogliono mantenersi estranei a questo clima di razzismo, che a volte è perfino nelle leggi”.

Soldini mette i puntini sulle i: “Il problema nasce quando si parla di sciopero. Lo sciopero non lo fanno né i migranti né gli stranieri, ma i lavoratori, organizzati nelle categorie e nei territori, e lo indicono le loro organizzazioni sindacali. Non ci si poteva aspettare che, dopo che qualcun altro ha convocato uno ‘sciopero’, il sindacato dicesse ‘aderisco’. Anche perché i lavoratori migranti non sono cosa altra rispetto alla Cgil, sono carne della nostra carne". "I rapporti sono migliorati e il nostro impegno è stato forte e disinteressato - aggiunge - da quando l'idea dello sciopero è stata nei fatti accantonata”.

Finisce a tarallucci e vino. Ragusa: “Lo sciopero non è l’unica forma di lotta, la giornata del primo marzo si articola in mille altre iniziative. Non è la fine ma l’inizio”. Soldini: “Rappresenta una presa di coscienza. Noi ne siamo partecipi. Il 20 marzo daremo inizio ad una primavera antirazzista”.

Non c’è dubbio che l’esigenza prioritaria sia, in questo momento, la riuscita delle manifestazioni che cominciano oggi e proseguono domani; ma un po’ di chiarezza, fattuale e concettuale, aiuta a far meglio. La vaghezza, la reticenza, la fuga dai problemi prima o poi portano alla sconfitta.

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La proposta dello sciopero.

Cominciamo dai fatti. La proposta in Italia nasce nei cosiddetti “Stati generali dell’immigrazione” una manifestazione milanese organizzata dalla Fondazione Etnoland. La portano avanti alcuni gruppi di immigrati sulla scia di una analoga iniziativa francese; la sostiene e la rilancia con forza, in quella sede, Emma Bonino.

Lo slogan che l’accompagna è “24 ore senza di noi”. L’obiettivo indicato è quello di sensibilizzare la popolazione indigena, ma non già mettendo in luce i problemi umani e sociali dei migranti, peraltro piuttosto conosciuti, ma mostrando quanto pesano nella vita economica e sociale.

Gli interventi, infatti, si riferivano esplicitamente alle conseguenze che lo sciopero avrebbe avuto sui servizi pubblici, sulla pulizia e manutenzione di città, scuole e ospedali, edifici pubblici e uffici, sull’assistenza agli anziani (spesso fornita dalle cosiddette badanti), su alcuni pezzi della filiera agro-alimentare, sul funzionamento dei grandi mercati, sull’edilizia, su bar, alberghi e ristoranti, sulle attività industriali del Nord e del Centro.

La lotta era intenzionalmente “meticcia” perché a molte etnie, culture, religioni, razze, nazioni etc. riconducono le moltitudini emigranti; ma poneva assolutamente in secondo piano la partecipazione degli italiani, dei nativi. Ai lavoratori indigeni come al mondo associativo democratico e antirazzista si chiedeva certamente solidarietà, ma si voleva che la forza portante del movimento fossero gli stranieri. E intesi nell’accezione più ovvia e comune, cioè come “non italiani”, non come “estranei alle logiche razziste oggi prevalenti in Italia”, come arzigogola Ragusa.

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Autonomia e solidarietà

La prova di forza, perché di questo e non di altro si trattava, è stata per il momento rinviata.

Gli ideatori hanno ripiegato su una articolata giornata di lotta, da svolgersi in molte forme, in condominio con gl'italiani equi e solidali. E’ meglio che niente e può essere un inizio.

Dubito che gli ideatori dello sciopero (sì, proprio dello sciopero) pensassero alla giornata di domani come all’inizio di una presa di coscienza degli italiani, secondo la tesi di Ragusa; sperano piuttosto – alcune dichiarazioni autorizzano a pensarlo - che la loro presenza numerosa aiuti gli immigrati a superare la paura e ne stimoli paradossalmente l'autonomia.

Autonomia rispetto a chi? In primo luogo rispetto ai capi generalmente mafiosetti delle loro “comunità”, ma anche rispetto al paternalismo, al pietismo verso i “meschinelli”, alla carità pelosa di tanti indigeni umani e cristiani.

Filippo Turati, il fondatore del socialismo riformistico in Italia, nel celeberrimo inno dei lavoratori scrisse “il riscatto del lavoro dei suoi figli opra sarà”. Era il principio cardine del movimento operaio in tutta Europa e nelle Americhe: i diritti dei lavoratori non sarebbero stati mai elargiti dalle classi dominanti, né ottenuti per effetto della solidarietà di intellettuali, preti, borghesi illuminati, ma frutto di una autonoma presa di coscienza e di una lotta. Vale oggi lo stesso per gli immigrati.

Resta una domanda. Era scritto fin dall’inizio? La diluizione dello sciopero in una - tutto sommato innocua – giornata di mobilitazione era inevitabile, dati gli attuali rapporti di forza? Io credo di no.

E’ mancato all'appuntamento un soggetto che avrebbe potuto cambiare radicalmente lo scenario e cioè la Cgil. Dico la Cgil, non genericamente il sindacato. L’Ugl e ormai anche la Cisl sono organizzazioni corporative, dichiarano senza vergogna di voler fare solo gli interessi dei loro iscritti, quasi tutti nativi; la Uil si muove a rimorchio del più forte ed oggi sembra più forte l’asse Cisl-governo.

La Cgil è diversa, vuole continuare a rappresentare tutti i lavoratori, inclusi gli stranieri, ne organizza una quota significativa, ne inserisce qualcuno nell’apparato a livello territoriale. Perché – come diceva con un tono di rimprovero la Ragusa a Soldini nella trasmissione su Radio Radicale – non ha raccolto la sollecitazione a indire formalmente lo sciopero, che veniva da settori della sua base?

Soldini non dà una risposta netta. Dice: "Abbiamo fatto ad ottobre una grande manifestazione, in passato qualche sciopero lo abbiamo anche fatto, oggi ne stiamo discutendo, ma sarà sciopero di tutti i lavoratori, non degli immigrati". Aggiunge: "Siamo una grande organizzazione, cinque milioni e settecentomilaiscritti; anche tra le nostre file non manca chi pensa che gli stranieri tolgano il lavoro e vorrebbe che tornassero a casa loro. Bisogna discutere e convincere".

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Cgil: un'occasione mancata

Insomma nelle parole di Soldini, la confederazione di Epifani, più che stizzita per la convocazione improvvida di uno sciopero che sembrava scavalcarla, appare impaurita, tentata dalla cislizzazione. Io credo invece che avrebbe potuto fare un’altra e più vantaggiosa scelta: assumersi la responsabilità dello sciopero degl’immigrati e caso mai aggiungervi una iniziativa di solidarietà degli indigeni (diciamo un’ora di astensione dal lavoro), pur scontando qualche inevitabile defezione. La piattaforma sindacale è squadernata nei fatti. Come obiettivi si possono indicare una legge non vessatoria sulla cittadinanza; la consegna entro tre mesi, con un impegno straordinario di risorse, del permesso di soggiorno a quelli che hanno fatto domanda e ne hanno diritto; l’assistenza sanitaria anche agl’irregolari; l’impegno delle forze dell’ordine contro le violenze razziste. Sono rivendicazioni che troverebbero qualche sponda perfino dentro questo governo di destra cattiva. Nessuno potrebbe sostenere con un minimo di giustificazione giuridica che gl’immigrati non hanno diritto a scioperare a fronte di queste elementari richieste e la Cgil potrebbe con orgoglio rivendicare di non essere rimasta insensibile di fronte al grido di dolore. Sarebbe anche una risposta all’onta di Rosarno (sulla vicenda don Ciotti ha detto a Terni: “dov’era il sindacato prima, durante e dopo?”).

Per queste ragioni io credo che lo sciopero degli stranieri sia una grande occasione sprecata. Forse non ne mancherà qualche altra, ma saranno le ultime concesse alla Cgil per una scelta diversa e coraggiosa. E' indispensabile che nei prossimi congressi qualche mozione, qualche dirigente importante, qualche categoria che conta, metta i piedi nel piatto e imponga senza timidezze una discussione sui problemi che questa vicenda suscita.

Guerra ai gay in Uganda. Pena di morte?

Un articolo del 20 febbraio da “The Times” ci informa di una condizione disperante dei gay in Uganda.

(http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/africa/article7034335.ece)

L'omosessualità è da molto tempo illegale, ma oggi potrebbe condurre alla pena di morte. E’ questo il contenuto di una recente proposta di legge del deputato Hon David Bahati, espressione di nuove sette cristiane sempre più potenti e dotate di notevoli mezzi finanziari. In molti paesi africani, del resto, come in Uganda, si avverte una recrudescenza dell’omofobia, incarognita dalle campagne in difesa della famiglia tradizionale condotta da musulmani e cristiani di ogni confessione.

In Kenya, ove è già in corso il processo a una coppia omosessuale maschile per “pratiche non naturali”, la polizia ha di recente arrestato anche gli invitati a una cerimonia che, a detta dei birri, doveva essere un matrimonio gay. Li avrebbero condotti in guardina anche per salvarli dalla folla inferocita.

In Uganda l’impressione è di una vera e propria caccia alle streghe. La proposta di legge è, infatti, il coronamento di una vera e propria campagna d'odio. La condanna a morte verrebbe comminata per rapporti con minori, per i malati di Aids o per i “recidivi”. Per i casi di sesso gay tra adulti consenzienti è previsto l’ergastolo. Diventerebbe punibile con il carcere anche la “promozione dell’omosessualità”, una formula che consentirebbe la repressione sia delle associazioni gay sia di quelle per i diritti civili e verrebbe incoraggiata la delazione attraverso pene per chiunque non segnali alle autoritàun atto omosessuale.

In prima linea nella guerra ai gay è Martin Ssempa, il presidente della task force inter-religiosa nazionale “Pastori contro l'omosessualità in Uganda”. All’inizio di febbraio alcune migliaia di persone lo hanno seguito in una marcia omofobica a Jinja, una città 80 km a est della capitale. I manifestanti hanno esposto striscioni, recitato preghiere e citato passi della Bibbia. Altre manifestazioni di massa sono in programma nelle prossime settimane, anche se una "Million Man March" che si doveva svolgere nella capitale è stata annullata quando la polizia ha rifiutato di concedere l'autorizzazione. Il metodo di Ssempa è quello del Casini del Movimento per la Vita: mostra video di rapporti omosessuali sado-maso o pedofili scaricati dai siti pornografici e grida: “Ecco cosa fanno gli omosessuali!”. Anche nelle sue prediche e nelle sue comparse televisive l’omosessualità viene accomunata, senza alcun distinguo, alla pedofilia e alle peggiori perversioni. In un incontro con i cronisti di “The Times” ha detto che quello in atto è uno "scontro di civiltà" ed ha sostenuto il disegno di legge considerato un’arma legale contro gli “omosessuali predatori”.

La condanna internazionale è stata abbastanza ampia. Fanno eccezione governi fascisteggianti come quelli di Berlusconi o di Putin. E’ stato soprattutto Obama a reagire, descrivendo il progetto come odioso: gli Usa e altri paesi donatori hanno minacciato di sospendere gli aiuti. Il presidente dell'Uganda Museveni è sempre più imbarazzato dal dibattito e appare probabile che la pena di morte venga eliminata dalla legge. Per i gay ugandesi, tuttavia, saranno comunque tempi duri e l'odio che è stato sollevato produrrà a lungo danni e discriminazioni.

27.2.10

Il capo del governo (una pagina di Elsa Morante).

Nel sito della rivista “il primo amore” è stata diffusa per la cura di T.Lorini questa pagina di Elsa Morante. Mi pare un testo straordinario per lucidità di analisi e forza di comunicazione ed ho l’impressione che parli di cose che riguardano da vicino l’oggi (S.L.L.)


Mussolini e la sua amante Clara Petacci sono stati fucilati insieme, dai partigiani del Nord Italia. Non si hanno sulla loro morte e sulle circostanze antecedenti dei particolari di cui si possa essere sicuri. Così pure non si conoscono con precisione le colpe, violenze e delitti di cui Mussolini può essere ritenuto responsabile diretto o indiretto nell'alta Italia come capo della sua Repubblica Sociale. Per queste ragioni è difficile dare un giudizio imparziale su quest'ultimo evento con cui la vita del Duce ha fine. Alcuni punti però sono sicuri e cioè: durante la sua carriera, Mussolini si macchiò più volte di delitti che, al cospetto di un popolo onesto e libero, gli avrebbe meritato, se non la morte, la vergogna, la condanna e la privazione di ogni autorità di governo (ma un popolo onesto e libero non avrebbe mai posto al governo un Mussolini). Fra tali delitti ricordiamo, per esempio: la soppressione della libertà, della giustizia e dei diritti costituzionali del popolo (1925), la uccisione di Matteotti (1924), l'aggressione all'Abissinia, riconosciuta dallo stesso Mussolini come consocia alla Società delle Nazioni, società cui l'Italia era legata da patti (1935), la privazione dei diritti civili degli Ebrei, cittadini italiani assolutamente pari a tutti gli altri fino a quel giorno (1938).
Tutti questi delitti di Mussolini furono o tollerati, o addirittura favoriti e applauditi. Ora, un popolo che tollera i delitti del suo capo, si fa complice di questi delitti.
Se poi li favorisce e applaude, peggio che complice, si fa mandante di questi delitti.
Perché il popolo tollerò favorì e applaudì questi delitti? Una parte per viltà, una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse o per machiavellismo. Vi fu pure una minoranza che si oppose; ma fu così esigua che non mette conto di parlarne. Finché Mussolini era vittorioso in pieno, il popolo guardava i componenti questa minoranza come nemici del popolo e della nazione, o nel miglior dei casi come dei fessi (parola nazionale assai pregiata dagli italiani).
Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti erano delitti? Quasi sempre, se ne rese conto, ma il popolo italiano è cosìffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto.
Mussolini, uomo mediocre, grossolano, fuori dalla cultura, di eloquenza alquanto volgare, ma di facile effetto, era ed è un perfetto esemplare e specchio del popolo italiano contemporaneo. Presso un popolo onesto e libero, Mussolini sarebbe stato tutto al più il leader di un partito con un modesto seguito e l'autore non troppo brillante di articoli verbosi sul giornale del suo partito. Sarebbe rimasto un personaggio provinciale, un po' ridicolo a causa delle sue maniere e atteggiamenti, e offensivo per il buon gusto della gente educata a causa del suo stile enfatico, impudico e goffo. Ma forse, non essendo stupido, in un paese libero e onesto, si sarebbe meglio educato e istruito e moderato e avrebbe fatto migliore figura, alla fine.
In Italia, fu il Duce. Perché è difficile trovare un migliore e più completo esempio di Italiano.
Debole in fondo, ma ammiratore della forza, e deciso ad apparire forte contro la sua natura. Venale, corruttibile. Adulatore. Cattolico senza credere in Dio. Corruttore. Presuntuoso: Vanitoso. Bonario. Sensualità facile, e regolare. Buon padre di famiglia, ma con amanti. Scettico e sentimentale. Violento a parole, rifugge dalla ferocia e dalla violenza, alla quale preferisce il compromesso, la corruzione e il ricatto. Facile a commuoversi in superficie, ma non in profondità, se fa della beneficenza è per questo motivo, oltre che per vanità e per misurare il proprio potere. Si proclama popolano, per adulare la maggioranza, ma è snob e rispetta il denaro. Disprezza sufficientemente gli uomini, ma la loro ammirazione lo sollecita. Come la cocotte che si vende al vecchio e ne parla male con l'amante più valido, così Mussolini predica contro i borghesi; accarezzando impudicamente le masse. Come la cocotte crede di essere amata dal bel giovane, ma è soltanto sfruttata da lui che la abbandonerà quando non potrà più servirsene, così Mussolini con le masse. Lo abbaglia il prestigio di certe parole: Storia, Chiesa, Famiglia, Popolo, Patria, ecc., ma ignora la sostanza delle cose; pur ignorandole le disprezza o non cura, in fondo, per egoismo e grossolanità. Superficiale. Dà più valore alla mimica dei sentimenti , anche se falsa, che ai sentimenti stessi. Mimo abile, e tale da far effetto su un pubblico volgare. Gli si confà la letteratura amena (tipo ungherese), e la musica patetica (tipo Puccini). Della poesia non gli importa nulla, ma si commuove a quella mediocre (Ada Negri) e bramerebbe forte che un poeta lo adulasse. Al tempo delle aristocrazie sarebbe stato forse un Mecenate, per vanità; ma in tempi di masse, preferisce essere un demagogo.
Non capisce nulla di arte, ma, alla guisa di certa gente del popolo, e incolta, ne subisce un poco il mito, e cerca di corrompere gli artisti. Si serve anche di coloro che disprezza. Disprezzando (e talvolta temendo) gli onesti , i sinceri, gli intelligenti poiché costoro non gli servono a nulla, li deride, li mette al bando. Si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, e quando essi lo portano alla rovina o lo tradiscono (com'è nella loro natura), si proclama tradito, e innocente, e nel dir ciò è in buona fede, almeno in parte; giacché, come ogni abile mimo, non ha un carattere ben definito, e s'immagina di essere il personaggio che vuole rappresentare.

Questa pagina, datata 1° maggio 1945 e pubblicata su Paragone Letteratura, del febbraio 1988, è ora nel Meridiano delle Opere.

Cinema e centri commerciali. La sagacia del giovane Feltri.

Paesi e buoi (Mattia Feltri)
Il candidato di sinistra alla presidenza della Puglia, ieri ha detto: “Sono cresciuto in un paesino dove prima c’erano tre cinema e quattro negozi, mentre oggi ci sono tre centri commerciali e nessun cinema: è così che può succedere che a Sanremo arrivi il principe Filiberto, è la dimostrazione di una cultura, di una egemonia reazionaria”. La marcetta su Roma.

Postilla
Mattia Feltri è un rampollo del più celebre Vittorio e, anche per le facilitazioni che i "figli d'arte" ottengono, ne ha seguito le orme nella professione giornalistica. Scrive su “La Stampa” e non dimostra l’animus da fascistico mazziere del più celebre padre. In vista delle prossime elezioni cura una rubrichetta di spigolature dal titolo Paesi e buoi. Ho ripreso la nota di martedì 23: a me sembra che la sagace stoccata contro Vendola del giovane Feltri, le cui intenzioni erano probabilmente ironiche, faccia un buon servizio al poeta pugliese: potenzia e renda ancora più acuminata la qualità critica della sua frase.(S.L.L.)

Non sto pensando a niente. Una poesia di Fernando Pessoa.

Non sto pensando a niente,

e questa cosa centrale, che a sua volta non è niente,

mi è gradita come l’aria notturna,

fresca in confronto all’estate calda del giorno.

Che bello, non sto pensando a niente!

Non pensare a niente

è avere l’anima propria e intera.

Non pensare a niente

è vivere intimamente

il flusso e riflusso della vita...

Non sto pensando a niente.

E’ come se mi fossi appoggiato male.

Un dolore nella schiena o sul fianco,

un sapore amaro nella bocca della mia anima:

perché, in fin dei conti,

non sto pensando a niente,

ma proprio a niente,

a niente...


"Dinanzi a la pietà d'i due cognati". Il listino di Catiuscia Marini.

Il listino di Catiuscia non è gran cosa. Puro ceto politico, anagraficamente vecchio, scelto per esclusive ragioni di opportunità: il nenciniano Rometti e il dilibertiano Carpinelli per garantire alla candidata presidente i voti dei rispettivi gruppetti che l'elettorato potrebbe far sparire dal consiglio regionale, il neodipietrista Brutti per assicurarsi l'apporto di un partito personale dato in ascesa, i piddini Bottini Bracco e Rossi per rispettare gli equilibri interni del partitone. Sembra che non pochi, nell'assemblea del Pd con potere deliberante (è difficile e inutile ricordarne il nome, viste le stravaganze e le frequenti modifiche statutarie), siano rimasti scontenti. Parlano di sedie volanti nella bocciofila e di bocce tutt'altro che ferme. La scontentezza riguarda soprattutto la presenza femminile, nulla nel listino, scarsa e debole nelle liste provinciali; ma riguarda anche la composizione del listino dei garantiti. La presenza in esso di Bracco e Brutti, cognati, se non suscita la pietà del celebre verso dantesco, comunque produce una sgradevole impressione. Siamo chiari: Bracco e Brutti non sono i peggiori politici di mestiere che Perugia e l'Umbria abbiano prodotto. Sono colti e intelligenti, oltre che pieni di esperienza, e non è affatto detto che siano sempre d'accordo. Hanno storie politiche e collocazioni partitiche diverse e a quanto pare, a differenza dei cognati della Divina Commedia, non si amano affatto.
Ma l'intelligenza è fatta anche dal senso dell'opportunità, che in questo caso è mancato. A sconsigliare la compresenza del listino, del resto, non era soltanto la parentela acquisita, ma anche il loro cursus honorum, e quello delle mogli. L'avvocata Tossi Brutti, due volte senatrice, è stata poi nel Consiglio superiore della magistratura e ha fatto il vicesindaco a Perugia. La dottoressa Brutti Bracco non vanta carriere politiche, ma un passato di potente dirigente nel Comune capoluogo, in un ruolo che con la politica è fortemente compenetrato. L'Umbria è stata la prima regione a dotarsi di una legge per la famiglia e Perugia è molto attenta alle relazioni familiari: le pubbliche carriere della doppia coppia non possono passare inosservate.
Tutto ciò doveva consigliare ad almeno uno dei cognati (meglio ancora se a tutti e due) di tirarsi fuori dal listino e, caso mai, di cercare l'elezione attraverso le preferenze nelle liste provinciali. Ed avrebbero di sicuro guadagnato nella pubblica stima se non si fossero ricandidati per niente.
Si dice che un orribile senso di vuoto sopravvenga nei politicanti quando rimangono senza carica e che la loro angosciosa domanda in ogni consesso sia "e io che faccio?", ovviamente riferita a un ruolo politico ufficiale e retribuito. Ma da due intellettuali come Bracco e Brutti ci saremmo aspettati un approccio diverso. Due con la loro preparazione e con la loro esperienza potrebbero offrire al dibattito pubblico un contributo di idee e di proposte ancora più significativo se libero dai condizionamenti della politica politicante. Perché non lo fanno? Perché non aiutano un ringiovanimento nelle pubbliche istituzioni che tanti riconoscono come urgente? Perché gente come loro si attacca alla poltrona o ne cerca affannosamente un'altra, quando l'ha perduta? Lo fanno per i soldi, che non bastano mai? Neanche a loro che potrebbero averne accumulati tanti?
Se è così ditelo. E non fate tanto i padri nobili.

26.2.10

Gelmini:"A scuola di nucleare". Zaia, Formigoni e Polverini: "Sì, ma non qui".

Ieri una nota della agenzia Dire riferiva di una conferenza stampa di Maria Stella Gelmini, “il più bel culo di Forza Italia” - la definì una volta un cavaliere. “Sul nucleare bisogna fare una corretta informazione, anche nelle scuole” – dice. In particolare “bisogna fare una corretta informazione sui rischi, che sono davvero limitati”. Per questo “insieme al ministro della Salute Fazio – ha continuato – stiamo costituendo un tavolo con esperti di medicina, con il coinvolgimento degli enti di ricerca competenti, per offrire al paese una conoscenza scientifica su questo tema”.

La senatrice Pd, Anna Maria Bastico, commenta: “In scuole dagli edifici fatiscenti, le cui casse sono ridotte sul lastrico, con 25.600 professori in meno e 7.700 alunni in più nelle superiori grazie alla riforma, con classi strapiene e meno ore di lezione, la prima urgenza che si avvertiva era proprio una bella ora di “centrale nucleare”: l’iniziativa annunciata dalla Gelmini è semplicemente sconcertante”. Giusto. E’ altrettanto sconcertante che quel che si vuole non sia una informazione ampia e documentata su un tema difficile e controverso, ma una sorta d’indottrinamento unilaterale sulla base di una “verità di governo”, una “scienza di governo”, una “sanità di governo”. Come nei peggiori anni dell’Urss staliniana.

La campagna pro-nucleare, nella quale la signora Gelmini si è arruolata, non deve però aver convinto i candidati presidente della destra in diverse e importanti regioni. Polverini, Formigoni, Zaia, ma anche Caldoro in Campania, invece di convincere i loro elettori potenziali che “il nucleare fa bene”, come garantisce il ministro Fazio di concerto con i suoi esperti, fanno i furbi. Mentre il Governo promulga il decreto sull’individuazione dei siti approvato il 10 febbraio, che mette un bavaglio alle regioni, estromettendole da poteri decisionali in materia di localizzazione dei siti nucleari, vanno raccontando che le loro regioni non hanno bisogno del nucleare. E lo fanno mentre accettano senza fiatare i piani del governo. Insomma, dicono una cosa prima delle elezioni, pronti a farne un’altra dopo. Greenpeace, attraverso Andrea Lepore, responsabile della campagna contro il nucleare ha notato un’ulteriore bizzarria. 18 regioni hanno votato ordini del giorno contro il piano nucleare; in Veneto e Lombardia sono a favore. Ma i candidati delle maggioranze nucleariste strizzano l'occhio al popolo: “sì, ma non da noi”. La Polverini addirittura ha esordito in campagna elettorale dicendo che "sul nucleare non possiamo tirarci indietro"; ma ora anche lei dice “sì, ma non nel Lazio”. E dove allora?

Stilistica. Da "A Frà" a "Senti Evà".

Gaetano Caltagirone
Una decina di giorni fa, dopo una lunga malattia, è morto all'età di 80 anni Gaetano Caltagirone, imprenditore edile e protagonista dello scandalo Italcasse. Fu lui a pronunciare al factotum di Andreotti, Franco Evangelisti, la famosa frase: "A Frà che te serve?".
Negli stessi giorni veniva pubblicata una delle intercettazioni di Anemone. Stava parlando con un prete, una personalità del mondo missionario, don Evaldo Biasini. Eccola. «Senti Evà scusa se ti scoccio solo per rotture di coglioni, devo vedere una persona come stai messo?», chiede Anemone. Risponde don Biasini: «Di soldi per l’Africa qui ad Albano ce n’ho 10 soltanto, giù a Roma potrei darteli».
Dei contenuti della telefonata e del loro eventuale carattere delittuoso si occupano i magistrati nell'indagine sulle "emergenze" della protezione civile. Sulla personalità del prete rinvio a un post precedente. 
Qui è di stile che si fa questione. E il tono confidenziale, franco, diretto sembra iscrivere nella stessa linea stilistica l'A Frà di Caltagirone e il Senti Evà di Anemone. "Le style c'est l'homme" - diceva Buffon. "Le style c'est la chose" - corregevano certi strutturalisti eretici (Barthes, credo, o forse Lacan). E "la cosa" di Caltagirone e di Anemone, di Evangelisti e di Biasini, non mi piace; lo dico sommessamente: mi fa quasi schifo.

Censura vaticana? Il manager di Dio e l'articolo scomparso.


Il 12 febbraio su "La Stampa" è apparso un articolo dal titolo Le finanze allegre del manager di Dio. Vi si raccontano i precedenti di don Evaldo Biasini, economo della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue, che, grazie all'intercettazione di una telefonata con il famigerato Anemone, è stato coinvolto nell'inchiesta sulle malversazioni della Protezione civile. La firma è di Giacomo Galeazzi, un vaticanista non astioso e non corrivo, di solito assai bene informato.
Volevo "postare" l'articolo qui, con un breve commento, per offrire un servizio al navigatore che capita da queste parti. Per evitarmi la battitura ho cercato il pezzo nel sito del giornale torinese, che mette a disposizione degli internauti un archivio bene organizzato. Lo ricerco a partire dall'autore. E' operoso oltre che bravo Galeazzi: 157 pagine di articoli in meno di due anni. Ma quell'articolo, del 12 febbraio 2010, non c'è. Faccio un altro tentativo. Google mi fa immaginare che il pezzo sia reperibile attraverso Dagospia. Detto fatto: approdo sul sito gossiparo, vado alla data, ritrovo nell'elenco il faccione del prete e il sommario dell'articolo, provo a recuperarlo. Sorpresa (ma non troppo!): il link di D'Agostino funziona, ma nella pagina linkata il pezzo non c'è più. Non mi arrendo e alla fine il mio sforzo è premiato. L'articolo è ancora in rete.
Io l'ho trovato sul sito del forum "Politicainrete", nella sezione riservata ai radicali. E non escludo che lo si trovi anche da qualche altra parte. Tuttavia lo sconcerto resta. Qualcuno (dal Vaticano? dal quotidiano della Fiat? da dove, se no?) ci ha messo mano ed ha reso la notizia meno accessibile e disponibile, ha cercato di ridurne l'impatto, credo con successo. Raccontata la storia, l'articolo di Galeazzi qui riportato non necessita più di commento.
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Le finanze allegre del “manager di Dio”

Il sacerdote coinvolto nell’inchiesta

In Vaticano il coinvolgimento di don Evaldo Biasini non piomba come un fulmine a ciel sereno. Negli uffici finanziari e missionari della Santa Sede era «ben noto» che l’economo d’Italia agiva «in modo fin troppo autonomo e disinvolto» rispetto alle indicazioni ricevute dalla Congregazione del Preziosissimo Sangue. Oltre a «prendere decisioni indipendenti dall’effettiva volontà dei superiori dell’ordine», da tempo la Curia era allarmata per la «fiducia incautamente accordata a personaggi discutibili che poi lo hanno tratto in inganno». Don Biasini non è un prete qualunque, bensì un «manager di Dio», un gigante della solidarietà cattolica nel Terzo Mondo.

Al suo nome sono legate opere missionarie tra le più importanti in Africa. In Paesi devastati dalla povertà come la Tanzania, don Evaldo è un pezzo da novanta e conta di più di vescovi che spesso non sono in condizione neppure di mantenere una mensa accanto alla chiesa. E’ lui che apre o chiude i cordoni della borsa. Ovunque ci sia un’emergenza umanitaria, quasi fosse una clone ecclesiastico di Bertolaso, è lui a imbracciare la valigia e mettere in piedi ospedali da campo, scuole, campi profughi. Tra gli economi degli ordini religiosi è proverbiale la sua abilità nel «fund raising» e la rara capacità di coniugare carisma missionario «dal basso» e peso specifico «in alto», cioè nelle stanze in cui si delibera insindacabilmente dove indirizzare il flusso degli aiuti.

«Anemone chiede a don Biasini i soldi perché sa che ha tra le disponibilità i fondi da lui personalmente portati alle missioni africane», spiegano in Vaticano. Gli accertamenti condotti nei Sacri Palazzi su quel giro di soldi consentivano ieri sera di stabilire la «gestione di somme di denaro all’insaputa dei superiori della provincia italiana». Don Biasini non si limita a finanziare attività di beneficenza. Nei decenni spesi ad estendere la rete missionaria del suo ordine, si è guadagnato spazi di eccezionale autonomia rispetto ai vertici religiosi. Un’assoluta libertà di manovra che nessuno ha mai messo apertamente in discussione, ma che cominciava a suscitare malumori dentro e fuori la congregazione. Quando ieri in Vaticano si sono tirate le fila della vicenda, le informazioni raccolte concordavano nel tracciare un identikit «di potere esercitato in maniera disinvolta, ingenua poco prudente».

Ad un personaggio con un prestigio indiscusso guadagnato sul campo, i confratelli non rivolgevano le domande che invece nei competenti dicasteri della Santa Sede avevano iniziato a farsi.

La personalità coinvolgente e l’affabilità «on the road» di don Biasini avevano sempre fatto apparire inopportuna la minima verifica dei superiori. Ora alla Provincia d’Italia, nel quartiere Appio Tuscolano (dove don Biasini ha il suo ufficio), crea imbarazzo la sostanza (i 50 mila euro di tangente), ma anche il tono consuetudinario, familiare delle intercettazioni. «Senti Evà scusa se ti scoccio solo per rotture di coglioni, devo vedere una persona come stai messo?», chiede Anemone. Risponde don Biasini: «Di soldi per l’Africa qui ad Albano ce n’ho 10 soltanto, giù a Roma potrei darteli».

25.2.10

Bertoldo e Cacasenno.


"Indubbiamente la corruzione é un fenomeno grave e va combattuta con ogni forma lecita. Ma osservo qualche anomalia. I rubinetti dei Magistrati o meglio i cassetti di alcuni PM si aprono sempre prima di scadenze elettorali e questo rende sospette e talvolta poco credibili anche indagini serie, con il sospetto che possano essere politicamente orientate. Mi domando con viva curiosità perché non siano emerse prima".
"Grazie anche alla morbosità dei mezzi di informazione, gente che poi risulta innocente, viene messa al pubblico ludibrio. Una gogna mediatica. Magari risulta innocente col passaggio del tempo. Ma mi domando: chi restituisce la dignità infangata a questa gente irreparabilmente offesa nell'onore e sconvolta nella esistenza. Per esempio, io credo alla piena buona fede di Bertolaso che stimo persona seria, capace e corretta, degna di stima. Magari qualche operazione poco limpida di un collaboratore può essere avvenuta, non lo escludo, ma che colpa ne ha lui. Mi sembra che Bertolaso con la sua popolarità, con il suo carisma ed anche con una innegabile propensione al bene e alla voglia di fare le cose in modo efficace e veloce, abbia pestato i piedi a qualcuno che intende fargliela pagare cara. Un tempo si diceva che chi la fa più grossa in un convento diventa abate. Mi pare che siamo ritornati a quel motto. La Bonino e Vendola non hanno alcun titolo per ottenere voti dai cattolici, non é lecito appoggiarli per un cattolico".
L'autore di queste pittoresche dichiarazioni non è Berlusconi, nè Bonaiuti e neppure Giovanardi; a ponzarle è monsignor Arduino Bertoldo, vescovo emerito di Foligno. Le ha rilasciato al sito cattolico integralista Roma.Pontifex. La cosa più curiosa è che negli stessi giorni la testata accusa Nichi Vendola, che ha criticato il recente documento della Cei, di occuparsi indebitamente delle cose della Chiesa.
P.S. Bertoldo lancia un anatema contro Vendola e Bonino. Da vescovo di Foligno con la folignate presidente della regione Umbria Lorenzetti, oggi uscente, fu sempre culo e camicia (chi ci mettesse la camicia non s'è mai saputo). Chissà perchè.

Racconti sull'infanzia del Signore (lo pseudo Tommaso)

Tra i Vangeli apocrifi relativi all’infanzia di Gesù quello attribuito a Tomaso mira a colmare i vuoti lasciati da Luca, accentrandosi esclusivamente sull’età dai cinque ai dodici anni (l’età dello smarrimento nel Tempio). Privo di aperte preoccupazioni teologiche, di taglio popolaresco ci mostra un Gesù non sempre buono e umile, ma talora scherzoso, tal altra magico, tal altra ancora inquietante. Eccone alcuni episodi.

II. All’età di cinque anni questo ragazzo stava giocando sul greto di un torrente: raccoglieva in fosse le acque che scorrevano e subito le faceva limpide comandando con la sola sua parola. Impastata dell’argilla molle, ne fece dodici passeri: quando fece questo era di sabato. C’erano pure tanti altri ragazzi che giocavano con lui. Un ebreo, vedendo quello che Gesù faceva giocando di sabato, andò a dirlo a Giuseppe: “Ecco, tuo figlio è al ruscello, ha preso dell’argilla e ne ha formato dodici uccellini, profanando il sabato”. Giuseppe andò, lo vide e lo sgridò: “Perché fai queste cose di sabato, che non è lecito fare?”. Ma Gesù, battendo le mani disse ai passerotti: “Andate!”. E quelli volarono via cinguettando: Al vedere ciò gli Ebrei rimasero di stucco e andarono a raccontare ai capi quanto avevano visto.

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IV. Un’altra volta camminava per il villaggio , quando un ragazzo, correndo, andò ad urtare sulla sua spalla. Gesù irritato gli disse: “Non percorrerai tutta la tua strada”, E subito cadde morto. Ma alcuni, vedendo ciò che accadeva, dissero: “Dov’è nato questo ragazzo, che ogni sua parola è un fatto compiuto?”.

I genitori del morto, andati da Giuseppe, lo biasimavano dicendo: “Tu, che hai un tale ragazzo, no puoi abitare nel villaggio con noi. Oppure insegnagli a benedire e non a maledire, perché se no fa morire i nostri ragazzi.

V. Giuseppe, chiamato in disparte i ragazzo, lo ammoniva dicendo: “Perché fai tali cose? Costoro ne soffrono, ci odiano e ci perseguitano”: Gesù gli rispose: “Io so che queste tue parole non sono tue, tuttavia starò zitto per amor tuo, ma quelli porteranno la loro punizione”. E subito i suoi accusatori diventarono ciechi.

Quanti videro questo, si spaventarono fortemente, restavano perplessi e dicevano, a proposito di lui, che ogni parola che pronunziava, buona o cattiva che fosse, era un fatto compiuto. E divenne una meraviglia.

Vedendo che Gesù aveva fatto una tale cosa, Giuseppe si levò, gli prese l’orecchio e glielo tirò forte. Ma il ragazzo si sdegnò: “A te basti cercare e non trovare. Veramente non hai agito in modo sensato. Non sai che sono tuo? Non mi molestare!”.

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XII. Un’altra volta, al tempo delle semine, il ragazzo uscì con suo padre a seminare il grano nella sua terra. e mentre il babbo seminava, anche il ragazzo seminò un chicco di grano. Quando ebbero mietuto e battuto nell’aia, fece cento cori (circa 400 quintali); chiamò allora nell’aia tutti i poveri del villaggio e regalò loro il grano. Il resto del grano fu portato via da Giuseppe. Quando fece questo segno aveva otto anni.

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XIII. Suo padre era un falegname e, in quel tempo, faceva aratri e gioghi. Una persona ricca gli ordinò un letto; ma una delle assi, quella detta trasversale, era troppo corta e Giuseppe non sapeva che fare. Il ragazzo Gesù disse allora a suo padre Giuseppe: “Metti in terra le due assi e pareggiale da una delle due parti”.

Giuseppe fece come gli aveva detto il ragazzo: Gesù si pose dall’altra parte, afferrò l’asse più corta e la tirò a sé rendendola pari all’altra. A tale vista suo padre Giuseppe rimase stupito e l’abbracciò. E lo baciava esclamando: “Me felice, giacché Dio mi ha dato questo ragazzo!”.

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da Apocrifi del Nuovo testamento, a cura di Luigi Moraldi, Volume I, Utet 1971.

Oltre i tagli? Roland Barthes e la signora Gelmini.

Su “La Stampa” è in uso da qualche tempo pubblicare un “editoriale dei lettori”, un intervento breve tra quelli ricevuti dal giornale su un tema di attualità. Il 12 febbraio è stato pubblicato un intervento che insieme consola e demoralizza. Un ragazzo di 17 anni, studente del Liceo Classico “Vincenzo Gioberti” di Torino, lamenta che il Liceo delle Scienze umane previsto dalla riforma delle scuole superiori trascuri, come disciplina autonoma, la semiotica, la disciplina che riflette sui segni. Al giovane editorialista, Daniele Trematore, evidentemente appassionato della materia, sembra un errore ignorare un settore di studi che fornisce così raffinati strumenti per analizzare e comprendere la nostra società. La consolazione sta nell’osservare che anche in questi tempi orrendi ci sono ragazzi che affrontano con serietà i problemi della cultura, che studiano e apprendono, ragionano e prendono partito. C’è un passaggio, tuttavia, che mi demoralizza proprio all’inizio: “Leggendo in questi giorni i provvedimenti della Riforma Gelmini relativi alla scuola secondaria di secondo grado, saltano all’occhio - oltre ai tagli - alcune novità, come l’introduzione di due nuovi licei tra cui il Liceo delle scienze umane. In vigore dal 2013, esso prevede un piano di studi articolato che comprende, tra le altre tradizionali materie, lo studio della psicologia, della pedagogia, della sociologia, dell’antropologia e della metodologia della ricerca”. C’è dunque qualche cosa nel disegno dalla signora Gelmini, “oltre i tagli”? A me sembra che il ragazzo sia stato ingannato: il cosiddetto liceo delle scienze umane altro non è che il vecchio istituto magistrale o il più recente liceo “socio-pedagogico” appena riverniciato e dentro non c'è nessuna scelta culturale, nessun progetto innovativo, solo la mascheratura dei tagli. Il tutto sostenuto da un battage pubblicitario che mira a far credere che questa sia una “riforma”, cui si oppone una sinistra conservatrice che nulla fa e non sopporta che altri facciano. Io sospettavo che questo tipo di messaggi avrebbe convinto gran parte del pubblico meno attrezzato, quello che s’informa solo attraverso la televisione generalista, ma che facesse breccia su un ragazzo preparato e informato come Trematore, capace di trascorrere con competenza da Barthes ad Eco, non me l’aspettavo. Il fatto mi meraviglia e mi preoccupa.

Orwell e i compagni anticomunisti.


Un bell’articolo di Richard Newbury (Il fardello del santo laico), che il 23 febbraio occupava un’intera pagina de “La Stampa”. (http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/Libri/grubrica.asp?ID_blog=54&ID_articolo=2434&ID_sezione=81&sezione=), illumina i paradossi di Orwell, il grande scrittore de La fattoria degli animali e di 1984, di cui a gennaio alcuni (pochi in verità) hanno celebrato i sessanta anni dalla morte. Ci dice per esempio del suo “conservatorismo”, del suo amore quasi reazionario per usi, modi, riti del passato, di una “inglesità” vagamente nazionalistica che gli rendeva antipatici gli scozzesi, tutte cose che sembrano fare a pugni con il suo progressismo politico. E ci dice del suo peculiare sinistrismo, caratterizzato da un “precoce antimperialismo”, un “precoce antifascismo”, un “precoce antistalinismo”.

A 24 anni Orwell, che era nato nel 1903 nella vicina India, si dimetteva in Birmania da ispettore della polizia, non per una incompatibilità con il mestiere e la violenza che gli è connessa (era molto critico verso la dogmatica nonviolenza di Gandhi, che a suo dire protrasse il dominio inglese sull’India), ma perché disgustato dell’imperialismo. Nel 36 l’antifascismo lo portava in Spagna a rischiare l’uccisione da parte dei franchisti e da parte degli stalinisti. Nel 44, in piena guerra, quando Stalin era ancora per quasi tutti un alleato, un salvatore della civiltà, Orwell fece dello stalinismo il bersaglio di una penetrante satira ne La fattoria degli animali. Ciò non gli avrebbe impedito, l’anno dopo, di rifiutare un seggio parlamentare tra i laburisti perché “il Labour non era abbastanza di sinistra”.

La tesi dell’articolista è che Orwell, a differenza di tanti, non si contentò di essere antifascista, ma volle essere antitotalitario. Lo fece fin dai tempi della guerra di Spagna ove scoprì (vedi il suo Omaggio alla Catalogna) che a contrastare la tirannide c’erano anche quelli che volevano sostituirla con un’altra tirannide e tracciò una linea di demarcazione diversa da quella tra destra e sinistra, quella tra democrazia e totalitarismo.

Orwell è, a mio avviso, con Camus, con il suo amico Koestler, con Hannah Arendt e pochi altri, l’espressione di un radicalismo democratico che non esita a definirsi e ad essere effettivamente “anticomunista”, ma che rifiuta anche l’arruolamento nell’“anticomunismo”, il campo di chi tollera le peggiori infamie imperialistiche e fascistiche per combattere il nemico fondamentale. Questo suo rigore, etico prima ancora che politico, ne fa un maestro e un compagno. Il sentirlo tale non mi impedisce peraltro di dirmi e riconoscermi “comunista”, e non solo idealmente, ma facendomi carico del fardello (anche di vergogna) del comunismo novecentesco, che ha così inestricabilmente intrecciato liberazione e oppressione. Continuerò a chiamare compagni anche quei comunisti che ritennero, sbagliando e spesso pagando l'errore, che la libertà politica si potesse per qualche tempo sacrificare e che giustificarono la dittatura e la compressione dei diritti civili come passaggio verso un mondo che garantisse libertà piena a tutti. Sto con Dubcek e Berlinguer che, da comunisti, cercarono di riformare il comunismo e sto con Pertini che, con la diretta semplicità che lo contraddistingueva, dichiarava inseparabili la libertà e la giustizia sociale e spiegava che “quando c’è miseria, quando non c’è un lavoro dignitoso, quando non c’è la possibilità di dare un’istruzione ai figli, la libertà è un’irrisione, è la libertà di imprecare e di bestemmiare”.
Resta un punto da chiarire e riguarda la parola “totalitarismo”. L’idea di un potere statale che controlla tutto, che non si limita a dominare nella sfera politica, ma mira a distruggere la vita individuale e privata, soggiogando le coscienze attraverso l’ideologia, suscita in me lo stesso orrore e la stessa paura che provava Orwell; ma non ho dimenticato che “totalità” è anche il sistema di produzione capitalistico, che esso tende ad asservire alla sua logica tutti i rapporti umani, a ridurre a merce tutto, compresi i pensieri e i sentimenti. Ad Orwell ed agli altri compagni anticomunisti forse tutto ciò sfuggiva e non si rendevano conto che, impiantate in un sistema che ogni giorno se le mangia come quello capitalistico, libertà e democrazia hanno una vita assai grama e tendono a diventare parole vuote. Forse la sfida del millennio nuovo (e di quel socialismo?, comunismo?, o come altrimenti si chiamerà, che possa riprendere un percorso di liberazione interrotto) è proprio questa: la ricerca di una comunità umana una e plurale, l’affermarsi di un modo di produrre e di vivere insieme che garantisca a tutti e a ciascuno il massimo di libertà e di democrazia possibile. Io penso che non sia sbagliato chiamare “totalità” questa nuova forma dell’esistenza umana, purchè si tratti di una totalità pluralistica, libera e democratica. Non è una contraddizione ma un paradosso, di quelli cari ad Orwell: è una verità difficile a pensarsi, ma è quella stessa che i migliori del Novecento hanno intravista e a cui donne e uomini del nuovo millennio potranno dare corpo se le saranno fedeli.

24.2.10

Malacucina. Un libro di Ariodante Fabretti sulla prostituzione nella Perugia medievale (S.L.L.)

Il testo che segue, pubblicato su micropolis nel maggio 2001, è collegato alla polemica sulla prostituzione e alla campagna per la punizione del cliente, condotta soprattutto dal prete Oreste Benzi. (S.L.L.)
Perugia - Via Volte della Pace

Ariodante Fabretti
Nel 1890 l’erudito perugino Ariodante Fabretti, a proprie spese, pubblicò a Torino, con il titolo La prostituzione in Perugia nei secoli XIV, XV e XVI, una serie di documenti che aveva reperito nell’Archivio Comunale di Perugia a partire dal 1848. Il volumetto è dedicato all’amico Luigi Pagliani, “direttore dell’Officio di Sanità del Regno d’Italia” e la breve introduzione esplicitamente collega la scelta del tema ai “nuovi ordinamenti sulla prostituzione, che conciliano la libertà con la salute pubblica e col civile decoro”.
I testi, che coprono il periodo dal 1342 al 1557, sono statuti, interdizioni, contratti, atti di vendita, petizioni, ordinanze di sfratto. Quelli in latino non sono tradotti e mancano quasi del tutto di annotazioni; l’unico corredo è la piantina di un settore della città. Tutto ciò in coerenza con la storiografia positivistica, che nutriva un vero e proprio culto per il documento e pretendeva che fosse, nella sua nuda evidenza, più eloquente di qualsiasi interpretazione.
Il primo testo è tratto dallo Statuto del Comune, nella volgarizzazione del 1342. In esso si ordina che “niuna meretrice overo putana overo lavatrice de capeta” alloggi a meno di dieci case di distanza dalla chiesa di Sant’Ercolano di Porta San Pietro o da altre chiese cittadine. Una pesante multa punirà tanto le prostitute quanto chi le ospiti, gratis o in affitto, nello spazio interdetto. Lo stesso statuto proibisce alla “femmena” di congiungersi carnalmente “collo leproso”, a meno che non sia suo marito. Le pene sono terribili: sarà frustata “per tucta la cità e per gli borghe”, le sarà “troncato il naso” e infine sarà bandita dalla territorio comunale. Si aggiunge che “en quilla medesima pena sia punita la femmina cristiana sé congiongente carnalmente ad alcuno giudeo”. Sorprende qui la doppia parificazione della prostituta con la lavatrice di capo (forse origine della immeritata fama che circonda tuttora le “sciampiste”) e del lebbroso con l’ebreo (fonte di pregiudizi assai più cruenti).
Nel 1359 si registra un giro di vite, probabilmente legato ad esigenze finanziarie. Le meretrici furono obbligate a concentrarsi nel luogo “dicto Malacucina”, un budello che, grosso modo, si dipartiva dall’odierna via Mazzini, all’altezza del Caffè di Perugia: dovevano abitare lì e restarci giorno e notte; ne potevano sortire, per poche ore, soltanto il sabato. Le controllava il “comparatore”, una sorta di appaltatore monopolista del commercio sessuale, esattore della gabella postribuli e tenutario delle case di Malacucina,. Ad ogni violazione degli obblighi da parte delle prostitute corrispondevano multe salate, i cui introiti erano divisi fifty fifty tra le casse comunali e il “comparatore”.
I documenti che seguono, di fine Trecento e del primo Quattrocento, sono tutti legati alla gestione del monopolio sulle case di tolleranza. Le condizioni delle donne sembrano ulteriormente peggiorare. Se non riescono a pagare la gabella e i fitti esosi, sono praticamente ridotte in schiavitù, obbligate a prestare al “comparatore” ogni sorta di servizio. In base al contratto, il titolare dell’appalto poteva anche percuoterle a suo arbitrio, purché “senza ferro e senza libitazione de membro” e purché le batoste non producessero morte. Un abbigliamento particolare (un velo rosso) deve inoltre distinguere le prostitute anche nelle poche ore di libera uscita.
Di contratto in contratto si arriva al 1424. Perugia è sotto il governo pontificio e il legato del Papa, il vescovo Coraro, il cosiddetto Cardinale di Bologna, decreta di esentare le meretrici e le serventi del bordello dal pagamento della gabella. Il decreto è rinnovato l’anno dopo dal suo successore, il vescovo di Venezia Pier Donato, il quale in ottimo latino dichiara di emanarlo “per il comodo, l’utilità ed il bene della Comunità perugina”, previa una lettera dalla Curia Romana che lo ha rassicurato sulla volontà del Papa.
Un vero e proprio movimento delle prostitute e dei loro protettori per la riduzione dei fitti si manifesta negli anni seguenti. Di fatto nel 1452 i Priori delle Arti decretano che sia ridotta da tre a due bolognini il prezzo giornaliero della pensione in Malacucina. Intanto il bordello perugino si è internazionalizzato: impresari Tedeschi e Francesi (“Teotonici et Frangigenenses”) arrivano con vere e proprie compagnie di conterranee. Sono loro a condurre, con petizioni e proteste, la lotta per l’equo canone. Malacucina è carissima e la tendenza alla clandestinità assai forte. Priori e Vescovi devono, dunque, intervenire più volte a proibire l’esercizio dell’arte fuori dal luogo deputato, a far redigere una lista ufficiale dei ruffiani e perfino a sfrattare, nel luglio del 1487, tutte le meretrici ed i ruffiani giunti nell’ultimo mese, per evitare che il sovraffollamento. Alla fine, nel 1492, sono costretti ad individuare un'altra zona a luci rosse, nel luogo chiamato “Le Volte de Pace”, un portico o loggiato in vicinanza delle mura etrusche, approssimativamente coincidente con la traversina di via Bontempi che conserva quel nome, ma che a quel tempo aveva una diversa configurazione. 
Segue, nel volumetto del Fabbretti, un documento del 1551. In assenza di documentazione si può congetturare che nei primi decenni del secolo, c’era stata una grande tolleranza, una liberalizzazione di fatto, ma, ora, per effetto della Controriforma e della più pressante presenza clericale nel governo della città, il clima politico-culturale è mutato. Il governatore della città, Fabio Mirto, vescovo di Gaiazzo, di Perugia e dell’Umbria emette un’ordinanza rivolta agli “officiali della onestà”, i monsignori Graziani e Paolucci, che contiene una premessa ideologica assai interessante:
Intendendo per querela di molti gentil’huomini et cittadini di questa città, che in diverse parti di essa, etiamdio più frequentate dalla nobiltà, et presso alle chiese et monasteri prencipali sono concorse ad habitare assai cortegiane et meretrici le quali, oltre che colli postribuli et dishonesta vita loro disonorano il s.mo Dio, danno ancora scandolo et malo esempio alle honeste Donne; et volendo pertanto provedere, che le cattive siano riconosciute per tali, et torre l’occasioni alle buone di voltarsi ad altra vita.
Sulla base di questi presupposti il Mirto ordina di delimitare rigidamente le zone d’esercizio della prostituzione, di spostare in esse d’autorità le prostitute, requisendo le case necessarie alla bisogna e risarcendo i proprietari e sistemando i locatari in altri quartieri cittadini, a spese del Comune. E’ una misura d’emergenza, tipica dei casi di calamità, ma in questa circostanza viene assunta all’unico modestissimo scopo di evitare il contatto delle prostitute con le persone perbene e specialmente con “la nobiltà”. L’ipocrisia del provvedimento è confermata da una testimonianza coeva del diarista perugino Vincenzo Fedeli, riportata dallo stesso Fabretti nelle sue Cronache di Perugia:
Adì di novembre del 1557 passò per la città di Perugia el cardinale Carafa, chiamato don Carlo, nepote carnale del papa Pavolo quarto; et alogiò una sera con monsignore de Gaiaze governatore; et era com seco el cardinale Vitello, el quale non fece bene nissuno a la nostra città; e dopo cena pubblicamente fece andare in palazzo tutte le putane, che se trovavano a Perugia, quale furono in tutte 14, e presene per sé una, et una per el cardinale Vitello; el resto accomodolle a la sua famiglia.
Chissà che non fosse questa la ragione vera ed irriferibile per cui il governatore aveva decretato il concentramento delle prostitute. 
Ma forse c’era anche un altro scopo, che possiamo arguire da un documento secentesco inserito dal Fabbretti in appendice, una petizione alla Sacra Consulta romana contro la Curia vescovile, firmata “da cento e più persone di ogni honorata condizione”. Il vescovo, del quale si denunciano le malefatte, Napoleone Comitoli, pur avendo fatto “pagare pene sino per accompagnare le processioni”, impedisce alle meretrici di entrare in chiesa a “sentire li divini ufficii”. 
La petizione esprime anche una garantistica rivendicazione contro  schedature che avrebbero marchiato indelebilmente le prostitute, chiede infatti
che le medesme meretrici non siano sforzate a farsi scrivere in Vescovato, non essendosi mai usata tale descriptione… et ad altro non servendo che per fargli pagare cinque bollini per ciascuna alli notari.
"micropolis" maggio 2001

23.2.10

Nonno Pertini e i ragazzacci de "Il Male".

UN TIPICO FALSO DE "IL MALE"
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Pertini, già presidente della Repubblica, non aveva chiusure e pregiudizi neanche contro i ragazzacci de “Il Male” e una volta, nel 1982, li invitò a pranzo. Lo raccontò Vincino a Radio Radicale nel 1999: “Telefonava spesso, una volta per dirci “bravi” e chiederci un disegno, un’altra per rimproverarci. Un giorno, a sorpresa, il suo segretario ci telefonò per invitarci a pranzo. L’invito era per quattro persone. Noi ne discutemmo, volevamo andare tutti, poi andammo in cinque o sei: Sparagna, io, Orsini, Saviane, Forattini e forse un altro. Era il tempo che i radicali, ma non solo loro, fumavano in pubblico gli spinelli per propagandare la depenalizzazione, come atto di disobbedienza civile. Pensammo di farlo anche noi, al Quirinale, e ci portammo un paio di canne. Fu un pranzo molto simpatico e perfino buffo: Pertini ci presentò il “compagno cameriere” e il "compagno cuoco" che aveva preparato il pranzo. Poi, non so come, il discorso cadde sulla droga e Pertini si infuriò, pronunciò parole durissime. Voleva pene pesantissime per gli spacciatori. Noi cominciammo a guardarci e a darci calci negli stinchi, sotto il tavolo. Non ce la sentivamo di fare la nostra provocazione, per quanto giusta fosse; avremmo dato un grosso dispiacere al Presidente che ci aveva invitato e trattato con tanta cordialità e franchezza”.

Giuseppe Gatì. Un mio compaesano di cui sono orgoglioso.

"E’arrivato il momento, il momento dei siciliani onesti, che vogliono lottare per un cambiamento vero, contro chi ha ridotto e continua a ridurre la nostra terra in un deserto abbiamo l'obbligo morale di ribellarci. Questa è la mia terra ed io la difendo e tu?". Sono le prime righe del blog di Giuseppe Gatì, un ragazzo morto l’anno scorso mentre andava per stalle a raccogliere latte.

Giuseppe è cresciuto nel mio stesso paese, Campobello di Licata, in Sicilia. Non ho fatto a tempo a conoscerlo di persona: quando sono andato via non era ancora nato e nei miei periodici ritorni i ragazzi più giovani non li frequento. Conosco suo padre Giacomo, come compagno e come persona impegnata nella ricerca di un destino economico diverso e migliore per le nostre terre, terre ove sono comodamente insediate la mafia e la borghesia mafiosa, protette da un ceto politico corrotto e/o inetto. Di Giacomo ricordo il suo impegno pluridecennale per l’agricoltura biologica e so delle più recenti iniziative: la ricerca di razze autoctone per un caprino e un pecorino davvero speciali, un piccolo agriturismo. A differenza di tanti altri, non si è arreso.

Giuseppe lavorava con lui e, seppure molto giovane, non aveva paura di un lavoro pesante i cui risultati sono più che altro proiettati nel futuro. Era un ragazzo impegnato a sinistra, amava la legalità e ne sosteneva i difensori contro tutte le mafie; era un ragazzo normale alieno da ogni propensione all’eroismo e da ogni smania di protagonismo. La contestazione a Sgarbi per cui passò alle cronache gli venne naturale: quello era un critico d’arte, forse di valore, ma anche l’autore di infami calunnie e di volgari e gratuite offese contro i magistrati, un vigliacco che si era fatto scudo dell’immunità parlamentare. Il 28 dicembre 2008, a una sua conferenza agrigentina, Giuseppe gridò: “Viva Caselli! Viva il pool antimafia!”. Morì poco tempo dopo, il 31 gennaio. Nell’anniversario della sua morte mi pare che sia mancato del tutto (o quasi) il ricordo della Tv di stato, che concepisce il servizio pubblico come servizio ai prescritti e perciò commemora soprattutto i latitanti. Non è mancato il ricordo del movimento antimafia e dei web dell’altra Sicilia. Giuseppe non entrerà nell’elenco delle vittime della mafia che, come ogni anno, verrà scandito a Milano il 20 marzo nella Giornata della Memoria, della Legalità e dell’Impegno che Libera organizza ogni anno; ma alcuni amici di Libera, siciliani e umbri, stiamo studiando qualcosa perché il suo impegno sia indicato anche lì come esempio. Qui intanto pubblico la testimonianza sulla giornata agrigentina che Giuseppe stesso diede sul suo blog e un recente articolo di Riccardo Orioles dalla rivista catanese “U Cuntu”, secondo me molto bello.

Identiticato e perquisito

Giuseppe Gatì

"Con alcuni amici l’altro giorno mi sono recato presso la biblioteca comunale di Agrigento per contestare con volantini e videocamera Vittorio Sgarbi. Ci siamo soffermati su due punti in particolare: la condanna in via definitiva per truffa aggravata ai danni dello stato, e quella in primo e secondo grado, poi andata prescritta, per diffamazione del giudice Caselli. Dopo quasi due ore di ritardo ecco che arriva, in sala la gente rumoreggia e fischia. Subito dopo aver preso la parola, naturalmente con qualche volgarità annessa, inizia la nostra contestazione. Nel video non si vedono o sentono certe cose. Sono stato subito preso e spintonato da un vigile, mentre qualcuno tra la folla mi rifilava calci e insulti. Sgarbi, prima chiedeva che venisse sottratta la videcamera alla mia amica, e dopo cercava lui stesso di impossessarsene.

Ma è importante sapere cosa succede dopo. I miei amici vanno via perché impauriti, mentre io vengo trattenuto dai vigili. Si avvicina un uomo in borghese, che dice di appartenere alle forze dell’ordine e cerca di perquisirmi perché vuole la videocamera (che ha portato via la mia amica). Io dico che non può farlo e lui mi minaccia e mi mette le mani addosso. Arriva un altro personaggio, e minaccia di farmela pagare, ma i vigili lo tengono lontano. Dopo vengo preso e portato in una sala appartata della biblioteca, dove la polizia prende i miei documenti e il telefonino. Chiedo di vedere un avvocato (ce n’era addirittura uno in sala che voleva difendermi), per conoscere i miei diritti, ma mi rispondono di no. Mi identificano più volte e mi perquisiscono. Poi mi intimano di chiamare i miei amici, per farsi consegnare la videocamera, ma io mi rifiuto. Arriva di nuovo il presunto appartenente alle forze dell’ordine in borghese e mi dice sottovoce che lui dirà di esser stato aggredito e minacciato da me. Non mi fanno parlare, non mi posso difendere. Dopo oltre un’ora e mezza mi dicono che non ci sono elementi per essere trattenuto ulteriormente, mi fanno fermare il verbale di perquisizione e mi congedano con una frase che non posso dimenticare: “Devi capire che ti sei messo contro Sgarbi, che è stato onorevole e ministro…”.

Che cosa c’insegna quel ragazzo qualunque

Riccardo Orioles

"Sono nato ad Agrigento il 18/10/1986, residente a Campobello di Licata (AG), cittadino libero. Ho voluto specificare il mio status per combattere il servilismo che ogni giorno di più avvolge il nostro Paese. Ho scelto di rimanere in Sicilia, di non andare via anche se vivere qui è duro...". E’ l’incipit del blog di Giuseppe Gatì, morto un anno fa d’incidente mentre aiutava suo padre al lavoro, in campagna.

Della sua breve vita, qualcuno ricorda ancora le fiere parole - “Viva l’antimafia! Viva Caselli!” - con cui interruppe gli insulti di un servo del potere mafioso venuto a fare il suo sporco lavoro. Lo afferrarono le guardie e se lo portarono via. Lui ricominciò la sua esistenza normale: organizzare l’antimafia, aiutare la famiglia, portare avanti il blog. Il filo era diventato assai breve, tutto ciò che Giuseppe avrebbe mai potuto dare al mondo era ormai concentrato in quei diciannove anni. Ma abbastanza per ricordarlo, per essere orgogliosi di lui, e profondamente grati. Servono le persone così, molto più che i grandi eroi. La storia di Giuseppe ci è venuta provvidenzialmente davanti mentre ci arrabbattavamo per esprimere l’indignazione per le ruberie, per le prostituzioni, per le insolenze di piccoli e grandi mascalzoni che sono ormai la fauna abituale di questa decadenza in cui viviamo. Difficile trovare le parole, e trovarne soprattutto di non volgari; perché la volgarità è contagiosa. A furia di scrivere e raccontare di anime basse qualcosa di quel grigiore s’insinua dentro di noi; e la mediocrità, la povertà umana, la svendita di se stessi, a un certo punto appaiono, senza accorgersene, qualcosa di riposante e di normale. Non puoi scrivere di Bertolaso senza diventare almeno per un milionesimo di te stesso arrogante e servile. Non puoi attraversare le elucubrazioni dei Di Pietro, dei Bersani o dei D’Alema senza vergognarti impercettibilmente dei compromessi compiuti dal te stesso politico (certamente minori e, anche qui, “a fin di bene”). E Bossi, e Berlusconi, le due violenze, non hanno davvero nulla, per un maschio adulto italiano, di machiavellicamente affascinante? Ecco: a tutte queste putredini, a queste debolezze, risponde come un soffio d’aria un essere come il nostro Giuseppe. Non ha vissuto niente di tutto questo, Giuseppe. Non si è mai rapportato coi Vip, non ha mai voluto esserlo e nemmeno, per un istante fugace, gli è apparso il fascino del rifiutare (che è quasi esercitare) un potere; queste cose nel suo mondo non sono mai esistite, semplicemente. Così, questo ragazzo come tanti altri, semplice buono e civile, assolutamente non-eroe, è quello che ci insegna di più; almeno a me. Vogliamo sconfiggere Berlusconi ma così, distrattamente, senza troppo appassionarcene nè dargli maggior peso del dovuto. Combattemo il razzismo e le altre cose disumane per quello che sono, cioè estranee alla vita, indialogabili. Cammineremo nella storia, faremo la nostra parte, ma senza mai prenderla sul serio più di tanto. Sapendo che la storia profonda, quella che gl’intellettuali non vedono e che non è potere, è la più importante di tutte. E neanche sapremo esprimere queste cose in parole lucide, da poveri intellettuali del Novecento; ma ci arrenderemo a questo limite, umilmente. Infatti, basta il viso di un ragazzo buono qualunque - il viso di Giuseppe, per esempio - per raccontare con chiarezza ciò che serve. Che altro?

La successione a Berlusconi.

Stamattina alla 7 Piroso, circondato da un “nutrito manipolo” di analisti, in prevalenza giornalisti, da Maria Giovanna Maglie a Gigi Moncalvo, passando per Rina Gagliardi, ragionava di successione a Berlusconi.

Il filo conduttore del programma era il seguente: Tremonti avrebbe i numeri, ma è visto come uomo della Lega; Fini s’è bruciato; Bertolaso l'hanno bruciato; tutti gli altri sono mezze cartucce; non resta che Marina Berlusconi. E lì una sfilza di elogi: ha il temperamento del padre; è una grande imprenditrice; si circonda di ottimi consiglieri, ma alla fine decide lei; negli ultimi tempi i suoi interventi “politici”, a difesa del padre e non solo, si sono fatti più frequenti. Addirittura la trasmissione ci ha regalato, mentre scorrevano le sue immagini, un vero e proprio repertorio di citazioni della “delfina”: su suo padre, su Di Pietro, sulla sinistra, su De Benedetti, sugl’invidiosi.

Come in tutti questi odiosi talk-show c’era un gioco delle parti: Maglie e Moncalvo entusiasti dell’idea; un destrorso moderato che diceva “ma no, dietro al Cavaliere sta crescendo una classe dirigente”; un sinistrorso moderato che diceva “non sarebbe bello”; Gagliardi che citava Valentino Parlato e si affidava alla “fantasia della storia”.

Mi sono fatto l’idea che, ne siano o no consapevoli il conduttore e gli autori del programma, si stia preparando una discesa in campo in grande stile, per una successione che si nega poter essere imminente, ma potrebbe rendersi necessaria nel caso di una imprevedibile emergenza.

La trasmissione usava nei sottotitoli un riferimento a Dynasty, una soap-opera che ebbe successo negli anni 80. Non ne ho mai visto una puntata intera, ma dai frammenti che ricordo credo si trattasse di una dinastia industriale, con complicate relazioni familiari e dure guerre intestine. Io credo che i riferimenti potrebbero e dovrebbero essere altri, non tanto la Corea del Nord e la sua monarchia “comunista”, ma quei paesi del terzo mondo (talora del secondo e mezzo) in cui vigono democrazie familistiche, in cui cioè si svolgono elezioni più o meno regolari, ma in cui uno dei poli del sistema politico è saldamente occupato da una famiglia che è anche potentato economico e vertice di un ramificata rete di clientele. Parlo dell’India dei Nerhu-Gandhi, del Pakistan dei Bhutto, ma anche della Grecia dei Papandreu e dei Karamanlis. Anche il solo parlare di una successione in famiglia mi pare l’esito di una profonda regressione non solo politica, ma anche culturale.

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