26.9.17

Allons mon coeur. Una poesia di Guillaume Apollinaire dalla Grande Guerra

Avanti mio cuore d'uomo la lampada sta per spegnersi
Versaci il tuo sangue
Avanti mia vita alimenta questa lampada d'amore
Avanti cannoni aprite la strada
E arrivi infine il tempo vittorioso il caro tempo del ritorno.

da Poesie erotiche per Lou e Madeleine Paperbacks poeti, Newton Compton Editori 1976 - Traduzione S.L.L.

Finestra. Una poesia di Sandro Penna

Ritratto del poeta da giovane
È caduta ogni pena. Adesso piove
tranquillamente sull’eterna vita.
Là sotto la rimessa, al suo motore,
è – di lontano – un piccolo operaio.
Dal chiuso libro adesso approdo a quella
vita lontana. Ma qual è la vera
non so.
            E non lo dice il nuovo sole.

da Poesie [1927 - 1938] in Poesie, Garzanti, 2000

César Vallejo. Ande 1917: un sopruso universale (Vittorio Giacopini)

César Vallejo
Tungsteno, carburo di tungsteno, e derivati, essenziali per l’industria pesante civile e militare, per i filamenti delle lampade a incandescenza, per le valvole termoioniche, per gli elettrodi, utili per la lavorazione di altri metalli e materiali, rilevanti anche nell’estrazione petrolifera eccetera. Siamo nel 1917; gli Stati Uniti si stanno preparando a entrare in guerra. Nelle zone minerarie delle Ande peruviane, dipartimento di Cuzco, gli yankee della Mining Society hanno un sempre maggiore bisogno di manodopera per incrementare i quantitativi di minerale da estrarre e inviare in patria. Tungsteno di Vallejo (Sur, Roma, traduzione di F. Verde, 2015), un fulminante romanzo-teatrale in tre quadri, è la cronaca-denuncia della crescente pressione del capitale sulle comunità locali, indios e cholos, e l’amara fotografia di uno sfruttamento politico, economico, sempre più duro. Grandissimo poeta, Vallejo affida a questo suo unico romanzo - un capolavoro - il compito di svelare un processo totale e impressionante di genocidio antropologico e lo fa raccontando una fine del mondo, del suo mondo.
Scrive contro il potere, Vallejo, ma senza ideologia, con estrema attenzione, quasi con pietas. Niente invettive gridate, niente lamenti. Gli yankee restano, il più delle volte, sullo sfondo. Quello che Vallejo coglie e denuda con più nitida coscienza sono le forme intermedie dell'oppressione, il ruolo
decisivo e osceno - dei complici locali, dei «notabili» del Paese, dei mediatori. Il primo, impressionante, «quadro» di Tungsteno è il racconto di uno stupro di gruppo, sino alla morte. In quella stanza, oltre a Weiss e Taick, i “padroni” gringos, ci sono tutti: il commissario, l’ingegnere e il professore, i negozianti. Gli stessi volti, più altri ugualmente indecenti, ugualmente torvi, tornano nel quadro secondo, quando inizia l’arruolamento forzato degli indios per le miniere. La protesta dei poveri finisce in una strage; sparano tutti: sottoprefetto, sindaco, giudice, medico, segretari comunali, persino il parroco.
Negli anni Trenta - il libro viene pubblicato non in Perù ma in Spagna nel 32 - questo modello di «arte proletaria» era importante. Vallejo, Brecht, Majakovsky e Piscator, la Seghers, Gor’kij, il misterioso B. Traven (con le sue storie di indios messicani), Ischerwood, Auden. Poi quel modello è stato criticato, o messo da parte, ma i tempi mutano e fa impressione rileggere oggi un romanzo secco, lineare ma non ingenuo o facile, come Tungsteno. Vallejo non era manicheo, lo era il suo mondo. Lo è anche il nostro. Deve esserci come una curva nel tempo, o una parabola, ma sta di fatto che nel nostro presente - globalizzato, anzi: delocalizzato - questo scarto tra il centro dell’impero e il resto, i margini, è tornato ad accentuarsi, con evidenza. Mentre il divario tra ricchi e poveri assume aspetti e volti e forme da Ottocento, il «tallone di ferro» dello sfruttamento raggiunge punte massime e paurose in questi territori immensi di miseria. L’esercito di riserva del capitalismo oggi sono le factory schiavistiche del vasto e muto Oriente, in India, in Cina, queste penitenziali galere delle grandi marche. Vallejo, ovvio, scriveva dei suoi tempi, per sabotarli. Siamo costretti a leggerlo come se scrivesse dei nostri, e contro i nostri.


“Il Sole 24 ore – Domenica”, 1 marzo 2015

La fine della nausea (Jean-Paul Sartre)

Scende la notte. Al primo piano dell'albergo Printania si sono illuminate due finestre. Il cantiere della stazione nuova odora forte di legno umido: domani pioverà, a Bouville.

La nausea - Einaudi,1967 - Trad. Bruno Forzi

Lo strazio e l’icona. Quando Guernica arrivò a Milano (Pablo Rossi e Giorgio Zanchetti)

Ottant’anni fa, il 26 aprile 1937, tra le 16.15 e le 19.30, gli aerei della Legione Condor tedesca, appoggiati dall’Aviazione legionaria italiana, bombardano a tappeto Guernica, centro della Biscaglia che fa parte dei Paesi Baschi. Alla fine la città è in fiamme, distrutta per metà. Si contano tra 400 e 800 morti e molti feriti. Perché questa azione spietata?
Da poco più di nove mesi in Spagna è in corso una guerra civile iniziata il 17 luglio 1936 con l’insurrezione di una parte dell’esercito guidata dal generale Francisco Franco, appoggiato dalle destre, contro la Repubblica governata dalle sinistre. Nel settembre 1936, nei Paesi Baschi i rivoltosi nazionalisti conquistano Irún e San Sebastián. Ma l’obiettivo prioritario è Madrid. La capitale, attaccata tra novembre e dicembre 1936, non cade nemmeno con le successive sanguinose battaglie del Jarama e di Guadalajara. Allora i nazionalisti attaccano la Biscaglia, ricca di industrie e risorse minerarie: pur essendo cattolica e conservatrice, si è schierata con la Repubblica. Il 31 marzo 1937 comincia l’offensiva del generale Emilio Mola, uno dei capi della rivolta, che annuncia: «Se la resa non sarà immediata raderò al suolo tutta la Biscaglia». E il 26 aprile tocca a Guernica.
Fin da gennaio la Repubblica spagnola aveva deciso di partecipare all’Exposition Internationale di Parigi: un gruppo di intellettuali spagnoli incontra Pablo Picasso a Parigi e lo convince a realizzare una grande opera di propaganda per il padiglione progettato da Sert e Lacasa, decorato con interventi di Sánchez, Renau, Miró e Calder. Alla fine di aprile Guernica diverrà il tema del quadro.
Siamo all’inizio di quella stagione tragica dell’arte del XX secolo che culminerà il 18 e il 19 luglio 1937 con la doppia inaugurazione, a Monaco, della Grosse Deutsche Kunstausstellung – la mostra dell’arte ufficiale nazista – e dell’esposizione dell’Entartete Kunst, la cosiddetta arte degenerata, che raggruppa senza distinzioni, in una sorta di abiura o di rogo simbolico, tutte le produzioni dell’avanguardia nei primi decenni del secolo. Dal 25 maggio al 25 novembre, all’Exposition Internationale des Arts et Techniques di Parigi si affronteranno, lungo i due lati del Champ de Mars, il padiglione tedesco di Albert Speer e il padiglione sovietico di Boris Iofan con le figure ciclopiche in acciaio de L’operaio e la kolchoziana modellate da Vera Mukhina.
Sconvolto dai reportage da Guernica e dalle prime immagini delle sue rovine sul quotidiano comunista «Ce Soir», Picasso sviluppa in forma completamente nuova alcuni spunti delle incisioni satiriche Sogno e menzogna di Franco, che assumono ora un valore di ben più stringente attualità. Da questi primi disegni – rinunciando simbolicamente al colore – nasce la grande composizione di Guernica, appuntata su una tela di 349 × 777 centimetri e poi sviluppata in un crescendo di brutale sintesi delle forme e di distillazione del suo contenuto drammatico tra l’11 maggio e il 4 giugno. Dora Maar, compagna di Picasso in quegli anni, ne ha fissato in una serie di scatti fotografici l’evoluzione inarrestabile e violenta da un insieme descrittivo ancora leggibile a icona che travalica ogni aspetto retorico e ogni simbolo attraverso l’implacabile tragicità dello stile. In un rapido centone di fonti visive – che corrono da Raffaello a David, fino a Goya – Picasso delinea quattro figure femminili ploranti e il corpo di un guerriero caduto, sotto gli occhi allucinati di due enigmatici animali simbolici: il toro e il cavallo straziato, che rappresentano al tempo stesso la forza del popolo spagnolo e la violenza bestiale della guerra, la sofferenza e il furore apocalittico del bombardamento nazista.
Il braccio del caduto, col pugno levato verso il cielo nelle prime prove, giace a terra abbandonato nell’opera finita; nell’altra mano è stretto il moncone di una spada spezzata. L’inaudito dramma urbano delle pareti divelte e delle case sventrate, impudicamente aperte sulla strada, è reso attraverso lo slittamento incoerente tra spazio esterno e spazio domestico: il sole, ancora presente nei primi stati del quadro, diventa infine una lampada elettrica. Una madre grida di dolore sul cadavere del suo bambino, un’altra donna si piega e corre fra le rovine, una terza leva al cielo le braccia nella casa incendiata. Su tutti si protende il gesto dell’ultima figura che illumina sconsolata la scena, consegnandola alla verità della storia.
Renato Guttuso ricorderà nel 1981 la rivelazione e il perdurante valore di questo «segno magico che univa impegno civile e ragione poetica (…). Guernica arrivò su una rivista che sfogliai nello studio di Malaparte. Poi su una cartolina inviatami da Cesare Brandi da New York, e che portai addosso per anni. Infine potei vedere il grande dipinto tra le rovine della Sala delle Cariatidi, nel Palazzo Reale di Milano». Dopo Parigi Guernica parte nel 1938 per una tournée in Scandinavia e in Gran Bretagna, quindi nell’aprile 1939 si sposta negli Usa per raccogliere denaro per i rifugiati spagnoli. Il 15 novembre 1939 giunge al Museum of Modern Art (Moma) di New York, dove rimarrà fino al 1953, trasformandosi in icona dell’arte moderna.
Nell’autunno del 1953 a Milano si prepara una importante mostra di Picasso. Nel comitato organizzatore c’è anche il pittore Attilio Rossi, che conosce bene l’artista spagnolo perché nel 1939 Picasso, Neruda e lui avevano collaborato per salvare gli intellettuali spagnoli dopo il crollo della Repubblica. Nel comitato inizia un serrato dibattito perché Rossi sostiene che Guernica deve assolutamente esserci alla mostra di Milano. Nonostante lo scetticismo degli altri, si reca da Picasso a Vallauris e lo convince al prestito, mostrandogli le fotografie della drammatica Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, devastata dai bombardamenti del 1943, e spiegandogli che Guernica sarà esposto proprio lì. Dopo 14 anni il quadro lascia il Moma per l’Europa e viene esposto per la prima e unica volta in Italia negli ultimi mesi del 1953. Da Milano Guernica va in Brasile, poi torna in Europa. Nel 1957 rientra al Moma e solo nel 1981 raggiunge Madrid, dove lo si può ammirare al Museo Reina Sofia.


“La Lettura Corriere della Sera”, 19 marzo 2017

L'Italia dell'Eucarestia. Ostie incarnate, ostie sputate e altri miracoli (Giacomo Gambassi)

In occasione del Congresso Eucaristico di Genova, nel settembre del 2016, il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, “Avvenire”, pubblicò l'articolo che segue, nel quale si rievocano i principali miracoli eucaristici che la tradizione cattolica garantisce come avvenuti in molte città della penisola. Lo riprendo a edificazione dei fedeli e degli increduli. (S.L.L.)
La teca con l'ostia incarnata esposta nel Duomo di Alatri
Nella Basilica di Santa Cristina a Bolsena le quattro «pietre sacre» con il sangue sgorgato dall'ostia sollevata dal sacerdote Pietro da Praga, prigioniero dei dubbi sulla presenza reale di Cristo nel Sacramento dell'altare, sono il sigillo del prodigio che dal 1263 ha fatto della cittadina in provincia di Viterbo una delle principali mete eucaristiche d'Italia. E nella vicina Orvieto che di quella traccia soprannaturale custodisce il «santissimo corporale» intorno a cui è stato edificato il suo Duomo dorato è la terra del Corpus Domini, la solennità che l'anno successivo all'evento viene estesa a tutta la Chiesa da Urbano IV, il Pontefice che per primo si inginocchia davanti alle reliquie di Bolsena. Proprio nell'inno per la liturgia della festa san Tommaso d'Aquino chiamerà l'Eucaristia il «Pane degli angeli» e in una sua riflessione la definirà «la più grande di tutte le meraviglie operate dal Cristo».
Il “segno” di Bolsena è passato alla storia come uno dei miracoli eucaristici che puntellano da mille-trecento anni l'Italia. Ad Alatri, nel Lazio, per raggiungere l'ingresso della Cattedrale di San Paolo occorre percorrere una scalinata che invita ad alzare lo sguardo. Quasi un richiamo a quell'«ostia incarnata» che il Duomo conserva in una teca di vetro. La chiamano «porziuncola» e gli affreschi raccontano il prodigio di cui è stata protagonista. È il 1228 quando una giovane, sotto l'influenza di una «donna malvagia», compie il furto della particola e la avvolge in un panno. L'ostia resta lì per tre giorni e diventa carne. Con questa "forma" continua a mostrarsi oggi all'interno della cappella costruita nel 1997. Papa Gregorio IX evidenzia nel mandatum che i fatti di Alatri sono «eventi straordinari» che vogliono «risaldare la fede nella verità della Chiesa cattolica», «ravvivare la sapienza» e «riaccendere la carità». Parole che possono essere associate a tutti gli interventi divini che rimandano al «farmaco d'immortalità» innalzato nella Messa e che hanno fatto dei luoghi in cui sono avvenuti autentiche "città del Pane".
La tradizione ci consegna miracoli legati a profanazioni delle specie eucaristiche oppure a paesi in pericolo che trovano nel Santissimo Sacramento il loro viatico. Ma il prodigio può trasformarsi anche nel monito per confermare la presenza reale di Cristo nel pane e nel vino consacrati. È quanto accade a Lanciano, la cittadina abruzzese del più antico miracolo eucaristico della Penisola. Risale all'VIII secolo e si verifica di fronte a un religioso assalito da forti titubanze. L'ostia e il vino che oggi sono esposti in un ostensorio d argento e in un calice di cristallo sono davvero carne e sangue, ha stabilito uno studio scientifico del 1971. E i luminari non sono riusciti a spiegare come il “tessuto vivente” possa essere rimasto immutato. Le incertezze “teologiche” accompagnano i fatti di Bagno di Romagna, dove nel 1412 il priore della Basilica di Santa Maria, padre Lazzaro da Verona, vede ribollire il vino dopo la preghiera di consacrazione e fuoriuscire fin sul corporale (che è tuttora conservato); oppure quanto succede a Roma nel 595 durante una celebrazione presieduta dal papa Gregorio Magno che si imbatte nelle risate di una nobildonna mentre sta per ricevere la Comunione e il pane si muta in carne e sangue (la reliquia è ad Andechs in Germania).
Il vento dell'errore marca, poi, i miracoli di Rimini dove nel 1225 sant'Antonio da Padova fa genuflettere un asino di fronte all'ostia per convertire un eretico; di Macerata che accoglie nella Cattedrale il lino striato di sangue nel 1356 per le perplessità di un prete; e di Trani che nel Mille vede una donna pugliese friggere un'ostia che nella padella inizia a spargere sangue senza cuocersi. Anche il miracolo di Offida, Comune di cinquemila abitanti in provincia di Ascoli Piceno, ha al centro una donna di Lanciano che nel 1273, su invito di una fattucchiera cui si era rivolta per ritrovare l'amore del marito, getta la particola sul fuoco e lì si tramuta in carne: nel Santuario di Sant'Agostino della cittadina marchigiana sono visibili l'ostia convertita in carne, la tegola in cui venne messa a cuocere e la tovaglia ricamata che aveva avvolto il Santissimo Sacramento sanguinante.
La geografia "eucaristica" della Penisola è segnata anche dai sacrilegi che vengono «sanati» dall'azione celeste. A Torino una lapide nella Basilica del Corpus Domini ripercorre il furto di un'ostia che nel 1453 si solleva dalla sacca del mulo «che trasportava il Corpo divino». Oppure a Siena sono oggetto di una viva devozione dal 1730 le oltre trecento ostie rubate alla vigilia dell'Assunta nella Basilica di San Francesco e ritrovate intatte fra la sporcizia di una cassetta dell'elemosina. Ancora. A Napoli il prodigio delle ostie trafugate nel 1772 e rivenute sotto il letame in un terreno indicato da luci «simili a stelle» è celebrato da sant'Alfonso Maria de' Liguori come «gloria del Santissimo Sacramento» ed è ricordato nel Santuario eucaristico diocesano di San Pietro a Patierno. Invece a Mogoro, in Sardegna, è collocata nel nuovo altare della chiesa di San Bernardino la «pietra del miracolo» dove si possono leggere le impronte lasciate dalle ostie sputate da due uomini dalla «vita licenziosa». Risale al 1969 il "caso" di San Mauro La Bruca, in provincia di Salerno, dove sessantatré ostie consacrate, rubate dai ladri, vengono ritrovate integre e da allora si conservano senza decomporsi.
Se con l'Eucaristia il domani di Dio si cala nel presente, i prodigi legati al «meraviglioso convito» si intrecciano con il quotidiano delle comunità. La cittadina umbra di Cascia, che lega il suo nome a quello di santa Rita, accoglie nella Basilica intitolata alla religiosa agostiniana la reliquia di un miracolo eucaristico avvenuto a Siena: è il 1330 quando nella città toscana un contadino ammalato chiama il sacerdote per ricevere la Comunione; il giovane prete prende una particola e la infila nel breviario ma, giunto alla casa dell'uomo, il presbitero apre il libro e trova l'ostia tinta di sangue che ha macchiato il testo del volume. A Gruaro, nel Triveneto, un'ostia intrappolata nella stoffa dell'altare rilascia sangue nel 1294 come attesta la «sacra tovaglia» ospitata nel Duomo di Valvasone; a Canosio e Dronero, in Piemonte, il Pane spezzato ferma la pioggia e spegne un incendio nel Seicento; a Firenze nel 1595 il fuoco non intacca le particole nella chiesa di Sant'Ambrogio dove, tre secoli prima, in un calice è stato trovato «sangue incarnato»; a Morrovalle, nelle Marche, un rogo di sette ore risparmia nel 1560 l'ostia dentro una pisside; ad Assisi nel 1240 la preghiera di Chiara sul «Corpo del santo dei santi» allontana i saraceni dalla città; e a Cava de' Tirreni, nel Salernitano, la peste del 1656 cessa dopo una processione con il Santissimo Sacramento.
Intorno al «vero Pane» si sono manifestati inoltre gli angeli (come a Veroli, nel Frusinate, nel 1570) oppure è comparso il volto di Cristo (come nel santuario francescano della Verna, in provincia di Arezzo, alla fine del 1200 oppure a Ferrara dove nel 1172 l'ostia che versa sangue assume i lineamenti del Bambino). «Non finisce mai lo stupore della Chiesa davanti a questa realtà», ha detto papa Francesco il 4 giugno 2015 durante la celebrazione per solennità del Corpus Domini. E ha chiarito che «l'Eucaristia non è un premio per i buoni, ma la forza per i deboli, per i peccatori. È il perdono che ci aiuta ad andare, a camminare». Come del resto ricordano i miracoli eucaristici, "eco" del grande miracolo che si compie sull'altare durante ogni Messa.

Avvenie, 18 settembre 2016

25.9.17

La poesia del lunedì. Pier Paolo Pasolini

Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più.


Da Poesia in forma di rosa

Partito di classe. Genova 1892: il programma del partito socialista

Si svolse a Genova tra il 14 e il 15 agosto del 1892 il Congresso di fondazione del partito socialista in Italia, che in realtà in quel primo congresso si chiamava Partito dei Lavoratori Italiani. Anzi di partiti dei lavoratori italiani, con lo stesso nome, se ne fondarono due. Il congresso infatti, secondo l'uso della “sinistra” fin dalla rivoluzione francese, quando ancora non era chiamata così, si aprì con una scissione. Tema della scissione fu la partecipazione del costituendo partito alle elezioni. Gli anarchici erano contrari, rifiutando lo Stato in quanto strumento di oppressione delle classi lavoratrici, i socialisti favorevoli all'ipotesi di conquistare per via elettorale il potere, convinti di poter trasformare lo Stato. La contesa oratoria più vivace sul tema ebbe come protagonisti l'avvocato Pietro Gori, un messinese trapiantato in Toscana, anarchico, l'autore dell'inno Addio Lugano bella e Filippo Turati anch'egli avvocato, impegnato da anni nel movimento operaio milanese, tra l'altro autore dell'Inno dei Lavoratori (Su fratelli su compagne).
I congressisti, delegati di circoli, associazioni, partiti regionali, cooperative, associazioni sindacali, camere del lavoro (c'è qualche incertezza nel sistema di conteggio, ma il numero più probabile delle realtà associative che avevano inviato delegati è 324), si divisero in due gruppi.
I socialisti “elettoralisti”, che erano in netta maggioranza, dopo la riunione serale il 14 in una trattoria, l'indomani, 15 agosto 1892, convennero nel padiglione sito nel giardino della Società dei Carabinieri, lasciando agli anarchici la sala Sivori, ove il congresso era iniziato. Si discusse e si approvò in mattinata il Programma del Partito dei Lavoratori Italiani e nel pomeriggio lo Statuto che vennero collegati l'uno all'altro nel documento finale del congresso. 
Il congresso della sala Sivori fondò anch'esso un Partito dei Lavoratori, con un programma di radicale intransigenza, ma nel giro di pochi mesi questo cessò le proprie attività, essendo la forma partito estranea alla tradizione e al modo di pensare degli anarchici.
Ho tratto le notizie da un opuscolo sui primi congressi del Partito Socialista (1892-1902), pubblicato nel 1959 dalle Edizioni Avanti!, da cui riprendo integralmente le ultime righe del verbale congressuale e il testo del programma. (S.L.L.)

[…]
La seduta antimeridiana si chiuse con la votazione per acclamazione del programma del Partito.
Nella seduta pomeridiana, nel corso della quale i congressisti si adunarono per il gran caldo sotto il pergolato del giardino della Società dei Carabinieri, abbandonando il padiglione, si discusse intorno allo statuto con la partecipazione di Tanzi, Turati, Dell’Avalle, Ludovico, Fossati, Cavagna, Masini, Lazzari, Bosco, Lulli, Prampolini, Frattini, Cattaneo, Sartori, lori, Ancona, Martucci (di Bari), Sacco, De Franceschi, Brando, Garibotti ed altri. Anche lo statuto fu infine approvato.
La stesura definitiva del programma e dello statuto del Partito dei Lavoratori Italiani risultò essere la seguente:

CONSIDERANDO

che nel presente ordinamento della società umana gli uomini sono costretti a vivere in due classi; da un lato i lavoratori sfruttati, dall’altro ì capitalisti detentori e monopolizzatori delle ricchezze sociali;

che i salariati d’ambo i sessi, d’ogni parte e condizione, formano per la loro dipendenza economica il proletariato, costretto ad uno stato di miseria, d’inferiorità e di oppressione;

che tutti gli uomini, purché concorrano secondo la loro forza a creare e a mantenere i benefici della vita sociale, hanno lo stesso diritto a fruire di cotesti benefici, primo dei quali la sicurezza sociale dell'esistenza;

RICONOSCENDO

che gli attuali organismi economico-sociali, difesi dall’odierno sistema politico, rappresentano il predominio dei monopolizzatori delle ricchezze sociali e naturali sulla classe lavoratrice;

che i lavoratori non potranno conseguire la loro emancipazione se non mercé la socializzazione dei mezzi di lavoro (terra, miniere, fabbriche, mezzi di trasporto, ecc.) e la gestione della produzione;

RITENUTO

che lo scopo finale non può raggiungersi che mediante l’azione del proletariato organizzato in Partito di Classe, indipendentemente da tutti gli altri partiti, esplicantesi sotto il doppio aspetto:

1) Della lotta di mestieri per i miglioramenti immediati della vita operaia (orari, salari, regolamenti di fabbrica, ecc.) lotta devoluta alle Camere di Lavoro ed alle altre Associazioni di arti e mestieri.

2) Di una lotta più ampia intesa a conquistare i poteri pubblici (Stato, Comuni, Amministrazioni pubbliche, ecc.) per trasformarli, da strumenti che oggi sono di oppressione e di sfruttamento, in uno strumento per l’espropriazione economica e politica della classe dominante;

i lavoratori italiani, che si propongono la emancipazione della propria classe, deliberano:
di costituirsi in Partito, informato ai principi suesposti e retti dal seguente Statuto.

[...]

23.9.17

Il sogno dell'arte sovversiva. Da Caravaggio agli Impressionisti alle avanguardie (Francesca Bonazzoli)


Caravaggio, Morte della Vergine
«Con la fede nello sviluppo in una nuova generazione di creatori e di fruitori noi convochiamo l'intera gioventù e in quanto giovani portatori del futuro intendiamo conquistare la libertà di vivere e di operare opponendoci ai vecchi poteri costituiti. È dei nostri chiunque sappia dare forma direttamente e senza falsificazioni a ciò che lo spinge a creare».
Il proclama della Brücke è uno dei tanti che nel Novecento ha trasformato la storia dell'arte, da cammino ordinato verso la progressiva conquista della mimesi a percorso accidentato, compiuto a balzi all'indietro per distruggere la strada percorsa.
Per secoli il sistema delle botteghe, presso cui gli artisti imparavano il mestiere fin da ragazzini cominciando a ricopiare i disegni degli allievi più grandi, aveva funzionato come anello fluido e ininterrotto di trasmissione del sapere. Gli allievi superavano il maestro per bravura, non per conflitto. Anche quelli più dotati, come per esempio Leonardo nella bottega del Verrocchio, non si distinguevano mai in opposizione al maestro ma piuttosto come il fiore all'occhiello, degno di collaborare alla pari come fecero i due nel «Battesimo di Cristo». Le rivalità fra gli artisti esistevano ma ognuno di loro aveva la certezza di partecipare alle «magnifiche sorti progressive della pittura», ovvero di riuscire a superare il grande modello della classicità.
Caso a parte fu Caravaggio, l'unico artista che lavorò «contro», poiché pretendeva di affermare la sua pittura dal vero, «dal naturale», contro l'artificiosità manierista basata sulla consueta ripetizione dei modelli passati. Sbeffeggiato dai principi dell'Accademia, portato addirittura in tribunale a difendere la sua onorabilità di pittore e censurato dagli altari delle chiese, la sua rivoluzione durò solo una trentina d'anni e poi fu schiacciata dalla «controriforma» barocca.
Bisogna aspettare l'Ottocento per ritrovare un'analoga rottura, quando gli Impressionisti, come Caravaggio, fanno della ribellione il manifesto della loro pittura e della distruzione delle convenzioni la loro forza. Dagli Impressionisti in poi, la storia dell'arte si trasforma in una continua rivendicazione di rottura delle regole che ostacolano la creatività bloccandola in modelli ripetitivi, accademici e percepiti come vecchi. Possiamo dire che, da allora, l'arte diventa una faccenda per giovani e una liberazione dai vincoli borghesi.
Pensiamo ai secessionisti di Vienna, ai futuristi, dadaisti, suprematisti, espressionisti, cubisti, surrealisti, con tutti i loro proclami sfacciatamente giovanilisti e provocatori, il rifiuto dello storicismo e il loro disprezzo per le regole perbeniste e le buone maniere sociali. Quello che vogliono è shoccare, ribaltare il tavolo, stupire, fare «arte col martello», attirare anatemi, fino all'estrema provocazione, quella di Piero Manzoni, che a ventott'anni mette la merda in scatola e la vende allo stesso peso dell'oro.
Con le avanguardie, termine derivato dal linguaggio militare e che entra in uso proprio nel Novecento, l'arte smette di marciare al passo con lo spirito del tempo per stravolgerlo e criticarlo dal di fuori. L'artista non vuole più servire ma sovvertire. La sua ribellione è anche sociale perché scardina modelli di vita ordinata, esalta la bohème, l'anarchia, abbatte i valori consolidati. Può presentarsi anche con caratteri messianici, di rigenerazione dell'intera società, come fecero i suprematisti e, ancora negli anni Settanta, figure carismatiche come Joseph Beuys. Si sente minoranza rispetto al pensiero dominante; un antagonista, non organico al potere. Non vuole più lavorare per l'oligarchia ma per un'élite che lo comprende.
È in questo contesto che nasce anche la critica, sostituendosi alla storiografia. Oggi, però, la spinta propulsiva delle avanguardie si è esaurita. Gli artisti fanno quello che vogliono dal momento che non ci sono rimaste più regole da abolire. E poiché la ribellione artistica non ha più ragion d'essere, si è spenta di conseguenza anche quella sociale. Le uniche a sopravvivere sono ancora le grida dei critici, ultima quella di Jean Clair nel phamplet L'hivier de la culture che denuncia la degenerazione dell'arte contemporanea. Ma c'è una grande differenza: le cannonate dei critici sparano a salve perché sono rivolte contro l'arte e non contro la società, come facevano gli artisti. Le loro polveri sono bagnate perché le rivoluzioni le hanno sempre fatte, le fanno e le faranno gli artisti. Nonostante i loro critici.


“Corriere della Sera”, 24 settembre 2011

Cinque milioni di dollari. Il machiavellismo di Minniti (Rino Genovese)

Nel manuale di machiavellismo pratico, che il ministro Minniti di sicuro avrà sempre sul tavolo, a un certo punto si legge: “Se non puoi fargli la guerra, vedi almeno di comprarli”. Ed è così che l’Italia, come risulta ormai da una serie di testimonianze, avrebbe consegnato ben cinque milioni di dollari, tramite intermediari o direttamente non si sa, alla banda armata di Ahmed Al-Dabbashi detto “lo Zio”, il maggiore trafficante di esseri umani della zona di Sabratha in Libia. L’ex potenza coloniale, che in Tripolitania incendiava e impiccava, ora compra. Del resto, a quanto scrive “Le Monde” datato 15 settembre, il governo italiano aveva già trattato con “lo Zio” al fine di garantirsi la sicurezza degli impianti dell’Eni a Mellitah, a ovest di Sabratha. Un’impeccabile strategia: prima si scoraggiano, con regolamenti bizantini, le organizzazioni umanitarie dall’intervenire nel Mediterraneo in favore di profughi e migranti alla deriva, poi s’interviene “alla sorgente” dando del denaro ai trafficanti perché si riciclino come alleati nella lotta all’immigrazione clandestina.
Il problema è che tutto questo piace. Piace soprattutto al Pd che così finanzia, con soli cinque milioni dei contribuenti italiani, la propria campagna centrista delle prossime elezioni. Piace a una maggioranza di nostri concittadini che, ancorché in larga misura cattolici e perciò tenuti all’accoglienza, non ne possono più degli immigrati. Non sono molti quelli che si chiedono: ma scusate, dove finiscono gli aspiranti migranti se non in quegli stessi luoghi di detenzione e tortura, in una Libia controllata dalle bande armate, da cui, dopo mesi o anni di traversie, cercano di fuggire? Solo una piccola parte di loro riuscirà, chissà quando, ad avere il visto dell’ambasciata per fare ritorno al paese di origine (in cui certo troppo bene non dovevano passarsela per aver preso la decisione di andarsene).
Si dice – lo ha detto lo stesso Minniti – che non si possono accogliere tutti i migranti o aspiranti tali, perché bisogna anche pensare a integrarli. Ma allora che cosa si sarebbe potuto iniziare a fare con quei cinque milioni nel senso dell’integrazione? Quanti edifici scolastici si sarebbero potuti mettere in sicurezza, nello stato comatoso di un territorio come quello italiano esposto di continuo al rischio sismico e idrogeologico, all’interno di un piano – non solo italiano ma europeo – di lavori socialmente utili con maestranze composte prevalentemente da immigrati?
Al tasso di crescita demografica attuale, l’Africa alla fine di questo secolo costituirà il 40% della popolazione mondiale – al momento soltanto il 12-13%. Siamo destinati a una storia di grandi migrazioni: in parte essa è l’eredità di un predatorio colonialismo occidentale – una vicenda mai veramente conclusa –, in parte è l’effetto di un movimento inarrestabile, perfino emancipatorio, verso condizioni di maggiore benessere. La risposta politica non sta nel ridurre i flussi, che poi rispuntano per altre vie o semplicemente riprendono quando “lo Zio” avrà esaurito la sua provvista di denaro: piuttosto consiste nell’organizzarli per quanto possibile. Si aprano quindi, nei paesi africani maggiormente interessati dal fenomeno, delle “agenzie di collocamento” presso le ambasciate occidentali; si dia una speranza di futuro a quelle popolazioni martoriate con voli periodici verso l’Europa; si preparino programmi per lavori socialmente utili in cui inserire la manodopera immigrata. È la parola “integrazione” che dev’essere fatta vivere riempiendola di contenuti. E questa voce, sul manuale di machiavellismo pratico che Minniti ha a portata di mano, non c’è.


Dal sito del mensile “Il Ponte”, 16 settembre 2017

Memorie di un antifascista. L'ultimo libro del gappista Paolo (Dino Messina)

Rosario Bentivegna
È il nome più conosciuto della Resistenza romana, perché ne fu indubbio protagonista e soprattutto perché a lui il comandante Carlo Salinari assegnò il compito rischioso di far scoppiare il 23 marzo 1944 al passaggio del Battaglione Bozen in via Rasella un carrettino pieno di tritolo che uccise 32 soldati nazisti. A quell'azione, decisa da Giorgio Amendola e dal comando delle formazioni garibaldine, parteciparono dodici partigiani dei Gap (Gruppi di azione patriottica), ma Rosario Bentivegna, classe 1922, medico del lavoro e militante del Partito comunista sino al 1985, è rimasto l'unico testimone diretto dell'episodio che determinò il giorno successivo la terribile rappresaglia nazista delle Fosse Ardeatine, con 335 vittime selezionate soprattutto tra i prigionieri politici ed ebrei.
Via Rasella, con le polemiche, anche interne alla sinistra, durate oltre mezzo secolo, è il cuore del nuovo libro di Bentivegna, scritto con la consulenza della giovane storica Michela Ponzani (Senza fare di necessità virtù. Memorie di un antifascista, Einaudi, pp. 422, 20). Il saggio tuttavia non è né una cronaca di via Rasella né una storia della Resistenza romana. È anche questo, ma è soprattutto l'autobiografia di un militante del secolo delle ideologie, che ancora oggi, nonostante il fallimento del «socialismo reale», continua a dichiararsi comunista. Un «comunista antistaliniano», ma sempre ammiratore di Luigi Longo e della «spinta propulsiva» data da Palmiro Togliatti con la «svolta di Salerno».
Anche se Bentivegna ha raccontato la sua verità già in un libro apprezzato da Renzo De Felice, Achtung Banditen, edito da Mursia nell'83 e nel 2004 in una versione aggiornata, la lettura di queste «memorie di un antifascista» è utile sia per conoscere la realtà della Resistenza, sia per seguire la formazione e il percorso anche internazionale di un militante comunista negli anni della guerra fredda. Su un fatto Bentivegna ha ragione, così come hanno stabilito una serie infinita di sentenze dei tribunali: dopo l'attentato di via Rasella, non venne affisso nessun manifesto che invitava i partigiani a consegnarsi. La rappresaglia delle Ardeatine fu decisa e realizzata in gran segreto, anche se qualcosa trapelò in Vaticano. La prima notizia della strage venne pubblicata il 25 marzo sul «Messaggero», a cose fatte. Più controversa è la questione se l'attacco al battaglione Bozen fosse necessario dal punto di vista militare, come sostiene Bentivegna, per far cessare il transito di truppe naziste a Roma e di conseguenza interrompere i bombardamenti sulla capitale da parte dell'aviazione alleata.
Grato ai generosi romani che aiutarono nella clandestinità lui e i suoi compagni, Bentivegna è rimasto alla battuta del generale nazista Kurt Maeltzer secondo cui mezza Roma nascondeva l'altra metà. Così nega l'esistenza di una «zona grigia» e considera mistificazioni le ricerche di uno storico come Aurelio Lepre, che in un pamphlet del 1996 basato sulle intercettazioni telefoniche documentava le critiche dei romani all'attacco di via Rasella. Un'azione considerata un attentato terroristico, e in quanto tale «non necessaria», se non dannosa, anche dal filosofo Norberto Bobbio che negli anni di piombo ingaggiò con Bentivegna una polemica serrata. Il partigiano «Paolo», questo il suo nome di battaglia, non ha cambiato opinione. Così sembra irrigidito su vecchi punti di vista rispetto al dialogo avviato proprio sul «Corriere della Sera» con il «ragazzo di Salò» Carlo Mazzantini dopo lo storico discorso pronunciato dal presidente della Camera Luciano Violante che invitava a «capire le ragioni dei vinti».
L'ortodossia, vorremmo dire una certa rigidità del punto di vista, non toglie tuttavia interesse all'autobiografia di Bentivegna. Nelle pagine iniziali, quando racconta la vita di un giovane borghese nella Roma fascista, nel racconto dell'avventura in Jugoslavia con la Brigata Garibaldi, quando dovette schivare le pallottole dei partigiani titini. O nella narrazione dell'impresa compiuta alla fine degli anni Sessanta alla guida di un motoscafo d'altura per mettere in salvo i dirigenti del Partito comunista greco, perseguitati dai colonnelli.


“Corriere della Sera” 24 settembre 2011

Sanremo. Le care memorie di Italo Calvino (Laura Lilli)

ROMA
Di fronte alla tessera di combattente garibaldino di Italo Calvino, la signora Chichita ieri mattina, si è commossa. La tessera appartenuta al marito gliela mostrava il sindaco di Sanremo Leone Pippione, venuto a Roma insieme all' assessore alla Cultura della cittadina ligure Roberto Damiano e al professor Giorgio Bertone dell' Università di Genova. Occasione del viaggio e dell'incontro, la presentazione di un convegno internazionale di studi su Calvino che si terrà a Sanremo il 28-29 novembre. La commozione si è trasmessa ai pochi presenti (pochi, forse, perché la discussione sulla politica finanziaria obbligava i parlamentari ai loro posti). Una metà delle due prime file di poltroncine rosse e oro della Sala Rossa del Campidoglio era vuota.
Nelle altre, erano seduti alcuni giornalisti amici intimi dello scrittore, fra cui Eugenio Scalfari che più tardi, chiamato alla sprovvista, come ha detto, ad intervenire, ha ricordato i tre anni di liceo nella stessa aula e nello stesso banco. Avevano formato un gruppetto di una decina di giovani e vivevano in una sorta di simbiosi permanente. Si ponevano le Grandi Domande di tutti gli adolescenti (chi siamo, dove andiamo?) in lunghe passeggiate per corso Imperatrice. Scalfari ha ricordato, inoltre (grande segno di amicizia) che quando “la Repubblica” non aveva ancora il successo e la sicurezza di oggi, lo scrittore, che collaborava al “Corriere”, lasciò il prestigioso quotidiano milanese preferendogli quello romano, nuovo e dal futuro incerto.
Anche Scalfari era commosso. Forse Calvino è morto troppo di recente. O forse c'è sempre una sorta di pudore, che può sconfinare in un nodo alla gola nel ricordare pubblicamente uno scrittore, assai più di quanto non avvenga nel ricordare poniamo, uno architetto o uno scienziato. Lo scrittore, infatti, stabilisce con chi lo legge un dialogo segreto. E questo è tanto più vero per Calvino, scrittore magico e intimo. Comunque sia, per una volta i damaschi e le pitture seicentesche della Sala Rossa erano sgombri di retorica e di mondanità.
Non che l'ufficialità non ci fosse: il sindaco Nicola Signorello ha strappato qualche minuto alle sue riunioni mattutine (sembra che ne fossero in corso tre) per venire a salutare le iniziative di Sanremo. E telegrammi ufficialissimi hanno mandato Francesco Cossiga, Nilde Iotti, Fanfani, Gullotti, Chiarante e moltissimi altri del Palazzo.
Calvino, per la verità, non era nato a Sanremo. Ci era solo cresciuto. Era nato a Santiago di Las Vegas a Cuba, e si dichiarava sanremese anche per brevità. Il padre era un botanico nato nel 1875. A cavallo del secolo, fu lui a spingere perché nella riviera intorno a Sanremo si coltivassero non più arance ma fiori: per gli agrumi, si affacciava allora sui mercati italiani la Sicilia. Stimatissimo nel mondo anche per questa sua intuizione agricolo-economica, il signor Calvino fu invitato a dirigere una scuola di agraria nel Messico. (E botanica era anche la madre dello scrittore, una donna sarda). Con la rivoluzione messicana, la famiglia Calvino riparò per qualche tempo a Cuba, dove nacque Italo. “Un nome che - egli scrisse - mia madre, prevedendo di farmi crescere in terra straniera, volle darmi perché non scordassi la patria degli avi e che invece in patria suonava bellicosamente nazionalista. Della mia nascita d'oltremare scrisse conservo solo un complicato dato anagrafico (che nelle brevi note bio-bibliografiche sostituisco con quello più vero: nato a Sanremo), un certo bagaglio di memorie familiari e il nome di battesimo”.
Della sua Sanremo, citandola solo con tre puntini, Calvino scrisse nella speculazione edilizia, che fa parte delle opere giovanili. Guardava la città con il solito odio-amore che si ha per il luogo natale. Il sindaco si è come scusato, ieri, che il Comune non avesse potuto acquistare, in tempi andati, la sua Villa Letizia. E nella stazione climatica lo scrittore vedeva un benessere difforme, disorganico... un modo turistico di godere la vita, modo milanese e provvisorio.
[…] La sobria cerimonia della presentazione è stata più uno scavo nella memoria che una proiezione nel futuro. O meglio: i programmi sono, ovviamente, per il futuro. Ma il futuro ha un cuore antico, come scrisse Carlo Levi. Antico come la Sanremo che Calvino descriveva. Palme e mimose all'ombra delle quali vecchi e ragazze inglesi si scambiavano preziose edizioni e innaffiatoi. Poi sono venute le ruspe, e con loro i tricamere e servizi...


“la Repubblica”, 21 novembre 1986  

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