19.2.17

Complottismo e complessità (S.L.L.)

Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo
 “Complottismo” è un termine molto amato dai media che sostengono, in vero con sempre maggiori difficoltà, le attuali classi dirigenti occidentali. Esso colpisce un atteggiamento da molto tempo diffuso tra i ceti popolari di tutta Europa, che probabilmente risale al tempo della Rivoluzione Francese e della reazione vandeana e clericale o forse a tempi ancora più lontani e che – tra gli altri – è stato con grande intelligenza studiato e raccontato da Umberto Eco. Alla base di questo atteggiamento c'è l'idea di un grande complotto, pressoché universale, di volta in volta attribuito agli ebrei, ai massoni, alla finanza internazionale o a composite alleanze di codesti gruppi tra loro e con altri, la convinzione dell'esistenza di un centro di potere occulto capace di determinare le cose del mondo dal livello più alto al più basso.
Quest'idea contiene inevitabilmente un elemento mitico, premoderno, che postula una sorta di “reductio ad unum” e spesso rende i creduloni promotori di disastri per se e per gli altri. L'approccio moderno, empirico, alla realtà politica, economica e sociale non nega l'esistenza di complotti, ma questi non impediscono controcomplotti, tradimenti, conflitti, contraddizioni, defezioni. Insomma, come soleva dire un deputato Dc mio compaesano, “la situazione è complicata e complessa nell'insieme”: non c'è solo chi la complica a proprio vantaggio, ma tende di per sé a complicarsi.
Nel corso del Novecento alla favola del grande complotto “massonico-giudaico-plutocratico” s'è ne è aggiunta un'altra, quella del complotto comunista (o anche “giudaico-comunista”). L'ossessione dei comunisti infiltrati ovunque con agenti e “utili idioti” mossi da una centrale internazionale della sovversione rossa si manifestò in molte parti del mondo e trovò il suo apice nel maccartismo.
Le varianti attuali di codesti complottismi storici riscuotono tuttora amplissimo seguito: i diffusori e i seguaci di spiegazioni “complottiste”, spesso sciocche, vengono moltiplicati dalla rete. Il “complottismo” generalista più diffuso è forse quello che tende a considerare l'attuale ordine mondiale, inclusa la costruzione dell'Unione Europea, frutto di un complotto della finanza massonica (e giudaica) che avrebbe la sua centrale in associazioni come la “Trilateral” e i suoi bracci nel FMI, nella Banca mondiale, nella burocrazia dell'UE eccetera. Che i poteri economici più forti del mondo occidentale abbiano luoghi d'incontro, di trattativa e di compensazione, di progettualità è cosa utile perfino agli avversari di quest'ordine mondial; che una parte dei progetti siano tenuti segreti e assumano la forma del “complotto” è nell'ordine delle cose; ma i complottisti vanno oltre, vedono la “longa manus” di queste forze occulte anche dove ci sono spiegazioni semplici ed evidenti e lavorano molto di fantasia, specie nella rete. Molte delle cosiddette “bufale” hanno matrice complottista e di complottismo si alimenta il successo elettorale e politi di alcuni movimenti che la politologia in voga riconduce al “populismo”.
C'è però - meno evidente e meno denunciato - un altro “complottismo” ereditato dal Novecento, che ricicla leggende anticomuniste. La sua forma più comune è l'individuazione nell'ex spione comunista Putin e nella sua Russia il cuore e la mente di un progetto occulto di dominio mondiale. Questo lascia intendere l'articolo che inserisco qui di seguito come appendice a mo' di esempio: fa pensare a una tela di ragno, a una manovra ad ampio raggio. L'idea che il Cremlino controlli, manovri, finanzi e usi questo e quell'altro gruppo o che addirittura un uso sovversivo della rete da parte dei putinisti possa determinare l'esito delle presidenziali USA, è speculare a quella di chi, negli ultimi decenni, ha visto nelle “rivoluzioni colorate” filoccidentali di certi stati ex-sovietici o nelle cosiddette “primavere arabe” solo il frutto di un complotto. È certo che i grandi poteri, finanziari, politici, militari, fanno di nascosto giochi sporchissimi, eche questi giochi producono effetti, ma moltitudini informate non sono quasi mai utilizzabili a comando, senza una ragione profonda. In una situazione come quella del mondo d'oggi, “complicata e complessa”, tutte le letture complottiste o semplificatorie degli eventi fanno danno e vanno combattute con tenacia e pazienza.

Vladimir Putin e Marine Le Pen
Appendice
Perché Lega e 5 Stelle corteggiano Putin (di Mattia De Nardi)
[...]
Solo nel 2016 i parlamentari 5 Stelle, Di Battista e Manlio Di Stefano i più noti, sono volati diverse volte nella capitale russa, mentre Salvini ha cominciato a farlo già due anni fa.
Fiutando l’aria e imitando Le Pen, modello francese su cui ha riplasmato la Lega, il leader del Carroccio ha scorto a Est un punto di riferimento per capovolgere i rapporti di forza in Europa. In due anni è stato quattro volte a Mosca. Ha incontrato Putin, è stato tra i primi a visitare la Crimea annessa alla galassia russa, si è fatto fotografare in Piazza Rossa con l’icona del presidente-zar su una maglietta, e al Parlamento europeo ha chiesto la fine delle sanzioni imposte dall’Ue alla Russia per la crisi ucraina.

I filorussi di Bruxelles
Assieme alla Lega lo chiedono i partiti raggruppati nell’Europa delle Nazioni e della Libertà (Enf), guidati da Le Pen, e quelli dell’Efdd, che ha sposato i sogni antieuropei dell’Ukip e l’utopia della democrazia diretta dei 5 Stelle. A Bruxelles sono ancora una minoranza, ma sempre più rumorosa, anche perché stanno accrescendo la propria popolarità. Il riflusso della globalizzazione, la forbice della diseguaglianza sociale, l’austerity, il grande problema dell’immigrazione danno argomenti e forza ai partiti populisti, nazionalisti e xenofobi. Putin, impegnato anche a gestire una crisi economica interna sempre più dura, è uno spettatore interessato all’evoluzione di questi movimenti politici e li sostiene.
Secondo i media britannici, da due anni fonti di intelligence americane avvertono del rischio di un condizionamento diretto del Cremlino all’interno dei partiti occidentali rinvigoriti dalla vittoria di Trump e dalla sconfitta del cosiddetto establishment. La disfatta di Hillary Clinton è vista come un’altra tappa dopo la Brexit della progressiva dissoluzione dell’equilibrio globale con al centro l’Ue a trazione tedesca alleata agli Usa e sospettosa verso lo strapotere a Est della Russia. Il referendum italiano è l’antipasto di un 2017 pieno di incognite lungo il quale andranno al voto la Francia, la Germania.
Per una classica convergenza di interessi, Putin si è trasformato in una sorta di testa di ariete di quella che è stata definita l’“Internazionale populista”, all’interno della quale il M5S sta cercando di prevalere come sponda italiana. La contesa tra i grillini e Salvini passa attraverso Mosca e il sostegno dell’apparato del Cremlino. La domanda è: quale sostegno?
Le voci di finanziamenti che si rincorrono a Roma, come a Mosca, non hanno mai trovato conferma, se non nel prestito di 9 milioni di euro concesso al Front National di Le Pen dalla First Czech Russian Bank, legata alla presidenza russa. Il Telegraph ha citato anche la Lega come potenzialmente coinvolta dal “bancomat Putin”. Salvini ha negato con forza. Di prove invece ce ne sono, e ampiamente, del supporto di propaganda che il Cremlino offre ai populisti d’Europa. E seguendo l’andamento delle notizie sull’Italia si può anche vedere come a poco a poco il M5S stia scalzando la Lega nell’interesse dei russi. Il motivo è molto pratico: i 5 Stelle hanno un consenso maggiore e possono ambire seriamente al governo.

Il soft power di Mosca
È il soft power ai tempi di Putin, lo stesso di cui parla il libro di Marcel H. Van Herpen Putin’s Propaganda Machine: Soft Power and Russian Foreign Policy. Una macchina potentissima che usa i canali tradizionali ma non disdegna forme di interferenze web più sofisticate, attraverso i social e i siti di informazione totalmente schierati. Le accuse di hackeraggio da parte dei russi nelle elezioni Usa si sono sprecate, e anche in Italia qualcuno del Pd ha espresso il timore di un possibile attacco alla vigilia del referendum. Ma senza addentrarsi nei labirinti nascosti dei pirati informatici, è l’evidenza che parla e dimostra le simpatie della cerchia di Putin. Non molto è cambiato dai tempi in cui l’Urss, attraverso il Kgb, sosteneva i partiti comunisti occidentali. I 5 Stelle hanno acquisito una visibilità senza precedenti sul potente network mediatico finanziato dal Cremlino che si irradia in tutto il mondo. Da Russia Today all’agenzia Ria Novosti, da Rbth (Russia beyond the headlines) al sito in italiano Sputnik news. Interviste, approfondimenti, analisi, poi rilanciate su Twitter, su Facebook, sul blog di Grillo, oppure su altri siti collaterali (L’Antidiplomatico è quello che più di altri divulga la linea filo-russa del Movimento). I 5 Stelle si accreditano come forza di governo e offrono una prima bozza della loro politica estera con al centro sempre due richieste: fine delle sanzioni alla Russia e ridefinizione della presenza dell’Italia dentro la Nato, di fatto quell’ indebolimento del Patto Atlantico che è in testa ai piani di Putin.
Nell’ottica dei russi, però, Grillo conta poco. Sono piuttosto i parlamentari a essere corteggiati. Di Battista, accolto come ospite d’onore durante il ricevimento all’ambasciata russa di Roma a giugno. O Carlo Sibilia e Di Stefano, titolari di molti dossier di politica estera per il M5S. Di Stefano è stato l’unico deputato italiano in carica invitato, a giugno, al congresso di Russia Unita, il partito di Putin. «Le sanzioni sono una follia – spiega – perché stanno facendo perdere miliardi alle imprese italiane».
La posizione ufficiale del M5S vale come slogan, «né filo-russi, né filo-americani, siamo filo-italiani», e fa presa su quelle che sono le richieste di chi con Mosca fa affari. Vito Petrocelli, senatore della commissione Esteri, ha dichiarato che una quindicina di aziende italiane dell’agrolimentare si sono rivolte al M5S «per chiedere di mettere fine alle sanzioni». Petrocelli ha guidato la delegazione dei 5 Stelle sbarcata a Mosca il 14 novembre. Ufficialmente per rispondere all’invito del comitato per il No degli italiani di Mosca. Per l’occasione, è stata messa a disposizione la sede dell’agenzia di Stato Ria Novosti, dove si è svolta una conferenza stampa. L’unica testata in lingua italiana invitata, però, era “Sputnik News”. L’assistenza logistica e tecnica è parte della regia russa fatta anche di conferenze su misura, viaggi organizzati di politici italiani in Crimea, o manifestazioni come quella della Lega a Roma, dove nel febbraio 2015 sono spuntate la bandiera russa e quella degli indipendentisti d’Ucraina.
La sera del 15 novembre, al Loft Farfor, a documentare l’incontro con i 5 Stelle c’è Pandora Tv di Giulietto Chiesa, grande amico della Russia e sostenitore dell’uscita dell’Italia dalla Nato. L’organizzatore della serata è Giovanni Savino, professore all’ Accademia presidenziale russa dell’economia nazionale e della pubblica amministrazione. In platea c’è il presidente dell’Associazione italiani a Mosca, ci sono consulenti, un ingegnere della Saipem. Si dovrebbe parlare della riforma costituzionale, ma alla fine si parla soprattutto delle sanzioni che hanno congelato i business italiani.

Nemico Soros
Andrea Castellan, general manager di Cannon Eurasia, vicino al Cremlino, si scaglia contro il finanziere Usa George Soros, associato alla Troika, a Obama e all’Ue, tra i sostenitori del Sì al referendum. Il complotto di Soros è un cavallo di battaglia della propaganda russa che dai siti russi rimbalza su quelli italiani pro-M5S. Il senatore Petrocelli rassicura: «A Bruxelles stiamo facendo pressioni». Ma, aggiunge, «con noi per ora c’è solo il 23% dei deputati europei». Far leva sulle aziende è l’altro canale sfruttato dai russi che il 28 ottobre hanno invitato una delegazione di imprenditori veneti nelle autoproclamatesi repubbliche di Donetsk e di Lugansk.
I putiniani d’Italia diventano sempre più numerosi e corrono alla corte dello zar. Saputo dei 5 Stelle, Salvini non è voluto essere di meno: attraverso l’ex deputato Claudio D’Amico e Gianluca Savoini, presidente dell’Associazione Lombardia-Russia, a Mosca ha incontrato i deputati di Russia Unita e il vecchio amico Andrej Klimov, responsabile esteri del partito, già invitato d’onore alla conferenza “Il nuovo mondo con i Brics”, promossa dal M5S nel luglio 2015. Durante la visita del M5S, il governo italiano, attraverso canali diplomatici informali, ha fatto arrivare al Cremlino tutto il suo disappunto per questo attivismo a favore dei grillini a poche settimane dal cruciale appuntamento del referendum. Dopo la Brexit e il successo di Trump, la vittoria del No verrebbe letta come un ulteriore indebolimento dell’Ue e un conseguente rafforzamento dei progetti euroasiatici di Putin. Pochi giorni dopo, il presidente russo ha scelto un quotidiano italiano, “La Stampa”, per inviare un messaggio di apparente distensione. Liquidando con sprezzante ironia i sospetti di interferenze in Usa e in Europa, Putin ha fatto capire che, nell’era del terrorismo globale, con la Russia, piaccia o meno, bisognerà ancora fare i conti. (Pagina 99, 3 dicembre 2016)

Corruzione. Prima e dopo “Mani Pulite” (stato fb S.L.L.)

Leggo la riflessione di un avvocato campano che vive a Pisciotta. Scrive: "Fateci caso,dopo "Mani pulite", il degrado morale italiano è stato esponenziale". Suggestivo questo Russo, ma il "post hoc propter hoc" è spiegazione troppo facile e ingannevole. E' assolutamente vero che le inchieste di Tangentopoli e Mani Pulite, se riuscirono a distruggere partiti e carriere politiche, non bloccarono la corruzione, ma non sono certo alla base del suo esponenziale incremento.
All'inizio degli anni 90 non ci furono soltanto "Mani pulite", ci fu per esempio la fine dell'impero sovietico e del comunismo italiano. Si disse che il pericolo comunista aveva determinato la "conventio ad excludendum", aveva obbligato le classi proprietarie (come pure la magistratura, la polizia, l'alleato americano ecc.) a tollerare la corruzione dei governativi anticomunisti per tenere il Pci lontano dalla stanza dei bottoni. Insomma la scomparsa de vecchi e corrotti partiti di governo e la nascita dalle ceneri del Pci di un partito democratico di sinistra - si diceva - avrebbe favorito quell'alternanza vista come rimedio universale a tutti i mali della cosiddetta "prima Repubblica".
E invece - credo - la scomparsa dal campo della politica di una "alternativa di società" e l'omologazione culturale del ceto politico, quasi tutto sostenitore, seppure con diverse sfumature, della proprietà privata senza limitazioni e del libero mercato, ha eliminato un elemento di deterrenza. Un partito come il Pci, certamente spregiudicato nel finanziamento delle proprie strutture, esercitava tuttavia un controllo attentissimo sulla corruzione individuale dei suoi esponenti, sui loro arricchimenti, sui legami con l'affarismo, controllo favorito dalla forte partecipazione di base alla vita del partito. Il milione e mezzo di iscritti, i cinquecentomila attivisti volontari che animavano le sezioni spinti da una lettura "classista" del proprio interesse personale e da un sistema di valori fondato sulla solidarietà più che sull'iniziativa individuale, rappresentavano un potente elemento di controllo sui comportamenti dei dirigenti a tutti i livelli che investiva non solo la "corruzione" amministrativa, ma perfino la vita privata. Lo slogan "mani pulite" non nacque negli anni Novanta, al tempo delle inchieste milanesi, ma già negli anni sessanta e settanta i comunisti amavano presentarsi come "il partito dalle mani pulite". I comunisti non si limitavano, peraltro, a proclamarsi diversi e "migliori" di tutti gli altri, ma in qualche modo coltivavano questa "diversità".
Sono convinto che un partito come il Pci, con il suo ampio seguito e la sua stessa presenza, contribuisse a frenare la corruttela anche negli altri gruppi politici, timorosi delle "speculazioni" dei rossi.
Va in ogni caso riconosciuto che già negli ultimi anni Settanta e nei primi Ottanta fenomeni di corruzione erano cresciuti anche nel Pci, in parallelo con la partecipazione al potere che favoriva la progressiva "omologazione" del partito e il venir meno di quella "diversità" che Enrico Berlinguer continuava a sbandierare quando pose la "questione morale" e tentò fino all'ultimo di salvaguardare.
Le inchieste di Tangentopoli e Mani Pulite colpirono qualche corrotto e interruppero un determinato meccanismo, ma non potevano né bloccare la corruzione e neppure farla crescere . Al suo incremento invece concorrono diversi fattori, alcuni dei quali nettamente collegati al trionfo delle ideologie neoliberiste, all'idea infausta che al capitale ed alla sua (supposta) efficienza non bisogna mettere lacci e lacciuoli. Faccio solo tre esempi, per farmi capire.
Il passaggio dall'urbanistica programmata all'urbanistica contrattata, per esempio, non ha solo favorito cementificazioni inopportune o perfino insalubri, ma ha rappresentato un terreno costante di pressione affaristica e di corruzione.
L'esternalizzazione di servizi da parte di Enti pubblici con l'affidamento a imprenditori e cooperative di servizi prima svolti direttamente, ha forse permesso qualche risparmio, ma è stata alla base di affarismo tangentizio.
L'abolizione del controllo preventivo di legalità sugli Enti Locali e sulle loro commesse e concessioni non ha solo esaltato il controllo - a danno fatto – e il potere della magistratura, ma permesso la realizzazione di atti lucrosi per funzionari e politicanti, oltre che per spregiudicati imprenditori.

Mani Pulite con tutto ciò non c'entra.

Francia. I successi dell'ultradestra che manifesta per tutti (Costanza Spocci)

Parigi
«Nessuno può scegliere così il proprio sesso: l’uomo è l’uomo e la donna è la donna, altrimenti trovo il resto contro natura e persino un po’ disgustoso». A scagliarsi contro la cosiddetta “Teoria Gender” non è una signora reazionaria francese ma una ragazza che ha appena compiuto diciotto anni: è travestita da Marianna, l’allegoria della Repubblica, e si sta preparando insieme ad altre coetanee a fare da sfondo alla conferenza stampa della Manif Pour Tous, la Manifestazione per Tutti. Il 16 ottobre la rotonda di Porta Dauphine, a Parigi, è riempita di bandiere e striscioni inneggianti all’intoccabilità della famiglia sulle questioni scottanti del giorno: la Pma, procreazione assistita, la Gpa, l’utero in affitto e, come sempre, la legge Taubira del maggio 2013, conosciuta come Marriage Pour Tous, che sancisce il diritto di matrimonio per tutti e non più esclusivo per coppie eterosessuali.
«La famiglia va ben al di là di ogni questione politica, non è di destra né di sinistra», dice Ludovine de la Rochère, a capo dell’associazione Manif Pour Tous che dalla legge Taubira ha organizzato le manifestazioni con il più alto tasso di partecipazione di tutta la storia della V Repubblica.
Bus organizzati sono arrivati da tutta la Francia anche questa metà di ottobre: 24.000 i partecipanti secondo la questura, 200.000 secondo gli organizzatori. Tra tutti questi dimostranti, che si definiscono “resistenti” contro una società corrotta e caotica, non spunta neanche una bandiera di partiti politici: un chiaro monito della Manif Pour Tous, che vuole mantenere a tutti costi l’apparenza di un «forte spirito famigliare che ci caratterizza», come lo definisce la stessa Rochère.
In molti, in effetti, si sono portati dietro tutta la famiglia, compresi i nonni, gli zii e chiaramente tutti i figli che a volte si raggruppano in bande di una decina. Un gruppetto di bambini è montato sul tetto di una fermata del bus e ha formato una mini-band con tanto di parrucche tricolori, tromba, trombette e bandierine. Incitano la folla che sotto di loro sfila diretta verso la Tour Eiffel. «Un papà, una mamma» e «abbasso Hollande», sono gli slogan ripetuti per tutto il serpentone del corteo. Tra le bandierine rosa e azzurre e gruppi di adolescenti che saltellano musica pop “giovane”, i più anziani provano ad annuire a ritmo con la testa e a muoversi un po’, e qualche signora cerca con le anche di scuotersi di dosso anche un po’ di noia. «Il governo deve smettere di fare dei traffici con la genealogia, la discendenza, la famiglia e soprattutto con dei bambini: hanno diritto a sapere da dove vengono e di avere un padre e una madre che siano tali!», dice con foga Fréderic, artigiano tagliatore di pietre e padre di 8 figli.
Ha votato il Front National (Fn) alle scorse elezioni e voterà ancora Fn, ma è in aperto disaccordo con la corrente laica di Marine Le Pen e non c’è storia che tenga per lui: «La legge di Dio prevale sulla legge degli uomini».
In manifestazione ci sono anche molti preti che stringono mani e dispensano sorrisi a vicini di corteo e lontani, e sparsi qua e là tra la folla altrettanti frati e suore che con la loro presenza sottolineano il punto centrale della manifestazione: una cristianità legata alla tradizione, portatrice e garante dell’identité francese. «Vogliamo difendere un’idea tradizionale di famiglia», spiega Alain Escada, presidente del partito ultra-cristiano e di estrema destra Civitas, «perché è l’unità principale per garantire una società ordinata in cui le classi collaborano». Il modello di società ideale di Escada è il corporativismo dell’ex dittatore portoghese Salazar, un paradigma in toto fascista applicato in uno Stato Cristiano che ripudia la laicità a cui il presidente di Civitas non manca di aggiungere il «rifiuto dell’immigrazione, del mondialismo, del nuovo ordine mondiale e di tutto quello che mette in causa i nostri usi e costumi».
A un certo punto della processione, per rompere un po’ il clima di santità, sei Femen provano a lanciarsi a seni scoperti contro i dimostranti, ma la polizia le acciuffa ancor prima che raggiungano il corteo. La sicurezza è elevatissima e anche il servizio d’ordine della Manif Pour Tous è così ben organizzato che a fianco delle centinaia di volontari con la maglietta rossa della «Security» e i loro cappellini, ci sono anche gruppi di uomini tarchiati che monitorano la situazione. Difficile approcciare questi ultimi: non vogliono farsi fotografare, guardano in cagnesco e non rilasciano interviste. Alcuni sono giovani, superata la ventina, altri quarantenni e più. Sono tutti vestiti di nero, molti con giacche di cuoio e anfibi, e qua e là spunta qualche testa rasata. «Siamo quelli che intervengono in caso di problemi» - «Siete i picchiatori?» - «Siamo la sicurezza». I «neri» non sono in divisa, hanno ricetrasmittenti grosse quanto un avambraccio e dicono di essere pagati per fare la sicurezza, ma da nessuna parte appare il nome della società di sicurezza privata. Nelle Manif Pour Tous precedenti, fin dal 2013, è Vendôme Sécurité che ha preso l’appalto per assicurarsi che le contro-manifestazioni non raggiungessero il corteo. La società appartiene ad Axel Loustau, una vecchia guardia del Group Action Defense (Gud), un gruppo neo-fascista conosciuto per le sue azioni ultra-violente, ed è quella stessa Vendôme cui Marine Le Pen, una volta montata alla testa del partito, ha dato l’incarico di occuparsi in toto della sicurezza del Front National.
E proprio l’Fn è presente alla Manif, o almeno la sua corrente cattolica-conservatrice, con la “nipote” Marion Marechal Le Pen. Con lei spuntano altre fasce tricolori, come Frederic Poisson, candidato alle primarie di destra, e Robert Ménard, in gioventù fondatore di Reporter Sans Frontières e ora sindaco di estrema destra a Bezier; insieme a loro visi noti di Action Française, un gruppo monarchico e cattolico di ultra-destra, e visi meno noti di esponenti di lobby pro-famiglia con un network esteso a livello europeo.
«La famiglia e i bambini non sono di destra né di sinistra», è il riassunto della de-politicizzazione del discorso di una Manif Pour Tous che in realtà raggruppa destra e centro francese, gli ultra-cattolici, i reazionari e l’estrema destra sotto un’unica bandiera. E la bandiera della cristianità e della francesità è tutto tranne che de-politicizzata.


Pagina 99, 5 novembre 2016

Don Bosco. Santo, ma anche mago? (Oreste Del Buono)

Riprendo da “Repubblica” stralci una bella recensione a un libro che non cesso di consigliare, quello che l'etnomusicologo Michele L. Straniero dedicò a don Bosco e alla sua leggenda e che qualche anno più tardi ebbe la sua consacrazione attraverso la riedizione in una prestigiosa collana di “tascabili”, la Bur. (S.L.L.)
Viviamo in tempi di crociate per il reinserimento di Satana sul suo trono come antagonista necessario del bene, di conversioni repentine di inveterati marxisti sul letto di morte con contraccolpi di discussioni sull'anima oltre che sull'eredità, di proclami e smentite circa la nuova peste che mieterebbe solo tra i peccatori, di scandalosi miracoli economici e profani, di voli di papi ahimé, più banali di quelli di padre Giuseppe da Copertino, di riprese di misticismo dal sapore di plastica, ma, evidentemente, come la plastica, mai cedevole alla totale consunzione. Logico, dunque, che si apra con qualche diffidenza il Don Bosco rivelato di Michele L. Straniero, appena pubblicato da Camunia . È infatti, solo la curiosità di vedere come se la cavi in un' impresa difficile il fondatore, con Sergio Liberovici, Fausto Amodei, Giorgio De Maria, Emilio Jona, Italo Calvino e Franco Fortini, del gruppo di Cantacronache, l'ex redattore editoriale delle Edizioni Avanti!, il seguace dell'etnologo storicista Ernesto De Martino, l'autore di tanti studi sulle tradizioni del mondo popolare e di tanti epigrammi virulenti e irrispettosi di tutto: è solo l'indiscrezione in bilico tra cinica malignità e patetica complicità che ci spinge a superare la dichiarazione d'intenti delle prime righe del Don Bosco rivelato: “Questo libro rappresenta il saldo di un debito, contratto nei sette lunghi anni che ho trascorso tra i Salesiani, prima a San Giovannino a Torino (casa fondata direttamente da don Bosco) e quindi nell'aspirantato di Chieri...”. Apparentemente, il libro di Michele L. Straniero parte da una replica agli Elementi per una Antiagiografia, uno sfogo di Guido Ceronetti per “la Stampa”, che, dopo aver suscitato qualche sconquasso tra i lettori del giornale unico di Torino, è stato incluso nel fortunatissimo Albergo Italia. Ma non è, come si potrebbe pensare, un'agiografia. Guido Ceronetti cita un giudizio del confessore di don Bosco a Torino, don Cafasso: “Se non fossi certo che lavora per la gloria di Dio, direi che è un uomo pericoloso, più per quello che non lascia trasparire, che per quello che ci dà a conoscere di sé”. Don Bosco, insomma, è un enigma. Michele L. Straniero non pretende di risolvere l'enigma d'un colpo come, invece, fa Guido Ceronetti, ma cerca di dir di più sul santo che, qui da noi, non ha intrigato solo l'editoria religiosa, ma costituisce un argomento ricorrente anche per quella laica.
Valentino Bompiani, quando smise di fare il segretario di Arnoldo Mondadori e decise di essere editore in proprio, più di mezzo secolo fa, fu pure lui di questo parere; e lo racconta divertito, in quel delizioso libro di memorie che è Via privata: “Incontro Mondadori che mi domanda cosa preparo. Una biografia di don Bosco, dico. Don Bosco, fa lui, e perché?. Quel suo stupore mi metteva allo specchio: che cosa avevo a che fare con don Bosco e la sua santità?”. Il suggerimento gli era venuto dalla cronaca. La Chiesa si preparava a beatificare il sacerdote dei Becchi di Castelnuovo, ma i giornali ne dicevano poco. Volendo saperne di più, Valentino Bompiani aveva chiesto a un sacerdote, don Ernesto Vercesi, una biografia non agiografica ma politica del futuro beato.
Michele L. Straniero da ex-allievo, non pentito e non nostalgico, teste a carico e a scarico, si occupa di tutti gli aspetti di questo popolarissimo Santo dell'Ottocento. Nato nel 1815, morto nel 1888, Giovanni Melchiorre Bosco vive la sua straordinaria esperienza in un secolo di eventi straordinari, più ancora per la storia del costume che per la storia in sé e per sé, tra l'invenzione della pila elettrica di Volta e l' apparizione a Torino della prima automobile a benzina. Il primo brevetto dei cuscinetti a sfera di Cardinet, la prima locomotiva a vapore a Londra, il metodo Appert per conservare i cibi in scatolette di latta ermeticamente chiuse, la prima grande fonderia d'acciaio Krupp a Essen, la legge del numero molecolare dei gas formulata da Avogadro, il martello a percussione in grado di battere cento colpi al minuto, il primo cemento artificiale Aspidin, il primo elettromagnete, il primo telegrafo Morse, la scoperta di Sobrero della nitroglicerina, il telefono di Meucci, la prima macchina da cucire a pedale Singer, il primo ascensore per persona E.G. Otis a New York, la prima metropolitana del mondo a Londra, il vaccino di Pasteur, la prima lampadina elettrica a incandescenza di Edison, il primo pneumatico per automobili di uso pratico Dunlop. Eccetera. Su questo sfondo di grandi cambiamenti, il piccolo e robusto prete piemontese raccoglie i ragazzi sbandati per educarli a nuova vita sociale, offrendo loro un oratorio, anzi una catena di oratori che da Torino si diffonde in Italia e in tutto il mondo, per le preghiere e gli svaghi, le scuole professionali e le letture cattoliche per l'istruzione e il lavoro in allegria. Sa parlare, sa suggestionare, sa far giochi di prestigio, sa usare la stampa, sa organizzare; è il gran manager salesiano. Ma al tempo stesso sogna molto, e non sempre si tratta di sogni sereni, si batte contro il diavolo, la sospettosa curia di Torino, i valdesi e il Risorgimento italiano nemico dei papi e foriero di rivoluzione e corruzione, moltiplica le castagne, colloquia con i morti e persino li resuscita, prevede il futuro altrui, vive in dichiarata simbiosi con il soprannaturale. Quando la sera rincasa per le strade buie del quartiere malfamato in cui abita, è protetto contro qualsiasi malintenzionato dal Grigio, un grosso cane ringhioso che si dilegua, anzi si dissolve, con le prime luci del giorno. E chiunque contrasti i suoi desideri, o meglio i desideri che lui nutre per i suoi ragazzi, è colpito rapidamente da sciagure, muore senza essere rimpianto almeno da lui, che espone i fatti e i nomi degli scomparsi quasi come bollettini di vittoria.


“la Repubblica”,19 febbraio 1987  

L’ambizione totalitaria dei sovrani digitali (Paolo Bottazzini)

La democrazia è un’allucinazione, secondo Walter Lippmann. O almeno, lo è l’ideologia che pretende di riconoscere nell’uomo un impulso alla conoscenza di tutte le premesse di una decisione, senza l’assenso pregiudiziale alle istruzioni di un leader. L’unica volta in cui questa condizione si è realizzata è l’America dei pionieri, con i suoi villaggi di agricoltori e cercatori d’oro nel primo Ottocento. I presidenti Thomas Jefferson e Andrew Jackson ne hanno accudito l’autonomia, in modo che qualunque cosa potesse influenzare la vita dei contadini-coloni si trovasse nel raggio della loro percezione sensoriale.
Eppure i guru della democrazia diretta ignorano le obiezioni di Lippmann. L’ideologia che ha accompagnato lo sviluppo di Internet, ha interpretato le comunità di utenti collegati in rete come i cenobi dei Paesi contadini nell’epoca eroica della colonizzazione. Le bacheche elettroniche, i primi forum, sono apparsi come un ambiente in cui replicare la socialità del villaggio su un’estensione geografica ampia quanto un continente, o come l’intera superficie del globo. Alla fine degli anni Ottanta, Howard Rheingold ha redatto il saggio-manifesto di questa concezione: La comunità virtuale. Colonizzare la frontiera elettronica, uscito nel 1991. La retorica è quella della conversione e della profezia, mentre la dissertazione è un affresco dell’esperienza sulle bacheche di The WELL, il sistema di forum più longevo del mondo: risale al 1985, e – tra le altre – ha accolto le prime conversazioni tra i futuri creatori dell’Electronic Frontier Foundation.
La formula dell’ecumenismo di The WELL è l’annullamento di ogni mediazione: gli utenti della piattaforma non attingono a fonti di informazione esterne, lasciano emergere ogni conoscenza dalla discussione, depositano negli archivi delle conversazioni un sapere cui attingere per ogni aspetto della vita quotidiana. Solo il confronto tra gli iscritti può ispirare decisioni giuste: gli esperti che appartengono al mondo esterno, i professionisti della raccolta delle informazioni, l’intero mondo scientifico oltre il confine del forum, non possono arrogarsi alcuna autorità.
Sono le elezioni presidenziali USA del 1992 a chiarire la portata politica di questa concezione. Il magnate Ross Perot si presenta come indipendente, contro Bill Clinton e George Bush: a giugno è in testa nei sondaggi, mentre alle elezioni di novembre conquista quasi 20 milioni di voti (il 19% del suffragio popolare). Il risultato è dovuto al successo di due proposte: la riduzione delle tasse, e il passaggio ad una democrazia diretta. Perot ritiene che la Costituzione americana debba essere riscritta, perché gli estensori settecenteschi non conoscevano ancora Internet. Si deve superare la struttura rappresentativa delle istituzioni di governo, visto che oggi i cittadini possono essere convocati in ogni momento ad esprimere la loro posizione su qualunque tema. Basta un clic su un form di interrogazione online. Requisiti di sistema: l’impulso all’onniscienza, la preparazione su ogni argomento – e una certa propensione all’autoritarismo, con scelte per acclamazione.
Gli americani continuano a provare nostalgia per l’isolamento e l’epica dei loro villaggi contadini. Ma la rivoluzione industriale, la mercificazione del lavoro, la circolazione universale dei beni, la finanza, la guerra, hanno reso dipendente ogni individuo, e ogni collettività, da eventi che precipitano fuori dalla portata della percezione personale. L’informazione è il business più redditizio nell’epoca della knowledge economy, perché la mediazione di esperti, di dati affidabili, di testimoni remoti e di interpreti specialistici, è necessaria per qualunque decisione. Può sembrare paradossale allora che gli imprenditori alla guida dei giganti della Silicon Valley siano oggi gli alfieri della democrazia diretta.
Eric Schmidt, ex CEO di Google e presidente di Alphabet, descrive il parlamento americano come «un’opprimente macchina protettiva in cui le leggi vengono scritte dai lobbisti», mentre Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, dichiara che ormai grazie a Internet «la gente dovrebbe essere in grado di avere voce in capitolo, senza avere una grande struttura di milioni di persone organizzate e milioni di dollari raccolti per sostenere una causa particolare». Le istituzioni democratiche sono strutture costose votate all’inefficienza, quando non addirittura alla truffa e alla rapina.
Bisogna quindi affidarsi alle tecnologie digitali, perché chi le progetta non tesse gli intrighi nei palazzi del potere, ma appartiene alla classe «degli scienziati» (è ancora Schmidt che parla), che cercano «di creare uno specchio virtuale e sempre aggiornato del mondo» (lo incalza Marissa Meyer, CEO di Yahoo!). Internet è il riflesso neutrale della società, in cui diventa «possibile la connessione e condivisione delle proprie idee in modo semplice, per le persone con diversi background». Lo pensa Zuckerberg, riferendosi alla sua piattaforma, in cui un miliardo e mezzo di persone conversano su qualunque cosa, senza conoscerne quasi nessuna, ascoltando l’eco dei propri giudizi nelle parole degli amici cui somigliano di più.
Invece di «diminuire i conflitti nel mondo a breve e lungo termine», la frequentazione dei social media ha radicalizzato i contrasti politici, come ha evidenziato l’indagine del 2014 condotta dal Pew Research su 10 mila adulti americani. Vedere il mondo come ciascuno vorrebbe che fosse, anziché avvicinarne la realtà con senso critico, non favorisce di sicuro la democrazia. Ma agevola i software di Google, di Facebook, e dei loro simili a misurare ogni atomo del nostro desiderio e del nostro istinto, e a rivendere queste informazioni per offerte commerciali personalizzate. Offrire l’illusione di essere il capo del villaggio globale amplifica il controllo di chi registra ogni cosa, e gonfia il suo fatturato più di tutto l’oro del Klondike: non lo avrebbe immaginato nemmeno Zio Paperone, figuriamoci Thomas Jefferson.


Pagina 99, 12 novembre 2016

18.2.17

Doppia Spagna. Il cucciolo che sognava la corrida (Riccardo Valsecchi)

Cinque anni fa, nel gennaio del 2012, la regione autonoma di Catalogna aboliva il truculento spettacolo della corrida. Alias, il magazine del “manifesto” salutò l'evento con il servizio che segue. (S.L.L.)

Ruben ha un corpo gracile e una testa lunga che riesce a mala pena a tenere dritta sotto l’arsura cocente di un tardo pomeriggio andaluso. Due occhi grandi e vispi e lo sguardo innocente del marmocchio che di fronte a sé ha un sogno fantastico. No, non vuole diventare un super eroe e salvare il proprio Paese dal tracollo che i media spagnoli stessi danno, con sadico cinismo, ormai imminente. Nemmeno calcare i campi di calcio più famosi del mondo; non sa neppure chi siano Maradona o Cristiano Ronaldo, tanto meno nutre qualche interesse per quel F.C. Barcellona che proprio qui, a Granada, dove 620 anni fa con la cacciata dei mori prese vita il Regno di Spagna, è odiato più di qualsiasi altra cosa. Andalusia e Catalogna due mondi diversi uniti forzatamente sotto la stessa bandiera e che dal 10 gennaio 2012, grazie a una legge che vieterà sul territorio catalano la pratica del mestiere ambito dal piccolo Ruben, rappresenteranno l’uno l’opposto dell’altro. Ma non c’è più tempo per sognare, perché per Ruben oggi è un giorno magico.

IL PICCOLO MANOLETE
Compie dieci anni e secondo la legge spagnola ha il permesso di cominciare finalmente ad allenarsi per realizzare il suo sogno: combattere nell’arena e diventare il più grande matador di tutti i tempi. «Come Manolete - esclama il padre - il più grande torero della storia!». Quando Manuel Rodriguez Sànchez detto Manolete, la cui leggenda è stata narrata recentemente in un film con Penèlope Cruz e AdrienBrody, morì il 28 agosto 1947 in seguito a un’incornata del toro Islero, il generalissimo Franco dichiarò ben tre giorni di lutto nazionale. La mano che accarezzala fronte, il sole alto, la folla che affluisce rumorosa nell’arena le urla del pubblico, il cancello che si apre e il nemico, la bestia che entra infuriata scalciando. A riportare alla realtà il piccolo Ruben ci pensa Don Joaquin Ruiz detto «E1 Ruilo», torero e insegnante presso la «Escuela taurina di Granada», la scuola per toreri situata proprio nella locale Plaza de Toros: «Vamos, Ruben, vamos a torear». Ruben si guarda intorno, compie un giro su se stesso, ammirando l’edificio mastodontico che lo circonda.


«EL RUILO», IL GRANDE MAESTRO
Tutt’altro che mastodontico è invece El Ruilo: fisico asciutto e malandato, fare goffo da uomo di taverna il nostro non ha certo lo charme e il sex appeal di leggendari personaggi quali Luis Miguel Dominguiz o Antonio Ordónez, resi celebri dai romanzi di Hemingway. Conserva intatto, però, l’analfabetismo del matador Juan Gallardo interpretato da Tyrone Power nell’indimenticabile Sangue e Arena del 1956: per scrivere l’autorizzazione a raccogliere materiale fotografico El Ruilo si fa infatti aiutare da un solerte assistente. «Non è la forza che fa il matador» spiega il maestro ai suoi alunni, una ventina di ragazzi incantati, con reverenza di fronte a questo analfabeta che chiamano professore. «Tecnica cervello e concentrazione, tutto qui».
In fondo El Ruilo è un uomo simpatico, anche se più che un eroico combattente sembra un macellaio di paese. Ma quanti tori avrà mai ucciso nella sua carriera? «Ottocento, novecento, cosa volete che ne sappia». E dietro un amico che fe segno con le mani di abbassare il computo. «Il primo nel 1971» ma poi subito dopo ci ripensa e si corregge: nel 1971 non aveva nemmeno cominciato ad allenarsi. Anche sull’età mente: «Cinquantacinque» dice lui e dietro il solito amico che fa segno di alzare. Racconta di essere stato ferito ben quattro volte. In realtà le uniche corride di cui ha memoria sono proprio quelle in cui le ha prese di santa ragione, con tanto di cicatrici a solerte ricordo. Sorge il dubbio, infatti, che, El Ruilo, al colpo finale scoccato con l'estoque, la spada usata per infliggere al toro la stoccata dritta nelle cervella causandone la morte immediata non ci sia mai arrivato. L’arena più prestigiosa in cui ha combattuto è stata Valencia nel 1986: la folla che urla il suo nome, il toro che avanza e boom, un’incornata all’inguine. «Non là specifica» con tono da super macho che ci tiene a sottolineare l’efficacia dei propri attributi. «Quelli funzionano ancora». Poco oltre il cancello d’accesso all’arena si trova l’infermeria, ma El Ruilo preferisce non entrare: «È un luogo che noi toreri non amiamo molto - spiega toccandosi l’inguine, in ricordo della ferita, o anche, per scaramanzia un poco più a lato - al torero non gusta la tragedia». Accedere alla sala operatoria è come fare un viaggio indietro nel tempo: piastrelle ingiallite alle pareti, macchinari antichi, sterilizzatrici grandi quanto un cassonetto dell’immondizia e un tavolo ambulatorio che, più che per salvare le persone, sembra fatto apposta per macellare animali. Un silenzio spettrale, di morte. Nella sala accanto, la cappella dove il matador si ritira prima del combattimento per pregare. Riti antichi per uno spettacolo che oggi sembra destinato a scomparire, se non fosse per i turisti che affluiscono da ogni parte del mondo.

I SONDAGGI E IL GRADIMENTO
Secondo un’inchiesta realizzata dall’Istituto Gallup nel 2006, infatti, le nuove generazioni spagnole non sono per nulla affascinate da quello che per il pubblico straniero è il simbolo della Spagna stessa. Solo il 26,7% degli intervistati ha affermato di aver interesse per la corrida mentre il 72,1% ne è assolutamente indifferente. Tra questi spicca l’avversità delle donne, 78,5%, e dei giovani in un’età compresa tra i quindici e i ventiquattro anni, l’81,7%. Eppure gli investimenti nel settore non sono certo in diminuzione: 500 milioni di euro in forma di sovvenzione pubblica nel 2006 e 600 milioni nel 2008. D’altronde si tratta di un business che tra feste, spettacoli e souvenir fattura 2500 milioni di euro annui, dando da lavorare a 150 mila persone, tra cui 8301 professionisti. I matador in attività nel 2010, secondo il Ministero degli Interni, sono stati 693. «Quale mestiere più sicuro - rilancia El Ruilo - in questo momento di crisi dell’economia nazionale?» «Menzogne - ribatte Lluis Villacorte, un uomo piccolo e massiccio, con l’impeto energico di chi lotta per una grande causa - È possibile che uno Stato come la Spagna debba dipendere da un’attività barbara che tiene occupati lavoratori a contratto giornaliero per non più di venti giorni l’anno?»

LA CATALOGNA DICE NO
Siamo a Barcellona: è il 26 settembre 2011 e Lluis mostra i quotidiani che lo ritraggono ricoperto di vernice rossa come il sangue che sgorga dai corpi dei tori macellati nell’arena. Il giorno prima presso la Monumental, si è svolta l’ultima corrida della storia catalana. In seguito a un’iniziativa popolare sostenuta da 180 mila firme, infatti, il parlamento catalano ha approvato una norma che vieta gli spettacoli taurini dal 1° gennaio 2012. Lluis, come sempre da sette anni a questa parte, non avrebbe potuto certo mancare all’ultimo massacro di tori nella sua città natia. «È stata una dura battaglia» ricorda l’attivista che, come El Ruilo, porta le cicatrici infertegli dagli avversari. «In questi anni mi hanno insultato, minacciato, sputato, picchiato» racconta colui che è considerato l’anima del movimento antitaurino catalano. «Anche stamattina camminando per strada c’erano vecchi che mi urlavano ‘vergogna se ci fosse stato Franco, saresti finito impiccato’; altri, ‘evviva los toros’ e io a ribattere ‘certo, evviva los toros, abbasso los toreros.’ Questi sono i sostenitori della corrida: vecchi nostalgici della dittatura, gente che confonde tradizione e cultura con violenza e inciviltà. Ma la Spagna di oggi è tutt’altra cosa».
Daniel ed Elisa una giovane coppia di studenti catalani che, seduti al tavolo accanto, ha origliato la conversazione, si alza di fretta per stringere con impeto la mano di Lluis: «Grazie. Ieri è stato un grande giorno. Finalmente non dovremo più sopportare questa barbaria». Villacorte, visibilmente commosso, rilancia: «Ora è la volta celebrativa sulle mura dell’arena dove i toreri vengono per allenarsi. 450 chilogrammi di agilità e destrezza il toro Idilico riuscì a guadagnarsi la grazia ma non la vita contro il matador José Tomás, secondo gli esperti il più grande torero vivente, l’unico a potersi veramente fregiare del titolo di erede di Manolete. Per Idilico, tre giorni di agonia, poi la morte. Sta sfogliando l’album delle fotografie del ranch la bellissima Nuria quando, ad un tratto, l’immagine di un giovane vitello le appare di fronte: «Si chiamava Malvestido» racconta la giovane fanciulla dalla pelle dorata. «La madre morì durante il parto e, per evitare che perisse anche lui, lo allattammo noi. Con il biberon, come si fa con i bambini». «Nuria non faceva altro che andare a vedere come stava - ricorda il padre - entrava nel recinto e giocavano insieme. Erano inseparabili». Un piccolo cucciolo, Malvestido, proprio come Ruben, il marmocchio con cui inizia questa storia. Ma che fine ha fatto il piccolo vitello della foto? «Una volta diventato macho, maschio adulto, ha combattuto con coraggio» conclude il custode, senza guardare negli occhi la figlia. «Si è fatto onore e ha onorato questa finca».


“alias il manifesto”, 28 gennaio 2012

17.2.17

Italia 1961. Quando anche i granelli di sabbia facevano boom (Marisa Merolla)

Una rievocazione del boom del 45 giri tutto sommato buona. Per la precisione il disco di Andavo a cento allora fu lanciato nel 1962. (S.L.L.)

Quando nel 1961 l’Italia celebra i cent’anni di unità nazionale, la Repubblica è giovanissima. Non ha neanche sedici anni. Si è da poco gettata alle spalle il lungo sofferto dopoguerra; il faticoso processo di ricostruzione del paese si è concluso con l’esplosione di un improvviso e dirompente decollo economico, un vero e proprio «boom».
Negli anni del miracolo economico la musica leggera diventa un fattore vitale che contribuisce in maniera decisiva a mutare radicalmente il volto di un’Italia in via di laicizzazione; la canzone acquista i connotati di bene-simbolo delle nuove generazioni, investite dai nuovi ritmi travolgenti, al di là dell’estrazione sociale, della provenienza territoriale, delle appartenenze politiche, e trascinate in una esperienza collettiva, il cosiddetto teeneage takeover - la «presa di potere» dei teenager che hanno, per la prima volta, coscienza di sé come gruppo.
Si tratta delle ragazze e dei ragazzi che sono cresciuti durante i duri anni della ricostruzione economica del paese, ma che, a differenza dei padri e dei fratelli maggiori, non hanno vissuto i traumi del secondo conflitto mondiale e della Resistenza di cui solo i ventenni possono avere vaghissimi ricordi. In molti casi hanno trascorso parte della propria infanzia nelle fila delle organizzazioni sportive e ricreative dei partiti o delle parrocchie; ma, ancora per la maggior parte al di fuori da qualsiasi militanza partitica, non hanno assorbito - per il momento - la cultura dello scontro ideologico che negli anni Quaranta e per tutti gli anni Cinquanta ha avvelenato l’atmosfera politica italiana. Si affacciano all’età adulta in un’Italia più democratica che assicura loro un’inedita libertà di pensiero e non stupisce, dunque, che si dimostrino più pronti a recepire i miti del nuovo benessere, sintetizzato nell’«american way of life», entrata come simbolo nell’immaginario collettivo fin dagli anni Cinquanta.
Infatti, non è solo il miraggio di migliori condizioni di vita e di lavoro, ma anche le immagini sfavillanti e le nuove sonorità, veicolate da vecchi e nuovi media, che spingono irresistibilmente milioni di giovani a lasciare il sud agricolo e socialmente arretrato per raggiungere il nord, patria dello sviluppo industriale e della modernizzazione. In questo enorme flusso di migranti che segna la vigilia del boom, le diversità, le incomprensioni, le stesse sofferenze, pur incancellabili, si stemperano in qualche misura nella collettiva fascinazione per la nuova musica, emblema di libertà di rottura con la tradizione, di promessa per il futuro, ma, soprattutto, strumento eccezionale per esprimere e affermare la propria identità anche nelle più difficili condizioni. Negli anni del monopolio democristiano, la Rai-tv si trova nella controversa posizione di conciliare la spinta modernizzante che arriva dai nuovi suoni in gran parte americani con la più rassicurante tradizione canora nazionale. Il 18 maggio 1957, il primo festival di rock’n’roll, al Palazzo del ghiaccio di Milano, si era concluso con l’intervento violento della polizia, sorpresa e impreparata a fronteggiare una folla così imponente di ragazzi accalcati anche oltre i cancelli. Nell’ottobre dello stesso anno aveva debuttato su disco il precursore dei cosiddetti «urlatori», Tony Dallara che aveva sconvolto i canoni tradizionali del bel canto all’italiana - dei Claudio Villa, dei Luciano Tajoli, delle Nilla Pizzi - con il celebre «singhiozzo», generando scalpore e sgomento nella critica dell’epoca. L’anno successivo Domenico Modugno vincendo il festival di Sanremo con Nel blu dipinto di blu aveva interpretato lo stato d’animo dei tanti italiani, pronti a gettarsi alle spalle i sacrifici economici patiti negli anni della ricostruzione, euforici e desiderosi di «volare» incontro al benessere; magari alla guida delle nuove Seicento appena uscite dagli stabilimenti della Fiat, lanciate in corsa lungo i primi tratti autostradali che portavano alle località di villeggiatura, adesso non più mito irraggiungibile alle masse.
È la radio, prima ancora che la televisione, ad amplificare il clima di attesa e frenesia. Dagli studi di via Asiago parte un’inondazione musicale di nuove trasmissioni che non ascoltano solo i ragazzi, ma milioni di italiani ormai trascinati dal ritmo della vita moderna ad avere poche pause per un ascolto impegnato e attento. Sin dai titoli – Il Discobolo, Musica sprint, Ping pong, Flash - i programmi musicali vogliono evocare dinamismo, euforia, divertimento. Ma è la tv a instaurare un rapporto privilegiato con l’industria del disco: il ballo e non solo la canzone affascina gli italiani, ormai ipnotizzati dal piccolo schermo, dove ai ritmi sempre più sincopati delle musiche italiane e straniere ragazze e ragazzi si dimenano e si contorcono nel twist, nel madison, nel surf, nell’hully gully, nello yè yè.
La stagione magica della canzone è l’estate che negli anni del boom acquista per un numero via via crescente di italiani, il significato di vacanza, al mare soprattutto. Legata a un granello di sabbia di Gianni Marchetti e Nico Fidenco (1961) non a caso è il primo 45 giri a superare la vendita di un milione di copie; e, poco dopo, Pinne, fucile ed occhiali di Edoardo Vianello, con tanto di suoni acquatici in sottofondo, diventa la colonna sonora che accompagna il mese o i quindici giorni di villeggiatura. Il disco non vive una stagione: in inverno viene consumato nei juke-box e nei mangiadischi dagli italiani che rivivono in città la solarità e la gioia dei giorni passati, del tempo libero, dei balli e degli amori. Anche le modalità del corteggiamento, profondamente mutate rispetto al passato repressivo, sessuofobico e moralista, trovano espressione nella musica, come dimostra il trionfo di Ventiquattromila baci di Adriano Celentano a Sanremo nel 1961, una canzone simbolo di un corteggiamento che insegue i ritmi dirompenti e le incontenibili dimensioni del consumo di massa. Non può mancare la consacrazione canora dell’automobile, protagonista indiscussa del boom economico: Andavo a cento all'ora di Gianni Morandi offre un esempio della commistione motore-amore, perdi più in rima baciata. Qualche anno dopo è la volta del telefono: con Se telefonando Mina celebra l’amore vissuto nella nuova era della teleselezione.
Non c’è però solo l’esaltazione del benessere e dei suoi totem. La canzone che interpreta la prima età dell’oro dell’Italia diventata potenza industriale, ne anticipa anche il lato oscuro, partendo naturalmente dall’amore che i consumi, la libertà il tempo libero e persino la ricchezza non hanno certo reso più semplice o più felice. Anzi, sembra quasi che il volersi bene, il comprendersi, l’amarsi e il desiderarsi sia diventato più complicato, più difficile, più irraggiungibile. Il malessere esistenziale, già affiorante anche tra i più giovani, è, all’inizio, colto soprattutto in canzoni che parlano dell’angoscia dell’attesa, delle partenze, degli abbandoni: Senza fine, Il cielo in una stanza, Sapore di sale parlano di solitudine, di infelicità e, per la prima volta, anche di relazioni sentimentali come possibili vie di fuga da un mondo che non si condivide più. Sono i nuovi poeti Gino Paoli, Umberto Bindi, Luigi Tenco a dare il segnale di una frattura nell’ottimismo trionfante che è destinata a farsi sempre più vistosa col trascorrere del decennio Sessanta. Nel mood sofferto delle loro sonorità c’è l’eco della sofisticata chanson francese, ma, ancora una volta, a prevalere nella tensione emotiva e nella vena malinconica dei loro versi e delle loro note è l’influenza del jazz e del blues d’oltreoceano.


“alias il manifesto”, 28 gennaio 2012

Regione che vai calamaro che trovi (Rocco Moliterni)

Le differenze tra un totano e un calamaro, cefalopodi che si pescano nel Mar Mediterraneo e quindi anche lungo le coste del Bel Paese, non tutti le conoscono: la più evidente è la pinna dorsale, più piccola nei totani, più lunga nei calamari. Per quanto riguarda il gusto ci sono scuole di pensiero diverso, tra chi predilige l'uno e chi l'altro. Non ci sono però differenze nel modo in cui si cucinano: sia i totani sia i calamari si possono fare fritti, in umido, alla griglia o ripieni. Quest'ultima preparazione è la più interessante perché si può tracciare un'identikit degli italiani in base a cosa mettono nelle sacche o tasche dei calamari.
Come per il brodetto di pesce che cambia di porto in porto, così il ripieno dei calamari ha versioni anche molto differenti da regione a regione. A Pantelleria fanno un trito con i tentacoli, pane raffermo bagnato, capperi, olive, mandorle, e aggiungono una foglia di menta a dare un gusto in più. A Cagliari mettono invece, oltre ai fm tentacoli, uova, piselli e pecorino infrangendo il tabù che non vuole il formaggio con il pesce. Le uova le ritroviamo anche in Puglia mentre in Friuli non mancano i filetti di acciughe. In Liguria le olive taggiasche, i capperi, l'aglio e il prezzemolo. Ad Amalfi puntano sulle patate e gli zucchini, mentre a Viareggio sulle bietole cotte. C'è infine chi mette i carciofi o il radicchio e chi, copiando gli andalusi, ci ficca addirittura la carne. Poveri calamari, ne avranno le tasche piene.


“La Stampa”, 30 settembre 2010

Ravanelli al mercato, primavera imminente (Carlo Bogliotti)

Nell'orto, uno dei primi segnali di primavera sono i ravanelli. Chi li chiama rapanelli o rafanelli non sbaglia: sono denominazioni popolari ampiamente accettate. Del resto, somigliano a una piccola rapa e sono del genere botanico del rafano. Dicevamo che in questo momento sono tra i primi ad arrivare sulle bancarelle (e ci saranno fino all'autunno). E' meglio raccoglierli ancora non del tutto maturi, di modo che siano croccanti, non legnosi, profumati e saporiti, pronti a dare una marcia in più alle nostre insalate tipiche di questa stagione. Si vendono a mazzi: per 8/10 ravanelli si spenderanno circa 80 centesimi, massimo un euro. Il loro gusto un po' piccante, che ricorda vagamente la senape, ne fa un prodotto che forse dovrebbe essere sfruttato un po' di più in cucina, al di là del noioso uso decorativo che prolifera, a mo' di guarnizione (il che significa spreco).
Le cucine orientali sono molto più fantasiose della nostra in quanto a ravanelli: sarà che ci sono più varietà disponibili, come il grande giapponese daikon, lungo e bianco. Ma che siano rossi, rossi e bianchi, solo bianchi, rotondi o allungati, sono essenziali nei pinzimoni («bagne' 'nt l'euli» in Piemonte, cazzimperio nel Lazio) e in insalate di misticanza.
Al mercato si trovano completi di foglie, e proprio le foglie sono interessanti per usi culinari meno comuni in Europa, oltre ad essere più digeribili: ad esempio si possono preparare delle gustosissime zuppe. Le foglie, poi, sono indice di freschezza, perché i ravanelli vanno assolutamente consumati prima che esse si affloscino: per questo in frigorifero resisteranno per un tempo relativamente breve, due o tre giorni al massimo. Dite la verità: quanti di voi comprano i ravanelli e poi li dimenticano nel cassetto basso del frigo? Facciamo attenzione agli sprechi, sennò diventa davvero pretestuoso disquisire di prezzi alti o bassi. Un altro consiglio per la cucina è di provare a schiacciarli compresi di foglie invece di tagliarli nelle classiche rondelle sottili: risulteranno più saporiti.
Le regioni più produttive sono il Lazio, la Campania, la Sardegna, l'Emilia Romagna e la Puglia. Ma i ravanelli si trovano proprio dappertutto: per esempio in Piemonte ci sono due varietà che spiccano come eccellenze locali, il tabasso di Moncalieri (lungo e cilindrico, rosso intenso con screziature bianche) e i ramulas, lunghi e bianchi.


“La Stampa”, 17 marzo 2012

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