30.9.09

Cu futti futti. Nicki Vendola, la Chiesa cattolica e la Riforma intellettuale e morale.

In un Natale malindino di qualche anno fa feci una buona azione. Avevo fatto amicizia con un un ragazzo ghiriama che faceva il cuoco in una villa di italiani. Tramite della nostra amicizia era il Milan, di cui era tifoso. Indossava tutti i giorni la maglia di Weah, delle cui imprese in Africa l'eco non si sarebbe spenta per molti anni a venire.
Joseph - era questo il nome - nel bush, la spennacchiata radura abitata dai ghiriama, fungeva da pastore in una chiesa protestante di cui non ricordo il nome. Guidava le preghiere della domenica, spiegava le Scritture, dirigeva il coro, una trentina di ragazze e ragazzi, forniti di tamburi vari ed altri strumenti adattabili alla ritmica equatoriale.
Per la sera della Vigilia i ragazzi del coro preparavano uno spettacolino augurale da rappresentare nelle ville della zona, quasi tutte di italiani, per ricavarne mance in denaro o altri piccoli doni. La cosa mi inteneriva, mi riportava alla prima infanzia. Qualcosa di simile usava ancora nella mia Sicilia quand'ero piccolissimo: a carnevale gruppetti di adulti mascherati, tutti maschi (ma ce n'era sempre almeno uno travestito da donna), giravano per le case per ricavarne, dopo i lazzi, frappe e "sfinci" (la variante siculo-maghrebina dello strufolo).
Joseph quell'anno pensò di rendere più fruttuosa la questua ingraziandosi gli italiani con un loro canto natalizio e mi chiese di aiutarlo. Andavo a piedi nel bush e nel capannone disadorno e caldissimo che fungeva da chiesa insegnavo Tu scendi dalle stelle a quei ragazzi. Sapevano che era un canto natalizio, ma non capivano nulla delle parole che leggevano trasposte in inglese (two shandy o qualcosa del genere).
Mi chiedevo che impressione avrebbe potuto fare "e vieni in una grotta al freddo e al gelo" a persone che vivevano a ridosso dell'Equatore. Non trovavo risposta, visto che ignoro l'inglese e mi scocciava proporre la questione a Joseph, il quale in verità comunicava in un italiano più che decente.
Non senza qualche intoppo la cosa andò a buon fine. Ebbero scarpe da tennis, farina e scellini (pochi). Nei giorni successivi accadde più di una volta che un ragazzo o una ragazza, riconoscendomi da lontano, mi cantasse a voce alta "tu scendi dalle stelle".
Una volta con Joseph parlammo della concorrenza tra religioni, effervescente in quell'angolo di mondo. I musulmani, pur nella loro rigidità, avevano una grande forza d'attrazione, riuscivano a presentarsi come alternativa dei poveri di tutte le razze a un mondo dominato dall'Occidente bianco e cristiano. Avevano successo anche le nuove sette che ecletticamente mixavano un po' di cristianesimo con superstizioni di tipo magico locali e non. Ma per lui la concorrenza più sleale veniva dai cattolici. "Noi - mi diceva - consideriamo peccato grave l'andare dal mago, io grido sempre contro quelli che ci vanno; il prete cattolico sorride, confessa e assolve".
Ho pensato a Joseph nell'ascoltare Nicki Vendola che predicava da Gad Lerner la scorsa settimana. Diceva, col suo muoversi sofferto e col suo parlare profetico: "Una frattura si è aperta tra la destra e il cattolicesimo italiano. Non dico la gerarchia, dico il popolo dei credenti, che non ne sopporta le disinvoltura etiche".
Credo che si sbagli. Credo che la forza del cristianesimo controriformistico, cioè del cattolicesimo italiano, risieda proprio nella sua remissività, nella sua capacità di mettere a disposizione di tutti il perdono e l'indulgenza.
Il popolo dei fedeli e dei credenti è un popolo di peccatori, generalmente di piccoli peccatori, che dal prete può comprare a prezzi scontati la buona coscienza e un facile perdono. Di conseguenza sopporta di buon grado che, a un prezzo proporzionato al peccato commesso e alla potenza posseduta, siffatta mercanzia sia acquistata da peccatori d'autorità.
Nel Novecento Croce per primo, ma poi anche Gobetti e soprattutto Gramsci lamentarono come questo sostrato controriformistico fosse una delle ragioni (non l'ultima) della miseria italiana e parlarono della "mancata riforma intellettuale e morale" come radice dei troppi conformismi, opportunismi e trasformismi del nostro vivere pubblico e privato.
A modificare questo modus vivendi provò, con qualche successo, il comunismo italiano. Apparteneva a questo progetto radicale (l'unica radicalità consentita in una politica quasi costantemente moderata) l'orgoglio della "diversità" rivendicata da Berlinguer, cioè l'ambizione a far coincidere, almeno tendenzialmente, il pubblico e il privato. La cantò poi con toni elegiaci Nanni Moretti nel bel Palombella rossa, in cui però già aleggiava un senso di sconfitta. Alla fine del gioco i comunisti italiani non riuscirono a cambiare granchè del costume nazionale così intriso di casistica gesuitica, fu piuttosto il costume nazionale a cambiare loro.
Da quel che dice, da come lo dice, Vendola sembra voler rispolverare l'antica ambizione. Sembra voler imporre come bandiera di Sinistra e libertà l'etica pubblica che fu di tanti comunisti e come programma la "riforma intellettuale e morale" di cui parlava Gramsci. E' un'impresa titanica, che merita rispetto, necessariamente proiettata verso il futuro.
Quanto alla gerarchia e ai fedeli, è possibile che in tutto o in parte abbandonino in tempi brevi Berlusconi e la destra, ma ciò non avverrà per la "questione morale". Cardinali e vescovi preferiscono di gran lunga governanti con grandi peccati da perdonare: più grosso è il peccato, più alto è il prezzo della penitenza. I fedeli sono abituati anch'essi a usufruire di un'etica che moltiplica i divieti, ma garantisce indulgenze a gogò. C'è un detto siciliano che recita: "Cu futti futti, Diu pirduna a tutti ", ove il "fottere" non significa solo "congiungersi carnalmente", ma anche "imbrogliare" e "derubare". Il Dio dei preti cattolici è fatto così, per lui è solo questione di prezzo.
Per una religione "diversa" sarebbe necessario molto più tempo e quello che è oggi limitato e ininfluente dissenso dovrebbe diventare, come accadde in altri paesi, Protesta e Riforma. Ho l'idea che Vendola, comunista e cattolico, per quanto dotato di energie fisiche, intellettuali e morali, non ce la faccia a riformare insieme la sinistra e la Chiesa. Sarà costretto a scegliere. (S.L.L.)

Si vergogni monsignore. La battaglia delle idee (micropolis settembre 2009)


La cosiddetta “scuola” estiva di Gubbio, fondata nel 2002 dal prete Baget Bozzo per i quadri locali di Forza Italia, ora guidata con mano ferma e voce tremula dall’ex comunista Bondi ed estesa a tutto il Pdl, è sempre stata più che una scuola un “evento”. La “tre giorni” eugubina è stata ora sede del tentativo di dare al berlusconismo una base culturale e ideologica, ora degli annunci più o meno spettacolari del Cavaliere.
Quest’anno, il giovedì 10, primo dì del triduo, è stato dominato dalla ribellione di Fini e dai pronunciamentos anti-Fini di una serie di capataz, compresi alcuni di provenienza An. Il venerdì, animato dai deliri goebbelsiani del ministro Brunetta, ha trovato il clou nel gioco delle parti tra Schifani e Alfano, con il primo a vituperare i magistrati antimafia che “riesumerebbero” storie dei primi anni Novanta per mettere in mezzo Berlusconi e il secondo a dichiarare fiducia nella magistratura e a promettere più efficaci misure contro la criminalità organizzata. Sabato si aspettava Berlusconi, di persona o in teleconferenza, ma, impegnato a preparare l’imminente show de l’Aquila, ha preferito di no. Rimaneva in programma un confronto cui Bondi teneva molto, quello tra un monsignore, il telegenico vescovo Fisichella, rettore dell’Università lateranense, e un ministro, Tremonti, l’unico - ci pare - di un qualche spessore culturale nell’entourage berlusconiano. Ed era tema del dibattito la Caritas in veritate, l’enciclica sociale del papa tedesco. Ma il sistema mediatico ha dedicato poca o punta attenzione alla cosa, deluso dall’assenza di Berlusconi e dalla mancanza di toni forti.
In verità, per chi ascolti senza pregiudizio la registrazione dell’incontro (link nel titolo), ben altre potrebbero essere le ragioni di delusione. Tremonti, perlomeno, riciclando le trovate del suo libro sul coraggio e la paura e confrontandosi con due temi dell’enciclica, solidarietà e sussidiarietà, ha svolto con diligenza il compitino; Fisichella neanche quello. Ha occupato gran parte del tempo per spiegare ai quadri Pdl il ruolo sociale e pubblico della religione. La Chiesa – ha detto - in questa “emergenza etica” non è solo da ascoltare, ma da “interpellare”, perché “esperta in umanità”, garante della morale cristiana, e, ancora di più, interprete autorizzata dell’etica universale, frutto dall’umana ragione. Quando è passato ai contenuti non ha trovato niente di meglio che la bioetica, indicata come grande “questione sociale”, perché relativa alla persona umana considerata nella sua “verità” soprattutto nella fase iniziale della vita e nell’ora della morte.
Tuttavia il peggio di Fisichella non sta in quello che ha detto, abbastanza risaputo, ma in quel che non ha osato dire. La Chiesa è “coscienza critica” – aveva affermato – ma lui non ha trovato una parola di critica sul profilo etico dei berlusconiani. Non ci riferiamo alle avventure galanti del Cavaliere. Il monsignore ha fatto benissimo a non rammentarle neanche per allusione: le frequentazioni di Berlusconi nel loro aspetto privato, non sono fatti suoi; sotto il profilo pubblico (la sicurezza di uno stato laico e sovrano il cui primo ministro è ricattabile) non sono fatti di cui debba occuparsi un dignitario del Vaticano. Ci riferiamo piuttosto ai disgraziati che questo governo respinge e a quelli che lascia annegare, alla sua inazione verso una crisi che ricaccia nella miseria centinaia di migliaia di famiglie, all’intolleranza che alimenta verso gli “ultimi” e i diversi, migranti, drogati, omosessuali. Di fronte a questo quotidiano spettacolo di immoralità fornito dal governo l’unica carità che il vescovo ha saputo suggerire è stata: “Non bisogna parcheggiare in seconda fila perché gli altri non potrebbero uscire”; l’unica verità che ha saputo proclamare è stata: “Da un embrione umano non nasce un maialino”.
Si vergogni monsignore.

29.9.09

La mafia perbene e le illusioni dei cinici (da www.perperugia.it/ )


Sono stati in tanti (5 mila secondo la Questura, probabilmente assai di più), sabato 26 a Ponteranica, un bel corteo coloratissimo. Chiedevano che tornasse al suo posto, nella biblioteca comunale, la targa che la dedicava a Peppino Impastato, fatta rimuovere dal sindaco leghista. La notte di venerdì c’era stata una provocazione: qualcuno aveva tagliato l’ulivo della pace piantato in ricordo di Peppino. Al suo posto si è trovata la sagoma di un piccolo pino e un biglietto firmato “ol Bepi de Potranga” (il Bepi di Ponteranica) con su scritto “Mé ché öle ü paghér” (io qui voglio un pino).

La messa in scena fa escludere l’estemporanea bravata di un gruppetto di ubriaconi. La cosa è pensata e studiata, molto probabilmente in ambienti leghisti, il che ha indotto Giovanni Impastato a dichiarare: “Non è solo ignoranza, è un progetto più ampio con la Lega come uno dei fautori; queste sono azioni di fascismo o razzismo, non importa se dal nero siamo passati al verde”.

Sì, sono fascisti e razzisti, ma anche ciechi e illusi se pensano che mafia e antimafia siano questioni meridionali, che il Nord sia immune da infiltrazioni e i Nordici immuni da inquinamenti.

Su questo, per la verità, sono in tanti a coltivare illusioni. Lo fanno anche a Perugia e in Umbria. La Confindustria per esempio. Un suo rappresentante, in un dibattito del 9 settembre alla festa provinciale del Pd, ha dichiarato, senza essere sfiorato dal dubbio, che riciclaggi, acquisizioni e infiltrazioni mafiose in Umbria riguardano quote infinitesime dell’economia regionale. E’ la classica politica della scimmietta che non vede non sente non parla. Gl’industriali non amano che si metta il naso nelle loro faccende, temono che i controlli antimafia rivelino altre magagne, piccole e grandi, e forse qualcuno pensa (come è accaduto a certi politici) di usare le mafie o almeno i loro capitali senza farsi usare. In Italia, del resto, da qualsiasi latrina provenga, il denaro prima o poi perde ogni odore, santificato da un condono e protetto da uno scudo.

A Gubbio, tre giorni dopo, nella cosiddetta “scuola”, il raduno di Forza Italia (oggi del Pdl) inventato da Baget Bozzo e organizzato da Bondi, si svolge un curioso siparietto. Il presidente del Senato, il palermitano Schifani, riprende le critiche ai magistrati colpevoli di riesumare alcune inchieste dei primi anni Novanta in cui sarebbe coinvolto l’attuale presidente del Consiglio; ma il Ministro della Giustizia, l’agrigentino Alfano, dichiara la sua piena fiducia nella magistratura. Il bastone e la carota. O il gioco delle parti, tanto per citare Pirandello che era proprio di quelle plaghe.

Il ministro approfitta della platea anche per salutare come un grande successo le ultime inchieste contro le mafie e le nuove misure legislative di contrasto che riguardano la confisca e l’uso sociale dei patrimoni illecitamente accumulati. D’ora in poi l’affidamento ai prefetti accelererà i tempi, si potranno confiscare i beni trasmessi agli eredi dai boss defunti, si introdurrà il sequestro per “equivalenza” che consente allo Stato di strappare ai criminali case e terreni di provenienza lecita (per esempio ereditati) in sostituzione di quelli acquisiti con il malaffare e “fatti sparire”.

Maroni, intanto, quasi tutti i giorni, mentre i suoi lumbard tagliano ulivi e defiggono targhe, in convegni e interviste giura che, grazie alle operazioni di polizia e carabinieri portate a termine, passerà alla storia come il ministro che debellò il crimine organizzato.

Siamo chiari. Le nuove leggi sono opportune e qualcuna (quella sulle eredità mafiose) ha già mostrato la sua efficacia. Le inchieste, gli arresti di latitanti, i rinvii a giudizio non sono peraltro un’invenzione propagandistica. Ma tutto ciò sembra in netto contrasto con altre scelte del governo: la legge sulle intercettazioni e lo scudo fiscale. Schizofrenia? Non crediamo. C’è una logica che può sembrare perversa, ma c’è. L’una e l’altra delle leggi in cantiere sembrano fatte apposta per proteggere il terzo livello e la zona grigia, cioè quei politici, imprenditori piccoli e grandi, professionisti, affaristi di ogni genere, che, interni alle mafie o in collusione con esse, contribuiscono a costruirne la potenza economica, più pervasiva e avvolgente della stessa potenza di fuoco. Questo mondo, a giudicare da condanne, processi in corso, relazioni pericolose notorie, è probabilmente ben rappresentato nella maggioranza governativa. L’invito implicito che il governo sembra rivolgere è di ripulirsi, di recidere i legami con la “mafia militare”, di rientrare nella legalità insieme ai capitali protetti dall’omertoso scudo fiscale. Forse non è un caso il fatto che autore dell’emendamento che ne amplia a dismisura le maglie non sia un senatore proveniente dal mondo dell’economia e delle banche, ma un giornalista siciliano, un tal Fleres il quale, non fosse altro che per origine e mestiere, è buon conoscitore di altri mondi.

L’aspetto più scandaloso del provvedimento è in ogni caso l’estensione della “copertura” ai reati tributari, al falso in bilancio e alla distruzione di documenti contabili. Ciò renderà impensabili non solo operazioni del tipo di quella che molti decenni fa incastrò Al Capone, ma anche le indagini svizzere alla Falcone, quelle che nei santuari di Zurigo e Lugano, con il concorso della sua amica Carla Del Poggio, gli consentirono di trovare a bizzeffe i riscontri bancari delle testimonianze di Buscetta e degli altri pentiti.

Leggi di questo tipo non aiutano la lotta alla mafia. Il messaggio che contengono è che l’importante non è rispettare le leggi, ma farla franca. E’ quello che ha segnalato Marcello Cozzi, della segreteria nazionale di Libera, nel dibattito perugino di cui si è detto, estendendo la polemica verso altri leggi e lodi che garantiscono impunità alla prepotenza e al malaffare e verso le norme che lasciano intravedere una sorta di “mafiosità di stato”, per esempio quelle sulla sicurezza e sul reato di clandestinità.

So che codeste fortissime obiezioni etiche non riescono a scalfire le sicurezze dei cinici. Ci sono quelli che dicono che alla fine, se i capitali con lo scudo e i mafiosi senza coppola si ripuliscono e rientrano nella legalità, è meglio per tutti. A parte i prevedibili micidiali contraccolpi da parte della piovra, una simile prospettiva non mi sembrerebbe accettabile neppure se fosse verosimile. Non lo è a maggior ragione perché del tutto velleitaria. Immaginarsi che mafiosi e complici delle mafie ripuliti possano dare un contributo a un’economia sana a me pare pazzia, tanto più che il pozzo dei denari provenienti dalla droga non sembra destinato ed esaurirsi in breve tempo e che l’attrazione dell’illegalità è fortissima in chi l’ha già fatta franca.

La libertà di stampa e la giustizia disuguale. Un minidossier

Questo post è un piccolo dossier. Dopo queste poche righe di introduzione troverete ampi stralci da tre pezzi dal "Corriere della sera".
Il primo è la lettera di un lettore, Luigi Ferrarella, pubblicata il 26 settembre contiene una denuncia e una proposta. Denuncia il massiccio ricorso "a infondate querele e maxirichieste di danni da parte di chi non rischia alcunché a farle". Propone di prevedere, se una causa risulti temeraria, un risarcimento al giornale da parte di chi l' ha promossa, ad esempio una percentuale del 10 per cento del risarcimento preteso.
Il secondo è un'intervista di Maria Antonietta Calabrò al segretario nazionale della Fnsi, il sindacato dei giornalisti, pubblicata il 27, che fa sua la proposta e vi aggiunge una specificazione.
Il terzo è un intervento di Milena Gabanelli, che racconta della sua esperienza di giornalista d'inchiesta e spiega come il problema più serio non sia l'alto risarcimento richiesto, ma le spese legali e la durata dei processi civili.
C'è ampia materia per riflettere. Io ne approfitto per una piccola provocazione. Quanto incide sulle nostre libertà, quella di stampa e tutte le altre, la lentezza e la macchinosità della giustizia civile? Quali interessi si frappongono a una riforma vera e radicale? Aspetto risposte. (S.L.L.)


Querele e intercettazioni

Perché la verità non diventi un lusso

I giornalisti che avvertono sempre maggiori ostacoli all'esercizio della libertà di stampa vengono bruscamente liquidati come diffamatori piagnucolanti, che prima devastano le vite altrui e poi pretendono immunità per non ripagare i danni alla reputazione delle persone e aziende che li querelano (nel penale) o chiedono ingenti risarcimenti (nel civile). Non è un caso. Sia perché per alcuni “cantori” della libertà di stampa è davvero così. Sia - soprattutto - perché è il prezzo, salato, che l' intera categoria paga per aver lasciato che dilagasse il contagio di prassi giornalistiche imprecise e superficiali, obliquamente omissive o dolosamente inveritiere, indulgenti verso lo “spaccio” di falsità in non sempre “modica quantità”, a volte sconfinanti nel manganello a mezzo stampa per colpire l' avversario politico o economico dell' editore. […..]

Ma ora anche le querele e le richieste di danni hanno perso il loro valore di verità. Sempre meno strumenti di ristoro della reputazione calpestata dall' errore colpevole o dal dolo scientifico del giornalista, le azioni legali diventano così tante e sono spesso talmente infondate da essere piuttosto brandite come uno strumento di intimidazione sul cronista (“anche se stavolta hai scritto giusto, attento a riscrivere la prossima volta”) e sull' editore, alle prese con rischi di risarcimenti e con spese di difesa tali da mettere in ginocchio il bilancio di un' azienda editoriale medio-piccola. Si dirà: c' è un giudice, e se il giornalista sbaglia, è giusto che vada incontro a pena pecuniaria, reclusione, riparazione pecuniaria, risarcimento dei danni morali e patrimoniali, pagamento delle spese di giudizio. Certo. Solo che la partita, da quando è divenuto massiccio l' indiscriminato ricorso alle azioni legali, non è più ad armi pari. Non solo perché il giornalista, per non essere condannato, deve dimostrare non soltanto che ha scritto il vero, ma anche che esisteva un interesse pubblico a conoscerlo, e che la forma non era inutilmente aggressiva. Non solo perché, se diffonde dati personali veri ma senza i quali la notizia sarebbe stata ugualmente completa ed esauriente, incorre nei fulmini del Garante della privacy, del giudice penale, del giudice civile, dell' Ordine. Non solo perché, quando pubblica notizie vere tratte da atti giudiziari non più segreti in quanto già noti alle parti, è schiacciato nella tenaglia per cui se le riporta con precisione letterale si vede denunciare per aver commesso uno specifico reato, mentre se si limita a riassumerle si sente accusare di non essere stato abbastanza preciso da evitare la diffamazione. A truccare la partita, invece, non è l' azione legale in sé, ma il fatto che chi la intenta contro il giornalista, a differenza sua, non rischi mai e non paghi alcunché, nemmeno se il giudice accerta che le doglianze erano totalmente pretestuose: nel civile il giornalista recupera al più le spese, nel penale l' assoluzione “perché il fatto non costituisce reato” gli impedisce di denunciare per calunnia il querelante e ottenere i danni. Il sacrosanto diritto dei diffamati (quando siano davvero tali) di rivalersi sul giornalista non deve essere intaccato. Ma forse una modifica normativa potrebbe conciliarlo con la non compressione dell' attività giornalistica: querela pure chi vuoi e per quello che vuoi, ma se poi la causa risulta del tutto campata per aria, allora paghi al giornale denunciato almeno una minima percentuale (anche solo il 10%?) delle maxicifre che pretendevi come risarcimento. Liberi di scrivere, liberi di querelare. Ma responsabili entrambi. Nella trasparenza. Il contrario del terreno su cui muove il disegno di legge sulle intercettazioni che, dietro il pretesto della tutela della privacy, estende l' area del segreto sugli atti d' indagine, e di ogni “pubblicazione arbitraria” (da 2.500 a 5.000 euro per il giornalista) fa poi rispondere anche l' editore a titolo di responsabilità amministrativa della persona giuridica per i reati commessi dai dipendenti nell' interesse aziendale (legge 231/2001). Tradotto? A ogni dettagliata pubblicazione di un atto vero, non più coperto da segreto investigativo e riportato in maniera corretta, l' editore pagherà da un minimo di 25 mila 800 a un massimo di 465 mila euro per le testate nazionali. Il modo migliore per fare entrare «il padrone in redazione», visto che a quel punto la decisione editoriale sul «se» e «come» pubblicare una notizia sfuggirà all' autonomia (laddove esercitata) del tandem direttore-giornalisti, per consegnare l' ultima parola all' editore destinato a pagarne conseguenze tali da far chiudere in breve l' azienda.

Ferrarella Luigi, 26 settembre 2009, pagina 9




“Querele infondate ai giornali: giusto imporre una cauzione”

Intervista a Franco Siddi, segretario della Fnsi

«Molto interessante, pertinente ed utile», così Franco Siddi, segretario della Federazione nazionale della stampa, il sindacato dei giornalisti italiani, giudica la proposta lanciata ieri dalle colonne del Corriere. In pratica si tratta di prevedere, a tutela della libertà di stampa, che se una causa civile contro un giornale risulta temeraria, (cioè se la magistratura stabilisce che giornale e giornalista hanno agito correttamente), chi l' ha promossa debba pagare alla testata e al giornalista mandati assolti, una percentuale, (il 10%?) del risarcimento preteso. […]

“I risarcimenti in sede civile, ancora più delle querele per diffamazione, sono spesso assunti […] per produrre un effetto deterrente e dissuasivo nei confronti dell' informazione, soprattutto in un momento di difficoltà economica anche per le aziende editoriali”. Quindi si tratta di forme spesso intimidatorie che inevitabilmente restringono la libertà di stampa? «Sì, ed è per questo che ritengo che si debba percorrere la via indicata dal vostro giornale. Spero che essa possa essere condivisa da tutti e non solo dai giornalisti. […] noi non vogliamo la libertà di diffamare, ma non vogliamo nemmeno che qualcuno possa imbavagliare una informazione leale e corretta. Mi appello al principio di responsabilità per tutti. Per questo vorrei rilanciare, con un' ulteriore proposta”. Quale? “Penso che chi vuole chiedere un risarcimento danni a un giornale, debba versare anticipatamente, cioè all' inizio della causa, una cauzione pari al 10-15 per cento dell' indennizzo richiesto. In questo modo si potrà costituire un fondo nazionale di garanzia che assicurerà l' effettivo ristoro al giornale e al giornalista, nel caso in cui la lite si dimostri effettivamente temeraria”. Ci sono poi gli effetti di alcune norme nel disegno di legge sulle intercettazioni, che prevedono sanzioni persino per ogni dettagliata pubblicazione di un atto vero, non più coperto da segreto e riportato in maniera corretta, fino a 465 mila per le grande testate... “Chiedo che quel testo non venga mai alla luce e confido nell' effetto della moral suasion del Capo dello Stato”.

Maria Antonietta Calabrò, 27 settembre 2009

“Ho una trentina di cause.

E non riesco ad avere una polizza per le spese legali”

Luigi Ferrarella, sulle pagine di questo giornale, ha sollevato un problema che condivido e mi tocca da vicino: la pressione politica (che in Italia è particolarmente anomala) sul condizionamento della libertà d’informazione forse non è l’aspetto più importante, anche se ciclicamente emerge quando coinvolge personaggi noti. Per questo facciamo grandi battaglie di principio e ignoriamo gli aspetti “pratici”. Premesso che chiunque si senta diffamato ha il diritto di querelare, che chi non fa bene il proprio mestiere deve pagare, parliamo ora di chi lavora con coscienza. Alla sottoscritta era stata manifestata l'intenzione di togliere la tutela legale.

La direzione della terza rete ha fatto una battaglia affinché questa intenzione rientrasse, motivata dal dovere del servizio pubblico di esercitare il giornalismo d’inchiesta assumendosene rischi e responsabilità. Nell’incertezza sul come sarebbe andata a finire ho cercato un’assicurazione che coprisse le spese legali e l’eventuale danno in caso di soccombenza dovuta a fatti non dolosi. Intanto sul mercato italiano, di fatto, nessun operatore stipula polizze del genere, mentre su quello internazionale questa prassi è più diffusa. Bene, dopo aver compilato un questionario con l’elenco del numero di cause, l’ammontare dei danni richiesti e l’esito delle sentenze, una compagnia americana e una inglese, tenendo conto del comportamento giudicato fino a questo momento virtuoso, si sono dichiarate disponibili ad assicurare l’eventuale danno, ma non le spese legali. Sembra assurdo, ma il danno è un rischio che si può correre, mentre le spese legali in Italia sono una certezza: le cause possono durare fino a 10 anni e chiunque, impunemente, ti può trascinare in tribunale a prescindere dalla reale esistenza del fatto diffamatorio.

A chi ha il portafogli gonfio conviene chiedere risarcimenti miliardari in sede civile, perché tutto quello che rischia è il pagamento delle spese dell’avvocato. L’editore invece deve accantonare nel fondo rischi una percentuale dei danni richiesti per tutta la durata del procedimento e anticipare le spese ad una montagna di avvocati. Solo un editore molto solido può permettersi di resistere. […] L’art. 96 del codice di procedura civile punisce l’autore delle lite temeraria, ma in che modo? Con una sanzione blanda, quasi mai applicata, che si fonda su una valutazione tecnica “paghi questa multa perché hai disturbato il giudice per un fatto inesistente”. Nel diritto anglosassone invece la valutazione è “sociale”, e il giudice ha il potere di condannare al pagamento di danni puntivi: “chiedi 10 milioni di risarcimento per niente? Rischi di doverne pagare 20”. La sanzione è parametrata sul valore della libertà di stampa, che viene limitata da un comportamento intimidatorio. La condanna pertanto deve essere esemplare. Ecco, copiamo tante cose dall’America, potremmo importare questa norma. Sarebbe il primo passo verso una libertà tutelata prima di tutto dal diritto. Al tiranno di turno puoi rispondere con uno strumento politico, quale la protesta, la manifestazione, ma se sei seppellito dalle cause, anche se infondate, alla fine soccombi.

Milena Gabanelli, 29 settembre 2009







Un Aventino mediatico?


Sabato scorso Conchita De Gregorio ha scritto che "a forza di provare a ribattere a chi dialogare non vuole e forse non sa, a chi risponde sempre una cosa diversa dalla domanda, a chi prova a far la vittima avendo in mano il manganello si finisce per credere che comunque sia un dovere esserci perché se ci sono spazi di libertà lì bisogna andare, fingere che si tratti di un leale confronto. E' un errore, perché di libero non resta più niente in tv. Non c'è spazio che non sia soggetto a ricatto, a intimidazione preventiva, ad aggressione successiva. Se una trasmissione come Annozero va in onda è perché sopprimerla costerebbe di più: l'attenzione è massima, il faro acceso, l'opinione pubblica allerta. Per stare tranquilli bisogna stare in luoghi ben illuminati e guardarsi a vicenda, così ci si accorge subito se qualcuno sparisce".
L’analisi è perfetta.
Il berlusconismo non sa dialogare. Nel mondo di Sua emittenza la comunicazione è sempre unidirezionale. Non esiste un “altro” che sia dotato di una soggettività, che non sia utenza, clientela, pubblico; e il pubblico dei teleconsumatori tutt’al più può essere sondato per essere meglio addomesticato.
Il berlusconismo non ammette contraddittorio. Non è una novità. Nella campagna elettorale del 2001 non solo Berlusconi (che i sondaggi davano in vantaggio) non concesse a Rutelli (che Ds e Margherita candidavano a premier) il faccia a faccia televisivo, ma per tre o quattro mesi di seguito in tutte le trasmissioni di confronto fu all’opera un gruppetto di guastatori, capeggiato da Elio Vito, con il compito era di “non far parlare” l’interlocutore, di interrompere i ragionamenti e buttare all’aria il tavolo. L’unico cui si permettesse un’argomentazione distesa era Bertinotti, che "correva da solo". Oggi prevale una diversa tattica: il “lasciar parlare”. I ragionamenti che si sviluppano nei pochi spazi concessi agli avversari del berlusconismo (quelli veri) sono ignorati e le risposte non rispondono mai, sono aggressioni ad un avversario di comodo costruito apposta per offrirlo al “pubblico” come spauracchio.
Due considerazioni supplementari.
La prima. Conchita lascia intravedere una sorta di “Aventino mediatico”. E’ una scelta praticabile? Lasciamo perdere i problemi individuali dei tanti oppositori senza nerbo che si arrovellerebbero nel dilemma di Moretti (“mi si nota di più se vado o se non vado?”). Immaginiamo pure una operazione riuscita, con tutti (o quasi) i politici, giornalisti, intellettuali, economisti etc. di opposizione che rifiutano di partecipare una partita truccata. Sarebbe efficace? Non credo. Al tempo dell’Aventino aveva ragione Gramsci: senza movimento di massa, senza sciopero generale, la secessione parlamentare non avrebbe avuto sbocchi. Vale anche oggi. La secessione mediatica avrebbe, come l’Aventino, un grande valore morale, ma solo “a futura memoria”. Non mi pare peraltro che, nella situazione data, ci sia un’opposizione sociale che possa fare da sponda a quella mediatica (dell’attuale opposizione parlamentare preferiamo non parlare): nessun movimento di massa è sufficientemente forte, nessuno sciopero davvero generale è convocabile.
La seconda. Come mai i berlusconidi sono passati dal “non lasciar parlare” al “lasciamoli parlare”? Evidentemente sono convinti che “tanto nessuno li ascolta”. E’ proprio questo il nodo che rende difficile la costruzione di un movimento di massa all’altezza dello scontro: la scarsissima credibilità di tutta la sinistra, politica, giornalistica, editoriale e, tranne alcune isole felici, sindacale. Credo che bisognerà prima o poi riflettere su come hanno fatto (abbiamo fatto) a consumare tutto il patrimonio di fiducia e di speranza dei giorni d’oro di Cofferati. Bisognerà farlo senza concentrarsi esclusivamente sul governo Prodi, che è solo una parte del problema, non il tutto.
Intanto non ci si faccia illusioni. La ricostruzione richiederà tempo. Congressi ed elezioni elettorali non aiutano. Servono nuove idee e un lavoro di base lungo e serio, nei luoghi di lavoro e di studio come nella rete (ch’è la forma di comunicazione meno controllabile). Servono nuove leadership politiche (Marino e Vendola hanno buoni numeri, ma temo che non ce la facciano) e nuove dirigenze dappertutto. Intanto sarà bene che l’opposizione educhi due virtù : la pazienza e la tenacia. La parola d’ordine è: non mollare. (S.L.L.)


28.9.09

La poesia del lunedì. Edmondo De Amicis


A una turca
Bella turchina coi cerchioni agli occhi
che scendi a lesti passi per la china
e sgonnelli la veste cremesina
e lunghe umide occhiate ai Franchi scocchi,

perché ligia al voler dei turchi sciocchi,
col tuo candido vel di monachina
copri il visetto bianco di farina
mentre mostri benissimo i ginocchi?

Vedi cos'è il passar lunghe giornate
con le gambette in croce sul cuscino!
Bella turchina, hai le gambette arcate.

Ma il piede è così dritto e così snello,
e tutto, fuor che l'arco, è così fino...
Ahi, me infelice, che anche l'arco è bello.

26.9.09

Pertini a Sciara dopo la morte di Salvatore Carnevale (maggio 1955).


Il 16 maggio 1955 all'alba la mafia di Sciara uccise a 31 anni Salvatore Carnevale, dirigente della Camera del lavoro in quel paesino del Palermitano. A giudicare dalle cronache i funerali, che si svolsero il 17, non ebbero la solennità che l'evento meritava. Non c'era "tutta Sciara", come con una certa enfasi scrisse l' "Avanti!", e l'assente non era solo il sindaco democristiano; tuttavia il corteo era affollato e fitto, i braccianti e i cavatori di pietra in gran numero, in prima fila i compagni socialisti e comunisti. In ogni caso la feroce intimidazione sembrava aver funzionato. I mafiosi non si erano limitati all'omicidio, avevano saccheggiato le stie dei contadini prelevando lo scarso pollame e avevano banchettato una notte intera, spargendo le piume per le vie del paese. Tra i più il dolore che accascia e la paura sembravano prevalere sulla volontà di riscossa. Solo la madre della vittima, Francesca Serio, sembrò avere una reazione di orgogliosa sfida nei confronti delle forze del male. Depose con le proprie mani sulla cassa la bandiera rossa e gridò: "Per questa bandiera mio figlio è morto, con questa bandiera deve andarsene".
L'atteggiamento comune a gran parte della stampa era minimizzare. I giornali nazionalmente e localmente più diffusi si definivano "indipendenti" e "di informazione", ma era più esatto chiamarli "padronali" e "governativi" come facevano i socialcomunisti. "Il Messaggero" aveva dato la notizia del ritrovamento del cadavere appaiandola a quella di un delitto comune. "Il Tempo" aveva scritto: "Quantunque le organizzazioni di sinistra insistano nel ritenere l'uccisione del Carnevale un delitto politico, la Polizia è del parere che allo stato degli atti ogni ipotesi è azzardata". Il "Giornale d'Italia", al tempo molto diffuso, arrivava addirittura ad escludere categoricamente il movente politico. Il "Corriere della Sera" espressione della borghesia settentrionale, ostentava un totale distacco, pubblicando due colonnine in settima pagina con la notizia dell'omicidio nuda e cruda .
La stampa isolana aveva fatto di peggio. Il "Giornale di Sicilia", l'unico ad ampia diffusione nel Palermitano, insisteva sulla catena di delitti avvenuti nella zona, in cui l'uccisione di Carnevale veniva quasi annegata. La "Sicilia del popolo", espressione della Dc isolana guidata da Scelba, al tempo capo del governo italiano, e Restivo, presidente della Giunta regionale, con un corsivo affidato a un "Signor Q", parlava di strumentalizzazione: "I socialcomunisti cercavano da tempo un cadavere per farne una vittima. La loro attesa non è andata delusa..."; difendeva come "innocenti" e "galantuomini" i mafiosi locali e piazzava alcune oblique allusioni per sporcare l'immagine di Carnevale e dei suoi compagni.


Dopo il funerale, il 18 maggio, la segreteria regionale del Psi, guidata da Raniero Panzieri, organizzò la risposta di massa, resa più difficile dallo svolgimento dei comizi per le imminenti elezioni regionali. Psi e Pci, uniti nel movimento di massa, erano infatti in competizione nella campagna elettorale. Esaurito il tempo del frontismo, tutti i socialisti si ponevano il problema di una svolta a sinistra che prevedesse la loro partecipazione al governo. Dal 1953 fu tempo di incontri e di dialoghi. Morandi a Torino si incontrò con Gonella per discutere un possibile incontro tra socialisti e cattolici in nome delle comuni radici popolari, Nenni si incontrò con Saragat a Pralognan muovendo i primi passi per una possibile unificazione del mondo socialista. Alle elezioni regionali i socialisti andarono con il proprio simbolo e in alleanza con il piccolo movimento di Unità popolare di Parri, dopo aver rifiutato una lista unitaria con il Pci, chiedendo l'apertura a sinistra. In queste condizioni l'aiuto del Pci per una iniziativa di massa non sarebbe mancato, ma non sarebbe stato generoso come in altre circostanze.
Panzieri convocò comunque una manifestazione a Sciara per lunedì 23 maggio. Per lo stesso giorno il partito socialista sospese i comizi in tutta la Sicilia, mentre nelle sezioni si sarebbero svolte assemblee. La parola d'ordine dichiarata aveva lo stile un po' greve di quegli anni: "Nel nome del compagno Salvatore Carnevale, rafforziamo il Partito Socialista e creiamo le condizioni per sconfiggere la reazione agraria e feudale e permettere l'apertura a sinistra". Vennero assunte anche misure organizzative: fu inviato a Sciara stabilmente un dirigente prestigioso come Gaspare Gambino e si prevedeva che altri lo seguissero a Caccamo e in tutta la zona infestata dalla mafia del feudo.


Venerdì 20 dalla Direzione Nazionale arrivò a Palermo Sandro Pertini, deputato ed eroe dell'antifascismo, che l'indomani avrebbe accompagnato Francesca Serio, la madre di Salvatore Carnevale, in tribunale. La donna, convinta dell'incapacità dell'autorità inquirente locale di rompere l'omertà che circondava il delitto, aveva deciso di rivolgersi con un esposto alla Procura generale della Corte d'Appello. La denuncia, spiegò Pertini all' "Avanti!", non era solo un circostanziato memoriale che evidenziava il carattere politico mafioso dell'omicidio, ma anche un atto di coraggio e fiducia, un invito a tutti quelli che sapevano qualcosa ad uscire dalla rete del silenzio. Subito dopo, nello stesso giorno di sabato 21, Pertini era in giro nei paesi del palermitano a comiziare per la campagna elettorale, la sera fu già a Sciara a parlare con i compagni, a consolare, confortare e incoraggiare. Vi sarebbe rimasto fino alla sera di lunedì 23, il grande giorno della manifestazione.

I resoconti della manifestazione sono unanimi: nel contesto dato la partecipazione fu davvero grande, duemila compagni, forse di più. Erano arrivati dai paesi vicini, Rocca, Partinico, San Giuseppe Jato, San Cipirrello, Cerda, Aliminusa, Piana dei Greci, Corleone, tutte località ove la pressione mafiosa era fortissima. Vi erano delegazioni anche dai centri maggiori della provincia, Termini, Bagheria, la stessa Palermo. Ad organizzare la partecipazione erano state soprattutto le Sezioni socialiste e le Camere del lavoro e la partecipazione più cospicua era dei muratori (Carnevale lavorava alla cava di pietra ed era dirigente della Filea, il sindacato degli edili). C'erano anche molti comunisti con le loro bandiere, intervenuti da ogni parte della provincia.
Alle 17 un lunghissimo corteo si mosse verso Cozzi Sicchi, la contrada dell'assassinio, ove si trovava anche la pietraia ove lavorava Turiddu. Lo guidava Pertini, affiancato da Panzieri, per strade impervie e viottoli. Nel luogo del delitto c'era un cippo circondato da un drappo rosso, attorno a cui vennero disposte le bandiere. La madre di Carnevale arrivò dietro agli altri, camminando lentamente. Tutti le facevano strada e Pertini la sorreggeva. Fu lei a rompere il profondo silenzio che era piombato in quell'angolo di terra: avanzò fino al cippo ripetendo "Figghiu! figghiu! figghiu!". E invocò cinque o sei volte il nome di Turiddu. Un compagno abbassò il drappo della lapide attorno a cui ad uno ad uno sarebbero sfilati i compagni. Le compagne, soprattutto raccoglitrici di olive, deponevano fiori.
Il corteo ritornò al tramonto nella piazza del paese, ove sulla gradinata del piccolo municipio si sarebbe ricordato Salvatore Carnevale. Iniziò Pio La Torre, per il breve saluto della Cgil. Proseguì Raniero Panzieri cui era affidato il discorso commemorativo. Parlò Pompeo Colajanni, il Barbato della Resistenza, liberatore di Torino, per i comunisti.


La conclusione fu affidata a Pertini: "Avrei preferito tacere. Dura in me e durerà molto la commozione che si è accumulata facendo insieme a voi il cammino che fece Turiddu verso la sua morte". Poi si rivolse agli uomini della mafia, che stavano ai margini della folla o nelle case per vedere chi c'era: "Turiddu è qui insieme a noi, evocato dal dolore di sua madre con il suo volto irriconoscibile. Turiddu è qui tra voi, mafiosi di Sciara, la vostra vittima innocente. Lo avete ucciso proditoriamente perchè siete dei vili. Voi non appartenete alla Sicilia, voi siete la feccia, la vergogna, mafiosi che state nell'ombra ad ascoltarmi. Turiddu difendeva i compagni contro il vostro egoismo; e voi, malapianta velenosa che cresce nel feudo, lo avete ucciso".
Pertini proseguì rivolto a braccianti ed operai: "Accompagnando la madre di Turiddu per presentare la denunzia il comandante dei carabinieri mi disse che la mafia si vince solo affrontandola apertamente. Vincete voi la paura, con voi avrete il popolo italiano. Affrontateli insieme e a viso aperto: essi non sono che dei vigliacchi!". 
Dopo la citazione di quell'ufficiale dell'Arma che sarebbe poi diventato il generale Dalla Chiesa, Pertini si rivolse agli abitanti di Sciara, di ogni fede politica: "Le vostre miserie e le vostre ansie sono quelle di Salvatore Carnevale. Egli è caduto per il vostro riscatto, si è battuto per voi ed è morto per voi. Rubava le ore al sonno per coltivare la sua mente e volgerla alla vostra difesa. Per questi ideali ha dato la sua vita. Salvatore non aveva paura. Un mafioso lo avvicinò pochi giorni prima della sua morte e gli disse: 'Lascia il partito e vivrai tranquillo, ti faremo ricco'. Turiddu rispose: 'Non mi sono mai venduto e non mi venderò: 'Se volete ammazzzarmi ammazzatemi. Ma chi ammazza me ammazza Gesù Cristo'. Voi mafiosi avete ucciso per la seconda volta Gesù Cristo".
Un passaggio del discorso fu dedicato ai carabinieri, numerosissimi nella piazza: "I carabinieri non asseconderanno la mafia, tradirebbero la memoria dei loro compagni uccisi. Questo dissi al comandante dei carabinieri. Ho fiducia che prenderete i colpevoli, che renderete giustizia ai vostri caduti".
La chiusa è dedicata al partito e ai giovani: "Non dobbiamo trarre ragioni di vendetta dalla morte di Salvatore Carnevale, la storia penserà a vendicarla. Dalla sua morte dobbiamo trarre incitamento ed esempio: l'esempio che egli ci lasciò è di fedeltà alla classe operaia, di fedeltà al partito, di fedeltà alla bandiera per la quale caddero Buozzi e Matteotti. Non c'è che un modo per onorare Turiddu, occupare il posto che lui ha lasciato vuoto. E' un cammino duro e difficile, o giovani, ma la speranza di ieri per milioni e milioni di uomini è diventata una certezza e una realtà. I nostri capelli sono già bianchi, ma voi giovani potrete realizzare la meta per la quale noi ci siamo battuti, per la quale, ultimo, è caduto Salvatore Carnevale, la vittoria del socialismo sulla quale egli ha puntato fino al sacrificio".





P.s. 
Chi legge mi scuserà per avere rievocato una storia siciliana d'altri tempi, una storia di paese svoltasi più di 50 anni fa. Ma vi abbiamo incontrato, insieme ai braccianti, ai cavatori, ai muratori, alle raccoglitrici di olive, Salvatore Carnevale, Francesca Serio, Sandro Pertini, Raniero Panzieri, Pio La Torre, Pompeo Colajanni, Carlo Alberto Dalla Chiesa. Una storia in cui si incontrano tutte insieme tante belle persone non capita spesso.


Chi legge mi scuserà per aver dato tanto spazio all'oratoria di Pertini che, con i tempi che corrono, può sembrare arcaica ed enfatica. Sarà; ma oggi non si trovano in giro persone in cui le parole e gli atti vadano così d'accordo come nel caso di Pertini.


Chi legge mi scuserà per avere letteralmente saccheggiato gli articoli dell'"Avanti!", ma di molti è autore Nicola Badalucco, che il giornale, sottraendolo all'usuale compito di critico cinematografico, inviò nella natìa Sicilia dopo l'assassinio di Turiddu Carnevale. Molti sanno quante belle sceneggiature egli avrebbe scritto in seguito. (S.L.L.)

filastrocca in elle


Filastrocca in elle


Mi è arrivata una lettera (quasi) anonima, una curiosa poesiola, divertente se si vuole, ma con evidenti interpolazioni e senza alcun aggancio con l’attualità, una filastrocca in elle che merita comunque qualche attenzione se non altro per la pazienza che ha richiesto.


Laida legiferava limacciose leggi,

lacci laccioli limando

legalità ledeva.

*

Lunghi, larghi, labirinti

lunardiani lodava,

lapidee lavorazioni lastricava.


*

Levando lai, laburisticamente

ladroneschi lavori

legittimava.

*

Largendo lottizzazioni, letifera,

lacustri limitatezze leniva.

Lecci, larici, lauri limitava.

*

lardo, lonze, lattonzoli, lacerti, leccarde lodando

liquami, letamai lordanti legalizzava.


m.m.f. - A.D. 1709





25.9.09

Revisionismo ternano.La brigata Gramsci, un avvocato spregiudicato e un radicale sprovveduto.

Intorno a un libro sui presunti crimini ed orrori perpetrati da partigiani della Brigata Gramsci, che operò nel Ternano e nel Reatino, è nata nei mesi scorsi una polemica che sarebbe di piccola portata, se la reinterpretazione complessiva della storia d'Italia non fosse tra i puntelli ideologici della destra che governa e che in parti consistenti aspira a farsi regime. Sul tema uscirà domenica 27 settembre su "micropolis" un articolo di Renato Covino, docente di Storia contemporanea all'Università di Perugia, che riteniamo chiarificatore e che invitiamo a leggere. Qui crediamo di fare cosa utile fornendo ai lettori una breve ricostruzione della polemica e, in appendice, un articolo di Marco Venanzi dal numero di luglio-agosto di "micropolis", una mia nota "didattica" sul revisionismo, Un articolo di Sandro Portelli da "la rivista del manifesto" è stato aggiunto al post il 15 novembre 2009.
Cronistoria di una polemica
L'avvocato ternano Marcello Marcellini ha dato alle stampe a fine maggio un libello dal titolo I giustizieri, che ha raccolto entusiastici commenti nella stampa di destra. Il quotidiano napoletano "Roma", di orientamento fascistoide, a metà giugno rilevava come il Marcellini, compulsando chissà quali "documenti riservati custoditi negli Archivi di stato", avrebbe finalmente evidenziato la "vigliaccheria degli assassini", una vigliaccheria che l'articolo riferisce al complesso della Resistenza. Ne è autore tal Fabrizio Carloni, che dichiara di essere nipote di uno dei "giustiziati". L' "Avvenire" di Boffo, l'11 luglio, pubblicava a sua volta una recensione in cui si parla, senza avanzare alcun dubbio, "di quattro esecuzioni di innocenti compiute dalla brigata comunista "Gramsci" tra Umbria e Lazio dall'11 marzo al 18 maggio 1944". Il Marcellini avrebbe ricostruito con precisione e senza parzialità gli omicidi alla cui base starebbero "odi ideologici, rancori sociali, vendette private". Il quotidiano dei vescovi italiani ne ricava una morale: "Molte sono le vicende della Resistenza su cui bisognerebbe riaprire le indagini".
Il Marcellini dal canto suo negli stessi giorni dichiara al "Giornale dell'Umbria" di non aver mai detto di voler svelare "gli orrori della Gramsci"e di aver compiuto un "lavoro minuzioso" basato sull'analisi delle carte processuali. E per dimostrare di non volere parlare di orrori racconta: "Le persone venivano ... trascinate fuori e uccise a bastonate e pugnalate. Spesso venivano evirate. Ai cadaveri venivano strappati gli occhi... ". Non sapremmo dire quanto spesso visto che i presunti "omicidi" sarebbero in tutto sette. Ma il Marcellini insiste "sono obiettivo", e in giro per l'Umbria vanta una sua giovanile militanza in Potere Operaio al fianco di Oreste Scalzone: "Figurarsi se io...".
Intanto, senza fare riferimenti al libro, lo storico Tosti, presidente dell'Istituto storico regionale, sul "Corriere dell'Umbria", pur esortando a continuare la ricerca su limiti e crimini del movimento partigiano, aveva messo in guardia contro i rischi dell'"altra storia" (il sensazionalismo e il pericolo di collocare sulla stesso piano la barbarie nazifascista e la Resistenza). Sullo stesso "corrierino" il 23 luglio è pubblicata una recensione elogiativa del radicale nonviolento Francesco Pullia (rivelerà successivamente che era stata rifiutata da "Il Messaggero"). Il Pullia non scende nel merito, si fida ciecamente del Marcellini che stima come avvocato e saggista e del defunto Vincenzo Pirro, uno storico ternano che ha firmato la prefazione. Marco Venanzi su "micropolis" di luglio - agosto (il suo articolo, postato in appendice, esce il 27 luglio) è il primo a mettere in evidenza arbitrii, omissioni e strafalcioni dell'avvocato ex PotOp improvvisatosi storico revisionista.
Intanto fioccano i commenti sulla recensione del Pullia, rilanciata dal sito di "Orvieto news" ( http://www.orvietonews.it/index.php?page=notizie&id=21501 ). Si comincia con quello critico e misurato di Valentino Filippetti che ripropone l'articolo di Tosti, per passare ad altri molto entusiasti del libro e del recensore o molto polemici. Si tratta quasi sempre di interventi meramente ideologici di gente che non ha letto il libro e non ha proceduto a verifiche, spesso scritti in pessimo italiano, la carne da macello senza costrutto che spesso intasa la rete. Ma a Pullia non pare vero d'essere stato preso sul serio
e perciò non esita a prendere sul serio detti commenti. A fine agosto il "Giornale dell'Umbria" di Castellini e Colaiacovo, dà a sua volta spazio all'avvocato che fa il sorpreso ("Da Venanzi non me l'aspettavo") e insiste sul sadismo partigiano ("ci provavano gusto").
L'8 settembre Pullia pubblica una più ampia recensione sul sito di "Notizie radicali". Vi aggiunge una curiosa asserzione ("la sinistra che si batte per la libertà di stampa è inaffidabile"), cui affianca una più curiosa argomentazione ("guardate come hanno trattato il libro di Marcellini e la mia recensione"). Il Pullia soffre evidentemente di manie di persecuzione. Dopo che un imbecille gli ha spedito una lettera anonima (prontamente consegnata alla Digos), si considera, insieme al Marcellini, bersaglio di una "fatwa". Ad aprire il fuoco di fila sarebbe stato niente meno che "un periodico che esce allegato con "il manifesto" e poi "taratatam". Avrebbe potuto scrivere "micropolis" (così come avrebbe potuto scrivere "Marco Venanzi"), ma, come gli stalinisti più accaniti, al "nemico" nega perfino il nome. Dell'articolo di "micropolis" (che peraltro di lui non si occupa) cita solo il termine "revisionismo", le altre citazioni sono tratte dai commenti del sito di "Orvieto News". La sua recensione e la sua tirata vengono peraltro riprese da molti siti legati all'estrema destra, nostalgica della Repubblica Sociale e di Salò, tra gli altri "voce della fogna".
Pullia è un poveretto che si è messo in testa di fare il Pannella, ma imita male il suo guru. Molti anni or sono il gran capo radicale, nella sua foga iconoclasta, usò contro i "compagni assassini" del Pci la stravagante argomentazione che sarebbero stati correi della strage delle Fosse Ardeatine perchè gli esecutori dell'attentato di via Rasella, invitati da un manifesto delle SS a presentarsi, non lo avevano fatto. Il manifesto non è mai esistito: non solo non se ne è mai trovata copia, ma non ne hanno mai parlato i Kappler & C. che nei processi a loro carico avrebbero potuto esibirlo come attenuante; ma è stata una leggenda urbana così efficace che taluni in buona fede ricordano di averlo visto con i propri occhi, per uno degli inganni della memoria di cui ci parlano gli storici di mestiere.
Ma Pannella non si curava di appurare la veridicità della leggenda, a lui interessava la guerra senza quartiere ai comunisti e alla loro storia. Pannella, come il suo amico Montanelli, è del resto campione di quella "malafede" che nelle parole di Guido Piovene, un altro che se ne intendeva, è "l'arte di non conoscersi, o meglio di regolare la conoscenza di noi stessi sul metro della convenienza". L'autore di "Lettere di una novizia" concludeva che la malafede "non è uno stato d'animo, ma una qualità dell'animo", non è "una concessione all'opportunismo volgare, ma l'accettazione di una concezione della condizione umana". Insomma per essere campioni di malafede come Pannella, non si può essere "campioni senza valore" e "uomini senza qualità". Nel Pullia di questa polemica non riusciamo a trovare valore o qualità, troviamo tuttavia un difetto che lo mette in sintonia coi tempi. E' di sicuro un difetto di cultura che lo spinge a immaginarsi (lui come il suo mentore Pirro) negli anni di Scelba una magistratura asservita al Pci e perciò incline a chiudere gli occhi sui crimini partigiani. In realtà in quegli anni i giudici assolvevano in massa i gerarchi e i criminali di Salò, inclusi certi torturatori, e incarceravano decine di migliaia di comunisti spesso per reati di opinione. Lo stesso difetto di cultura spinge forse Pullia a parlare con sicumera di cose delle quali non è informato, per esempio del "revisionismo". Non gli farà male la nota di spiegazione del termine e delle sue diverse accezioni che accompagna come appendice questo resoconto. (S.L.L.)

Appendice 1 (da "micropolis" Luglio -Agosto 2009)

L'onore della Gramsci di Marco Venanzi

Vi svelo gli orrori della Gramsci” aveva strillato il “Giornale dell’Umbria”, intervistando Marcello Marcellini, avvocato ternano autore de I giustizieri. 1944: la brigata Gramsci tra Umbria e Lazio da qualche giorno in libreria. La fonte utilizzata sono i processi a partigiani della Gramsci per fatti avvenuti tra il marzo e il maggio 1944, in piena fase bellica. Fonte viscida che meriterebbe di essere confrontata con altra documentazione. Marcellini, invece, prende per vero ciò che ritiene vero e per falso quello che pensa debba essere falso. Naturalmente i fatti vengono considerati isolatamente. Quanto avvenuto tra il 25 luglio 1943 e il 13 giugno 1944 scompare nel racconto. Per l’autore, inoltre, negli anni Cinquanta, in una fase di acuta repressione anticomunista, il Pci avrebbe condizionato (sic!) la magistratura. Insomma, è l’ennesima operazione ideologica sulla “guerra civile”, con palesi e volute inesattezze e omissioni, volte a solleticare con “piatti forti e sanguinolenti” il palato dei lettori.

Rappresaglia e controrappresaglia fino al marzo 1944

La Brigata Gramsci, formazione di slavi e italiani, opera tra Terni, la Valnerina e Rieti. Il comando è composto da comunisti attivi durante il fascismo, con centinaia d’anni di confino e di carcere. E’ la più attiva formazione combattente del centro Italia. Tra il dicembre 1943 e la prima metà di marzo 1944 essa libera un’ampia zona tra Leonessa, Norcia, la Valnerina e Poggio Bustone. Fino al marzo 1944 l’unico caso di contro rappresaglia si ha nel dicembre 1943. Il 30 novembre a Mucciafora tedeschi e fascisti uccidono 3 partigiani in combattimento e ne fucilano 3 che hanno preso prigionieri, cui si aggiungono 7 civili. La reazione degli slavi contro i fascisti locali è immediata. Vengono giustiziati: a Sant’Anatolia di Narco Alverino Urbani, ritenuto collaboratore dei nazifascisti; a Cascia due spie e una a Scheggino. Il caposquadra della milizia e l’ex segretario del fascio di Arrone, Carlo Orsini, sono fucilati - da partigiani italiani – sulla piazza di Polino. Pure, il 17 febbraio 1944 a Vindoli, dopo l’attacco alla caserma fascista, i repubblichini vengono lasciati liberi. Il 26 febbraio, quando viene arrestato e giustiziato il commissario prefettizio di Leonessa Fernando Pietramico, responsabile di vessazioni nei confronti dei contadini e di azioni di spionaggio, i militi che lo accompagnano vengono rilasciati. Ancora, dopo l’occupazione di Leonessa, 7 fascisti vengono solo espulsi dalla zona libera. Fino al marzo 1944, insomma, si evitano forme acute e non regolate di scontro. I partigiani italiani hanno paura che possano innescare strascichi nel dopoguerra. Il quadro cambia con la primavera.

Le rappresaglie fasciste e la battaglia di Poggio Bustone

Il ternano Ermanno Di Marsciano già segretario federale di Perugia, Agrigento e Rieti, e capo della Provincia di Rieti dal 25 ottobre 1943 al giugno 1944, è l’anima nell’area dell’attività antipartigiana. Collaboratore attivo dei tedeschi, non manca di mettere taglie sui soldati alleati, né si fa mancare una fossa comune con 15 cadaveri a Campo Reatino. Al contrario di Terni l’ufficio informazioni di Rieti funziona bene, ha spie e confidenti che resteranno quasi tutti ignoti. Nella prima metà di marzo i partigiani disarmano numerosi presìdi nel reatino. Di Marsciano ordina la rappresaglia, alla quale i tedeschi non partecipano, contro Poggio Bustone. Il 10 marzo 1944 il paese viene circondato. Il bilancio è di 5 morti e di numerosi feriti, di incendi e saccheggi. Circa 20 partigiani, comandati da Vero Zagaglioni, mettono in fuga i fascisti e ne uccidono 32. Vengono presi 4 prigionieri. In questa occasione avviene il primo fatto raccontato da Marcellini. Due prigionieri vengono rilasciati. Il milite Luigi Martinelli e l’agente di polizia Alberto Guadagnoli sono invece uccisi l’11 marzo a colpi di mitra da Mario Filipponi. La loro esecuzione contestuale alla battaglia dà ragione al procuratore della Repubblica che, nel 1951, stabilisce il non luogo a procedere nei confronti di Filipponi.

Il 31 marzo a Morro Reatino l’azione tedesca e fascista provoca, incendi, saccheggi e 18 morti, Costantino Rossi viene chiuso in casa e bruciato vivo. La mattina del 1 aprile a Poggio Bustone - riconquistata, saccheggiata e messa a fuoco da tedeschi e fascisti – vengono fucilate 11 persone, il resto della popolazione viene deportata. A Cantalice sono uccise altre due persone. Ai primi di aprile si passa a Leonessa. I morti sono 51, i deportati 150. La notte di Pasqua a Rieti si fucilano senza processo 15 antifascisti. Distruzioni e saccheggi si ripetono nel Nursino e nel Casciano. I morti sono 63, i deportati 200. Nella Valnerina ternana i morti accertati sono 25, nella zona di Narni e in quella di Otricoli e Calvi 38.

La controrappresaglia

I partigiani morti nel rastrellamento sono 64. La brigata è scompaginata, la popolazione terrorizzata. Il 22 aprile 1944 al Salto del Cieco viene decisa la controrappresaglia. In tale quadro si inseriscono i fatti presi in esame da Marcellini. Rappresentante del regime, anche se non risulta iscritto al Pfr, è Maceo Carloni, aderente dal 1932 al Pnf e dirigente sindacale fascista. econdo il vescovo Cesare Boccoleri “era molto in auge nelle sfere fasciste locali … mi pare che avesse metodi suadenti e vellutati per attrarre le masse alla ideologia fascista”. Prelevato a Casteldilago, dove è sfollato, la notte del 4 maggio, è ucciso a colpi di calcio di fucile e di baionetta. La stessa notte viene prelevato e ucciso Augusto Centofanti, sfollato a Montefranco, ex squadrista e attivo collaboratore dei tedeschi nelle requisizioni di bestiame, come conferma il commissario prefettizio (fascista) del paese Francesco Riccardi che lo definisce “fascista accanito”.

La testimonianza non è ritenuta rilevante da Marcellini, che si sofferma piuttosto sulle “sevizie” riscontrate sul corpo, ritrovato l’8 maggio. Di sevizie, in realtà, parlano solo alcuni militi della Gnr e i parenti della vittima. Il medico, che visita il cadavere qualche ora dopo il suo ritrovamento, afferma che il corpo di Centofanti è in avanzata decomposizione e che il cranio presenta fratture, ma aggiunge: “Non posso precisare meglio se ferite esistevano in altre parti del corpo”. Marcellini omette di citarlo.

Altro caso è quello dell’appuntato della Finanza Giuseppe Contieri sfollato a Macenano, ucciso la notte del 26 aprile, dopo che altri fascisti erano stati diffidati. Di lui si dice che “ha fatto piangere tanta gente” per 699 contravvenzioni elevate. Le indagini della Guardia di Finanza e dei Carabinieri portano a poco. Secondo i Carabinieri “alla Valle [Macenano] l’omertà per qualsiasi fatto regna sovrana”. E se l’esecuzione fosse condivisa dalla popolazione? Per Marcellini Contieri non sarebbe una spia. A suo parere sono attendibili le testimonianze di conoscenti e amici, l’opinione dei Carabinieri sulla matrice non politica dell’azione e la dichiarazione di Rolando Palmieri dirigente capo dell’Ufficio politico investigativo (lo spionaggio fascista), che sosterrebbe di non conoscerlo. In realtà Palmieri dichiara che, non avendo contatti diretti con gli informatori, ritiene di non conoscerlo. L’autore de I Giustizieri glissa anche sulla dichiarazione di Silvio Santini, già capo settore del Pnf, diffidato dai partigiani, che afferma di essere stato avvertito di stare attento da Contieri, il quale avrebbe affermato: “Io lo so. Cerca di guardarti”. Infine i 35 abitanti di Valle, che affermano che Contieri operava a favore di fascisti e tedeschi, non contano: sarebbero subornati dai comunisti. Contieri è ucciso all’arma bianca come Centofanti e Carloni. Su tale particolare si insiste per sottolineare la barbarie partigiana. Ma non sorge il dubbio che forse per gruppi di fuggiaschi fosse meglio non sparare? Per i tre episodi la magistratura concede l’amnistia. Essi avvengono nella Valnerina ternana dove forte è il legame tra partigiani e popolazione. I giustiziati peraltro sono sfollati, estranei alla comunità.

A Morro Reatino, invece, la situazione è diversa. Il partigiano Igino Blasi ha avuto tre parenti ammazzati nel rastrellamento, ad Aroldo Procoli è stata bruciata la casa. Essi sono tra coloro che la notte tra il 18 e il 19 maggio 1944 prelevano e uccidono Romeo Pellegrino, Pietro Palenga, Marco Sansoni e Antonio Molinari come spie dei fascisti e dei tedeschi. L’esecuzione spacca il villaggio in due. Per Barbara Blasi, moglie di Pellegrino, e per i repubblichini che li trovano alcuni giorni dopo, i corpi presentano sevizie. Non c’è alcun referto medico. Marcellini non ha dubbi: la tesi esige che i corpi siano stati massacrati e che gli uccisi non erano spie. Ritiene credibile una dichiarazione di Di Marsciano, che afferma di non aver mai avuto contatti con i 4 uccisi o con altri a Morro Reatino. Poco conta che tre risultino accaniti fascisti, antipartigiani e filotedeschi. Dai documenti del processo emerge inoltre una zona grigia nel paese: ex squadristi e persone in contatto con i repubblichini di Rieti. I giudici riconoscono che i comandanti e i partigiani della Gramsci che hanno ordinato l’esecuzione hanno agito per motivi politici, convinti che i 4 fossero le spie responsabili del terribile eccidio. Marcellini anche qui li considera come assassini. L’autore mette, tra l’altro, in dubbio la liceità e la funzionalità del tribunale che i partigiani dichiarano di aver costituito per istruire i processi. Vale in questo caso quanto dichiarato da Bruno Zenoni in una testimonianza resa a Sandro Portelli: “…Infatti, a li processi, anche quando ciànno contestato queste cose, anche s’era avvenuto in maniera un po’ barbara, io al giudice gli dissi: ‘Voi dovevate stare con noi, per difendere l’Italia; allora avremmo fatto fare il giudice a voi, sarebbe stato registrato, le cose fatte con più regolarità’. Capisci che poi i partigiani s’imbestialivano in montagna; a quello magari j’hanno fucilato il padre, a quello un altro episodio […]”. Come dargli torto?

Appendice 2

Noterella didattica sul revisionismo


Ha scritto Francesco Pullia nel suo pezzo a pro di Marcellini e contro la sinistra “inaffidabile”: “Le accuse non sono difficili da immaginare: revisionismo (il comunismo sarà pure crollato, i comunisti saranno pure spariti, come almeno vorrebbero indurci a credere, sta di fatto che la loro bolsa terminologia resta, eccome)…”; e a mo’ di chiusa:“Già, è vero, dimenticavamo, noi siamo sporchi revisionisti”. Insomma, secondo l’esponente pannelliano, revisionismo sarebbe un terribile epiteto usato dai comunisti contro il “nemico”. Un chiarimento si impone. L’epiteto “revisionista” non è peculiarmente comunista.

In campo teorico-politico il primo uso sistematico del termine “revisionismo” risale al socialista tedesco Eduard Bernstein, che lo utilizzò per indicare la revisione del marxismo che riteneva necessaria. Glielo rivoltò contro il compagno di partito Karl Kautsky, leader della tendenza ortodossa della socialdemocrazia tedesca, il quale vi leggeva l’abbandono dei fondamenti classisti del partito. Nella polemica politica interna al socialismo tedesco se ne fece un uso amplissimo fino alla prima guerra mondiale, quando per uno dei paradossi della storia il socialista “di destra” Bernstein, come la socialista di sinistra Rosa Luxemburg, fece una scelta pacifista, mentre Kautsky accettò di votare i crediti e di sostenere la guerra dal Kaiser.

Lenin, che da esule russo partecipava al dibattito teorico nella Seconda Internazionale, fu compartecipe della battaglia contro Bernstein, ma, con lo scoppio della guerra, si collegò ai gruppi del socialismo pacifista ed antimilitarista e quando aprì le ostilità politiche contro Kautsky preferì chiamarlo “rinnegato” e “socialtraditore”, piuttosto che revisionista. Nella Terza internazionale la categoria del “revisionismo” fu pochissimo usata. Del resto Stalin pretendeva che il suo fosse un “marxismo creativo” e aspirava a costruire lui l’ortodossia piuttosto che a difendere da revisioni un sistema già dato. Certo, nel catechismo terzinternazionalista esisteva la deviazione “revisionismo” opposta a quella speculare del “dogmatismo”, l’una e l’altra ostili al marxismo creativo, ma non fu questo il termine con cui venivano stigmatizzati i “nemici interni al movimento operaio”. Contro la socialdemocrazia l’epiteto che più si usò fu “socialfascismo”; contro Bucharin e, ancor più, contro Trotzkij, capofila dell’opposizione bolscevica nel Pcus da destra e da sinistra, si adoperarono i termini infamanti di “traditore”, “rinnegato”, “spia”, “piccolo-borghese”, “nemico di classe” e, nel caso di Trotzkij, perfino “giudeo”, ma non “revisionista”. Il termine fu semmai rispolverato da Suslov, nel secondo dopoguerra, contro la “cricca di Tito”.

Il ritorno di fiamma della categoria teorico-politica di “revisionismo” si ebbe con lo scoppio della polemica cino-sovietica nei primi anni 60 e il primo ad esserne stigmatizzato, seppure con cautela, fu Palmiro Togliatti in un opuscoletto del Pcc (che si ritiene ispirato più da Liu Shao-chi che da Mao) Sulle divergenze tra il compagno Togliatti e noi. Le cautele scomparvero quando lo scontro con l’Urss si fece rovente e il “Quotidiano del Popolo” pubblicò una vera requisitoria contro il leader sovietico del tempo dal titolo Il falso comunismo di Khrushev e gli insegnamenti storici che dà al mondo. Da allora in poi “revisionista” divenne l’accusa più infamante che comunisti cinesi e filocinesi potessero rivolgere ad altri comunisti, sia in Cina che altrove. Il successo della parola nel mondo è legato al grande movimento di contestazione, specie giovanile, che scosse l’Occidente tra gli anni Sessanta e Settanta e che in Italia fu chiamato “Sessantotto”: nelle sue file c'erano molti simpatizzanti del maoismo e della Rivoluzione culturale. Va detto che nel Pci il termine “revisionismo”, seppure non accettato, non veniva letto come offensivo. La reazione più frequente era che “se revisionismo significa un grande sforzo di rinnovamento del marxismo, siamo revisionisti”. Alla morte di Mao, Romano Ledda, un ottimo giornalista di fede ingraiana che faceva il vicedirettore di “Rinascita”, osò scrivere sul settimanale ideologico del Pci, senza che si menasse scandalo, che Mao (come Gramsci, come Togliatti) era stato un grande revisionista.

Più recente è l’uso della categoria nel dibattito storiografico. Che la storia debba essere sottoposta a sistematiche revisioni è concetto che tanti accettano da gran tempo, non solo per l’ovvia considerazione che una nuova documentazione o un nuovo approccio può rivelare inesatta l’interpretazione consolidata, ma anche per la saggia costatazione di Benedetto Croce che “la storia è sempre storia contemporanea” e che cioè lo storico interroga il passato facendogli domande che vengono dal presente. In tempi recenti il revisionismo storico, lo sforzo di interpretare un evento del passato in maniera diversa da quella corrente, è diventato sinonimo di cialtroneria, connotando talune riletture della storia contemporanea. L'interpretazione ardita della nascita del fascismo e del nazismo, come "tentativo estremo, uguale e contrario, di reazione all'incedere del comunismo" che alcuni storici, tra cui Nolte, ha scatenato le ire di chi sostiene l'assoluta originalità della violenza e dei crimini del nazifascismo, inducendo il sospetto che l’opera di revisione fosse stata fatta con leggerezza. Ma sulla scia di questi storici, spesso senza il loro spessore, si sono poi avviate molte altre “revisioni” nei confronti di alcuni “miti” storici, in genere ideologiche e non corroborate da documentazione: la Rivoluzione Francese, il Risorgimento italiano, la Resistenza etc…

Revisionisti e per nulla cialtroni erano peraltro gli storici della rivista francese "Annales", cui dobbiamo l'introduzione della storia economica e sociale, in netta rottura con la storia politica e militare, che aveva dominato l'Accademia fino a settant'anni fa. Insomma c’è revisionismo e revisionismo e sotto questo nome si possono introdurre teorie peregrine o innovazioni straordinarie. Sotto questo nome per esempio è stato introdotto perfino il “negazionismo” che con la storia ha poco a che spartire. Sostenere, come fanno alcuni, che le camere a gas e i forni crematori non sono mai esistiti, non è un'interpretazione, ma un falso montato ad arte da una pattuglia di storici filonazisti, falso che tuttavia trova, di volta in volta, qualcuno disposto a propagandarlo, e qualcun altro disposto a crederci.

Insomma, Pullia, il “revisionismo” è concetto complesso, da maneggiare con cura, che neppure nella bolsa terminologia che ella attribuisce ai comunisti ha avuto connotazioni sempre e comunque negative. Su tutto fanno premio gli aggettivi, le specificazioni, le sfumature, i contesti. Ma per muoversi dentro le storie, i concetti e le storie dei concetti bisogna studiare. E’ quello che le suggeriamo. “L’istruzione è obbligatoria, l’ignoranza è facoltativa” – credo che lo dicesse Celeste Negarville. O quello era uno “sporco comunista”? (S.L.L.)


Appendice terza

Un articolo di Sandro Portelli sul revisionismo

Revisionismo e senso comune
IL PROCESSO AL NOVECENTO
Alessandro Portelli

Qualche tempo dopo l'uscita del mio libro sulle Fosse Ardeatine, mia moglie lo menzionò con una signora incontrata per caso. Immediatamente, questa reagì: "Quei vigliacchi dei comunisti! Non si sono presentati e hanno fatto ammazzare quei poveretti! C'erano manifesti in tutta Roma che gli dicevano di presentarsi e loro invece si sono nascosti...". Cautamente, mia moglie le fece notare che nel mio libro si dimostrava, fra l'altro, che quei manifesti non erano mai esistiti. E la signora rispose: "Io c'ero e me li ricordo. Se suo marito avesse parlato con me, quel libro non l'avrebbe scritto".
È un buon esempio di cattiva memoria, e della tensione fra memoria e storia. Parlo di cattiva memoria non tanto nel senso che si tratta di una memoria fattualmente sbagliata (i manifesti non ci furono), ma nel senso di una memoria che rifiuta di uscire da sé e di elaborarsi: quello che il singolo ricorda (o crede di ricordare, magari con il sostegno di una narrazione socialmente diffusa) diventa esperienza intangibile e inconfrontabile. È il tipo di memoria di cui hanno parlato Gianpasquale Santomassimo e David Bidussa a proposito del libro di Vivarelli: una memoria in cui una soggettività congelata nel tempo e chiusa nell'ambito personale si trasforma in negazione della storia, in attiva difesa dal cambiamento.
La storiografia ha privilegiato un'idea di memoria come mero riflesso, labile e inattendibile e quindi di scarsa rilevanza per il lavoro storico. Ha perciò trascurato sia la memoria come oggetto di ricerca e fatto storico in sé, sia soprattutto la cattiva memoria che, agendo incontrastata, continua a produrre effetti, azioni, aggregazioni, ideologie, riemergendo dalla contrapposizione gerarchizzata fra storia 'scientifica' e memoria 'arbitraria' con tutta la forza del represso e del non detto, rivendicando sia il potere dell'esperienza negata, sia una funzione antagonista rispetto alle narrazioni 'ufficiali'.
Per di più, questa cattiva memoria l'abbiamo alimentata anche da sinistra nella misura in cui abbiamo preso per buone le sue stesse categorie: la 'buona fede', la 'pari dignità' di tutti i morti, la confusione fra oggettività ed equidistanza. L'interlocutrice di mia moglie si sbagliava ma era sicuramente 'in buona fede': non peraltro come rispecchiamento di un vissuto (non può ricordare di avere visto dei manifesti che non sono mai esistiti), ma di un'esperienza vicaria, cioè dell'aver sentito tanti racconti di quel genere, che ha finito per scambiarli con la propria esperienza. L'oggettività dello storico non può dunque consistere nell'equidistanza fra il suo racconto sbagliato e altri più attendibili. Allo stesso modo, non solo c'è differenza fra chi è morto combattendo per la democrazia e per l'uguaglianza, e chi è morto per Hitler, ma anche la differenza tra chi andava a 'cercar la bella morte' e quella di chi non voleva morire e ha corso il rischio e pagato il prezzo, perché lo riteneva necessario e inevitabile. Anche nella morte, insomma, esiste la soggettività. Peraltro, le orribili scritte comparse a Roma dopo la morte di Carla Capponi, e la lunga storia di profanazioni di cimiteri ebraici, mostrano quanto rispetto abbiano per i morti costoro che adesso ne rivendicano l'equivalenza.
La memoria si trasforma in cattiva memoria anche per effetto di un approccio storiografico, che la tratta come mero deposito di dati, anziché come un processo, quindi una conservazione, anziché come una produzione e rielaborazione costante. Proprio perché la memoria è un lavoro del presente e non un documento del passato essa istituisce una relazione, una ricerca del senso attuale del passato. Una memoria senza storia non è in grado di capire il passato, perché rimane ancorata nei propri confini; ma una storia che riconosca il lavoro della memoria rischia di venire percepita come un repertorio di conoscenze accademiche, anziché come qualcosa che ci riguarda tutti, anche quando non tratta di eventi in cui non siamo personalmente coinvolti.


§

In parecchi incontri, assemblee, dibattiti nelle scuole romane dopo la delibera della regione Lazio sulla verifica del contenuto dei testi scolastici di storia (fatta propria anche dalla provincia di Roma e adottata in varie forme da altri enti locali amministrati dal centro-destra), ho visto venire al pettine questi nodi: una cattiva memoria, che si fa senso comune e pretende di dettare gli orientamenti per l'agire sociale nel presente. Il fatto che quasi sempre anche gli interlocutori e i ragazzi di destra finissero con l'ammettere che una commissione amministrativa di 'verifica' è improponibile, rischia infatti di farci sfuggire l'impatto più profondo e duraturo della campagna di centro-destra: l'affermarsi di un senso comune, che crede possibile e desiderabile una memoria unificata, contenibile in un libro solo buono per tutti.
I manifesti affissi per Roma dai giovani di Alleanza nazionale recano una bella citazione da Tommaso d'Aquino: "guardati dall'uomo di un solo libro". È paradossale che questo avvertimento sia usato a sostegno di una campagna per il libro di testo; ma ci aiuta a mettere questa discussione in una prospettiva più ampia. Stando ai dati ricordati da un grande linguista e didatta come Tullio De Mauro, più della metà delle famiglie italiane non ha nemmeno un libro in casa; più di un terzo degli italiani non sono in grado di capire il senso di una pagina a stampa. L'autoritarismo e arretratezza del libro di testo è stata oggetto di critica dai Pampini bugiardi di Eco fino alla Lettera a una professoressa di don Milani; oggi la cosa diventa più grave, nella misura in cui leggere libri non è più un'abitudine, e quindi il libro di scuola letto per obbligo resterà l'unico libro letto dalla maggioranza delle persone. La pretesa del libro 'neutrale' si fonda anche su questa percezione. Anche per questo, la nostra risposta dovrebbe includere un lavoro a largo raggio, per ricostruire dentro e fuori la scuola uno spazio per la lettura e per il rapporto impegnativo con la parola, che essa implica.
Dico rapporto impegnativo, anche perché uno degli ostacoli alla lettura è l'abitudine televisiva alla ricezione distratta di messaggi fatti in maniera da non richiedere alcun lavoro. Infatti mi è parso di taglio televisivo anche il senso comune espresso nelle discussioni sull'obiettività dei testi: un'idea di obiettività che coincide con l'equidistanza e un'idea di pluralismo che consiste nell'ascolto avalutativo di una varietà di opinioni che si elidono fra loro. Il buon senso dice che la 'virtus' sta sempre 'in medio': dalla polemica fra destra e sinistra esce sempre vincente l'ideologia del centro – e dovremmo anche chiederci: del centro fra che? Dove sta il centro infatti dipende da dove stanno gli 'estremi'; perciò, a mano a mano che si annacqua la posizione di sinistra, il 'centro' si sposta sempre più verso verso destra. Da un tempo in cui il centro era antifascista, siamo infatti scivolati in un tempo in cui il centro è anti-antifascista. Così, spesso troviamo rispettabili storici defeliciani, come Sabbatucci, accomunati agli Istituti della Resistenza nell'accusa di faziosità: credevano di essere di centro e si trovano bollati come 'marxisti'.
Anche per questo, si tratta di un'equidistanza il più delle volte fittizia: la pretesa di una narrazione a-ideologica finisce per produrre sempre anticomunismo e antifascismo quasi mai (i fascisti avevano 'valori', i partigiani avevano solo 'ideologie'). È questo il risultato di un'idea di ideologia come appartenenza identitaria a priori, fissata una volta per tutte, anziché come esito provvisorio di una ricerca personale di valori e di senso – come se si diventasse comunisti, liberali, fascisti, cattolici allo stesso modo imponderabile per cui si diventa romanisti o laziali (ma non dimentichiamo che lo stadio è un bacino di reclutamento della destra, che ne trasferisce le modalità al terreno politico e culturale). Da qui quell'orribile parola, 'fazioso', che presuppone che uno parli sempre per partito preso, per propaganda di una fazione, e mai per fare un ragionamento, per cui è inutile starlo a sentire. Ne vengono fuori dibattiti surreali: parla un ragazzo di destra e dice "foibe e obiettività", gli rispondi con un ragionamento, parla un altro ragazzo di destra e ridice "foibe e obiettività" come se tu non avessi parlato per niente; gli fai un altro ragionamento, parla un altro ragazzo di destra e ridice ancora "foibe e obiettività", all'infinito, con l'eventuale intermezzo di qualche ragazzo di sinistra che dice "foibe sì, ma..., obiettività sì, ma...".


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All'interno di questo scivolamento a destra del centro 'a-ideologico' sta anche la straordinaria idea che i testi scolastici siano 'contaminati' dal marxismo. Ora, a parte che il marxismo non è ancora un pensiero vietato, uno ci resta di stucco dopo che per decenni da sinistra abbiamo detto il contrario (persino io ho criticato il famoso Giardina-Sabbatucci-Vidotto per la scarsa chiarezza antifascista di un loro passo). In una discussione al Visconti di Roma, sia l'interlocutore fascista repubblichino sia quello antifascista pannelliano concordavano sul fatto che per cinquant'anni ci è stata imposta una verità unica e di regime. Io trasecolavo ricordando la mia esperienza scolastica e quella dei miei figli, ma facevo anche uno sforzo per capire che cosa avessero in mente: sono sicuro che erano 'in buona fede', e quindi più pericolosi.
Intanto, c'è l'incapacità di concepire una società pluralista: per chi riesce a pensare solo in termini di regime, se non c'è il regime proprio deve esserci quello di qualcun altro. Ma c'è anche la memorabile gag berlusconiana, secondo cui l'Italia è stata governata per cinquant'anni dall'egemonia comunista. L'ho ricordata a un'assemblea nazionale di studenti di ambito Ds, e loro hanno fatto come me la prima volta che la sentii: si sono messi a ridere. Che sbaglio: mentre noi ridevamo e pensavamo che fosse troppo ridicola per controbatterla, milioni di italiani ci hanno creduto e non hanno riso affatto. La campagna attuale del centro-destra è una continuazione di quella affermazione, una menzogna 'in buona fede' di un campione dell'autoinganno, penetrata nelle vene del buonsenso nazionale.
C'entrano, certamente, la debolezza della memoria sociale e il potere ipnotico di uno slogan ripetuto in Tv (la tecnica della pubblicità, con la differenza che i pubblicitari non fanno mostra di credere a quello che dicono – gli basta che ci crediamo noi). Spesso c'entra lo strabismo alla Edgardo Sogno, che scambia per comunisti pure Taviani e Andreotti. Ma c'è anche qualcosa di più profondo. Quando lavoravo alla ricerca sulle Ardeatine, sentivo dire (per lo più da familiari di militari caduti alle Fosse) che alle commemorazioni negli anni '50 e dopo c'erano "solo bandiere rosse". Sono andato a guardare i documenti e mi sono accorto che tutti gli anni tutti gli oratori erano solo democristiani. C'è dunque una distorsione della percezione, che rende invisibile l'oratore democristiano, il vescovo sul palco, i militari col 'presentat'arm', e fissa nella memoria solo le bandiere rosse – un po' quella goccia di 'sangue nero', che nell'ideologia razziale americana rende tutto nero chi se la porta dentro.
È un po' come la storia per cui fa notizia l'uomo che morde il cane e non viceversa: si vede l'eccezione, non la normalità. La sinistra è, appunto, l'uomo che morde il cane: è il discorso controintuitivo, che dice che la terra non è piatta, il granello di polvere nella naturalizzazione dei rapporti di potere e dell'ordine politico e ideologico. Il solo fatto che la sinistra esista dunque oscura l'orizzonte intero: per il solo fatto di esistere, la sinistra è automaticamente egemone e dominante. Per questo, nessuno si sofferma sulle distorsioni e i silenzi di stampo nazionalista e religioso nei libri di testo - dove sta il massacro fascista di Devrà Libanòs, milleduecento etiopi uccisi per un attentato fallito a Graziani? dove sono i dodicimila sloveni ammazzati dagli italiani prima delle foibe? quanto sono equidistanti i libri fra i crociati e gli arabi, fra la Chiesa e le streghe? Ma nazionalismo e cattolicesimo sono senso comune, quindi non inquinano.
Ho sentito diverse risposte alle argomentazioni di centro destra sull'obiettività, tutte sensate ma anche insoddisfacenti perché interiorizzano in parte le categorie del discorso e finiscono quindi sulla difensiva. La più immediata e logica è: se non vi piace il libro di testo, leggetene (o scrivetene altri); dopotutto siamo in democrazia. Giustissima, ma ancora suscettibile di una pratica del pluralismo televisivo e di mercato, e specialmente rischiosa quando include l'argomento che la verità e l'obiettività non esistono e si può solo giustapporre delle faziosità. Ne viene fuori allora un intreccio fra la vulgata postmoderna, per cui tutte le narrazioni si equivalgono (Claudio Pavone alla pari con Giorgio Pisanò) e l'ideologia del libro di testo fai-da-te e della scuola privata fai-da-te (ognuno si tenga la faziosità che gli fa piacere).
Più articolata è l'argomentazione secondo cui l'impossibilità di raggiungere sempre verità certe e obiettive non esime lo storico dal dedicarsi con tutti gli strumenti disponibili alla loro ricerca: l'elusività della verità non è un alibi per rinunciare a cercarla, bensì la fonte di una coscienza utopica e tragica nel lavoro intellettuale. Perciò il libro 'obiettivo' sarà quello che avrà applicato nel modo più corretto gli strumenti metodologici della ricerca storica, a partire dal reperimento delle fonti fino alle modalità di interpretazione e di presentazione. Tuttavia, come faceva notare in un dibattito Pietro Scoppola, neanche questo lavoro è riconducibile a un'oggettività astratta: la ricerca storica, come tutto il lavoro intellettuale, non è soltanto applicazione scrupolosa dei protocolli professionali, ma è soprattutto ricerca di conoscenza. Non è mossa solo da fini professionali, ma anche da pulsioni etiche: per quanto neutrali nelle procedure, la ricerca parte sempre da domande che derivano da quello che il ricercatore ritiene necessario conoscere, quindi dalla sua soggettività e dalla domanda sociale proveniente dal contesto storico-sociale (come notava Scoppola: fino a trent'anni fa chi si sarebbe sognato di esigere che i libri di storia interagissero col punto di vista e l'esperienza delle donne?).


§

Sulla qualità di questo desiderio di conoscenza si misura la distanza dal revisionismo. Va bene, la revisione permanente è la sostanza del lavoro intellettuale, che sempre rivede il sapere ricevuto e le conclusioni stabilite. Ma è una verità di buon senso, vera ma scivolosa perché rischia di legittimare il revisionismo sul piano intellettuale, senza distinguere fra una revisione storica ha per fine quello di tenere aperto il discorso e il revisionismo di centro-destra che invece ha per fine quello di chiuderlo (e per questo parla tanto di 'riconciliazione' e di memoria nazionale unitaria, che ponga fine alla sventura della 'memoria divisa' e possa quindi essere contenuta in un libro unico approvato dalle autorità).
L'intento di chiudere il discorso nega il desiderio di conoscenza, ha per fine il silenzio. La destra non ha prodotto storiografia decente neanche sui temi che le sono più cari, come le foibe (sia su questo, sia su Porzus e sul triangolo della morte le ricerche le hanno fatte gli Istituti della Resistenza o storici antifascisti come Scoppola) perché le servivano soprattutto come arma per un 'uso pubblico della storia' di breve respiro. Più sento parlare ragazzi ed esponenti di destra, più ho la sensazione che in realtà delle foibe non gli interessa gran che: gli servono solo per contrapporle, mettiamo, alle Fosse Ardeatine, in una specie di partita doppia che azzera i conti e li chiude per sempre (voi dite le Ardeatine, noi diciamo le foibe; voi dite la Shoà, noi diciamo Stalin...), una gigantesca chiamata di correo: non potete dirci colpevoli perché lo siete anche voi, lo siamo tutti e quindi nessuno (e nel reciproco rinfacciarsi di colpe fra sinistra e destra trionfa la faziosità di centro, gli orrori invisibili, perché a-ideologici e centristi, del liberalismo).
Ora, a me pare utile che i ragazzi sappiano degli sloveni ammazzati dagli italiani prima delle foibe, e glielo faccio presente. Ma la differenza fra noi e loro è che la contabilità dei morti non ci esime dall'interrogarci anche dolorosamente sia su che cosa esattamente è successo alle foibe e su che cosa significa per noi che dalla nostra parte siano state compiute azioni orribili. Il fatto che sia esistito Hitler non ci fa sentire autorizzati a chiudere il discorso su Stalin. Anche i partigiani hanno sparato e ucciso; ma ricordo con quanta intensità Carla Capponi parlava, senza rinnegare e senza pentirsi, della sofferenza di dover ricorrere a una pratica così infine aliena alle ragioni della sua scelta politica e morale, come la violenza. Sono ragionamenti che è difficile fare negli spazi affollati e irrequieti delle assemblee studentesche, in luoghi dall'acustica assurda dove è impossibile sentire due frasi di fila; ma dobbiamo sforzarci di farlo, perché qui sta infine la differenza.
Non mi sembra che i miei interlocutori di destra provino sofferenza nel parlare di Auschwitz o di Marzabotto; ma la rimozione di eventi analoghi dall'uso pubblico della storia a sinistra è derivata (oltre che da altre più opportunistiche ragioni) proprio dal fatto che sono fonte di sofferenza. Ci siamo difesi dalla sofferenza con la rimozione, relegando la ricerca alle coscienze individuali o a una storiografia poco ascoltata dagli opinionisti e dai vertici. Ma il rimosso ha i suoi modi di tornare; il revisionismo è uno di questi e non lo sconfiggiamo rovesciando il suo discorso (l'alibi contabile degli orrori) e tanto meno dandogli ragione (sì, il comunismo era un'ideologia criminale ma adesso siamo democratici). Sono solo altre forme di rimozione del dolore. L'unica arma contro il revisionismo è accettare il dolore, e trarne la capacità egemonica di conoscere e spiegare senza bisogno di alibi e giustificazioni, di criticarci in nome dei nostri valori e dei nostri sogni, e non di quelli presi a prestito da qualcun altro.
In ultima analisi, il discorso contabile della somma zero dei massacri e dei crimini sfocia in un altro luogo comune: il Novecento come secolo degli orrori. È una cosa che mi dà un fastidio tremendo. Non capisco perché dovrei essere chiamato a essere orgoglioso del mio spazio (il posto dove sono nato) e a vergognarmi del mio tempo (il secolo in cui c'ero anch'io); perché dovrei essere solidale con i miei connazionali e non con i miei contemporanei. Non mi sta bene già dal punto di vista contabile (trovatemelo, un secolo meno tremendo: le crociate, le guerre di religione, la tratta degli schiavi, il genocidio degli indiani, il colonialismo...); soprattutto, non mi sta bene perché azzera la nostra differenza: se c'è una specificità del Novecento è che in questo tempo è esistito un movimento reale che agli orrori voleva mettere fine. Il crimine di cui viene accusato non è quello di avere fallito e di essersi troppe volte trasformato nel proprio contrario; il suo crimine, il crimine che rende il nostro secolo tanto più pericoloso degli altri, è di averci provato.
A questo serve infine la falsa obiettività revisionista, che criminalizza il nostro tempo: a persuaderci che gli orrori del passato erano naturali e inevitabili, e a farci accogliere come tali anche quelli del presente e del futuro. ("la rivista del manifesto" n. 13 gennaio 2001)

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