24.3.17

Preghiera. Una poesia di Luciano Erba (Milano 1922 - 2010)

Non sta scritto nemmeno negli apocrifi
che tu abbia mai riso né sorriso
si può solo intuire, ma è permesso?
dottrinalmente corretto?
forse te ne sto dando l’occasione
almeno per questo
ti prego di trovarmi, o lasciarti trovare
nei luoghi dell’assenza.  

da Altre poesie inedite (nel sito di Cristina Campo a cura di Gianmario Lucini)

Ci pensi? Una poesia siciliana di Francesco Guglielmino (Aci Catena 1872 – Catania 1956)

Aci Catena, Piazza Umberto
Ci pensi? eramu ancora
scolari tutti e dui,
putemu aviri 'nsemula
trent'anni o pocu chiù;

tu cu li vesti curti
lu fari cuntignusu,
iu sempri 'nta li nuvula
carusazzu scunchiusu.

Ddu jornu n'incuntrammu,
non sacciu comu fu,
iu cu li mè grammatichi
cu li tò libri tu.

Ti dissi - e ni ddu puntu
iu mi sintia la frevi
mentri ca tu di l'aria
cascata mi parevi -

ti dissi : “Signurina,
stamu a la stissa via,
siddu non sugnu sproticu
ci fazzu compagnia?”.

Tu addivintasti russa
chiù russa di lu focu,
ma risulenti e simplici,
forsi trimannu 'n pocu,

comu 'na madunnuzza
ca sì vidi appriata
mi rispunnisti: “grazii!
iu già sugnu arrivata...”.

Cussì strata facennu
ci fu qualchi parola,
sempri di cosi leciti,
di cosi di la scola ;

ma iu stannuti accantu
cridia d'essiri Diu
e tu sapevi sentiri
lu sintimenti miu.

Ma quannu troppu prestu
fummu a lu tò purtuni,
e chiù d'accumpagnariti
non àppi la scaciuni,

stringennuti la manu,
stringennutilla forti,
ti dissi: “oggi cu 'n principi
non canciu la me sorti!”.

Tu facisti di cursa
li scali di la casa
- cunfusa avevi essiri
chiù assai ca pirsuasa -

ed iu traballiannu
turnai pri li mè passi,
e la stratuzza scivula
mi parsi tutta massi.

Poi chi successi? è chiaru
ca non successi nenti :
ciuri, capiddi, littiri,
li così chiù 'nnuccenti,

così ca sarvu ancora
megghiu di li dinari,
e chiù di li reliquii
chiù assai li tengu cari.

Pri nui però la sorti
vutò comu 'na rota,
ma non pozzu scurdarimi
l'incontru di dda vota ;

e doppu tantu tempu
si passu pri dda via,
e pensu angustiannumi
ca tu non fusti mia,

dicu ca forsi forsi forsi
pri tia fu 'na furtuna,
ma iu mi sentu 'n tremulu
pri tutta la pirsuna.


da Ciuri di strata (1922)

Luoghi letterari. Non ha più nebbie la Londra di Holmes (Marco Zatterin)

LONDRA
Era una mattina nebbiosa e sopra i tetti delle case gravitava un velo che pareva rispecchiare la superficie fangosa delle vie». John Watson, ufficiale medico di Sua Maestà rientrato da poco dall'Afghanistan con una fastidiosa ferita di guerra, descrive con puntiglio la Londra che sta attraversando di corsa diretto a Brixton, risucchiato dal caso de Il Segno dei quattro, il suo avventuroso esordio al fianco di Sherlock Holmes. Siamo all'inizio del marzo 1881, la primavera è vicina, eppure la capitale è sospesa in un clima vaporoso e inclemente, nel magico tempo vittoriano che alimenta le fantasie di chi ama i libri. Il sipario s'alza nel teatro di mille crimini e delle imprese del primo grande detective privato della storia della letteratura gialla.
A Londra le grandi nebbie non ci sono da anni, da quando il Clean Air Act ha sconfitto il pesante inquinamento da carbone. La metropoli ha smarrito un pezzo di anima in nome della modernizzazione che da sempre la cambia e la rinnova. Sebbene possa vantare «la piccola mania di conoscere esattamente Londra», Holmes si troverebbe spaesato in parecchi angoli della capitale, anche se resistono numerose le tracce della stagione in cui lo scrittore scozzese Arthur Conan Doyle ha modellato il suo investigatore, rendendolo parte vivente della prima città che non dormiva mai. Gli anni sono passati, la storia è diventata leggenda. E viceversa.
Quello che gli appassionati chiamano «il Canone», i 56 racconti e quattro romanzi sherlockiani scritti da Watson e firmati da Doyle, s'inizia in un punto preciso quanto misterioso. «Ho messo gli occhi su un appartamento in Baker Street», annuncia Holmes al buon dottore una mattina del gennaio 1881, il 6 per convenzione. I due si sono appena conosciuti all'ospedale Saint Bart, su segnalazione di un conoscente che Watson ha visto al Criterion di Piccadilly. Cercano casa, hanno poche sterline. Si studiano e si danno un appuntamento «per vedere i locali al n.221 B». «Due comode camere da letto» dall'arredamento «festoso». Il prezzo, «diviso, è conveniente». Affare fatto. I due si trasferiscono la sera stessa. Diventeranno inseparabili senza mai smettere di darsi del lei.
L'indirizzo è un'invenzione. All'epoca della regina Vittoria, Baker Street era divisa in più segmenti, non arrivava al 221 B. Oggi, all'equivalente moderno del civico, c'è il museo dedicato a Holmes, maniacale ricostruzione delle stanze della coppia, a partire dai diciassette scalini che portano allo studio. Per i fan è «canonico», il migliore dei complimenti. C'è il coltello che pugnala la posta sulla mensola del camino, c'è la pantofola persiana col tabacco. Mancano il fumo acre della «pipa di terra nera» e l'odore dello zolfo. Il numero della casa è oggetto di dibattito da anni. Si pensa agli attuali 59, 61 o 63. Per sciogliere il dilemma non basterebbe Holmes in persona.
Intorno si esprime un gran business di cappa e pipa, bar, negozi, e il caro Sherlock Holmes Hotel. Le emozioni sono sotto terra, nei corridoi della metropolitana, tappezzati con la silhouette holmesiana nei colori delle quattro linee che l'attraversano. Sulla piattaforma della Jubilee ci sono sette illustrazioni ispirate alle storie di Watson. Belle davvero. Il Tube porta lontano. A Montague Street si trovano gli alloggi che il giovane laureando Holmes scelse nel quartiere di Bloomsbury, terra di Virginia Woolf. C'è consenso, e non prove, che abitasse al 26: Doyle, guarda caso, abitò per diversi mesi al 23 di Montague Place nel 1891. Il British Museum è un passo, era l'hard disk di Sherlock, che si smarriva nei libri, quando non staffilava i cadaveri al Saint Bart, elaborando teorie criminali. Nell'ospedale, in Smithfield Square, una targa ricorda il primo incontro fra i due amici.
Di qui ci si spinge verso l'East End, il cuore dell'altra Londra di Sherlock Holmes, i teatri, i giornali, la stazione di Charing Cross. Lo Strand comincia ad Aldwych, dove c'è il Lyceum, un teatro neoclassico, all'angolo con Wellington Street, ricostruito nel 1904. Fu davanti «alla terza colonna da sinistra» che Mary Morstan, con Holmes e Watson, s'abboccò il 7 luglio 1888 l'uomo che l'avrebbe guidati oltre il Tamigi nell'«oasi d'arte» di Thaddeus Sholto all'inizio de Il segno dei quattro. Mary, in seguito, avrebbe sposato il dottore di Baker Street.
Wellington Street è il prolungamento di Bow Street, dove (L'uomo dal labbro storto) aveva sede un'importante stazione di polizia londinese usata da Holmes. Non lontano, c'è «il nostro ristorante sullo Strand», Simpson's, che è ancora lì. Ci andavano quando non erano a teatro, Saint James Hall di Piccadilly o Covent Garden Theatre (ribattezzata Royal Opera House) dove nel gennaio 1896 la coppia ascoltò un concerto di musiche di Wagner. Erano buongustai, amavano la cucina italiana del Goldini's di Gloucester Road, a Kensington. Da Simpson's un salto e si è a Charing Cross, dove Holmes fu aggredito nella primavera 1894 (La casa vuota).
Dietro la stazione, qualche traccia del bagno turco di Craven passage (Il cliente illustre) frequentato dalla coppia il 3 settembre 1902. Li anche il Northumberland Hotel in cui alloggiò Sir Henry Baskerville al suo arrivo a Londra e prima di incontrare a Dartmoor il mastino che in realtà era un bracco. Ora accoglie lo Sherlock Holmes Pub e la più antica ricostruzione della stanza principale del 221 B, realizzata nel 1951. È meno patinata di quella del Museo, ma l'incanto è maggiore.
Dall'adiacente Trafalgar square si apre Pall Mall. Nei forzieri della banca all'angolo con Waterloo Place, «in qualche sotterraneo della Cox &Co., c'è una scatoletta da viaggio rigurgitante di carte, e quasi tutte sono registrazioni di curiosi problemi che Holmes ebbe occasione di esaminare in varie epoche». È il tesoro del biografo sherlockiano, il Graal delle avventure perdute che gli holmesiani cercano da sempre, quello che svelerebbe la verità nascoste sul Signor SH. Potrebbe dire cosa è successo nell'inedito caso del Grande topo di Sumatra. Oppure da dove spunta l'Elementare Watson!, la famosa frase che il nostro non hai mai pronunciato. Circostanze che, se spiegata, richiederebbero parecchie altre storia.


La Stampa, 5 agosto 2010

Post scriptum. Una poesia di Vivian Lamarque

Luino, 25 maggio 1991, Convegno di poeti su Vittorio Sereni. FrancoBuffoni,
Maurizio Cucchi, Luciano Erba, Giovanni Giudici, Giovanni Raboni, Dante Isella.
Seduti: Fabio Pusterla e Vivian Lamarque
Siamo poeti.
Vogliateci bene da vivi di più
Da morti di meno
Che tanto non lo sapremo.


da Poesie (1972-2002), Oscar Mondadori, 2002

Una giostra su due ruote (Ascanio Celestini)

Non penso che gli economisti innamorati del turbocapitalismo amino la bicicletta. Un oggetto che non si consuma mai abbastanza da essere sostituito. Un pezzo di ferro che non finisce mai in discarica. Un mezzo che consente di spostare le persone senza bruciare carburante. E quando si rompe, se si rompe, bastano due lire e un po’ di pazienza per rimetterlo in strada. Forse è per questo che non se ne vedono di pubblicità di biciclette. Non ci investono molto».


L’Unità, 28 ottobre 2012

23.3.17

Primavera (Umberto Eco)

Mentre sto facendo esperienza, e trovando conferma in vari interventi autorevoli, del riscaldamento del pianeta e della scomparsa delle mezze stagioni, mi chiedo che reazioni avrà mi giorno il mio nipotino, che non ha ancora due anni e mezzo, quando sentirà pronunciare la parola "primavera" o leggerà a scuola poesie che parlano dei primi languori autunnali.
E da grande come reagirà ascoltando le Stagioni di Vivaldi? Forse lui vivrà in un altro mondo a cui sarà perfettamente abituato e non soffrirà della mancanza della primavera, vedendo le bacche sbocciare per sbaglio in inverni caldissimi. In fondo anch'io da piccolo non avevo esperienza dei dinosauri eppure sono riuscito a immaginarmeli. Forse la primavera è una nostalgia da persona attempata, come le notti passate nei rifugi antiaerei a giocare a nascondino.

Da Fare ciao ciao con la manina (L'Espresso, 2002) ora in Papa Satàn Aleppe, La Nave di Teseo, 2016

Immaginata. Una poesia di Patrizia Cavalli (Todi, 1949)

Io guardo il cielo, il cielo che tu guardi
ma io non vedo quello che tu vedi.
Le stelle se ne stanno dove sono,
per me luci confuse senza nome,
per te costellazioni nominate
prima che il sonno scioglierà il tuo ordine.
Ah, sognami senza ordine e dimentica
i tanti nomi, fammi stella unica:
non voglio nome, ma stellarti gli occhi
esserti firmamento e vista chiusa
oltre le palpebre splendenti nel buio
tua meraviglia e mia, immaginata.

in "LA LETTURA/CORRIERE DELLA SERA", 19 marzo 2017


Angelo Branduardi: "Doposcuola poetici a casa di Fortini" (Ida Bozzi)

Angelo Branduardi
«Avevo finito gli studi di violino a Genova — ricorda Angelo Branduardi —. Tornato a Milano, cercavo una scuola superiore, non il linguistico perché costava troppo. Così sono finito all'Istituto tecnico statale per il turismo, visto il mio grande amore per le lingue. Lì, per gli ultimi tre anni, ho avuto come insegnante di lettere e storia Franco Fortini, che poi sarebbe andato alla Normale. Lì abbiamo capito che era un uomo straordinario, e in due o tre studenti al pomeriggio andavamo a casa sua e seguivamo i suoi discorsi».
Proprio alle poesie di Fortini Branduardi dedicherà la sua lettura il 21 marzo al Parenti. «Quella con Fortini è stata una specie di bottega rinascimentale, lui ti rapiva l'anima parlando di poesia, di letteratura; ci ha fatto conoscere tantissimi poeti. Qualcuno anche di persona, come Pier Paolo Pasolini».

LA LETTURA/CORRIERE DELLA SERA, 19 marzo 2017  

22.3.17

"Tu chi ci perdi?" Una poesia di Francesco Guglielmino

Tu chi ci perdi si ti vogghiu beni?
Chi n'hai di mali si ti lassi amari?
Iu certu non ti cuntu li mè peni,
certu ca non ti vegnu a siddiari.
Iu nenti t'addumannu, anzi non vogghiu
mancu ca tu m'avvisi a cumpatiri;
stu ruppu amaru sulu mi lu sciogghiu ,
e sulu vogghiu cianciri e suffriri.
Non mi cuntari chiacchiri e ragiuni,
non mi livari st'ultimu cunfortu;
lassimi cu la me fissazioni,
e poi fa' cuntu ca iu sugnu mortu.

da Ciuri di carta, Sellerio 2012, Prima edizione 1922

Eliot, un poeta profeta e i suoi parassiti (Gian Maria Annovi)

Nell'ottobre del 1922, mentre migliaia di fascisti marciano verso Roma, in pochi sospettano che sotto i loro piedi la terra abbia iniziato lentamente a muoversi, allontanandosi - come una scheggia d'isola alla deriva - dal resto dell'Europa, in un progressivo processo d'isolamento e inaridimento sociale e politico, culminato in vent'anni di dittatura e nel secondo conflitto mondiale. La storia è nota. Meno noto è che quello stesso mese, sul primo numero della rivista londinese “Criterion” viene pubblicato un testo di poco più di quattrocento versi destinato a rivoluzionare, in ben altro modo, le sorti del panorama culturale europeo e a «indicare una direzione» - scriverà anni dopo Eugenio Montale - anche a molti poeti italiani: si tratta di La terra desolata di T. S. Eliot. Per Montale, che solo tre anni dopo pubblica Ossi di seppia, in tale momento storico proprio Eliot rappresenta, insieme a Valéry, «una presa di contatto con l'alta tradizione europea». Eliot è insomma una delle àncore con cui l'Italia, nei modi piuttosto ctonii della poesia, si è mantenuta legata al continente in un momento di deriva.
In quel titolo, La terra desolata, la cui ormai consueta traduzione italiana il poeta Giorgio Caproni sentiva, e con finezza d'orecchio, in qualche modo limitante rispetto all'originale The Waste Land, sembra echeggiare il «paese guasto» di cui parla Dante nell'Inferno, volgarizzando a sua volta l'antico francese terre gaste, cioè il territorio devastato e sterile che nei poemi epici del Medioevo era compito dei cavalieri attraversare per ritrovare il Graal, uno dei simboli centrali del poemetto eliotiano. In un certo qual modo, insomma, Eliot non ha descritto semplicemente il raggiunto paesaggio interiore dell'uomo insterilito e svuotato dall'assurdità e dall'orrore della prima guerra mondiale. O lo stagnante male interiore destinato a diventare l'oscuro protagonista di tanta letteratura del primo Novecento. Al contrario, Eliot ha parlato - e qui si trova forse una parziale ragione del prolungato successo di questo testo, ben oltre il riconoscimento del Nobel, nel 1948 - di un futuro, di un viaggio ancora da compiere. Eliot ha insomma vaticinato la devastazione di un paesaggio reale, quello che l'irrazionalismo dei totalitarismi occidentali avrebbe costretto milioni di uomini e donne ad attraversare, come fragili cavalieri senza scarpe e senza speranza di ritorno.
Che a fare da protagonisti di questo dialogo drammatico a più voci siano, tra gli altri, un'improbabile cartomante, Madame Sosostris, e il più celebre indovino dell'antichità (un Tiresia dietro le cui fattezze si cela la figura del poeta), non sembra dunque troppo inopportuno: ad essere predetto è infatti un orizzonte di tragedia e di morte, la stessa che - nell'epigrafe inaugurale al poemetto - augura a se stessa la sibilla del Satyricon di Petronio, quando interrogata sui suoi desideri. Raramente, si potrebbe dire, un così algido pessimismo ha saputo generare maggiore entusiasmo, tanto che la critica è concorde nel considerare proprio La terra desolata come il vero capolavoro di Eliot, oltre che uno dei testi fondamentali del modernismo, soprattutto se paragonato alle pur mirabili meditazioni liriche dei Quattro quartetti (1943), scritti quando la conversione al cattolicesimo anglicano aveva fatto del poeta rivoluzionario un conservatore con discutibili simpatie monarchiche.
Ripubblicato in volume nel 1923 dalla casa editrice di Virginia Woolf e del marito Leonard, La terra desolata offre ancor oggi esattamente quanto indica, con secchezza, il suo titolo: un panorama di sterili e irriconoscibili rovine su cui crescono, come piante infestanti, tra i detriti e i frammenti letterari più disparati (dal simbolismo francese allo Stil Novo, dalla poesia metafisica inglese ai detti del Buddha), le cinque sezioni in cui si articola il testo, originariamente lungo più del doppio.
Eliot, un americano educato a Harvard e poi trasferitosi a Parigi per studiare con Henri Bergson, aveva, infatti, laboriosamente rivisto il manoscritto originale sotto l'occhio paterno di un altro esule statunitense, Ezra Pound, il dantesco «miglior fabbro» (Purgatorio, XXVI, 117) cui il testo è dedicato nell'edizione del 1925. Solo con la pubblicazione, nel 1971, del dattiloscritto originale, conservato dalla seconda moglie di Eliot, è stato possibile comprendere l'importanza del «taglio cesareo» operato da Pound, tanto lungimirante nell'acume poetico, quanto miope nel valutare le sorti dell'isola alla deriva che era diventata l'Italia di Mussolini, e a non intravvedere, dunque, quella che l'amico Eliot - memore della tragedia della prima guerra mondiale e sospettoso tanto del fascismo quanto del nazismo - ha chiamato nel suo poemetto «la paura in un pugno di polvere».
Oggi, a novant'anni di distanza dalla sua pubblicazione e dopo aver rappresentato un passaggio obbligato per generazioni di lettori italiani, La terra desolata non rappresenta più una rivoluzione. Il libro resta, comunque, tra i più venduti, un classico verrebbe da dire, se non fosse che in una celebre conferenza del 1944, poi raccolta nel volume On Poetry and Poets, tradotto per la prima volta nel 1960 dal Novissimo Alfredo Giuliani, Eliot abbia negato che alcuna lingua europea possa produrre un classico dopo Virgilio, il poeta latino che ha saputo, in un momento particolare e irripetibile della storia, farsi «interprete, misura e quindi canone di un'intera civiltà». Senza voler fare di Eliot un Virgilio del Novecento è innegabile che nell'ultimo secolo La terra desolata ha rappresentato per molti proprio il momento di maturità stilistica capace di restituire l'immagine di una civiltà in crisi.
Oggi, nonostante il nuovo millennio si sia aperto con la stessa immagine di crollo che ritroviamo nel poemetto («Torri che crollano / Gerusalemme, Atene, Alessandria / Vienna, Londra / irreali»), è difficile capire se La terra desolata possa ancora fornire una chiave per il presente, soprattutto in un'epoca in cui il lettore medio, anche quello più appassionato di poesia, non solo non possiede i formidabili strumenti culturali necessari per apprezzare l'intarsio citazionale, ma è spossessato da qualsiasi certezza ideologica, e dunque spaesato di fronte a quella che l'Eliot critico riteneva la più necessaria delle caratteristiche di un poeta: un sistema filosofico o teologico di riferimento, alla pari di Dante, per questo considerato superiore a Shakespeare.
La storia della ricezione di Eliot e di La terra desolata s'incrocia con quella della grande poesia italiana del secolo scorso a partire dagli anni '20, quando, scrive Ungaretti, nell'Italia de La Ronda «si voleva prosa, poesia in prosa» ed era dunque più semplice considerare Eliot un poeta oscuro e un critico perfetto, come recita il titolo di un lontano articolo di Carlo Linati. Questo studioso, insieme a Mario Praz - all'epoca professore all'Università di Liverpool - ha contribuito alla diffusione e traduzione del poeta anglo-americano.
Si deve proprio a Praz, come ha rivelato Montale in un articolo del 1950, il suo incontro con Eliot, che sulle pagine di “Criterion” pubblica, in una molto eliotiana traduzione di Praz, il suo celebre Arsenio. Da Eliot, «lirico concentratissimo» e «fin troppo razionale», Montale coglie soprattutto - come anche il più improbabile testo scolastico non manca di indicare - l'importanza dell'idea del correlativo oggettivo, «una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi» capaci di formulare una particolare emozione, e di attivare quel processo di fuga nell'impersonalità che si ritrova sia nel mondo insterilito e nella disperata aridità della «vita che si screpola» degli Ossi, che negli oggetti-testimoni de Le occasioni. Pagine sottili sul rapporto tra i due poeti si trovano, ad esempio, ne L'inno nel fango, lo splendido saggio che Zanzotto dedica a Montale nel 1953. La terra desolata e gli uomini vuoti di Eliot diventano per il poeta veneto l'emblema di un presente «come regno delle scorze e dei gusci vuoti», i gracili e duri gusci della vita che Montale descrive - a partire dal titolo della sua prima racconta - lungo l'arco della sua opera, fino alla «palta» e alle «zattere di sterco» di Satura.
Non importano le ripetute Verneinung montaliane circa la reale portata dell'influenza eliotiana; il sospetto è che in Italia il poeta anglo-americano abbia sempre vissuto una doppia vita, la vita di un poeta parassitato. Eliot e il suo poemetto capolavoro, ma anche le sue raccolte critiche, a partire da Il bosco sacro, tradotto efficacemente ma non perfettamente nel 1946 da Luciano Anceschi, che ha voluto vedere in lui il prototipo più alto di «scrittore della crisi», sono stati spesso letti (forse troppo spesso) in funzione di qualcosa d'altro, magari per compensare l'impossibilità di cogliere il virtuosismo linguistico dell'originale o la sottile critica sociale all'Inghilterra del tempo, compiuta anche attraverso l'adozione di uno specifico gergo. Abbiamo così avuto l'Eliot montaliano, l'Eliot ermetico di Mario Luzi, quello della Linea lombarda di poeti come Giorgio Orelli, Nelo Risi e Luciano Erba, o ancora l'Eliot tutto poundiano della Neoavanguardia.
Lo ha confessato, molto candidamente, anche Edoardo Sanguineti, in un intervento ora raccolto in Cultura e realtà, spiegando che già nel '61, all'altezza del suo primo saggio dantesco, Interpretazione di Malebolge, considerava i Cantos e The Waste Land come commenti migliori alla Commedia di tanti studi specialistici. Eliot offre insomma a Sanguineti una lettura parassitaria di Dante, che può ritornare sì al presente, come «auctor sperimentale», ma senza che nulla si sia poi detto del poema eliotiano, ridotto a catalizzatore critico. Come tanti prima di lui, Sanguineti gioca «Eliot contro Eliot», associandolo alla problematica dell'avanguardia - ne sono una dimostrazione Laborintus e Laborintus II, dove i calchi eliotiani sono dichiarati. Ciò avviene contro lo stesso fondo ideologico del poeta anglo-americano, per farlo - il verbo è sempre di Sanguineti - «funzionare» davvero. Forse, l'apparente silenzio con cui le generazioni di scrittori più giovani circondano Eliot e La terra desolata viene dal bisogno di de-funzionalizzarlo, di ritornare a una lettura vera che prescinda da Dante, Montale, Pound o l'avanguardia.
Viene da chiedersi, come ha fatto anni fa Fredric Jameson nel suo più celebre saggio sul postmodernismo, ma con un senso alquanto differente, se T. S. Eliot sia ancora «recuperabile» nel contesto delle poetiche contemporanee o se la sua non sia che una pietrificata condizione museale.
Una parziale risposta la offre oggi, nel segno della radicalità della scrittura, Marjorie Perloff, tra le massime specialiste di poesia statunitensi. Secondo Perloff, la citazionalità, o récriture, per usare l'espressione impiegata da Antoine Compagnon, che caratterizza La terra desolata, e che Eliot abbandona subito dopo, è oggi la forma logica della «scrittura» in un'epoca di testi digitalizzati, letteralmente mobili e trasferibili. Non a caso, Eliot è tra gli autori citati anche da Kenneth Goldsmith - insieme a Walter Benjamin, Gertrude Stein e James Joyce - nel suo provocatorio pamphlet pubblicato da Columbia University Press nel 2010, Uncreative Writing: Managing Language in the Digital Age. Secondo Goldsmith, la reinvenzione odierna della scrittura deve necessariamente passare attraverso processi non creativi di trascrizione e libera appropriazione di materiali linguistici e dunque attraverso forme non centrali di soggettività.
È possibile che questa sia una strada percorribile, anche se l'impressione è quella di respirare una sospetta - e un po' claustrofobica - aria di famiglia. Più ariosa, certo, la prospettiva che lo stesso Eliot presentava, sotto forma d'invito a chiunque volesse scrivere poesia, nel saggio Tradizione e talento individuale, che pare scritto proprio ieri, ma con lo sguardo rivolto al domani. Il poeta, suggeriva Eliot, «dev'essere consapevole che lo spirito dell'Europa, lo spirito del suo paese (e ben presto egli deve imparare che tale spirito è molto più importante del suo, individuale) è in continuo movimento, ma che tale movimento è fatto in modo che nulla viene abbandonato en route, che né Shakespeare né Omero e neppure i graffiti degli artisti del periodo Magdaleniano vanno mai in pensione».
È forse questa la lezione che ancora si può apprendere da un poema come La terra desolata. Nella sua oscura e profonda bellezza, nella sua sarcastica invettiva contro un presente che sembra non passare, si coglie comunque un movimento, costante e continuo, come il frusciare delle infinite ali dell'angelo della storia, il movimento «verso una maggiore complessità».

Postilla bibliografica
Un giovane lettore che volesse accostarsi per la prima volta al testo più importante, o comunque più celebre, di T. S. Eliot ha oggi a disposizione diverse traduzioni in italiano. L'edizione più recente di La terra desolata ha una forma ancora relativamente anomala nel nostro paese, dal momento che si tratta di un audiolibro, pubblicato nel 2010 dalla casa editrice specializzata Full Color Sound: la versione dall'inglese è di Roberto Sanesi, ma la voce è quella dello scrittore Stefano Benni, con un accompagnamento musicale di Umberto Petrin (audiolibro + cd, pp. 16, euro 12,90).
Tra le altre edizioni in commercio, impossibile non citare lo smilzo volumetto della collana «bianca» di Einaudi, dove La terra desolata si accompagna a Frammento di un agone e a Marcia trionfale e la traduzione, così come la prefazione, portano la firma di Mario Praz (pp. 91, euro 9,50). Nella Universale Economica Feltrinelli, invece, The Waste Land (versione di Angelo Tonelli, testo originale inglese a fronte) è seguita dai Quattro quartetti e porta l'autorevolissima introduzione di Czeslaw Milosz (pp. 184, euro 7).


“il manifesto", 10 agosto 2012

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