9.12.16

Papa Bergoglio ama la metafora della merda, ma non la libertà di stampa (S.L.L.)

Il sito del quotidiano “la Repubblica” pubblica senza firma una notizia che viene dalla Città del Vaticano e riguarda un'intervista rilasciata dal Papa al settimanale cattolico belga “Tertio” sul tema della comunicazione e dell'informazione.
Dalla sintesi riportata può desumersi che a Bergoglio piace la metafora della “merda”, ma non osa pronunciare la parola. Dice che i media devono essere "limpidi e trasparenti" e non devono "cadere nella malattia della coprofilia". È un modo di comunicare contorto, assai diverso da quello del Gesù dei Vangeli, che consigliava di chiamare le cose con il proprio nome, senza ricorrere a perifrasi, reticenze o eufemismi. Se la metafora della merda per indicare qualcosa di sporco ed inquinante sembra essenziale al gesuita argentino, farebbe bene ad usare la parola; altrimenti faccia a meno della metafora senza ricorrere alle parole difficili e ai termini tecnici.
Ma un gesuita resta gesuita anche se diventa papa.
La nostra ripulsa di fronte all'intervista non riguarda tuttavia solo lo stile. Ricorrentemente la Chiesa cattolica e i suoi vertici ha denunciato l'irresponsabilità dei giornalisti per attaccare le libertà di pensiero e di espressione. Era una delle argomentazioni che accompagnava nel Sillabo di Pio IX la condanna come errore del secolo della libertà di stampa. Già allora i polemisti gesuiti agitavano la bandiera della verità contro la libertà.
Analoghi discorsi negli anni 50 del Novecento si leggevano nei notiziari delle diocesi italiane come sulla “Civiltà cattolica” o sull'“Osservatore Romano”. Erano gli anni dei trionfi democristiani, del “regime clericale”: i preti, i gesuiti e i baciapile si agitavano quando “L'Espresso” o “Il Mondo” (oltre all'“Unità” e a “Paese sera”) denunciavano la speculazione edilizia nella capitale, il progressivo rimpinguarsi delle casse vaticane grazie a piani regolatori addomesticati e - all'ombra della croce - le carriere degli spregiudicati politicanti Dc, i Petrucci e gli Andreotti per esempio. Papa Pio, nel suo apostolato sulle “comunicazioni sociali”, e i suoi cardinali da tutti i pulpiti accusavano la stampa laica e di sinistra di “disinformare, calunniare gli avversari politici, sporcare la gente”, come fa il Papa attuale. A volte, quando non potevano negare la veridicità di quelle campagne giornalistiche, accusavano i giornalisti di scandalismo, di “rimestare nel fango”, di dire solo una parte della verità, di nascondere il tanto bene, le tante cose belle della vita. È, quasi con le stesse parole, il monito lanciato dall'attuale pontefice. Non parla di fango, è vero, preferisce i paroloni che alludono alla merda oggi tanto di moda nelle chiacchiere televisive e nei social network, ma è la stessa solfa. Per lui, infatti, i media devono "essere molto limpidi, molto trasparenti, e non cadere nella malattia della coprofilia, che è voler sempre comunicare lo scandalo, comunicare le cose brutte, anche se siano verità”.
Bergoglio per esemplificare parla di uomini pubblici rovinati dalle mezze verità o dal recupero di vecchie notizie su colpe già espiate.
Non si sbaglia quando denuncia la spregiudicatezza di certi “comunicatori” che usano l'informazione come strumento di lotta politica e certe campagne di disinformazione tese ad orientare l'opinione pubblica in una direzione piuttosto che un'altra. Abbiamo tutti presenti le sconcezze di Feltri e il cosiddetto “metodo Boffo” e ci sono, di sicuro, leggi da rendere più efficaci, divieti dall'esercizio da rendere permanenti per chi viola le leggi sulla diffamazione e l'etica professionale. Ma bisogna aggiungere “Wikileaks”, per esempio, è impresa benemerita e anche Vatileaks ha avuto la sua pubblica utilità; e ringraziare i giornalisti che l'hanno fatto per aver reso pubblici gli intricati affari della Curia vaticana, anche senza parlare – contemporaneamente – delle opere di bene che la Chiesa cattolica finanzia. 
Il giornalismo d'inchiesta e di denuncia è un fondamento della vita democratica: si deve pretendere la veridicità, non necessariamente la completezza. Ma per il gesuita argentino, non è così: se, ad esempio, si scopre e si denuncia che un sindaco prende tangenti dai costruttori, non bisogna tacere anche le eventuali offerte che costui fa per orfanotrofi e altre benefiche imprese. Che ragionamenti sono? La stampa è un cane da guardia e denuncia le magagne del potere, anche clericale: il giornalista ha tutto il diritto di scegliere le notizie da comunicare secondo la sua sensibilità e secondo le sue gerarchie, senza addolcirle e attenuarle. Chi ha altre verità da aggiungere per completezza e precisione deve trovare il modo di farle arrivare ai lettori e ai telespettatori, ma il giornalista in questione non ha compiuto alcun misfatto, ha solo fatto uso della propria libertà. 
È deprimente che, mentre si preannunciano leggi per spingere gli operatori dell'informazione all'autocensura con la paura di pesanti ritorsioni economiche, un papa che si presume innovatore e vicino al popolo lanci le sue accuse soprattutto contro l'informazione che denuncia i potenti e taccia, invece, di tutte le orribili, squallide e morbose disquisizioni  sui delitti più atroci della cronaca nera che riempiono di sé soprattutto il medium più popolare, la tv, la quale dedica ad essi ore di particolareggiate trasmissioni.
Ma la cosa più grave (e per me disgustosa) dell'intervista è quando Bergoglio afferma "la gente ha la tendenza alla malattia della coprofagia". Questo significa che non è cessato il paternalismo e autoritarismo cattolico, l'idea che le donne e gli uomini, specialmente nei ceti popolari, vivano in uno stato permanente di minorità, siano bambini da proteggere dai malvagi che potrebbero approfittarne e dai loro stessi bassi istinti. Non sono molto lontani gli anni in cui con la censura e la proibizione la Chiesa cercava di difendere i popolani dalla stessa istruzione, da libri, giornali, spettacoli, film; oggi, per la progressiva secolarizzazione delle società, è costretta ad tollerare libertà che un tempo considerava peccaminose, ma l'atteggiamento verso il popolo considerato immaturo e incapace di discernimento, di autogoverno, di scelte responsabili non è mutato. Verrebbe perciò voglia di rovesciare la frittata e di rivolgere a lui, al pontefice che pontifica, la beffarda domanda che il popolano di Giuseppe Gioachino Belli rivolge a un cardinale in un celebre sonetto (Er galateo cristiano): «Je piasce, Eminentissimo, la mmerda?».

8.12.16

Giuha e lo scambio di persona. Racconto popolare arabo

Il racconto che segue ha come protagonista Giuha, l'eroe di tante fiabe arabe, e non si chiude con una morale esplicita; ma non è detto che non ce l'abbia. A me pare di sì e non mi pare affatto banale. (S.L.L.)

Un giorno Giuha incontrò per strada un uomo che non conosceva. Lo fermò e incominciò a parlare con lui come se fosse stato un vecchio amico.
Quando l’uomo volle andarsene, Giuha gli chiese il suo nome.
L’uomo disse:
«Come mai mi parli con tanta familiarità, visto che neanche mi conosci?».
Rispose Giuha:
«Perdonami mio signore, ma ho visto il tuo turbante simile al mio, il tuo caftano simile al mio, e allora ho pensato che tu fossi io!».


Da Racconti popolari arabi (a cura di E. Console, C. Guttermann, S. Villata), Mondadori, 1985

La contemplazione dell'imbecillità (Leonardo Sciascia)

Una immagine dal film Todo modo (Elio Petri, 1976)
In una delle prime pagine di Todo modo di Leonardo Sciascia, don Gaetano, il prete colto e mondano che, in un eremo montano, guida gli esercizi spirituali di un gruppo di potenti, così si presenta al protagonista del romanzo, un pittore capitato in quel luogo per caso e spinto a restarvi dalla curiosità:
“... la contemplazione dell’imbecillità è il mio vizio, il mio peccato... Proprio: la contemplazione... Giulio Cesare Vanini, che è stato bruciato come eretico, riconosceva la grandezza di Dio contemplando una zolla; altri contemplando il firmamento. Io la riconosco dall’imbecille. Non c’è niente di più profondo, di più abissale, di più vertiginoso, di più inattingibile... Solo che non bisogna contemplare troppo...”.


Leonardo Sciascia, Todo modo, Einaudi, 1974

Al funerale. Una storiella ebraica

Funerale ortodosso in Israele
Due ebrei vanno al funerale del comune amico Frankl.
Dice il primo:
"Povero Frankl, aveva fatto un'assicurazione sulla vita tre mesi fa e, tac!, muore d'infarto".
Dice il secondo ebreo:
"Non sono affatto d'accordo con te. Frankl aveva un fiuto straordinario per gli affari!".

da Storielle ebraiche (a cura di Ferruccio Folkel) BUR, 1988

Dov'è la destra dov'è la sinistra (S.L.L.)

Chiunque abbia un po' di esperienza del mondo sa che i "voucher" impediscono di fatto la repressione del lavoro nero e ne consentono la perpetuazione. Non credo che aumentino l'occupazione, di sicuro aumentano lo sfruttamento senza regole.
E tuttavia vedo gente che si definisce di sinistra difendere questa vergogna. Deve essersi perso del tutto il senso dell'orientamento.

stato fb, 7 dicembre 2016

Social network. Rimozioni, ghetti e risse (S.L.L.)

Ho rimosso due commenti a un mio post in guerra tra loro, uno di un mio caro amico personale, simpatizzante di Berlusconi, l'altro di una persona che conosco solo per via telematica - un appassionato sostenitore di Renzi. C'era in quei commenti un eccesso di aggressività, una tendenza a buttarla in scontro, che non mi pare di nessuna utilità. Confrontarsi, anche duramente e criticamente, sui social per far capire meglio le proprie ragioni e capire meglio quelle degli altri, per convincere e convincersi, mutando opinione quando lo si crede giusto. è cosa che arricchisce tutti e forse aiuta tutti a vedere meglio le cose. Trattarsi da nemici, invece che da interlocutori, serve solo ad aumentare le distanze, a far crescere odi e rancori e tutto ciò non mi pare un bene. Ce n'è già tanto odio in giro.
Non romperò l'amicizia telematica con quelle due persone. Mi limito a pregarle di fare attenzione al linguaggio, ma voglio conservare i rapporti con loro in rete. Ho paura che i social producano dei recinti circoscritti, entro cui stanno persone che la pensano più o meno allo stesso modo e che si dicono "mi piace" l'uno con l'altro. Anche questo è un uso della rete che aumenta le distanze tra le persone, che impedisce l'ascolto reciproco e il dialogo.
Il confronto funziona solo ci sono le differenze di vedute, piccole o grandi che siano, e quando c'è - insieme alla giustificata passione per le proprie convinzioni - anche il dubbio che anche gli altri possano avere, su questo e quel punto, fondamentale o secondario, ragione.

Aggiungerò una cosa. Uno degli aspetti più deleteri di come è stata gestita questa vicenda della Riforma costituzionale, da Renzi e dai suoi collaboratori innanzitutto, ma anche da non pochi oppositori, è stata la creazione di barriere artificiose tra i cittadini. L'idea di una palingenesi o di una apocalisse ha creato un clima pessimo, con lacerazioni all'interno delle famiglie e tra amici cari e stimati. Uno - anche se forse l'una e l'altra valutazione sono esasperazioni polemiche - può legittimamente credere che la riforma appena bocciata fosse una sorta di rivoluzione della velocità e dell'efficienza contro la vecchia Italia dei gufi e delle caste oppure che fosse una specie di golpe contro la Costituzione antifascista condotto da una banda di arrivisti e ispirato da poteri forti internazionali. Ma se nel dialogo l'uno aggredisce l'altro accusandolo di servire oscuri interessi per perseguire non si sa quali vantaggi o per totale idiozia, il dialogo è finito e comincia la rissa. E di risse, perdonatemi, io non sento proprio il bisogno.

Vita spericolata (S.L.L.)

Non sono mai stato un fan di Vasco Rossi e su certe sue canzoni, tipo "Bollicine", ho avuto il dubbio di una - non so quanto volontaria - compiacenza con la cultura della droga. Ma questa mi pare un capolavoro, mi pare che esprima meglio di tante altre canzoni e poesie una situazione storica e sentimentale, una sensibilità, un sogno generazionale.

stato fb, 7 dicembre 2016

7.12.16

Aldo Capitini. Intransigenza e rispetto (S.L.L.)

In Capitini mi piace il legame che c'è tra l'intransigenza sui principi che fa di lui un radicale, se non un estremista, e il rispetto autentico per tutte le persone e per tutte le convinzioni motivate. Questa amplissima tolleranza è funzione di quella sua intransigenza egualitaria, libertaria e democratica. E' questo il "potere di tutti", ma proprio di tutti, tutti, tutti, nessuno escluso.

Il giocatore. Una poesia di Pasquino Perugino

Se tu punti tutto, come un baro,
su un sol numero, amico caro,
è inutile che poi fai la lagna,
scrivi cento volte alla lavagna:


la riforma costituzionale non può essere governativa, la riforma costituzionale non può essere governativa, la riforma costituzionale non può essere governativa, la riforma costituzionale non può essere governativa, la riforma costituzionale non può essere governativa...

dalla pagina fb di "Pasquino perugino"

Il referendum costituzionale del 2001 (S.L.L. - stato fb)

Mi viene in mente un altro referendum costituzionale confermativo, quello in cui - purtroppo - passò il Sì. Era il 2001. Il centro-sinistra, sferzato dal candidato premier, il sindaco di Roma appena dimissionario, Francesco Rutelli, aveva approvato, appena in tempo, l'ampia riforma del Titolo V della Costituzione, che assegnava ampi poteri alle regioni.
A Rutelli, dati i tempi stretti, era stata concessa la facoltà di scegliere lui tra l'approvazione di una seria legge sul conflitto di interessi, approvata da un ramo del Parlamento ma rimasta a lungo nei cassetti, e la riforma costituzionale, cosiddetta "federalista", cui mancavano gli ultimi passaggi parlamentari. Scelse il "federalismo" regionale nella speranza di frenare il successo al Nord del Popolo di Berlusconi e della Lega, appena rientrata nell'alleanza di destra dopo la fase "secessionista" dei riti magici sul Po; e anche per non alimentare, con la legge sul conflitto di interessi, il vittimismo di Berlusconi.
Le elezioni andarono secondo le previsioni. L'Ulivo, senza Rifondazione, guidato da Rutelli perse (forse meno male di quanto ci si aspettasse), ma costui riuscì a trasformare in partito l'alleanza elettorale della Margherita, perdendosi solo i mastelliani e qualche "popolare" di peso (Geraldo Bianco, per esempio): aveva tra i suoi pupilli il giovanissimo Matteo Renzi, esponente a Firenze del PPI, di tradizione fanfaniana.

Qualche mese dopo le elezioni, il 7 ottobre 2001,si svolse il referendum confermativo richiesto dalle Regioni di centro-destra. Bossi, al tempo potente ministro delle Riforme, disse, spalleggiato dai berlusconidi, che quel referendum non contava niente, che il nuovo governo avrebbe realizzato il vero federalismo attraverso la "devolution". I Sì risultarono i due terzi dei voti validi, ma a votare andò appena il 34% dell'elettorato.

Cronaca di un incidente stradale (Romano Luperini)

Tempo bello, strada solitaria, sempre la stessa, percorsa migliaia di volte, l’auto che scivola tranquilla. Andavo a un appuntamento in ospedale per curare una polmonite.
Ho imboccato il ponte sul fiume, stretto, a senso unico alternato. Sono le 11,10, in anticipo, posso procedere a velocità medio-bassa.
Poi non ho avuto più alcun pensiero. Il sangue mi inondava la faccia e mi scorreva sulla mano sinistra, il fumo usciva dall’airbag afflosciato sul volante. Davanti a me sul ponte una coppia di pedoni, un uomo e una donna, terrorizzati, mi gridavano da lontano di uscire fuori. Stavano attenti a non avvicinarsi: «La macchina sta prendendo fuoco, rischia di cadere nel fiume», urlava lui. «Ma no», dico io ancora seduto al posto di guida, «non è la macchina che prende fuoco, è l’airbag che fuma». Ed esco dall’auto. Dopo qualche passo sul ponte mi volto: la macchina ostruisce la strada sbarrandola, la parte posteriore è rialzata, sollevata sulla spalletta del ponte, sospesa nel vuoto. Mi siedo su un paracarri, mando un sms al medico con cui avevo appuntamento. Intanto è venuta gente, avevano chiamato i carabinieri, i vigili urbani, i pompieri, l’autoambulanza, mia moglie a scuola. Una conoscente mi ha fatto sedere nella sua auto, mi ha allungato dei fazzolettini di carta per tamponare il sangue che usciva dal viso (dal naso?) e da un taglio profondo sulla mano sinistra. Un dolore acuto al torace.
Quasi subito è arrivata l’autoambulanza, si sono accertati che fossi lucido. Lo ero. Allora mi hanno immobilizzato sulla tavola spinale, mi hanno messo intorno al collo un collare protettivo. Ma immobilizzarmi supino è stata operazione inaspettatamente lunga e complessa. Erano quattro o cinque ragazzi, volontari, litigavano fra loro, si lamentavano che i legacci non arrivavano. L’autoambulanza poteva ripartire solo dopo che fossi stato legato nella posizione giusta. E’ passata così una mezz’ora. Su quella tavola, dura, rigida, scomodissima, la schiena che mi doleva anche più del petto. Quando questa operazione si è conclusa, si è fatta avanti la dottoressa, mi ha battuto sull’addome, poi ha detto che doveva fare l’elettrocardiogramma. Ma la macchina non funzionava, il pennino, mi ha informato, non scriveva il tracciato. Allora si è limitata a provarmi la pressione, regolare, 80-130. Finalmente siamo partiti, ogni scossa una fitta, dolorosissima.
Al pronto soccorso per lungo tempo non ho visto nessuno. Mi avevano collocato in una stanza sotto una luce vivida, disteso, immobilizzato sulla spinale. Non potevo guardare intorno, solo in alto un pezzo di soffitto. Dietro di me qualcuno si lamentava ma non potevo vederlo. Mi avevano spogliato, avevo freddo, ma non passava un infermiere. E poi dovevo andare a urinare, e non potevo. Avevo sete, la bocca secca. Sono trascorse così più di due ore, forse tre. Quando ho intravisto una infermiera mi sono lamentato, e lei passando rapida ha risposto: «Non gliel’ho mica detto io di uscire di strada con la macchina». Finalmente è arrivato il medico con cui avevo appuntamento all’ospedale, aveva capito che ero al pronto soccorso ed è venuto a cercarmi. Si è dato da fare per “velocizzare le operazioni”, ha detto. E infatti, dopo un’altra mezz’ora, mi hanno trasportato sempre immobilizzato su quella atroce barella per corridoi gelidi attraversati da correnti d’aria fredda. Meno male che quella mattina andavo in ospedale per finire di curare un polmonite che sembrava in via di guarigione. Arrivati in un’altra sala, mi hanno fatto la radiografia del torace, del collo, del naso e della mano sinistra. e mi hanno riportato al posto di prima. Dopo non so quanto tempo (mezz’ora, un’ora?) un infermiere anziano, con la barba brizzolata, mi ha tolto dalla tavola spinale, mi ha fatto scivolare su un lettino, finalmente respiravo, mi ha dato una coperta, mi ha permesso di andare in bagno. Erano le 16,30, già passate cinque ore dall’incidente. Poi, di nuovo per corridoi ventosi: ecografia all’addome; infine, da un’altra parte, ecocuore. E’ tornato il medico amico che mi ha dato qualche informazione sui risultati, sino allora nessuno mi aveva detto nulla: frattura dello sterno. «Fra poco, vedrai, ti manderanno a casa». Ma non era finita. Mi hanno riportato nella saletta iniziale: altro interminabile tempo morto. Infine arrivano una dottoressa giovane e una infermiera e aiutandosi a vicenda, non senza incertezze e tensioni, saturano la ferita. La dottoressa prende il cellulare e fotografa la mano ricucita. «Mando la foto al mio fidanzato, lui è un chirurgo», dice, «dieci punti», aggiunge soddisfatta. Intanto un altro medico scrive le dimissioni e con l’altoparlante chiama mia moglie che venga a prendermi. Sono le 18,45, sono passate più di sette ore dall’incidente. Nessuno mi ha dato un bicchiere d’acqua.
Durante la notte mi torna la tosse, profonda, cavernosa.
Apparentemente, dicono i carabinieri, non è possibile trovare una causa dell’incidente. Ma Eros e Thanatos, si sa, sono in eterno conflitto fra loro, e, quando Thanatos prevale, il principio autodistruttivo trova comunque la sua strada.

Dal sito “La letteratura e noi”, 3 dicembre 2016.

1948. Scende in campo l'armata di Cristo (Gianni Corbi)

Una brillante e gustosa ricostruzione giornalistica della campagna elettorale del 1948, che segnò la nascita dell'Italia democristiana. (S.L.L.)

Ancora oggi quarant'anni dopo politologi ed esperti di mass-media s'interrogano sulla campagna elettorale del 1948. Quella, per intenderci, che vide la sconfitta dei socialcomunisti e la nascita di quell'Italia democristiana che ci governa ininterrottamente da quattro decenni.
L'Italia, in effetti, comincia a diventare democristiana nelle ultime settimane del febbraio 1948. È in quei giorni che attorno alla Dc, a De Gasperi, ai suoi uomini più rappresentativi si va formando un consenso elettorale che andrà ben oltre ogni prevedibile aspettativa. Eppure in quelle convulse giornate a cavallo tra l'inverno e la primavera le forze in campo sembrano equilibrate e con pari probabilità di vittoria. Da una parte il Fronte democratico popolare guidato da Togliatti e da Nenni che ha raccolto complessivamente nelle elezioni per la Costituente del 2 giugno 1946 più del 40 per cento dei voti; dall'altra, c'è la Dc che, con il suo 35,18 per cento è diventata la calamita e il centro propulsore di uno schieramento anticomunista e proamericano che va dai socialdemocratici ai liberali. In più ci sono alcuni milioni di voti incerti e vaganti che bisogna assolutamente conquistare.
La forza d'urto del Fronte è naturalmente costituita dai comunisti. Con i suoi 2.283.000 iscritti, le 8.700 sezioni, le 36.000 cellule, il suo compatto nucleo dirigente di rivoluzionari professionali, il Pci acquista fin dalle prime battute il ruolo di leader indiscusso. Il Psi che pure il 2 giugno con 4.758.129 voti si è confermato il secondo partito italiano segue con una certa fatica. I suoi dirigenti sono divisi. Molti militanti mugugnano per il blocco elettorale con i comunisti. L'otto febbraio, infine, un'altra brutta notizia. Alcuni dirigenti di fama e di grande passato, Ignazio Silone, Ivan Matteo Lombardo, Aldo Garosci, abbandonano il Fronte e danno vita all'Unione dei socialisti italiani.
La prima scaramuccia si risolve in un netto successo del Fronte. Il 15 febbraio, durante un turno di elezioni amministrative a Pescara, il blocco socialcomunista più alcuni ex repubblicani e indipendenti di sinistra guadagnano circa 4000 voti rispetto al 2 giugno e ottengono addirittura la maggioranza assoluta in consiglio comunale. Per Nenni è un segnale augurale di successo. Scrive infatti nel suo diario: “Ho chiuso stasera a Pescara la campagna elettorale del Fronte. Se debbo giudicare dal successo del discorso la vittoria è sicura”. Più enfaticamente Paolo Bufalini commenta invece su “Rinascita”: “A Pescara il Fronte ha dato la sua prima grande battaglia e l'ha vinta. Il significato politico di questa vittoria è oramai pacifico nella coscienza delle masse popolari e di tutto il paese”. A Pescara si sperimenta per la prima volta la durezza dello scontro elettorale. Al qualunquista Zampaglione che aveva affisso manifesti volgari invitandolo ad un pubblico contraddittorio, il mite Umberto Terracini risponde: “Si faccia prima il bagno il signor Zampaglione”.
Comizio dopo comizio crescono la virulenza polemica e le grandi grossolanità della propaganda. In un manifesto il nome di Togliatti appare in mezzo a macchie grondanti sangue. In un altro la sua testa è schiacciata sotto gli zoccoli di cavalli al galoppo. In certi bollettini parrocchiali la sigla F.D.P. (Fronte Democratico Popolare) viene tradotta in Funerale di Palmiro: Agnosco stilum Romanae Curiae è il commento sarcastico di Togliatti.
Nessuno neppure l'acuto e lungimirante segretario del Pci poteva però prevedere quale sarebbe stato l'apporto della Romana Curia nella campagna elettorale. Dopo un'accurata preparazione durata molti mesi la Chiesa e il suo pontefice Pio XII in prima persona scendono in campo schierando a fianco della Dc un vero e proprio esercito fiancheggiatore. L'otto febbraio è Luigi Gedda presidente dell'Azione Cattolica a dar battaglia mobilitando i Comitati civici, una formazione di sostegno elettorale che può contare sull' appoggio di 22.000 parrocchie e di 300.000 attivisti. I Comitati civici confermerà molti anni dopo Giulio Andreotti ad Antonio Gambino hanno svolto un'azione preziosa: “Anche il linguaggio usato nei loro opuscoli, slogan come coniglio chi non vota hanno avuto un ruolo notevole nello scuotere gli strati più assonnati della popolazione e nel creare quindi le premesse di quel voto di massa da cui è dipeso il nostro successo elettorale”.
Una volta costituita la massa d'urto anti-Fronte, bisogna fornire al nuovo esercito una adeguata motivazione ideologica. Ed ecco pronti a intervenire i più grossi calibri della Chiesa. In prima fila Pio XII che abbonda in discorsi e perfino in apparizioni in pubblico. Ai lati del papa, due cardinali terribili: l'arcivescovo di Milano Ildebrando Schuster che ordina ai suoi sacerdoti di non dare l'assoluzione ai comunisti o ad altri aderenti contrari alla religione cattolica. E l'arcivescovo di Genova Giuseppe Siri che non ha la mano meno pesante.
Sull'altro fronte non difettano certo l'attivismo dei militanti e la mobilitazione delle macchine di partito. Alla inaspettata violenza degli avversari si cerca di rispondere con un apparente maggiore fair play. La direzione del Pci invita, per esempio, a non accettare lo scontro frontale; ordina alle federazioni di non dare carattere di partito alle manifestazioni del Fronte; consiglia di non mettere troppo in mostra bandiere rosse, falci e martelli e di valorizzare quanto più possibile la faccia barbuta, virile e bonaria di Giuseppe Garibaldi. A Roma, seguendo queste indicazioni, i primi manifesti che annunciano i comizi del Fronte sono stampati su carta azzurra, pervinca, rosa pallido, beige, giallo canarino, bois de rose, viola, verde pisello. Questa difficile pratica dell'understatement non impedisce ai propagandisti del Fronte di usare qualche volta toni pesantissimi. Sull' “Unità” del 17 marzo, per esempio, si può leggere questo titolo a caratteri cubitali con didascalia: Sferzante risposta di Longo all'ex deputato austriaco De Gasperi: Se si deve parlare di un partito, di un uomo, di un governo che è asservito allo straniero, questo governo è il governo presieduto da De Gasperi. Si punta molto sulla pace e sulle provocazioni della polizia di Mario Scelba. Selvaggia spedizione poliziesca contro Firenze. Perché? Non vogliono le elezioni, è un altro titolo indicativo dell' “Unità”.
Nenni è il più battagliero, il meno propenso ai compromessi, più disposto di Togliatti a rintuzzare con argomenti pesanti la propaganda avversaria. “Pranzato con Togliatti. - scrive nel diario il 2 marzo - Sulla situazione generale pensa come me che dobbiamo vincere o in ogni caso rasentare la vittoria. Mi è sembrato un po' incline a preferire l'opposizione che io stimo pericolosissima”. Nenni, e in parte anche Togliatti, non si rendono conto del carattere totale che i capi democristiani e la Chiesa di Pio XII stanno imprimendo alla campagna elettorale. Inutilmente Nenni e con lui i propagandisti del Fronte si affannano a ripetere che le elezioni non si combatteranno per Cristo o contro Cristo, per l'America o contro l'America, per la Russia o contro la Russia. Le elezioni si faranno per i consigli di gestione, per la nazionalizzazione dei grandi complessi industriali, per la riforma, per la questione meridionale, per tutti i problemi che la classe borghese ha eluso per mezzo secolo.... Questioni importanti, verità anche sacrosante, ma che fanno poca presa sui futuri elettori, soprattutto su quelli ancora incerti. Di fronte alla scomunica, ai preti e ai caschi blu dei Comitati civici di Gedda, alle prediche roboanti e apocalittiche di padre Lombardi detto il microfono di Dio, l'arsenale propagandistico della sinistra dispone di vecchi archibugi per fronteggiare un'armata provvista di moderni cannoni. La battaglia è impari.
Come contrattaccare? Le teste d'uovo del Fronte pensano di avere trovato l'arma vincente. All'esercito raccogliticcio e sanfedista della Dc, il Fronte contrapporrà il fior fiore del pensiero laico, le menti più illuminate della cultura italiana. La mobilitazione, la caccia all'intellettuale frontista è considerata dai dirigenti del Psi e del Pci molto importante, ma assume, per la fretta e la frenesia con cui viene condotta, aspetti pittoreschi e qualche volta umoristici. Le adesioni sono indubbiamente di prestigio e coprono l'intero arco culturale. Si va da Artuno Carlo Jemolo a Lionello Venturi, da Pietro Pancrazi a Manara Valgimigli, da Gabriele Pepe a Massimo Mila, da Luigi Russo a Silvio D'Amico, da Roberto Longhi a Giacomo Devoto, da Alba de Cespedes a Cesare Zavattini, da Giacomo De Benedetti ad Alberto Savinio. In pratica quasi tutte le vecchie e le nuove leve della cultura, dalla pittura al cinema, dalla letteratura al mondo accademico, aderiscono in modo più o meno convinto all' Alleanza per la difesa della cultura. Non mancano gli equivoci e i contrattempi. Sull' “Europeo” del 7 marzo si legge: “Tutti i manifesti dell' Alleanza, per esigenze alfabetiche, cominciano con la firma di Corrado Alvaro e finiscono con quella di Cesare Zavattini, per cui si dice che l'intelligenza italiana è sempre presente quando si tratta di firmare: presente, dall'Alvaro allo Zavattini”.
La battaglia delle firme non è indolore. Alcuni ritrattano, altri dicono di essere stati tratti in inganno, altri ancora, come Guido De Ruggiero, scrivono ai giornali lettere per chiarire bene il significato politico della loro adesione. Ernesto Rossi su “L'Italia Socialista” commenta in modo feroce l'adesione in massa degli intellettuali: “In Jugoslavia i dirigenti comunisti chiamano questi intellettuali Koristni Nevini' (gli utili idioti). A Firenze dicono: Pei bischeri non c' è paradiso”.
Togliatti invece è molto soddisfatto dell'adesione di tanti intellettuali famosi. Accentua, se possibile, la sua polemica con un De Gasperi austriacante ed oscurantista, fornito di una cultura papalina e retriva, così aliena dalla tradizione italiana. In quei giorni, scrive Gorresio, Togliatti se la prende di nuovo con De Gasperi che in un discorso ha accennato di sfuggita alla incomprensibilità di Beethoven. “Ogni volta che lo ascolto - scrive Togliatti riferendosi al presidente del Consiglio - che leggo le sue parole, più lo sento distante dall'animo nostro di latini, che Beethoven siamo capaci di godere nella successione dei ritmi suoi aerei, senza concedere al nordico costume che anche nella musica sua divina introduce tenebrose interpretazioni e finzioni”. “L'articolo - scrive Gorresio - è apparso il 18 febbraio 1948 e quella prosa raffinata aveva per titolo I misteri del Cominform”. Gorresio ricorda però che l'improvviso amore di Togliatti per gli intellettuali è un po' tardivo e sospetto. Non è stato lui a scrivere, nella prefazione alle Memorie di un barbiere di Germanetto, che i letterati italiani sono sempre stati nella loro grande maggioranza una masnada di giullari che servono un padrone e si fanno gli sberleffi l'un l'altro per divertirlo?
Ma non è certo la mobilitazione degli intellettuali progressisti che può arginare l'avanzata delle armate papaline e democristiane. O con Cristo o contro Cristo non è soltanto uno slogan. È il collettore di sentimenti largamente diffusi che la barba e il volto sorridente di Garibaldi non riescono ad esorcizzare. Poi le Madonne cominciarono a piangere. La prima a muoversi, e a lacrimare, è la statua della Vergine posta sulla facciata del santuario di Santa Maria degli Angeli ad Assisi. Il Messaggero scrive: “Mentre l'aureola, fissata alla statua, e formata da numerose e potenti lampadine rimane immobile, il volto della Madonna accenna a muoversi da destra a sinistra, nel mentre che il torace si solleva come in un respiro affannoso. Il fenomeno non avviene in modo continuativo, ma solo di tanto in tanto ed è scorto contemporaneamente da tutti i presenti...”.
Poi la Madonna appare a un gruppo di contadini di Rocca San Felice nel Napoletano, a Sant' Angelo dei Lombardi, a Piano San Lazzaro nell'Anconetano, mentre altre Madonne di Lourdes compaiono e scompaiono nel Cuneese, in Garfagnana, a Valdottavo, a Cagliari. Prodigi a catena, Cristi che sanguinano, Santi che si lamentano con ritmo sempre più incalzante. “Al punto - scrive Mino Guerrini - che perfino il diffidentissimo Sandro De Feo dovette muoversi da Roma ed arrivare a Napoli per ispezionare il corpo di suor Giuseppina di Gesù Crocifisso, ancora intatto e senza fetore dopo quindici giorni. Lo scrittore annusò e sentì, al massimo, un odor di santità” . Del resto, perché meravigliarsi? Non è stato forse lo stesso cardinale Schuster ad annunziare che la lotta del drago infernale contro il Cristo e la sua Chiesa è entrata nella sua fase disperatamente acuta? Satana, secondo che insegna San Giovanni nell'Apocalisse, sa che gli resta poco da vivere. Siamo arrivati alle ultime settimane di febbraio. La strada per giungere al 18 aprile è ancora lunga. Mancano circa sei settimane al traguardo. Saranno quaranta giorni movimentati, pieni di avvenimenti e di colpi di scena sotto gli occhi dell'opinione pubblica mondiale che attende con ansia l'esito delle votazioni.


“la Repubblica”, 5 aprile 1988  

Parole al vento. La retorica e l'arte della citazione (Guido Almansi)

Guido Almansi (1931-2001)
C'è una differenza fondamentale tra la critica delle arti visive e dello spettacolo da una parte, e quella letteraria dall'altra; si tratta del diritto alla citazione, che è un privilegio quasi esclusivo di quest'ultima. Se io scrivo su una poesia, o su un romanzo, il modo migliore per esprimere la mia opinione è la citazione, con la quale cerco di convincere il mio lettore della genuinità e della validità del mio entusiasmo o del mio disprezzo. Una tonnellata di giudizi critici, magari suffragati da una fortissima impostazione teorica, non potranno mai avere la forza d'urto di una citazione, se impiegata bene e sostenuta da una presentazione, come dire, fervente.
A quelle anime mediocri che continuano a disprezzare per motivi moralistici la poesia del Seicento, di Giovanbattista Marino per esempio, o a quelle anime pusille che non riconoscono la grandezza sublime della poesia di Montale, basta sbattergli in faccia la citazione; come potete negare la luminosità di quel verso, la seduttività di quella strofa? E, se lo fanno, devono prendersi la responsabilità: non verso un'entità astratta, come la lirica di Marino o la poesia di Montale, ma verso la forza dirompente di quella particolare combinazione di suoni, distorsione di sillabe, trasposizione di concetti che formano la spina dorsale di una poesia.
Sul fronte opposto, se si vuole convincere il lettore o l'ascoltatore della volgarità di un poeta o di uno scrittore, la cosa migliore è sempre citarlo. Io posso proclamare ai quattro venti che Aldo Busi non è uno scrittore, ma queste dichiarazioni generiche non avranno mai l'impatto di una citazione dai suoi libri: quelle dune torride, quegli aggettivi basici della scrittura busica che sono segno lampante della modestia stilistica e della inesistenza estetica del romanziere. Certo, esiste anche la citazione in malafede, fuori contesto, che può per esempio celare brutalmente la coloritura ironica di una frase, di un brano di dialogo, ma qui entra in gioco l'elemento di rischio: rischio dell'onore e della dignità professionale di un critico. Se io attacco Guido Gozzano perché scrive una frase come Ti piacerebbe morire?, ignorando il fatto che queste parole sono messe in bocca a un'educanda appena uscita di convento che si rivolge a un'altra educanda nella poesia L'amica di Nonna Speranza, io posso ottenere un vantaggio momentaneo nel dibattito critico, ma a lungo andare devo essere sconfitto perché la mia citazione è in malafede. In ultima istanza, la prova decisiva è la citazione.
Ahimè, quando ho cominciato a fare il critico teatrale, mi sono accorto che questa arma bianca, questa arma da taglio, la citazione, con cui potevo difendermi dagli avversari e contrattaccare, sostenendo le mie posizioni con infilzate, fendenti e a fondo, non era più a mia disposizione. Certo, a esaltazione o a scorno di un testo teatrale, posso a volte citare una battuta come segno della grandezza o della piccolezza di un testo; ma, mentre in letteratura è proprio la citazione il punto cruciale del discorso critico, nella critica delle arti visive o dello spettacolo la citazione ha un ruolo assolutamente secondario. Io ho un bel criticare la cadenza reboante ma monotona di un attore, l'insensibilità critica di una lettura, la volgarità di un'interpretazione: le mie parole sono suoni al vento perché non posso citare. Da qui, la necessità di un maggiore apporto della retorica nel discorso del critico d'arte, di teatro o di cinema.
Qui parlo del critico militante: non del critico d'arte che illustra l'iconografia di un quadro, del critico di teatro che sbroglia la matassa delle fonti di una commedia shakespeariana, del critico cinematografico che mi spiega l'ideologia di Tornatore o di Tavernier. Parlo del critico d'assalto che va a vedere una mostra, uno spettacolo teatrale, un film, come un corrispondente di guerra sulla linea del fronte, e fa un reportage della sua esperienza. Questo professionista della critica è costretto dall'impossibilità di citare a ricorrere a una serie di manovre retoriche, che sono spesso puri sostituti della citazione.
Mi è capitato recentemente, per motivi editoriali, di rileggere sia le mie critiche di libri, sia quelle teatrali, degli ultimi anni. Nel confronto fra i due generi giornalistici, mi sono reso conto quanto fosse più alto il tasso di retorica nelle mie critiche teatrali; c'erano più iperboli, più paragoni, più paradossi, più litoti, più ossimori. In generale, l'uso del linguaggio era più metaforico. Questa non è la scoperta dell' America; è una costatazione empirica da parte di un critico che fa due mestieri. Credo che il problema della necessità della retorica sia altrettanto vero tanto per la critica cinematografica quanto per quella teatrale, e mi interesserebbe sapere se questa mia preoccupazione per gli eccessi retorici dovuti all'assenza della citazione sia condivisa dal fronte della critica cinematografica. E qui avrei una proposta. Da quando ho fatto la collazione fra le critiche letterarie e quelle teatrali e mi sono reso conto della sovrabbondanza retorica in queste ultime, mi sono preso l' impegno di eliminare un artificio retorico, uno e non di più, dalla versione finale di ogni mia recensione teatrale prima di mandarla al giornale. Forse così gli articoli peggioreranno, non lo so, ma la mia rimane una proposta che offro, per quello che vale, ai colleghi di cinema.


“la Repubblica”13 luglio 1990  

Terapia coatta (S.L.L. - stato di fb 6 dicembre 2016)

Leggo una riflessione di Maria Prodi, una delle tanti nipoti del professore, che vive e insegna a Perugia. A differenza di altri piddini, la Prodi si interroga sulle ragioni del NO. Scrive: "Sarebbe interessante capire quali sono le abituali fonti informative che usano i ragazzi che hanno votato in massa no. Molti di loro usano solo fb o altri social come notiziario. Non hanno altre fonti".
La colpa della sconfitta insomma sarebbe di Internet, non di una riforma costituzionale pessima e dell'impopolarità di un governo che l'ha sostenuta ricorrendo a tutti gli strumenti di pressione possibili e immaginabili.

Se fosse giusta la diagnosi, si potrebbe rimediare rapidamente: per esempio imporre per legge a tutta la gioventù riottosa una terapia coatta: 5 ore di telegiornali e talk show al giorno nelle tv generaliste. Oppure più drasticamente riservare fb e social ai vecchietti e proibirli per tutti gli altri.

Orribile (S.L.L. - stato di fb 6 dicembre 2016)

C'è qualcosa di sconvolgente in alcune reazioni al voto referendario all'interno del Pd, nella parte più vicina al premier sconfitto.
Nel No alla riscrittura della Costituzione sono confluiti, senza dubbio, un pezzo di elettorato stabilmente ancorato a destra, un pezzo di elettorato di sinistra e infine una parte di elettorato, forse la più ampia, che - in questi tempi di crisi - non ha riferimenti politico culturali certi e che si muove dal non voto al voto e che cambia spesso voto nelle elezioni politiche o amministrative con una preferenza per 5 Stelle.
Gli studiosi di flussi dicono che nel No confluisce tanta parte della gioventù incerta per il proprio avvenire e sospettosa verso il dirigismo un po' autoritario che la riforma costituzionale prospettava mentre, paradossalmente ma non troppo, il SI vince tra i più vecchi e i più garantiti.
A queste prime letture la risposta non è stata: "come riaggiustiamo la nostra proposta politica per rispondere a questa sofferenza, pericolosa per la stessa tenuta democratica?". E neppure: "Come facciamo a convincere una parte importante di questi nostri connazionali della bontà della nostra proposta? ". E' stata invece: "Come facciamo a governare lo stesso, senza conquistare il consenso della maggioranza? Quale trucco e quale tattica ci inventiamo per ottenere i pieni poteri con un consenso minoritario?"

Orribile!

Il proclama di Sgarbi (S.L.L. - stato di fb 6 dicembre 2016)

Eccitati dal proclama di Sgarbi "RENZI HA VINTO", i fans del presidente del consiglio si dicono l'un con l'altro "la spallata decisiva sarà la prossima" e incoraggiano l'azzardo. Ci avviamo a una campagna elettorale orrenda.

Governo (stato di fb 5 dicembre 2016)

Come spesso succede, continueranno per un po' le esasperazioni propagandistiche del prereferendum. Dicono "Adesso lo facciano loro, Grillo, Brunetta, Fassina, Salvini, D'Alema il governo". E per giunta ci mettono Casa Pound, come se avesse una rappresentanza parlamentare.
Come dire che la faziosità offusca il cervello di persone che sono normalmente di assoluto buonsenso.
Nel 47 DC, PSI, PCI votarono insieme la Costituzione mentre il confronto tra Scudo Crociato e Blocco del popolo si faceva durissimo; altro che governo insieme. Quelli dell' "accozzaglia" tra loro neanche si parlano, non hanno dovuto trovare alcun accordo su alcunché; si sono limitati a votare No alla riscrittura della Carta, ciascuno per conto suo e per ragioni sue.
Se c'è una difficoltà politica, meglio sarebbe imputarla all'avventurismo di Renzi e di Napolitano, per la riforma della Costituzione che hanno escogitato e per l'azzardo di impegnare direttamente il governo nella stesura delle regole di tutti e per tutti.
Quanto al governo da fare - perché bisogna farlo - è ovvio che la responsabilità preminente è del Pd, che conserva alla Camera l'ampia rappresentanza conseguita al tempo di Bersani, anche grazie al Porcellum, e che anche al Senato è maggioranza relativa. Credo che lo farà, che non si metterà a gridare "Al voto, al Voto", come quell'opportunista di Grillo a cui - adesso - va bene anche votare con l'Italicum su cui fino a ieri giustamente usava parole di fuoco. Il Pd dovrà abbandonare, alla base e al vertice, l'illusione di avere trovato il capo che metta in riga tutti. Quel capo (che ha scelto come sodali Marchionne e Confindustra e trattato da nemici i dirigenti della Cgil) non è all'altezza, per cultura e per moralità, non è in grado di guidare un partito di centrosinistra. Ma, per fortuna, non è neanche parlamentare e non mancano nel partito intelligenze e responsabilità.

E al Quirinale c'è Mattarella, sulla cui sensibilità democratica si può scommettere.

Non regalate il No alla destra (S.L.L. - stato di fb 5 dicembre 2016)

Per favore non cominciate a regalare alla destra e al qualunquismo questo No.
È chiaro che a reggere l'urto del governo e dei grandi poteri interni ed internazionali nei paesi e nelle città dell'Italia sono state soprattutto le grandi organizzazioni popolari. Hanno vinto la Cgil, l'Anpi, l'Arci, don Ciotti, Zagrebelsky, Rodotà, Bersani, D'Alema e tanti altri democratici e progressisti. Dovrebbero essere contenti molti di quelli che hanno votato Sì.
Non può essere negato un apporto che viene da varie parti, e tuttavia la scelta della maggioranza significa in primo luogo che la Costituzione va attuata e, dove serve, migliorata, ma non sopporta stravolgimenti.
È possibile che nei prossimi giorni arrivino colpi di coda del "cerchio magico", o assalti alla diligenza da parte di altri.
Tocca al presidente Mattarella guidare con la sua saggezza la difficile transizione. Serve subito una legge elettorale che rispetti davvero e senza trucchi la sentenza della Corte Costituzionale, serve un governo di decantazione e di tregua per affrontare scadenze difficili per tutta l'Europa, oltre che per il nostro paese. Non è bene che i Comitati del No si sciolgano. Sono stati in molte realtà uno strumento di partecipazione aperto e utile.
Farebbero bene a trasformarsi in Comitati del SÌ alla Costituzione, ai suoi principi e ai suoi valori.

Lepre in salmì. Una poesia di Guido Almansi (1931-2001)

Impallinare un povero leprotto
È cosa da brigante o galeotto

Cucinarlo con spezie rare e vino
Mostra poca pietà per il meschino

Ma quando lo si mangia è un'altra favola
Cessa il moraleggiar quando si è a tavola.

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