26.4.17

Letteratura erotica. Cinquanta sfumature di D. H. Lawrence (Tiziana Lo Porto)

Un quadro di D.H.Lawrence
«Quel che pornografia e oscenità sono dipende, come al solito, interamente dall’individuo. Ciò che per uno è pornografia, per un altro è la risata del genio». Iniziava così la difesa dalle accuse di oscenità e pornografia scritta da D.H. Lawrence nel 1929 all’indomani dello scandalo e delle polemiche suscitate da una mostra di suoi quadri alle Warren Galleries di Londra. La difesa era un veloce e intelligente saggio dal titolo Oscenità e pornografia e insisteva sulla libertà dell’individuo di decidere rispetto alla folla cosa fosse pornografico e osceno e cosa no.
Censurati, processati, mandati al rogo, i romanzi di Lawrence ritornano oggi ad affollare gli scaffali delle librerie a fianco di recentissimi best seller che come unico comun denominatore con L’amante di Lady Chatterley o L’arcobaleno hanno l’appartenenza all’oggi più che mai vasto e vario genere letteratura erotica.
Per avere un’idea di cosa sia letteratura erotica sarà a fine novembre in libreria l’accurata Guida alla letteratura erotica. Dal Medioevo ai nostri giorni di Alessandro Bertolotti (Odoya), utile volume illustrato che fornisce un’affollata panoramica delle opere più importanti, in prosa o versi, mostrando sottogeneri, affinità e correnti. La guida cita tra i romanzi più recenti gli ottimi Camere separate di Pier Vittorio Tondelli, Scritto nel corpo di Jeanette Winterson e Una casa alla fine del mondo di Michael Cunningham, per poi proseguire con una carrellata sulle origini della letteratura omosessuale e su un’ancora più recente letteratura transgender.
Più vasto è lo scenario attuale, ampliato negli ultimi anni dalla comparsa di best seller erotici da centinaia di milioni di copie. Tra tutti: la trilogia di Cinquanta sfumature di grigio di E.L. James con 125 milioni di copie vendute nel mondo e più di 5 milioni solo in Italia. Il successo di James ha generato un’infilata di volumi che, pur non raggiungendo il venduto della trilogia, si presentano come varianti della fortunata serie, e la nascita o il rilancio di case editrici (dalla Borelli Editore alla Lite Edition) e collane (Sperling Privé di Sperling&Kupfer e Hot secrets di Mondadori) che pubblicano libri hard.
Contemporanei, e sicuramente più validi, sopravvivono romanzi e racconti che fanno dell’erotismo valore aggiunto e non solo espediente per sedurre le masse. Tra i migliori ci sono la raccolta di racconti di Mary Gaitskill Oggi sono tua (che include il racconto Segretaria da cui è stato tratto il film di Stephen Shainberg Secretary), La casa dei buchi di Nicholson Baker, Carne viva di Merritt Tierce. Tutte storie più erotiche che pornografiche, per quanto sia difficile delineare la frattura tra erotismo e pornografia (in letteratura, nel cinema, nella vita), lasciando aperta la domanda: cosa distingue l’erotismo dalla pornografia? Uno dei tentativi di risposta più brillanti sull’argomento è dello scrittore americano Neil Gaiman, che in prefazione alla magnifica opera a fumetti in tre volumi di Alan Moore e Melinda Gebbie Lost Girls scrive: «Il confine tra pornografia ed erotismo è ambiguo, e cambia a seconda del punto di vista. Per alcuni forse dipende da cosa ti eccita (ciò che per me è erotico, per te è pornografico), per alcuni è una questione sociale (vale a dire l’erotismo è la pornografia per ricchi). Forse ha anche a che fare con la distribuzione – la pornografia in rete è indiscutibilmente porno, mentre un’edizione a tiratura limitata, su carta avorio, comprata da esperti, divisa e rilegata in volumi costosissimi, non può che essere erotica».
Illuminante sull’argomento, parlando di film e non di letteratura, anche il regista Michael Winterbottom che nel 2004 decise di girare il film 9 Songs per colmare quella che a suo avviso era una immotivata lacuna del cinema romantico e sentimentale. Così in un’intervista rilasciata nel 2005 alla Bbc: «Uno dei punti di partenza di 9 Songs è stato: perché nei film il sesso non si vede? Moltissimi film sono storie d’amore, perché non raccontare una storia d’amore mostrando due persone che fanno l’amore? Perché si evitano le scene in cui due persone fanno l’amore se è una storia d’amore?». La letteratura, che racconta a parole e non mostra per immagini, dovrebbe essere per sua natura più incline al sesso del cinema, rischiando meno la squalifica nel ghetto porno, anche se di censure e roghi è costellata la storia del romanzo.
Di D.H. Lawrence venne bruciato L’arcobaleno, oggi riconosciuto come il suo romanzo migliore, e fin tanto che era in vita i suoi romanzi vennero disprezzati dalla critica, evitati dal grande pubblico, e accettati come capolavori della letteratura del Novecento solo parecchi anni dopo la sua morte. Lawrence non usava il sesso a fini commerciali, ma per necessità, perché non avrebbe potuto fare altrimenti, perché quelle scene lì erano cuore e motore delle sue storie, degli eventi che raccontava, dei suoi personaggi, realistici e vivi. Nel breve saggio D.H. Lawrence scritto due anni dopo la morte dello scrittore, l’allora ventinovenne Anaïs Nin (una delle poche che, malgrado la giovane età, abbia riconosciuto sin dall’inizio la grandezza di Lawrence) insiste sulla fisicità della scrittura. Nin individua nei romanzi e racconti dello scrittore inglese un linguaggio fisico e una parola fisica, che mette il corpo prima di ogni altra cosa. L’erotismo, grazie ad autori come Lawrence e Nin, non viene più usato per scandalizzare ma per conoscere. L’esplorazione ed espressione della sessualità rende più consapevoli di quanto non riesca il ragionamento o la scrittura.
Scrive ancora Lawrence nella poesia Il sesso non è peccato...: «Non strappatelo fuori da tali profondità frugando con la sconcezza della mente, non tastatelo e non forzatelo, non infrangete il ritmo ch’esso mantiene quand’è lasciato a sé, nel muoversi e svegliarsi e dormire». E Nin, sempre nel saggio D.H. Lawrence: «Egli scoprì che il corpo aveva i propri sogni, e che ascoltando attentamente questi sogni, arrendendosi a essi, si poteva evocare il genio».


Pagina 99, 28 novembre 2015

Burri a Gibellina. Ritorno al Grande Cretto tra le crepe della memoria (Andrea Cortellessa)

Il Grande Cretto di Gibellina fotografato nel 2014 da Marzia Migliora (Progetto "Aqua Micans")
È l’estate del ‘79. A undici anni dal terremoto che il 15 gennaio 1968 ha distrutto Gibellina, il padre-sindaco comunista della città, Ludovico Corrao, che ha avuto l’idea visionaria di chiamare i grandi artisti del presente per far risplendere la città nuova – un’astronave modernista inopinatamente atterrata nel paesaggio ancestrale della Valle del Belìce –, riesce a farci venire il più grande di tutti. Muto come sempre, Alberto Burri percorre i viali metafisici di quella Brasilia ancora incompiuta (e che tale resterà sino ad oggi), di quel museo a cielo aperto – la Stella di Pietro Consagra alle porte della città, la chiesa sferica di Ludovico Quaroni, le mura di ceramica colorata di Carla Accardi. I silenzi di Burri sono famigerati, ma questo pesa come un macigno. Poi a qualcuno viene in mente di portarlo a Gibellina Vecchia, a 18 chilometri di distanza. Le macerie del terremoto sono restate lì, lutto che non si può elaborare. A quel punto qualcosa, dentro di lui, finalmente si muove. Torna a Città di Castello e, due anni dopo, deposita a Palazzo Albizzini il suo progetto. Un’opera di proporzioni gigantesche. Quasi 90 mila metri quadrati di cemento bianco da far colare sopra le macerie di Gibellina Vecchia, per uno spessore di circa un metro e sessanta. Un enorme rettangolo irregolare, 270 metri per 310, percorso da scanalature larghe un metro, che seguono il tracciato delle strade sepolte. Vista dal basso, sarà una città fantasma. Visto dall’alto, con lo sguardo dal di fuori degli alieni o degli dèi (del quale in quel 1981, proprio, scriveva Alberto Boatto), sarà – semplicemente – il Grande Cretto.
Corrao trattiene il fiato. Come realizzare una simile impresa? Con la sua proverbiale ostinazione, dal 1985 al 1989, un po’ alla volta procura i fondi che, tessera dopo tessera, consentono di realizzare parte dell’immenso mosaico. A un certo punto, a dare una mano, arrivano le ruspe dell’Esercito; segue i lavori l’architetto Alberto Zanmatti. Nel maggio del 1987 Burri torna a Gibellina. In una foto di Vittorugo Contino lo si vede scendere dall’auto di Corrao; per la prima volta vede il Cretto, riflesso sui suoi occhiali. La sua espressione è indecifrabile come sempre, ma un sorriso gli sfiora le labbra. È chiaro, però, che l’opera non verrà mai completata. Almeno non la vedranno compiuta né Burri (che muore nel ‘95) né Corrao. Che nell’estate del 2011 fa una fine tragica, sgozzato dal suo badante bengalese. A caldo un altro suo complice, Emilio Isgrò, scrive un poemetto che si conclude con queste parole: «Non t’ha ucciso Sayfùl, non t’ha ammazzato l’aria. / T’ha ucciso la Sicilia per conto dell’Italia».
Alla gola dell’utopia, quella coltellata è durata vent’anni. Nel ‘94 Corrao non viene rieletto sindaco ma già da un pezzo quelle risorse, che una volta riusciva ad attirare, si sono volatilizzate (Gibellina Nuova, per scelta misteriosa del governo nazionale, è stata costruita su terreni dei cugini Salvo. E sono questi gli anni in cui, sulla Sicilia, il potere mafioso si stringe più che mai). Non solo non si completano le architetture previste dal piano urbanistico (che nel frattempo si coprono di ruggine) o almeno il Grande Cretto (che s’ingrigisce, s’ingobbisce, si squarcia), mancano i soldi per la manutenzione di quelle che ci sono, o per tenere aperto il Museo d’Arte Contemporanea dove risplendono – o meglio risplenderebbero, visto che è chiuso da più d’un anno – Schifano e Boetti, Scialoja e Melotti. Le Orestiadi sono un’altra grande idea di Corrao: che dal 1981 chiama i più grandi teatranti del mondo, d’estate, a esibirsi proprio sul Cretto.
Qui vanno in scena L’Orestea di Gibellina di Isgrò, colle scene di Arnaldo Pomodoro, Le troiane di Euripide per la regia di Thierry Salmon. Ma, lamenta da anni l’arabista Francesca Corrao (la figlia di Ludovico che ne presiede il comitato scientifico), come il Museo e la Fondazione Orestiadi, abbandonati dalle istituzioni, sempre più rischia di diventare una scatola vuota.
Proprio il Vuoto è il demone che insidia Gibellina. Il suo sogno, la sua utopia, le sue aporie. Diceva Burri (lo riporta Giuliano Serafini): «Se non si è capaci di dipingere grande, non si è pittori. Klee e Licini, per esempio, bravi e poetici, non c’è che dire, ma “leggerini”». E ancora: «La misura di una forma è la misura di quella determinata forma». Il Cretto deve essere Grande. Se lo vedi, dal basso come dall’alto, la vastità della concezione – la sua portata simbolica (dove del sostantivo si recuperi la lettera) – è qualcosa che ti lascia semplicemente senza fiato.
Ora, se sei il visitatore di un giorno, senza fiato ci resti (forse) volentieri. Ma se invece lì ci vivi? Il rapporto dei gibellinesi colla città nuova, e con lo stesso Cretto – scenari troppo vasti e metafisici, troppo alieni – è quantomeno ambivalente. Se da Gibellina Nuova chiedi la strada per il Grande Cretto, può darsi che ti dicano che non la sanno (e, se non ti ci accompagnano, arrivarci è una piccola impresa). La musica cambia se dici che vuoi andare a Gibellina Vecchia. Una volta ho ascoltato Franco Purini (al cui progetto si deve il Sistema delle piazze) dire più o meno: può darsi che ai gibellinesi che hanno vissuto nella città vecchia la nuova appaia estranea. Ma come doveva sembrare l’architettura barocca, ai Siciliani d’Oriente, dopo il terremoto della Val di Noto del 1693? Eppure per noi, oggi, le volute di quel marmo bianco rosato dal sole sono la Sicilia più Sicilia che c’è…
Chi l’ha spiegato meglio di tutti è stato un geografo che capiva l’arte e la poesia, Eugenio Turri. Il paesaggio non è natura allo stato puro, wilderness. È invece natura umanizzata: nella quale l’uomo vive e opera. Il paesaggio è un testo: per la precisione, dice Turri, un testo teatrale. Che vive solo nelle sue interpretazioni: restando sempre se stesso ma anche modificandosi, di volta in volta, nella sensibilità di chi lo abita. Come un testo teatrale, non ha senso lasciarlo ad ammuffire nel cauteloso rispetto dei conservatori; così come interpretazioni troppo disinvolte – che non serbino cioè memoria del suo senso originario, delle interpretazioni che si sono succedute nel tempo e che nel tempo lo hanno arricchito – rischiano di obliterarlo. Cioè di distruggerlo.
Non è un caso dunque: né che sul Cretto si sia per anni tenuto uno dei maggiori festival teatrali, né che il Cretto lo abbia concepito chi da qualche tempo aveva preso a lavorare per il teatro. L’idea dei Cretti (composti di materiali che essiccandosi fessurano la superficie), ha raccontato Burri, gli era venuta mentre viaggiava nel deserto americano; per la precisione, nella Valle della Morte (già). Ma il primo fu, nel ’72 all’Opera di Roma, per il balletto November Steps, musica di Toru Takemitsu e coreografia di Minsa Craig (che Burri aveva sposato nel ‘55). L’anno dopo il Teatro Continuo a Parco Sempione, a Milano, si chiamerà così perché, dismesso come spazio scenico, sopravviverà come forma autonoma.
Neppure il Grande Cretto è una forma univoca. Come ogni grande opera è viceversa uno schermo: sul quale ciascuno di noi proietta se stesso. Non un dato, bensì un processo: appunto un teatro. Per questo forse Burri accettò che lo si mettesse in cantiere senza garanzie che venisse completato. E per questo disse a Corrao che l’ideale sarebbe stato che fossero gli stessi gibellinesi a realizzarlo. Il restauro più giusto, a trent’anni da quella prima colata di cemento, sarebbe allora quello partecipato: in cui la cittadinanza si riunisca una volta all’anno per commemorare i propri morti dando una mano di calce su questo che altro non è – e loro lo sanno benissimo – che un immenso e crudele e spaventoso e disumano, e umanissimo, monumento funebre. Così dice oggi un intellettuale gibellinese, Nicolò Stabile, che da qualche anno – dopo aver girato il mondo producendo spettacoli teatrali per le maggiori compagnie d’Europa – è tornato a casa con in testa un’idea precisa, che persegue colla stessa ostinazione maniaca di Corrao: riportare in vita il Cretto, farlo finalmente riconciliare colla comunità alla quale appartiene. Nel 2010 Stabile lancia un appello, firmato da un centinaio di personalità dell’arte e della cultura e consegnato alla Regione e al ministero dei Beni Culturali. Per il restauro il ministero stanzia un milione e 100 mila euro, e la scorsa primavera viene inaugurata la prima tranche: il completamento della parte incompiuta. Solo che ora il Cretto è bicolore. Per un quarto è bianco, liscio e uniforme, come l’aveva pensato Burri; per tre quarti grigio e rugoso, bitorzoluto, abbandonato nello stato dell’ultimo ventennio. Dagli spacchi cresce una vegetazione spontanea, dal piglio tenace e sottilmente ironico. Stabile lavora a un documentario, sul Cretto; ho visto in anteprima le interviste agli amici di Burri, Zanmatti, Lorenzo Fonda… tutti d’accordo su quanto lo offendano le pale eoliche che ora cingono d’assedio il sito. Ma cosa avrebbe detto, Burri, di un Cretto bicolore!

Il suo bianco è squillante, volutamente brutale. Funebre, certo, ma anche così “siciliano”... Ma il grigio… l’anima di ferro che emerge dagli spigoli nel cemento, coperta di ruggine; gli squarci nella superficie, voragini. Ti arrampichi sopra, se ce la fai, e da quegli squarci scorgi il palinsesto di Gibellina vecchia. Sostiene Marilena Renda (che alla sua città ha dedicato un poema dal titolo eloquente, Ruggine) che in uno di questi buchi, una volta, le è apparsa una Madonnina: decorazione di qualche tabernacolo ancestrale. Mi dice Stabile che sinora il progetto di restauro – in omaggio alle concezioni di quello che è stato anche uno dei massimi interpreti di Burri, Cesare Brandi – è stato di natura conservativa. Il minimo indispensabile, cioè, col massimo rispetto per la famigerata patina del tempo. Ma quello che vale (forse) per Michelangelo non può valere per Burri. Diversa la concezione, diversa la funzione, diversa (dovrebbe essere) la dottrina.
Il Cretto è un Teatro, si diceva. Ma è anche un Monumento: il più grande monumento funebre del mondo. Che come proprio primo ufficio, per etimo, ha quello di ricordare. Ora, questa sua doppia anima appunto incarna la dialettica della memoria. Non si può ricordare tutto. L’oblio è la selezione che la mente, individuale e collettiva deve operare perché una qualche memoria possa essere condivisa. Si conserva quello che conta davvero, quello che resta. La memoria poi, insegnano Freud e Ricoeur, funziona a strati: una struttura sedimentaria in cui uno strato si sovrappone all’altro, ma certe eminenze del primo – certe sue pieghe, con l’immagine di Gilles Deleuze – continuano a rilevarsi anche nel secondo. La memoria è come la terra, insomma: una struttura geologica. Ed è proprio letteralizzando questa metafora che opera il Cretto. La crudeltà colla quale Burri ha spianato le macerie di Gibellina Vecchia è l’unica condizione perché da quelle ceneri una Gibellina Nuova possa, prima o poi, davvero riprendere vita. Ora che, per ironia della sorte, il Cretto è a sua volta una mezza maceria, è ai nuovi gibellinesi che tocca prendersene cura. Solo così, finalmente, potranno nascere.


Pagina 99, 28 novembre 2015

25.4.17

La Cina coltiva in campagna 800 milioni di consumatori (Cecilia Attanasio Ghezzi)

«Aprire un negozio su Taobao, è meglio che andare lontano a lavorare per altri». Dipinti a caratteri cubitali sui muri appena imbiancati delle piccole città di provincia dell’entroterra cinese, le pubblicità che invitano a usare i negozi online sono sempre più diffuse. Secondo il Centro di informazioni sulla rete internet cinese, infatti, alla fine del 2015 in Cina c’erano 688 milioni di utenti attivi e di questi quasi il 30 per cento (198 milioni) si collegavano dalle campagne. Principalmente per comprare: fertilizzanti, mezzi agricoli o anche, perché no, un televisore ultimo modello.
Alibaba, il gigante dell’e-commerce cinese, se n’era accorto già nel 2014. È stato il primo. Il suo gruppo di ricerca Alizila aveva evidenziato come, seppure il numero di internauti nelle campagne era ancora basso, quasi due terzi di loro comprava online. Una percentuale del tutto simile a quella delle grandi metropoli e delle ricche città costiere. Ma con un potenziale di crescita incomparabile legato alla penetrazione ancora solo superficiale di internet. L’anno scorso le transazioni hanno raggiunto la cifra record di 520 miliardi di euro, un incremento del 33 per cento rispetto all’anno precedente. Le dimenticate aree dell’entroterra hanno contribuito con oltre 26 milioni di euro e un aumento del 22,5 per cento dei compratori online. E sta emergendo una novità. Ormai dalle campagne non si compra semplicemente, ma si vendono i prodotti locali. Così Jack Ma, il fondatore di Alibaba, è riuscito a firmare un accordo con la Lega dei giovani comunisti: formerà un milione di teenager che porteranno l’e-commerce nelle campagne.
Le campagne cinesi si stanno spopolando e quello che non è monocultura intensiva soffre per insufficienti canali di distribuzione e mancanza di forza lavoro e di investimenti. Si tratta di uno squilibrio economico pesante per un Paese che punta a divenire la prima economia mondiale. Nel 2014 il reddito medio nelle campagne è stato di meno di 1.500 euro all’anno, nemmeno la metà di quello delle aree urbane. Il premier Li Keqiang ha annunciato che per il 2020 vuole sollevare dalla povertà i 70 milioni di cinesi che ancora vivono nelle aree più sperdute del Paese con meno di 350 euro l’anno. E il nuovo piano quinquennale prevede che per quella data 50 mila villaggi in più saranno connessi alla banda larga con il conseguente miglioramento dei servizi per 30 milioni di famiglie contadine. Allora il 98 per cento del territorio sarà connesso alla rete. Un investimento da 19 miliardi di euro che scommette sull’e-commerce per riscattare l’economia impoverita delle campagne e, soprattutto, la sua popolazione. «E poiché in Cina le politiche vincenti sono sempre scelte dall’alto, ora i privati fanno a gara per conquistare l’entroterra», spiega Kaiser Kuo, direttore del dipartimento di comunicazione internazionale di Baidu, un’azienda in tutto e per tutto paragonabile a Google. Un’altra pubblicità frequentemente dipinta sui muri dei villaggi è «Costruire strade per arricchirsi, consultare Baidu prima di fare acquisti».
Secondo Ying Lowrey, docente di economia presso la prestigiosa università Tsinghua di Pechino e autrice de The Alibaba Way: Unleashing Grass-Roots Entrepreneurship to Build the World’s Most Innovative Internet Company (McGraw-Hill, 2016) l’assunto del gigante di e-commerce «semplificare ovunque il modo di diventare imprenditori» ha convinto molti anche nelle aree più remote del Paese. L’immagine che l’ha colpita maggiormente durante la sua ricerca nelle campagne è stata la frequenza con cui Jack Ma veniva inserito nell’altarino dei numi tutelari assieme agli antenati delle famiglie che avevano scelto di aprire un negozio online. «Il commercio online sta salvando anche molti mestieri tradizionali», spiega la Ying. «Se fino a qualche anno fa cestini di vimini intrecciati, abiti tradizionali e stoviglie di legno si trovavano di fronte un mercato sempre più ristretto, oggi gli è data la possibilità di raggiungere qualsiasi angolo del Paese e, volendo, del mondo. È anche interessante l’incontro con i cosiddetti migranti di ritorno che conoscono il valore che gli abitanti delle città attribuiscono al cibo biologico e all’artigianato e che spingono i loro compaesani ad affacciarsi al più appetibile bacino di acquirenti delle città tramite internet».
Con la pubblicazione del report del 2014, Alibaba aveva annunciato un investimento di 1,3 miliardi di euro nelle aree rurali da destinare a infrastrutture e a formazione. L’idea era talmente buona che dopo appena due mesi Jingdong, il suo principale competitor, aveva annunciato un programma di microcredito per chi era intenzionato ad aprire un negozio online rimanendo in campagna. A un anno di distanza anche il governo si è convinto. Le micro aziende che possono essere aperte in campagna rientrano alla perfezione nei piani del governo. Per scongiurare l’hard landing, Zhongnanhai, il Cremlino cinese, punta su un’economia basata su servizi e consumi che conquisti anche le sconfinate campagne cinesi. Per questo, stando ai proclami governativi riportati dalle agenzie di stampa, Pechino «aiuterà i lavoratori migranti, i laureati e i veterani dell’esercito che vorranno tornare nei loro villaggi natali per avviare un’attività economica». E ulteriori fondi sono offerti all’interno del progetto Internet Plus che individua nelle aziende tecnologiche un nodo fondamentale per lo sviluppo del terzo settore.
Secondo lo studio di Alizila, infatti, meno una regione è sviluppata economicamente più è veloce la crescita dello shopping online. Ad esempio tra le cento cittadine che hanno visto lo sviluppo maggiore nell’ultimo anno, 75 erano nell’impoverito nordovest del Paese. E un campione di 300 cittadine che avevano aperto i propri negozi online hanno generato oltre 13 milioni di euro in un anno. Per aiutare a sviluppare questi nuovi canali, Alibaba ha già aperto nuove postazioni internet in 1.800 villaggi e prevede di arrivare a centomila entro il 2019. Li chiama «Taobao per le campagne». Chiunque può accedervi. Qui, personale qualificato aiuta i locali a accedere alla rete, vendere e comprare online. Stando a quanto affermato da Jin Jianhang, presidente del gruppo Alibaba, «la Cina ha circa 570 mila villaggi che vogliamo aiutare a raggiungere la stessa fiducia nell’e-commerce che hanno le grandi città». Lo fa attraverso quelli che chiama «soci rurali», persone formate da Alibaba che aiutano i compaesani a comprare e a vendere online. A dicembre dello scorso anno poteva già contare su 5.870 figure di questo genere che, guadagnando a percentuale, riuscivano a fare tra i 250 e 2.200 euro al mese. L’idea è quella di raggiungere attraverso i propri servizi la gran parte dei cinesi che vivono in campagna. Un numero che è stimato tra i 600 e gli 800 milioni. E il governo sta facendo lo stesso. L’anno scorso ha stilato una lista di 200 contee dove, con un investimento di 270 milioni di euro, favorirà la sperimentazione di quello che ormai va sotto l’etichetta di e-commerce rurale e svilupperà le infrastrutture in modo da rendere più semplice il trasporto delle merci. Secondo il ministro del Commercio Gao Hucheng, questo aiuterà anche ad abbassare i costi logistici riducendo del 15 per cento il prezzo delle merci al consumatore. «In passato», spiega ancora la Ying, «se vivevi nelle campagne non avevi altra scelta che fare il contadino. Oggi ti basta una connessione a internet e qualcuno che ti insegni come funzionano i negozi online per diventare imprenditore».


Pagina 99, 9 aprile 2016

Il metodo Mattei per sbloccare i cantieri (Giorgio Boatti)

Chissà se qualcuno si ricorda ancora del “metodo Mattei”. Conviene non dimenticarsene, tanto per dare maggiore prospettiva storica alla vicenda di Tempa Rossa che sta agitando la politica italiana.
Il “metodo Mattei” viene sperimentato, sin dal primo dopoguerra, proprio sulla questione della costruzione delle infrastrutture di trasporto dell’energia.

Il caso Agip
Tutto parte dal fatto che le fonti energetiche, con pochissime e virtuose eccezioni, hanno la pessima abitudine di non trovarsi - quasi mai - nel posto giusto. Da qui la complicata faccenda di doverle portare a destinazione.
Per Mattei la questione si pone quando, invece di sciogliere l’Agip che gli è stata affidata dopo la Liberazione, non solo disobbedisce agli ordini di Roma e ai desiderata degli anglo-americani, ma la potenzia. È fortunato e inciampa in importanti giacimenti di metano nella pianura padana. Il gas naturale, come fonte energetica, è allora poco utilizzato e Mattei, convinto che l’approvvigionamento energetico stia alla base dell’autonomia di una nazione, apre la strada alla metanizzazione dell’Italia, con trent’anni di anticipo rispetto al resto dell’Europa Occidentale.

La campagna nel Terzo Mondo
Pochi anni dopo, fondato nel 1953 l’Eni, la metanizzazione si affianca alla spregiudicata ed efficace politica petrolifera condotta da Mattei nel Terzo Mondo, dove è in corso la decolonizzazione. Probabilmente le ostilità delle “sette sorelle” che dominano il mercato petrolifero e i sussulti geostrategici di scacchieri quali il Medio Oriente e l’Africa, l’Iran e l’Urss, a Mattei sembrano poca cosa dopo gli ostacoli affrontati in patria, quando ha iniziato a stendere i primi gasdotti (attualmente si snodano per 30.000 km) lungo la penisola. Dopo i primi tentativi, il pur potente presidente dell’Eni capisce che rischia di dover attendere anni, forse decenni, prima di poter procedere: un’immane burocrazia blocca le opere, chilometro dopo chilometro.
Il “metodo Mattei” – lo racconta Giuseppe Accorinti, assunto in Eni direttamente da Mattei, nel libro Quando Mattei era l'impresa energetica. Io c’ero, (Hacca edizioni, 2008) – nasce in quegli anni. Funziona così: quando in una località la burocrazia blocca i lavori, tecnici, operai e mezzi del cane a sei zampe si posizionano, nottetempo, fuori dal paese.

L'invasione degli scavatori
A questo punto arriva una scena da Amici miei, perché, in Italia, la realtà supera sempre la narrazione, persino quelle del grande schermo. A un cenno di Mattei – che ci tiene ad essere presente alle operazioni – si accendono i riflettori. Ruspe, scavatrici, camion avanzano. Un frastuono assordante. Gli abitanti, svegliati all’improvviso, aprono le finestre e vedono le squadre che scavano, allargano, procedono. Il sindaco della località “invasa”, a questo punto, esce dal letto, si riveste e, in ciabatte, arriva ad affrontare gli invasori. Intima di interrompere i lavori, chiede autorizzazioni e vidimazioni: Mattei lo fronteggia. Spiega il motivo dei lavori, sottolinea urgenze e necessità. Poi, però, quasi colto dal dubbio, tace. Sembra quasi pentito, vicino ad ordinare il dietrofront alle sue squadre.

L'arte della persuasione
Al sindaco che lo fronteggia non pare vero, per un attimo, di aver sconfitto il potente Mattei. Poi gli viene un dubbio. Si ritirano? E la strada, chi la sistema? E la voragine, chi la chiude? Mattei si stringe nelle spalle. Borbotta qualcosa a proposito di permessi necessari, trafile burocratiche. Certo, se gli lasciano posare le maledette condotte del metanodotto, questione di poche ore, tutto verrà sistemato.
Avrete già capito come finisce la storia. Il sindaco, maledicendo metano e Mattei, intima di riprendere all’istante i lavori e di non interromperli fino al più totale compimento.Il “metodo Mattei” tagliava lungaggini e andava dritto alla meta. Così, dopo la metanizzazione, viene adottato anche per gli oleodotti. Ad esempio quello che parte da Genova e raggiunge Ingolstadt, sulle rive del Danubio, in Baviera. Un lungo percorso che fora le Alpi all’altezza dello Spluga, attraversando – senza produrre rischi ambientali – quel lago di Costanza al quale la Svizzera attinge acqua potabile. Altri tempi, ovviamente.

La mutazione genetica dell'ENI
Perché poi, scomparso Mattei e cambiata l’Italia, l’Eni muta a poco a poco pelle: diventa la quinta major petrolifera del mondo e, al tempo stesso, una sorta di Stato parallelo dentro la nostra Repubblica. E questa è la storia, ancorata all’ultimo quarto di secolo, che Andrea Greco e Giuseppe Oddo raccontano ne Lo Stato parallelo. La prima inchiesta sull’Eni, (Chiarelettere editore, 2016): un saggio documentatissimo che fa onore al giornalismo economico e investigativo italiano. Una ricostruzione densa di primattori e comprimari, di galantuomini (pochi) e gaglioffi (quanto basta, comunque sempre troppi), di eventi politici presto dimenticati e inciamponi giudiziari smarriti nelle cronache. L’elemento irrinunciabile del lavoro di Greco e di Oddo sta nell’attenzione che dedicano al “come”: ovvero alle modalità e, appunto, ai metodi utilizzati dalle diverse leadership che si succedono alla guida dell’Eni. A volte difendono efficacemente gli interessi energetici del Paese in un mondo che sta cambiando. Più spesso, invece, cercano di mettere il cane a sei zampe al guinzaglio delle cordate che, attorno allo snodo centrale delle fonti energetiche, combattono quella guerra per comandare (sugli altri) e arricchire (se stessi) che, non solo in Italia, dura da sempre.

Pagina 99, 9 aprile 2016


24.4.17

L'elefante (François de Sales, detto San Francesco di Sales)

È solo un bestione, ma è il più degno che viva sulla terra, il più sensato... Non cambia mai femmina e ama teneramente quella che ha scelto, con la quale tuttavia non si accoppia che ogni tre anni, e solo per cinque giorni e in modo così discreto che nessuno l'ha mai visto in quell'atto. Il sesto giorno si fa vedere e va dritto al fiume dove si lava tutto: non vorrebbe mai ritornare nel branco senza essersi prima purificato. Non è questo un bell'atteggiamento e nobilissimo?

da Introduzione alla vita devota in Michel Foucault, L'uso dei piaceri, Feltrinelli 1984

Don Ciotti. L'etica dell'impegno nel tempo della crisi (Loris Campetti)

Un profilo – a mio avviso assolutamente corrispondente, allora e adesso, alla reale fisionomia del fondatore del Gruppo Abele, Luigi Ciotti - scritto in occasione della pubblicazione di un suo libretto, 5 anni fa. (S.L.L.)

Solo chi non conosce don Luigi Ciotti può pensare che quel suo continuo richiamo al noi contrapposto all’io nasconda un vezzo, un modo accattivante per richiamare l’attenzione di chi lo ascolta o lo legge. Il fondatore del Gruppo Abele e, insieme ad altri volenterosi, irriducibili militanti della legalità, di Libera, è fatto di una farina speciale, non nasconde doppie verità, è uguale a quel che sembra. Ciotti non concepisce un lavoro, una ricerca, una battaglia che non siano condotte in gruppo. Vittorie e sconfitte non hanno mai un solo padre nella sua esperienza.
È un tratto fondativo questo, che colloca l’impegno contro le mafie e le droghe al fianco delle vittime di mafie e droghe, non fuori da un mondo che sempre più si è abituato alla delega al capo, al potere, all’uomo della provvidenza, ma dentro questo mondo. Come un anticorpo, un altro modo di vivere e pensare il futuro capace di rosicchiare banalità e false certezze, l’opposto della telepredicazione. Non è sufficiente denunciare l’ingiustizia, bisogna costruire un’alternativa, praticare un altro modo d’essere. Per intenderci, si può tradurre questa concezione con «indignarsi non basta», come non basta «riempire le piazze, esibire mani pulite, un profilo morale trasparente. L’etica individuale è la base di tutto... ma per fermare il mercato delle false speranze bisogna trasformare la denuncia dell’ingiustizia in un impegno per costruire giustizia».
La speranza non è in vendita? (Giunti/edizioni GruppoAbele, pp. 126, euro 10) è una sorta di decalogo dell’impegno, un approccio attivo e non lamentoso allo stato di cose esistente. Un libro costruito dentro la devastante crisi economica che rischia di spezzare legami e percorsi collettivi, valori e socialità. In sostanza, la crisi e la risposta alla crisi basata sulla medesima filosofia che l’ha scatenata e affidata agli stessi uomini che ne sono responsabili, alimentano nuova ingiustizia.
Don Ciotti trae alimento dal Vangelo nei suoi messaggi di speranza («beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati») e nei suoi duri avvertimenti («guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame»). Può sembrare persino banale eppure non lo è, in un sistema di relazioni che Stefano Benni riassumerebbe così: «Chiedete giustizia e sarete giustiziati».
Ciotti ci offre la sua esperienza, che lo porta a leggere la crisi come «scandalo», si rivolge a «chi ha fede (fiducia) nelle persone. Credente o laico che sia», e infatti i suoi compagni di viaggio sono credenti e laici.
Dentro la crisi si leggono le trasformazioni, le nuove parole, dentro un processo degenerativo che prima produce povertà e disagio e poi ne punisce le vittime: «Ed è stato un fiorire di case di correzione, di ospedali, di depositi di mendicità, di prigioni», mentre «i diritti diventano una zavorra». All’elenco antico degli ultimi della Terra che ricorda un vecchio canto socialista («son nostre figlie/ le prostitute/ che muoion tisiche/ negli ospedal»), ai tossicodipendenti, ai migranti, si affiancano nuovi poveri e nuovi espropriati dei diritti. Primi fra tutti i lavoratori, costretti a scegliere tra lavoro e diritti.
Tra le parole di questo «decalogo» ce n’è una che spiega molto bene di cosa si stia parlando: «interazione», contrapposta all’idea di «integrazione» che rasenta una nuova concezione colonialista. Anche l’eguaglianza va interpretata: si è uguali come cittadini e diversi come persone, pensa don Ciotti. Così come la libertà è, innanzitutto, libertà dal bisogno. Ai resistenti al Vangelo, La speranza non è in vendita? suggerisce un altro testo di formazione e di riferimento, la Costituzione. Tutti i tentativi finora messi in campo per modificarla vanno in direzione della riduzione delle libertà, civili e sociali, dunque in direzione opposta alla costruzione di un percorso di eguaglianza.
Se le parole d’ordine, in fondo, non si discostano da quelle contenute nei classici si cui si era costruita la sinistra, è la pratica di don Ciotti, delle esperienze del Gruppo Abele e di Libera, a chiamare a ruolo chi, a sinistra, quei fondamentali ha perduto per strada, o si limita a evocarli per pacificare la propria coscienza. Una Chiesa che non «interferisca», ci dice, non è.
Vale soltanto per la Chiesa?


“il manifesto”, 10 gennaio 2012

La poesia del lunedì. Umberto Saba (Trieste 1883 - Gorizia 1957)


CUCINA ECONOMICA

Immensa gratitudine alla vita
che ha conservate queste care cose;
oceano di delizie, anima mia!

Oh come tutto al suo posto si trova!
Oh come tutto al suo posto è restato!
In grande povertà anche è salvezza.
Della gialla polenta la bellezza
mi commuove per gli occhi; il cuore sale
per fascini più occulti, ad un estremo
dell'umano possibile sentire.
Io, se potessi, io qui vorrei morire,
qui mi trasse un istinto. Indifferenti
cenano accanto a me due muratori;
e un vecchietto che il pasto senza vino
ha consumato, in sé si è chiuso e al caldo
dolce accogliente, come nascituro
dentro il grembo materno. Egli assomiglia
forse al mio povero padre ramingo,
cui malediva mia madre; un bambino
esterrefatto ascoltava. Vicino
mi sento alle mie origini; mi sento
se non erro, ad un mio luogo tornato;

al popolo in cui muoio, onde sono nato.  

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