30.11.09

Viva Vendola presidente! (Ma non so se mi conviene).


Nichi Vendola si sta impegnando a fondo per ricandidarsi a presidente della Regione Puglia. E' del tutto comprensibile. C'è un lavoro iniziato, alcune conquiste da valorizzare, specialmente in materia d'energia, l'attaccamento alla propria terra e (perchè no) al potere, perfino una piccola macchia da lavare. Ottime ragioni. La sua candidatura, del resto, è la più logica e anche la più forte a livello di appeal popolare. L'argomento prospettato da D'Alema e da Emiliano ("Casini e Di Pietro non ti vogliono") è peraltro molto debole. Ammesso (e non concesso) che queste alleanze siano indispensabili, i veti si rimuovono con la battaglia politica. La loro accettazione è quasi sempre controproducente: crea disorientamento, demotiva e scoraggia i tuoi .
Riuscirà Nichi a vincere questa battaglia? E' improbabile. C'è una magnifica definizione del cretino, di Carlo Maria Cipolla: lo è chi danneggia gli altri senza ricavarne alcun vantaggio per sè. Ebbene quando D'Alema fa il cretino è inarrivabile e potrebbe facilmente regalare ad una destra corrotta e revanchista come quella pugliese la guida della regione.
Il danno è garantito anche se si effettuassero le primarie che Vendola e la correttezza politica richiedono. Se si faranno è improbabile che qualcuno batta Vendola. I dubbi sono per il dopo, per le elezioni vere e proprie: la durezza dello scontro nelle primarie potrebbe essere esiziale.
Bisognerebbe (e la cosa è improbabile) che senza tergiversare Bersani scelga la riconferma. Sarebbe la cosa migliore per lui, per Vendola, per la Puglia.
Lo sarebbe anche per noi che, a sinistra e fuori dalla Puglia, speriamo nella costruzione di un nuovo partito? Un partito di sinistra, del lavoro e dell'ambiente, delle donne e degli uomini, dei diritti sociali e dei diritti civili? Un partito aperto e capace di leggere l'oggi senza dimenticare il passato, ma senza rimanervi attaccato come una mosca alla ragnatela?
Vendola presidente nei prossimi anni sarebbe inevitabilmente prigioniero del suo ruolo e delle logiche di coalizione e non potrebbe dare un contributo libero e spregiudicato alla nascita della nuova sinistra. Potrebbe non avere nei tre anni a venire, quelli decisivi, la mobilità da corsaro che si richiederà per unificare la dispersa sinistra e contrastare i tentativi di risucchiarla in un orizzonte di moderatismo.
Dunque viva Vendola presidente della Puglia. Ma non so se mi conviene.

La poesia del lunedì. Antonia Pozzi (Milano 1912 -1938)


Pudore
Se qualcuna delle mie povere parole
ti piace
e tu me lo dici
sia pur solo con gli occhi
io mi spalanco
in un riso beato
ma tremo
come una mamma piccola giovane
che perfino arrossisce
se un passante le dice
che il suo bambino è bello.

da Parole

29.11.09

L'articolo della domenica. Bandiere rosse fuorilegge.


L’organizzazione del Partito Comunista d’Italia, al mio paese natìo, Campobello di Licata, sopravvisse qualche anno alla Marcia su Roma e la sezione, nonostante un paio di invasioni squadristiche, conservò una sede, sebbene poco frequentata, fino all’estate del 1925, l’anno delle leggi fascistissime.
Mi è stato raccontato che, per salvare la bandiera rossa dalle imminenti perquisizioni, uno dei dirigenti, Mariano Miccichè, la consegnò a un suo cugino affidabile e insospettabile, che la nascose tanto accuratamente da non riuscire a ritrovarla nel 1943, quando dopo l’arrivo degli Alleati, i compagni avrebbero voluto esporla in piazza.
Nel lungo tempo trascorso, a sentirli, erano riusciti sempre il Primo maggio a portare in piazza il colore della riscossa nelle cravatte di alcuni di loro, benché qualcuno fosse al confino e qualche altro nella giornata dei lavoratori venisse portato dai carabinieri, senza ragione alcuna, in camera di sicurezza.
Leggo ora sui giornali che il Senato polacco ha varato una legge che punirà con pene fino a due anni di carcere “la produzione, la distribuzione, la vendita e il possesso di simboli del nazismo, del comunismo o di altri totalitarismi, in forma scritta stampata o di altro tipo”. La legge sarà presto firmata da Lech Kaczynski , il presidente della Repubblica, uno dei due famigerati gemelli nazionalisti e reazionari ed entrerà in vigore il primo gennaio. La norma certamente riguarda la bandiera rossa: chi continua a possederne dovrà distruggerla, buttarla via o ben nasconderla, se vorrà evitare le sanzioni. E’ una misura praticamente inutile in Polonia, l’unico tra i paesi dell’Est europeo ove non esistano movimenti politici nostalgici, ed ha una applicazione per molti versi difficile. E’ improbabile che gruppi di operai si rechino alla spicciolata nelle piazze di maggio con la cravatta rossa, ma non è chiaro se rischierà la galera il ragazzo che indossa la maglietta del Che o se si possano considerare simbolo del totalitarismo comunista le opere complete di Marx e di Lenin conservate in biblioteca.
Quella polacca è, in verità, una legge-bandiera, di quelle che non hanno effetti pratici, ma che vogliono imporre con la forza del diritto un dogma, una credenza indubitabile: in questo caso l’esecrabilità del comunismo e la sua equiparazione con il nazismo. Si tratta di una tesi risibile: non c’è alcuna somiglianza ideologica e di valori tra i cosiddetti totalitarismi di cui si parla. Il nazismo si fonda sui valori del sangue e della terra, parla di razze inferiori e superiori, esalta la gerarchia, propugna la sottomissione servile degli inferiori. Il comunismo non fa differenza né tra razze né tra nazioni, vuol eliminare la divisione di classi, vuole una radicale uguaglianza in cui non ci siano né servi né padroni. Com’è possibile fare in questo modo di ogni erba un fascio?
Eppure questa assimilazione dei cosiddetti “due totalitarismi” viene sostenuta da professori e preti, diffusa e propagandata da giornali e tv, imposta come verità intangibile anche fuori dalla Polonia dove non si sanzionano bandiera rossa o la falce e martello. C’è un elemento repressivo in tutto ciò, una spinta (totalitaria, ci viene da dire) a cancellare con i simboli ogni traccia di un grande movimento storico e ogni aspirazione a un cambiamento radicale della società.
Il comunismo novecentesco, in verità, è stato insieme due cose contraddittorie, ma spesso difficilmente separabili. E’ stato un movimento di liberazione che ha coinvolto milioni e milioni di donne e uomini, che hanno preso la parola e preso in mano il proprio destino, che si sono fatti massa per affermare il principio dell’uguaglianza e su questa base cambiare la vita. Ma è stato anche una teoria e una pratica del potere, che sulla base di uno stato di necessità ha prodotto e giustificato dittature, oligarchie, poteri arbitrari e incontrollati.
Io credo che, in qualche misura questa compresenza sia originaria e si possa intravedere persino nelle teorizzazioni del Che fare leniniano, ove si postula un’idea aristocratica e militaristica di partito. Il partito è l’aristocrazia dei dotti, non importa se intellettuali di mestiere o operai o artigiani, è il luogo dei detentori della “teoria”, senza la cui illuminazione la lotta di classe non produce “rivoluzione”. Il partito è definito una avanguardia, la parte più combattiva e più attrezzata nel combattimento dell’esercito del proletariato. Il sentire vagamente platonico (e inevitabilmente autoritario) che anima questa “teoria”, con l’emergere di una tripartizione che finisce col distinguere filosofi e guerrieri dai normali proletari, condiziona la prassi, anche se i tratti di fondo di quest’ultima esprimono soprattutto la liberazione progressiva di operai e proletari dalla soggezione e dalla paura, altre che dallo sfruttamento. Questo non significa affatto che in quell’opera, che in quella teoria del partito, che peraltro lo stesso Lenin avrebbe in diversi punti contraddetto o corretto, ci fosse in nuce tutto quello che poi è accaduto. I processi reali sono sempre contraddittori.
Io resto convinto, ad esempio, che nella Rivoluzione di ottobre, che da taluni venne già allora letta come una forzatura avanguardistica, nettamente prevaleva la spinta di massa verso la liberazione. “Pane, pace e libertà” era lo slogan che nei giornali bolscevichi accompagnava lo sforzo rivoluzionario delle masse popolari, ma quel “libertà” ultimo per ordine, non era tale per importanza. Ce lo dice la straordinaria cronaca in diretta dei Dieci giorni che sconvolsero il mondo di John Reed, e ce lo dicono a centinaia testimonianze di ogni tipo, diari, lettere, poesie, racconti: quella rivoluzione era una presa della parola prima ancora che una presa del potere.
Com’è possibile, allora, che il comunismo, il movimento mondiale che nacque da quella rivoluzione, contraddittoria ma di sicuro portatrice di libertà nuove per tutti, sia vissuto da interi popoli o dalle grande maggioranze di essi (come nel caso polacco) soltanto come oppressione? Com’è possibile che le verità del capitalismo vincente siano accettate senza reazione anche da chi (spesso soprattutto da chi) avrebbe un mondo da guadagnare da una rivoluzione che spezzi il primato della proprietà privata e del mercato?
Mi è capitato di criticare il lungo intervento di Lucio Magri a Perugia, il 26 scorso, nell’occasione della presentazione del suo libro, ma ne ho trovate pregevoli alcune parti. Egli saggiamente indicava un passaggio cruciale nella guerra (non solo) civile contro i generali zaristi, la Guardia bianca e le ingentissime truppe straniere d'invasione. E’ in quel momento che si affermano come ceto dirigente e corpo separato le oligarchie politiche e militari che segnano la storia dell’Urss e condizionano profondamente quella del neonato comunismo internazionale. Dal “comunismo di guerra” si origina molto probabilmente il comunismo di caserma, di Stato, oltre che di partito, che nel tempo metterà in scena grandi tragedie e celebrerà altrettanto grandi trionfi e che infine si esaurirà nella vergogna per consunzione e implosione. E da lì forse bisognerà partire per analizzare senza giustificazionismi i fenomeni degenerativi, e per mettere in campo teorie e pratiche di liberazione che salvino il comunismo del nuovo secolo dai fantasmi del passato.
Stalin, nel pieno della guerra mondiale, fece appello ai comunisti e ai proletari dei paesi sottoposti al giogo fascista, chiese loro di “risollevare le bandiere della libertà buttate nel fango dalla borghesia”. Oggi ci toccherà di risollevare le bandiere rosse gettate nel fango dagli stalinisti.

Esperienze di lavoro a Eurochocolate. Un articolo di Saverio Monno (da "micropolis" di novembre 2009)


Una manifestazione di...cacao

In tempi difficili come quelli in cui viviamo, trovare un lavoro, si sa, non è impresa di poco conto. Non è raro però, imbattersi in una qualche piccola “occasione” che, se non altro, aiuta a sbarcare il lunario. Esperienze brevi, certo, magari fortuite e saltuarie, “sempre meglio di niente” come insegna la saggezza popolare. Capita allora di bussare alla porta giusta e di ottenere in sorte quella soffiata, quella dritta che vale l'obolo quotidiano. È stato questo il caso di Mario (lo chiameremo così, avvalendoci di un nome di fantasia, per assecondarne le richieste e preservarlo da possibili conseguenze) 24enne studente universitario, prestato alle casse di Eurochocolate, in uno degli stand dell'ultima edizione della kermesse perugina.
“Avevo bisogno di lavorare – esordisce – così ho seguito il consiglio di un amico ed ho contattato la Jobs (l'agenzia responsabile della selezione del personale per Eurochocolate ndr.) per un colloquio”. “Che esperienze lavorative hai avuto? Perché hai deciso di lavorare con noi? Cosa pensi della manifestazione?” in agenzia il solito cliché, non fosse altro che “chiedono a tutti se conosci qualcuno che abbia lavorato per loro in passato e, se del caso, di indicarne il nominativo per il controllo su un database dove sono contenuti i dati relativi alle passate edizioni della rassegna. La cosa mi sorprende un po', poi però senza troppe esitazioni faccio alcuni nomi”. Tempo due settimane e “ti attacchi al telefono nella speranza che dei quattro numeri ricevuti al colloquio, almeno uno dia esito positivo... un po' di squilli a vuoto, la segreteria telefonica, poi finalmente, una voce scazzata dall'altro capo della cornetta ti ragguaglia rapidamente sul da farsi”.
“Cinque giorni prima della manifestazione, il briefing – continua Mario – ti spiegano cosa devi e non devi fare, dove lavorerai e chi sarà il tuo responsabile, nel frattempo ti ripetono mille volte che sei l'immagine di Eurochocolate”. Durante il briefing poi, il “contratto”: una paginetta scarsa recante il titolo “prestazione occasionale”, in basso non sfugge la scritta “Partis srl”. Di che si tratta? “La Jobs – ci spiega – seleziona il personale e controlla i lavori durante i dieci giorni della rassegna, chi si occupa della formalizzazione del rapporto è il responsabile di un'altra agenzia per il lavoro, Partis srl, per l'appunto”. Percorso macchinoso? Nient'affatto, un'altra occhiata al “bugiardino” chiarisce tutto: “la società (Partis srl ndr.) – recita testualmente la carta – non eserciterà nei suoi confronti alcun potere gerarchico e disciplinare (attività che di fatto attiene a Jobs ndr.) tipico del rapporto subordinato”. Niente più niente meno della solita sparata sull'attività da svolgere in “maniera del tutto autonoma”, d'altra parte – almeno formalmente – si tratta di una collaborazione “occasionale”, se poi negli stand la tiritera assume un ritmo più incalzante: amen!
“C'è un responsabile di zona - chiarisce infatti Mario – che controlla l'attività di almeno 7 o 8 stand, per un totale di circa 60 persone. Concorda con te la disposizione degli spazi, ammonisce sulla quantità di cioccolatini per gli omaggi, richiama all'ordine chi perde tempo e, soprattutto, decide gli orari delle pause di tutti i collaboratori” mezz'ora, una al massimo, che per inciso non è nemmeno retribuita. “Con la ressa di quei giorni era un problema persino andare in bagno – lamenta – non c'erano bagni riservati allo staff, toccava organizzarsi e, se possibile, evitare di perder tempo in fila al bar...” Nessun problema comunque? “No, no, fortunatamente no”. La paga invece, già spesa? “4,13 euro netti l'ora – sorride – ho lavorato solo quattro giorni, per un totale di quasi 40 ore... quanto fa? Una sciocchezza, ma non ho visto ancora un centesimo, c'è da aspettare dicembre”.
Almeno si è trattato di un lavoro a contatto con la gente, in un atmosfera solare... “Di gente in effetti ce n'era anche troppa, quanto all'atmosfera solare, no davvero: era d'un freddo. Poi erano tutti lì attaccati al bancone a chiedere omaggi, che concedevi a singhiozzo, stando bene attento a non strafare, ché la cazziata era sempre dietro l'angolo. So addirittura di un ragazzo che per qualche gentilezza di troppo è stato buttato fuori, così su due piedi, senza troppi complimenti”. “Alla fine non hanno regalato niente nemmeno a noi – scherza – solo una tavoletta, l'ultimo giorno. Da andare in rovina...l'ho scartata solo l'altro giorno ne vuoi un po'?”.
C'è un gruppo sul social network facebook che raccoglie tutti quanti abbiano preso parte almeno una volta alla rassegna, gente che, come il nostro Mario, in fondo l'ha presa con filosofia: “mi hanno fregato una volta, ma...”.
Ma se pensiamo alla storia del cioccolato, alla sua provenienza, alle multinazionali ed allo sfruttamento della manodopera infantile, che permette a marchi come Nestlé – da sempre di casa nella manifestazione ideata da Eugenio Guarducci – di saziare le voglie dei tanti golosi che scorazzano per le vie di Perugia, accapigliandosi e strattonandosi per un misero assaggino; quei dieci giorni di delirio collettivo hanno un gusto più dolce della cioccolata, sanno di quattrini.

Gli strilli e l’aureola. Un commento sul processo agli anarchici di Spoleto (da "micropolis", novembre 2009)


Lorenzetti al processo agli eversori: dopo le pallottole vita da incubo. E’ lo strillo che il 27 ottobre scorso campeggiava sulle locandine de “Il Messaggero”. Si riferiva al processo contro i quattro ragazzi spoletini, improbabili “terroristi internazionali”. Nel giornale pochi minuti di udienza producono ben due articoli, a pagina 31 e 35, due titoloni sulla vita da incubo, una foto della Lorenzetti preoccupata e un sopratitolo forcaiolo (Processo agli eversori). La testimonianza della presidente è presto raccontata: dopo l’arrivo della busta comprensibilmente si preoccupò ed accettò la scorta, anche perché il Ministro degli Interni Amato le disse che la firma di rivendicazione era conosciuta a livello nazionale. Tutto ciò non ha alcun rapporto con un processo che dovrebbe accertare responsabilità, ma il trattamento di questa non notizia serve a rafforzare la linea colpevolista del quotidiano che in questo modo mette a carico degli accusati una sorta di “lesa maestà” nei confronti dell’infelice zarina. E serve alla Lorenzetti che spera di usare l’aureola di martire per ottenere il terzo mandato.

28.11.09

Marilyn trent'anni dopo


1. Hollywood 1959
Camminavamo tutti in fila verso l'ingresso della 20th. Century Fox, giornalisti da tutto il mondo ma soprattutto "amici" che si erano ritrovati e riconosciuti nella grande carovana che accompagnava Krsciov attraverso gli Stati uniti. All'improvviso Marilyn Monroe, vestita sobriamente di nero e appena truccata, si staccò da Jack Lemmon per venirci incontro; e puntando scherzosamente il dito verso di me, tra la sorpresa dei miei compagni mi gridò: "E tu cosa ci fai qui!". Da quel momento non mi sarebbe più stata risparmiata alcuna battuta sulla mia "relazione segreta" con la diva del secolo.
Più tardi ho capito meglio come quel gesto affettuoso di Marilyn fosse un altro dei suoi disperati tentativi di rompere la solitudine pubblica e di recuperare in questa occasione un attimo di privata umanità. Nell'olimpo dei divi, in questa occasione, Marilyn si trovava a disagio. Aveva voluto essere a HollYwood ad ogni costo per "vedere" Krusciov, ma il 1956 era ancora troppo vicino e la sua casa di produzione non le aveva ancora perdonato di essere andata a Washington per solidarizzare con Artur Miller chiamato a deporre dinanzi al Comitato per le attività antiamericane.
Eppure aveva voluto prendere la sua rivincita, anche se durante la cena con il premier sovietico l'avevano fatto sedere in mezzo al pubblico e no al tavolo d'onore. Più tardi, rievocando la serata con Norman Rosten gli aveva detto con malizioso trionfalismo: "Quando Krusciov è passato tra noi e mi ha stretto la mano non mi ha detto niente. Ma mi ha guardato. Mi ha guardato come un uomo guarda una donna...".



E' l'inizio a mio avviso bellissimo, di un articolo scritto da Corsini per "il manifesto" del 5 agosto 1992 nel trentennale della morte di Marilyn Monroe.



2. 1962. La fine di un'epoca
Di quel 1962 il ricordo appare sempre più sfocato. Chi è nato dopo il 1950 non può capire "come eravamo", nè che cosa fossere Marilyn e quel mondo che oggi viene ricostruito e deformato da chi non c'era, o da chi si vergogna e si pente di esserci stato.
Nell'ultima strofa della poesia Chi ha ucciso Norma Jean il suo, il nostro mite e sensibile amico Norman Rosten si chiedeva profeticamente: "Chi dimenticherà per primo? Io, rispose la Pagina / che incominciava a sbiadire / io sarò la prima a dimenticare". Ma, come Norman ha scritto di lei, anche per noi di quell'epoca "ciò che sopravvive e ritorna è un sorriso, un cuore disperato e un'immagine che si illumina e che non scomparirà".



E' la chiusa dell'articolo di Corsini già citato.



3. Il sorriso e gli occhi della più grande attrice
"Io sorrido, ma i miei occhi sono morti". Discorso di compleanno di Marilyn Monroe, 26 giugno 1962 sul set di Something's Got to give. ...
Marilyn sa di essere un paradosso. Una incantevole illusione, che tira pugni nei corpo a corpo quando si tratta di stabilire il prezzo dei sogni. Lo fa e muove portando a compimento l'autodistruzione della divinità. Holliwood non avrà più il suo feticcio iperreale. E giorno per giorno la risuscita, Frankestein adorabile, nel tessere verità e bugie sulla sua vita e morta.
Una cronaca lunga trent'anni, come se la caccia all'inedito, al frammento inesplorato, alla foto necrofila, svelassero l'arcano di lei svampita e poetessa, cover-girl e psicolabile, nuda e intellettuale. Di Marilyn "volgare sculettatrice" (Negulesco) e "la più grande attrice del secolo" (Wilder).



Brani dall'articolo La bionda facile che uccise se stessa di Mariuccia Ciotta, nella stessa pagina de "il manifesto" 5 agosto 1992.



4. L'immagine bizantina di Warhol
... Warhol è riuscito a realizzare non "una immagine" di Marilyn (una interpretazione della sua immagine), ma "l'Immagine" della star, che può essere definita "assoluta". Il risultato è di una semplicità sconcertante, la quintessenza dello stereotipo: tutti (all'apparenza) sarebbero in grado di fare questo, ma nessuno l'ha fatto prima di lui. Lo stesso Warhol non riuscirà più a raggiungere la stessa intensità di fascino nei lavori dedicati ad altre star...
La foto è una di quelle realizzate da Gene Korman per la pubblicità del film Niagara, che Warhol ha tagliato riducendola al solo volto. Scelta con attenzione è anche, naturalmente, l'inquadratura frontale del volto, senza nessuna particolare caratterizzazione espressiva, che appare come pura evidenza della "maschera" ufficiale di Marilyn: i biondi capelli, la bocca rossa e gli occhi blu bistrati che guardano lo spettatore da qualsiasi posizione...
Per Warhol l'essenza, la verità, di Marilyn coincide con la superficie della sua immagine. Non c'è nulla dietro (ovvero tutto il resto, compresa l'esistenza fisica della star, è qualcosa di contingente, di relativo, di ufficioso). L'essenza di una star è in quello che si vede, è quello che hanno visto e vedono gli occhi del pubblico...


Sono alcuni stralci dall'articolo di Francesco Poli Una star circonfusa d'oro pubblicato nella stessa pagina de "il manifesto" e dedicata al capolavoro di Warhol.

Lucio Magri a Perugia. Lo smisurato intervento.


Comprerò Il sarto di Ulm di Lucio Magri. Compagni affidabili mi dicono che il libro è bello e che vale la spesa e il tempo per leggerlo, ma la presentazione l’altro ieri sera del libro a Perugia più che promuovere scoraggerà l’acquisto.
Il leone è visibilmente invecchiato e, credo, molto intristito da un lutto recente. Deve poi avergli fatto male il lungo periodo di assenza da un qualsiasi tipo di impegno militante: l’esperienza della “rivista del manifesto”, che Magri dirigeva, si è chiusa ormai da sei anni. Raccontano che da molto più tempo rifugga da riunioni pubbliche e frequentazioni politiche per dedicarsi alla preparazione e alla scrittura del libro da poco uscito, la cui stesura ha richiesto fatica e passione. Quindici anni di solitudine.
Si comprende perché l’autore sia così profondamente affezionato al suo testo. Gli ha affidato un messaggio che ritiene vitale: il bilancio del comunismo del ventesimo secolo, indispensabile a suo avviso per rompere l’accerchiamento feroce delle rimozioni e dei silenziamenti, per mettere le cose al loro posto, per riaprire un discorso di prospettiva. Lo ha detto anche a Perugia, con rabbia: “Questo non è un libro di ricordi, meno che mai un libro sul vissuto. E non è soltanto un libro di storia”.
La presentazione è cominciata, come d’uso, con un discorsetto del moderatore Goretti. Sembra un bravo ragazzo e dice cose che alla fine potrebbero essere di buon senso (“quel po’ di sinistra che resta dovrebbe incontrarsi, dibattere, unirsi”); purtroppo l’orizzonte linguistico- politico è quello del sociologismo e dello psicologismo imperanti nella sinistra “oltrista”: l’orizzonte della metafora e dell’individuo desiderante.
Parla poi un ricercatore relativamente giovane, Pasquino. Ricorda il Pci, la sezione piena di manifesti, la mamma che diffondeva “l’Unità”, le feste in cui bambini ci si muoveva con libertà, circondati da persone affidabili che davano sicurezza, i “compagni”. La cifra è la nostalgia: il partito-comunità, un po’ chiesa se si vuole, ma una delizia rispetto alla politica politicante del tempo nostro.
Tocca a Carnieri. Per stile e per abitudine avrebbe bisogno di percorrere tutti i passaggi di un ragionamento, si trova un po’ a disagio nei limiti di tempo che gli sono stati assegnati. Spiega come il Pci praticasse anche al suo interno “l’unità nella diversità” e come tra le tante importanti culture che vi confluivano, a volte su basi regionali, un posto abbia avuto anche l’Umbria” e accenna alle ragioni interne della crisi finale del Pci.
A questo punto prende il microfono Magri e non lo lascia più. Un’ora e un quarto dopo, quando sono dovuto andare via, sembrava ancora ai preliminari. Mi dicono che, poi, è intervenuta un’altra giovane ricercatrice, Diosono, più o meno sulla stessa lunghezza d’onda di Pasquino e che Covino ha cercato di tirare i remi in barca individuando le due o tre questioni centrali.
Torniamo a Magri. L’inizio è quello “antipatizzante” che a Magri era caro anche da giovane. “Mi sento fuori posto – dice - non sono venuto a proporvi il libro che ho scritto. In libreria si vende benissimo e lo stanno già traducendo in quattro lingue”.
Nel primo, efficace, quarto d’ora, rivela le intenzioni e le ambizioni de Il sarto di Ulm. Ha voluto analizzare dal di dentro il grande esperimento del comunismo novecentesco dal novembre del 17 al novembre dell’89. Lo ha fatto raccontando soprattutto il Pci, non solo per la maggiore facilità, ma anche per l’unicità di quella esperienza all’interno del “movimento comunista internazionale”, di un partito che osò progettare “la rivoluzione in Occidente”. Rompere la congiura del silenzio, demistificare la favolistica propaganda dei vincitori spacciata per verità. Fa un esempio efficace: il Berlusconi che parla di un’America che ha vinto la seconda guerra mondiale e di una Russia ammessa al tavolo dei vincitori. “Basta – dice – dare un’occhiata alle date. L’arrivo degli alleati in Europa si verifica quando la guerra per Hitler è già persa a Stalingrado. E basta dare uno sguardo al numero dei morti nel conflitto, ai venti milioni di morti sovietici”. Demolisce un altro radicato luogo comune: il Novecento secolo della violenza e della distruzioni a causa dello scontro tra la democrazia liberale e i totalitarismi. Falso e insensato. La prima guerra mondiale ha come principali antagonisti l’Inghilterra e la Germania, entrambi paesi capitalistici, di cui il più democratico, con il suo suffragio universale (maschile) che nel Regno Unito non c’è, è il secondo. La seconda guerra mondiale ha come sua base i conflitti all’interno dell’imperialismo.
Dopo perde il filo e forse, un po’, il controllo. Dice di non voler fare il bigino sulla storia del comunismo, in realtà lo compila e continua imperterrito anche quando qualcuno lo richiama ai tempi. Si parva licet componere magnis, viene in mente l’incidente occorso ad Althusser a Terni, nell’aprile del 1980, quando a una tavola rotonda sul marxismo intervenne in modo chiassoso, provocatorio e lunghissimo, dopo uno dei suoi periodi di depressione. Dell’episodio a lungo si preferì tacere; solo Cesare Luporini fece un accenno estremamente discreto dieci anni dopo. In Magri non ci sono gli stessi risvolti patologici, ma c’è come lo stesso debordare dopo un diuturno silenzio.
Così racconta la crisi della socialdemocrazia nel primo Novecento, la Rivoluzione d’Ottobre, quasi incruenta, l’anarchia che ne seguì, la terribile “guerra civile” (ma non troppo vista la consistenza delle truppe straniere nella Guardia bianca), lo scontro Trotzki-Stalin. la costruzione del socialismo in un solo paese. L’intervento è lungo, ma il tentativo di metterci tutto obbliga a semplificazioni da Bignami. Solo su un passaggio si ferma, forse per il gusto della provocazione: sa che una delle associazioni organizzatrici, Segno critico, ha una ormai lontana ascendenza trotzkista. “Dopo la vittoriosa guerra civile c’era una forte Armata rossa e un paese distrutto nelle sue strutture portanti e nella sua economia, la scelta era se usare quest’armata per sollecitare e stimolare le rivoluzioni in Occidente o, piuttosto, stabilizzare l’Unione Sovietica, governarla, localizzare la Rivoluzione definendo un “campo socialista”. Magri ricorda che a sostenere la seconda ipotesi non era solo Stalin, ma prima di lui Lenin, Gramsci e Togliatti. E lascia intendere che fosse la più razionale.
Da questo momento il tono della “lezione” si è fatto apologetico, al limite del giustificazionismo. A me è sembrato perfino che ci fosse qualche contatto con un testo famigerato per alcune grossolane falsificazioni: la Storia del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (breve corso), compilato sotto la personale supervisione di Stalin. La tentazione era quella di gridargli che, considerati gli esiti, aveva ragione Trotzkij.
Al prolungato intervento di Magri la reazione del pubblico meno giovane (i due terzi dei presenti, tra sala e anticamere più di ottanta) era generalmente infastidita. Perfino Leandro Battistoni, storico dirigente di Italia Urss, cui il discorso non doveva dispiacere, si lamentava: “Sono cose che il militante medio conosce, assolutamente inutili”. Pare che tra i più giovani non tutti fossero scontenti della lezione. Certo che un’esposizione di questo tipo non giova a porre le domande decisive. Ne propongo alla rinfusa alcune, tagliate con l’accetta: che cos’è propriamente la formazione economico-sociale costruita negli anni Trenta? si può chiamare socialista? o come altro? come funzionava? quando diventa irriformabile? come incide questa storia sui partiti comunisti di tutto il mondo, Italia compresa? come sui movimenti di liberazione? attraverso quali percorsi questo meccanismo ottiene (perché li ottenne) straordinari successi? quando e per quali ragioni entra in crisi?
Eppure, se non si prova a costruire a questi interrogativi una risposta teorica senza rimuovere i problemi andando “oltre”, sarà difficile superare gli orribili effetti della sconfitta del comunismo del XX secolo.





27.11.09

L'ideologia della guerra.


Su "la talpalibri ", il supplemento che usciva ogni venerdì con "il manifesto", il primo febbraio 1991, dopo la guerra del Golfo e subito dopo lo scioglimento del Pci, Domenico Lo Surdo costruì un percorso bibliografico e concettuale, che legava il ritorno delle ideologie della guerra sul finire del Novecento a quelle che, all'inizio del secolo, avevano preparato e accompagnato la prima guerra mondiale. Mi ripropongo qui di redigerne un sommario resoconto, utile a me come promemoria, forse anche ad altri.

*
Proposizioni protonovecentesche
1) La guerra come dimensione autentica dell'esistenza.
Un filone, assai presente anche in Italia, in D'Annunzio, nei nazionalisti di Corradini ed in tutto il radiosomaggismo oltre che in Giovanni Gentile, trova le sue più compiute formunazioni in Germania, soprattutto nel libro di Werner Sombart Mercanti ed eroi. In esso all'agiata sicurezza che infiacchisce e involgarisce la guerra viene contrapposta la guerra come dimensione autentica, tragica ed eroica, dell'esistenza, come vero e proprio esercizio spirituale.
*
2) Il paradosso degli interventisti democratici
Ne è esempio Salvemini che proponeva agli Italiani un intervento non solo in nome della "democratizzazione dell'Austria e della Germania", ma con l'obiettivo di "una grande lega di nazioni, a cui partecipano l'Inghilterra, la Francia, la Russia e l'Italia, e quasi tutte le nazioni minori, sarà un esperimento pratico della federazione dei popoli: al principio delle alleanze offensive o difensive, si sostituirà irresistibilmente la pratica giornaliera della società giuridica fra le nazioni". Un suo articolo ha come titolo La guerra per la pace e comprende il saeguente paradosso: "Occorre che questa guerra uccida la guerra".
*
3) Cinismo liberale e non.
Benedetto Croce è indicato come esempio di "cinismo liberale" tipico di chi vede la guerra come lotta inevitabile tra contrapposte volontà di potenza. E' la premessa delle giustificazioni che della guerra nazista darà il Terzo Reich. Prima come conquista dello "spazio vitale" e analogo europeo della dottrina Monroe (dottrina consacrata soprattutto da Carl Schmitt); poi, dopo l'aggressione all'Urss, come baluardo strategico dell'"umanità occidentale" dalla barbarie comunista ed asiatica.
*
4) La difesa dell'Occidente
Quest'ultimo elemento collega questa giustificazione a quella della "guerra di civiltà". Lo Surdo cita il Kaiser Guglielmo II che così nel 1900, al tempo della rivolta dei Boxers in Cina, aveva arringato così le sue truppe d'intervento: "Non ci sarà clemenza e non verranno fatti prigionieri. Chiunque cade nelle vostre mani, cade sotto la vostra spada (...) Comportatevi da uomini e la benedizione di Dio sia con voi. Le preghiere dell'intera nazione e i miei voti accompagnano ognuno di voi. Aprite le strade alla civiltà una volta per sempre.

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Filosofemi di fine secolo
1. Ceronetti e la banalità quotidiana.
L'aforismatico traduttore così scrive su "La stampa" del 27 gennaio 1991, citando Dostoevskij: "Una lunga pace, e non la guerra, imbestialisce e inferocisce l'uomo. Una lunga pace genera sempre la crudeltà, la viltà, un rozzo e grasso egoismo e, anzitutto, un arresto intellettuale". E accompagnando citazione con citazione ripropone uno Schiller che era caro al Sombart: "Nella pace l'uomo intisichisce la quiete ozionsa è la tomba del coraggio".
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2. Bobbio e l'Iraq
A Salvemini si richiama evidentemente Norberto Bobbio. Sul Corsera del 17 gennaio 1991. Giustifica l'intervento americano come "violazione del diritto internazionale" e attuazione del deliberato dell'Onu. Lo conclude con la frase: "L'Onu, fino a prova contraria, è stata istituita proprio per evitare le guerre". Altri opinionisti filosofi, Marramao e Maffettone, legano la guerra alla contrapposizione tra stati totalitari e stati liberaldemocratici con affermazioni categoriche del tipo "non è mai accaduto che uno stato democratico facesse guerra a un altro stato democratico".
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3. Pax romana, pax americana
Non sono mancati anche questa volta i "realisti". La guerra all'Iraq nello scenario conseguente alla fine dell'Urss appare come uno strumento per imporre l'ordine e la tranquillità nel Medio Oriente e risolvere la questione palestinese. Lo scrive Passigli sul Corsera del 21 gennaio: solo il "predominare nella regione di una grande potenza" potrà mettere fine ai conflitti; "fu già così con la pax romana o con l'impero Ottomano".
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4. Diritti e colonialismo
Lo Surdo riprende il discorso, già citato del Kaiser, per dimostrare come la dichiarazione ai cinesi di una guerra di civiltà e di civilizzazione, in sostanza di una guerra coloniale, sia attuata in nomr dei "diritti internazionali stabiliti da più di mille anni". Affermare la democrazia, ristabilire il diritto serve all'Occidente per affermare sul resto del mondo la sua superiorità etico-civile e con questa motivazione muovergli guerra.



Il mulo e le bombe (da "The good war" di Studs Terkel)


Una sera in un club di Chicago il bluesman Big Bill Broonzy cantava un blues sul dolore di un mezzadro a cui muore il mulo. Quattro giovanotti sofisticati si alzarono ostentando noia e se ne andarono. Big si mise a ridere. Rideva sempre in momenti simili - forse per non piangere.
"Che ne sanno quei ragazzi di che cosa è un mulo? Non ne hanno mai visto uno. Non possono capire una cosa di cui non sanno niente. Quand'ero in Europa, ho visto tutti quei posti bombardati - Milano, Amburgo, Londra. La gente mi raccontava i bombardamenti. Che ne so io, di un bombardamento? Le bombe le ho viste solo al cinema. La gente aveva paura, piangeva: gli distruggevano la casa. Come posso io capire una cosa simile? Sulla mia testa di bombe non ne sono mai cadute.
Lo stesso questi ragazzi. Non gli è mai morto un mulo a loro. Non hanno idea di quello di cui sto parlando.

Postilla
Il brano è tratto dalla recensione, di Sandro Portelli, di un libro di Studs Terkel, musicologo e storico statunitense. Portelli paragona il lavoro di scavo dell'americano a quello di Nuto Revelli. E' di Portelli, ovviamente, la traduzione del brano di Terkel. Ho ritrovato il tutto in un ritaglio de "il manifesto" senza  data. L'anno dovrebbe essere il 1985.

Soglie. Walter Benjamin sui riti di passaggio. (da Passagen-Werk, in Pace e guerra n.20 14 aprile 1983)


Rites de passage - così si chiamano nel folklore le cerimonie connesse alla morte, alla nascita, alle nozze, alla pubertà etc.. Nella vita moderna questi passaggi sono divenuti sempre meno conoscibili e sperimentabili. Siamo divenuti assai poveri di esperienze della soglia. L'addormentarsi è forse l'unica che ci è rimasta. (Ma con questa anche il risveglio). E, in definitiva, attraverso delle soglie, come il mutamento di figure nel sogno, anche il su e giù della conversazione e dello scambio sessuale proprio dell'amore. "Qu'il plait à l'homme - dice Aragon - de se tenir sur le pas des portes de l'imagination!". Non soltanto le soglie di queste porte fantastiche, sono le soglie in genere quelle da cui amanti e amici si succhiano le ultime forze. Le prostitute invece amano le soglie di queste porte di sogno.

Notizia su Blumenberg


Lo scopo che si propone Hans Blumemberg (Lubecca 1920-1996) con la sua ricerca è quello di investigare e porre ordine nell’intricato mondo dei miti, delle metafore e dei luoghi comuni; nei suoi numerosi saggi in cui ha raccolto i risultati delle sue ricerche, ha contribuito alla delineazione dello statuto della metaforologia.
Il presupposto di partenza dell’indagine di Blumenberg consiste nel ritenere le metafore e i miti non «strutture pre-logiche provvisorie, che sarebbero poi sostituite da idee chiare e distinte», ma strutture che sono espressione dello stesso logos, del quale costituiscono, secondo l’opinione di Remo Bodei, un quadro di riferimento.
Numerose sue opere sono comparse anche in edizione italiana. Fra queste è possibile menzionare Paradigmi per una metaforologia (1991) ed Elaborazione del mito, (1991), che con La leggibilità del mondo. Il libro come metafora della natura (1984) vanno a costituire la «trilogia» in cui Blumenberg esplora le radici filosofiche del mondo moderno e le modalità di trasmissione degli apparati mitologici.
"Leggere nelle metafore i parametri di costituzione della modernità". E' quanto, secondo Bruno Accarino, ha fatto Blumenberg negli anni sessanta in Naufragio con spettatore e La legittimità dell'età moderna.
Il modo di comunicare di Blumemberg mira a trasmettere emozioni oltre che conoscenze. La sua opera più grande e maestosa è una delle ultime, Uscite dalla caverna (1989), non solo e non tanto sul mito platonico, ma sulla nascita della fantasia e dell'immaginazione.

26.11.09

Un aneddoto su Picasso raccontato da Leonardo Sciascia ("La Stampa", 25 novembre 1977)

“Vinta la Francia e trovata armonia con il governo del maresciallo Pétain, i tedeschi, perseguendo il loro programma di accattivarsi l’intelligenza francese, convocarono anche Picasso in un loro ufficio tra il poliziesco e il culturale; e per cominciare, mostrandogli una riproduzione di Guernica, con tono blandamente accusatorio e che lasciava intravedere la magnanimità del perdono, l’ufficiale tedesco, l’intellettuale-poliziotto, l’intellettuale a chiusura a lampo (così Giacomo Debenedetti definisce questo tipo di ufficiale in quel mirabile 16 ottobre 1943), affermò: “Voi avete fatto questo”. Al che Picasso semplicemente rispose: “No, voi”. L’ufficiale si riferiva al quadro. Picasso al bombardamento della città”.


I compagni del 21 e la cooperativa "L'uguaglianza". Storielle comuniste


Compagni del 21
Tra i vecchi comunisti del mio paese c'era una vena inesauribile di settarismo.
Strano a dirsi, non veniva alla luce con me, figlio di un piccolo borghese bottegaio e fascista arrivato al partito chissà perché, ma tra di loro.
Custodivano gelosamente un verbale che rievocava storie di altri tempi. Al tempo della scissione di Livorno nel circolo socialista locale si era votato e ben 36 su 38 avevano scelto la bolscevizzazione e il Partito comunista sulla scia di un grande rivoluzionario agrigentino (di Raffadali precisamente), Cesare Sessa. Uno, un licatese, aveva votato per Filippo Turati. Un altro, probabilmente il più politico della compagnia, si era espresso a favore dei "terzini" di Giacinto Menotti Serrati, quelli che volevano portare tutto il Partito Socialista ad aderire alla Terza internazionale fondata da Lenin. Insieme a un gruppo di compagni avrebbe aderito al Partito comunista d'Italia qualche tempo dopo (credo nel 1924 con Girolamo Li Causi, anche lui in origine "terzino").
Era un contadino alfabetizzato di nome Mariano Micciché ed era destinato nel dopoguerra a diventare Marianu lu sinnacu (fu nominato sindaco dall'amministrazione militare alleata e durò in quel ruolo per quasi tutto il 1945).
Durante il ventennio era stato uno di quelli che i gendarmi chiudevano in camera di sicurezza durante le celebrazioni fasciste e in occasione del Primo maggio, per evitare che arrivasse in piazza con la cravatta rossa. Né in quei venti anni mancarono nei suoi confronti altre attenzioni e persecuzioni.
Benché balbuziente aveva un parlare sentenzioso condito con una regolata aggressività. Tra i suoi detti ne ricordo solo un paio, di sicuro tra i più banali, tutti e due pronunciati in Consiglio comunale, ove fu eletto dal 1946 fino al 1966. Al sindaco Giovanni Licata Caruso, un ex comunista passato nel fronte avverso, che si lamentava della maleducazione dei consiglieri comunali del Pci, disse: "I comunisti di educazione ne hanno da vendere, tu da comprare"; all'onorevole democristiano Giglia che di quando in quando annunciava in Consiglio comunale imminenti lavori pubblici o altre provvidenze, diceva: "Questa se la rimetta nel .. fodero".
I più giovani lo chiamavamo 'zzi Marianu, con quello "zio" insieme affettuoso e ammirato che si dava agli anziani meritevoli di rispetto: lu 'zzi Mommu era Girolamo Li Causi; lu zzi Peppi era anche dopo il XX Congresso Giuseppe Stalin. Ma i vecchi conservavano una certa diffidenza e alcuni vantavano e ostentavano la propria qualifica di cumpagni di lu 21 che Mariano non poteva attribuirsi.

Il sindaco Castellino
E' dubbio che sia stato Miccichè il primo sindaco comunista del paese. Fu eletto alla carica nel 1920 Diego Castellino, un contadino istruito. Il Pcd'I non c'era ancora, ma lui era già comunista nell'animo, stava con Lenin, con Sessa e con Bordiga. Io credo debba a riferirsi a lui l'aneddoto che gli attribuiscono, di cui però taluni vorrebbero protagonista lu 'zzi Marianu, altri Giovanni Siracusa che fu sindaco dal 1946 al 1949.
Se non mi sbaglio, dunque, toccò a Castellino concludere una affollatissima e commovente riunione dove a centinaia i contadini si giuravano solidarietà reciproca nella lotta al latifondo e al privilegio baronale.
Iniziò così: "Mentri ca siemmu tutti nni sta ...chista chista cca, 'nni sintiemmu tutti na ... comusichiama" ("mentre siamo tutti in ... questa questa qui, ci sentiamo tutti una ... comesichiama"). Più per l'emozione che per i pochi studi a Castellino erano mancate le parole, ma l'idea l'aveva comunicata benissimo. Quest'idea che dà forza ai deboli e ricchezza ai poveri quando lottano insieme, che li fa sentire una cosa sola, è il comunismo.

La via italiana al socialismo
A Canicattì la sezione più combattiva era a Borgalino, il quartiere più in alto, ma anche il più proletario. Il fatto dev'essere accaduto nel 1958 o nel 1959, dopo il lancio del primo Sputnik sovietico che commuoveva e inorgogliva braccianti e operai comunisti. Segretario della sezione era un coraggioso impiegato di banca, tal Ferreri, che aveva anche una laurea in legge ma conservava una popolana spontaneità e comunicativa.
Era stato mandato a Mosca, 20 giorni di viaggio premio per i successi ottenuti dalla sezione nella diffusione de "l'Unità", e doveva raccontare della Russia. Parlò del lavoro che non mancava a nessuno, delle fabbriche ove lavoravano uomini e donne, dell'istruzione per tutti, delle abitazioni dei contadini che vivevano in appartamenti ed avevano una stanza da bagno ogni due famiglie, non come a Canicattì ove spesso toccava fare i bisogni fuori casa e bisognava coabitare con l'asino, disse delle fattorie modello, delle industrie organizzatissime, dei progetti spaziali. Dopo la relazione il primo a intervenire fu un contadino: "Mi piaci sta Russia, cumpagnu Ferreri. Ma cci nn'è putii di vinu?". La domanda sulla presenza in Russia di bettole ("botteghe di vino") sorprese Ferreri, che tuttavia, dopo qualche secondo di imbarazzo, rispose: "No, non ce ne sono. Ma proprio per questo Togliatti ha inventato la via italiana al socialismo".

La cooperativa "L'Uguaglianza"
Qualcosa ne sapevo, ma i particolari di questa storia me li ha raccontati Giacomino, un compagno del mio paese, un meccanico in pensione. La cooperativa agricola più importante del dopoguerra si chiamava "L'Uguaglianza". Dopo i disordini del 1948 in conseguenza dei quali vennero incarcerati a decine i comunisti, la cooperativa fu una della dodici scelte in tutta Italia come destinatarie dei trattori donati dall'Unione sovietica ai contadini italiani. Il trattore arrivò smontato e collocato in grandi casse di legno su un treno merci. Vennero degli operai a montarlo, credo dall'Emilia Romagna, ma con loro c'era un compagno catanese, che era emigrato in Russia durante il fascismo e che aveva tradotto in italiano le istruzioni di montaggio e manutenzione. Le istruzioni da lui tradotte, scritte a mano, erano rimaste a disposizione della cooperativa. Giacomino, che al tempo aveva quindici o sedici anni ed era sveglio e appassionato di motori, fu messo a guidare il trattore di Stalìn. Aveva il motore metallico, ma la carrozzeria era di legno. Per un anno o due funzionò bene. Per le piccole riparazioni ci si arrangiò con le istruzioni e con la fantasia.
Poi Giacomino dovette lasciare quel lavoro, che faceva un po' per guadagnare qualcosa un po' per comunismo. Il padre lo obbligò a tornare come apprendista dal meccanico per prepararsi l'avvenire. Il suo posto venne preso da un socialista, un po' spericolato, che al trattore ruppe la biella. Poichè non si trovava in paese nè il pezzo di ricambio nè il modo per riparare quello rotto, il trattore sbiellato fu portato a Catania. Si diceva che in un modo o nell'altro lo avrebbero rimesso in moto. In verità nessuno a Campobello ne seppe più niente: i compagni catanesi interpellati davano infatti risposte vaghe e contraddittorie.
"L'Uguaglianza" rimase senza trattore e dopo qualche anno si sciolse, le tavole delle casse di imballaggio rimasero in paese, conservate in sezione. Insieme ad altre tavole venivano usate per costruire il palco per la festa de "l'Unità", che si montava e smontava ogni anno. Pare che una documentazione sulla storia della cooperativa avesse conservato il suo storico presidente, un compagno del 21, e che ne possegga ancora una parte il figlio, che non ho rintracciato. Giacomino mi ha dato anche la copia digitale di una vecchia foto, molto rovinata. In cima al trattore campeggia la faccia simpatica di lu 'zzi Peppi. (S.L.L.)

Carceri: quegli strani suicidi col gas e la busta di plastica (di Riccardo Arena - da "Il riformista - Radio Carcere", 25/11/09)

Pubblico qui un articolo di Riccardo Arena. Agghiacciante. Lo é ancora di più l'ascolto dell'intervista completa ai due detenuti. Eccovi il link su Radio radicale http://www.radioradicale.it/scheda/291818


PATRIE GALERE

Detenuti e polizia penitenziaria spiegano

come e perche’ si muore per una sniffata di butano


4 novembre 2009. Carcere di Piacenza. Isam Khaudri, 27 anni, muore respirando all’interno di una busta di plastica il gas del fornelletto, usato per cucinare in cella.

14 novembre 2009. Carcere di Tolmezzo. Bruno Vidali, 46 anni, muore inalando il gas contenuto in un sacchetto dell’immondizia.


17 novembre 2009. Carcere di Palmi. Giovanni Lorusso, 41 anni, muore per aver respirato del gas all’interno di una busta di plastica.


Tre decessi. Tre persone detenute morte in circostanze analoghe. Tre morti causate dall’inalazione di gas. Gas assunto attraverso una busta di plastica. Tre casi analoghi che la magistratura sembra orientata a voler archiviare con una motivazione identica. Suicidio. Una tendenza a bollare come suicidio decessi che invece potrebbero non essere tali.

Una tendenza che non sembra tener conto di una prassi assai diffusa all’interno delle patrie galere. Sballarsi con il gas. Ovvero respirare il gas all’interno di una busta di plastica per stordirsi e non per uccidersi. Una pratica usata da chi è tossicodipendente e magari non ha soldi per comprarsi la droga in carcere. Una pratica usata anche da chi, pur non essendo tossicodipendente, cerca di stordirsi con il gas perché non sopporta di vivere nel degrado di una cella sovraffollata.
Il know how per sballarsi col gas galeotto è semplice. “Si mette la testa dentro a una busta di plastica, tenendola ben stretta al collo e lasciando solo un piccolo spazio per far entrare il gas.” - spiega Fabrizio, ex detenuto nel carcere di Trieste - “Quando la busta è piena di gas si fanno dei profondi respiri. Tanto più si resiste dentro quella busta col gas, tanto più forte sarà lo sballo”.
Uno sballo quello con il gas che però è molto pericoloso e può portare a svenimenti ed anche alla morte incidentale. “Sniffare il gas è frequente tra i detenuti, ma è una cosa rischiosa ” - afferma Giovanni ex detenuto nel carcere Marassi di Genova - “Infatti capita spesso che qualche detenuto svenga con la busta in testa. Come capita che qualcuno, senza volerlo, ci rimetta la pelle. Al Marassi per esempio un ragazzo è morto mentre sniffava il gas. Non si voleva ammazzare, è stato un incidente. Come un’overdose”.
“Anche tra le donne detenute è frequente stordirsi con il gas” – dice Rosa da poco uscita dal carcere di S.M. Capua Vetere - “Ho ancora viva l’immagine di molte detenute che svenivano con quei sacchetti in testa. Non tentativi di suicidio, ma tentativi per stordirsi a causa della disperazione. Vivere in 10 donne dentro una cella è una cosa insopportabile e, se sniffare il gas può dare sollievo, è normale che le detenute lo facciano.” Ma c’è di più.
Leo Beneduci, segretario nazionale del sindacato Osapp della polizia penitenziaria, evidenzia un ulteriore ed importate particolare. Ovvero il tipo di gas che i detenuti possono comprare in carcere. “Nelle carceri” - spiega Beneduci - “I detenuti possono acquistare solo un tipo di bombolette a gas. Si tratta di bombolette da campeggio che contengono gas butano o propano. Ovvero un tipo di gas, assai più economico del metano, derivato dal petrolio e che per le sue componenti è molto più nocivo ove inalato”.
Questa è quanto. Non decessi da archiviare frettolosamente come suicidi, ma morti che chiamano in causa la responsabilità di chi ha il dovere di salvaguardare l’incolumità della persona detenuta da gesti autolesivi.
Per finire: una perla.
Al Ministero della Giustizia è nota la prassi galeotta dello sballo col gas. Ma, invece di intervenire sostituendo i fornellini a gas con delle piastre elettriche, ci si è limitati a inviare una circolare ai direttori delle carceri. Una circolare in cui si suggerisce di far firmare una liberatoria ai detenuti che acquistano le bombolette. In breve c’è scritto: se tu detenuto subisci dei danni sniffando il gas la colpa non è nostra. Ovvio.

25.11.09

Il ponte sullo stretto. Considerazioni irrituali sui nuovi dirigenti del Pd, su Catiuscia Marini, sulla Sicilia e i siciliani.




Al mio paese natìo, dove la forte sinistra di un tempo è stata, per colpe soprattutto sue, spazzata via come da uno tsunami, a tenere il punto contro la mafia e contro la destra c’è un giovane che stimo, Giuseppe Sferrazza, il quale da candidato sindaco del Pd ed ora da consigliere comunale di opposizione è nei fatti investito del faticosissimo compito della ricostruzione. Stamani ho trovato su fb una sua brevissima nota a commento dell’elezione della segreteria del Pd e della nomina dei presidenti di forum. “Dove sono i siciliani?” – si chiede. Domanda legittima e angosciante.
I membri della segreteria sono 12. Bersani ha voluto solo quarantenni che vengono da esperienze politiche e amministrative nei territori. Nomi, generalmente, poco noti. Tra loro non conosco che l'umbra Catiuscia Marini. La ricordo generosa combattente nella Fgci. L’ho seguita come sindaco di Todi e gentilmente criticata perché un po’ troppo amica del vescovo (vedi la questione del Todi Festival) e di Luisa Todini. Ma i voti della rielezione sembravano dare ragione a lei. Peccato che, alla fine della sindacatura, non abbia lasciato dietro di sé un gruppo dirigente capace di succedergli senza scannarsi al suo interno. Il centrosinistra ha perso il Comune. E’ un po’ colpa sua. Ma lo è più delle leggi autoritarie (volute a destra e sinistra) che ci hanno regalato sindaci demiurghi, se non addirittura podestà, ed hanno ridotto gli assessori a funzionari del sindaco e i consigli comunali a orpelli (ben retribuiti, ma orpelli). Nessuna divisione di compiti è ammessa, nessuna direzione collegiale. Ovunque si vuole "un uomo solo (o una donna sola) al comando". Con queste regole lo scontro interno si fa durissimo.
Per Catiuscia Marini la chiamata alla segreteria è forse, oggi, un promoveatur ut amoveatur, un togliere dal campo una possibile concorrente dell’attuale zarina dell’Umbria, la presidente della Regione Lorenzetti. Ma credo che Bersani abbia fatto bene con lei e con gli altri 11 a voler sperimentare un gruppo dirigente radicalmente rinnovato. Per la cara Catiuscia, di cui non conosco l’incarico specifico, una speranza e un consiglio. La speranza è che, in segreteria nazionale, ritrovi l’impegno disinteressato, la curiosità per il nuovo e la voglia di cambiare il mondo della sua giovinezza figgicciotta; il consiglio è di tenersi lontana da cardinali, grandi costruttori e poteri forti in genere.
I presidenti di forum sono, ad oggi, 16 quanti i forum (grosso modo le antiche sezioni di lavoro). Sono quasi tutti dirigenti sperimentati o comunque nomi noti, da Martini a Fassino, da Livia Turco a Fioroni, da Rognoni a Bachelet. E’ una nomenklatura per cui (salvo qualche eccezione) non ho molta stima, ma è quella lì. Forse si poteva evitare qualche presenza ingombrante, come lo screditato Violante, l’amico di Mirello Crisafulli. Per vederli in pensione bisogna aspettare, comunque: occorre che i quarantenni crescendo ottenendo qualche successo (contro Berlusconi si spera, e non nelle guerre intestine per il rinnovamento).

Torniamo a Sferrazza e alla Sicilia.
E’ possibile che non ci sia tra i Pd dell’isola un quadro politico quarantenne da sperimentare in segreteria?
E se non c’è un notabile di prestigio cui far presiedere un forum, non se ne poteva fare un diciassettesimo (alla faccia dei superstiziosi) per la legalità e contro le mafie e affidarne la guida a un Crocetta, a un Lumia, a una Rita Borsellino?
Si sarebbe potuto, ma non si è voluto.
Il problema a questo punto non è recriminare contro “il continente”, ma capire ciò è accaduto.
Intanto il regionalismo di tipo feudale che si è venuto affermando con la riforma del Titolo quinto della Costituzione rende sempre più difficile la funzione di “partito della Nazione” che alcune (poche) teste pensanti come Reichlin affidano al Pd. Un partito della nazione, infatti, dovrebbe investire impegno e valorizzare dirigenti proprio nelle zone dove è più debole. Il Pd lo ha fatto poco al Nord e niente affatto Sicilia. Perché? Perché, al di là delle formule e delle ambizioni, il Pd è un partito regionalizzato, in cui il peso delle regioni si misura in iscritti, voti, numero di sindaci, di assessori, di cariche di sottogoverno. Il Pd siciliano, ormai, conta come il due di coppe quando la briscola è a bastoni. E, per di più, il ceto politico che lo rappresenta è in gran parte vecchio, stanco e corrotto. Non parlo, ovviamente, di età o di codice penale (che riguarda solo casi estremi), ma della tendenza diffusissima al consociativismo e al clientelismo, oltre che alla moltiplicazione di cariche, incarichi e prebende. Si spiega così il fatto che, nella crisi in atto alla Regione autonoma, le “mosse” dei Pd siciliani vengano da molti giudicate subalterne alla partita vera. Quella che tra “lombardiani” e “cuffariani”. L’interpretazione è forse malevola ed inesatta, ma il fatto che circoli significa che il Pd siciliano non ha una sua politica leggibile.
Come uscire da questa debolezza? Come far contare il Pd siciliano nell’interesse dei siciliani e dello stesso Partito democratico nazionale?
Non ho una linea organica da proporre. Da persona doppiamente esterna (al Pd, in cui non sono entrato, e alla Sicilia, da cui sono emigrato), non potendo dare il cattivo esempio, provo a dare dei buoni consigli. Secondo me ci vorrebbero in primo luogo dirigenti nuovi, non compromessi, capaci di una svolta, che scontino una iniziale inevitabile impopolarità, ma siano in grado di dare un stop, anche morale, al degrado. Si tratta di dire basta alla politica come carriera e al ceto politico come corporazione strapagata e privilegiata. Occorrerebbero azioni esemplari, per esempio l’uscita in massa dai tanti enti da abolire, società pubbliche, partecipate, etc., le tante greppie di sottogoverno che sostanziano il consociativismo.

E ci vorrebbe anche il recupero di una visione nazionale, non sicilianista, della lotta per lo sviluppo. Lo ripeto, a costo di essere noioso: “la Sicilia prima di tutto” è uno slogan sbagliato. Non tanto perché è lo storico slogan della mafia, che dalle provvidenze statali per la Sicilia ha sempre tratto vantaggio, ma anche perché toglie ai siciliani democratici una possibilità importante, quella di essere la guida per un nuovo meridionalismo. Non c’è oggi nessuna buona ragione per sostenere la peculiarità della Sicilia rispetto al complesso delle regioni meridionali: uguale il sottosviluppo, uguale la fuga dei giovani e dei migliori cervelli, uguale il peso di una borghesia parassitaria e di un ceto di politicanti famelici. Una volta c’era, come differenza, una mafia siciliana assai più potente di altre centrali criminali. Non è più così. Credo che la ‘ndrangheta sia oggi più ricca e insidiosa di Cosa nostra. E non scherzano né certi clan camorristici né la Sacra Corona. Occorre una politica per tutto il Meridione che unisca lavoratori, giovani, laureati e diplomati, imprenditoria sana, funzionari pubblici stanchi di inefficienze, uomini e donne di scuola e di scienza, mettendo fine alla concorrenza tra regioni, province, comuni del sud, ove assessorini di merda se ne fottono dello sviluppo e si interessano solo dei progettini in cui loro e i loro amici possano trovare una mangiatoia. L’insopportabile localismo delle amministrazioni meridionali è il nemico di ogni possibile progresso; perfino le teste pensanti della destra si pongono il problema, naturalmente alla maniera della destra (vi rinvio a un mio vecchio articolo, scritto dopo l’intervento di Tremonti al convegno dei giovani industriali - http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2009/11/tremonti-capri-nostalgie-della-cassa.html ). Paradossalmente la particolare debolezza del Pd siciliano nella gestione del potere locale può essere un vantaggio nel contrastare questo andazzo. Se c’è uno slogan da suggerire al Pd siciliano perché riguadagni credibilità a Roma e in Sicilia è questo: “Il Sud unito per la legalità e lo sviluppo – Facciamolo noi il ponte sullo Stretto”. Un ponte sullo stretto e un altro tra Napoli e Palermo, questo è quello che ci vuole e che si può fare per salvare tutto il Sud dal disastro cui la crisi lo spinge. Non quello di Berlusconi e di Lombardo che non si farà mai e la cui progettazione serve solo ai loro amici e agli amici degli amici.

24.11.09

La ricerca della felicità e il fantasma dello statalismo. Un articolo di Luigi Cavallaro ("il manifesto" 5 settembre 2006)

Lord Keynes

Il testo è del 2006 ed è un capolavoro di ironia. Cavallaro, economista pervicacemente novecentista e keynesiano, fa il verso a quanti, anche da sinistra (ad esempio molti antiglobalisti e in Italia Revelli e Carta) hanno processato non lo statalismo o lo Stato, più o meno borghese, ma lo stato sociale, l'intervento pubblico in economia etc. I suoi paradossi acquistano più peso ora che la crisi ha spazzato gran parte di quella retorica e di quella paccottiglia teorica che ci ha tormentato (S.L.L.) .


Il Novecento è stato un secolo di errori, orrori e presunzioni fatali, quindi dobbiamo uscirne: è stato questo il leitmotiv della riflessione a sinistra negli ultimi quindici anni. Abbiamo creduto nel progresso, nello sviluppo, nel miglioramento delle nostre condizioni di vita, e non ci siamo resi conto che questa credenza scassava l'ambiente. Abbiamo creduto di poter riuscire a controllare il processo della nostra riproduzione sociale, invece di affidarci all'astratta impersonalità della (sua) natura, e abbiamo creato i gulag, i lager e perfino l'Iri e le Usl.

Abbiamo creduto nella capacità conformatrice della legge, dimenticando non solo che la norma è la faccia buona dell'esclusione, ma soprattutto che ci sono campi in cui non c'è norma, ma solo eccezione. Abbiamo postulato l'esistenza di strutture macrosociali - il capitale, lo stato, le classi, i partiti - quando l'unica entità analitica di rilievo è l'individuo. Abbiamo immaginato che esistessero obiettivi comuni a vaste masse (qualche megalomane diceva addirittura «universali»), dimenticando che le persone si dividono per genere e anche per colore, religione, gusti, e dunque tra le loro preferenze non è possibile alcuna sintesi - ciascuno/a è la misura del proprio destino.

Ci siamo stupidamente appassionati alla critica dell'economia politica, quando le uniche cose che contano sono la cultura, il linguaggio, i corpi. Abbiamo persino pensato all'esistenza di una realtà oggettiva, mentre invece non ci sono fatti, solo interpretazioni.

Per fortuna, oggi tutto questo è finito. Nessuno crede più che i pubblici poteri possano conseguire una qualche forma di «signoria sul denaro» senza coartare indebitamente le preferenze individuali, e proprio per questo ogni appello alla stabilizzazione del debito pubblico è destinato a cadere nel vuoto. Nessuno crede più che la funzione del benessere sociale possa essere frutto di una costruzione (una «sintesi») politica, e proprio per questo la comune opinione preferisce donare a un'impresa nonprofit piuttosto che sobbarcarsi un'imposta. L'idea che ognuno debba essere libero di coltivare il proprio giardino e che, quando non riesce a venderne i frutti, abbia diritto a ricevere un sussidio, si manifesta non solo in una recente legge che ha equiparato le crisi di mercato del settore agricolo alle calamità naturali, ma anche nelle variegate proposte di istituire un reddito di cittadinanza, a cui questo giornale ha dedicato un divertente dibattito estivo.

I «partiti tradizionali», del resto, non ci sono più e con ragione quelle umane aggregazioni che vagamente gli rassomigliano rivendicano la loro diversità. C'è in effetti ancora un po' di sindacato, che chiede soldi e politica industriale e fa scioperi, ma le sue teste pensanti (e le sue Fondazioni) non dubitano che il continuo fermentare e rinnovarsi del processo concorrenziale sia sempre e comunque preferibile al mar morto dello «statalismo». E conseguentemente si guardano bene dall'evocarne i fantasmi: il problema dell'Italia, del resto, «non è la domanda ma l'offerta», come ha spiegato il mio amico Valentino Parlato nel suo editoriale del 1° settembre.

È vero, molte e molti sono depressi. Lavori intermittenti, flessibili, di durata incerta non aiutano il consolidamento delle aspettative. Ma la felicità dipende dal rapporto fra le nostre aspirazioni e il modo in cui percepiamo la realtà, quindi l'importante è non farsi illusioni sbagliate (come quelle novecentesche). Dobbiamo essere sereni per accettare le cose che non possiamo cambiare, coraggiosi per cambiare quelle che possiamo e saggi per distinguere le une e le altre. Quindi, lasciamo stare Keynes: non di deficit abbiamo bisogno ma di risparmio, cioè di tasse e tagli, ché solo da lì possono venirci i soldi per investire in «beni comuni». In fondo, giusta le previsioni del Dpef, tasse e tagli ci daranno la decrescita; basterà aggiungere un po' di antagonismo sociale, una spruzzatina di commercio equo e solidale e la felicità verrà da sé.

La transizione, così, sarà compiuta: saremo finalmente oltre il Novecento. E al diavolo gli idioti come me, che perdono ancora tempo dietro alle fantasticherie di qualche economista defunto.

A Sud di Lampedusa. Elezioni farsa in Tunisia.



Lo scandaloso caso di Ben Alì


Il pressoché totale disinteresse che i media e i politici italiani hanno mostrato riguardo alla recente farsa elettorale in Tunisia non è casuale. Rieletto per la quinta volta consecutiva e in maniera plebiscitaria, il presidente Ben Alì, governa il paese con pugno di ferro, altrimenti detto, in maniera dittatoriale. Lo fa col pieno appoggio delle oligarchie europee, che ben si guardano, anche in questo caso, di chiedere il rispetto dei diritti umani, di denunciare i brogli elettorali, o di invocare l’esportazione della democrazia. Quelli che davanti a regimi ostili sono principi inviolabili, con i loro lacchè diventano bazzecole.

Tutto come previsto. Nessuna sorpresa. Le elezioni presidenziali svoltesi in Tunisia il 25 ottobre scorso, ovviamente truccate, hanno consegnato a Ben Alì una schiacciante vittoria: il 90% dei voti*. Un po’ meno delle tre precedenti elezioni, quando egli ottenne il 99%.

Stesso dicasi per le legislative, svoltesi in contemporanea: il Raggruppamento costituzionale democratico (Rcd), il partito del presidente (che annovera 2,7 milioni di iscritti), ha ottenuto 161 seggi, la maggioranza più che assoluta dei 214 deputati del parlamento tunisino.**

Gongolano la rapace borghesia tunisina e la sclerotizzata casta politica dominante, che vedono messa al riparo la stabilità politica e l’occhiuto e crudele stato di polizia che li protegge. Gode la nutrita comunità italiana che da tempo conduce lucrosi affari nel paese. Plaude non senza imbarazzo l’Unione Europea che considera Ben Alì un cane da guardia alle sue frontiere meridionali, un mastino per allontanare “la minaccia del salafismo e del fondamentalismo” (da molti anni la Tunisia presiede il Greater Middle East Partnership Iniziative, ovvero il comitato anti-terrorismo dei paesi arabi che assieme agli USA fan parte della crociata anti-jihadista), in verità deputato a contrastare qualsiasi processo di cambiamento in senso antimperialista.

Ma l’immobilismo politico e la stabilità del regime, non equivalgono automaticamente a solidità politica o stabilità sociale. Tre gli eventi politico-sociali, certo di diversa natura, che nell’ultimo periodo hanno scosso la società tunisina, squarciato la sua apparente pace sociale e che indicano cosa si muova sottotraccia.

Anzitutto la sommossa armata islamista scatenatasi il 23 dicembre 2006 e durata per più di una settimana, repressa nel sangue dalle forze di polizia. Il regime non solo fece immediatamente scendere una cortina di silenzio sugli avvenimenti (restarono segreti sia il numero dei morti e dei feriti, che quelli degli arresti), ma ne approfittò per stringere ancor più saldamente le catene dello stato di polizia e spazzar via i già flebili spazi democratici esistenti. La sinistra tunisina, così come i militanti per i diritti civili non poterono evitare di pagare salato il prezzo della repressione: giornali chiusi e siti oscurati, decine e decine i giornalisti, gli avvocati democratici e i militanti arrestati.

Il secondo evento è stata la rivolta popolare nel bacino minerario di Gafsa (vedi La dittatura a sud di Lampedusa), nel centro-sud del paese, scoppiata il 5 gennaio 2008. Accanto ai minatori si raccolse massicciamente tutta la popolazione locale, dando vita a moti di protesta che, pur a singhiozzo, sono durati per settimane. "Le Monde Diplomatique" del giugno 2008 sottolineava “la impressionante coesione popolare che le forze dell’ordine non riescono a spezzare”: si trattò in effetti della rivolta di massa più consistente dopo i noti “moti della fame” del 1984. Il regime, nel totale silenzio internazionale, reagì nella maniera più brutale. Dopo aver decretato lo Stato d’emergenza nella provincia di Redeyef, la polizia si scagliò contro i dimostranti, sparando a più riprese, uccidendone due e ferendone dozzine. Gli arrestati furono circa duecentocinquanta (molti dei quali ancora reclusi). Molti cittadini, giovani anzitutto, dovettero darsi alla macchia e sono tutt’ora ricercati.

Il terzo fenomeno consiste proprio nel movimento dei diritti civili, che vede mobilitati intellettuali, avvocati, giornalisti, sindacalisti e la minoritaria ma combattiva sinistra tunisina. Libertà di stampa, di parola, di organizzazione è quanto chiede l’avanguardia attiva del paese, non senza rivendicare la scarcerazione dei prigionieri politici, la denuncia delle disumane condizioni nelle carceri, dall’interno delle quali filtrano denunce di sevizie, torture, malnutrizione come gli illimitati periodi di isolamento a cui vengono sottoposti i detenuti politici. Per dare un esempio di cosa sia la “democrazia tunisina” vale la pena ricordare il caso esploso nell’aprile 2004, quando un insegnante e otto suoi studenti vennero condannati all’ergastolo per avere visitato siti internet proibiti.

Davanti a questo scandalo ci si aspetterebbe una “vibrata protesta” da parte della “democratica e liberale” Europa. Al contrario! Contro le proteste dei tunisini l’Unione Europea versò al governo un contributo di 2.15 milioni di euro “per il rilancio dell’editoria” nel paese, quattrini finiti nelle casse della stampa di regime. Non meglio agirono le Nazioni Unite che fecero svolgere proprio a Tunisi il vertice del WSIS, il summit dell’ONU per la libertà di stampa.

Accettando il perimetro e le regole del gioco fissate dal regime, prigioniera per di più dell’ideologia progressista e antislamista, la sinistra tunisina non pare poter uscire dal suo stato di minorità. In occasione delle recenti elezioni essa ha formato una coalizione unitaria, l’Iniziativa Nazionale per la Democrazia e il Progresso, coalizione che raggruppa il Movimento Ettajdid, il Partito Socialista di Sinistra, e l’ex maoista Partito del Lavoro Patriottico e Democratico. La coalizione alle presidenziali ha ottenuto 74.257 voti, un modesto 1,57%. Alle legislative ancor di meno. In realtà la coalizione avrebbe potuto ottenere almeno il doppio se il regime non ci avesse messo lo zampino, se cioè non avesse invalidato ben 13 delle 26 liste circoscrizionali, e se avesse consentito un regolare spoglio delle urne, rigidamente controllato dai suoi zelanti funzionari.

*Secondo i dati ufficiali forniti dal governo i suoi tre avversari alle presidenziali e che hanno ottenuto il restante 10,38% sono: Ahmed Inoubli dell'Unione democratica unionista (Udu) col 3,8%; Mohamed Bouchiha del Partito di Unità popolare (Pup) col 5,01% e Ahmed Brahim del partito Ettajdid, col 1,57% dei voti.


** I restanti 53 seggi, meno di un quarto del totale, vanno a sei partiti: Movimento dei democratici socialisti 16 seggi; Pup 12 seggi; Udu 9 seggi; Partito social-liberale 8 seggi; Partito dei verdi per il progresso 6 seggi; Ettajdid 2 seggi.



L'articolo è un redazionale dal sito del Campo Antimperialista.


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