26.6.17

Errori. Una ouverture appassionata (Valentino Parlato)

Quella che segue è la risposta alla domanda Quale credi sia stato l'errore più grosso che avete commesso?, che Giancarlo Greco rivolge a Valentino Parlato nel libro-intervista La rivoluzione non russa (Manni 2012), dedicato alla storia del “manifesto”. (S.L.L.)   
Valentino Parlato tra Vittorio Foa e Lucio Magri
Quello che fu all’origine della nascita della rivista e del quotidiano: l’illusione che nella seconda metà degli anni Sessanta fosse iniziata un’avanzata impetuosa e inarrestabile del movimento operaio. Fu l’abbaglio fondamentale ma anche il più provvidenziale. Nella lunga lista delle idee innate ce n’è una particolarmente resistente, difficile a morire, che vede nell’errore una sciagura. È un’idea stupida. La vita dell’uomo, dalla sua nascita alla sua morte, è un insieme di tentativi a volte azzeccati, a volte miseramente falliti. E se siamo uomini e non anime belle, lo si deve proprio a questo, alla capacità di rimettersi in piedi dopo la caduta. Come dice un proverbio francese: “Cadere sette volte, rialzarsi otto”. E aggiungerei che l’unico modo per tollerare il logorio quotidiano della battaglia politica è credere in un avvenire migliore che non si realizzerà mai, in mancanza del quale per molti il motore della militanza finisce per diventare l’interesse immediato, il realistico, pragmatico, postideologico arricchimento della propria parte. Come dimostrano i nostri conti in banca, noi del “manifesto” abbiamo perseguito la prima strada, credendo forse in illusioni vane, ma la cui eticità ha via via alimentato le battaglie del presente.
In questo senso, la speranza in una rivoluzione italiana ci diede energia per combattere, talvolta in solitudine, le malefatte e i disastri di oltre un trentennio. Difficile dire cosa sarebbe l’Italia senza la concreta difesa della democrazia che tanti come noi, pur vagheggiando un avvenire socialista, condussero giorno dopo giorno. Cosa sarebbe stato del nostro Paese se una parte delle sue coscienze non si fosse fermamente opposta a scenari e tentazioni autoritarie. Questo perché il capitolo sui nostri abbagli non abbia come colonna sonora una musica di requiem, bensì una ouverture tragica ma appassionata, e comunque una ouverture, dunque piena di speranza.

SENZA PROSPETTIVE (S.L.L.)

Mirabelli, Rosati e Serracchiani
Ma lo vogliono capire che senza un ritorno a proposte di sinistra tradizionale, "socialista" e "laburista", sulle questioni economiche e sociali, che senza politiche di diritti universali (e non di mance ora a questo ora a quello) e di redistribuzione tosta non hanno prospettive? che il blairismo è morto in tutta Europa (inclusa la Francia, dove Macron alla fine farà altre politiche)? Fanno come la Clinton, a testa bassa verso la sconfitta, fino a consegnare il paese al populismo peggiore, non importa da chi incarnato, sperando di recuperare con qualche regalia, con qualche mossetta, con qualche mezza frase di circostanza sulla giustizia sociale. Ma si rendono conto di quanti elettori popolari le loro scelte stanno allontanando dal voto e dalla speranza?

stato fb 26 giugno 2017

Alberto La Volpe. Un sindaco, un socialista (S.L.L.)

È morto anche Alberto La Volpe, socialista, a ottantatré anni, il 16 maggio scorso. 
Era nato a Napoli, viveva a Roma e, originario di Salina, si sentiva eoliano; ma con gli amici non mancava mai di ricordare come fondamentale per la sua identità il decennio della sua presenza in Umbria, come sindaco di Bastia Umbra, in quegli anni Settanta di conquiste e di speranze, tuttavia attraversati da inquietanti segni di involuzione. 
Fu eletto sindaco per la prima volta nel 1970 e completò il secondo mandato nel 1980. Nel 1973, per reagire al clima di violenze e di intimidazioni che i gruppi di estrema destra mettevano in atto in tutta Italia, negò l'utilizzazione della piazza per un provocatorio comizio neofascista. Fu considerato un abuso e La Volpe fu sospeso dalla carica. Tornò a capo dell'amministrazione di sinistra nelle elezioni del 1975.
Risultò sindaco adattissimo a una città piccola che stava crescendo nella popolazione, nel reddito, nel tenore di vita. Alcuni tra i “vecchi bastioli”, custodi di sorpassate gerarchie sociali, lo chiamavano “l'arabo” per la sua carnagione scura, ma subirono una sconfitta. I giovani operai, le donne, gli studenti, gli imprenditori più aperti, i quadri più giovani e attivi del Pci e del Psi, sostenevano La Volpe che contribuì a sprovincializzare l'ambiente con una lunga serie di realizzazioni e iniziative: consultorio, asilo nido, una nuova biblioteca comunale, un palazzetto per lo sport, piani di edilizia economica e popolari attenti all'estetica e alla qualità della vita, eventi di buon livello e attenzione alla crescita di gruppi culturali ed artistici locali. Per la progettazione di una piccola casa famiglia per i matti, appena liberati dai lager manicomiali, si affidò a Renzo Piano, che non chiese parcelle. La piccola e avveniristica casa mobile non è forse tra le cose migliori del celebre architetto, ma anche lui, al tempo impegnato per il Beaubourg, fu coinvolto da La Volpe nello svecchiamento della città. Lo stile della sua amministrazione consisteva soprattutto nel dare peso e responsabilità all'attivismo di base della cittadinanza. Cercò di evitare rapide e selvagge cementificazioni e di perseguire una crescita continua ma regolata, mantenendo fissa la barra del Piano Regolatore redatto da Astengo. La fine del suo mandato coincise nei fatti con il passaggio dall'urbanistica programmata all'urbanistica contrattata.
La Volpe soffrì molto per la catastrofe del suo partito e partecipò, restando sempre a sinistra, alle vicissitudini di ciò che ne rimase dopo Tangentopoli, per un breve periodo senatore e poi sottosegretario dei governi Prodi e D'Alema. Fu anche, in un tempo in cui quasi tutta la politica italiana diventava nei fatti filoisraeliana, presidente dell'associazione d'amicizia italo-palestinese: ogni tanto scherzava su quando a Bastia lo chiamavano “l'arabo”. Insieme a Nemer Hammad, ambasciatore del OLP in Italia, pubblicò nel 2002 un libro sulle vicende della Palestina e sulla lotta per una patria del suo popolo. A Perugia organizzammo noi di “micropolis” la presentazione del libro. C'era molta gente, ma nessuno dei notabili diessini o socialisti. 

micropolis, maggio 2017 

La poesia del lunedì. Antonio Machado (Siviglia 1875 - Collioure 1939)

Ogni amore è fantasia;
inventa l'anno, il giorno,
l'ora e la sua melodia;
inventa l'amante e anche
l'amata. Non è una prova
contro l'amore che l'amata
non sia mai esistita.

Da Tutte le poesie e prose scelte, I Meridiani, Mondadori 2010

80 anni fa. Mussolini alle donne italiane: "Come al tempo degli antichi romani"

Mussolini al centro di un gruppo di massaie rurali
La donna dev'essere la custode del focolare come al tempo degli antichi romani e dare la prima impronta alla prole che noi desideriamo numerosa e robusta. Le generazioni di pionieri e soldati necessarie alla difesa dell'impero saranno come voi le saprete fare.

dal discorso del 20 giugno 1937

25.6.17

Nazismo. Un Reich fondato sul lavoro coatto (Sergio Bologna)

Negli anni Ottanta del 900, alcuni storici “revisionisti” tendevano a negarne il carattere prevalentemente piccolo-borghese del nazismo tedesco e inserivano la classe operaia o una parte fondamentale di essa tra le componenti del nazionalsocialismo hitleriano. Alcune fondazioni e alcuni centri sociali italiani e tedeschi organizzarono proprio in quegli anni un ciclo di ricerche un ciclo di ricerche originali sul tema della base sociale del nazismo e della partecipazione operaia alla costruzione del regime. La libreria Calusca pubblicò nel 1994 i risultati di alcune ricerche in un volume collettaneo dal titolo Classe operaia e nazismo. Sergio Bologna, storico e sociologo del lavoro tuttora attivo, era autore di una relazione da cui è tratto questo estratto che fu pubblicato su “il manifesto”. A me sembra che per più di una ragione le scoperte e acquisizioni di quella ricerca siano oggi più importanti che allora. (S.L.L.)

Le politiche occupazionali del nazismo 
dopo la presa del potere
Il legame con uno «Stato sociale», su cui molto avevano puntato sia la socialdemocrazia che i sindacati per dare senso di cittadinanza alla classe operaia nella Repubblica di Weimar e per inculcare in tal modo fedeltà alle istituzioni repubblicane, si frantuma e questo scollamento contribuiva a creare un ulteriore senso di estraneità della classe rimasta senza lavoro nei confronti dello Stato e delle sue istituzioni: quindi quando si dice che la classe operaia non difese adeguatamente la democrazia repubblicana occorre tenere presente che questa democrazia rappresentava ormai ben poco agli occhi del nucleo centrale della forza lavoro.
Ricacciando i disoccupati nel sistema dell’assistenza comunale si formava un esercito di persone che andavano a chiedere la carità a un funzionario che doveva, molto spesso sulla base di un’impressione soggettiva, giudicare dei loro bisogni; si formava così una massa di milioni di persone ricattabili e, quel che più importa per il successivo regime nazista, di schedati.

Disoccupazione nascosta
Ma non basta. Come abbiamo detto, il sussidio erogato dai Cornimi era soggetto all’obbligo di rimborso; si formava così una massa di indebitati a vita con le finanze comunali (nel 1935, con abile mossa, Hitler emise un decreto con cui venivano cancellati tutti i debiti degli assistiti nei confronti dei Comuni).
Queste circostanze spiegano allora perché, con il progredire della crisi, un numero sempre maggiore di persone rinunciò a ricorrere a qualunque forma di assistenza e andò ingrossando così sempre più il numero di coloro che non erano più registrati come disoccupati.
Nasce quindi il problema politico, economico, sociale e statistico della cosiddetta «disoccupazione nascosta» durante la Grande Crisi; all’inizio della crisi le persone che godono di un diritto al sussidio di disoccupazione sono la grande maggioranza di assistiti; nel 1933, mese di marzo, quando Hitler è già al potere e la disoccupazione raggiunge il suo culmine, sono diventati minoranza; la grande maggioranza è finita nel terzo contenitore, se immaginiamo questo sistema come un sistema di vasi comunicanti; si tratta di milioni di persone compietamente in balia del sistema comunale di assistenza alla povertà.
A questi vanno aggiunti naturalmente coloro che, stufi di essere sottoposti a un sistema altamente discrezionale, di essere schedati e per di più di dovere un domani rimborsare i magri sussidi, andavano a ingrossare le file della «disoccupazione nascosta».
(…) Nella memoria di chi ha vissuto quegli anni il rapporto con l’ufficio di assistenza è sempre di tipo conflittuale; sono testimonianze che si riferiscono sia al periodo della Grande inflazione (1923), sia al periodo successivo della Grande razionalizzazione (1924-1928), sia al periodo della Grande Crisi (1929-1933).
Questi avvenimenti riducono in povertà persone di diversi ceti sociali, impiegati, commercianti, artigiani, che si trovano a fare la coda assieme agli anziani, alle ex prostitute, alle donne sole con figli, ai marinai senza imbarco, agli operai di fabbrica disoccupati, a giovani coppie prive di mezzi, ad invalidi.

Burocrati arroganti
Una volta al giorno, una volta alla settimana, una volta al mese costoro devono convincere i funzionari di turno della legittimità delle loro richieste, devono raccontare le loro storie personali, ripeterle, con un misto di umiliazione e rassegnazione.
Il partito comunista, sin da quando il sistema di assistenza fu sancito per legge, fece opera di agitazione e mobilitazione tra gli aspiranti all’assistenza perché superassero, con comportamenti collettivi, l’intenzione della burocrazia di dividerli e perché non accettassero di presentarsi con atteggiamento dimesso ma con atteggiamento di chi rivendica un diritto.
In tal modo il comportamento degli assistiti, grazie alla propaganda comunista, divenne sempre più perentorio e aggressivo, creando forti reazioni nei funzionari e un irrigidimento della struttura. Nell’ultimo numero della rivista Werkstattgeschichte, vengono riportati le testimonianze di decine di episodi di assalti, di scontri, di minacce ai funzionari, con continui interventi della polizia.
(…) Se questa situazione provocava tensioni e disagi già nei periodo precedente alla Grande Crisi, si può immaginare quanti ne abbia provocati con lo scoppio e l’aggravarsi della crisi stessa e con il fatto che, come abbiamo visto, sul sistema di assistenza comunale si riversò di colpo una massa di milioni di persone, espulse dal sistema previdenziale statale; tuttavia fu proprio allora che il ruolo del sistema assistenziale, in quanto sistema di controllo e di schedatura, emerse in tutta la sua portata. Con il radicalizzarsi dei rapporti tra la struttura e l’assistito nel corso della Grande Crisi, la struttura stessa perde quasi del tutto il suo carattere di servizio sociale e diventa sempre più un sistema poliziesco supplente nei confronti delle parti più deboli della società.

Continuità statale
È qui che si innesta il sistema nazista. Uno degli argomenti di fondo della ricerca sugli emarginati nel periodo finale della Repubblica di Weimar riguarda il ruolo svolto dal sistema assistenziale. Su questo la nostra Fondazione ha fatto una ricerca molto importante, che riguarda la storia dell’assistenza comunale ad Amburgo (il volume, curato da Angelika Ebbinghaus, è uscito nel 1986 e ha per titolo Opfer und Täterinnen). Che cosa ha messo in luce questa ricerca? Che il personale della burocrazia assistenziale, in gran parte femminile, è passato senza traumi dal governo socialdemocratico al governo nazista. I nazisti hanno rilevato quasi tutto l’organico e gli hanno chiesto di lavorare come prima, cioè di continuare a esercitare la funzione di sorveglianza, controllo e schedatura e hanno costruito una struttura parallela di selezione degli emarginati, su basi biologiche e razziali.
La struttura assistenziale, fatta di operatori socio-sanitari oltre che di personale amministrativo, forniva una serie di informazioni sui singoli soggetti, sui singoli «casi», alla struttura che doveva intervenire sul piano della segregazione o dell’annientamento fisico delle persone (internamento in campi di lavoro, in cliniche psichiatriche, o sedicenti tali, dove venivano praticate la sterilizzazione forzata e altri interventi di «eugenetica»).
La maggioranza di queste persone venne ritenuta possibile di trattamenti di segregazione e di annientamento in quanto Asozialen, asociali, perché da troppo tempo disoccupati, perché avevano commesso piccoli delitti contro il patrimonio, perché si erano prostituiti, perché avevano malattie considerate ereditarie, perché erano portatori di invalidità gravi, perché avevano comportamenti matrimoniali e/o sessuali irregolari, perché avevano ripetutamente assunto comportamenti di protesta e antagonisti nei luoghi di lavoro o contro rappresentanti delle istituzioni (è il caso della maggioranza dei simpatizzanti comunisti), perché avevano cambiato troppo di frequenza residenza o semplicemente perché erano stati colti troppe volte su mezzi di trasporto pubblico senza biglietto.
Una larga parte dei poveri e degli emarginati venne quindi definita «asociale» sulla base delle informazioni raccolte dagli uffici di assistenza e riportate nelle schede personali ed avviati quindi a un processo di selezione che non fu soltanto un processo di selezione razziale ma anche un processo di selezione sociale.
La maggioranza degli internati nei campi, all’inizio del regime nazista, era composta da questi cosiddetti «asociali», che successivamente verranno chiamati con il termine di gemeinschaftsfremde («estranei alla comunità»). Ancora nel 1941 c’erano 110 mila detenuti tedeschi non ebrei nei campi di concentramento, internati come Asozialen. La politica di selezione della razza non è quindi nata su base etnica, ma è nata per affrontare la questione sociale, eliminando fisicamente gli emarginati. Su questo si è sviluppata la politica eugenetica nazista o, come fu chiamata, la «politica demografica» (Bevolkerungspolitik). I primi lager, i primi campi di concentramento furono le «case di lavoro» (Arbeitshauser), ossia gli ospizi dove erano alloggiati coloro che in cambio del sussidio di assistenza dovevano prestare un lavoro obbligatorio. È lì che è nato il sistema concentrazionario nazista.

Paghe in natura
In base alla legge del 1924, istituiva dell’assistenza ai poveri, veniva anche fissato per legge il lavoro coatto. Orbene, quando Hitler realizzò i primi provvedimenti di avviamento al lavoro per riassorbire a tappe forzate la disoccupazione, lo fece richiamandosi alla legge istitutiva del lavoro coatto. La legge del primo giugno 1933 (Gesetz zur Verminderung von Arbeitslosigkeit, ossia la «Legge per la riduzione della disoccupazione»), una delle leggi-quadro più importanti di politica attiva del lavoro, si richiama esplicitamente alle norme sul lavoro obbligatorio del 1924.
Il rapporto di lavoro è un rapporto che non dà diritto a una retribuzione, i servizi in natura che egli riceve, cioè vitto e alloggio, sono parte integrante dell’erogazione assistenziale, la quale si configura giuridicamente come un atto di diritto pubblico. Il riassorbimento della disoccupazione da parte del governo Hitler nei due anni successivi viene realizzato affidandosi a questo strumento di ordine giuridico.
Il regime nazista si vantò di avere riassorbito nel giro di due anni un numero di disoccupati pari a circa 8 milioni; non bisogna dimenticare che circa il 70 per cento dei posti di lavorocreati dalle politiche attive di occupazione del regime nazista riguardava lavori che facevano parte del grande programma di opere pubbliche di tipo infrastrutturale (come le autostrade). La forza-lavoro così impiegata rientrava nel quadro giuridico del lavoro obbligatorio (Pflichtarbeit). Questa è la ragione anche del crescente malcontento che si diffuse tra questi lavoratori e che negli anni 1935-36 diede luogo a quello che alcuni hanno definito un vero e proprio «ciclo di scioperi». Furono segnalate dalle autorità di polizia e dagli organi del partito nazista 260 fermate sul lavoro, la maggior parte delle quali si verificarono nei cantieri per la costruzione delle autostrade o in cantieri di altre opere pubbliche.
Gli scarsi dati a disposizione relativi alle figure che hanno svolto un molo di agitatori o di iniziatori
o di organizzatori di queste fermate, mettono comunque in evidenza che la grande maggioranza degli operai più attivi nelle protesta aveva dietro di sé esperienze, sia pure brevi, di prigionia e di internamento nei campi.

Militarizzazione forzata

Questi elementi, e il dato di fatto che la grande maggioranza dei lavoratori sono stati avviati al lavoro in maniera più o meno coatta, rendono poco credibile la tesi che il regime nazista sia stato un esempio molto avanzato di keynesismo. Più esatto sarebbe dire che il regime nazista ha combinato assieme alcune formule che potremmo chiamare keynesiane (finanziamento di opere pubbliche per creare posti di lavoro) con i meccanismi di tipo assistenziale ereditati dall’epoca weimariana e con un sistema di coercizione e di repressione dentro il quale il Lager è una componente essenziale della politica del lavoro. Insomma l’erogazione di spesa pubblica per riassorbire disoccupazione potè sussistere solo all'interno di un regime del lavoro dove non solo sono sospese le variabili di mercato ma sussiste una vastissima area in cui il lavoro è considerato al di fuori delle regole del codice civile ed è un fattore affidato in buona parte alla discrezionalità del potere esecutivo, cioè è un lavoro militarizzato. Dunque l’atteggiamento prevalente del nazismo nei confronti della classe operaia è quello che porta non alla sua promozione e/o emancipazione ma alla sua militarizzazione.

"il manifesto", 9 giugno 1994

Un'alba. Una poesia di Alfonso Gatto con il commento di Franco Fortini

Alfonso Gatto
Com'è spoglia la luna, è quasi l'alba.
Si staccano i convogli, nella piazza
bruna di terra il verde dei giardini
trema d'autunno nei cancelli.
È l'ora fioca in cui s'incide al freddo
la tua città deserta, appena un trotto
remoto di cavallo, l'attacchino
sposta dolce la scala lungo i muri
in un fruscìo di carta. La tua stanza
leggera come il sonno sarà nuova
e in un parato da campagna al sole
roseo d'autunno s'aprirà. La fredda
banchina dei mercati odora d'erba.
La porta verde della chiesa è il mare

Tutte le poesie, Mondadori, 2017

Franco Fortini
Un poeta ingiustamente dimenticato dopo che per molti anni fu avvicinato ai maggiori. Alfonso Gatto ebbe un animo non molto diverso da quello degli autori che han no vissuto e scritto nel ventennio antecedente la guerra e hanno amata la poesia come altri ama l’amore, ossia in un modo adolescente e patetico, spirituale e indolenzito.
Gatto ha avuto una capacità di disarticolazione delle immagini che è stata detta molto vicina alle libere associazioni dei surrealisti, mentre il suo lessico è rimasto quasi sempre nella tradizione. C’è un suo verso, il primo di una poesia che si intitola Un’alba in una raccolta che si chiama Arie e ricordi. È un verso endecasillabo perfetto: «Com’è spoglia la luna, è quasi l’alba». Certo vi senti una cantabilità trasognata, che ricorda il D’Annunzio del Poema paradisiaco e il Pascoli, ma, più in genere, il teatro della discrezione e del silenzio di fine secolo. Ma quel «Come» all’inizio del verso rammenta certe aperture di Luzi. E ancor più ci senti o almeno mi pare vi si possa sentire un elemento che situa fermamente questo verso nel decennio che è occupato dall’età della Seconda guerra. È l’esclamativo assordato, diminuito, rattenuto, e smorzato dalla seconda metà del verso, che è quasi una voce seconda e quindi provoca un evidente effetto di dizione ad apertura di sipario. È come se iniziasse una scena, intimistica e desolata, vista da un abbaino di bohémiens o in un mattino di vagabondi insonni.
Seguono tre versi, due dei quali hanno il medesimo ritmo del primo mentre al quarto mancano due sillabe, e si crea così un vuoto, quasi una mancanza di respiro. «Com’è spoglia la luna, è quasi l’alba. / Si staccano i convogli, nella piazza / bruna di terra il verde dei giardini / trema d’autunno nei cancelli.» Una assonanza, una rima interna. Ma tutto è nell’aggettivo: «spoglia». Quell’aggettivo nelle vicinanze del sostantivo «luna» era già in Ungaretti. «Spoglia» è anche quella del defunto. La luna è defunta e insieme dimessa e spogliata. È una proiezione di quella che, per Alfonso Gatto, sarebbe la caratteristica della umanità migliore intesa nel suo senso più tiepido, francescano, di una umiltà che non esclude la ribellione degli oppressi. Naturalmente, anche un autoritratto. Quella luna spoglia e quell’alba sono meno di Baudelaire che di Laforgue e di Apollinaire. È una luna da Pierrot lunare ma anche stanchezza, dolcezza, assopimento, stupefazione, rinuncia. L’alba è una delle più antiche parole della lirica europea; ma la povertà della luna, il «quasi» dell’incertezza ci fanno capire che qui essa si leva su saltimbanchi rosa di Picasso più nostalgici che reali, in una miseria spiritualistica e mistica attraversata anche dal brivido di un secolo senza pietà.


Da Breve novecento in Saggi ed epigrammi, I Meridiani, Mondadori, 2003

Firenze, 1912 + 1. Le Giubbe rosse, Dino Campana e Federigo Tozzi (Attilio Lolini)

Attilio Lolini, poeta tra i più autentici e letterato tra i più fini, è morto tre giorni fa nelle campagne del senese, ove viveva. È stato molto a lungo collaboratore del “manifesto”, ove – in occasione dell'uscita delle Bestie di Federigo Tozzi, ha pubblicato il pezzo che segue, ricostruzione vivace, acuta e appassionata di una pagina importante di storia letteraria. Il titolo, ispirato a un bel libro di Leonardo Sciascia, è mio. (S.L.L.)

Si torna a parlare di un celebre caffè fiorentino: Le giubbe rosse, di Piazza della repubblica e non soltanto perché oggi, un po’ nostalgicamente, vi si tengono dibattiti culturali e presentazioni di plaquettes, ma per via di un libro di Sebastiano Vassalli, edito da Einaudi: L’Alcova elettrica che ricostruisce, con straordinaria vivacità, il processo che, nel 1913 il Pubblico Ministero presso il Tribunale Civile e Penale di Firenze Albini intentò contro la rivista Lacerba, di Giovanni Papini (e contro il «diavolo» futurista) nella persona di Italo Tavolato autore di uno «scandaloso» articolo Elogio della prostituzione, «progettato» e scritto per aumentare le scarse vendite della traballante pubblicazione edita dal tipografo Vallecchi, allora ai suoi esordi di Editore.
Già Vassalli si era occupato de le Giubbe rosse nel suo romanzo-verità (sempre edito da Einaudi): La notte della cometa, che ricostruisce, con un’imponente e accurata documentazione in gran parte inedita, la vita di Dino Campana, il poeta «matto» di Marradi, malvisto da Papini e Soffici e dalla società letteraria che frequentava Le giubbe rosse, un caffè che continuerà la sua ragguardevole «storia» fino agli anni cinquanta.
L’atteggiamento di Campana, nei confronti degli scrittori editori di Lacerba e della Voce (ai quali manda i propri versi) è, in genere, di sprezzo: «Ho verificato che per fare qualcosa di leggibile bisogna essere bastonati a sangue. Io farei altrettanto con quasi tutti gli scrittori della Voce». Lui chiama i già celebri personaggi parvenus della letteratura in assoluto dispregio d’ogni tattica, delle regole del gioco letterario che sono poi, scrive Vassalli, il trasformismo, il servilismo, l’adattamento all’ambiente. Papini e Prezzolini (ma anche Soffici, Marinetti e compagnia) risponderanno adeguatamente; si accaniranno a tal punto su Campana ancora dopo molti anni dalla morte nel tentativo di annientarne la fama, di cancellarne la memoria e, vanamente, il genio.
Dino Campana
Fu messa in giro anche la problematica storiella della vendita dei Canti orfici ai clienti delle Giubbe rosse, unico testimone Marinetti, vendita che il poeta faceva strappando alcune pagine del libro e dicendo al compratore: «Tanto tu queste non le capiresti».
Per i letterati del già noto caffè Campana è, veramente, un personaggio imbarazzante; la sua miseria è spaventosa; cammina, scrive Vassalli, scalzo per risparmiare le scarpe che porta unite per i lacci, a tracolla dalla spalla sinistra. Dorme all'asilo notturno e va a fangiare alla famigerata Società per il pane quotidiano; in realta digiuna arrangiandosi a fare in po' di tutto, dal facchino al fattorino.
La storia è nota: Soffici, al quale Papini “dirotta” il giovane poeta perderà i Canti Orfici, senza neanche averli letti.
I futuristi, chiamati in soccorso a Lacerba hanno colonizzato» Firenze: il 13 dicembre al teatro Verdi hanno organizzato una serata : sono elegantissimi; si chiamano Marinetti, Carrà, Boccioni, Cangiullo; l’uomo dei boschi, Dino Campana cerca Soffici alla Giubbe Rosse ma non lo trova, si reca al Verdi; è schernito dallo stesso Boccioni che esclama: «Signoreiddio, c'è ancora gente che va in giro con la pidocchieria!».
«La cercavo», dice Campana a Soffici, che sfoggia un monocolo incastrato con disinvoltura nel sopracciglio sinistro, «per darle una poesia che ho scritto sopra un suo quadro».
Soffici è seccatissimo: «Non vede che stiamo concertando lo spettacolo di stasera, risponde, vada a comprarsi il biglietto, piuttosto».
Il pittore Carrà è ancora più spietato; rivolto a Campana dice : «Se ci promette di venire a teatro vestito solo d’una pelle di capra noialtri gli procuriamo un biglietto hommage, non è vero Soffici?»
Campana chiede notizie delle sue poesie: «Basta», urla Papini, «io non ne so nulla!», butta il tovagliolo sul tavolo. «Da quando s’esce con Lacerba — dice Marinetti sconsolato — nemmeno a tavola si sta in pace».
Un altro grande sfiorò le Giubbe rosse in quegli anni: Federigo Tozzi; anche a lui Papini dedicò la medesima attenzione.
Meno randagio di Campana ma non dissimile dal poeta di Marradi, Tozzi fu anche lui un grande camminatore, un ciclista in grado di pedalare da Siena a Roma, da Siena ad Ancona, che aveva in sprezzo gli uomini del caffè, la loro affettazione, le loro riviste e, in una parola, la loro mentalità. S’era invischiato in un’impresa come la rivista La Torre, in odio a Lacerba e ai costumi futuristi, con un personaggio come Domenico Giuliotti, fautore d’una destra terribile e pittoresca e gran nemico del «moderno» contro il quale chiamava ogni momento l’arma dei Carabinieri.
Federigo Tozzi
A Tozzi, in realtà, la politica interessava poco o nulla; la «congiura» contro Lacerba, o meglio la denuncia contro l’articolo di Tavolato: L’elogio della prostituzione, vede come attori il Giuliotti e il killer dello stesso: Ferdinando Paolieri, giornalista de La Nazionale.
Vassalli «ambienta» la scena della «congiura» a Siena in Piazza del Campo che, con ogni probabilità si svolse, invece, a Greve dove abitava Giuliotti e dove Tozzi si recava, spesso, in bicicletta tanto che una volta, sudatissimo e impolverato, fu fermato dai carabinieri che l’avevano scambiato per un famoso, e imprendibile, ladro di pollame.
Paolieri viene definito da Alberto Viviani: (autore di un introvabile ma interessantissimo libro edito nel 1933: Le Giubbe rosse): «bestemmiatore di piazza», a trentacinque anni, scrive Vassalli è un omaccione quasi completamente calvo, gran donnaiolo e autore da Nerbini: (detto lo Zanichelli dei sozzi) di romanzi pornografici da lui stesso scritti e tradotti. Tozzi, forse, lo detestava e anche Giuliotti non lo stimava molto; Paolieri «serviva», come giornalista e «spia», per la lotta che La Torre aveva dichiarato a Lacerba.
Nel maggio del 1913, racconta Viviani, avviene a Firenze, un memorabile incontro-scontro di Giovanni Papini con Federigo Tozzi; Viviani descrive Tozzi come un giovanottone vestito alla campagnola; «grassoccio e rubicondo, con l’aria di un prete di campagna vestito da uomo», tanto che Viviani — che gli era amico fin da bambino — non l’aveva neppure riconosciuto.
Ogni tanto Tozzi andava a Firenze, sia in bicicletta, sia con il treno: l’incontro con Viviani è casuale, quest’ultimo: «sull’angolo di Piazza Madonna con Via del Giglio, sta aspettando Papini che infatti di lì a poco arriva: a passo svelto e beccheggiante come l’albero di un navicello». Eccolo!, dice Viviani e a Tozzi si rizza subito il «pelo»: «come ai gatti quando stanno per azzuffarsi con il cane».
Papini saluta e rivolto a Tozzi dice: «Torno subito; mi aspetti. L’aspetto sicuro — risponde lo scrittore — non ho mica paura, sa?».
Papini sorrideva, nota Viviani con quel suo sorriso speciale che avrebbe levato gli schiaffi anche di mano ai santi, e sbirciava di sottocchi Tozzi che gli camminava a fianco sbuffando di caldo e di rabbia, ma più ancora per il desiderio di poter presto aggredire a suo modo il nemico.
La collera dello scrittore senese esplose di lì a poco, a voce alta e concitata ricopri d’improperi Lacerba, il futurismo e lo stesso Papini che, imperturbabile lo osservava più con curiosità che con interesse.
Tozzi così l’apostrofò: «Bécero, bécero: voialtri offendete tutti e non sapete dire o scrivere che parolacce. Ma vi si leverà noi il vizio; eh, ci credo...».
Il riferimento al «saggio» di Tavolato e agli stessi articoli di Papini: Gesù peccatore e Freghiamoci della politica, è esplicito. La Torre, la rivista di Tozzi, Paolieri e Giuliotti verrà, del resto, anche presentata alle Giubbe rosse, tra risa, sghignazzi: «Vedete — dice Ardengo Soffici — questo non è il giornale di Giuliotti ma di Dio. E’ Dio stesso che lo ispira».
Papini non reagisce alle invettive di Tozzi che fino a via de’ Pecori urlava all’indirizzo dell’autore di Un uomo finito. «Non voglio perdere il treno — disse — sennò verrei fin dentro a quel caffeaccio per dirvi a tutti il fatto mio».
«Venga un'altra volta — -gli propose subito Papini — noi ci siamo sempre».
Di lì a qualche giorno, racconta Viviani, Tozzi capitò davvero a le Giubbe rosse; ma quasi nessuno se ne accorse perché s’era messo a un tavolino mezzo nascosto tra la seconda e la terza sala. Non inveì contro nessuno, sapendo bene che Papini, Soffici, Lacerba e la stessa rivista La Torre non lo interessavano per nulla, lontano com'erano dal suo vero mondo, dai suoi interessi di scrittore. Giuliotti verrà “descritto” con feroce ironia nel suo ultimo libro, Gli egoisti. Morrà giovane a Roma, otto anni prima di Dino Campana. Pampini sopravviverà per tanti lunghissimi anni non rendendosi conto che quel giovanotto accaldato e vociferante che lo apostrofava ferocemente in via de' Pecori, era tra i maggiori scrittori del Novecento.


“il manifesto”, 19 aprile 1987

Dio e tarlo. Una favoletta di Federigo Tozzi

Nel tinaio, sotto un vecchio barile che aveva perduto anche i cerchi, ritrovo una tavola di sorbo. Perdio! Se mi riesce a segarla come voglio, mi ci viene un bel tagliere. Prima, con la lima a triangolo, arroto i denti della sega, poi mi metto all’opera. E’ legno così duro che, per quanto consumi tutta la sugna che tenevo incartata su la cappa del camino, non giungo alla fine. La sega brucia e diventa pavonazza. E, poi, non mi riesce d’andare a filo. Allora prendo un accettino e concio la tavola alla meglio. Quando ho quasi finito, m’accorgo che c'è un buco fatto da un tarlo. Lo voglio trovare! Spacco nel mezzo la tavola; e in fondo al buco, che gira quasi come una spirale, lo trovo; bianco e tenero, con una puntina rossa. Lo lascio stare: io sono Dio, ed egli è un solitario dentro una Tebaide.

da Bestie, a cura di Vincenzo Cerami, Theoria, 1987

Leibovitz-Sontag. C'eravamo tanto amate (Marcello Sorgi)

Una coppia, la vita di una coppia eccentrica di donne che si amano e cercano di condividere tutto dei loro strani giorni, del lavoro, dei viaggi, delle case disseminate in giro per il mondo, degli alberghi più belli, delle navi, degli aerei, delle città e dei deserti. Annie Leibovitz, la famosa fotografa, e Susan Sontag, la scrittrice simbolo della sinistra americana, si conoscono alla fine del 1988 e restano insieme per quindici anni, anche se mai, pubblicamente, lo riconosceranno. Il ricordo che la Leibovitz ha dedicato a Susan, morta due anni fa di cancro, è un atto di amore e di rispetto per la loro storia. Ma Annie si aspetta che faccia «molto discutere, soprattutto per la decisione di pubblicare anche le immagini di Susan malata, sofferente per le cure e appena morta, nel suo feretro».
In uscita la prossima settimana dall'editore Jonathan Cape, il libro, intitolato con un espediente A Photographer Life, si può già sfogliare in questi giorni. La Sontag, con il suo sguardo terribile e penetrante, la sua inconfondibile frezza di capelli bianchi, il suo look sciatto da intellettuale tormentata, ne è la supeiprotagonista, Annie restando, in realtà, la maggior parte delle volte, dietro l'obiettivo della macchina fotografica. C'è, all'inizio, un'immagine di Susan in viaggio, sullo sfondo delle tenebre che stanno per avvolgerla del deserto giordano. E c'è, a un certo punto, lei appena sveglia su un letto sfatto, e ancora pieno di passione, dell'hotel Quisisana di Capri: Annie s'è appena alzata per fermare il ricordo di un momento speciale. C'è la foto simbolo - per loro due - della collezione di sassi di Susan, che Annie vide subito nell'appartamento della scrittrice dov'era andata la prima volta per fotografarla «e per ovvie ragioni è rimasta come un simbolo del nostro incontro». Poi, ci sono un'infinità di foto legate a servizi della Leibovitz in giro per il mondo in cui Susan doveva, anche contro la sua volontà, accompagnarla per infonderle sicurezza, foto di attori e attrici e scrittori, personaggi, amici e personaggi del loro lavoro: Demi Moore e Arnold Schwarzenegger, Andrew Wylie, l'agente letterario, a passeggio con Susan sulla spiaggia di Southampton, e l'assistente Karla Eoff, sullo sfondo dell'enorme libreria dello studio della scrittrice, nel suo appartamento newyorkese di West 24 Street.
C'è una foto di Susan nuda e felice, abbandonata in estasi tra le lenzuola. Innamorate, inseparabili, litigiose, com'è facile immaginare in due personalità e due caratteri come i loro, «eppure - spiega Annie - non avremmo mai accettato di considerarci compagne o partner, queste parole non facevano parte del nostro vocabolario. Ci siamo sempre considerate amiche». Anche se poi, spiega chi le ha conosciute insieme, la loro storia è sempre stata una specie di match, un continuo saliscendi, tra Annie che amava far baldoria e Susan che si è sempre considerata una letterata seria e che ha fatto della serietà il suo tratto distintivo, salvo proporre a sorpresa, magari all'ultimo minuto, di andare a vedere un film comico di Keanu Reeves.
Annie aveva 39 anni quando la vide per la prima volta, e Susan 55: ma dalle immagini, anche a dispetto dell'interessata, esce tutto l'aspetto vulnerabile del carattere della Sontag. «Per me - racconta oggi Annie - Susan era proprio la persona che speravo di incontrare. Quando ci siamo viste, è stato un momento meraviglioso, era come se una spingesse l'altra a dare il meglio di sé». Susan è una scrittrice «cult», di fama mondiale. Annie è già una fotografa famosa. Viene da una famiglia middle class, padre nell'aviazione, madre insegnante e casalinga con sei figli, ha studiato a San Francisco fotografia, ha esordito a Rolling Stone nel momento magico della rivista, e dopo 13 anni è approdata a Vanity Fair. Per lei, che ha sempre lavorato da sola, lo studio affollato di assistenti che il nuovo editore le ha messo a disposizione è più che altro un impaccio. Mentre a poco a poco, dopo aver conosciuto Susan, si accorgerà di non poter fare a meno della sua presenza, per superare l'ansia che si porterà sempre dietro sul lavoro.
Il momento in cui la storia è messa a dura prova è quando Susan scopre i primi segni della malattia e Annie si accorge di desiderare un figlio. Forse all'inizio Susan sarà stata «ambigua», questo almeno è il ricordo di Annie, rispetto all'idea della sua maternità, ma alla fine la sosterrà. La fotograferà, nuda, incinta, di profilo, poco prima del parto - ed è una delle rare presenze della Leibovitz nel libro. E Sarah, la sua prima figlia, nascerà quasi ai piedi del letto di ospedale su cui Susan è adagiata per il primo ciclo di cure.
Qui le immagini della scrittrice, piegata dalla malattia, cominciano a essere dure da vedere. «Ci sarà qualcuno - ammette Annie -che giudicherà discutibile la scelta di pubblicarle, anche se io, prima di farlo, ho consultato la cerchia dei nostri amici più cari». Si vede Susan seduta con un'infermiera che le attacca la flebo della chemioterapia. La si rivede magrissima, invecchiata e con i capelli molto corti. Ancora lei su una barella che sta per essere caricata su un piccolo aereo, per tornare a casa. «E dai suoi occhi, dallo sguardo, emerge tutto il suo coraggio, il senso della sfida, il desiderio di vivere e scrivere altri libri», annota malinconicamente la Leibovitz.
Siamo agli ultimi giorni. Annie si divide tra Susan, alla fine, e suo padre anche lui in gravi condizioni in Florida. L'ultimo giorno di terapia di Susan decide di partire. «La baciai e le dissi "Ti amo", lei rispose: "Ti amo anch'io"». Sulla porta chiede a David, il figlio di Susan, se pensa che avrà il tempo di tornare e rivederla viva: «Ce la farai», dice David. Ma già la sera, nell'ultima telefonata dalla Florida, le notizie sono sconfortanti. Susan muore mentre Annie cerca di prendere un aereo per raggiungerla, il mattino dopo. La troverà distesa sul feretro, le mani giunte, un piede allungato sull'altro. Annie estrae dallo scrigno dei suoi ricordi un dettaglio disperato: «Non ho voluto nessun moke up, nessuna merda su di lei».
Due anni dopo, questo libro di Annie su Susan e su loro due è un omaggio al desiderio della scrittrice di vedere in qualche modo raccolto il diario della propria esistenza, e insieme, come sempre quando una persona se ne va, il tentativo di farla durare nella memoria. Leibovitz ha avuto altri due figli, con la fecondazione artificiale, l'aiuto di un compagno disponibile e di un utero in affitto. «Sono stata un po' incosciente - confessa -, non pensavo che sarebbero arrivati due gemelli». Ma adesso che «il momento più difficile è passato», il pensiero è a questo libro e a «Susan che mi dà ancora molto. Ogni giorno».


“La Stampa”, 11 ottobre 2006

Maria Teresa compie 300 anni (Flavia Foradini)

Accomodata sul trono coi suoi sei metri di altezza, in mano lo scettro e il rotolo della Prammatica Sanzione che le aveva consentito di diventare sovrana, Maria Teresa d’Austria domina lo spiazzo verde tra i due musei gemelli di Belle Arti e Storia Naturale, lo sguardo rivolto al palazzo imperiale di Vienna. Ai suoi piedi, le allegorie di giustizia, forza, clemenza, e saggezza. Sui lati del basamento, le raffigurazioni dei suoi principali consiglieri. Sotto l’alto piedistallo, 4 condottieri a cavallo completano la composizione di quasi 20 metri di altezza.
Il monumento alla matronale sovrana, realizzato nel 1888 da Caspar Zambusch, è uno dei più articolati e marcanti della capitale austriaca. Poco più in là, nel Burggarten, Francesco Giuseppe si deve accontentare di una solinga statua a grandezza naturale, posta su un basso basamento, come pure Francesco Stefano I di Lorena, marito di Maria Teresa e kaiser del Sacro Romano Impero dal 1745 al 1765 che, benché a cavallo, resta poca cosa nei confronti della consorte.
Non è casuale che a Vienna Maria Teresa giochi ancora un ruolo visivamente tanto rilevante, con attributi da madre della patria, anzi da übermutter.
Fra tutti i sovrani asburgici, ebbe forse la vita più esuberante e lasciò segni significativi e indelebili sull’impero, avviando una profonda modernizzazione dell'apparato dello stato.
Oggi la si definirebbe una wonder woman. Avendo potuto sposare l’uomo che amava, diede alla luce nientemeno che 16 figli e fu alle redini dello Stato fino al 1780, per quasi 40 anni, sempre in armi per difendere il proprio ruolo e i propri dominii. Al trono salì all’età di 23 anni grazie ad un padre dinasticamente illuminato, Carlo VI, il quale già prima che la sua futura erede nascesse, nel 1713 decise che anche dopo la sua morte i suoi possedimenti dovessero restare indivisi e che a reggerli avrebbe potuto essere pure una donna.
Al trono salì inesperta, anche se l’ambasciatore inglese Thomas Robinson, osservandola ancora adolescente, nel 1733 scrisse a Londra: «Ha un temperamento focoso e mostra grande lucidità di pensiero. Ammira il padre ma ne lamenta la pessima politica economica» .
Carlo VI, appassionato di arti, musica e caccia, non brillava per doti di governo a stava via via svuotando le casse dello stato. Pragmatica e disciplinata, di fronte ad una montagna di un centinaio di milioni di fiorini di debiti dello stato, lei capì in fretta che doveva riformare radicalmente quella monarchia in difficoltà, e in mancanza di competenze specifiche, doveva farlo delegando i vari compiti a uomini fidati e capaci. Fu proprio in questa scelta di consiglieri che ebbe la mano più felice. Nulla restò inviolato: dall’esercito alla pubblica amministrazione, dalla sanità al sistema scolastico, dal catasto al fisco, ai rapporti fra Stato e Chiesa.
Nonostante le numerose battaglie e guerre con le altre grandi potenze europee, in cui si trovò subito invischiata, cercò spesso la via della mediazione, e come strumento di politica estera portò avanti intensamente la prassi matrimoniale in vigore nella casata già dal XVI secolo, installando i figli ai piani nobili di numerose corti europee.
Alla fine del suo regno consegnò ai posteri uno stato più moderno, più efficiente, più equo. Anche nei possedimenti italiani il suo assolutismo illuminato segnò uno spartiacque economico, culturale, amministrativo, giuridico, scolastico, fiscale, sociale.
Il suo mito cominciò già poco dopo la sua morte. Oggi, nel tricentenario della nascita avvenuta il 13 maggio 1717, a Vienna la considerazione della sua personalità e del suo operato è più sfaccettata, come dimostrano le molte iniziative in corso, in particolare le mostre. Dalla Biblioteca Nazionale al Museo del Mobile, da Schönbrunn all’Abbazia di Klosterneuburg, dal castello di Hof a quello di Niederweiden, alla manifattura di porcellane Augarten, è un florilegio di approfondimenti delle molte facce della sua personalità. In primis quelle positive di imperatrice assoluta ma aperta alla modernizzazione, dotata di un’evidente capacità di attuare fondamentali riforme, ma anche i lati bui: «Maria Teresa fu indubbiamente una grande sovrana ma lo studio del suo regno e del suo tempo ci dicono anche che era decisamente intollerante - ci spiega Karl Vocelka, professore emerito di Storia dell’Università di Vienna e autorevole studioso di storia asburgica -. “Fece deportare i protestanti verso l’Ungheria e l’attuale Romania e disprezzava particolarmente gli ebrei, che cercò di cacciare dalla Boemia: in 20mila dovettero lasciare Praga da un giorno all’altro in pieno inverno. In Galizia, gli ebrei, divenuti cittadini asburgici ma privi di cognomi, vennero obbligati ad assumerne di indecorosi o discriminanti, con effetti di lungo periodo, perché in questo modo vennero per così dire contrassegnati e quando dall’ultimo scorcio del XIX secolo esplose l’antisemitismo come piaga sociale, fu subito chiaro chi era di origini giudaiche».
Anche il rapporto con il figlio Giuseppe II, divenuto kaiser del Sacro Romano Impero nel 1765, è pieno di ombre: «Lui fu fautore convinto di una penetrazione illuminista un po’ in tutti i settori della vita pubblica, mentre nonostante le sue riforme, Maria Teresa non può essere considerata sostenitrice del Secolo dei Lumi - prosegue Vocelka -. A Giuseppe II diceva: “ma come, leggi quell’orribile Montesquieu? Non è una lettura appropriata per un sovrano cattolico”. Del resto dava ordini in permanenza ai figli, le sue lettere sono piene di disposizioni: questo lo dovresti fare, questo lo devi fare assolutamente, se non fai questo, vedrai che ..., tanto è vero che dietro le sue spalle i figli si scrivevano cose tremende su di lei».
Per l’occasione del tricentenario, anche un convegno internazionale promosso dall’Accademia delle Scienze ha fatto il punto a Vienna sugli studi su Maria Teresa. Un aspetto interessante, segnalato da più relatori, è stato l’uso dell’immagine della sovrana in Europa. Maria Teresa è intensamente presente nell’iconografia del Vecchio Continente, ma contrariamente a quanto farà l’imperatrice Sissi, con le proprie effigi su dipinti, incisioni e medaglie documenta senza remore il lavorio del tempo sul suo volto e sul suo corpo, un fatto che ben si sposa al suo approccio pragmatico con la realtà. Proprio sulla sua iconografia nel settore delle medaglie, è stato avviato un progetto di ricerca congiunto dell’Accademia delle Scienze e del Kunsthistorisches Museum.


“Domenica – Il Sole 24 ore”, 7 Maggio 2017

24.6.17

La “Vita nuova” di Dante. Se alla finestra appare una donna gentile (Maria Corti)

Vi è qualcosa di sorprendente nella «Vita Nuova» di Dante: un libro che ha attraversato secoli di lettura restando tuttavia in qualche modo ancora misterioso, ancora mirabilmente ambiguo. Indizio, questo, o segno in genere di alta poesia. Orbene, è recentissima l’edizione che di quest’opera ha curato un esperto filologo, Domenico De Robertis, per la Casa editrice Ricciardi (pagg. 247, lire 8.000); il lettore vi troverà un’acuta introduzione critica e, per la prima volta, un’ampia serie, veramente preziosa, di note storico letterarie che lo invoglieranno alla lettura, ma insieme gli confermeranno quanto qui stiamo dicendo, e cioè che la «Vita Nuova» ci lancia una scommessa, è testo da cui il lettore a momenti si sente giocato, per un parlare recondito, per una verità nascosta e qua e là allusa. Non si può mai, con quest’opera, tagliar corto e dire: le cose stanno così e così; qualche sospetto inevitabilmente incombe per lo stratificarsi di vari sensi, per il sovrapporsi di più livelli o piani di significato, quindi di lettura.
Partendo da quella che si direbbe, anche con espressione dell’epoca dantesca, la «forma del libro», ecco che la «Vita Nuova» appare composta di poesie (sonetti, ballate, canzoni) precedute da prose, che ne spiegano o commentano la situazione amorosa di origine, e seguite da altre prose che ne illustrano la struttura poetica. Si tratta di un genere letterario che in seguito alla sua mescolanza di prosa e poesia viene chiamato «prosimetro», genere per cui Dante aveva modelli illustri latini (Severino Boezio, Alano di Lilla ecc.) o provenzali (le «vidas» e «razos»), da lui profondamente rinnovati al punto che l’opera dantesca diverrà essa stessa più tardi modello per altre di rilievo come l’«Ameto» del Boccaccio o l’«Arcadia» del Sannazzaro.
Cronologicamente, le rime precedono quasi sempre le parti in prosa; come dire che Dante a un certo momento della riflessione poetica trascelse, fra le poesie già composte, quelle adatte a costituire un discorso continuato, a rappresentare il suo cammino lirico sino agli anni 1293-1294, i più probabili per la stesura delle prose. Nonostante la genesi separata e la duplicità di messaggio delle prose e delle poesie, l’opera risulta profondamente unitaria per l’emergere e l’espandersi, come mette bene in luce De Robertis, della funzione della prosa, cioè della riflessione distribuita con stupendo andamento ritmico nel corso dell’opera sui testi e sull’itinerario poetico. Può essere significativo un dato concreto offertoci da De Robertis, quasi una prova indiretta dell’unità dell’opera: non c’è, nella sua tradizione manoscritta, quella distinzione fra «lettera grossa» per il testo poetico e «lettera sottile» per il commento, che compare invece nella tradizione manoscritta del «Convivio».
Si esita molto a definire dall’interno la «Vita Nuova»: essa è una narrazione autobiografia o libro della memoria, ma anche parabola esemplare o «exemplum» fornito di valore simbolico, è un trattato d’amore, è un manifesto poetico dello Stil Novo, come almeno lo intese Dante. È proprio tale spessore del testo che genera da un lato la conturbante ambiguità, ma dall’altro ha sempre prodotto alla lettura un’impressione di durata, di fonte di arricchimento per il lettore; insomma lo spessore del testo si è offerto come spessore di vita.
Un libro prismatico, che ci guida da un livello all’altro di lettura attraverso insensibili e sottili spostamenti: la storia dell’amore di Dante per Beatrice, le apparizioni della donna, le lodi di lei appartengono nello stesso tempo alla realtà del poeta e alla realtà della poesia, dunque a una dottrina o teoria della poesia. Ma essendo Dante una personalità così intensa e fortemente accentratrice, teoria della poesia è in lui teoria della «sua» poesia, cioè di un ideale e di una soluzione della materia e vicenda amorosa assai diversi, per esempio, da quelli del Cavalcanti: Dante rifiuta, salvo in fase iniziale, la drammaticità dell’ amore-passione cavalcantiano a favore di un’idealizzazione assoluta della donna, sicché si passa senza soluzione di continuità dalle operazioni dell’anima sensitiva a quelle beatificanti dell’intelletto che contempla. Beatrice è per l’appunto contemplata come una creatura angelica: chiari elementi della tradizione agiografica, mistica e liturgica, precise espressioni del linguaggio biblico l’accompagnano, le fanno sempre degno corteggio.
Ma allora fino a che punto Beatrice è «figura» di una donna e non dello stesso fare poetico? La domanda urge; la vita «nova» è sì rinnovata dall’apparizione di Beatrice, ma coincide con l’apparizione della poesia nell’universo del diciottenne Dante. E così, quando a Dante sconsolato per la morte di Beatrice appare a una finestra la donna gentile e pietosa, che lo consolerà, che deve pensare il lettore di costei, se è Dante stesso a confonderlo col «Convivio», là ove lo informa che la donna gentile dell’altra sua opera è la filosofia?

È probabile che ancora molto ci resti da capire su questa e su altre opere di Dante; forse bisognerà leggere di più i testi latini che Dante leggeva, e non solo quelli che noi siamo soliti credere che lui leggesse; la sua biblioteca ci è in parte sconosciuta. Detto questo, il commento di De Robertis è già un grosso passo avanti, e molte delle citazioni occulte prendono rilievo sicché veramente ci accostiamo a quello che Dante vuole dirci su se stesso, sull’amore e sulla poesia. Ma la «Vita Nuova» può anche essere letta come una mirabile fantasia sull’amore, come una favola abitabile dall’immaginazione dell’uomo, come un libro della memoria in cui per l’alleanza di una mente speculativa e di una sensibilità poetica il reale è trasfigurato ad ogni momento. Dante non è solo con le sue figure poetiche, ma allo spettacolo partecipano i «fedeli d’Amore», e persino le donne da essi cantate: in questo senso l’opera è la storia di alcuni destini poetici che si intrecciano e creano fra Firenze e Bologna uno dei momenti più intensi per la storia della stessa poesia italiana; basti nominare Guido Guinizelli e Guido Cavalcanti, coi quali Dante sommessamente colloquia in tutta l’opera. Loro sono i veri destinatari della «Vita Nuova»; noi a secoli di distanza, tentiamo di cogliere il senso di questo eccezionale colloquio, tutto sommato abbastanza unico nella letteratura italiana per l’altezza dei protagonisti.

"la Repubblica", ritaglio senza data, ma 1980

I “Ragionamenti” di Pietro Aretino. Spose suore puttane (Guido Almansi)

L'edizione economica dei Ragionamenti di Pietro Aretino (con premessa di Roberto Roversi, Savelli, pagg. 256, lire 3.000) porta finalmente questo sconcio capolavoro alla portata di tutte le borse (le due magnifiche edizioni precedenti, quella Laterza a cura Giovanni Aquilecchia e quella. Einaudi curata da Guido Davico Bonino, erano più care). Il libro funziona per due tipi di lettori: o il lettore lubrico che cerca gli oltraggi contro le convenzioni morali, o il lettore poetico che cerca gli oltraggi contro le convenzioni linguistiche e stilistiche. Ma si potrà pensare a un lettore ideale, che combini questi due interessi, solo apparentemente divergenti.
La violenza aretinesca esplode sia al livello del contenuto sia al livello della forma; e alla estenuante attività fornicatoria dei suoi personaggi corrisponde una frenetica attività linguistica dello scrittore. Guardate che stupenda orgia sonora: «A la fine le suore dei letto, e i giovincelli, e il generale, s’accordarono di fare ad una voce, come s’accordano i cantori, o vero i fabbri martellando, e così, attento ognuno al compiere, si udiva un ahi, ahi. un abbracciami, un voltamiti, la lingua dolce, dammela, totela, spinge forte, aspetta ch’io faccio, òimé fa, stringemi, aitami: e chi con sommessa voce, e chi con alta smiagolando, pareano quelli da la, sol, fa, mi, rene, e faceano un stralunare d’occhi, un alitare, un menare, un dibattere, che le banche, le casse, la lettiera, gli scanni, e le scodelle se ne risentivano, come le case per i terremoti ».
La metafora musicale non viene subito dichiarata, ma accompagna sornionamente il testo. Nei suoi momenti più felici, che spesso corrispondono all’articolazione verbale di un piacere fisico, Aretino giunge a grandi finezze edonistico-linguistiche: «Questi son guai... più dolci che non è un poco di rognuzza a chi la sera intorno al fuoco, mandato giù le calze, viene in succhio, per il piacere di grattarsi ».
Ma Aretino non è solo un pragmatico dell’edonismo, bensì un teorico, fortemente impegnato a un livello tecnico. Gli insegnamenti della Nanna alla Pippa sull’arte di essere puttane comprendono pagine da manuale (sullo smaneggiamento, sulla finzione della verginità, ecc.) secondo il modello di celebri testi rinascimentali come Il Cortegiano e il Galateo (il parallelismo è di Ettore Bonora). Se si riaprissero le case chiuse, come oggi qualcuno vorrebbe, i libri di testo per un corso di addestramento professionale potrebbero essere ancora L’Arte di Amare di Ovidio e I Ragionamenti (cioè Le Sei Giornate, per dar loro il titolo filologicamente corretto) piuttosto che il prontuario americano sull’argomento, The Happy Hooker (cioè La Battona Felice). Ci sono dei passi nei Ragionamenti che sono mirabili di precisione tecnica e di penetrazione psicologica, e forse utilissimi per l’aspirante prostituta. Il tono falsamente solenne delle massime a sfondo lubrico sono giocosamente ironiche ma sono anche assolutamente convincenti (veritiere?): «Perché le chiappettine son di calamita, tirano a sé la mano... ». Chi potrebbe contraddirlo?
Pure, una volta detto tutto questo, bisogna confessare che Aretino è scrittore noioso. Superata la sorpresa e lo shock delle prime pagine, il testo finisce per deludere. Il rapido fluire delle immagini e delle similitudini, la vivacità della scrittura, l'irrisione di ogni forma di classica moderazione, lo spigliato anticonformismo dell’uomo di mondo e del letterato, hanno ormai poca presa su di noi. La riluttanza a cedere alle lusinghe dell’Aretino non dipende dalla sua oscenità, o dall'assenza di senso morale, come valeva la critica ottocentesca; o dalla eccessiva e ostentata disinvoltura dello scrittore verso la sua materia turpe. In ultima istanza non ci delude la carenza di coscienza etica, ma la carenza di temperamento artistico. Perché Aretino manca di alcune qualità primarie dell’artista: l’uso dei silenzi, delle pause, delle intermittenze; il controllo dei ritmi alterni di alta e bassa pressione; la insinuosa preparazione, in sordina, del clamoroso colpo di scena.
Aretino spende subito tutto quello che ha; il suo esibizionismo stilistico potrebbe anche nascondere insicurezza e incertezza, visto che lo scrittore non osa mai rallentare il flusso della sua esuberanza nemmeno per poche righe. Aretino vuole sempre sconvolgere il lettore, ad ogni istante; e per ovvia conseguenza il lettore diventa immune dalla sua irruenza. L’oscenità strarompente dei contenuto e la stravaganza della lingua diventano ordinaria amministrazione: quindi normali, senza sorprese. Se il lettore sa di potersi aspettare eccitamento e goduria a ogni seconda riga, si annoierà presto del gioco. Il piacere di essere stuzzicato è connesso all’incertezza del comportamento dello stuzzicatore: ma essere stuzzicato a intervalli regolari è esperienza spiacevole.
Il canto di gioia della carne nella prosa di Aretino tende verso la pienezza vitale di Rabelais: ma è un Rabelais caricato all’eccesso, fino al punto di rottura. Forse i passi più intensi dei Ragionamenti corrispondono alle pieghe d’angoscia che si nascondono nella felice fluenza della scrittura. «Il sesso in queste pagine è un sesso senza tormento» dice Roberto Roversi nella sua discutibilissima premessa al volume: ma è vero il contrario. Aretino si finge ebbro (di parole, se non di vino) per poter dire delle cose terribili: e i minuti dettagli sono qui rivelatori. Durante un bacio conventuale la suora vuole «bere i labbri, e mangiare la lingua del confessore, tenendo fuori tutta via la sua, che non era punto differente da quella d’una vacca». Dietro la goliardica descrizione di una penetrazione sodomitica troviamo una delle evocazioni più lugubri di questa pratica sessuale nella letteratura europea. Le avventure quasi autonome degli organi sessuali, trattati come se fossero indipendenti dal resto del corpo, sono scherzi di un’epica pornografica, ma anche esorcismi contro la prepotente invadenza di questi gioielli indiscreti.
Aretino afferma, e Roversi ripete, che secondo il libro «le puttane non son donne ma son puttane». Ma il senso ultimo è che tutto è uguale e indifferente. Spose, suore e puttane, le tre categorie femminili dell’Aretino, si comportano allo stesso modo, livellate al minimo comune denominatore della loro fisiologia sessuale. I Ragionamenti fingono brillantemente la letizia della carne, ma esprimono cinismo ed angoscia. Il sesso è qui «senza tormento» solo per un lettore che prenda tutto alla lettera.
La premessa di Roberto Roversi è, come abbiamo detto, molto discutibile, ma ha una frase degna di attenzione per il suo rampante parrocchialismo: quando il prefatore sparla dell’aria morandiana (sic!) della scrittura dell’Aretino. « Oh Bolognesi, uomini diversi... ».

“la Repubblica”, ritaglio senza data, ma 1979

Il giacobino mite. Alessandro Galante Garrone giornalista (Alberto Sinigaglia)

Il Duce infilzato con l’ombrello. Non è una vignetta di Altan su fatti attuali, ma l’autoritratto che Alessandro Galante Garrone dava - parapioggia in pugno - dei propri inizi nel giornalismo. Chi lo ricorda vi dirà che fu un magistrato e uno storico. Nessuno dirà: «Un giornalista». Eppure era quello che Sandro avrebbe voluto fare fin da ragazzo. Aveva tredici anni quando nella sua Vercelli fondò con i fratelli un giornalino, “L’ombrello impermeabile”, contro il foglio fascista “La doccia”. Ne compiva quarantasei quando trovò con “La Stampa” la sua definitiva torre di combattimento.
L’aveva chiamato nel 1955 il direttore Giulio De Benedetti. Ricordava Galante Garrone: «Mi chiese di rievocare il 25 aprile ‘45 a dieci anni dalla Liberazione. Disse: “Lei sarà un grande giudice, un ottimo storico, ma vediamo come se la cava come giornalista”». Se la cavò. Quell’articolo di prova apre Il mite giacobino giornalista, nuovo quaderno del Centro Studi Piero Calamandrei di Jesi, che oggi verrà distribuito nella cittadina marchigiana durante la celebrazione ufficiale della Liberazione. Un’antologia dei primi passi di Galante Garrone nel laboratorio di idee, di lingua, di stile, nel quale avrebbe temprato il suo terzo, definitivo mestiere.
Già nel ‘55 scriveva: «Nel rapido trascorrere e mutare degli eventi, anche la Resistenza, e tutto quello che allora confusamente sentimmo, e le istituzioni combattute e travolte [...] cominciano ad apparirci come un passato, storicamente definibile». Riteneva «giunto il momento del ripiegamento critico, dell’esame di coscienza: che non esclude e anzi presuppone la simpatia profonda per gli ideali che animarono la Resistenza, ma esige il consapevole distacco dall’opera compiuta, e ormai risolta senza residui nella realtà in cui viviamo. [...] Liberiamoci da qualsiasi visione mitica della Resistenza. È la prima condizione per intendere la storia». E giudicando Il secondo Risorgimento, appena edito dal Poligrafico dello Stato: «Quel titolo stesso è finito per diventare una formula retorica che annebbia la visione della realtà».
Il «mite giacobino» - come si definiva per il carattere insieme dolce e intransigente - sul giornale si sarebbe ancora occupato di storia, che pretendeva «giustificatrice e non giustiziera», ma era pronto ad affrontare i nodi cruciali della giustizia, della scuola, della famiglia, dei rapporti tra Chiesa e Stato. A lanciarsi con impeto nelle battaglie civili.
Prima di entrare tra i collaboratori della “Stampa”, scriveva sul “Ponte” di Calamandrei e in seguito avrebbe continuato a scrivere sulla “Nuova Antologia” di Spadolini, sull’“Astrolabio, sull’“Espresso”. Ma il quotidiano esigeva altre regole: spazi ridotti, capacità di sintesi, rapidità. Galante Garrone seppe stare al gioco, si affinò, acquistò sapienza nella scelta dei temi, prontezza nell’eseguire quelli che gli venivano commissionati, autorevolezza. Tra le firme-bandiera della “Stampa”, la sua ha svettato quarantasei anni filati. Un record di durata, di coerenza, di coraggio.
Fedele alla regola di Kant: «Fare un uso pubblico della nostra ragione», il professore per mezzo secolo esercitò la propria sui nervi scoperti del Paese: l’indipendenza dei giudici, l’invadenza del Vaticano, la condizione della donna, la laicità della scuola, i diritti delle minoranze, il delitto d’onore, il divorzio, l’aborto, la censura, la pena di morte, la dignità del lavoro, il caso Ippolito, il caso Tortora, il brigatismo rosso e nero, la condanna di Sofri, la fuga di Kappler, il ritorno dei Savoia, la protezione dell’ambiente. Amante della musica, dedicò il suo ultimo breve articolo al violinista Salvatore Accardo.
Scrittura chiara, pensiero forte, toni moderati, giudizi intransigenti, il giornalista Galante Garrone - come «giornalisti» furono Aldo Garosci, Leo Valiani e Norberto Bobbio - fedele al suo alto senso civico e del vivere civile, non temette ostilità, non si sottrasse ad alcuna polemica. Più che per l’epiteto di «fazioso» con il quale lo bollò Silvio Berlusconi soffrì per la solitudine in cui negli anni finali, lo lasciarono, tranne poche eccezioni, quegli intellettuali che aveva sperato suoi eredi.

“La Stampa”, 25 aprile 2010

Valli Occitaniche. Giors Boneto 'pitore di Paisana', un artista itinerante (Paolo Bertacco)

Un tipico dipinto di Giors Boneto
È impossibile non averli notati, non esservisi soffermati davanti almeno una volta, osservando le figure di santi che vi sono affrescate ed i dettagli che le accompagnano: la palma, la ruota del martirio, la conchiglia, il bastone, …
Sono i piloni votivi, i “piloùn”. Si tratta, generalmente (perlomeno nelle vallate alpine del Piemonte sud occidentale) di piccole costruzioni a base quadrata, a forma di parallelepipedo, di circa 2,5 metri di altezza e coperte da un tetto di “lose” (pietre piatte di forma squadrata). Di solito sono affrescati su tre lati con immagini sacre, mentre sul quarto presentano una nicchia anch’essa affrescata ed atta a ricevere fiori o altre offerte.
Tali costruzioni, in Piemonte sono state edificate principalmente tra il XVIII ed il XIX secolo, periodo di grande instabilità politica, oltre che di pestilenze e di guerre. Generalmente, sono nate su iniziativa di privati, spesso una famiglia o gli abitanti di una borgata, quali espressioni di pietà religiosa, o come un ex voto, sovente in corrispondenza di luoghi ritenuti in qualche modo necessitanti di una protezione celeste: un incrocio, un confine, un luogo in posizione dominante. Riguardo alla loro posizione, ha, però, un buon fondamento anche l’ipotesi secondo cui i piloni venissero eretti laddove antiche secondo antiche credenze precristiane dimorassero forze sovrannaturali.
Un tipico "pilone" del Monviso
Legata alla tradizione dei pilone c’è una figura storica, in qualche modo cara in particolare agli abitanti delle valli Po, Varaita e Maira. Una figura che, per la semplicità della sua forma espressiva, evoca un sentimento di familiarità e di autenticità. Stiamo parlando di Giors (Giorgio) Boneto “pitore di Paisana” secondo la sua stessa definizione. Fu costui un pittore itinerante, nato a Paesana in val Po nel 1746, noto per aver dipinto circa 300 affreschi a tema religioso su piloni votivi e case private fra le valli Po e Stura, fra la seconda metà del ‘700 ed i primi anni dell’ ‘800.
La sua vita di pittore itinerante, ed il suo mestiere, presero una piega decisiva probabilmente anche in seguito alla morte precoce del figlioletto in fasce, e poco dopo, della moglie, avvenuta nel 1779. A partire dalle prime opere, realizzate intorno al 1777, e passando di valle in valle, Boneto portò con sé la sua arte da autodidatta, così semplice eppure così vicina al sentimento popolare, alla religiosità fervida e ingenua delle popolazioni rurali alpine.
I suoi affreschi sono immediatamente riconoscibili, con figure dai colori caldi ma statiche e rappresentate in atteggiamenti fissi e poco espressivi, senza prospettiva né paesaggio di contorno, lontane dalle rappresentazioni più accademiche degli artisti a lui successivi.
La figura di Giors Boneto si inserisce fra quelle degli artisti minori, persino se paragonata a quelli di ambito locale, ma non va sottovalutata. Innanzitutto per la sua mole, poi perché la sua arte richiedeva quantomeno un’alfabetizzazione ed una conoscenza agiografica non così comuni allora. Infine perché a lui va comunque riconosciuta la passione per il proprio mestiere, il quale, girovago e povero, resta espressione di un sentimento sincero di devozione condiviso dai valligiani della sua epoca.
Sconosciuti sono il luogo e la data della sua morte.


23 febbraio 2016, In “Vesulus”, sito delle Guide del Monviso

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