30.12.09

Disuso. Una poesia di Ghita Genovese Vella.


Il vecchio sulla porta
sa
che nessuno paga bene
la roba
in disuso.
Eppure ci spera.


da Lo specchio del lago

Angelo di fuoco. Un giudizio di Savinio su Pirandello.




Per due anni, dal 1937 al 1939, Alberto Savinio pubblicò su "Omnibus" nella rubrica Palchetti romani le sue cronache teatrali. Ecco qui un acutissimo giudizio su Luigi Pirandello. Vale soprattutto per l'ultimo Pirandello, quello dei "miti", ma è una chiave utile per molte delle Maschere nude, anche per le prime, del grande drammaturgo, sempre agrigentino.
ANGELO DI FUOCO
Le idee "filosofiche" di Luigi Pirandello, il suo "parmenidismo", l'equivoco tra apparenza e reltà, a noi non interessano: non debbono interessare. Una maggiore scaltrezza avrebbe aiutato a evitere il "debole", lo "scoperto" di esse idee; gli avrebbe procurato più presto la simpatia dei "diffidenti".
Ma perché i "diffidenti" per parte loro si ostinano a prendere alla lettera le idee "filosofiche" di Luigi Pirandello?
Queste idee sono i temi, i pretesti, diciamo addirittura i "truccchi" che alimentavano il "dramma" di Luigi Pirandello, il "dramma del passaggio": l'affannosa, allucinata ricerca di un'evasione da "questo mondo", lo sbocco in un mondo "superiore":
Che l'opera di Luigi Pirandello sia "chiusa" nel dramma del passaggio, che la soluzione sia appena intravista, ce lo dice l'angoscia, la volontà di speranza, la nostalgia inestinguibile, la tristezza, il "nero" che come una gran sete la divora.
Comunque, nessun altro drammaturgo si è spinto così avanti verso il confine fra dramma e soluzione del dramma; non certo Bernardo Shaw, le cui qualità sono quelle, magnifiche e sviluppatissime dell'uomo-scimmia.
Non per nulla il nome "agrigentino" di Luigi Pirandello significa: angelo di fuoco.




Confessione. Una poesia di Cesare Genovese (1927-1999)


Avverto a volte,
nel segreto della mia mente,
la presenza
dei sentimenti
che onorano l'uomo.

Se ti dicessi
qual sono
chissà come ne saresti orgogliosa!
Avresti per me
la facile
ammirazione,
che adesso mi neghi.
Ebbene, ascolta:
detesto, allora,
l'ingiusto
e fremo d'inutile sdegno.

Vorrei che a me intorno
vi fosse soltanto bontà.
Piango se un bimbo piange
sospiro
pensando
a leggi
che inique, talvolta,
governano il mondo.

Ma sono pensieri fuggevoli.
Durano, a stento,
per qualche momento
e non più.

Le altre verità su l'Aquila. (Un intervento di Ciuffini da www.perperugia.it)

Organizzata dall'Associazione per la sinistra, micropolis-segno critico, Sinistra unita e plurale si è svolta giovedì 17 dicembre, alla Sala dei Notari di Perugia una manifestazione dal titolo L'Aquila: le altre verità. Riprendo dal sito www.perperugia.it/ dell'associazione "Per Perugia e oltre", l'eccellente commento dell'ing. Fabio Maria Ciuffini.

Dopo la proiezione dei filmati e gli interventi, unitamente a quello che sono riuscito fin qui a captare dai media (qualche voce isolata nel frastuono della band wagon) mi sento di dire subito due cose sul dopo terremoto all’Aquila (e ringrazio, comunque gli organizzatori di avermi offerto il destro di farlo…) : primo, si tratta di una grande, colossale operazione propagandistica…; secondo, la ricostruzione non è ancora iniziata, è addirittura sotto zero.
A questo voglio aggiungere il fatto che, per fare emergere una opinione diversa da quella dominante, siamo tornati ai samidzat. Li ricordate i ciclostilati che circolavano clandestinamente, passati di mano in mano, ai tempi dell’Unione Sovietica? E che cosa è questa meritevole, importante iniziativa, questa riunione quasi carbonara in una Sala dei Notari sorda e semivuota se non un samidzat? Certo, un’iniziativa meritevole, così come meritevoli (e ben fatti tecnicamente) lo sono i filmati e ce ne vorrebbero ben altre, tante altre, per scuotere il letargo in cui di fatto è piombata l’opposizione in questo paese.
E di questo voglio parlare. I sondaggi dicono che il 70% degli italiani approvano l’operato del Governo e del Grande Palazzinaro in Abruzzo. Anzi, per questo governo che si dice del “fare”, gli interventi in Abruzzo e la rimozione della mondezza a Napoli sono i due grandi pilastri su cui si fonda un vasto consenso popolare. E questo ci porta a due altre osservazioni: la mancanza totale di canali di comunicazione gestiti da chi si oppone a questo governo (io non me la sento di delegare a Santoro ed a Floris l’epressione di una linea alternativa) e, comunque, la mancanza di iniziativa dell’opposizione di centro - sinistra, IDV inclusa. Diceva Goebbels che non bisogna fare l’errore di credere alla propria propaganda. Qui l’opposizione fa di peggio, ha creduto alla propaganda dell’avversario! Il quale ha accumunato in un unico fascio i dopo terremoto di Messina, del Belice, dell’Irpinia e del Sannio, del Friuli, dell’Umbria e delle Marche. E sappiamo invece che la ricostruzione, quella soprattutto dei Centri Storici, in Friuli, Umbria e Marche ha avuto uno sviluppo esemplare, ben diversamente dagli altri, ed ha portato alla costruzione di un esemplare modello di intervento.
Cosa bisognava fare, in Parlamento (ma il Parlamento c’è ancora?), dopo il terremoto in Abruzzo? Occorreva prospettare e far passare, ma almeno discutere, un modello alternativo a quello di B, quello delle New Town, della costruzione di abitazioni definitive e decentrate dove capita, per intenderci.
Ma ci rendiamo conto? L’Aquila, una città che molto più di altre aveva un centro storico vivo vitale e, soprattutto molto esteso (molto più di quello di Perugia, e molto più compatto), si troverà ad avere una popolazione disseminata in 19 New Towns di periferia. Una disseminazione sconsiderata che, a parte la perdità di identità e il deficit culturale che c’è dietro, renderà la gestione della città - dai trasporti al traffico alla sicurezza a tutti i servizi a rete - molto più complessa e difficile. Insomma, mentre persino l’Unione Europea, si sta accorgendo della “non sostenibilità” del modello di disseminazione urbana (il tanto deprecato Urban Sprawl!), all’Aquila si segue il modello opposto (bisogna dire, en passant, che anche a Roma, Rutelli, Veltroni e Bettini, non hanno fatto meglio e non avevano avuto il terremoto, per tacere poi di Perugia…ma questa è un’altra storia). E intanto la ricostruzione non comincia … Io credo che andrebbe spiegato che la ricostruzione di una città distrutta dal terremoto, è un processo lungo e difficile, con procedure defatiganti, che richiede anni e costi immani ; e si tratta del processo che, furbescamente, verrà lasciato agli Enti Locali ed alla Regione, che verranno impallinati e vituperati, ogni qual volta le loro lentezze saranno paragonate al glorioso e fulmineo incedere del Grande Palazzinaro che (mi dice con orgoglio un laudatore di B.) consegna 42 nuovi appartamenti al giorno! Lasciate stare che si tratta di case dove non puoi piantare un chiodo senza trapassare la parete, che 30mila persone stanno ancora a Montesilvano o a Francavilla a mare, ai Vespa - Aiazzone basterà mettere il silenziatore a qualsiasi voce discorde (e magari li farà arrestare dalla forza pubblica), e poi, tra pochi mesi, chi parlerà più dell’Aquila se non per dire male del Comune o della Provincia che “non ricostruiscono”? E, invece, nel modello affermatosi in anni di esperienze sempre più approfondite e perfezionate, durante tutta la fse della ricostruzione vera, quella in cui si rifà una città, i “terremotati” vengono ospitati in unità abitative provvisorie confortevoli ed adeguate, realizzate con metà costo di quelle di B. , da smontare poi e recuperare per usarle altrove, secondo necessità. Affermando che una città può essere ricostruita dalle fondamenta, e spero che questo accadrà all’Aquila, ma che se non si ricostruisce il tessuto sociale originario, se non si riportano indietro gli abitanti, la “civitas” non verrà mai più ricostruita….
Bene, dunque, che fare adesso? Mi permetto di suggerire che qualcuno voglia andare a filmare gli esiti della ricostruzione in Umbria e nelle Marche, o, più semplicemente di raccogliere il materiale già esistente in Regione e nei Comuni, raccogliere anche le testimonianze di tutte le fasi “provvisorie” intermedie, le cronache dei giornali e della TV e farle vedere all’Aquila, ma anche in giro per l’Italia insieme ai filmati che abbiamo visto alla Sala dei Notari. E poi, dire qualcosa ai nostri parlamentari, ai parlamentari PD ed IdV delle commissioni di merito . Che prendano atto di questo materiale e chiedano un dibattito in Parlamento. Un dibattito da ampliare a tutto il Paese, per evidenziare falsità, pochezze, mancanze e carenze del governo del “fare”…. E, magari, per costruire una alternativa del “fare”, quello giusto però…

Walter Binni e Giacomo Leopardi. Un grande amore.


L'articolo che segue, originariamente pubblicato su "micropolis" (giugno 2009) è ora postato nel sezione contributi del sito del Fondo Walter Binni http://www.fondowalterbinni.it/contributi/Leopardi-Binni-Un-grande-amore.html

Un grande amore di Salvatore Lo Leggio

A cura di Chiara Biagioli, è uscito nel marzo per Morlacchi Editore e per le Edizioni del Fondo Walter Binni un elegante volumetto del grande italianista perugino, L’ultimo periodo della lirica leopardiana, che pubblica la sua tesina di ventunenne normalista, discussa a Pisa nel 1934 davanti a una commissione presieduta da Attilio Momigliano. Enrico Ghidetti, nella prefazione, cita un brano dal De Sanctis e Leopardi di Binni ove tra l’altro si legge: “Ogni critico ha, per dirla romanticamente con Wiechert, i poeti della sua vita e se certi incontri più fortuiti e avventati vengono respinti poi tra gli errori della gioventù, altri ve ne sono su cui l’animo e l’intelletto ritornano assiduamente quanto più l’esperienza ce ne assicura il valore profondo, e la passione meno controllata si muta in un culto attivo, in un omaggio critico e storico che mira a realizzare, a precisare, la vera, personale e storica realtà degli autori più amati”. Aggiunge Ghidetti: “Il capoverso successivo prosegue ‘Tale fu il Leopardi per Francesco De Sanctis…’, ma non è chi non veda che, mai come questa volta, de se fabula narratur”.

Condividiamo: Leopardi fu per Binni il poeta della vita, la passione che divenne culto, “la figura fondamentale del suo destino di uomo, di critico, di maestro”. Abbiamo sempre pensato che leggere poesia sia un atto d’amore e perciò non troviamo strano che per i critici (ma anche per i lettori non professionali) i poeti siano come i grandi amori: uno, due al massimo, nell’arco di un’intera vita. A noi pare che ci sia una sorta di reciprocità. Anche i poeti (o più esattamente i libri di poesia) hanno pochissimi grandi amori: nell’arco della loro durata plurisecolare sono pochissimi i critici che per una serie di circostanze riescono a realizzare con loro un rapporto speciale di conoscenza, adattività e complicità. Prendiamo Leopardi. Nel canto che finì col risultare il suo certamente involontario testamento, La ginestra, egli rappresenta il suo conflitto con l’Ottocento, “il secol superbo e sciocco” che aveva abbandonato l’Illuminismo per tentare improbabili conciliazioni tra religione e libertà, e chiaramente intuisce il rischio che la sua poesia e il suo pensiero siano sottovalutati, travisati, obliati. Invero per tutto l’Ottocento non mancò una sorta di leopardismo di maniera, né mancarono ammiratori nel campo della filologia e della filosofia (Nietzsche è di sicuro il più importante), ma ci fu un solo “critico amante” capace di rivelare la straordinaria grandezza del poeta, De Sanctis appunto. Nel Novecento poi il “maledetto gobbo” (così lo chiamava il cattolico liberale marchese Gino Capponi) subì un vero e proprio affronto da Benedetto Croce, per lungo tempo un vero e proprio dittatore del gusto (e del pensiero), che lo rinchiuse nel ruolo di “poeta dell’idillio” e ne fece un “ultimo pastorello d’Arcadia”, incapace per la sua tempra femminea di vivere la “religione della libertà”. Fu proprio Binni con tutta la sua opera critica a salvare Leopardi dalla galera in cui era stato recluso, a liberarne la natura assai più eroica che idillica, a far scoprire a un pubblico nuovo e spesso giovane l’ultimo Leopardi, complesso e modernissimo, a partire da quel La nuova poetica leopardiana, che nel 1947 segna l’avvio di una nuova fase di studi della poesia leopardiana (nello stesso anno, parallelamente, il Leopardi progressivo di Luporini segnala un nuovo approccio alla sua filosofia).

Fu l’amore di Binni a proporre a noi giovani insegnanti di liceo negli anni 70 un Leopardi nuovo, capace di parlare ai giovani che in forme spesso caotiche protestavano contro l’ingiustizia e cercavano un mondo affrancato dalla menzogna e dall’oppressione. Leggevamo e facevamo leggere in parallelo con i Canti e lo Operette morali il saggio binniano sull’insieme della vicenda leopardiana, La protesta di Leopardi; le migliori ragazze e i migliori ragazzi nel poeta e nel suo critico cercavano il senso della propria esistenza dentro la storia e lo svolgevano nei termini di una attiva solidarietà con i propri simili.

Il libro appena pubblicato, L’ultimo periodo della lirica leopardiana, ci racconta ora gli inizi di un grande amore, quello del critico verso il poeta e del poeta verso il critico. Non vi cercheremo la profondità delle pagine più mature di Binni (fino alle ultime Lezioni leopardiane): l’amore si impara e la lunga consuetudine non toglie il fascino della scoperta, piuttosto insegna le vie per farne sempre nuove, di scoperte. E tuttavia cogliere il rapporto nella sua fase germinale, statu nascenti, ci illuminerà su come un grande poeta conquisti con la propria perenne parola un grande lettore di poesia e di come, in un tempo dominato dal clerico-fascismo concordatario e in un ambiente segnato dal moderatismo crociano, un giovane perugino cerchi la libertà sua e altrui, in rapporto con i pensieri e le immagini di un altro giovane che aveva vissuto i tempi altrettanto duri della Restaurazione (e di un Risorgimento incline al compromesso). Questa esperienza e questa lettura forma anche il “compagno” Binni, quello che nell’immediato dopoguerra da apostolo propagandava la repubblica (“l’onesto e retto conversar cittadino" del poeta), quello che da deputato socialista alla Costituente voleva laici la scuola e lo stato, quello che negli ultimi tempi della sua bella vita simpatizzava con il tentativo di rifondare socialismo e comunismo. Antimoderato fino all’ultimo, radicale come l’amato Leopardi.

Pillola del giorno dopo. Un avvertimento.

Silvio Viale, torinese, è un ginecologo da tempo impegnato sui temi della contraccezione e dell’aborto nell’Ospedale Sant’Anna. E’ anche un dirigente dei Radicali italiani e della Associazione Luca Coscioni. Uno dei temi della sua battaglia politica e professionale negli ultimi anni è stata la contraccezione di emergenza, cioè la cosiddetta “pillola del giorno dopo”.

Niente a che vedere con la “pillola abortiva” Ru 486, il cui uso è finalizzato ad evitare, nell’interruzione di gravidanza, raschiamenti o altri interventi invasivi. La contraccezione di emergenza, se utilizzata entro 8-10 ore dopo il rapporto sessuale potenzialmente ingravidante, opera a monte, serve ad impedire il concepimento. La pillola in questione, a quanto pare con effetti collaterali meno pesanti di un analgesico, è nella maggior parte dei paesi europei un farmaco da banco: può cioè essere venduto senza ricetta. In Italia le resistenze dogmatiche e ideologiche di ispirazione vaticana hanno ritardato a lungo la presenza negli scaffali delle farmacie della pillola del giorno dopo e per ottenerla è prevista una ricetta medica. Non si tratta in ogni caso di una ricettazione specialistica, da ginecologi: la contraccezione di emergenza può essere da qualsiasi medico, fosse anche un dentista o un dermatologo. Trattandosi di contraccezione (e non di aborto) non è prevista per questo tipo di ricetta alcuna obiezione di coscienza. Ma in molte realtà la si accampa in maniera surrettizia e furbesca. Nel 2008 i radicali romani documentarono con una telecamera come nella metà degli ospedali romani, in una notte d’estate, non fosse possibile la contraccezione di emergenza grazie alle scelte dei medici di pronto soccorso che si trinceravano dietro un’improbabile obiezione di coscienza. Nessuno ha perseguito disciplinarmente quei medici.

In compenso l’Ordine dei medici di Torino ha perseguito Viale. Il medico radicale, a richiesta e nominativamente, ha prescritto a signore e ragazze la pillola del giorno dopo in occasione di manifestazioni politiche. La cosa per i soloni dell’Ordine non si può fare, nuoce al prestigio della professione; perciò in una delibera unanime i componenti del consiglio hanno comminato al Viale la più blanda delle sanzioni previste, l’“avvertimento” a non farlo più. Il Viale ha rimandato l’avvertimento al mittente e sta studiando con i Radicali di Torino una qualche forma di ricorso, anche per continuare la battaglia di libertà intrapresa. Continuerà a portare con sé il ricettario e a prescrivere la pillola del giorno dopo anche per strada: è un farmaco di emergenza e sarebbe bene che chi potrebbe averne bisogno lo tenga seco, senza dover girare per procurarselo (spesso invano) ambulatori e ospedali.


29.12.09

Tre poesie di Juan Ramon Jiménez (da "Diario di un poeta sposato").


Terra e mare
L'orizzonte è il tuo corpo.
L'orizzonte è la mia anima.
Raggiungo il tuo limite: ancora sabbia.
Raggiungi il mio limite: ancora acqua.

Notturno
La lacrima e la stella
si toccarono, e subito
divennero una sola lacrima,
divennero una sola stella.

Rimasi cieco, rimase
cieco d'amore il cielo.
Il mondo fu - nient'altro -
luce di lacrima, pena di stella.

Semplice
Semplice?
Le parole
di verità,
il giusto, perché lei, sorridendo
tra le sue rose pure di oggi,
lo comprenda.

Con un azzurro, un bianco, un verde
- giusti –
si fa - non lo vedi? – la primavera.


Da Diario di un poeta sposato

28.12.09

L'inno dei divoratori (Guido Podrecca 1902)

Data la fitta presenza di storici socialisti nel governo berlusconico non disturberà troppo ch'io recuperi l'inno di Turati, seppure nella parodia di Guido Podrecca, giornalista dell'Avanti! e fondatore de L'Asino. Correva l'anno 1902.


Su ministri, segretari,
su tornate in fitta banda
che nessuno vi domanda
la fedina criminal!
Fin dai tempi di Tanlongo
ci stringemmo in mutuo patto,
che possiamo col riscatto
ferroviario rinnovar.
Il riscatto ferroviario
il governo non farà
e vivrem dell'onorario
delle sacre Società.


L'adorato capitale
venga ognor tra queste braccia:
No; d'inchieste la minaccia
più nessun deve temer!
Se divisi siam canaglia
figurarsi in compagnia:
Si prepara l'allegria
di un eterno carneval!
Ogni cosa è in mano nostra:
noi disfar, rubar possiamo:
La consegna sia: mangiamo!
Troppo triste è il digiunar!
Il riscatto del succhione
oggi alfin s'inizierà,
ed il popolo zuccone,
sempre buono, pagherà.

Paglia's story. Scacchi e successi di un vescovo mediatico (S.L.L.)


Scacchi e successi di un vescovo mediatico
Paglia’s story
S.L.L.
Le strutture di potere amano l’opacità e la gerarchia cattolica non fa eccezione. Gli scontri che si consumano al suo interno si svolgono dentro segrete mura e il dibattito cifrato che ne traspare, fatto com’è di citazioni bibliche, teologiche e papali, di dosaggi e allusioni, è di difficile decrittazione. Una cosa, tuttavia, negli ultimi mesi appare certa: l’eterno “astro nascente” della Curia vaticana, il gerarca ciociaro che guida la diocesi di Terni, monsignor Vincenzo Paglia, sembra declinare prima di aver raggiunto il pieno dello splendore. La ragione si può rinvenire nell’incipit abiettamente poetico di un articolo-intervista comparso sul “Corriere dell’Umbria” il 23 ottobre scorso a firma Diego Aristei: “Nel suo studio nel Vescovado tiene in mano un rosario. Un pallido sole filtra dalla finestra che dà sull'anfiteatro romano. Al lato della scrivania l'ampia biblioteca e una foto che raffigura il vescovo insieme a Karol Wojtyla”. Paglia, insomma, è uomo dell’altro pontificato: a livello locale ben ne rappresentava la pervasività mediatica e al servizio del papa polacco aveva messo la sua avvolgente capacità diplomatica. Forse contava in una scelta di continuità, tant’è che due anni fa aveva dato per certa la sua partenza per Roma, se non per il ruolo di vescovo vicario cui notoriamente aspirava, per un altro alto incarico nella Curia vaticana. Così non è stato e gli ultimi mesi raccontano di altri scacchi.
Per la verità, sul finire di ottobre, il vescovo di Terni ha registrato un successo attraverso l’Assemblea ecclesiale diocesana intitolata Eucarestia e città. Al tema ha peraltro dedicato un’ampia lettera pastorale, i cui contenuti trascorrono dalla teologia alla politica. Nel giugno del 2008 i politici locali, presenti in massa al Convegno convocato dalla Diocesi sul futuro di Terni, a Paglia e ai suoi collaboratori erano rivolti sommessi “come aspettando il fato”. Ora la pastorale chiede loro di pagare il conto: “È sempre più urgente un nuovo comune pensiero su Terni. L’abbiamo detto, l’ha detto l’intera città, nel convegno del 14 giugno: Terni ha bisogno di reinventarsi avendo il coraggio di abbandonare tutto ciò che del suo passato è ormai solo nostalgia o mito. Terni coltiva una memoria collettiva sovente appesantita da legami ideologici: è venuto il momento di rompere questi legami. È venuto il momento di dedicarsi alla costruzione di un’attesa collettiva. Dobbiamo produrre, insieme, una nuova idea di Terni per i prossimi decenni”.
La rottura che Paglia qui chiede è con la storia operaia e comunista della città. La nuova scelta identitaria che egli sollecita, aiutato da un passaggio della Caritas in veritate di Ratzinger, è per una città fondata sulla “poliarchia”, ove il potere politico non si pretenda depositario unico del bene comune e viga una pluralità di centri di potere: la Chiesa, la scuola, l’Università, i sindacati, gl’imprenditori (curiosa omissione le banche).
Sotto la scorza del pluralismo traspare tuttavia l’idea di un primato. Il “compito che spetta naturalmente anche alla Chiesa e a tutte le sue organizzazioni” è “di animare e dare sostanza all’identità della città”. Che si aspiri alla gramsciana “egemonia” si può desumere anche da una citazione degli Atti degli apostoli quasi all’inizio della pastorale: “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro era tutto in comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano davanti ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno”. Il messaggio è evidente: una sfida alla sinistra sul suo terreno, una critica all’interesse individuale che arriva fino alla comunione dei beni, al “comunismo”.
Perché l’egemonia rivendicata possa dispiegarsi pienamente il prelato vorrebbe una Chiesa più unita e schierata: polemizza infatti contro un cattolicesimo individuale e spiega che il dono dell’Eucarestia, la comunione, non è tanto unione di ciascuno con Gesù, quanto unione di tutti in credenti in Gesù. Scendendo dal cielo della dottrina alla pratica minuta questo significa una minore autonomia dei movimenti e perfino delle parrocchie, che devono uniformarsi alla linea dettata dal pastore diocesano.
Non è perciò un caso che nei giorni dell’assemblea diocesana i collaboratori più vicini dichiarassero alla stampa: “La lettera pastorale sarà consegnata a tutti i Consigli pastorali parrocchiali, associazioni e a tutti i fedeli e diocesani. È un punto di arrivo del cammino, come detto, ma anche punto di partenza di percorsi specifici che diano nuova e concreta forma al tessuto sociale”.
E’ probabile che il successo dell’Assemblea diocesana fosse ritenuto da Paglia un viatico verso i sognati incarichi nazionali. L’Assemblea Cei che si è svolta ad Assisi il 12 novembre doveva infatti scegliere il vice di Bagnasco per l’Italia centrale. Paglia, pur arrivando al ballottaggio, è stato battuto dal nuovo vescovo di Perugia e di Città della Pieve, Bassetti. Gli rimane, a livello di Cei, solo l’incarico per il dialogo interreligioso, sempre meno importante in un momento in cui il Papa sceglie l’identitarismo cattolico e recupera lo scisma di Lefèvre. Bassetti gli ha lasciato come consolazione anche la presidenza della Conferenza episcopale umbra.
Nella citata intervista ad Aristei il gerarca ciociaro aveva criticato la tendenza della Chiesa a difendere sé stessa, invece di “fare uno scatto originale” e mettersi “intorno a un tavolo”. Forse erano altri i tavoli a cui aspirava, per ora dovrà contentarsi di quelli regionali (quello sulla sanità gli sta molto a cuore) e non gli mancherà modo di spendersi in giro per l’Umbria negli “eventi” che tanto ama: convegni, inaugurazioni, premiazioni, dibattiti, cerimonie di ogni sorta.
A Terni i “politici” continuano ad omaggiarlo. In occasione dell’ultimo tragico incidente sul lavoro alla Tyssenkrupp due consiglieri provinciali, il dipietrista Santelli e il casinista D'Antonio, hanno emesso una nota congiunta che così recita: "Serve una grande iniziativa unitaria promossa da Provincia, Comune di Terni, Diocesi e sindacati per la sicurezza sul lavoro”. La stranissima coppia Idv-Udc è unita nel chiedere l’intervento non della Chiesa, ma dell’istituzione Diocesi, cioè del suo potente capo. Ma forse i due (come sovente accade alla “politica”) sono in ritardo. A quanto ci dicono il Paglia non solo è frustrato nelle sue ambizioni nazionali, ma deve fare conti con un dissenso che percorre il ternano, ove si preferirebbe un vescovo più impegnato nella vita quotidiana delle parrocchie e meno attento alla sua immagine e alla sua carriera.

"micropolis" dicembre 2008 

L'orecchio di Garibaldi (da "micropolis" dicembre 2009 - la battaglia delle idee)

Su “Terni magazine”, uno di quei giornali gratuiti che si trovano nelle stazioni dei treni o dei bus, nel numero di ottobre-novembre, ci è capitato di leggere a pagina 18 un articolo dal titolo pretenzioso, L’altra storia dell’Unità d’Italia, a firma Giancarlo Padula.
Sull’autore, facilitati dall’esistenza di un sito personale ufficiale, abbiamo poi ricavato alcune notizie dalla rete. Il Padula, che sottotitola la sua (auto)biografia Dal pugno chiuso alle mani al cielo, si presenta come scrittore e giornalista e racconta come nei curriculum attività, risultati, titoli e onorificenze dagli inizi a Radio Galileo e “Paese sera” fino al suo più recente impegno artistico e religioso.

L’articolo espone, senza alcuna problematicità, una tesi che si ritiene incontrovertibile: “In realtà, l’invasione del Meridione senza dichiarazione di guerra ha provocato un milione di morti e la messa a ferro a fuoco di 62 paesi con rappresaglie processi sommari come durante l’occupazione nazista. A Fenestrelle, fortezza a 200 metri d’altezza in Piemonte, i prigionieri venivano eliminati nella calce viva”. Più sotto parla di ben 500 mila arresti.

La premessa dell’articolo parlava di tanti documenti, anche a livello locale, che farebbero nuova luce sulle vicende risorgimentali. L’unica documentazione citata è un manoscritto inedito di un prelato ottocentesco, tal Chiaranti, di recente pubblicato da don Carlo Romani, parroco della cattedrale di Terni e “ternano autentico”, che denuncia la legge Mancini e i governi del regno della dispersione di un grande patrimonio storico e alla vera e propria distruzione di alcune chiese cittadine, testo probabilmente degno di interesse, ma senza alcun nesso con la tesi di Padula, che se ne rende conto e che perciò cerca di appoggiarsi ad altre fonti genericamente indicate come “moltissimi storici” e “una vasta letteratura”. L’unica vera “autorità” chiamata a sostegno è Antonio Gramsci, con la sua tesi del Risorgimento come conquista regia. Poi si citano le cosiddette “controbiografie” di Garibaldi ove costui risulterebbe essere “tutt’altro che un eroe”. Gli storici, e anche i curiosi, sanno che effettivamente ebbero circolazione dei pamphlet clericali che presentavano il Nizzardo come un mostro, capace di ogni nefandezza, ma hanno notizia dell’amplissima pubblicistica garibaldina quasi agiografica, delle “vite” e dei perfino dei “catechismi” garibaldini, ove il biondo generale è osannato come “Padre della Nazione, figlio del Popolo, Spirito dell’umanità”. A questo proposito Padula segue una regola di moda a Terni che potremmo chiamare “metodo Marcellini”: il nostro giornalista e cantautore ha deciso di affidarsi ciecamente a chi gli racconta una storia che gli piace, meglio ancora se impreziosita con particolari truculenti . Così considera plausibile un Garibaldi “che si lasciò crescere i capelli perché secondo alcune fonti in Sud America violentò una ragazza che gli mozzò l’orecchio con un morso”. Nessuna meraviglia. Chi ritiene verosimile la cifra di un milione di morti nell’unificazione del Sud al Nord d’Italia, quando nella lunga e distruttiva seconda guerra mondiale i morti italiani furono intorno al mezzo milione, può sorbettarsi qualsiasi fola e presentarla come verità assodata. Passo dopo passo, dopo aver riesumato la leggenda dei comunisti mangiatori di bambini, giungerà a un tale livello di autosuggestione che crederà di aver assistito o addirittura partecipato, quando aveva ancora il pugno chiuso e non ancora le mani levate al cielo, a un qualche “orrendo pasto.


La poesia del lunedì. Paul Eluard


Critica della poesia
D'accordo il regno dei borghesi io lo odio
Il regno dei questurini e dei preti
Ma odio anche di più
Chi come me non li odia
Con tutte le forze.

Sputo in faccia a quell'uomo più piccolo del vero
Che a tutte le mie poesie non preferisce questa Critica della poesia.
Da La vie immédiate


Dicembre 1971. Il Nobel a Neruda. "Le nostre stelle sono la lotta e la speranza"

Nel dicembre del 1971, ricevendo il Premio Nobel per la Letteratura, Pablo Neruda parlava della poesia, dell'America, della lotta per una nuova società. Un testo di grandissima potenza, che ci parla meglio di molti altri della nuova splendida città, di pace e di giustizia, che vogliamo costruire.
In Italia la conferenza venne pubblicata dagli Editori riuniti nel 1973 come appendice di un gruppo di poesie civili scritte nello stesso anno dal grande poeta cileno, raggruppate sotto il titolo di Incitamento al nixonicidio. Ne ripropongo qui un ampio stralcio. (S.L.L.)

La missione umana del poeta
Il poeta non è un “piccolo Dio”. Non è segnato da un destino superiore a quello di coloro che esercitano altri mestieri o incarichi. Ho spesso dichiarato che il miglior poeta è l’uomo che ci offre il pane di tutti i giorni: il panettiere più vicino, che non si crede Dio. Egli compie il suo maestoso e umile lavoro di impastare, mettere in forno, dorare e consegnare il pane quotidiano, come un dovere comunitario. E se il poeta riesce a raggiungere questa semplice coscienza, la semplice coscienza potrà anche convertirsi in parte di un colossale manufatto artigiano, di una costruzione semplice o complicata, che è la costruzione della società, la trasformazione delle condizioni che attorniano l’uomo, la consegna della merce: pane, verità, vino, sogni.


Il comune lavoro
Se il poeta si aggrega a quella lotta mai sprecata lotta per consegnare ognuno nelle mani degli altri la sua parte di impegno, la sua dedizione e la sua tenerezza per il lavoro comune di tutti i giorni e di tutti gli uomini, il poeta prenderà parte al sudore, al pane, al vino, al sogno dell’umanità intera. Solo per questa strada dell’essere uomini comuni arriveremo a restituire alla poesia lo spazio tanto ampio che in tutte le epoche le stanno accorciando, che noi stessi in quest'epoca le stiamo restringendo.
In quanto a noi in particolare, scrittori della vasto spazio americano, ascoltiamo senza tregua la chiamata a riempire questo spazio enorme con esseri di carne ed ossa. Siamo coscienti del nostro compito di abitanti e (mentre ci pare essenziale il dovere di una comunicazione critica con un mondo disabitato e non per questo meno pieno di ingiustizie, di castighi e dolori) sentiamo anche l’impegno di recuperare gli antichi sogni che dormono nelle statue di pietra, negli antichi monumenti distrutti, nei vasti silenzi delle pampas planetarie, delle selve dense, dei fiumi che cantano come tuoni. Abbiamo bisogno di colmare di parole i confini di un continente muto e ci inebria questo compito di affabulare e nominare. Può darsi che questa sia la ragione determinante del mio umile caso individuale; e in questa circostanza i miei eccessi, o la mia abbondanza, o la mia retorica non verranno ad essere che atti, i più semplici, del lavoro americano di ogni giorno. Ognuno dei miei versi ha voluto installarsi come un oggetto palpabile; ognuna delle mie poesie ha preteso di essere un utile strumento di lavoro; ognuno dei miei canti ha aspirato a servire nello spazio come segnale di riunione dove le strade si sono incrociate, o come frammento di pietra o di legno su cui altri, quelli che verranno, potranno depositare i nuovi segni.
Estendendo questi doveri del poeta, nella verità o nell’errore, fino alle ultime conseguenze, ho deciso che il mio atteggiamento dentro la società e davanti alla vita doveva essere anche umilmente partigiano. Lo decisi vedendo gloriosi insuccessi, solitarie vittorie, accecanti sconfitte. Ho compreso, immesso nello scenario delle lotte dell’America, che la mia missione umana non era altro se non aggregarmi all’estesa forza del popolo organizzato, aggregarmi con sangue e anima; con passione e speranza, perché soltanto da questo torrente gonfio possono nascere i cambiamenti necessari per gli scrittori e i popoli. E per quanto la mia posizione solleva o solleverà obiezioni amare o cordiali, la cosa certa è che non trovo altra via per lo scrittore dei nostri vasti e crudeli Paesi se vogliamo che l’oscurità fiorisca, se pretendiamo che i milioni di uomini che ancora non hanno imparato a leggerci né a leggere, che ancora non sanno scrivere o scriverci, si collochino sul terreno della dignità, senza la quale non è possibile essere uomini integrali.
Ereditiamo la vita lacerata dei popoli che trascinano un castigo di secoli, popoli dei più edenici, dei più puri, quelli che hanno costruito con pietre e metalli torri miracolose, gioielli di fulgore abbagliante: popoli che rapidamente sono stati abbattuti e ammutoliti dalle terribili epoche del colonialismo, che esiste tuttora.



Un’ardente pazienza
Le nostre stelle primordiali sono la lotta e la speranza. Ma non ci sono né lotte né speranze solitarie. In ogni uomo si congiungono le epoche remote, l’inerzia, gli errori, le passioni, le urgenze del nostro tempo, la velocità della storia. Ma che sarebbe di me se io, per esempio, avessi contribuito al grande passato feudale del continente americano? Come potrei io alzare la fronte, illuminata dall’onore che la Svezia mi ha concesso, se non mi sentissi orgoglioso di aver preso una minima parte alla trasformazione attuale del mio Paese? Bisogna guardare la mappa dell’America, confrontarsi con la grandiosa diversità, con la generosità cosmica dello spazio che ci circonda, per comprendere che molti scrittori si rifiutano di condividere il passato di obbrobrio e di saccheggio che oscuri dei hanno destinato ai popoli americani.
Io ho scelto il difficile cammino di una responsabilità condivisa e, invece di reiterare l’adorazione per l’individuo come sole centrale del sistema, ho preferito offrire con umiltà i miei servigi a un considerevole esercito che a tratti può sbagliarsi, ma che cammina senza riposo e avanza ogni giorno confrontandosi sia con gli anacronistici recalcitranti sia con gli infatuati impazienti. Perché credo che i miei doveri di poeta non solo mi indicassero la fraternità con la simmetria, con l’esaltato amore e con la nostalgia infinita, ma anche con gli aspri obiettivi umani che ho incorporato nella mia poesia.
Esattamente cento anni ad oggi un povero e splendido poeta, il più atroce dei disperati, scrisse questa profezia: “All’alba, armati di una ardente pazienza, entreremo nelle splendide città”. Io credo in quella profezia di Rimbaud, il Veggente. Fui il più abbandonato dei poeti, ma ho avuto sempre fiducia nell’uomo. Devo perciò dire agli uomini di buona volontà, ai lavoratori, ai poeti che l’intero avvenire è stato espresso in quella frase di Rimbaud: “Solo con una ardente pazienza conquisteremo la splendida città che darà luce, giustizia e dignità a tutti gli uomini". Solo così la poesia non avrà cantato invano.
Stoccolma, 12 dicembre 1971

27.12.09

696666...69 Una poesia libertina di Guilaume Apollinaire.



Gli inversi 6 e 9
si sono disegnati come una cifra strana
come il sesso di un angelo
69
Due serpenti fatidici
Due vermicelli
Un numero impudico e cabalistico
6: 3 e 3
9: 3 3 e 3
La trinità
La trinità dovunque
Che si ritrova con la dualità
Perchè 6 due volte 3
69 dualità e trinità
Tali arcani sarebbero più oscuri
Ma ho paura a sondarli
Julie Josepha Marguerite
Le tre piccole dolci succhiacazzi
Via Gregorio di Tours

L'illustrazione è di Rossella Sferlazzo sferlazzorossella.wordpress.com

L' articolo della domenica. Ma l'amore no.


Un amico mi dice che la sparata di Berlusconi sul “partito dell’amore” (peraltro non nuova) lo muove al sorriso, gli ricorda i figli dei fiori, le orge nelle case del “libero scambio”, i fasti delle ville di Sardegna. Sorridere è lecito e segno di salute. A me, che nei giorni del Natale ho problemi di digestione, la frase del Cavaliere ha trasmesso inquietudine e sollecitato altri ricordi: Benito Mussolini. Dopo la marcia, non ancora cavaliere, all’“aula sorda e grigia” disse che avrebbe governato “con l’amore, se possibile, con la forza se necessario”.

La frase di Berlusconi viene pronunciata alla fine di una settimana in cui i commenti governativi sul lancio del Duomo o sullo spintone al pastore tedesco sono sempre gli stessi:“Chiunque sia stato, è colpa dei seminatori di odio”. E per impedire la semina qualche “massima autorità”, tipo il Presidente del Senato, non si limita a suggerire di “abbassare i toni”, ma minaccia chi teorizza lo “scontro sociale”. Tutti i fautori della “lotta di classe” rischiano così di trovarsi fuori legge e molti testi, non dico di Marx o di Gramsci, ma di Turati, Nenni o don Milani, potrebbero essere, se non messi al rogo, inseriti in un nuovo “indice dei libri proibiti”.

Nel messaggio del Cav c’è di peggio: la promessa che “tutte” le riforme costituzionali e istituzionali saranno realizzate entro il 2010. Non sapremmo dire che cosa esattamente intenda per “tutte”, ma se si tratta di quelle di cui lui e i suoi ministri di quando in quando blaterano c’è da avere paura. Vediamole. Un presidenzialismo spinto, che non si ferma all’elezione diretta del presidente della Repubblica o del Consiglio (come sembra preferire B.) e pretende di ridurre il Parlamento ad appendice del governo, unificando nelle mani di quest'ultimo potere legislativo ed esecutivo. Una diminuzione di peso e di autonomia di tutti gli organi di controllo o di garanzia, dalla Corte Costituzionale in giù. Un ritorno della magistratura inquirente (e per molti versi anche di quella giudicante) sotto l’autorità del Governo. Un impianto corporativo nelle relazioni sindacali in cui i sindacati firmatari di contratto sono sussunti nel governo della forza lavoro (a prescindere dal consenso dei lavoratori), assegna loro, attraverso gli enti bilaterali, un ruolo nella assegnazione degli ammortizzatori sociali. Un federalismo per taluni versi finto (alla potestà dei poteri locali vengono sottratte quasi tutte le cose importanti, dalla energia alle grandi opere) per altri versi ingiusto ed egoistico (più soldi e più servizi a chi è già più ricco e servito). Da ultima, non per importanza, una forte contrazione delle libertà di espressione, di manifestazione, di organizzazione autonoma (dalla rete alle piazze, ai luoghi di lavoro).

Insomma quel che è in programma per l’anno venturo è la chiusura in senso autoritario della crisi di regime, che, in un contesto smandrappato come quello dell’Italia di oggi, significa un sistema simile a quello della Russia putiniana o di qualche repubblica latino-americana.

Nei confronti dell’opposizione parlamentare, di una Cgil che resiste al diktat di farsi sindacato corporativo e della magistratura organizzata è in opera un vero e proprio ricatto. Se vorranno, potranno accettare l’“amore” offerto da Berlusconi e dialogare sulle riforme nel quadro delle coordinate decise dalla destra con il sostegno di alcune forti componenti organiche dell’edificando regime: la Confindustria, le corporazioni professionali, il Vaticano. In caso contrario la destra ricorrerà alla “forza” dei numeri parlamentari e degli apparati amministrativi e polizieschi.

Il risultato massimo che gli oppositori possono conseguire nel cosiddetto dialogo è la salvaguardia di limitate posizioni di potere. Il ceto dirigente del centrosinistra allargato (Pd più Udc e rutelliani) potrebbe ottenere una sorta di monopolio dell’“opposizione di regime”, conservando libertà di azione ai livelli regionali e locali. La magistratura associata, se accettasse senza proteste di non rompere le uova al potere politico ed economico, potrebbe lucrare il mantenimento dei privilegi economici e della gestione corporativa (pur dentro la separazione delle carriere) di promozioni, trasferimenti e sanzioni disciplinari. Le burocrazie sindacali (anche della Cgil, se si prestasse al grande “inciucio”) potrebbero continuare a godere dei meccanismi che agevolano il loro mantenimento economico. E’ poco; la tentazione di mollare è tuttavia fortissima.

Ci sono in Italia forze, fuori dalle istituzioni più importanti, che possano organizzare una resistenza e (perché no?) una riscossa repubblicana e costituzionale, in grado di aiutare Pd, magistratura e Cgil a non mollare?

Sul piano sociale c’è poco: la crisi macina e divide. Forse si può contare su qualche pezzo pregiato di pubblico impiego. Non molto.

Sul piano strettamente politico i gruppi dipietristi non sembrano in grado di esprimere una coerente opposizione costituzionale (lo dimostra ad esempio il voto sul federalismo) e sembrano interessati a giocare elettoralmente sulle debolezze delle altre opposizioni. Poi ci sono i Radicali, la resistenza più forte sui temi dei diritti di libertà, ma disponibili ad una "grande riforma", purché coerentemente “americana”. I gruppi extraparlamentari dell’estrema sinistra (sia quelli dell’area del comunismo identitario sia quelli confluiti in Sinistra, ecologia e libertà), quel che resta dei Verdi, i residui gruppi socialisti antigovernativi sembrano sottovalutare la gravità della questione democratica, occupati a garantire, in concorrenza tra loro, ai propri già ristretti apparati una qualche limitata sopravvivenza nelle istituzioni regioniali.

Restano associazioni nazionali e locali, tematiche come Libera o Articolo 21, o esplicitamente politiche come le Associazioni per la Sinistra o la Rete della Sinistra, culturali, o ambientaliste. E rimangono in campo quotidiani come “il manifesto” o “il Fatto”, autorevoli per durata o per recente successo e riviste prestigiose come “Micromega”.

Insomma c’è poco. E quel che c’è è mal messo. Ma per partire basta.

Per esempio: è in campo la proposta di Articolo 21 per una grande manifestazione unitaria che abbia come tema seccamente e semplicemente la difesa della Costituzione (comprendendovi una applicazione rigorosa dei suoi principi anche nei campi dove sembrano dimenticati, per esempio verso detenuti, immigrati e poveri). E’ possibile costruirvi intorno una aggregazione, un coordinamento permanente, un Comitato per la salvezza della Repubblica in grado di realizzare non solo un grande raduno, ma anche una controffensiva d'informazione e d’opinione in alto e in basso?

Per prima cosa ci sarebbe da demistificare e respingere l’offensiva dell’"amore".

Una fiaba siciliana raccolta dal Pitrè, che mi capita sovente di citare, racconta di un calzolaio, Tinchione, che ama la moglie alla follia. Per amore la copre di baci: a tavola, al banco di lavoro, per strada. Una notte come in delirio la stringe e bacia, la bacia e la stringe. La donna lo lascia fare, capisce che lo fa per amore; ma ne muore asfissiata. Da qui il detto: “le carezze di Tinchione che ammazzò la moglie a baci”.

L’amore di Berlusconi e dei suoi è della stessa natura: il loro amore per gli Italiani è così espansivo e protettivo da togliere loro l’aria e la libertà. Forse varrà la pena di gridarglierlo su Internet, negli altri media, nelle piazze: “Governi secondo Costituzione, Cavaliere, finché ci riesce. Ha vinto le elezioni e può farlo. Ma, per cortesia, non ci ami. E non pretenda di essere amato”.



26.12.09

La canzone di Piccolino. Un'altra delle poesie per l'infanzia di Guido Gozzano.



La Canzone di Piccolino

(da una leggenda brettone)

di Guido Gozzano


Piccolino, morta mamma,

non ha più di che campare;

resta solo con la fiamma

del deserto focolare;
poi le poche robe aduna,
mette l’abito più bello
per venirsene in città.
Invocando la fortuna
Con il misero fardello,
Piccolino se ne va.

E cammina tutto il giorno,
si presenta ad un padrone:
-“Buon fornaio al vostro forno
accoglietemi garzone”.-
Ma il fornaio con la moglie
ride ride trasognato:
-“Piccolino, in verità
il mio forno non accoglie
un garzone appena nato!
Non sei quello che mi va”.

Giunge al Re nel suo palagio,
si presenta ardito e fiero:
-“Sono un piccolo randagio,
Sire, fatemi guerriero”.-
Il buon Re sorride:-“Omino,
vuoi portare lancia e màlia?
Un guerriero? In verità
Tu hai bisogno della balia!
Tu sei troppo piccolino:
non sei quello che mi va”.

Vien la guerra, dopo un poco,
sono i campi insanguinati;
Piccolino corre al fuoco,
tra le schiere dei soldati.
Ma le palle nell’assalto
lo sorvolano dall’alto
quasi n’abbiano pietà.
-“E’ carino quell’omino,
ma per noi troppo piccino:
Non è quello che ci va!”-

Finalmente una di loro
Lo trafora in mezzo al viso,
Esce l’anima dal foro,
vola vola in Paradiso:
ma San Pietro: -“ O Piccolino,
noi s’occorre d’un Arcangelo
ben più grande, in verità.
tu non fai nemmeno un Angelo
e nemmeno un Cherubino…
non sei quello che ci va”.-

Ma dal Trono suo divino
Gesù Cristo scende intanto,
e sorride a Piccolino
e l’accoglie sotto il manto:
-“ Perché parli in questo metro,
o portiere d’umor tetro?
Piccolino resti qua.
Egli è piccolo e mendico
senza tetto e senza amico:
Egli è quello che mi va…
O San Pietro, te lo dico,
te lo dico in verità!…”-

La notte santa. La celebre poesia natalizia di Guido Gozzano.


LA NOTTE SANTA
di Guido Gozzano

- Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell'osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.

Il campanile scocca
lentamente le sei.

- Avete un po' di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po' di posto per me e per Giuseppe?
- Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe

Il campanile scocca
lentamente le sette.

- Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io son così rotto!
- Tutto l'albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell'osteria più sotto.

Il campanile scocca
lentamente le otto.

- O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!
- S'attende la cometa. Tutto l'albergo ho pieno
d'astronomi e di dotti, qui giunti d'ogni dove.

Il campanile scocca
lentamente le nove.

- Ostessa dei Tre Merli, pietà d'una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!
- Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci...

Il campanile scocca
lentamente le dieci.

- Oste di Cesarea... - Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L'albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell'alta e bassa gente.

Il campanile scocca
le undici lentamente.

La neve! - ecco una stalla! - Avrà posto per due?
- Che freddo! - Siamo a sosta - Ma quanta neve, quanta!
Un po' ci scalderanno quell'asino e quel bue...
Maria già trascolora, divinamente affranta...

Il campanile scocca
La Mezzanotte Santa.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

È nato il Sovrano Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d'un astro divino.
Orsù, cornamuse, più gaje
suonate; squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane!

Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill'anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill'anni s'attese
quest'ora su tutte le ore.
È nato! È nato il Signore!
È nato nel nostro paese!
Risplende d'un astro divino
La notte che già fu sì buia.
È nato il Sovrano Bambino.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

Poesia, politica e moralità. Una lettera di Fortini a Montale del 1952 (con una postilla critica)


Eugenio Montale il 19 dicembre 1952 aveva pubblicato un necrologio di Paul Eluard sul "Corriere della sera" non solo limitativo della poesia del grande surrealista (Montale tra i francesi del Novecento preferiva nettamente Valery), ma assai maligno nei riferimenti alle scelte politiche e di vita del grande poeta.
Franco Fortini prese penna e gli scrisse. La lettera fu pubblicata molto tempo dopo con altre di Montale e Fortini e con uno scritto a commento di Romano Luperini, su "Belfagor", la storica rivista fondata da Luigi Russo, nel novembre del 1982. Ne riporto uno stralcio, quello politicamente più interessante.


Quello che lei ha scritto per la morte di Eluard non è stato bello. Se il suo giudizio sul poeta francese fosse stato esclusivamente letterario avrei potuto discuterlo non addolorarmene [...] Ma i modi del suo giudizio, l'accento di quel suo scritto, le malignità civettuole e di incerto gusto - come quel "altro è parlar di morte altro è morire", citato proprio in quella occasione - le sono state dettate da una antipatia e da una ostilità politica, antipatia e ostilità condivise dal pubblico dei suoi articoli, cui lei pare aver inteso fornire non un giudizio ma appena una conferma lusinghiera di quei sentimenti. Ha messo in ridicolo le edizioni numerate, le due o tre mogli, la "rivolta in pantofole", la "longevità allietata da un numero sempre maggiore di liriche squisite", i viaggi da "sovrano"... ha taciuto della vita dolorosa di quell'uomo malato, della sua figura di scrittore che non ha avuto conversioni nè servilismo verso i dirigenti del suo partito, della sua parte nella Resistenza e nella letteratura della Resistenza... E m'è ancora venuto fresco il ricordo di quella "critica della poesia" che era stata la guerra civile europea: nel 1946, quando Eluard fu ospite in casa sua, lei (che tuttavia non faceva mistero della sua scarsa stima per i versi del poeta francese) non avrebbe avuto non dirò il coraggio ma la leggerezza di cuore di pensare e di scrivere quel che doveva scrivere sei anni più tardi. Che cosa posso augurarle se non di essere giudicato un giorno con misura diversa da quella che è servita a giudicare il suo coetaneo Eluard?
Non sono comunista. Mi costa dirlo perché se mi guardo intorno e vedo quale sorta di uomini, e di interessi, una dichiarazione simile conforta e conferma ad accettare la realtà che viviamo, verrebbe voglia di essere comunisti in tutto, anche nell'errore; perchè solo i comunisti coloro hanno in conto di veri nemici e chi non lo sia, pur che almeno dica di non esserlo, son pronti ad accettare e ascoltare. Mi costa dirlo ma debbo dirlo, non solo perché è la verità ma perché non esser solidali con taluni modi della politica comunista, con l'articolazione gerarchica di quel partito e con non pochi aspetti della sua politica culturale, e al tempo stesso denunciare la buona coscienza che l'anticomunismo garantisce alle nostre classi privilegiate è il solo modo di sfuggire ai ricatti di quelle classi; e di combatterle. Non sono comunista: tuttavia del pensiero marxista condivido - se impiegato con agilità e le cautele dell'intelligenza - quel metodo critico che del mondo poetico di un artista vede il fondamento in una realtà sociale e politica e di questa vi legge i conflitti e le contraddizioni ma superati in una tensione interna alla forma che è premessa di quella propria della vita morale; e posso comprendere che un marxista dichiari la reversibilità del processo politico e di quello letterario.
Ma non è marxista lei; e non dovrebbe, per accontentare i gusti del suo pubblico, confondere il giudizio politico e quello letterario, accettare un criterio di giudizio che non condivide e che rifiuterebbe in altrui. La differenza con l'ingiuria del giornalista comunista a Gide morto è meno grande di quel che i suoi lettori sono avvezzi a presumere.
Altri per lei potrebbero chiedermi come mai le scriva ora queste parole, quando lei non ha atteso l'occasione di quel necrologio per esprimere giudizi ispirati a un tono politico che non condivido. Infatti non da oggi alcuni amici suoi e miei scorrono rattristati taluni suoi articoli più corrivi al gusto dell'ora. Ma poi ci occorreva di pensare: che importanza possono avere i giudizi politici e gli articoli di Montale? Egli è ben altro. Alla leggerezza di quelli egli contrappone la serietà integra della sua condizione di poeta, impegnata a sè medesima tanto inflessibilmente. Che basso virtuismo, allora, giudicarlo da altro che non sia il meglio di lui.
E io poi non ho dimenticato i suoi anni durante il fascismo, quando ero poco più che adolescente, e la vedevo sull'ora di cena uscire delle "Giubbe rosse" e avviarsi per Borgo degli Albizzi a Pietrapiana; e quella sua figura era per noi una delle poche non inchinate ai padroni di allora. Ma si può parlare di lei come un autore d'un altro tempo, come di un libro chiuso? Non posso ammettere, e non sarebbe vero nemmeno se lo accettassi, che i rapporti di gente viva fingano l'indifferenza, il distacco dalla contingenza, che è dei dialoghi dei morti. E' dunque inevitabile che per i presenti, per quelli che son raccolti con lei in questo living room, il timbro della sua compromissione politica rischi di alterare il significato medesimo della sua poesia. Ho detto il timbro, non la qualità: ché se parteggiasse apertamente, se avesse da dire e dicesse qualche parola decisa di speranza o disperazione, di rassegnazione o di incitamento ai giovani nuovi che la giudicheranno e, come a noi, a lei chiederanno ragione del mondo che si troveranno d'intorno, questa lettera io non gliela avrei scritta. Non sono tanto sciocco o accecato dal vizio della predicazione moralistica da ignorare che non a uomini del suo passato e della sua età si possono rivolgere ammonimenti o consigli non richiesti.
Ma con taluni suoi scritti, come quello in morte di Eluard, più che difendere una sua convinzione lei sembrava lusingare un vizio altrui [...]. E, se allora da quegli scritti torniamo ai suoi versi, alle sue poesie più belle, se, come ha detto non molto tempo fa un comune amico, leggiamo in quelle "una poesia militante, un grande diario" che "dei nostri anni accetta consapevolmente le ragioni della sconfitta e del silenzio", la poesia che "con maggiore giustizia testimonierà degli anni della nostra giovinezza" e che "ha pertanto il maggiore diritto di rappresentarci", come non dobbiamo dolerci quando della lezione di dignità, di patita verità e vittoria, di vita morale insomma, che quei versi suonano per noi, vediamo rosi i margini, sottolineati i confini, accentuate le parti caduche, imbellettate le eleganze, dal tributo non necessario concesso a un dato pubblico che ha quel tanto di studio e letture da intenderla, ma non merita certo la sua poesia, se, come sono certo, la interpreta solo nei termini suggeriti dalla sua stampa, dalla sua vita politica, dalla sua morale industriale e dalla sua cultura, cioè una stampa cautelosa, una vita tendenzialmente antidemocratica, una morale senza coraggio e una cultura di provincia? Almeno, invece di favorirne i facili sorrisi sulle intelligenze e le menti che ne avversano le consuetudini e ne disturbano le pigrizie, i suoi scritti richiamassero quel pubblico alla cultura maggiore e più alta della borghesia! Ecco perchè sono coloro che lei può creder più lontani e, come me, non hanno unita volentieri la voce al coro delle lodi, proprio in quanto credono o sperano o s'augurano d'essere sulle soglie di un mondo diverso, possono meglio intendere o cercare di intendere la sua poesia e augurarsi di essere gli eredi.
Non si può, non si deve, da nessuno a nessuno, fingere che non conti almeno il tentativo della coerenza fra le diverse parti dei nostri umani discorsi e quindi di responsabilità civile dello scrittore, che non conti la sua figura che è anche di pubblico maestro di verità e giustizia. Non lo si dovette ieri, quando non uno di coloro che ci ponevano in mano i libri di Croce seppe dirci che Gramsci era in carcere; non lo si deve oggi, quando può parere cosa di poco momento che il maggior poeta vivente italiano non voglia o non possa dire parole più degne per la morte del maggiore poeta di Francia; non lo si dovrà in nessun modo domani, quando la dittatura forse necessaria delle classi oggi oppresse dovesse, per mano dei suoi capi, voler comunque umiliare quella responsabilità, limitare quella funzione di verità o stravolgerla. [...] Domani nessuno ricorderà il mio nome nè queste righe, e si farà attenzione ai suoi articoli solo perchè Dora Markus, Carnevale di Gerti, o Notizie dall'Amiata daranno a chi legga il brivido di una vita possibile, una scoperta angosciosa e rasserenante. Ma oggi, proprio in nome di quei valori che anche la sua poesia ci ha aiutati a scoprire, non possiamo consentire alla cultura e alla politica ambigua e codina imposta a tutti dalle classi che si servono delle sue timidezze, dei suoi timori o rispetti umani, simulando di difendere la civiltà e con quella i valori stessi della sua poesia.
***
Postilla
In una estate recente (forse il 2003), a Salina, mi accadde di essere trascinato dai miei ospiti ad una cena di villeggianti. I padroni di casa erano di una borghesia milanese economicamente solida, tra i primi ad aver comprato lì le case con 2 lire per poi lucrare su fitti e rivendite; gente - mi dissero - ben nata e ben vissuta, con cognomi di peso. Io, che in genere ho buonissima memoria, non li ricordo. Sarà perché non mi piacquero loro e, con poche eccezioni, non mi piacquero gli altri commensali, in prevalenza della stessa genìa.
Borghesia. Ricchezza non ostentata, letture buone ed ampie, conoscenze variegate, con punte di stronzaggine e melensaggine qua e là (in genere di quelle innocue, da film comico, i "capresi" di Totò a colori ). Infine, grattata la vernice, tanta grettezza. Ciò nonostante, conviviale come sono, aiutato dagli alcolici, ascoltai e parlai e, alla fine, cantai e recitai. Mi scappò nella notte "il girasole impazzito" di Montale, una delle poesie che più amavo. Alcuni (non tutti) riconobbero la poesia e l'autore, ma anche gli altri, i più superficiali ed elegantoni, prima un po' turbati dal testo, a sentirne il nome si sentirono rassicurati e a proprio agio, come se il poeta fosse "cosa loro": "Ah, il Montale". Da allore la "luce" di quella memorabile lirica mi appare più debole e fioca.(S.L.L.)

53,5 %. Il lavoro dipendente. (da "la smorfia" di Roberta Carlini)


Dalla "smorfia" della nostra amica e compagna "Robertina" Carlini (www.robertacarlini.it/) una noterella sul lavoro dipendente e sulla sua "decadenza". Il termine di paragone da lei scelto per mettere in luce il processo è trent'anni fa. Non sarà male, per capire ancora meglio, individuare le tappe e i passaggi, non tanto numerici, chè sarebbe facile, ma anche politici e sociali.

53,1

Ogni 100 euro prodotti in Italia, solo 53,1 vanno al lavoro dipendente. Detto in un altro modo: ai lavoratori va poco più della metà della torta che cucinano. Trent’anni fa ne prendevano il 65,8%. Però, contribuiscono per il 74% al gettito dell’Irpef - che sarebbe l’imposta su tutti i redditi. Insomma: guadagnano di meno e pagano più tasse. E per di più - ma questo non è illustrato in nessun grafico - nessuno se li fila.



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