28.9.16

Ricordo. Una poesia di Giorgio Caproni

Ricordo una chiesa antica,
romita,
nell'ora in cui l'aria s'arancia
e si scheggia ogni voce
sotto l'arcata del cielo.
Eri stanca,
e ci sedemmo sopra un gradino
come due mendicanti.
Invece il sangue ferveva
di meraviglia, a vedere
ogni uccello mutarsi in stella
nel cielo.

Il terzo libro di Giorgio Caproni (Maurizio Cucchi)

L'importanza della poesia di Giorgio Caproni ci è ben nota, ma devo dire che la rilettura di questo suo terzo libro me lo ha fatto apparire ancora più grande e di formidabile solidità. Si tratta di un’opera realizzata in modo insolito, come scrisse lo stesso autore nella sua nota alla prima edizione Einaudi, del ’68. Contiene infatti quasi tutti testi tratti dall’allora già edito Il passaggio di Enea con l’aggiunta di pochi altri testi. Riappare ora nella stessa collana bianca, con prefazione di Enrico Testa, con un saggio di Luigi Surdich e con lo stesso titolo: Il “terzo libro” e altre cose. Vi troviamo alcuni dei temi essenziali della poesia di Caproni, come la guerra, le città, le figure della madre e del padre, accanto ad alcune anticipazioni di ciò che verrà in seguito. Ma quello che nettamente e sempre più si afferma è l’impressionante densità ed energia del verso, realizzato con un’abilità impareggiabile, dall’uso dell’endecasillabo alla scelta di misure più lievi. Una densità che coinvolge un vasto campionario di situazioni, ambienti, figure, personaggi di una evidente concretezza eppure implicitamente già mossi verso un oltre e altrove metafisico. Eppure a volte stupisce per la semplicità delle scelte, come in quel celebre attacco di Alba: «Amore mio, nei vapori di un bar / all’alba, amore mio che inverno / lungo e che brivido attenderti!».
Semplicità che si intreccia, peraltro, anche e spesso con scelte linguistiche e stilistiche sottili e preziose, mentre alterna componimenti brevi, sonetti sapientemente reinterpretati, a testi più ampi e narrativi come le Stanze della funicolare. E tanto altro si potrebbe dire. Basti aggiungere che è questo un libro imperdibile, dal quale partire per continuare con l’intera opera di Caproni, tanto varia e articolata, nell’alta definizione dei temi e delle scelte formali.

27.9.16

Bruce Springsteen (Carlo Verdone)

Non male il pezzo di Verdone, nella rubrica Il fan de “La lettura – Corriere della sera” di qualche mese fa, dedicato a Bruce Springsteen. È bravo a rievocare atmosfere e mi pare che di musica ci capisca. Ne riprendo un ampio stralcio. (S.L.L.)

A metà degli anni Settanta, in Italia e non solo, c’era un unico modo per tenersi aggiornati sull’evoluzione del rock e la conseguente nascita di nuovi gruppi e cantautori: le radio private. [...] Io mi ero affezionato alla meno conosciuta, Rr 96, poco commerciale, senza alcun tono brillante nei conduttori, ma che aveva il pregio di centrare in pieno le vere novità del momento, quelle di sicura qualità. Una mattina, verso le 10 di un torrido luglio del 1975, Rr 96 annunciò il prossimo brano: Born to Run di un certo Brace Springsteen. Mi stavo facendo la barba ma dopo un minuto, con mezzo viso ancora pieno di schiuma, mi sedetti sul bordo della vasca con il rasoio in mano. Stavo ascoltando qualcosa di eccezionale per grinta, sound e voce potente.
C’era qualcosa di nuovo in quell’artista: l’anima. Un’anima che non riuscivo più a cogliere in Bob Dylan, pur ritenendolo il più grande cantautore della storia della musica americana. Ma dovetti attendere cinque anni per avere le idee più chiare su Springsteen. L’uscita del doppio The River mi fece apparire questo cantautore, con un piede nel rock e l’altro nel folk, assolutamente completo, dotato di una personalità fortissima nel suo essere assolutamente normale. Niente droghe, nessun abbigliamento da classica rockstar che vuol stupire, nessuna acconciatura ricercata. Solo il volto sano, normale, di un uomo che avrebbe potuto fare l’operaio, l’autista di un tir o un conducente di un taxi. La grande forza di Springsteen era quella di rappresentare, nella sua immagine proletaria, il lato rabbioso o dolente in un’America in crisi di valori, in cerca di un riscatto. 
A differenza di Dylan, introverso, sublime poeta della sua anima inquieta e, in qualche brano, rassegnato allo stato delle cose, Springsteen vuole scuotere. Rovescia rabbia ma cerca costante-mente il riscatto. Incita al riscatto. Born in the Usa è un trascinante «comizio sonoro» in cui non c’è posto per la depressione. In Nebraska del 1982 c’era solitudine e dolore ma mai senso di sconfitta. Quest’album, acustico, registrato nella sua casa, è forse la sua opera che preferisco. L’ho sempre ascoltato come la colonna sonora della solitudine di una certa America. Un’America in bianco e nero, abbandonata, umiliata, immersa nella malinconia del vento di Atlantic City. Quando incontrai Springsteen al Festival di Roma qualche anno fa, ebbi la fortuna di scambiarci qualche parola. Ricordo che gli dissi: «Ti ammiro. E ti ho amato ancora di più con Nebraska. Lui mi diede una grossa pacca sulla spalla rispondendomi: «I agree with you». Il Tempo passa e tra non molto saranno quasi quaranta gli anni di attività di questo grande cantautore che ci ha colpito con album dove il tema della difesa dei diritti, della denuncia dell’ipocrisia politica, dell’abbandono degli ultimi, sono sempre in prima linea. Ma la sua immortalità nel panorama musicale, a mio avviso, risiede nel non essersi prostituito mai a mode e nell’aver sposato sempre ima profonda autenticità. Senza mai scendere a compromessi commerciali. Lunga vita al Boss, uomo semplice, pieno di stupore e di profonda umanità. Di concerti rock importanti ne ho visti un’enormità, ma ancora oggi ricordo il suo live a Roma negli anni Ottanta come il più potente, fisico, muscolare e travolgente di tutti. Tre ore ininterrotte a dimostrare non solo gran rispetto per il pubblico, dando tutto se stesso, ma soprattutto la voglia di divertirsi e trascinare tutti nel suo mondo dove non c’è spazio per la resa e la sconfitta. [...]

La lettura - Corriere della Sera, 22 maggio 2016

Lolita e Nabokov (Alessandro Piperno)

Nabokov amava far risalire il primo palpito di Lolita al 1939. Era a Parigi, affetto da una nevralgia, quando gli venne in mente un libro sulla predilezione di certi maschi di mezza età per uno specifico tipo di minorenni. Come al solito mentiva. La verità è che la sua produzione giovanile (in russo) pullula di antesignani più o meno consapevoli di Humbert e Lolita (Il dono, Una risata nel buio, L’incantatore). Impiegò una vita intera a scrivere Lolita; e una volta soddisfatta tale impellenza non smise più di riprovarci con risultati altalenanti (Ada, L’originale di Laura). Per raggiungere la sintesi agognata tra «precisione della poesia» ed «ebbrezza della scienza pura», dovette superare un tale numero di scogli che più volte, in corso d’opera, ebbe la tentazione di gettare la spugna. 
Ad angustiarlo non erano solo i problemi morali, estetici e compositivi posti da un libro come Lolita, ma la consapevolezza che tali questioni fossero in un certo senso inseparabili l'una dall’altra, e che per questo andassero risolte simultaneamente.
Occorre ricordare che Lolita viola il solo tabù sessuale che abbia ancora senso; al punto da chiedersi se in un’epoca come la nostra, assai sensibile al problema della crudeltà sui bambini, un libro del genere troverebbe un editore disposto a pubblicarlo, e lettori altrettanto benevoli. È evidente che il suo autore, poco incline a confondere scopi artistici ed esigenze etiche (se non in un senso molto ampio), abbia sentito l’obbligo di interrogarsi sull’opportunità di cimentarsi con una materia così sordida e spregevole.«Com'è riuscito Nabokov — si chiede Martin Amis — a infilare la storia di questa ragazzina in un simile sproloquio di trecento pagine, in questo libro così divertente da generare imbarazzo, così ispirato dall’inizio alla fine, così incredibilmente osé?».
Ci è riuscito allestendo uno dei più tragici divertissement mai concepiti. Sotto i panni licenziosi e svolazzanti della commedia e della parodia, la vicenda di Humbert e Lolita si tinge sin dal principio dei colori vermigli della tragedia. Come nel più cruento tour de force shakespeariano, non c’è personaggio che alla fine non incontri una morte prematura e catartica. È così che Nabokov salda il suo debito morale. Naturalmente lo fa alla sua maniera, in modo subdolamente discreto, senza enfasi né cerimonie. Il lettore deve attendere quasi la fine del romanzo per capire (ammesso che lo capisca) che la moglie di Richard F. Shiller morta di parto — di cui si faceva menzione nella prefazione dell’ineffabile John Ray — non è altri che Dolly Haze, alias Lolita. Quindi non solo Lolita muore fuori dalla scena, ma per così dire muore tra le righe, ufficiosamente. Allora capiamo cosa intende Nabokov quando dice: «Scrivere Lolita è stato mettere assieme un bel puzzle — comporlo e risolverlo nello stesso tempo, dato che l’una cosa è l’immagine speculare dell’altra, secondo come si guarda».


Da Nabokov, la morale è un gioco in “La lettura – Corriere della Sera”, 22 maggio 2016

Ci stanno ammazzando! Un breviario del populismo (Antonio Carioti)

Come recensione di un libro che dovrebbe essere interessante, Antonio Carioti su “la Lettura” del “Corriere della sera”, ha pubblicato qualche mese fa un'utile riflessione sulla nuova destra europea di cui riprendo uno stralcio. (S.L.L.)

Mettere insieme Oriana Fallaci e Toni Negri può sembrare un esercizio acrobatico. Ma Francesco Borgonovo, nel libro L’impero dell’islam (Bietti, pp. 248, € 15) si cimenta nella prova con indubbio talento. Da una parte denuncia la minaccia dei musulmani intenzionati a sottometterci, dall’altra se la prende con il «finanzcapitalismo» che c’impoverisce e ci ruba l’anima. Li dipinge come due «Imperi della Paura» che stringono l’Europa in una morsa micidiale. Al Baghdadi e Mark Zuckerberg (un’altra strana coppia) sarebbero dunque alleati oggettivi. «Ci stanno ammazzando», esclama Borgonovo. E tratteggia lo scenario cupo di Paesi dell’Ue in preda alla miseria e alla violenza, fustigando nel frattempo il lagnoso «vittimismo» dei popoli islamici [...]
Nient’affatto sprovvisto di validi e variegati riferimenti culturali (Christopher Lasch, Bernard Lewis, Henri Pirenne), questo saggio rappresenta una sintesi ben costruita, quasi una sorta di breviario, dell’ideologia populista destrorsa, identitaria e simultaneamente antiplutocratica, che sta mietendo successi nell’intero Occidente perché fa leva su problemi epocali di assai difficile soluzione.

Non è con la retorica cosmopolita del meticciato, né con il culto dell’individualismo competitivo che si può efficacemente rintuzzarla.

La Lettura - Corriere della Sera, 22 maggio 2016

Per servire l'Italia (Guglielmo Giannini)

"Sarei entrato, per servire l'Italia, nel partito comunista, monarchico, repubblicano, democristiano, demolaburista, azionista, socialista, liberale, trotzkista - senza nessuna preoccupazione oltre quella di servire. Non ne ho veduto la possibilità, dovunque mi sono imbattuto in gente vogliosa solo di essere deputato o altro. La più untuosa e ipocrita falsa modestia esala da moltissimi di questi uomini come un cattivo odore personale. (Guglielmo Giannini)


da Piccolo mondo repubblicano, cit. in Sandro Setta, L'Uomo Qualunque 1944/1948, Laterza, 1975

Ernesto de Martino, un’unica storia (Fabio Moliterni)

Esiste un elemento di continuità nel lungo, contraddittorio e turbolento percorso di de Martino (nel 2015 ricorreva il cinquantenario della morte), a partire almeno dallo studio incipitario Il mondo magico (1948) e passando dalle risultanze sulle «spedizioni» compiute nei Sud d’Italia a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta – Sud e magia del 1959, di cui Donzelli pubblica una nuova edizione che recupera anche materiali sparsi del «cantiere» lucano, e due anni dopo La terra del rimorso sul fenomeno del tarantismo nel Salento –, per approdare infine al postumo La fine del mondo (1977 e 2002), che lo occupò negli ultimi anni di vita. Questa direttrice convoca e implica una serie di problematiche interne alla storia sociale della cultura nel secondo Novecento, con tangenze che riguardano non soltanto lo specifico degli studi etno-antropologici in Italia, ma più radicalmente lo statuto e le forme di legittimazione del sapere scientifico e filosofico, i rapporti tra teoria e prassi, tra storia delle religioni, impegno politico e psicoanalisi, cultura popolare e pensiero gramsciano, esistenzialismo, fenomenologia e filosofia della storia; ed è rappresentata, mi pare, dalle ricerche pluri-prospettiche e «molecolari» che de Martino, rinnovando di volta in volta strumenti metodologici e campi di studi, ha condotto sin dalla genesi della sua storia intellettuale intorno allo «scandalo» (σκάνδαλον, «ostacolo») del mito e dell’arcaico, l’autentico rimosso nell’epoca del lungo tramonto e della secolarizzazione dell’Occidente (secondo Leopardi l’epoca della tentata «geometrizzazione» della vita).
Si tratta più precisamente di un pensiero ibrido che vive all’incrocio tra revisione dell’idealismo crociano e marxismo critico, sospeso tra fascino dell’irrazionale e bisogno di militanza politica, ragione illuminista e tensione libertaria o progressista, che insisteva nell’indagare le latenze e la persistenza nel Moderno di un sottofondo «altro», antico e «oscuro», irriducibile alle categorie del pensiero tradizionale (normativo e «immunitario»): i «residui» della cultura popolare e subalterna, la sopravvivenza e il perpetuarsi di forme del passato arcaico così come si ripresentano in contesti sociali concreti e nel fondo della coscienza umana, nelle vesti di pratiche magico-rituali o simboliche attivate per rispondere alla condizione di «miseria psicologica» e sociale, alla perdita e alla «crisi della presenza». Dal magismo alle fascinazioni lucane, dal lamento funebre al tarantismo pugliese fino alle antiche e nuove forme di disagio e «apocalissi culturali» da intendere, scriverà nella Terra del rimorso, come «relitti folklorico-religiosi [che] diventano documenti di un’unica storia».
Se continuiamo ad adoperare quest’ottica strabica e telescopica, per ragionare oggi sull’eredità del suo pensiero, è evidente che la scoperta sul campo del meridione italiano «escluso dalla storia» nei primi anni Cinquanta, complici e mallevadori Carlo Levi e Rocco Scotellaro, si configurava in Sud e magia come terreno d’incontro decisivo di questi saperi eterogenei e di una pratica politica non ortodossa, in linea con lo spirito anti-normativo (anti-accademico) e «indisciplinato», non solo interdisciplinare, che informa il lavoro di de Martino. In quello studio a tratti geniale, ma anche ricco di contraddizioni interne e aporie metodologiche messe opportunamente in rilievo da Fabio Dei e Antonio Fanelli nell’introduzione a questa nuova edizione, confluivano un’eterodossa teoria e pratica etnologica ad usum sui, maturata in un tormentato dialogo con lo storicismo crociano e con gli studiosi delle religioni primitive come Pettazzoni e Marchioro, e un impegno meridionalista a sua volta non allineato e sostanzialmente isolato rispetto alle traiettorie politiche e ideologiche del tempo, nonostante la militanza «ufficiale» nelle fila del Partito Comunista. Ad esempio nei confronti dell’uso e della ricezione di certe scritture di Gramsci sui ceti subalterni (le «plebi rustiche del Mezzogiorno»), la storia delle religioni all’interno dei discorsi su consenso ed egemonia, i rapporti tra intellettuali, masse e cultura popolare – un Gramsci riletto al di qua delle strategie riformiste e dei posizionamenti politici del fronte socialista e comunista, ben oltre lo «scientismo ecumenico» del PCI tra anni Cinquanta e Sessanta a suo tempo stigmatizzato da Cesare Cases.
Provare a «storicizzare l’intemporale», secondo la formula decisiva di Carlo Ginzburg – la dimensione cioè socialmente situata, materiale e corporea dei riti popolari del mezzogiorno, e insieme il sottofondo mitico e metastorico che li attraversa –, voleva dire per de Martino riprendere una tensione dialettica e dinamica di marca gramsciana: tra alto e basso (struttura e sovrastruttura), sacro e quotidiano, politico e trascendente, sentimento e conoscenza, teoria e prassi. Significava intendere le forme arcaiche della cultura popolare, à la Bourdieu, non in quanto patrimonio sepolto e intangibile, terreno inerte o neutrale di sedimentazioni e «rottami» folclorici, ma come campo instabile e conflittuale attraversato da precisi rapporti di forza e di potere, e soprattutto come risultato di fratture, sincretismi e interazioni, le più varie, tra le élites, i ceti dominanti e quelli subalterni.
Lo dimostra la seconda parte di Sud e magia, quella forse meno letta e considerata, intitolata non per caso Magia, cattolicesimo e alta cultura, nella quale de Martino conduce – nelle volute di uno storicismo paradossale – un’analisi delle insorgenze di rituali magico-protettivi come la jettatura non più nel contesto della cultura popolare e arcaica, ma nel cuore del côté avanzato e democratico dell’illuminismo napoletano di fine Settecento, a partire da Vico, il quale «era per suo conto andato oltre la stessa ragione illuminista e si era sollevato al concetto di una provvidenza immanente nella storia umana» («Tanto più merita attenzione il fatto che [...] sorse e si diffuse in circoli non indotti, e comunque guadagnati al moto illuministico, una sorta di riscaldamento per l’argomento della jettatura, col risultato di dare origine ad una nuova formazione mentale e di costume»).
Resta da dire qualcosa sulla natura conflittuale e irrisolta, e per questo vitale o vivente, del pensiero complessivo e dell’impegno politico di de Martino, soffermandoci prima di concludere sull’Epilogo di Sud e magia, un finale ripreso anche nel documento che oggi chiude il cantiere con scritti rari e dispersi allestito in appendice all’edizione Donzelli, Miseria psicologica e magia in Lucania (un saggio-resoconto sulla spedizione lucana pubblicato su rivista nel 1958). A colpire sono i toni profetico-allusivi e in qualche modo teleologici di un «segnalatore d’incendi» che, proprio come Benjamin, aveva attraversato da giovane la crisi di civiltà, il periodo dei totalitarismi e della «religione della morte» professata dai fascismi nell’Europa degli anni Trenta e Quaranta, e ora cercava di riguadagnare a una «possibile storia civile» il portato di sofferenza e oppressione, «l’esistenza ingrata» dei Sud del mondo: «Anche per le genti meridionali si tratta di abbandonare lo sterile abbraccio con i cadaveri della loro storia, e di dischiudersi a un destino eroico più alto e moderno di quello che pur fu loro nel passato: un destino che non sia una fantastica città del sole da fondare tra le montagne di Calabria, ma una civile città terrena unicamente affidata all’ethos dell’opera umana, e cospirante con le altre città terrene di cui è disseminata questa vecchia Europa e il mondo intero che dell’Europa è figlio. Nella misura in cui questo avverrà sarà ricacciato nei suoi confini il regno delle tenebre e delle ombre».
Ma come per un estremo paradosso che ci consegna questa esperienza intellettuale, l’approdo finale o «tardo» delle ricerche di de Martino si situerà, come è noto, proprio sul rovescio di quella «autentica luce della ragione» con la quale terminava Sud e magia: ancora una volta insistendo a esplorare con un altro cantiere in fieri, quello della Fine del mondo, il lato oscuro e «notturno» del progresso, i rischi di ogni metafisica identitaria, il carattere mortale dell’esperienza individuale e collettiva, i sentimenti apocalittici e le forme simboliche dell’angoscia esistenziale e del disagio sociale e psichico che provengono dalla sparizione di antichi sistemi culturali e dalle difficoltà di «appaesamento» al mondo, e che più o meno segretamente intaccano e turbano, dagli anni Sessanta fino a oggi, tra storia e micro-storie, il destino europeo e occidentale.


Alfabeta due, febbraio 2016

L'ininterrotto “ricominciare da capo” di Raniero Panzieri (Pino Ferraris)

Nel sito che fu di Pino Ferraris ed ora ne tiene viva la memoria (http://www.pinoferraris.it/ ) è oggi presente un saggio che lo studioso militante scrisse per ha scritto per L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico, uscito qualche anno fa per Jaca Book. Il titolo, già un'interpretazione, è Raniero Panzieri: una critica da sinistra dello stalinismo per un socialismo della democrazia diretta. Credo che si tratti di un'interpretazione capace di superare i limiti di unilateralità presenti in molte letture, quelle che di Panzieri esaltano l'intellettuale sul politico e il dissidente sul dirigente o quelle che tendono a ricondurlo nell'alveo della sinistra socialista “morandiana”, negandone le peculiarità. Il brano di sintesi che qui propongo conclude il capitolo introduttivo. (S.L.L.)

Forse occorre rifuggire da queste polarizzazioni se si vuole ricostruire un profilo di Panzieri il più possibile aderente alla complessità e alla singolarità del suo percorso politico e culturale.
L’itinerario di una militanza precocemente bruciata nella intensità del fare e del pensare corre lungo profonde fratture storiche: le speranze e le attese degli anni immediatamente successivi alla Liberazione, la sconfitta e il gelo del tempo della Guerra fredda, il «dopo Stalin» politico coincidente con la grande trasformazione della società italiana proiettata verso il «miracolo economico», i nuovi fermenti operai e giovanili degli anni Sessanta, l’irrimediabile e crescente distacco tra le macchine politiche e le dinamiche sociali.
All’interno di queste vicende storiche l’inquieta ricerca di Panzieri era rivolta a trovare una sintonia viva e precisa tra i mutamenti sociali e i ritmi della politica. Era il suo un ininterrotto «ricominciare da capo» senza però perdere il «filo rosso» che regge il senso profondo del proprio modo di vivere l’impegno civile e sociale.
Un «filo rosso» che accompagna tutta la vicenda umana di Panzieri è la ricerca continua di uno stringente rapporto tra impegno intellettuale e coinvolgimento pratico.
Si potrebbe ricordare la sua attività giovanile presso l’Istituto di studi socialisti di Morandi nel 1946 cui segue immediatamente il lavoro politico in periferia, a Bari, a fianco di Ernesto De Martino; la breve esperienza accademica a Messina che viene interrotta in nome dell’impegno diretto dentro l’aspra conflittualità e le difficoltà politiche del contesto siciliano.
Il periodo della direzione di «Mondo operaio», quando si produce una nuova situazione politica (crisi del centrismo e crisi comunista) in coincidenza con l’emergere del «neocapitalismo», si caratterizza per lo sforzo di tradurre immediatamente l’intelligenza della realtà in proposta politica e iniziativa sociale. Gli anni torinesi sono segnati invece dalla drammatica tensione tra anticipazione teorica e perdita degli strumenti dell’azione pratica.
Il secondo motivo ricorrente nella esperienza di Panzieri consiste nella sua concezione del socialismo come liberazione delle capacità di autogoverno delle forze sociali.

Dal suo modo di concepire il Fronte popolare nel 1948 non come «problema di schieramento politico» ma come «movimento spontaneo» innervato negli organi di lotta e di autogoverno dei lavoratori (i consigli di gestione, i comitati della terra, il comune democratico), sino all’ultima sua proposta dell’inchiesta socialista, passando per le tesi sul controllo operaio, costante è la sua ostinata resistenza al principio di delega. La democrazia diretta è la stella polare del suo socialismo anti-statalista.

Europa. Una poesia di Valéry Larbaud

Valery Larbaud (Vichy 1881-1957)
Europa! Soddisfi gli appetiti senza confini
del sapere, e gli appetiti della carne e quelli
dello stomaco, e gli appetiti indicibili dei Poeti,
ancor più che imperiali, e l’orgoglio intero dell'Inferno.
(Talvolta mi sono domandato se tu non sei
uno degli scalini, un’adiacenza dell’Inferno).

O Musa, figlia dei grandi capitali! riconosci
i tuoi ritmi nel brontolìo incessante delle strade interminabili.
Vieni, abbandoniamo gli abiti da sera e indossiamo
io una giacca logora, tu un abito di lana
e mescoliamoci alla gente qualunque
che non conosciamo. Andiamo
a danzare al ballo degli studenti e delle sartine,
andiamo a incanaglirci in un caffè-concerto!
Confessa
che qui noi siamo soltanto
ospiti di passaggio che lasciano
tracce invisibili, forse, sul fango
leggero e lucente che calpestiamo.
Se lo vogliamo possiamo ritornare
alle foreste vergini, al deserto, le praterie,
le Ande colossali, il Nilo bianco, Teheran, Timor
e i Mari del Sud, l’intera superficie del pianeta,
son tutti lì per noi, quando lo vogliamo!

Se io fossi uno di quelli che vivono sempre qui
per lavorare
in fabbrica dalla mattina alla sera
e negli uffici, di quelli che vanno alle soirées
o recitano per la centesima volta una parte in teatro
o nei clubs o ai concorsi ippici,
io non resisterei! e mi allontanerei
come il contadino che ha venduto i suoi prodotti
in città e torna via, bastone in mano
andrei e andrei, in marcia senza soste
verso l’Equatore!

Per me
l’Europa è come un’unica grande città
ricolma di provviste e di ogni urbano
piacere, e il resto del mondo
mi è l’aperta campagna dove senza cappello
corro contro il vento
lanciando urla selvagge!
(Traduzione di Antonio Porta)

Nota
Questa poesia è la terza di un poemetto di undici dedicato «all’Europa». Le poesie di Valéry Larbaud, con il titolo Le poesie di A.O. Barnabooth, furono pubblicate in una prima edizione del 1908 e in una successiva, per la Nouvelle Revue Française, del 1913. La più recente edizione italiana (1982) è apparsa presso l’editore Einaudi, a cura e con un’ottima introduzione di Clotilde Izzo (pagine 206, lire 8.500). La traduzione di questa poesia è invece inedita. (A.P.)


“La Gola”, ottobre 1982

A Napoli travestito da inglese. L'ultima impresa di Mazzini (Lucio Villari)

Napoli - Il busto di Giuseppe Mazzini
«Caro Felice. Ho bisogno che mi mandiate nella giornata, prima di sera, quel bravo giovine parrucchiere che mandai una volta a Milano o altrove. Fate di tutto per trovarlo. Il tempo mi stringe e abbiate pazienza. Son gli ultimi impicci. Quel famoso paio di pantaloni è fatto? Bisognerebbe anche, se non è già fatto, ritirare da Posto la mia roba. Bisogna ch'io levi cose da quel sacco da viaggio e ve ne metta altre... V'è anche una borsa di quelle che si mettono al collo...».
Questo biglietto, sbrigativo e un poco misterioso, è inviato a un amico fidato a Genova ed è del 4 agosto 1870. Il tono è di qualcuno che ha urgenza di partire, ma l'ansiosa richiesta del giovane parrucchiere e di un famoso paio di pantaloni fa sospettare che ci sia sotto dell'altro. E infatti il viaggiatore vuole truccarsi da turista inglese. Ha già il passaporto intestato a George Rossi Brown ed ha bisogno di due vistose basette all'inglese (allora si chiamavano fedine o favoriti) e di pantaloni a grandi scacchi. La borsa a tracolla completerà il travestimento.
Questo signore è il cospiratore Giuseppe Mazzini che a nove anni dalla proclamazione dell'unità d'Italia, ha ancora un sogno, una meta da raggiungere: un'autentica sovranità del popolo italiano da contrapporre alla sovranità della monarchia dei Savoia, con l'obiettivo finale, dunque, della repubblica, e infine la liberazione di Roma dal potere temporale e la sua proclamazione a capitale d'Italia: la terza Roma, la Roma del popolo, già disegnata al tempo della repubblica del 1849. In quel caldo agosto del 70 Mazzini ha sessantacinque anni, è stanco e indebolito da una bronchite cronica asmatica (che egli accentua fumando robusti sigari); è anche deluso dagli ultimi tentativi insurrezionali da lui sostenuti: la rivolta operaia di Milano del 1853 e la spedizione di Carlo Pisacane del 1857, ambedue tragicamente fallite. Sì, aveva avuto successo la spedizione dei Mille nel 1860, con un Garibaldi vittorioso ma, ai suoi occhi, troppo monarchico, ed aveva avuto successo il disegno politico del liberale Cavour, un avversario forte e abile. Ambedue avevano realizzato il sogno mazziniano dell'unità ma senza Mazzini e senza Roma. A questo paradosso anche Garibaldi, alla fine, aveva cercato di porre rimedio con atti insurrezionali, ma nel 1862 era stato fermato in Aspromonte dall'esercito regio e nel 1867 era stato fermato a Mentana e a Villa Glori dall'esercito francese protettore del papa.
Improvvisamente, nell'estate 1870 lo scenario nazionale e internazionale stava cambiando e Mazzini pensò di scrollarsi di dosso la disillusione. Due giorni prima di scrivere il misterioso biglietto a Felice Dagnino, Mazzini, che era a Genova, vide la città insorgere e moltissimi genovesi, operai, studenti, donne alzare barricate contro le truppe accorse. Qualche giorno prima un analogo tentativo insurrezionale era stato fatto a Milano. L'occasione era stata una ingiusta sentenza contro un gruppo di patrioti genovesi arrestati e condannati dopo una pacifica dimostrazione repubblicana. A Milano l'ordine era stato subito ristabilito, a Genova i rivoltosi resistettero più a lungo. Mazzini era esultante: il suo obbiettivo di creare focolai politici rivoluzionari in varie parti d' Italia era condiviso da molti suoi compagni: da Genova alla lontana Sicilia. C'era anche una straordinaria e inaspettata congiunzione di eventi: pochi giorni prima, il 16 luglio, la Francia di Napoleone III aveva dichiarato guerra alla Prussia e le cose si erano subito messe male per l' esercito francese. Per Mazzini e per i democratici italiani l'imminente sconfitta della Francia apriva finalmente la via di Roma. Era il momento di agire: «Rompiamo, per Dio», scriveva Mazzini in quei giorni a Stefano Canzio, «questo fascino che ci tiene immobile sia la nostra Genova l'iniziatrice dell'impresa!». E all'amica Carlotta Benettini: «Ho fede nelle popolane di Genova. Bisogna prepararle a fare, mentr'io cerco d'innalzare la bandiera altrove. Bisogna che Genova, la mia Genova, se mai non riesce ad essere la prima città, sia almeno la seconda, che dia il segnale all'Italia della vera libertà. Bisogna che il giorno del sorgere sollevino quel grido Repubblica che fu quello dei nostri padri».
L'accenno alla bandiera da innalzare «altrove» e alla «prima città» dove avrà inizio la rivoluzione nazionale svela le ragioni del febbrile travestimento di Mazzini. Quello che egli sta per compiere è un gesto che, stranamente, i libri di storia hanno in gran parte trascurato. È l' ultima rivoluzione di Mazzini, il testamento di un politico complesso e incompreso, il gesto finale di un uomo privo ormai di forza fisica (Mazzini morirà un anno e mezzo più tardi), ma dalla eccezionale energia ideologica. Da qualche tempo i suoi compagni siciliani gli parlano di un fuoco repubblicano che cova sotto la cenere a Palermo e in altre località dell' isola. Mazzini è convinto che recandosi di nascosto a Palermo può guidare un movimento insurrezionale che poi dilagherà nel continente. Partirà con alcuni amici spacciandosi, appunto, per un tranquillo signore inglese. Il parrucchiere gli ha tagliato la barba e applicato con il mastice delle fedine rossicce. Il viaggio prevede il tragitto in treno da Genova a Napoli; breve sosta nella città e imbarco sul battello di linea per Palermo. Prima della partenza Mazzini scrive decine di lettere e prepara proclami politici da diffondere in Italia mobilitando dappertutto il «partito» repubblicano. Poche ore prima di salire sul treno insieme a Agostino Bertani e Aurelio Saffi, Mazzini scrive poche, essenziali righe a un amico di Firenze. È il pomeriggio del 12 agosto: «Fratello, quando avrete mie linee, sarò - se non mi arrestano prima - in Sicilia. Intenderete che non vado in cerca del caldo o per contemplare l'Etna. Tenetevi dunque all'erta: se udite di moto, è mio, nostro quindi: se riesco, faccia ognuno ciò che deve, ciò che può. In caso diverso, avrete finito d'essere tormentati da me». È una lettera senza retorica, quasi un commiato. Il viaggio, notturno, fu tranquillo fino a Bologna, quando nello scompartimento entrò una giovane e bella signora che cominciò a scrutare Mazzini, come fosse sorpresa dal suo strano abbigliamento. I cospiratori si lanciarono sguardi interrogativi: era forse una spia della polizia? La signora disse che si recava a Palermo, e Mazzini sussurrò a Saffi che probabilmente sarebbero stati arrestati. A mezzogiorno giunsero a Napoli: la signora era scomparsa (in verità, non era affatto una spia) e Mazzini e gli altri scesero all'Hotel de Genéve, in attesa di imbarcarsi. Ma proprio a Napoli la stanchezza giocò un tiro mancino a Mazzini. Dalla sua camera ordinò al cameriere una scatola di sigari. Nell'attesa staccò dal viso i fastidiosi favoriti senza chiudere la porta a chiave. Il cameriere entrato con i sigari guardò stupito Mazzini. L'aveva riconosciuto. Mazzini, Bertani e Saffi decisero di cambiare immediatamente alloggio. Lungo le scale trovarono tutti i camerieri dell'albergo schierati e deferenti verso l'illustre ospite.
Una scena da commedia, ma Mazzini pensò di sfuggire al possibile arresto rimandando la partenza al giorno successivo. Ricorda Saffi che «il mutamento di domicilio a Napoli non aveva però giovato gran che al segreto». Infatti, al momento della partenza molta gente andò a salutarlo. Il risultato fu che appena sbarcato a Palermo Mazzini fu arrestato e imbarcato di tutta fretta sul vapore Ettore Fieramosca. Poche ore dopo la nave faceva rotta per Gaeta nel cui carcere militare fu rinchiuso. Vi rimase fino a metà ottobre 1870. L'arresto provocò una grande emozione in Italia, dove frattanto gli avvenimenti incalzavano e, dopo la caduta di Napoleone III, il 20 settembre Roma veniva occupata dall'esercito italiano. Un altro sogno mazziniano si realizzava senza, anzi, contro di lui. Paradossalmente, Mazzini uscirà dal carcere per l'amnistia decretata dal re il 9 ottobre 1870 per festeggiare la liberazione di Roma. Dal forte di Gaeta Mazzini scriveva a Giannetta Rosselli: «E l'Italia, la mia Italia, l'Italia com'io l'ho predicata? L'Italia dei nostri sogni? L'Italia, la grande, la bella, la morale Italia dell' anima mia?...».
Quell'Italia gli aveva spezzato l' ultima utopia di una «rivoluzione nazionale» che fondasse una repubblica democratica. Da Roma, prima sosta nel viaggio di ritorno a Genova, scriveva a un amico il 17 ottobre: «Noi abbiamo lasciato che si compisse la profanazione di Roma colla Monarchia. Il duplice mio sogno è sfumato. E io, vi ripeto, ho l'anima a bruno. Dovreste averla voi tutti».


“la Repubblica”, 12 maggio 2005  

26.9.16

La poesia del lunedì. Attilio Bertolucci (1911 - 2000)

La rosa bianca

Coglierò per te
l'ultima rosa del giardino,
la rosa bianca che fiorisce
nelle prime nebbie.
Le avide api l'hanno visitata
sino a ieri,
ma è ancora così dolce
che fa tremare.
È un ritratto di te a trent'anni,
un po' smemorata, come tu sarai allora.

Da Fuochi in novembre (1934)

La rivolta della Gancia che 'chiamò' Garibaldi (Vito Mercadante)

Una vecchia foto della piazza e del monumento alle tredici vittime

C'è un monumento che ricorda il 4 Aprile del 1860, ed è quello delle tredici vittime che si trova nella piazza ad esse dedicata, a Palermo. Non è uno di quei monumenti che, secondo Tomasi di Lampedusa, non rispettiamo perché suffragano fasti di conquistatori; appartiene a noi siciliani, alla nostra storia. Ma, per la verità, esso è trascurato come quelli che ricordano le glorie dei conquistatori della Sicilia. E questo è il segno della verità secondo la quale si può dire che per noi siciliani il passato, proprio perché è passato, non esiste: è remoto, appunto. 
Eppure il monumento menzionato rappresenta un momento di grande gloria palermitana e nazionale nello stesso tempo, perché la sommossa della Gancia del 4 Aprile, persuase Garibaldi a venire a liberare la Sicilia e ad innestare le sorti del Mezzogiorno a quelle dell' Italia, a realizzare l'unità nazionale. Non per nulla il famoso storico Trevelyan definisce la Sicilia nel 1860 come quell'isola destinata in quell'anno cruciale ad essere il punto di partenza per la costruzione dell' Italia unita. E di Francesco Riso che capeggiò la rivolta esplosa al Convento della Gancia, dice: «L'Italia ha un grosso debito di riconoscenza nei confronti di Riso, nonostante tutte le sue pecche, perché a rischio della vita riuscì a dare inizio alla sommossa che finì con l'indurre Garibaldi a scendere in campo e a portare in otto mesi alla liberazione della Sicilia e di Napoli ed alla creazione del Regno d'Italia». Dopo le vittorie contro gli Austriaci a Solferino ed a San Martino nel 1859, gli occhi degli Italiani erano volti in direzione della Sicilia, considerata allora come la terra più rivoluzionaria d'Italia, come lo fu l'Emilia per i socialisti del secolo scorso.
Penso che questo desterà un po' di meraviglia: però basti pensare che in quei tempi la Sicilia aveva fatto due rivoluzioni nel 1820 e nel 1848 (in quest'ultimo anno aveva anticipato tutte le regioni d'Italia e tutti i paesi del continente: le sommosse erano esplose il 12 gennaio), per capire come fosse forte la tradizione rivoluzionaria nell'isola. Ne era cosciente Giuseppe Mazzini, il quale, desideroso di prendersi una rivincita su Cavour che con l'annessione della Lombardia aveva mostrato agli italiani che si poteva fare l'Italia senza le avventure mazziniane, scrisse il 2 Marzo del 1860 la famosa lettera ai siciliani in cui li sollecitava a ribellarsi ai Borboni e ad assumersi l'iniziativa dell' unita d'Italia, affidandosi non a Cavour e a Napoleone III, ma alle proprie armi ed alla venuta di Garibaldi, ormai impegnato in questa avventura storica. E Palermo già fremeva. 
La notte del 26 Giugno alcuni giovani occuparono il Circolo dei Nobili dirimpetto all'attuale Piazza Bologni e lo illuminarono per festeggiare le vittorie piemontesi in Lombardia. E scontri con la polizia borbonica si verificarono in vari punti della città. Palermo si assumeva, come era avvenuta nel '20 e nel '48, il compito di costituire l'avanguardia di tutto il fermento che faceva ribollire la Sicilia. 
Una lunga tradizione questa in Sicilia, riconosciuta da tutti i siciliani, convintissimi che la liberazione di Palermo doveva essere la condizione della liberazione di tutta l'isola. Contrariamente a quello che si dice comunemente dei siciliani - che erano ottimi gli intellettuali della città grandi e pessima la plebe, mentre nelle campagne si affermava il contrario - c'era una specie di alleanza fra i ceti più importanti della città, nobili e popolani ed una unità d'intenti. La nobiltà era insofferente nei riguardi dei Borboni e di Napoli come capitale del Regno che aveva cancellato tutte le prerogative dell'aristocrazia siciliana e la plebe dalle vessazioni cui era piegata dalla polizia borbonica.
A ciò bisognava unire la reazione dei gabelloti della Conca d'Oro e dei paesi dell'entroterra, fulcro delle famose guerriglie che erano state i perni delle due precedenti rivoluzioni. A questa concordia d' interessi e di interessi di deve certamente l'esplosione della rivolta della Gancia. 
A capeggiarlo fu Francesco Riso, un fontaniere. Ma egli s'era assicurato l' alleanza con la nobiltà di cui il capo era il Barone Riso, e con le squadre dei paesi vicini alle città. Due patrioti palermitani, Rosolino Pilo e Giovanni Corrao, giunti in Sicilia dopo molte peripezie avevano un po' imprudentemente messo in giro la voce secondo la quale sarebbe venuto Garibaldi a liberare l'isola a condizione che da essa partisse l'iniziativa della lotta contro i Borboni. Sicché Francesco Riso si assunse l'iniziativa e la responsabilità di una sommossa tale da sollecitare Garibaldi a porsi a capo della guerra contro il tiranno borbonico. Ottantaquattro uomini in tutto: 17 alla Gancia col Riso, 13 alla Zecca con La Bua, 51 alla Magione con La Placa, dovevano all' alba del 4 Aprile muoversi dalle loro sedi ed unirsi per sollevare la popolazione e richiamare le squadre della compagnia che dovevano trovarsi pronte ad accorrere, partendo dalle porte di Palermo. Purtroppo la notizia pervenne misteriosamente alle orecchie del capo della polizia borbonica, il fedelissimo alla casa regnante Salvatore Maniscalco, il quale assediò prima dell'alba del 4 Aprile il Convento della Gancia. A Francesco Riso si pose il tremendo dilemma: attaccare comunque le gurdie borboniche o dispendersi, attendendo momenti migliori. Affermò ai suoi che ormai era troppo tardi per ritirarsi. Il conflitto durò pochi minuti. I rivoltosi furono in parte uccisi in combattimento, in parte fatti prigionieri. Le squadre paesane trovarono le porte della città sbarrate dalle guardie e si allontanarono. Ma la rivolta continuò nell'agro palermitano. Furono tagliati i fili del telegrafo e la città venne isolata. Combattimenti volanti di svolsero un po' dovunque nelle campagne. Ci fu addirittura una grossa battaglia dalle parti di Carini dove morirono 120 picciotti. A questi fatti dobbiamo certamente la decisione di Garibaldi di venire in Sicilia sciogliendo il nodo dei dubbi che lo attanagliavano a Genova subito dopo la notizia dell' insurrezione della Gancia era stata spenta. I 13 prigionieri presi dalle milizie borboniche furono fucilati nella piazza che ad essi s'intitola. Francesco Riso, ferito gravemente, morì in ospedale. Ma la rivolta della Gancia rappresentò forse il momento più alto e più nobile della liberazione dell' Italia meridionale e dell'unità d'Italia.

"la Repubblica", 5 aprile 2005

Il roast-beef e Mazzini

Roast-beef, in inglese «bue arrostito», è passato all'italiano attraverso il francese rosbiffe, la cui diffusione in Italia risale ai primi dell'800. Il termine si trova per la prima volta nel 1837, in uno scritto di Giuseppe Mazzini.

Postilla

L'informazione è tratta dal volume di Maurizio Gelatti, Il delitto è servito, Il Leone Verde, 2004

Karen Blixen. Quando Ulisse diventa Omero (Nadia Fusini)

Dovremmo leggere io credo questo Isak Dinesen. La vita di Karen Blixen (di Judith Thurman, pubblicato da Feltrinelli) come l’ultima storia che Isak Dinesen - la conteuse ci racconta. L’ottava storia gotica, il più invernale dei racconti d’inverno, l’estremo dei capricci del destino, o l’ultimo degli ultimi racconti — questa storia, perché potesse essere raccontata, bisognava che la morte finisse la vita, che il filo (del racconto, della vita) fosse troncato e Sheherazade venisse alla fine sconfitta, e lasciasse la parola al sultano. Tuttavia il supremo dei sultani (la morte) non viene: perché non si spegne la voce. Come in quel casi straordinari, quando la testa recisa dal tronco rotolando da sotto la mannaia continua pur sempre le sue smorfie — cosi la voce di Isak Dinesen continua a narrare attraverso parole che le presta Thurman.
Bell’esemplo di autobiografia, questo libro stringe insieme necessariamente (perché così fu per questa scrittrice) la vita e l’opera; sì che l’opera è qui in verità sempre in primo piano, e la vita ne è semplicemente il supporto. Quell’opera ebbe bisogno di quella vita: ecco perché La vita di Karen Blixen importa a chi ami Isak Dinesen.
Delle sue storie e racconti la vita di Karen Blixen ha l’essenziale: lo stesso andamento «capriccioso» e insieme necessario, al cui sviluppo presiede una forza anonima, divina — in questo caso le tre terribili dee, le Parche.
Se l’arte del racconto è divina e il racconto sboccia solo laddove la trama che lo scrittore inizia incontra la trama degli dei — secondo quanto afferma il narratore Isak (nome maschile che Karen Blixen si dette quando appunto iniziò a narrare) — ecce perché la vita di Karen Blixen è, in senso proprio, il suo racconto più grande, perché in esso tutto è effettivamente in mano a una volontà che supera l’io mortale che vive e racconta; tutto fa parte di quel testo anonimo che per l’uomo trama il Fato, il cui atto iniziale e finale è fuori della sua portata. Sì che il racconto (e la vita: il racconto della vita) inizia e si conclude fuori di lui: o quando egli è ancora, o già, nel fuori del suo cerchio. O piuttosto in esso, ma come presenza muta: nel silenzio dell’infanzia, o della morte.
All’uomo e al suo racconto spetta in senso proprio solo l’intermezzo: quegli atti della commedia tra il secondo e il quarto in cui, nel percorso di un cammino iniziato da Cloto, e che sarà Atropo a finire, l’uomo si fa protagonista: eroe che porta la vita come la propria passione o peripateia. L’azione che l’uomo compie è essenzialmente l’eroismo con cui «sceglie» ciò che gli è stato «assegnato»: e di quella sorte (o porzione che gli è stata accordata) fa il passo che dà il via alla danza. Poiché ogni racconto per il narratore Isacco è la ripetizione di questo schema cosmogonico; e poiché ogni racconto è, in questo senso essenziale, il racconto della vita (dove con quel genitivo si intenda un possesso che è la vita al suo neutro a possedere); si capirà da ciò come la storia della vita di Karen Blixen sia per l’appunto il racconto perfetto di Isak Dinesen.
Racconto che Karen naturalmente non può narrare in prima persona, perché la morte le ha tolto la parola, quando è venuta a sorprenderla e l’ha trovata (come il leone di cui racconta ne La mia Africa) «arrogantemente perfetta, elegante fino all’osso».
Ma se la Morte le toglie le parole per narrarla, lei tuttavia questa storia l’ha già raccontata; essa si è venuta disegnando nella trama che gli eventi hanno tessuto Intorno a lei: e che lei, assumendoli, ha firmato con i suoi diversi nomi: Karen, Tanne, Tania, baronessa Blixen. In questo senso allegorica è la sua vita (come quella di ogni uomo, del resto) perché costruzione che affaccia fondamentalmente su questo significato: che in ogni esistenza si inscrive un destino, in ogni vita si ritaglia un portamento — un modo di portare la vita, come si dice di un abito.
Quel portamento, risultato di un gesto di conferma o di rifiuto di ciò che il destino ha portato, è il segno più proprio dell’equivoco umano; l’unico segno, il più rivelatore, di quell’impossibilità logica di cui l’uomo fa il suo pane quotidiano: ovvero il suo doversi fare soggetto e padrone, protagonista ed eroe di ciò che gli accade — essendo ciò che gli accade precisamente ciò che non ha scelto. In questo equivoco si situa l’avventura umana; e in quanto portatrice di questo equivoco ogni vita è allegorica: perché ogni vita porta su questo segreto, e a questa domanda.
La domanda è: come quell’uomo (quella esistenza) si è impadronito della vita? come l’ha fatta propria? come è arrivato a firmarla con il proprio nome? A questa domanda la baronessa Blixen risponde con il motto che guidò da un certo punto in poi, la sua vita: je responderais. Che vuol dire: io ne risponderò; o più letteralmente, io mi farò respons-abile, abile alla risposta; e di quello che accade ne porterò il peso, assumendolo come ciò a cui devo rispondere. Forma paradossale di moralità, moralità di «spiriti liberi», questa: che non risponde né a Dio, né alla società. Ma elabora piuttosto un codice alla Hemingway, del cacciatore e del torero. E non a caso questi «spiriti liberi» (Karen Blixen; e il marito Bror, amico di Hemingway che ne fece il ritratto in quello stupendo racconto Breve è la vita felice di Francis Macomber; e l’amante Denys Finch-Hatton, da cui Karen - Tania riprese il motto) hanno bisogno di un orizzonte libero; e vanno in Africa. Lì, in disparte, inattuali, vivendo (e scrivendo, nel caso della Blixen), come se il novecento non fosse accaduto, tuttavia del loro secolo interpretando un tratto fondamentale — che solo coloro che non furono a casa nel loro tempo (come finemente interpreta la Stein) poterono sentire — e cioè che l’evento centrale, con cui gli uomini di questo secolo avrebbero prima o poi dovuto fare i conti, era la perdita. Per loro non invano era stata pronunciata la morte di Dio. La gaya scienza di cui dovettero far tesoro era precisamente questo sapere; non c’era più un padre, né una patria, né un principio a cui rispondere. Il mondo aristocratico del padri e degli dei era morto: la morale dell’uomo comune avrebbe (o aveva già?) vinto.
In termini personali, questo fu il problema della Blixen. I racconti che in tarda età (come Sara partorisce Isacco) lei scrive (di qui il nome Isak che Karen si sceglie) sono la sua gaya scienza. Gaya è la tonalità di questa conoscenza (che è propriamente conoscenza del dolore della perdita: perdita, in ordine di importanza per lei, dell’Africa, dell’amante, del figlio mai nato, del marito), perché dopotutto Karen è della razza del conquistatori: dei politropoi, che astuti, versatili, maliziosi, troppo conoscono e hanno conosciuto per ripiegare verso li lamento, o la malinconia.
Con la Blixen è come se straordinariamente Ulisse si trasformasse In Omero; o forse è proprio questo il narratore? colui che avendo molto viaggiato e di molte cose avendo fatto esperienza, molte storie può raccontare? Questa metànoia del viaggiatore in narratore è precisamente ciò che accade alla Blixen; metànoia che ella celebra con il nuovo battesimo all’età di oltre quarant’anni. Nasce così nel 1934 Isak Blixen con durezza estrema, sì che pieni di lacrime furono piuttosto i suoi giorni; e Dinesen — il nome del padre (come lei scrittore e viaggiatore), di cui Karen fu la preferita e la prescelta — ne portò con coraggio in eredità almeno due castighi: l’inquietudine, e la sifilide.
Non che nel suoi racconti, naturalmente, Isak Dinesen parli della vita di Karen Blixen: non ci si potrebbe immaginare niente di più irrealistico di più inattuale dei romantici scherzi e capricci che alla narratrice piace inventare: niente di più stravagante. Semplicemente, in queste storie, nel loro ricercato disegno, sempre si ritaglia ciò che potremmo chiamare l’essenziale di quella vita.
L’essenziale per Karen Blixen (è questo il racconto che ella affida, come Amleto morente la sua dying voice a Orazio, a Isak Dinesen di tramandare) è che ogni vita è fatta dagli ostacoli che incontra, da come una vita si dispone a scavalcare, aggirare, o soccombere di fronte all’opaca resistenza del reale. È così che un’esistenza si costruisce, e costruendosi fila un tessuto, o testo — le cui maglie sono le parole che diamo ai movimenti che facciamo per aggiustarci, o rifiutarci alla vita stessa, al suo gioco crudele: crudele semplicemente perché in mano a un altro — che non conosciamo, malgrado a volte tentiamo di familiarizzarlo attraverso dei nomi.
Con una consapevolezza tuttavia, che il nostro virtuosismo non è infinito: che non tutto possiamo aggirare, e superare, come il versatile Ulisse: perché in verità (la storia della vita di Karen Blixen lo dimostra), una vita è segnata anche da ciò a cui non può rinunciare.
La storia che Judith Thurman in tale dettaglio, con tale intelligenza, e in modo così esauriente, ci racconta ci porta a capire fin qui (ed è molto): che il segreto agente, l’oscuro motore che mette in moto e agisce la vita della Blixen — la forza che la fa essere quella vita li, assolutamente unica, singolare, irripetibile — è da cercare precisamente in ciò da cui questa vita non si è saputo staccare.
Del suo corpo Karen Blixen, vivendo, ha potuto rifare quasi tutto; in certo senso, ogni vita assomma a questa manipolazione, alla creazione di un corpo artificiale, fittizio; tanto lontano dal corpo naturale quanto il nostro personale vituosismo o arte può concedere. Ciò che non riusciremo mai a rifare tuttavia, forse è precisamente questo il tratto puro che determina lo stile o il portamento di una vita.

Io nella Blixen identifico questo punto ombelicale nel tratto anoressico: che è il modo di colei a cui fanno questione due atti fondamentali alla vita, l’introiezione e l’assimilazione, assommati in quel gesto, per lei pericoloso oltre ogni dire, del nutrimento. Sì che intorno alla negazione di questi atti «naturali, e «bassi», la Blixen elabora (leggere la Thurman per credere) le sofisticate procedure del suo stile di vita; quegli elaborati rituali di difesa, che la difendono essenzialmente da una incapacità a rinunciare un ideale: che la vita sia tutta conquista, e non abbia a che fare con la rinuncia e con la perdita.
È intorno a questo gesto di rifiuto che io vedo costruirsi la vita di Karen Blixen; e quando questo rifiuto si allenta, e la perdita viene accettata (e la catastrofe accade in proporzioni davvero cosmogoniche, per lei!), allora io vedo fiorire la grande arte di Isak Dinesen, la sua risata divina: come di chi sa perché l’ha provato, che a tutto si può rinunciare. Così finalmente libera, nella sua voce ora risuona l’oblio di sé; che solo concede quest'ultima perfezione, che è la gioia dei suoi racconti. Godimento impersonale e assoluto, perché non c’è io nella gioia di quella scrittura: ma solo celebrazione dell’essere: amor fati
Per questo Isak Dinesen è solo una conteuse: moi, je suis une conteuse, rien qu'en une conteuse, lei dirà; e non scriverà mai un romanzo. Perché solo nel racconto si realizza in assoluta purezza quella gioia anonima che è manifestazione nell’aneddoto del destino (anecdotes of destiny, lei chiama i suoi racconti più belli): apparizione allegorica del significato nell’ anonimo dispiegarsi della vicenda umana. Senza personaggi «credibili», senza Bildung «verosimile», il racconto non racconta di nessuna formazione: in esso non v’è nessuna finzione di sviluppo, di progresso di educazione della coscienza (falsi idoli del secolo borghese). V’è solo l'evento che nel suo accadere mostra l’uomo Intero, e dell’uomo una qualche verità anonima, assoluta; che allegoricamente riguarda tutti. E v’è una parola - emblema, che non discorre ma raffigura: dà, di ogni verità, l’equivalente figurale. È nella puntualità sintetica di questa scrittura araldica che risiede il fascino del tutto inattuale, e profondamente originale, di una esperienza di vita e di scrittura, così dissonanti rispetto alle vite e alle scritture che le furono contemporanee.
Questa biografia porta in rilievo precisamente questo tratto arcaico-figurale della Blixen. Richiesta di dirci chi è, la baronessa Blixen — alias Isak Dinesen — la conteuse non esibisce nessuna carta d’identità; ma risponde: «Bene, vi narrerò una storia». E comincia....


“il manifesto”, 28 gennaio 1984

In Spagna con Chopin. Una lettera di George Sand

Nell'autunno del 1979 l’editore Cappelli mandò in libreria un'ampia scelta delle Lettere di George Sand, con prefazione di Angela Bianchini. Il quotidiano “la Repubblica” ne pubblicò alcune come anticipazione. Ne riprendo qui una su un soggiorno della scrittrice in Spagna, insieme a Chopin. (S.L.L.)
 Frédéric Chopin e George Sand

A Charlotte Marliani
BARCELLONA, 15 febbraio 1839 — Mia buona cara, eccomi a Barcellona. Dio faccia che ne esca alla svelta e che non rimetta mai piede in Spagna. È un paese che non mi si addice sotto nessun aspetto e del quale vi dirò la mia impressione quando «ne saremo fuori», come dice Lafontaine. Il clima di Maiorca diventava sempre più funesto per Chopin. Mi sono affrettata a uscirne. Un cenno sui costumi degli abitanti! per lasciare la mia montagna avevo tre leghe di cammino molto scabroso fino a Palma. Conosciamo dieci persone che hanno carrozza, cavalli, muli, ecc. Nessuna ha «potuto» prestarci la sua. Si è dovuto compiere questo tragitto su un barroccio non molleggiato preso a nolo, tanto che Chopin ha avuto uno sbocco di sangue spaventoso quando è arrivato a Palma. E perché questa scortesia? È che Chopin tossisce: in Spagna chiunque tossisca è dichiarato tisico. Chiunque sia tisico, è pestifero, lebbroso, rognoso. Non ci sono abbastanza pietre, bastoni e gendarmi per mandarlo via dappertutto, perché secondo loro la tisi si attacca, e per questo si deve, se si può, ammazzare il malato, come si soffocavano gli arrabbiati 200 anni fa. Quello che vi dico è alla lettera. A Maiorca siamo stati come «paria», a causa della tosse di Chopin e anche perché non andavamo alla messa. I miei figli erano accolti a colpi di pietra, per strada. Dicevano che eravamo «pagani», che ne so? Bisognerebbe scrivere dieci volumi per dare un’idea della viltà, della malafede, dell’egoismo, della bestialità e della cattiveria di questa razza stupida, ladra e bigotta. Credo che non potrò mai più rivedere la faccia di Valldemosa.
Finalmente siamo arrivati a Barcellona, che in confronto ci sembra il paradiso. Abbiamo viaggiato sul battello a vapore in compagnia di 100 maiali, il cui odore infetto e le urla feroci non hanno certo contribuito a guarire Chopin. Ma il povero piccolo sarebbe morto di «spleen» a Maiorca e bisognava farcelo uscire a qualunque prezzo. Mio Dio! se lo conosceste come lo conosco io adesso, lo amereste ancora di più, cara amica. È un angelo di dolcezza, di pazienza e di bontà. Lo curo come un figlio e lui mi ama come sua madre. Dal battello maiorchino siamo stati trasportati sul brigantino francese che è in porto. Il comandante di stazione è molto gentile con noi, la sua nave è un salone per l’eleganza e la pulizia. Il medico della nave ha visitato Chopin e mi ha rassicurato sull’incidente dello sbocco di sangue che durava ancora e che si è finalmente arrestato questa notte all’albergo. Mi ha detto che era un petto eccessivamente delicato, ma che non c’era niente di disperato, che con il riposo e le cure avrebbe presto riacquistato la sua fragile salute...

"la Repubblica", 4 novembre 1979

Rossoneri. Addio a Puricelli (2001)

Ettore Puricelli
Lo chiamavano «testina d'oro», il soprannome se lo guadagnò prestissimo, appena arrivato in Italia: sapeva colpire benissimo di testa Ettore Puricelli, morto stanotte all'età di 85 anni al Policlinico Umberto I di Roma. Nato a Montevideo, figlio di italiani d'Uruguay, si chiamava Hector Sena prima del viaggio che gli cambiò la vita, trasformandolo in un giocatore amato al Bologna e al Milan. A Bologna arrivò prima della guerra, nel dicembre '37: aveva ventidue anni. Il pubblico e i compagni di squadra non dovettero aspettare molto per capire il suo colpo pregiato. Di testa, su calcio d'angolo e su punizione, sui cross delle ali Biavati e Reguzzoni. Per i difensori era un flagello, per marcarlo spesso si faceva barriera davanti alle sue avanzate. Giocava con i calzettoni arrotolati, i piedi, secondo le cronache dell'epoca, non erano raffinatissimi. Lo scudetto arrivò presto, nel '39: Puricelli segnò 19 gol, poi 14 nel campionato del '40, e 22 nel '41 (ancora scudetto), 14, 10, 8. Nel 1945 passò al Milan in uno scambio con Gino Cappello. In rossonero giocò quattro campionati, mettendo a segno 53 reti che ne fanno il dodicesimo marcatore milanista di tutti i tempi. Dopo una parentesi al Legnano decise di fare l'allenatore, partendo proprio dalle giovanili del Milan nel '53. Ma l'improvvisa separazione dal tecnico Bela Guttmann lo portò sulla panchina dei futuri campioni d'Italia del '55: Liedholm, Maldini, Nordahl, Schiaffino, portato in Italia per 50 milioni grazie alle sue conoscenze in Uruguay. Continuò a fare il tecnico fino agli anni Ottanta, l'ultima sua esperienza fu sulla panchina del Foggia in serie A.


“la Repubblica”,15 maggio 2001

Per la Cina e per l'amore. Lietta Tornabuoni intervista Han Suyn

ROMA — Dice Han Su-yin: «È stupido: ogni tanto, e ogni volta che un leader politico europeo o americano va in visita a Pechino, subito i giornali proclamano: “La Cina apre all’Occidente”. Ridicolo: da duemila anni dura l'andirivieni tra Asia e Europa, c’è una storia comune di culture sovrapposte, intrecciate. Nel quattordicesimo secolo quei bianchi che sarebbero diventati i francesi servivano alla Corte imperiale cinese come gorilla, guardie del corpo. Allora e poi, gli italiani hanno vissuto grandi avventure in Cina come in India. Mi scandalizza che in Italia non si vada oltre Marco Polo, non si celebri a esempio un grande pittore e architetto operante alla Corte cinese come il gesuita Giuseppe Castiglione: anche per questo ho voluto farne un personaggio del mio romanzo».
La scrittrice cinese di madre belga, medico, autrice di romanzi (il più famoso nel mondo resta L’amore è una cosa meravigliosa), di saghe famigliari autobiografiche, di saggi politici o quasi (una biografia di Mao, Il vento nella torre), progressista militante, voce della Cina in Occidente, avrà tra poco settantanni. Vive tra Losanna e Pechino, tra Svizzera e Oriente, insieme con il terzo marito, il colonnello Vincent Ru-thnaswamy, un gigante indiano molto scuro di pelle (gli altri mariti sono stati un ufficiale cinese dello Stato Maggiore di Chiang Kai-Shek negli Anni Trenta-Quaranta e nei Cinquanta un inglese che adesso fa l’editore a Hong Kong).
Viaggia per il mondo facendo conferenze, e quella che oggi tiene a Roma è intitolata «Cina, dieci anni dopo». È energica, brillante, instancabilmente appassionata, molto loquace: e elegantissima. Non ha perduto fiducia nella missione che si è assegnata: «Da cinquant’anni, dal mio primo romanzo, cerco di contribuire alla reciproca conoscenza di culture diverse, di chiarire scrivendo e parlando quanto popoli che sembrano differenti siano invece strettamente legati da storia e esperienze comuni».
Continua a credere nella funzione che in questo senso può avere anche la narrativa popolare. Se nei suoi romanzi precedenti i personaggi si muovevano in Cina, a Hong Kong, nel Nepal, in Malesia o in India, l’ultimo, La incantatrice, appena uscito in Italia pubblicato da Sperling & Kupfer, è ambientato nella Svizzera, nella Cina e nella Thailandia del Settecento.
Fantastico. Nella storia avventurosa di un fratello e una sorella gemelli d’origine celta, uniti da misteriose telepatie e commistioni gemellari ma anche da un’irresistibile passione amorosa mai consumata, Han Suyin mescola tutto: esotismo, didattica, magia e stregoneria, condanna dei pregiudizi, potenza dell’irrazionale, lussi e crudeltà degli imperi asiatici, gesuiti, contenuti femministi. E Voltaire («simile a un coloratissimo pappagallo, con un turbante di seta multicolore»), la Concubina Luminosa e la Concubina Fragrante, i mercanti di Batavia, le virtù salvifiche delle erbe medicamentose, gli stupefacenti automi settecenteschi, i sultani impazziti, le gemme strepitose, la terra dei Thai e Ayuthia, la Città del Paradiso detta appunto La Incantatrice, sommersa da torrenti di sangue, cancellata...
«Era la Venezia d’Asia e tutti l'hanno dimenticata», spiega Han Suyin. Il mix fascinoso del romanzo l’ha voluto: «Perché ero desolata dal fatto che la gente è oggi così prosaica, terra-terra, priva di vita interiore: rinnega e mutila costantemente le proprie eredità culturali, i diversi strati di conoscenze e emozioni componenti il cervello umano». I prodigiosi automi antropomorfi, dice, «davvero, storicamente, sedussero l’Asia nel Settecento, ma come giocattoli: non si capì che erano la rivoluzione industriale». L’incesto? «Esiste, è sempre esistito. Ne La incantatrice l'amore tra i due gemelli non diventa possesso fisico, ma nella realtà delle famiglie chi abusa delle bambine se non il padre, il fratello, lo zio? Un crimine? Gli antichi faraoni egiziani potevano sposare soltanto le proprie sorelle. Non siamo ipocriti».
La sua eroina Bea è una donna intelligente, potente, libera, ma lei non è affatto femminista: «Il movimento femminista occidentale ha mescolato liberazione femminile e liberazione sessuale. E’ un errore. Sono problemi distinti, e trovo stupido provocare ostilità tra uomini e donne, colpevolizzare uomini che sono a loro volta vittime. Il movimento femminile in Cina si è battuto per l’emancipazione delle donne come degli uomini: sono d’accordo».
Naturalmente. Sono in molti a dire che la verità ufficiale della Cina è sempre stata la verità di Han Suyin, sempre governativa da quando poté rientrare nel suo Paese, sempre pronta a esaltare Mao e poi a criticarlo, a contraddirsi senza render conto delle contraddizioni. Lei si difende con empito: «Non sono una donna politica, non ho mai scritto di politica. Come un giornalista, ho riferito ì fatti, le correnti di pensiero, le parole della Cina, come via via si presentavano».
Certo, riconosce, ha accettato le diverse, mutevoli verità della Cina ufficiale: «Io partecipavo a quegli eventi come tutti gli altri cinesi; non potevo vedere più chiaro degli altri né saperne di più». Ha sbagliato? «Molti sinologi hanno sbagliato quanto me, e si sono corretti nelle seconde edizioni dei loro libri. Io, no. Resti pure la testimonianza dei miei errori: ho sbagliato per idealismo, non per cinismo».
Negli anni duri dell’isolamento e dell’embargo americano, dice: «La Cina aveva bisogno d’una voce anche sottile come la mia che parlasse a suo favore. Mentre tutti gli erano contro, sono stata a fianco del mio Paese, e allora non era facile né comodo: volevo farlo conoscere, spiegarlo, dirne i perché». È quanto fa con immutato entusiasmo e volontà anche adesso, lodando: «La Cina sta facendo ora un 'esperienza straordinaria, molto coraggiosa: deve riscrivere certi aspetti dell’ideologia marxista alla luce della rivoluzione tecnologica. Deng ha riconosciuto gli errori compiuti: e devo ancora trovare un leader occidentale che abbia fatto altrettanto. Lo ammiro per questo. Rispetto Mao, aveva cercato di introdurre maggiore critica ma non c’era riuscito; poi è diventato vecchio e pure lui intollerante della critica; è stato tradito dal proprio cervello, càpita».
Però attenzione, ammonisce Han Suyin con nostalgica serietà: «È molto presto per giudicare la rivoluzione culturale cinese. Un grande tornado emotivo e rivoluzionario distrugge molto: ma è portatore di molta novità». E attenzione, riammonisce con improvvisa durezza: «E’ stupido dire che i cinesi si sono convertiti al capitalismo. Credere che i cinesi non siano intelligenti è molto, molto stupido».

“la Stampa”, 13 novembre 1986

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