31.8.09

La poesia del lunedì. Walter Cremonte

NELLA STRADA
Me ne andavo guardando come tutto è bello
belli anche i muri con l'erbetta nei buchi
e bello contento il verduriere

(ahi che bei fiori
e che odori e colori
ahi che così povero è il verso
e le cose non restano)

E ora va, poesia, che devi correre:
l'incantamento è in questi occhi belli
che passano intanto.

Da me ne andavo guardando come tutto è bello



30.8.09

L'articolo della domenica. Ai piedi di Pietro.


Ai piedi di Pietro
Il Cardinale è disgustato, il Cavaliere salta la cena e proclama "io non c'entro, a Feltri non telefono mai", il Direttore qui lo nega e qui no, comunque giura "La Polizia non era informata e non informava". La storia delle mazzate di Feltri ai "moralisti", peculiarmente al direttore dell' "Osservatore romano" Boffo, delle reazioni e controreazioni che hanno suscitato, ha assunto toni e movenze da avanspettacolo e ci sarebbe da scompisciarsi dalle risa se non vi fermentasse dentro un fetido finale, da tragedia.
La domanda angosciosa che circola è: riuscirà il Cavaliere a chiudere in senso autoritario quella che hanno chiamato la "lunga transizione" ed era in realtà una vera e propria "crisi di regime"?
Renato Covino, che qualche mese fa sul tema si è interrogato su "micropolis", ha risposto "è possibile". La sua analisi ha trovato conferme nel tempo: il fascio di "poteri forti" costruito intorno all'imperatore mediatico regge e la crisi inevitabilmente rafforza l'esecutivo cui in molti si affidano per la tutela della loro posizione. Non è un processo facile, si tratta di ridisegnare il complesso delle istituzioni e i loro equilibri interni e di sancire le nuove gerarchie sociali e territoriali, è nelle cose che ci siano intoppi, scricchiolìi, momenti di crisi; ma a tutt'oggi la realtà sembra smentire gli ottimisti. Ci capita di vedere quasi ogni giorno amici e compagni aggrapparsi a qualsiasi appiglio per "poter riderci sopra e continuare a sperare": l'ultimo è stato proprio la campagna sulle "orge" di Berlusconi e del suo entourage, campagna giustificatissima e certamente non invasiva del privato, visto che Berlusconi per primo ha sempre mescolato il personale e il politico e che quasi tutti i fatti denunciati hanno importanti implicazioni di etica pubblica. Le reazioni di mezzo mondo, del resto, ci dicono che pochi Paesi tollererebbero una simile presenza alla guida del Governo. Ma l'Italia tollererà: le sue televisioni l'hanno resa una immensa casa di tolleranza.
A favore del Cavaliere gioca del resto la debolezza dell'opposizione politica: il Pd che si divide, Di Pietro che mira a dividere, la sinistra che è arrivata alla scissione dell'atomo, tutti uniti invece nella salvaguardia di rendite di posizione talora risibili, modeste sempre. Si aggiunga che l'Italia pacifica e civile che scendeva in piazza sei o sette anni fa non esiste più e la società spesso dà l'impressione di un agglomerato informe, impaurito e incattivito, in cui corporazioni, gruppi e singoli meschinamente si attaccano al tornaconto immediato.
E' vero che ci sono alcune lotte operaie esemplari, ma ancora episodiche, se non isolate; è vero che la Cgil tiene la posizione, ma la magistratura nel frattempo dà l'impressione di mollare. La resistenza più forte riguarda settori del sistema informativo e dell'intellettualità, pezzi di impiego pubblico (soprattutto scuola e sanità) sotto scopa anche per le fuorvianti campagne dell'indecente Brunetta e un associazionismo ispirato all'ecopacifismo, alla solidarietà, al civismo, diffuso ma spolpato dalla crisi, ridotto a scheletro. Troppo poco.
In Sicilia l'espressione "essere ai piedi di Pietro" significa la più profonda disperazione. E' un modo di dire che aiuta a capire la situazione attuale: ai pensatoi d'opposizione non è rimasto che sperare nella Chiesa cattolica, nella possibilità che si defili dal regime in costruzione. Questa è la sponda agognata della campagna sui vizi del premier, in cui si spera anche per la pervicace caratterizzazione sessuofobica del cattolicesimo romano. I festini, l'esuberanza (forse più ostentata che reale) del Casanova di Arcore, il reclutamento delle belle donne, le promozioni per meriti sessuali non dovevano essere cose sconosciute a "Repubblica" o a "L'Espresso" già cinque o sei anni fa , ma un tempo si sceglievano altri temi e filoni. Oggi va bene tutto ciò che potrebbe allontanare dai governativi il cattolicesimo organizzato.
Al governo la gerarchia ecclesiastica ha chiesto finora soprattutto due cose: la sanzione di un primato morale su vita, morte e famiglia attraverso leggi ispirate dal clero (niente testamento biologico, unioni gay, divorzio breve, ecc) e un crescente sostegno economico (a scuole, oratori, collegi, università, ospedali, banche, cooperative confessionali). Ruini aveva già ottenuto molto, Bertone e Bagnasco sono sul punto di ottenere moltissimo. Questo spiega la prudenza delle prime reazioni e una certa diversificazione di ruoli tra "falchi" e "colombe". "L'Osservatore Romano" ha sempre conservato un diplomatico understatement sui vizietti del Cavaliere, "Avvenire ha a lungo dosato la condanna, "Famiglia Cristiana" è stata invece univoca nell'affermare da subito che chi governa non può ostentare lusso e sesso facile. Altre critiche dai giornali cattolici sono venute al Governo sulla questione dei migranti, prima e dopo la terribile tragedia di Lampedusa, soprattutto per alcune disposizioni del decreto sicurezza di evidente ispirazione xenofoba.
Berlusconi e soci ci hanno messo un po' prima di organizzare la reazione, alla fine la scelta è stata chiara: fare saltare ogni forma di galateo e usare ogni mezzo per silenziare o almeno moderare le voci critiche nella tv, nella grande stampa , nel mondo cattolico e nella rete. Da qui due insidiosissimi commi antiblog nel decreto sicurezza, l'attacco al Tg3 come primo passo per la neutralizzazione della testata e della rete 3 con la scelta unilaterale di nuovi direttori, l'invio di Feltri al "Giornale", la querela a "Repubblica".
E' ovvio che il Cavaliere non ha bisogno di telefonare Ai "suoi" direttori. Feltri sa benissimo che l'hanno mandato lì per sfoderare il manganello ed ha subito colpito duro: il direttore di "Repubblica" e quello di "Avvenire". Il primo giornale, quello che ha sempre contestato la protezione che i berlusconidi concedono agli evasori fiscali, vede il suo numero uno accusato di pagamento in nero a fini di evasione, pratica diffusa ma non certo onorevole. Il responsabile del quotidiano dei vescovi, che hanno giudicato l'omosessualità in sé "disordine morale", è accusato di essere un "noto omosessuale" che fa pedinare e molesta la moglie di una sua fiamma. E' vero che Boffo non è don Minzoni e Mauro non è Gobetti, ma, seppure in forma farsesca, l'aggressione conserva connotati squadristici. Le successive tirate di Feltri hanno lo stile di una intimidazione, di un avvertimento: siamo pronti a colpire chiunque.
Al di là delle scontate prese di distanza, il complesso delle iniziative del Cavaliere sembra pertanto contenere un messaggio alle gerarchie ecclesiastiche: "Io non sono ai piedi di Pietro. In cambio della vostra Benedizione sono disposto a concedere molto, ma se volete la guerra scateno i Feltri! ". Nello stesso tempo alcuni dei Suoi e il corrusco alleato Bossi fanno la voce dolce ai Cardinali e dicono: "Trattiamo!". Bertone non va a cena col Cav e Bagnasco alza il tono, ma tutti sono attenti a non spezzare i fili del dialogo. Sono sceneggiate già viste nei rapporti tra Vaticano e Stato italiano, sono state rappresentate precise uguali ai tempi del fascismo. Chi non ci crede si legga (o si rilegga) Il manganello e l’aspersorio, la documentatissima (e godibile) ricostruzione di Ernesto Rossi. Anche per questi precedenti siamo convinti che, dopo un tira e molla neanche troppo lungo, l'accordo tra il mondo prelatizio e l'associazione "cavalleresca" si farà.
Quanto ai nostri speranzosi compagni non ci resta che incitarli con le parole di Mao: “Abbandonate le illusioni, preparatevi alla lotta!". (S. L. L.)




25.8.09

Federalismo. La parola e la cosa. ( maggio 2001)

Ripubblico un mio vecchio articolo di "micropolis". Fu steso dopo le modifiche all'articolo 117 della Costituzione approvate in fretta e in furia dal centro sinistra alla vigilia di elezioni politiche che avrebbero riportato al potere Berlusconi. Non si tratta però di un commento al nuovo assetto costituzionale, per il quale "micropolis" si affidò all'acume e alla competenza del costituzionalista Mauro Volpi, oggi membro del Consiglio superiore della Magistratura. E' invece una ricognizione storico-concettuale sul tema del federalismo, che riservò ai lettori d'allora e credo possa riservare ancor oggi qualche sorpresa. Penso che il pezzo possa essere utile nel dibattito attualmente dominato dall'iniziativa leghista, anche se oggi nella chiusa politica mi porrei in termini più problematici. (S.L.L.)
Un Bossi contro il federalismo

Gli ulivisti più sagaci usano il vocabolo "federalismo" con misura ed hanno saggiamente evitato di introdurlo nel dettato costituzionale. L'asse concettuale della recente legge di modifica riecheggia tuttavia Hamilton e Jefferson, padri nobili del federalismo americano, nel metodo del "residuo", che limita rigorosamente i poteri dello "stato federale" e attribuisce agli "stati federati" tutti gli altri. Il criterio è seguito in particolare nella formulazione dell'art.117, ma è dimostrato che c'è qualche inghippo. Sulle sbornie federaliste circola un'obiezione sensata: gli stati presi a modello si sono prodotti per aggregazione, da un rafforzamento dei vincoli unitari, non da un allentamento. E' vero, ma non bisogna pensare ad una via cosparsa di rose: il federalismo realmente esistente non è stato quasi mai l'approdo di un processo lineare. Negli USA, per esempio, l'equilibrio tra poteri statali e federali è anche il frutto della più cruenta guerra dell'Ottocento. In Germania i Länder sono un'antica eredità, ma da Bismark ad Hitler le autonomie avevano subito colpi durissimi. Pertanto anche gli storici che iscrivono in una tradizione autoctona il federalismo del Grundgesetz (la Legge Fondamentale del 1949), riconoscono come decisive le minacce di disintegrazione formulate dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale, tese ad impedire la rinascita di uno stato tedesco centralizzato.


Le parole nella storia

La semantica del lemma "federalismo" ha subito di recente un'evoluzione, registrata dai vocabolari. Fino agli anni Ottanta prevale la definizione di "dottrina che tende alla federazione di più stati", nel decennio successivo quella di "tendenza orientata verso la costituzione di stati federali piuttosto che di stati unitari accentrati". Non è questione di sfumature: nel primo caso il federalismo tende all'unità, nel secondo vi si oppone. Questa ambivalenza è originaria ed ha radici filosofico-politiche. Gli scritti federalisti di Kant ipotizzavano un potere universale, limitante la sovranità degli stati, come il più idoneo a garantire "la pace perpetua"; gli ispiratori della costituzione degli Usa progettavano la realizzazione immediata nel Nuovo Mondo di un'organizzazione politica inedita.

Nel 1792 l'Assemblea Legislativa francese inserì Hamilton e il suo collaboratore Madison nella lista ufficiale dei benefattori dell'umanità, ma la simpatia per gli Stati Uniti restava assai vaga ed il solo federalismo ammesso per la Francia rivoluzionaria riguardava una futura integrazione tra le nazioni europee, senza che peraltro fosse chiara la distinzione, stabilita dagli autori americani, tra la confederazione, in cui ogni stato ha il diritto di veto, e la federazione, in cui i poteri sono ripartiti tra stati locali e stato federale. Di fatto, nel 1789, i costituenti erano stati quasi tutti d'accordo con Sieyes, che proclamava: "La Francia non dev'essere uno stato federale, fonte di caos ed anarchia". Una sorta di federalismo regionalista comparve in seguito tra i girondini e divenne, ai tempi del Terrore, un capo d'accusa. Nel processo a Brissot una sua citazione della costituzione americana fu giudicata dal tribunale come un'implicita confessione della volontà di federalizzare la Francia. In ogni caso, dopo il Termidoro, i girondini superstiti e vincenti non si allontanarono dal centralismo. In Italia la prima attestazione del termine "federalismo", nel significato di aggregazione tra stati, risale al 1793, sulla gazzetta veneta “Nuovo Postiglione”, ma, dopo la vittoriosa campagna napoleonica, il dibattito sul futuro costituzionale della penisola ne rivela l'ambiguità. Nel 1797 nell'opuscolo Del vero federalismo, il giacobino piemontese Ranza spiega come lo stato federale possa essere benefico in Italia, ove la secolare divisione rende impraticabile per l'immediato "una rigenerazione politica in un solo stato con una sola costituzione", ma distruttivo in Francia, ove il corpo della nazione è da tempo uno ed indiviso. L'anno dopo il Vocabolario democratico del Compagnoni attribuisce al lemma "federalismo" il valore prevalente e positivo di graduale unificazione; ma nel febbraio del 1799, Angelo Bossi, Segretario del Dipartimento Trasimeno nella Repubblica Romana, salutando a Perugia l'anniversario della caduta del regime papalino, condanna "l'assurdo sistema del Federalismo che divide i Popoli e distrugge il contratto sociale".


Cantonate

Nel Risorgimento il federalismo neoguelfo e moderato di Gioberti e quello laico-democratico di Cattaneo riescono entrambi sconfitti. Dopo l'unità sono gli anarchici a proclamarsi federalisti: ad ogni potere politico oppongono la libera associazione degli individui nelle comunità di base e delle comunità in federazioni sempre più ampie, fino all'utopia della federazione universale. Nel 1873, in Spagna, fu proclamata la repubblica. Fu eletto presidente il catalano Py y Margall, capo del partito "federalista". Influenzato da Proudhon, aspirava a spezzare la forza dello stato erigendo ad entità politiche autonome le regioni storiche e i municipi. Lo stato poteva rinascere solo dopo, su basi pattizie ("senza patto non è federalismo, ma centralismo"). L'internazionale anarchica investì sulla Spagna entusiasmo e propaganda: alcuni italiani vi andarono a combattere a sostegno della rivoluzione. La caduta di Py e, poco dopo, della repubblica fu paradossalmente favorita dalle ribellioni "cantonaliste" appoggiate dagli anarchici che reclamavano l'indipendenza dei piccoli territori rispetto alle regioni. I cavalieri erranti dell'Ideale cantavano "nostra patria è il mondo intero", ma combattevano per l'indipendenza dei villaggi. Tra i due poli della contraddizione, la federazione universale e l'autogoverno locale, mancava la politica.

Mutatis mutandis è un vuoto che s'avverte anche oggi: il "movimento di Seattle" combatte le ineguaglianze della globalizzazione, ma finisce con il rivendicare piccoli spazi liberati (o ghetti?) per gruppi, corporazioni, territori.


Ventotene

Nel primo Novecento socialisti e democratici italiani difendono i municipi dalle ingerenze dei prefetti, braccio armato del governo centrale, ma non mostrano interesse per lo stato federale. Nella crisi del primo dopoguerra i popolari di Sturzo convertono il federalismo neoguelfo in una polemica autonomistica contro "la manomissione dei diritti degli enti locali" e "l'accentramento funzionale e burocratico".

Una traccia di federalismo si è rinvenuta anche nel Gramsci ordinovista, nello Stato Operaio dei Consigli; ma già allora, assai prima della teoria del partito come moderno Principe consegnata ai Quaderni, egli attribuiva a un'avanguardia rivoluzionaria centralizzata il compito di garantire l'unità proletaria contro ogni particolarismo territoriale o corporativo.

Sconfitto il fascismo, nella Costituente le sinistre e i democristiani convergono su una repubblica delle autonomie, basata sull'istituto regionale, ove sembrano comporsi le antiche divisioni tra unitari e federalisti; ma poi i governi centristi continuano a usare dei prefetti per imporre da Roma le scelte decisive e ritardano l'istituzione delle Regioni a Statuto Ordinario. Saranno costituite soltanto nel 1970, con il centro-sinistra.

Intanto, nel lessico politico, "federalismo" ha acquisito un diverso significato. Già durante la guerra, dal confino di Ventotene, il "manifesto" di Rossi e Spinelli indicava nella federazione europea la via per impedire nuovi più distruttivi conflitti. Più tardi Spinelli costituì un movimento federalista che, denunciando i limiti della comunità economica, promuoveva l'unità politica dell'Europa su basi federali. Un federalismo per unire, insomma, non per dividere. Fino all'arrivo dei “lumbard” fu l'unico federalismo attivo in Italia.


Le Strade del Re

In principio la Lega cresce sui rancori populisti contro Roma, i meridionali e il fisco, ma già nel 1989 si proclama federalista, cogliendo peraltro un problema reale: le resistenze "romane" contro le autonomie. I partiti "italiani" corrono ai ripari. Si presentano riforme in Parlamento e la Conferenza delle Regioni reclama competenze esclusive ed autonomia impositiva. Pudicamente i documenti del gennaio 1991 parlano di "nuovo regionalismo", ma il portavoce delle Regioni Boselli, presidente dell'Emilia-Romagna, non teme le parole:"Questo è il vero federalismo". Da allora il consumo di federalismo più o meno vero s'intreccia all'interminabile crisi di regime, legandosi a parole come "fiscale", "solidale", sussidiarietà", etc.. Tutti diventano federalisti, anche la destra di An. In verità il fascismo era statolatrico, il duce aveva origini giacobine e ambizioni bonapartiste, ma qualche precedente storico-ideologico alla conversione del partito di Fini si può ritrovare. Il ventennio è percorso carsicamente da un autonomismo notabilare fatto di tentazioni feudali, se non federali: i ras locali giurano fedeltà al capo, ma pretendono mano libera nelle territori. Il regime, del resto, feroce con le minoranze linguistiche di confine, valorizza le identità regionali nei sussidiari di stato, mentre le canzonette mettono in guardia contro i matrimoni interregionali ed suggeriscono di restare o di tornare nei luoghi d’origine (“Torna al tuo paesello ch’è tanto bello).

Dopo la Liberazione il localismo della destra riemerge al Sud, nel laurismo e nel milazzismo. Il "comandante" Lauro usa il folclore partenopeo per rivendicare a Napoli un ruolo di "zona franca", con sue proprie leggi. Sorgi Sicilia, l'inno del MSI isolano, fa da colonna sonora alla partecipazione ai governi Milazzo, appoggiati, in nome della "sicilianità", anche dal Pci (e, forse, dalla mafia). Il federalismo della destra postfascista e quella leghista non mancano peraltro di avi europei che autorizzano un vero e proprio apparentamento. Il nazionalismo integrale dell'Action Francaise di Maurras sovrapponeva al trittico Dio-Patria-Famiglia quello, oggi più fungibile, di Individuo-Regione-Nazione. Nel saggio La monarchia federalista si legge: "Una volta le città, il territorio, le province tenevano i cordoni della borsa e da essi dipendevano le sovvenzioni. Oggi tutto dipende dallo Stato. Dov'è la libertà? Dove sono la dignità e la forza? Dove il progresso? (...) Per ben organizzare la nazione noi vogliamo riportarla al Re; ma per non sprecare nulla, per utilizzare tutto nel miglior modo possibile, noi consigliamo l'autonomia dei poteri locali e professionali".

Proiettando questo sogno nel presente potremmo trovare a Roma Re Silvio, nei territori satrapi leghisti o anisti fedeli al monarca e blandamente controllati dalle assemblee, ovunque corporazioni potenti. Questo federalismo, limitato da un potere centrale forte e personalizzato, è del tutto compatibile con le pulsioni profonde di tutte le destre. Il contrasto potrebbe semmai nascere dalla ripartizione delle risorse, ma potrebbe essere risolto da un potere arbitrale autocratico e carismatico. In un discorso di Tremonti a un'assemblea di costruttori del Centro Italia parlava di grandi opere, indicava procedure spicciative. In un mese le Regioni propongono; in due mesi il Parlamento decide e legifera, tutto prevedendo. Senza controlli e intoppi da parte delle Regioni e delle autonomie locali, il governo centrale affida e l'appaltante realizza. Il federalismo è bello, ma le Strade devono essere del Re. (S.L.L.)

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micropolis, anno VII, n.5 maggio 2001Citazione

24.8.09

La poesia del lunedì. Sandro Penna


Con il cielo coperto e con l'aria monotona
grassa di assenti rumori lontani
nella mia età di mezzo (né giovane né vecchia)
nella stagione incerta, nell'ora più chiara
cosa venivo io a fare con voi sassi e barattoli vuoti?
L'amore era lontano o era in ogni cosa?
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da Una strana gioia di vivere, XXV, ora in Tutte le poesie, Bompiani, 2001

23.8.09

L'articolo della domenica. L'estate della Lega


Non so quale demone interiore abbia spinto Marcello Sorgi a scrivere il lungo articolo pubblicato ieri su “La Stampa” dal titolo L’estate emarginata della Lega. Forse la volontà di andare oltre la banalità delle altrui osservazioni e di scrivere cose originali se non intelligenti. Ma non c’è nulla da fare, dottor Sorgi, banale non è soltanto “il male”, come ci ricorda la celebre chiosa di Hannah Arendt al processo Eichmann, ma anche la sua registrazione neutrale. Si può anche credere (o fingere di credere) che alcune proposte della Lega siano innocue o perfino utili, ma è il tono che fa la musica ed il tono che in quel mondo si usa incoraggia il razzismo, l’intolleranza, la divisione e prepara tragedie.

Riassumiamo l’articolo. Per il Sorgi le proposte dei bossiani sui dialetti, le celebrazioni dei 150 anni dell’unità, le gabbie salariali, impropriamente lette come un attentato all’unità nazionale, avrebbero creato una innaturale convergenza di tutti gli altri, una sorta di “arco costituzionale” che vorrebbe emarginare la Lega come forza antisistema, come si fece in altri tempi con il Msi di Almirante. Io non so da quale angolo di mondo Sorgi segua le cose italiane, ma la sua rappresentazione (proprio nei giorni degli Eritrei annegati da politiche razzistiche), non ha nulla a che vedere con la realtà. Ho visto anch’io la stravagante proposta del povero Fassino di un’alleanza Pd-Pdl in chiave antilega per le elezioni regionali del Veneto, ma chiunque abbia un minimo di buon senso sa perfettamente che non ha la benché minima possibilità di realizzarsi.

Invero mai come oggi la Lega è stata al centro della politica, garante di una fetta di consenso deciso e decisivo nei luoghi determinanti della vita economica e civile, in grado di dettare l’agenda e le scelte fondamentali del governo. I 75 morti nel canale di Sicilia sono l’effetto della criminalizzazione dell’immigrazione irregolare, di un tentativo sfacciato di considerare “favoreggiatore” di un reato chiunque a qualsiasi titolo assista e soccorra, dal medico del Pronto soccorso al marinaio del peschereccio, come sono frutto delle insistenti, volgari, minacciose campagne dei leghisti contro lo straniero che toglie il lavoro, la casa e l’assistenza, che delinque, spaccia, schiavizza, il razzismo sempre meno latente di pezzi di popolo e i comportamenti sempre più inquietanti di pezzi di stato.

Torniamo a Sorgi. A proposito della proposta del ministro Zaia sui dialetti da valorizzare a scuola e utilizzare nelle fiction Rai l’apologista de “La stampa” trova irrilevante il contesto in cui è inserita (comprendente l’accusa alla tv pubblica di tolleranza verso la “cultura gay”) e si dichiara in sostanza d’accordo. Sulla questione delle gabbie Sorgi dice che sarebbero una saggia differenziazione dei salari, una vera e propria spinta all’economia. Sulle celebrazioni del Risorgimento ha un'idea: “festeggiamo insieme l’unità d’Italia e il nuovo assetto federalistico”. In verità le proposte leghiste toccano gangli vitali della comunità statuale: si vuole frantumare il sistema nazionale dell’istruzione pubblica, sfilacciare il tessuto culturale unitario, stabilire una forte differenziazione salariale tra Nord e Sud. Se si aggiungono le disuguaglianze già ora evidenti nella sanità e i probabili effetti del federalismo fiscale il quadro che si profila è di un accentuato dualismo economico e sociale che prepara la strada a una separazione. La Lega del resto non ha mai definitivamente rinunciato a questo obiettivo. Tra meno di un decennio i pensatori alla Sorgi cercheranno di convincere il Sud che la separazione consensuale conviene, che il Sud sottosviluppato ne ricaverebbe più consistenti aiuti internazionali, anche se dubito che lui, palermitano di nascita, possa scegliere la nazionalità sudista. Non è una fantasia né un incubo. Su questa strada c’è un solo grande ostacolo: il debito pubblico. Chi se lo accollerà? (S.L.L.)

Per Dubcek e la Primavera di Praga


Nell'anniversario dell'invasione. Il passato che non passa.

1.
L’altro ieri, il 21 agosto, ricorreva l’anniversario dell’invasione della Cecoslovacchia da parte dei carri armati sovietici e delle truppe del patto di Varsavia che nel 1968 stroncò la primavera di Praga. Finiva così il più coraggioso tentativo di autoriforma del cosiddetto “socialismo reale”. Ho visto un telegiornale importante, ho sfogliato un paio di giornali (qui dove mi trovo, come in mezza Sicilia, “il manifesto” non arriva), ma non ho trovato il ricordo dell’evento. Forse dipende dalla cifra che non è tonda (gli anni trascorsi sono 41), ma credo di indovinare una ragione più profonda. Quella vicenda, infatti, non può essere letta come una pagina della “guerra fredda”, dello scontro tra blocco sovietico e Occidente, ma è una tragedia tutta interna al movimento operaio, socialista e comunista, e colpì soprattutto coloro che lottavano per superare il capitalismo e le sue ingiustizie. Non può stupire che i vincitori (che mi ostino a ritenere provvisori), non tanto della guerra fredda quanto di una secolare lotta di classe, non abbiano alcun interesse a riflettere su quella pagina di storia. La loro presunzione è di aver sepolto insieme all’Urss ogni possibile alternativa di classe e di sistema.

2.
L’anniversario me lo sono celebrato da solo, occupando la mattinata campagnola a leggere l’Autobiografia di un rivoluzionario di Alexander Dubcek che “l’Unità” di Padellaro ha ristampato l'anno scorso. Mi sono soffermato sul resoconto del 68 praghese.
Dubcek è narratore senza fronzoli, di quelli che registrano detti e fatti lasciando al lettore la gioia o il fastidio di ricostruirne il senso e ricavarne la “morale”; sono perciò rarissime le intrusioni soggettive. In uno di questi commenti, solenni perché eccezionali, Dubcek così si esprime: “Come moltissimi altri rifletto spesso sulle cause che hanno portato l’Unione Sovietica al collasso. Una potenza così gigantesca come è potuta rovinare con tanta rapidità e fino alle fondamenta? In proposito sono state avanzate non poche sagge teorie, che, a mio parere, dovrebbero avere tutte, alla base, una spiegazione elementare: il sistema inibiva i cambiamenti, vegetava su una dottrina morta, impediva il ricambio naturale dei dirigenti. Alla fine, quando tentarono di correre ai ripari era ormai troppo tardi per qualsiasi rimedio”.
La modestia impedisce a Dubcek di andare oltre, ma le sue parole possono orientare una riflessione che riguarda da vicino anche noi superstiti occidentali del grande movimento che Dubcek tentò invano di rinnovare e rilanciare. Il fatto è che con l’Urss è collassato anche il Pci, il partito comunista che più di ogni altro in Europa aveva marcato la sua autonomia dal Pcus, non limitandosi a cercare una propria via al socialismo, ma riprovando e condannando il sistema sovietico in momenti cruciali e in aspetti essenziali fino a quello che fu definito lo strappo. E ancor più sorprende che, dopo il crollo dell’Urss, sia entrata in crisi in tutta Europa l’altra grande famiglia politica del movimento operaio, quella socialdemocratica, che a buon diritto poteva dichiararsi vincitrice nella lunga competizione con il comunismo.
3.
Socialismo e comunismo non sono scaturiti dalla testa di Marx o di altri teorici e politici, ma dalle lotte degli operai che nel loro agitarsi, rivendicare, organizzarsi, mettevano davanti agli occhi più acuti un grande potenziale di trasformazione sociale. Il socialismo e il comunismo moderni hanno le radici nel movimento operaio, non viceversa, per questo oggi, specie in Italia ove l'autonomia di classe degli operai sembra un ricordo, noi ci sentiamo e siamo dei “deracinés”, degli sradicati. Né ci può consolare il fatto che nel mondo del lavoro, specie tra i lavoratori pubblici, la sinistra politica abbia ancora un suo vigore: una sinistra senza operai è una sinistra senza radici.
Quando riflettiamo sulle ragioni della odierna distanza della grande maggioranza del mondo operaio dalla sinistra nessuna delle teorie in voga, la globalizzazione, la precarizzazione, la vita liquida, il capitalismo cognitivo eccetera eccetera ci soddisfa pienamente. La domanda chiave è: perché nonostante la generalizzata perdita di salario, di diritti, di poteri da parte delle classi operaie in gran parte del mondo esse sembrano aver abbandonato la scelta politica socialista o comunista che li aveva sorretti nel processo di acquisizione di grandi obiettivi di riscatto economico e sociale? E in Italia, perché gli operai sembrano aver perso insieme con l’orgoglio di “classe generale” la “coscienza di classe”? Perché sembrano aver accettato la divisione e la competizione tra settori, specializzazioni, etnie, territori, perfino tra individui?

4.
Io credo che tra le ragioni di questa separazione tra operai e sinistra ci sia la parabola dell’Urss. La sua nascita e la sua crescita avevano dato forza a tutto il movimento operaio, a quella parte che si riconosceva nel modello quanto si vuole corretto, a quella, maggioritaria in Europa, che appoggiava il compromesso socialdemocratico o laburista, e perfino a quella che negli Stati uniti, da Roosevelt in poi, era divenuta componente essenziale del “blocco” democratico. Trotzkij aveva acutamente intravisto l’irriformabilità di quello stato operaio che era degenerato e per rigenerarlo riteneva necessaria una “seconda rivoluzione”, eppure affermava il valore emblematico che quella presenza ormai spuria continuava ad avere. In Italia, agli inizi degli anni venti, cantavano: “Non siam più la Comune di Parigi/ che tu, borghese, schiacciasti nel sangue;/ non più gruppi isolati e divisi/ ma la gran classe dei lavorator/ che uniti e compatti marciamo/ sotto il rosso vessillo dei Soviet”. Ma anche dove i lavoratori non marciavano sotto il vessillo dei Soviet, la Rivoluzione d’Ottobre e il suo “farsi stato” aiutarono gli operai a “farsi classe” e ad assumere un ruolo politico. Pochi ad esempio riflettono sul fatto che è solo dopo la Rivoluzione russa che nell’imperiale e bipolare Gran Bretagna gli antagonisti dei Tories cessano di essere i wighs liberal-borghesi ma i laburisti, i rappresentanti di un partito che nel nome e nel legame organico con le Trade Unions si richiama al mondo operaio. Vale anche il contrario. L’Ungheria e la Cecoslovacchia furono colpi durissimi non solo per il comunismo internazionale, ma per tutto il movimento operaio a partire dai paesi europei. La fine ignominiosa dell’Urss, con la miseria dilagante in primo luogo nel mondo operaio e coi gerarchi del Pcus che si appropriavano dei beni statali, pesa pertanto come un macigno nella coscienza degli operai e li rende sordi a ragionamenti politici di impianto classista.



5.
Il discorso fin qui svolto è un po’ tagliato con l’accetta e andrebbe articolato nel tempo e nello spazio, ma basta a motivare una tesi che da molti anni, con i compagni di “micropolis” e Segno Critico, vado sostenendo. Non ci sarà sinistra vincente in Italia e nel Europa finché la sinistra non riaffonderà le radici tra gli operai e non sarà in grado di esprimere un nuovo “classismo”. Ma questa operazione sarà estremamente difficile fino a quando sulla vicenda del “socialismo reale” perdurerà l'attuale colpevole rimozione. E’ duro farlo, ma necessario: quella storia va studiata, quella vicenda va elaborata in teoria. Se non si farà tutto sarà più difficile. Non pochi pensano il contrario, s'infastidiscono quando si parla della storia, dicono: “Basta con Marx e Lenin, con Stalin e Trotzkji, con Brezhnev e Dubcek! Parliamo dei precari, del razzismo, dell’ambiente!”. Sono temi nuovi e importanti, certamente da affrontare, ma io resto persuaso che il concretismo e il movimentismo cieco siano forieri di disastri. Anche per questo viva la Primavera di Praga.
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Campobello di Licata, 23 agosto 2009
(S.L.L.)

20.8.09

Per Trotzkij (a 69 anni dalla uccisione) (S.L.L.)


Nella giunta che Franco Fortini fece al magnifico L'ospite ingrato, uno dei suoi testi più scomodi e odiati dagli opportunisti, quando nel 1985 lo ripubblicò l'editore Marietti, spicca una paginetta del 73 intitolata Il prezzo. Si apre con un ricordo, presumo degli anni Cinquanta: "Come arrossì fino alle tempie la giovane bibliotecaria, tanti anni fa, alla 'Lenin' di Mosca, quando le chiesi quale modulo dovessi riempire per avere in lettura un volume di Trotzkij".
Mi accadde qualcosa di simile nella mia unica e tardiva visita a Mosca dell'autunno 91, in una fase di grandi mutamenti.
Dopo il colpo di stato da operetta dei "duri", Eltsin stava mettendo fine al progetto di una Comunità di Stati Indipendenti e si preparava a uno scioglimento "secco" dell'Urss per togliere a Gorbaciov qualsiasi ruolo anche formale. Fuori da ogni regola venivano smantellate le strutture del vecchio potere. Dal grande edificio che era stato sede del Pcus partivano, chissà per dove, camionette piene zeppe di scatoloni di documenti che i militari avevano provveduto a portare giù dagli uffici e caricare; ma in attesa davanti alla tomba di Lenin c'era ancora una lunga coda di visitatori, quasi certamente "sovietici", per lo più coppie di sposini arrivate da ogni parte dell'Unione.
Trecento metri più in là, davanti al museo Lenin, una manifestazione di "comunisti" si opponeva alla ventilata chiusura: erano un centinaio, quasi tutti anziani e tra di loro spiccavano alcuni eroi carichi di medaglie e alcune signore eleganti e ingioiellate.
La città era nel caos totale, per i prezzi ballerini, per l'obsolescenza delle regole antiche e l'assenza delle nuove, e accanto ai segni della svolta "moderna e occidentalista" permanevano i residui del passato, perfino un negozio di "souvenir" sovietici.
Fu proprio lì che spendendo un bel po' di rubli (diventati nel frattempo carta straccia e acquistati per pochissime lire in banca senza alcun ricorso al mercato nero) feci incetta di paccottiglia sovietica, non so quante medagliette di Lenin e dell'Urss, t-shirt puzzolenti di puro petrolio con la faccia del capo rivoluzionario, con la stella rossa o con la falce e martello, una decina di manifesti del 17 tutti uguali, rimasugli di mercanzie un tempo copiose. C'erano anche un paio di esemplari di un altro manifesto, che ritraeva un capo rivoluzionario, con criniera arruffata e occhiali di traverso, il volto rugoso allungato da una rada barbetta a punta. Mi convinsi che doveva essere Trotzkij e mi meravigliai che la perestroika di Gorbaciov fosse arrivata a riabilitare il fino ad allora esecratissimo costruttore dell'Armata Rossa; chiesi i due poster facendone il nome.
Di russo non so un acca e la pronunzia che accompagnava la segnalazione fatta con il dito indice doveva essere pessima, ma la giovane commessa comprese ugualmente il nome proibito e arrossì come la bibliotecaria di Fortini. Poi comunicò la mia strana richiesta a una collega: l'una e l'altra arrossivano e ridevano, a bocca chiusa, come un tempo le educande alle barzellette sporche. Scopersi che non solo quel tipo non era Trotzkij, ma addirittura Dzerzinskij, il creatore della terribile polizia politica. Neanche Gorbaciov dunque, ammesso che lo abbia voluto, era riuscito a sottrarre Trotzkji alla falsificazione della memoria imposta dallo stalinismo.
Cosa è accaduto in Russia dopo è noto a tutti: Eltsin, Putin, democratura, oligarchi, mafie. Non ci sono più tornato e non posso esserne certo, ma ho un sospetto. Che la figura di Trotzkij, che la sua opera teorica (con tutti i suoi limiti, ma anche con il suo spessore critico) sia passata dall'esecrazione all'oblio. Oggi forse non ci sarebbe nessuna commessa o bibliotecaria a provare imbarazzo e vergogna alla pronuncia di quel nome, oramai totalmente sconosciuto. Una ragione di più per ricordarlo nell'anniversario della sua uccisione da parte degli stalinisti. Magari riprendendo le parole di uno dei suoi ultimi scritti, quasi un testamento in attesa degli assassini, che del resto già ci avevano provato: «Quali che siano le circostanze della mia morte, io morirò con la incrollabile fede nel futuro comunista. Questa fede nell'uomo e nel suo futuro mi dà, persino ora, una tale forza di resistenza che nessuna religione potrebbe mai darmi... Posso vedere la verde striscia di erba oltre la finestra ed il cielo limpido azzurro oltre il muro, e la luce del sole dappertutto. La vita è bella. Possano le generazioni future liberarla di ogni male, oppressione e violenza e goderla in tutto il suo splendore».

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