16.10.17

La poesia del lunedì. Eugenio Montale (1896-1981)

Finestra fiesolana
Qui dove il grillo insidioso buca
i vestiti di seta vegetale
e l'odor della canfora non fuga
le tarme che sfarinano nei libri,
l'uccellino s'arrampica a spirale
su per l'olmo ed il sole tra le frappe
cupo invischia. Altra luce che non calma,
altre vampe, o mie edere scarlatte.


Da La bufera e altro, 1940-1954 in Tutte le poesie, Oscar Mondadori, 1984

15.10.17

Bibite anni 60, l'inconfondibile made in Italy (Flaviano De Luca)

Acqua e zucchero più aromi naturali e niente alcol.
La regina è la gassosa, 
seguono tutte le altre, 
fino alle spume e al chinotto.
La famosa Frizzan-Tina
Kamata Ramune, un mantra orientale, uno schiocco di labbra umide nel più roseo dei sogni. Pranzi pantagruelici o avventure galanti, discese spericolate e dialoghi smaglianti, però quel tipico odore, quella curiosa sensazione, quel fantastico sapore restano inafferrabili e lontani. Probabilmente confinati in quella neverland del passato, periodo dell’innocenza di accostare per la prima volta le labbra a quel collo di bottiglia di vetro, con la scritta stampata in sovrimpressione sulla bottiglia, gassosa, ossia dizionario aiutaci, la «bevanda analcolica preparata con acqua, zucchero e anidride carbonica, aromatizzata con essenza di limone». Fatta in casa o più generalmente dal cantiniere, dal distributore di bibite, dall’acquaiuolo, in quell’epoca con tanti produttori locali di bibite gassate.
Un prodotto modesto, rigidamente made in Italy, dove quasi ogni provincia aveva il suo marchio inconfondibile, Appia a Roma, Arnone a Napoli, Di Iorio a Isernia, Verga a Como, Paoletti nelle Marche. Quell’acqua e zucchero con aromi naturali buona per tutti, per i bambini e per le donne, istantaneo refrigerio nell’arsura dell’estate bollente, niente alcol e niente stranezze in quell’alba dei sixties, bibita inventata a partire da pochi ingredienti disponibili ovunque, bianco e agognato elisir. Un segnale tipico della bella stagione, come l’odore e il colore delle campanule viola, pianta infestante che allietava le tante discese agli stabilimenti balneari dove jukebox e biliardini avevano un posto di riguardo insieme al contenitore dei gelati, una grossa ghiacciaia rettangolare coi buchi rotondi da dove si pescavano i vari gusti con lunghe spatole già plastificate. La gassosa (o gazzosa) era l’autentica regina di quell’epoca eroica di boom economico, epoca povera ma bella, la schiuma con le bollicine e il gusto diretto e dolciastro, la bibita che gli adulti spesso usavano per allungare la birra o il vino, il soft drink per eccellenza, quello che addolcisce talvolta i pasti e certamente i ricordi adolescenziali di numerose generazioni.
Kamata Ramune è il nome occidentalizzato (perché, in originale, si scrive con gli ideogrammi nipponici) di una gassosa industriale giapponese che richiama quelle di una volta. Su Youtube un filmato semiamatoriale ce la mostra in tutto il suo splendore di bollicine che sgasano e travalicano fuori, a velocità da schizzo. Un involucro di vetro inevitabilmente nostalgico perché ricorda la bottiglia con la pallina, quella ideata oltre cento anni fa da Hiram Codd, l’inventore che varò il primo esemplare, in Inghilterra nel 1872, per chiudere ermeticamente le bibite usando la pressione della gasatura, dell’anidride carbonica. Da noi qualcuno gli diede anche il soprannome «ul sciampagn de la baleta» (lo champagne della pallina) nell’epoca dove la bibita bianca e fredda, a base di acqua dolcificata e aromatizzata, gassata con anidride carbonica, si diffuse un po’ dappertutto. La bottiglia con la pallina di vetro dentro era riempita con una particolare macchina dove veniva posta con l'apertura rivolta verso il basso, il prodotto si iniettava a pressione e una volta piena, la pallina di vetro in essa contenuta per effetto della gravità cadeva verso il basso finendo a contatto con la guarnizione collocata nella bocca della bottiglia. Rimettendo la bottiglia in posizione normale, la pallina rimaneva schiacciata verso l'alto dalla stessa pressione del gas contenuto nella gassosa, sarebbe quindi bastata una leggera pressione su di essa, come molti usavano fare, per aprire la bottiglia. Le due rientranze ricavate nel collo della bottiglia servivano a bloccare la pallina nel caso in cui il prodotto veniva consumato senza l'ausilio di un bicchiere, evitando che la stessa andasse ad ostruire la fuoriuscita del liquido contenuto, inoltre la bottiglia era schiacciata al centro, evitando in tal modo alla pallina bruschi movimenti. Kamata Ramune potrebbe essere la traduzione di Bibite Sacco o Gassosa Gallo, quelle bevande d’infanzia da consumarsi rigidamente con la cannuccia, sapore dolciastro con una reminescenza di limone che avrebbe aperto la strada poi alla Sprite, alla 7Up, alla Schweppes il tentativo di industrializzare quella passione per la bibita facile all'aroma di limone.
Bottiglia della Partannina, gazzosa di Palermo. Particolare
C'è stato un breve periodo di dittatura della gassosa, consumata dappertutto, la più dissetante in circolazione nonostante la contemporanea diffusione di chinotto e spuma, le due superbe rivali, tutte però rigidamente autoctone e local (ognuna aveva il suo ambito di diffusione, perlopiù provinciale o metropolitano). E via di seguito tutte le altre, aranciata, limonata, cedrata, orzata, menta, tamarindo, ginger e le più ricercate moscatella (un'altra «crema di spuma»), brasilena (gazzosa al caffè) e rabarbaro analcolico. Aranciate, limonate, gassose, gelatiiiii, gridava il ragazzino nerboruto portandosi appresso una cassetta di legno con le bibite, sulle gradinate dello stadio San Paolo di Napoli. ‘O borghetti,'o borghetti, accattateve ‘o cafè, era il grido successivo. Ci sono aziende storiche che hanno puntato sul prodotto di qualità con l'uso di ingredienti selezionati e altre che sono state travolte dalla grande distribuzione e dalla produzione di massa.
Poco dopo l'avvento del tappo a corona portò con sé la nascita di partite e campionati di tappini (che vennero presto intesi come evoluzione dei dischetti di metallo con le foto di calciatori e ciclisti, che già si collezionavano). Generalmente c'era un pallone e delle squadre che si combattevano, su un campo da gioco disegnato con le linee laterali e le porte. Naturalmente si poteva usare qualunque dito per «calciare» il tappino e «centrare» la casa degli avversari. Col tempo anche i formati delle bottiglie si imbizzarrivano, sulla falsariga della Coca Cola, maestra nella promozione pubblicitaria attraverso vassoi, bicchieri, cavatappi, asciugamani e molto altro, con la sua bottiglia tutta stilizzata e panciuta. In Francia l'orangina, un'aranciata né troppo dolce né troppo gassata, si è segnalata per la piccola bottiglia rotonda zigrinata e chi ricorda le foglie di carciofo in rilievo sul vetro della bibita Cynar, peraltro presto imitata da Carciò, altra soffice bevanda dall'ortaggio con le spine, bottiglia anch'essa con le foglie ma color viola e di plastica, molto da falsari. Una «bella alcalchofa» era apostrofata Natalia Estrada, soubrette spagnola che ha fatto la pubblicità del famoso liquore in tv dopo Ernesto Calindri e prima di Elio e le Storie Tese. Il Cynar fa il paio col Rosso Antico Buton e il Punt e Mes, altri liquori prettamente d'aperitivo estivo, lisci o col ghiaccio.
E veniamo alla spuma, l'equivalente italiano della soda (che invece è una bevanda alcolica gassata, nella cultura anglosassone), una qualunque bevanda con acqua, zucchero, aromi, anidride carbonica. Dovrebbe essere nata e consumata soprattutto nel nord Italia ma anche nel Centro, in particolare in Toscana, a cavallo tra l'800 e il '900 (probabilmente nei primi anni '20, e nel 1925 già vinceva a Bruxelles un concorso internazionale). In quel periodo molti paesi e città d'Italia avevano il proprio produttore locale di bibite gassate. Ognuno di questi piccoli bibitai artigianali, detti anche gazzosari, preparava e personalizzava con i propri ingredienti queste bevande, tanto da creare una varietà di marche e di gusti decisamente ampia grazie alla loro semplicità di preparazione. È per questo che è difficile attribuire il merito dell'invenzione della spuma ad una sola persona. Sappiamo che in Italia l'antenata della spuma è stata la celebre gassosa, che risale addirittura al 1888, prima che la Coca Cola arrivasse dall'America sul mercato italiano. Sappiamo inoltre che esistono spume all'arancia, al cedro, al bitter, alla menta e anche spume bianche (molto simili alla gassosa), scure o bionde. Le più conosciute sono senza dubbio queste ultime due varietà, per la preparazione delle quali ogni produttore ha una propria ricetta che differisce leggermente l'una dall'altra.
Etichette di un passito soda, la variante siciliana della spuma
La spuma nera (conosciuta soprattutto nel nord-est) è ufficialmente prodotta per la prima volta nel 1938 da Antonio Verga, fondatore della Spumador, forse per carenza di materie prime per il chinotto. Dall'infusione di 17 aromi tutt'oggi segreti creò la ricetta di uno dei tipi di spuma più celebri. La Spumador fu inventata dalla famiglia Verga che ebbe fortuna e negli anni sessanta si allargò al settore delle acque minerali prima di vendere tutto a un gruppo americano. La spuma bionda invece ha delle origini meno note e più remote, che risalgono probabilmente alla fine dell'800 ma che altri attribuiscono all'inizio del '900, si dice a causa di un innalzamento del prezzo del cedro. La sua origine è fatta risalire anche all'esperimento di qualche oste, che miscelava alla gassosa il prodotto dell'infusione dell'uva sultanina (moscato, per l'esattezza) con altri aromi e il caramello. Anche la ricetta della spuma bionda è molto misteriosa, ma anche qui forse sarebbe più opportuno parlare di ricette, al plurale. Questo tipo di spuma è forse il più conosciuto e diffuso. Sappiamo in generale che la diffusione di questa bibita dissetante era molto ampia grazie al suo prezzo contenuto rispetto alle concorrenti di marche internazionali, e alla sua facile reperibilità. Si trovava facilmente al bar, dal droghiere, in qualche vecchia trattoria e negli oratori. Veniva consumata da anziani, adulti e ragazzi sia da sola che miscelata, per trovare sollievo alla calura estiva, per una pausa durante il lavoro, con pasti o panini («Un pezzo di salato e una spuma bionda!» era la richiesta classica) e come accompagnamento durante una serata tra amici. La spuma abbinata al vino era il mix più popolare. Negli anni'50-'60 si chiedeva il sù e giò per avere un bicchiere di spuma nera e vino rosso. In Toscana si chiedeva il «mezzo e mezzo» per farsi allungare il vino con la spuma. La bionda veniva a volte mischiata con la birra per ottenere un cocktail gustoso e dissetante, più o meno come succedeva con la gassosa. Tutt'oggi frequente utilizzare il termine spuma per indicare una qualsiasi bibita analcolica soft drink composta da acqua gassata, zucchero, coloranti (caramello) e aromi naturali (vaniglia, succo di limone, spezie, infuso di scorze di arancia, rabarbaro, ecc...). Questa bibita così amata in alcune zone d'Italia e sconosciuta in altre non ha più la fama di un tempo e non viene più impiegata nella preparazione di cocktail e aperitivi, ma sta vivendo una sorta di rinascita grazie al suo prezzo contenuto e alla sua semplicità. Sono state create nuove giovani produzioni e altre più storiche si sono affermate, affiancando alla produzione della spuma bionda o scura delle spume con gusti e aromi più particolari.
L'altro grande scuro rivale è il chinotto, troppo spesso inteso come una versione povera della Coca Cola ma che ha invece una sua forte identità e una propria evoluzione, tanto da essere vista come una scelta da intenditore contro l'omologazione del gusto dilagante. Osannato anche in un indimenticabile brano degli Skiantos, «Un chinotto ogni due ore/ fa passare il malumore/ Il chinotto è la mia droga/ io lo bevo senza posa/ quando sono un po' depresso/ mi riaggiusta con me stesso/ Un chinotto ogni due ore/ è un gran viaggio da signore». Il documento più antico colloca la data di nascita del chinotto nel 1932 ad opera della San Pellegrino. Tuttavia altre fonti sembrerebbero avallare la tesi di chinotti nati ben prima di questa data. Comunque nel 1949 Pietro Neri iniziò a produrre e commercializzare chinotto in una maniera assolutamente innovativa. Il chinotto Neri ebbe, nell'immediato dopoguerra, e per tutti gli anni '50 e '60 una larghissima diffusione in tutta la penisola. Il signor Pietro Neri riuscì a costruire un'autentica fortuna con l'agrume preferito, il Chinotto. Ebbe anche un'intuizione moderna, legare il suo prodotto a una squadra di calcio che giocava al Velodromo Appio, nella capitale. Maglia giallo-verde-nera, gli stessi colori dell'etichetta della bibita, formazione che arrivò fino alla serie C negli anni Cinquanta allevando alcune generazioni di giocatori romani di talento. Il suo numero fortunato era l'otto e lo slogan arrivò facile e veloce, «Non è Chinotto se non c'è l'Otto» seguito dall'ultranoto «Se bevi Neri, Ne Ribevi» a metà tra lo scioglilingua e il finto palindromo, piazzato in una delle prime forme promozionali sulle autovetture. Neri divenne milionario e cavaliere ma poi abbandonò la squadra che cambiò nome e divenne Tevere Roma. In molti ritengono che l'epoca «moderna» del chinotto, quella degli «slogan» e della «réclame» inizia con il signor Neri. Da non dimenticare però che documenti non ufficiali ci danno presenza di una bibita chiamata chinotto già dal 1931 e vassoi e posacenere recanti la scritta chinotto, purtroppo non facilmente databili, riporterebbero, come stile, questa data ancora più anteriormente.
Importato probabilmente dalla Cina, il suo nome scientifico è Citrus Myrtifolia. Si tratta di un alberello alto un metro e mezzo circa con pochi rami che però sono carichi di foglie piccole di colore verde scuro di dimensioni simili a quelle del mirto, da qui il nome in latino. I fiori sono abbondanti e profumatissimi, i frutti sono a grappolo, di una coloritura arancio intenso. Non aspettatevi frutti di pezzature simili all'arancio, pesano non più di 50/60 grammi l'uno e non sono grandi ma delle dimensioni di una pallina giocattolo. Abbastanza poco commestibile, la buccia è aderente alla polpa e al morso si prova un gusto amaro-acido. In Italia questo splendido agrume lo si può trovare in riviera ligure (più precisamente nel savonese) e in Calabria e in Sicilia (nella zona di Taormina).
In questo profluvio di bibite di nuova generazione come Red Bull, Enervit, Gatorade anche la semplicemente immaginata Kamata Ramune ci riporta indietro nel tempo, in quel caleidoscopio di sapori introvabili. Quella delle gassose su base locale è stata una decimazione determinata dall'industrializzazione della produzione e dalla modernizzazione della logistica distributiva. Una specie di mini-globalizzazione interrotta, in cui la diffusione poco più che regionale di alcuni marchi resta a testimonianza di uno scenario antico ben distante dalle logiche commerciali di Sprite e Seven-Up.
Oggi consumare una gassosa, aldilà dei gusti e delle inevitabili passioni, appare spesso quasi un atto nostalgico, sicuramente fuori moda, mentre alcuni gassosari rilanciano i propri prodotti con una immagine retrò in senso accattivante. Il mondo di FrizzanTina, allora giovanissima ed irriconoscibile sulle prime etichette delle Bibite Paoletti, oggi adulta testimonial della stessa azienda. Uno stile decisamente «vivace» caratterizzata da disegni che ricordano le pose di un diva d'altri tempi, grazie soprattutto alla sua sensualità innata e spontanea. FrizzanTina è una splendida pin-up, sorridente, ammiccante, amabile grazie alla sua bellezza e al suo sguardo sereno e armonioso. Non solo gassose, ma anche cedrate, chinotti e aperitivi sulle cui etichette ammiccano immagini seppellite almeno da decenni, un mondo più frizzantino e sensato dove il carattere di quelle bibite era davvero intramontabile, al passo coi tempi e fieramente glocal.

alias, il manifesto, 15 agosto 2015

Mentre noi siamo qui ... Una poesia di Sandro Penna

Mentre noi siamo qui tra consuete
cose sepolti, -
                       è sul mondo la luna
e bagna il canto ai contadini. Quete
ascoltano le siepi.
                              Il fondo ascolto
della mia vita a quel lume di luna.

Poesie; Garzanti, 2000

13.10.17

Calciobalilla. L'alter ego del football (Luciano Del Sette)

Più facile da praticare, non pone limiti.
È lo sport meno costoso che c'è,
davvero popolare, subito divertente

Se la racconti così, più che una storia sembra una canzone. Di Paolo Conte. C'è un cortile di oratorio e un prete che indossa una tonaca lunga e nera. Dal cortile salgono le urla dei ragazzini figli di operai e di silenziosi impiegati. Volano i palloni e le spinte, insieme a qualche pugno, innocuo come le parolacce dette sottovoce per non commettere peccato. Gli anni sono quelli Venti del secolo scorso, il fascismo sta affilando le sue armi e tra poco le tirerà fuori.
I ragazzini nulla ne sanno; nulla ne sanno il tedesco Broto Watcher, l'inglese Harold Sea Thornton e un operaio francese della Citroen rimasto anonimo, così affermano Andrea Angiolino e Beniamino Sidoti nel Dizionario dei giochi pubblicato da Zanichelli. Secondo fonti e campanilismi diversi, uno dei tre sarebbe l'inventore di quello che da noi si chiamerà calcio balilla. Nel 1922, Thornton deposita il brevetto di «un apparato per giocare un gioco di football». Lo stesso farà, nel 1937, lo spagnolo Alejandro Finisterre. Somiglia alla scoperta dell'America: i Vichinghi, Cristotoforo Colombo, Amerigo Vespucci? Non importa. Lo stesso si può dire per quel gioco che vede undici omini blu e undici omini rossi messi in fila su stecche di metallo a disputarsi una pallina bianca cercando il goal nella porta avversaria. Lo stadio è un parallelepipedo in legno montato su zampe; il campo un rettangolo verde protetto da una spessa lastra di vetro, le porte due buche in cui la pallina si infila con un rumore secco e ovattato. Dalla sua invenzione a oggi, l'apparato per giocare un gioco di football è dilagato in Europa e poi ha oltrepassato confini lontani che si chiamano Australia, Stati Uniti, Emirati Arabi, Indonesia... La nostra storia ha bisogno, però, di tornare all'oratorio. Siamo, adesso, tra il 1932 e il 1936. Nel cortile pochi ragazzini, sul cemento le porte segnate con le cartelle di scuola l'una sull'altra non ci sono più, non si vede «neanche un prete per chiacchierar», cantandola di nuovo con Paolo Conte. Invece il prete in tonaca lunga e nera c'è ancora, ma adesso vigila dentro una stanza. Stessi spintoni, bisticci, urla, parolacce sottovoce, resse, intorno alla nuova magia che ha spodestato, almeno per il momento, il pallone di cuoio. La parrocchia l'ha ricevuta in dono da un devoto generoso e danaroso, oppure l'ha acquistata attingendo alle sue magre casse. Perché se un gioco serve a mietere piccoli devoti, allora i soldi sono soldi ben spesi. La nuova magia, il gioco, si chiama calcio balilla. Fa sognare e segnare subito. Lo sferragliare delle stecche e i rimbalzi della pallina non conoscono sosta, goal è il grido che sale fino al soffitto della stanza, il sudore scende sulla fronte dei giocatori anche in inverno. Chissà quante volte, nel 1936, gli omini azzurri hanno ricevuto il battesimo di Baldo, Locatelli, Gabriotti, Rava, Frossi, i calciatori della Nazionale di Vittorio Pozzo che ha appena vinto le Olimpiadi a Berlino e, con altre formazioni allenate da Pozzo, hanno trionfato ai Mondiali del 1934, facendo il bis quattro anni dopo. I loro avversari nel parallelepipedo vengono scelti tra i più antipatici, uno a caso l'undici di Oltralpe, o tra i più forti, già allora il Brasile. Il fascismo, nato in un mare di ambiguità, tenta di accaparrarsi il copywright del nome, lo stesso delle sue legioni di adolescenti. È una panzana. Balilla fa riferimento allo pseudonimo di Giovan Battista Perasso, patriota genovese che il 5 dicembre del 1746 incitò alla rivolta contro gli Asburgo lanciando il grido ‘Che l'inse?'. Cominciamo? In dialetto ligure, da allora, vuol dire semplicemente ragazzino.
Arriva la seconda Grande Guerra, che tuttavia non ferma la popolarità dell'apparato per giocare un gioco di football. Almeno così parrebbe guardando al fatto che, nel 1947, una manciata di mesi dopo la fine del conflitto, Marcel Zosso da Marsiglia inizia a produrre il calcio balilla a livello industriale. È il 1954 quando, ad Alessandria, viene fondata la Garlando, tuttora leader mondiale di settore. Garlando, pur con il dovuto rispetto nei confronti degli oratori, fa entrare i suoi calcio balilla dentro i bar, trasformandoli in arene di sfide dove il premio finale è una coca cola, una gazzosa, un bicchiere di vino. Quando l'Italia si sveglia al botto del boom economico, ecco puntuale lo stadio in miniatura della Garlando nei campeggi, accanto ai chioschi di bibite e panini sulle spiagge, sotto le frasche degli stabilimenti balneari.
Giovani aspiranti sosia di Maurizio Arena, costume da bagno attillato e galeotto, petto in fuori, sorriso assassino, rubano gli sguardi di signorine finte biondo platino o brune veraci che azzardano il primo bikini. Chi non crede alla teoria di Giambattista Vico sui corsi e ricorsi della storia, dovrà fare ammenda almeno nel caso del calcio balilla e alla luce dei ricordi di Claudio Stella, classe 1972, impiegato tecnico, considerato dagli amici e non solo un virtuoso degli omini:«La mia passione è cominciata quando ero piccolo e come tanti ragazzi frequentavo l'oratorio. Partite, sfide, tornei, che proseguivano nei campeggi al mare». Aggiunge, orgoglioso, Claudio: «E molto spesso portavo a casa la vittoria». Sguardo e sorriso sornioni, Stella non nasconde l'utilizzo delle partite a fini amorosi: «Posso confessare qualche conquista grazie alla vittoria in un torneo. Chi vinceva era visto dalle ragazze con occhi diversi, il cosiddetto aggancio diventava più facile». Nei bar di città, affrontarsi rimane competizione allo stato puro. Annota Claudio con rimpianto: «Purtroppo i bar dove trovi un calcio balilla ad aspettarti sono sempre più rari. Tant'è che per potermi esercitare me ne sono comprato uno. Ma se trovo il bar giusto, allora mi fiondo a giocare, chiamo qualche avventore per una partitina, e dopo si continua a chiacchierare. Di calcio balilla, ovviamente». Mentre giochi, a cosa pensi, che sensazioni provi? «Penso alla partita e basta. C'è la ricerca del colpo, del goal fatto bene. È una disciplina che aiuta sfogarsi. Con alcuni amici mettiamo su delle sessioni di ore e ore. Giocare per tanto tempo richiede uno sforzo quasi simile a una vera partita di calcio. Ogni volta finiamo stremati e felici, perché il calcio balilla è aggregazione, è aperto a tutti, non ha limiti di fisico e di età, perdere non rappresenta un dramma così grande». Un gioco democratico, insomma. Il sorriso di Claudio, da sornione diventa convinto.
Il terzo capitolo della storia induce a pensare che il Piemonte sia stato eletto, per qualche disegno del destino, patria del calcio balilla. Sul fronte industriale i Garlando di Alessandria, su quello agonistico la FICB, Federazione Italiana Calcio Balilla, con sede a Feletto, nel Canavese, trenta chilometri da Torino. Se il paese lo vai a cercare su Wikipedia, alla voce Cittadini illustri trovi Ramona Dell'Abate, già conduttrice televisiva, e non Ragona Massimo, che della FICB è presidente. Una lacuna, amici di WP. Cui poniamo doveroso rimedio. Perdoni la domanda, Massimo: come mai proprio Feletto nel ruolo della Coverciano del calcio balilla agonistico? «Io sono nato qui, e il Centro Federale, dal 1995, anno di nascita della FICB, al 2008, è stato il pub di famiglia. Nel 2008 abbiamo chiuso l’attività, conferendo un aspetto ufficiale alla sede. Oggi il mio unico, e difficile, lavoro è quello di presidente. Dico difficile perché il CONI non ci ha mai riconosciuti. Quindi non percepiamo da questo organismo alcun finanziamento. Ciò comporta che una parte del nostro tempo sia dedicata ad attività di marketing e iniziative commerciali abbinate, in grado di garantirci la sopravvivenza. Faccio un esempio. I mondiali 2015 a Torino sono costati circa cento/centoventimila euro. Il bilancio definitivo dice che ci abbiamo rimesso fra i trenta e i quarantamila euro, nonostante avessimo sponsor tra i costruttori di calcio balilla, le aziende di abbigliamento sportivo e come main sponsor, dal 2003, il Casino di Saint Vincent dove a novembre si disputa ogni anno la Lega a squadre. Attenzione: parliamo di cifre irrisorie, cui si aggiungono le percentuali che arrivano dalle società di noleggio». I Mondiali di Torino portano a chiederle di raccontarci cosa significhi, oggi, calcio balilla agonistico «La FICB raduna una novantina di associazioni sportive dilettantistiche, affiliate agli Enti di Promozione Sportiva. I tesserati sono circa quattordicimila, tremila i giocatori che si contendono il ranking nazionale e partecipano in Italia e all’estero ai vari campionati internazionali. Le nazionali italiane sono divise in quattro categorie di settore per età: juniores under 18, uomini, donne e veterani over 50. Tutti si autofinanziano, salvo i partecipanti alla Lega a squadre, che vede in gara otto elementi di varie città italiane, sponsorizzati da privati o dalle associazioni. Un migliaio di giocatori per un centinaio di squadre appartenenti alle Leghe di Serie A, B e C». Parliamo di cifre a livello mondiale: «Le nazioni affiliate alla International Soccer Table Federation sono sessantatre, di tutti i continenti. La più rappresentata in termini numerici è l’Italia, poi arrivano Germania, Francia, Belgio, Stati Uniti. Italia a parte, il numero dei frequentatori, cioè di coloro che partecipano fuori dal ruolo agonistico ufficiale alle varie manifestazioni, si aggira intorno al milione di persone nel mondo. Ci metta altri centomila italiani. Ma se dovessimo registrare e tesserare tutti coloro che presenziano ai meeting sulle spiagge e nei centri commerciali, le cifre sarebbero ben superiori». Ragona, come si diventa un buon giocatore di calcio balilla e che requisiti bisogna avere? «Le doti fisiche non servono. Tra i nostri giocatori ci sono persone che hanno ottantadue anni, altri che pesano quaranta chili e altri ancora centotrenta. Quel che conta è la passione e la voglia di applicarsi. Un campione si forma in un paio di anni, nel giro di altri due può scalare la classifica e arrivare molto in alto. Parlando di qualità, in attacco le donne sono molto più brave degli uomini. È un fatto statistico, non saprei spiegarle il motivo».
Vince chi svuota per primo il marcapunti della propria squadra. Non va propriamente così. Le regole spiegate da Massimo spalancano scenari competitivi tanto allettanti quanto sconosciuti a chi il calcio balilla lo pratica modestamente in proprio «La tipologia del gioco a squadre prevede due tempi da quattro e minuti e mezzo, più eventuali time out chiesti dall'arbitro o dagli atleti, per un massimo di quindici minuti. Nei campionati a coppie o individuali si va a numero di goal, da sei in fase di qualifica a otto in finale. E in finale una partita può durare anche mezz'ora, dipende dal livello di bravura e dalla specialità». Specialità, un termine che richiama, sempre in ambito amatoriale, l'accordo preso prima di buttare la palla sul vetro del campo: ‘Giochiamo alla ferma o alla vola?'. Spiega il presidente «Solo l'Italia gioca nella specialità ‘al volo', il resto del mondo usa i ganci, come si faceva negli anni '60. In occasione delle gare internazionali la FICB si confronta con tutte e due le specialità, più una terza, la tradizionale, che permette il palleggio sulla sponda a precedere il tiro e un possesso palla di dieci secondi».
Presidente, due domande finali La prima: riesce a tracciare un profilo sociale del giocatore di calcio balilla? «In passato la

distinzione era abbastanza netta. I figli di chi stava bene economicamente frequentavano i bar e giocavano a biliardo, i figli degli operai frequentavano gli oratori e giocavano a calcio balilla. Oggi le cose stanno cambiando. Il riconoscimento, nei fatti, che la nostra è una pratica sportiva, attira ingegneri, medici, avvocati, professionisti». Perché, secondo lei il calcio balilla è un gioco intramontabile? «Direi che rappresenta l'alter ego del calcio, più facile da praticare, non pone limiti anche a chi è su una carrozzina o avanti con l'età. Poi è lo sport meno costoso che c'è, davvero popolare, subito divertente. Mi dica lei quanto ci vuole prima di potersi divertire giocando a tennis o a ping pong. Agli inizi la palla o la pallina non vanno mai dall'altra parte. Nel calcio balilla succede dopo cinque minuti». Succede che nel 2014, in Avrai ragione tu, Caparezza canti ‘Dicono che gli omini del calcio balilla/ a testa in giù non vanno bene', Certo che non vanno bene. Gli omini del calcio balilla vanno sempre a testa alta, hanno viso abbozzato e impassibile, sono tutti gambe e niente braccia, indossano l'eterno vestito rosso, o l'eterno vestito blu. E quando, sul filo della stecca, fanno la giravolta, si preparano al tiro imprendibile, negano un goal che sembrava cosa certa, sparano bolidi da fondo campo, allora un videogame diventa al confronto noia assoluta, noia mortale.

alias il manifesto, 15 agosto 2015

Mandeville. Il benessere nasce dai vizi (Alfonso M. Iacono)

«Vizi privati, pubblici benefici». Questa frase, che è quasi divenuta un proverbio dell’epoca moderna, appartiene al dottor Bernardo di Mandeville, il medico olandese, trapiantato a Londra, che, tra il 1705 e il 1729, compose la ben nota Favola delle api, ovvero vizi privati, pubblici benefici. Così infatti suona il titolo della sua opera sin dalla seconda edizione del 1714. Esce ora in traduzione, per la cura di Tito Magri, l'insieme dei testi che costituiscono la prima parte dell’opera e che Mandeville scrisse tra il 1705 e il 1724 (La favola delle api, Laterza,1987).
[...]
La Favola delle api è un’opera straordinaria anche per la spregiudicatezza intellettuale che la contraddistingue. Nell’alveare che Mandeville descrive, vige la prosperità economica e sociale in un mondo in cui ci sono commercianti disonesti, avvocati truffaldini, medici arroganti e vanitosi, una giustizia ingiusta con i poveri e gli affamati e ruffiana con i ricchi, un esercito che maltratta i suoi soldati, una chiesa di classe. «Ma chi potrebbe svelare tutte le loro frodi? — si domanda Mandeville — Perfino la roba venduta per la strada come concime per la terra, si scopriva spesso che era mescolata con un quarto di pietre e di ghiaia inutilizzabili; sebbene i critici non avessero motivo di lamentarsi visto che vendevano sale al posto di burro». Così «ogni parte era piena di vizio», eppure, osserva Mandeville, «il tutto era un paradiso».
Come spiegare questo apparente paradosso? L’alveare descritto nel XVIII secolo si può ancora oggi leggere tutti i giorni su tutti i giornali e vedere tutte le ore in tutti i luoghi. Come mai da parti viziose risulta un tutto paradisiaco?
Una chiave di spiegazione si trova in un altro passo dell’Alveare scontento, il fulcro dell'opera, poi chiarito a lungo nella nota (P). Dice Mandeville: «Cosi il vizio nutriva l’ingegnosità, che insieme con il tempo e con l’industria aveva portato le comodità della vita, i suoi reali piaceri, agi e conforti, ad una tale altezza, che i più poveri vivevano meglio di come vivessero prima i ricchi; e nulla si sarebbe potuto aggiungere». Nella società borghese il più povero vive meglio del più ricco di una società precedente.
Questa osservazione, che sarà ripresa di peso da Adam Smith (e di ciò Marx si era accorto), ci costringe a porci un’altra domanda: in che senso il più povero vive meglio?
Da quale punto di vista? Dal punto punto di vista della disponibilità reale delle cose prodotte, cioè della produzione delle merci. Questo punto, in apparenza così ovvio, è in realtà il centro della radicale caratterizzazione della società borghese rispetto ad altre società. E l’elemento caratteristico è determinato dal fatto che, come ha notato Louis Dumont (Homo aequalis, Adelphi, 1984), Mandeville stabilisce il primato del rapporto dell’uomo con i beni materiali rispetto al rapporto tra gli uomini, se non in linea di principio, almeno nell’analisi della della vita reale della società moderna.
Da qui alcune conseguenze importanti: l’economia si autonomizza dalla morale nella stessa misura in cui l'analisi della condotta umana e sociale si separa dai modelli di comportamento fondati sul dover essere. Inoltre emerge l’idea secondo cui i risultati sociali non sono il prodotto conseguente delle intenzioni degli individui. Come fa vedere, nella lucida e problematica introduzione, Tito Magri, il rapporto e la differenza sono tra una società piccola e poco prosperosa dove è possibile che i risultati sociali siano corrispondenti alle intenzioni degli individui, e una società grande e potente dove invece ciò non può più realizzarsi.
Mandeville, anticipando anche su questo punto Adam Smith, mette in evidenza come i prodotti di cui godiamo siano il frutto di una divisione e di una organizzazione del lavoro assai complesse, non immediatamente visibili nella merce. Ciononostante, la merce, (il prodotto, la cosa) racchiude il tutto di quelle parti che hanno cooperato per la sua realizzazione.
«Vizi privati, pubblici benefici». Da parti viziose, un tutto che è un paradiso. Dietro l’apparente apologia di un sistema sociale che vuole svincolarsi dai residui del passato e che dichiara la sua rottura, c’è una messa a nudo delle dinamiche dei rapporti e degli effettivi comportamenti economici, che non sfuggì a Marx. Rapporti e comportamenti che segnano il punto a partire dal quale non si torna indietro anche in vista di una critica della società borghese. L’economista von Hayek, sensibile alla teoria dei sistemi, ha colto in Mandeville, come in Adam Smith e nella sua teoria della «mano invisibile», un perno della realtà sociale per cui il benessere collettivo può realizzarsi come un effetto che non dipende dalle azioni individuali.
In questo si trovano frammisti elementi di un liberalismo ottimistico, insieme con la
consapevolezza di una complessità sociale non riducibile a immagini troppo semplificate, e spesso argomentate retoricamente con buoni propositi e belle virtù, di una società fondata sul «dover essere» e sul «buon comportamento».
Il nodo gordiano da sciogliere sta ancora nella verità detta da Mandeville : dal punto di vista dei beni materiali il più povero presso di noi sta meglio del più ricco nelle società «altre». Se molto è cambiato negli ultimi due secoli, se, naturalmente, questa affermazione può essere modificata da molti angoli visuali, rimane il fatto di quel punto di vista. Se si accetta come assoluto e oggi indiscutibile il primato del rapporto degli uomini con i beni rispetto ai rapporti fra gli uomini, se non si tiene conto di quel che questo primato ha prodotto e produce nel sistema-mondo, allora vale ancora la pena di ricordare quest'altra constatazione di Mandeville: «Una delle ragioni principali per cui così poche persone comprendono se stesse è che la maggior parte degli scrittori insegnano agli uomini sempre quello che dovrebbero essere, e quasi mai turbano le loro teste dicendo quello che sono realmente».


il manifesto/giovedi 17 dicembre 1987

Leo the Lion. 1924-2004: ottanta anni di Metro Goldwin Mayer (Andrea Rocco)

Nel 2004 la più antica delle majors, protagonista della storia del cinema americano e mondiale, dopo una lunga fase di decadenza, venne acquisita da Sony-Columbia e perse la sua autonomia, cambiando completamente identità: oggi produce soprattutto contenuti televisivi, utilizzando la sua ancora cospicua “libreria”. Il necrologio che qui “posto”, affidato dal “manifesto” ad Andrea Rocco, a me è sembrato ricco di informazione critica e ben costruito. (S.L.L.)

Con l’acquisto della Metro Goldwyn Mayer da parte di Sony-Columbia, le sette sorelle sono rimaste sei: Paramount, Universal, Disney, Warner, Columbia, Fox. Il primo a morire degli storici studios hollywoodiani che hanno dominato per oltre ottant’anni rimmaginario di mezzo mondo è stato quello che aveva le più forti caratteristiche identitarie. Non solo quel leone ruggente (ha anche un nome, Leo the Lion) all’inizio di ogni pellicola, circondato dal motto latino «Ars Gratia Artis» , ma per decenni uno stile, lo «stile Mgm» che differenziava i film prodotti negli studios di Culver City da quelli dei concorrenti.
Dalla Mgm «veniva un mondo di sogno» - ha scritto Neal Gabler, autore della storia dei fondatori di Hollywood, An Empire oftheir Own. «Da lì veniva un mondo a volte straordinariamente risplendente, a volte commovente per semplicità ed ingenuità, un mondo nato dalle contraddizioni della vita stessa di Louis Mayer».
Anche se alla nascita ufficiale della Mgm, nel 1924, il nome di Mayer non appare ancora (si chiama Metro Goldwyn), è lui a plasmare e a riempire con la sua enorme personalità la futura «major». Ebreo, nato in Europa dell’est, come tutti i fondatori degli studios di Hollywood (Zukor di Paramount, Cari Laemmle di Universal, Harry Cohn di Columbia, William Fox e i fratelli Warner), Mayer dopo un’infanzia infelice tra il Canada e il Massachussetts aveva cominciato ad interessarsi della nascente industria del cinema, entrando nella distribuzione.
Il colpo grosso lo fa quando si assicura i diritti di distribuzione del capolavoro di D.W.Griffith, Nascita di una nazione e pochi anni dopo, fondata la propria società di produzione a Los Angeles, assume Irving Thalberg. I due vengono chiamati nel 1924 dal proprietario di sale Marcus Loew a dirigere l’appena costituita Mgm. Fin dall’inizio, l’innovazione di Mayer e Thalberg è la «spettacolarizzazione» del business del cinema: un grande party con aerei che fanno piovere fiori sugli invitati all’inaugurazione degli studios Mgm di Culver City, la costruzione delle figure delle dive come inarrivabile modello di identificazione popolare, l’ostentazione dei consumi di lusso (li-mousines, ville, piscine).
Parallelamente, grazie soprattutto a Thalberg, Mgm delinea quel modello di «studio System», di contrattualizzazione a lungo termine delle star, di scrittori e registi che caratterizzerà l’ascesa di Hollywood negli anni ‘30 e ‘40.
Sono anni in cui Mgm sforna decine di film di successo, dal Mago di Oz alla serie di 17 film di Andy Hardy con Mickey Rooney, da Night at the Opera dei fratelli Marx a L'ammutinamento del Bounty. Della «scuderia» Mgm fanno a lungo parte Clark Gable, Jimmy Stewart, Fred Astaire & Ginger Rogers, Gene Kelly, Jean Harlow, Laurel e Hardy, Buster Keaton, Greta Garbo, Bette Davis, Lana Tumer, Joan Crawford, Spencer Tracy e Katharine Hepbum. E tra gli scrittori, Francis Scott Fitzgerald e William Faulkner.

Via col vento? Non renderà
Non sempre l’ossessiva ricerca del meglio e della qualità o la leggendaria intuizione per il successo di Mayer e Thalberg fanno centro. Famoso fl giudizio di Thalberg sulla sceneggiatura di Via col Vento: «Nessun film sulla Guerra civile ha mai guadagnato un centesimo». Mgm respinge il progetto (ma lo distribuisce) che è diventato il film più profittevole della storia del cinema.
Ma Mayer è stato un innovatore anche sotto un altro punto di vista. Ossessionato dall’ansia di assimilazione nella società americana, ferocemente conservatore e moralista, è stato il primo ad intuire il potenziale di forza politica dell’industria del cinema. Primo tra i mogul hollywoodiani ad essere invitato a dormire alla Casa bianca (da Hoover nel ‘28), Mayer era acceso nemico di Roosevelt e soprattutto è stato colui che ha impedito allo scrittore socialista Upton Sinclair di diventare governatore della California nel 1934. Mayer mobilita i colleghi-rivali delle altre «majors» contro colui che prometteva di mettere fine alla povertà in California anche tassando maggiormente la produzione di film. E utilizza per la prima volta le armi della propaganda cinematografica, con falsificazioni molto simili a quelle attuali dei «reduci del Vietnam contro Kerry». La vittoria di Mayer contro Sinclair ne fa per anni uno dei produttori più influenti politicamente (fu presidente del partito repubblicano della California), ma le sue tattiche creano in dipendenti ed attori una reazione che sposta per sempre Hollywood nel campo progressista. Altrettanto feroce è stato atteggiamento di Mayer e della Mgm ai tempi della «caccia alle streghe» maccartista.
Nel frattempo andava sgretolandosi quello «studio System» nel quale Mgm aveva prosperato. Nel 1948 una sentenza della Corte suprema pone fine al monopolio degli studios sulle sale cinematografiche; nel 1950, dopo due tentativi falliti di liberarsi dal cappio dei contratti con gli studios da parte di Bette Davis e di Olivia De Havilland, James Stewart negozia con successo un accordo che lo rende partecipe degli utili dei suoi film. Ad aiutarlo è Lew Wasserman, agente e nuova forza emergente della politica hollywoodiana. È la fine del potere dei vecchi studios, l’inizio del declino di Mgm.
Nel 1939 lo studio di Leo the Lion aveva una posizione dominante, il 22 per cento degli incassi del botteghino statunitense. Nel 1949 la leadership era insidiata da Fox. Ancora nel 1964 Mgm è ai vertici, appaiata a Paramount, ma nel 1972 la sua quota di mercato precipita al 6% (sono Warner e Paramount a dominare). Le cause della decadenza sono molteplici. Mgm resta a lungo una casa cinematografica «pura», mette le «majors» rivali, dopo la scomparsa alla fine degli anni ‘50 della generazione dei fondatori, cambiano pelle. Arrivano grandi gruppi industriali come Gulf and Western, che acquisterà Paramount, Coca-Cola (Columbia), Matsuhisa (Universal) e Sony (ancora Columbia). Sono acquisizioni che in qualche modo limitano l’indipendenza degli studios, ma al tempo stesso danno loro spalle abbastanza larghe da poter entrare nei nuovi settori della tv, del video, dei video-games, dei parchi a tema.
Mgm finisce invece nelle mani di Kirk Kerkorian, un miliardario di origine armena che ha fatto i soldi con alberghi e casinò e che se antropologicamente potrebbe somigliare ai vecchi tycoons hollywoodiani, per il cinema non ha alcun interesse. Proclama che Mgm sarà d’ora in poi soprattutto una società alberghiera, vende parte dei preziosi archivi a Ted Turner (che lancerà il business della colorizzazione dei film), costruisce un enorme albergo a Las Vegas, l’Mgm Grand, il cui ingresso ha la forma di Leo the Lion. Sono gli anni ‘90 e la quota di mercato delle produzioni Mgm cala al 3%.

Un ex cameriere italiano
Poi Kerkorian passa la mano. Con l’aiuto del Crédit Lyonnais, l’ex-cameriere italiano Giancarlo Panetti stupisce il mondo acquistando lo studio del leone. Il suo è un impero breve, che porta in caricatura i segni del potere hollywoodiano «A Hollywood - scriveva Edward Jay Epstein sul suo Diary -Panetti vive con uno stile da Grande Gatsby. Ha comprato una villa a Beverly Hills da 8 milioni di dollari, dove porta i suoi ospiti a visitare un sotterraneo blindato con quadri che lui identifica come Picasso, Mirò e Goya... Affitta una Rolls da 200mila dollari ed « proprietario di un ristorante italiane Madeo, e un night-club, Tramps».
Panetti, scaricato dal Crédit Lyonnais, abbandonato anche dal socio Florio Fiorini, ex-manager Eni e «link» con l’establishment affaristico socialista dell’epoca, finisce in galera un paie di volte, nel 1991 e nel 1999, per riemergere recentemente come candidato a sindaco della natia Orvieto.
Nel frattempo Kerkorian si è ricomprato la Mgm, ha ripreso a fare film, alcuni, come Legally Blonde e Barber-shop, fanno anche dei quattrini, mentre la «library» di 4000 film e di 10.000 titoli televisivi diventa sempre più preziosa nelle sue potenziali declinazioni di contenuto per i nuovi media. Kerkorian fa sapere che Mgm è di nuovo in vendita, ed è storia degli ultimi giorni.
Dopo una durissima battaglia con Time Warner la Sony, sostenuta dal colosso della Tv cavo Comcast, conquista la casa di Leo the Lion. Le attività cinematografiche saranno proseguite da Columbia, già controllata da Sony, che occupa proprio quegli studios di Washington Boulevard a Culver City sui quali nel 1924 Louis Mayer aveva fatto versare una pioggia di fiori da una flotta di aerei nel giorno dell’inaugurazione.

"il manifesto", 18 settembre 2004

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