29.8.16

La poesia del lunedì. José Augustin Goytosolo (Barcellona 1928-1999)

Senza sapere come

In mezzo al tumulto
delle altre voci
udii la sua voce, l'unica
che bramavo.

             Giunse
come un baleno,
spada brunita, pura
rosa perenne.

                     Io
l'aspettavo, ed essa,
la vecchia voce del popolo,
tornò a suonare in me,
suonò, suonò, perché
persino il sordo ode
la campana che ama.


In Dario Puccini, Romancero della resistenza spagnola, Laterza, 1970

28.8.16

Zafferano e pesce (Gualtiero Marchesi)

Stimmi di zafferano
Lo zafferano è una spezia dall'aroma generoso e prorompente che trasmette alla pietanza che l'accoglie la sua impronta inconfondibile e dominante. In Italia si adopera quasi esclusivamente nel risotto alla milanese, ed è un peccato perché questa spezia è assai più versatile di quanto comunemente non si supponga. La cucina spagnola lo utilizza nella paella e sul pollame, la marocchina sul montone, la polacca sulla trippa, ma è specialmente col pesce che lo zafferano rivela un'affinità sottile, come stanno a dimostrare numerose ricette tradizionali, dalla provenzale bouillabaisse (con la sapida complicità di pomodoro, aglio, anice e finocchio) alla siciliana pasta con le sarde (che ne suggerisce la dolce sintonia con pinoli, uvette e finocchietto selvatico).
Per parte mia posso raccomandarne l'impiego, con pomodoro, olio e prezzemolo, su un piatto di triglie in guazzetto; altrettanto felicemente la delicatezza di un branzino o di una sogliola si presterà a riceverne il gusto (purché dosato con garbo), stemperandolo in una salsa bianca a base di panna o di burro.
Allo zafferano in polvere sono da preferire gli stigmi essiccati, minuscoli filamenti color ruggine con sfumature dorate che si stemperano in cottura al pari della polvere. Solo così, infatti, si è certi della purezza degli ingredienti e dell'aroma che, in questo caso, si conserva più intenso (come accade un po' a tutte le spezie, quando lo zafferano viene frantumato anche il suo profumo tende ad affievolirsi).

Il Codice del buongustaio, La biblioteca dell'Europeo, 1985

Conversazioni con Thomas Mann. Un incontro a Roma (Ranuccio Bianchi Bandinelli)

Thomas Mann nel 1947
Con vera gioia ho letto un libro comprato tanti anni fa, sfogliato superficialmente e poi rimasto lì, in attesa: Thomas Mann, Conversazioni 1909-1955, Editori Riuniti 1986. L'intitolazione del volume potrebbe però trarre in inganno. Non si tratta di un libro ideato e costruito da Thomas Mann e solo in piccola parte esso è composto da suoi scritti: è una raccolta soprattutto di interviste allo scrittore tedesco (non sempre nella forma della domanda e risposta, ma più spesso in quella libera del “colloquio”), cui si aggiungono alcune cronache giornalistiche, dichiarazioni alla stampa, stralci di conferenze o discorsi, scelti da due studiosi tedeschi, Volkmar Hansen e Gert Heine, con l'aggiunta nell'edizione italiana curata da Saverio Vertone delle interviste (o di altre forme di “conversazione”) pubblicate in Italia e non comprese nell'edizione originale. L'immagine dello scrittore, trascinato talora in terreni che non gli sono abituali e neanche congeniali (le mode letterarie, artistiche e culturali, per esempio, o la politica politicante), non risulta affatto rimpicciolita dalle ingenuità o da certe ottimistiche previsioni (illusioni) come quella sulla breve durata del successo hitleriano e nazista o da alcune infondate manifestazioni di fiducia (verso Hindemburg e la borghesia tedesca, per esempio). Risalta invece il suo radicale umanesimo, conservatore forse, ma coerente, tollerante e problematico.
Il brano che ho ripreso è la cronaca, redatta da Ranuccio Bianchi Bandinelli, di un incontro romano in occasione della consegna a Mann di uno speciale premio dell'Accademia dei Lincei. Vi si legge la distanza dello scrittore, francamente avverso al sistema comunista ma mai settario, dalle polemiche della piccola politica e dalle conventicole intellettuali italiane ed europee. Vi si legge anche l'intelligenza e l'apertura del “barone rosso” Ranuccio Bianchi Bandinelli, il grande archeologo di origine aristocratica, che al tempo era comunista e piuttosto stalinista come erano i comunisti di quel tempo. L'impressione è che - nonostante le durezze della guerra fredda (in Usa non era finito il “maccartismo” e in URSS s'era appena avviato il “disgelo”) e tutte le meschinità di singoli, gruppi e gruppetti – reggesse, almeno nei migliori, il senso di una comunità intellettuale cosmopolita, dialogante e pluralista. (S.L.L.)
Ranuccio Bianchi Bandinelli nel 1947
Quando venne il turno che l'Accademia doveva conferire, per la prima volta, un premio internazionale di Letteratura, Luigi Russo ed io, all'insaputa uno dell'altro, proponemmo il nome di Thomas Mann. La commissione nominata per il conferimento del premio, scegliendo fra le varie proposte, si fermò sulla nostra e Francesco Flora fu incaricato di stendere la relazione, che risultò un elevato omaggio di gratitudine al genio dello scrittore, alla feconda invenzione delle sue creazioni e a quel suo essersi saputo porre al di sopra delle ideologie per cercare di dire a tutti la parola di libertà interiore e di responsabilità dell'essere uomo, nel che risiede il più profondo ufficio del grande intellettuale. (Mancò forse soltanto, e sembra strano, un apprezzamento delle straordinarie sue qualità di stilista.)
Thomas Mann senti altamente il valore e il significato di quell'omaggio; lasciamo pure tutto il suo onore a Stoccolma, mi scrisse alludendo al suo premio Nobel; ma ricevere un premio da Roma, sede di cosi alte tradizioni, commuove ben diversamente. E quando poi venne a Roma per ringraziare i Lincei, mentre lo accompagnavo alla Farnesina, vi era in lui quasi una trepidazione e un'attesa di una solennità particolare.
Tutto si risolse, invece, in un rinfresco. Le uniche parole solenni furon pronunciate fuori programma e su richiesta della televisione svizzera. Per una esigenza tecnica furon ripetute due volte. (Difficoltà, nell'Italia ufficiale, di esser solenni senza retorica, per cui, rifuggendo finalmente dalla retorica, si rinunzia alla solennità.)
Attorno a Thomas Mann si eran messe in moto tutte le rivalità del cosiddetto mondo intellettuale romano: attriti fra editori, urti di tendenze politiche e ambizioni di salottini letterari. Le accoglienze liete che erano state fatte al grande scrittore dalla stampa di sinistra turbarono il sonno a certi ambienti. Un giovane prelato americano sconosciuto andò a far visita a Mann e si mostrò, nei suoi discorsi con lui, straordinariamente inclinato a sinistra, molto più in là di quanto fosse disposto ad andare lo scrittore stesso. Il quale aveva chiesta una udienza al papa.
Per fortuna, Thomas Mann restava, con la sua felicità di nordico di trovarsi a Roma, e con la sua purezza intellettuale, tanto al disopra di questi giuochi, da non restarne turbato. Ma, per quanto personalmente mi riguarda, essi mi avvelenarono completamente quei giorni e, per non esserne né sembrarne partecipe, mi inibirono ogni conversazione impegnativa. Meno male che c'era l'archeologia. E le pitture del giardino della villa di Livia, da poco trasferite alle terme di Diocleziano, così diverse dal solito repertorio decorativo pompeiano, ci dettero modo di avviare un goethiano discorso sull'elemento romantico nell'arte antica, dove il meschino Eckermann ch'io mi sentivo ebbe ancora una volta modo di porsi interiormente il problema del perché il meglio dello spirito germanico debba sempre trovarsi in quei tedeschi che son riusciti a vedere la propria cultura nazionale non più dal didentro ma dal difuori.
Erano queste, o di questa natura, le cose che io avrei voluto discutere, se ogni parola non avesse potuto, in quelle circostanze, prender aspetto di agguato. Mann dovette sentire questo mio riserbo. «Non abbiamo poi avuto modo di parlare delle cose che ci stanno più a cuore, e sulle quali ci saremmo trovati, per molta parte, d'accordo», furono le sue parole di saluto.

Postilla
Il brano fu originariamente pubblicato da “Il Contemporaneo”, il 4 giugno 1955. Thomas Mann era stato a Roma per ricevere il premio dei Lincei dal 20 alla fine di aprile del 1953. 

27.8.16

Quaderni scolastici. Da Dio al Duce, umili tracce nel solco della storia (Giuseppe Caliceti)

Uscito recentemente per Franco Angeli, per la cura di Giovanni Genovesi, Il quaderno umile segno di scuola (pagine 144, euro 15) è una interessante analisi di alcuni periodi della storia italiana - in particolare quello fascista - osservati attraverso quelle singolarissime lenti di ingrandimento che sono i quaderni degli alunni. Quaderni assurti in anni recenti al rango di vere e proprie fonti documentarie della storia dell'educazione. Essi testimoniano inoltre - come sottolineato dai saggi di Luciana Bellatalla, Angela Magnanini, Nicola Barbieri e Elena Marescotti raccolti nel volume curato da Genovesi - l'evoluzione del costume e delle «italiche mode», e documentano le egemonie culturali e le innumerevoli «stagioni didattiche» che si sono succedute attraverso le lente modifiche dei programmi scolastici. Ma ciò che i quaderni scolastici mettono in evidenza è soprattutto il drastico cambiamento della politica e dell'idea stessa di fare scuola in Italia, seppure in un contesto «difficile».

Tra giochi e parole d'ordine
I quaderni, in fondo, oltre a rappresentare quegli «umili segni» ai quali fa cenno il titolo del volume, sono una fonte complessa che necessita di nuove modalità esplorative e di nuovi metodi di indagine. In Italia, va detto, esistono istituzioni lungimiranti che li custodiscono - a ragione - come fossero piccoli tesori. A questo proposito, il libro curato da Giovanni Genovesi raccoglie un saggio di Nicola S. Barbieri dedicato a una serie di quaderni che vanno dal 1958 al 1963, quaderni scritti da un'alunna di Montagnana, cittadina in provincia di Padova. Un lavoro al quale si affianca un suggestivo studio di Elena Marescotti sulle copertine che ritraggono il mondo della natura e trasmettono una loro personale storia dell'educazione ambientale in Italia.
La maggior parte degli interventi ospitati nel volume, però, analizza testi di alunni della provincia di Pistoia, scritti tra il primo ottobre 1928 alla fine di giugno 1929. Genovesi, da parte sua, presenta un proprio contributo dedicato al problema della fascistizzazione letta attraverso i diari di classe, mentre a Luciana Bellatalla spetta il compito di confrontarsi con le parole d'ordine del regime in un contesto prettamente rurale. La scelta dei quaderni da sottoporre all'analisi è caduta su quelli conservati nella Biblioteca comunale Forteguerriana di Pistoia per l'anno scolastico 1928-1929 ed esposti alla «Mostra della scuola» tenutasi nell'estate dello stesso anno proprio a Pistoia.
Il 1929 è ovviamente un anno importante, se non addirittura un anno chiave per lo Stato fascista. Nel '29, il fascismo è legittimato dal Papa con la riconciliazione tra Chiesa e Stato, vengono siglati i Patti Lateranensi e il Duce assurge al ruolo di «uomo della Provvidenza» per milioni e milioni di italiani. La microstoria che i bambini raccontano è fatta di avvilenti pratiche didattiche quotidiane e di nessi inevitabili tra scuola, ideologia e politica. È la storia solo di una parte dell'Italia fascista, beninteso, ma è la storia di un campione attendibile e rappresentativo di tutta la provincia italiana. I testi sono chiaramente «ricopiati in bella» in classe dagli alunni delle seconde, terze e quarte elementari. Trascritti, manco a dirlo, sotto la stretta sorveglianza della maestra.

Provveditori e Provvidenza
Dalla loro lettura gli autori del libro delineano una scuola italiana supinamente allineata col fascismo e, in particolare, col suo «Duce». Non a caso, nei diari dei bambini, «l'Uomo della Provvidenza» è sempre indicato come «il Duce Mussolini» quasi si trattasse di nome e cognome. E non siamo lontani dal vero a pensare che per loro il capo del governo si chiamasse proprio così, «Duce Mussolini», e non Benito.
I racconti degli alunni, di cui il libro riporta ampi stralci, sono asciutti, corretti formalmente, benché ripetitivi. La produzione è omogenea, mentre il tema di cui più si parla è quello della vita e dell'esistenza in genere. La vita vi appare nella forma «rurale» tipica della provincia, in quella monotona della vita scolastica, scandita dalle imprese del governo fascista, dalle festività (fasciste e) religiose, dal passare delle stagioni. Le religione è onnipresente. Se infatti il fascismo ha una presenza costante nella scuola, la religione ce l'ha a livello di contesto sociale. «Nella nostra scuola ci sono tante belle cose» - si legge - «c'è Gesù che gli si dice la preghiera, c'è la bandiera che le si fa il saluto quando si canta, c'è il Re e il Duce. Si fa il saluto anche a loro e si dice Eia! Eia! Alalà!».
Oggi in Italia abbiamo come ministro dell'istruzione una bella ragazza che risponde al nome di Mariastella Gelmini.. La Gelmini si è detta fiera di avere reintrodotto il sette in condotta per combattere il bullismo e, soprattutto, si è dichiarata favorevole a reintrodurre il grembiulino alle elementari. Fatti «minimi» solo all'apparenza. Bisognerebbe leggere attentamente Il quaderno come umile segni di scuola, soprattutto nelle parti in cui si racconta di come la scuola italiana sia solo un tassello di una costruzione ideologica ben più vasta. Stando a questa ideologia, il bambino non va mai lasciato solo con se stesso e con la propria coscienza, ma soprattutto non va lasciato solo nell'esercizio del proprio pensiero critico. La scuola, le organizzazioni del tempo libero o le associazioni giovanili lo accompagnano ovunque e gli ricordano sempre che egli è nato e vive per servire gli ideali del Paese che Mussolini incarna e tutela. «Il Sig. Duce Mussolini lavora anche di notte per l'Italia insieme a sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III», si legge in un tema. La didattica risulta fortemente «bonificata» dal fascismo. che impone grembiuli, sette in condotta e tutto ciò che ne consegue. Impone, ma trascura i principi della «scuola serena» di matrice gentiliana a tutto vantaggio dell'asservimento all'ideologia politica corrente.
È la «bonifica» sistematica delle «giovani italiche menti». La Storia - con la «s» maiuscola - in questo tipo di scuola è presentata senza alcuna attenzione alla periodizzazione o all'approfondimento, appiattita sulla retorica della gloriosa contemporaneità fascista. «Il Governo Fascista è molto generoso perché ha fatto delle cose buone», si legge in un altro tema. Dai quaderni sembrerebbe che gli scolari andassero contenti e entusiasti a scuola e nonostante l'autocensura inevitabile, è possibile che ciò sia vero. A scuola imparavano infatti ciò che non avrebbero potuto imparare altrove. E, soprattutto, vi trovavano tutto ciò che a casa non potevano trovare. All'uscita della scuola o, addirittura, prima dell'orario d'inizio, spesso dovevano infatti andare a lavorare nei campi. Non importa se in tutte le famiglie c'è un caduto o un mutilato: i commenti su guerra, Patria e Governo sono inquietantemente univoci. La guerra era inevitabile, i morti sono visti come eroi e di essi, che si sono sacrificati per la «Patria» (anche qui, sempre con la maiuscola d'obbligo), bisogna essere orgogliosi, perché la «Patria» sta sopra tutto e tutti.

Da una provincia dell'Impero
Nonostante racconti solo di una fetta d'Italia, Il quaderno umile segno di scuola è ricco di importanti riflessioni sull'infanzia e la scuola. Leggendolo viene da immaginarsi quale potrebbe essere la storia parallela dell'Italia mai raccontata, ma certamente scritta, dalle migliaia di alunni che in oltre un secolo si sono passati il testimone sui suoi banchi. L'unica lacuna è forse la mancanza di una comparazione tra testi degli scolari e libri di testo, che sarebbe risultata certo piena di ulteriori sorprese. Per esempio, si potrebbe ricordare il bel libro I pampini bugiardi, curato da Marisa Bonazzi e Umberto Eco, che dimostrava come anche dopo la Liberazione, negli anni Cinquanta e Sessanta i libri di lettura alle elementari fossero ancora pieni di retorica di stampo fascista. Gli autori dei saggi raccolti nel volume di Genovesi sottolineano bene come, nella scuola fascista, l'adulto fosse un'autorità onnipresente. È lui che detta e guida i pensieri degli scolari, evitando loro di perdersi in fantasticherie e sogni.
La grande correttezza ortografica e sintattica di questi temi pistoiesi risulta la prova evidente che, oltre a essere più volte ricopiati e corretti, essi sono stati in buona parte anche largamente dettati dai docenti. D'altronde, proprio la soppressione e limitazione di ogni creatività e criticità sono la via regia per l'addestramento delle giovani menti a «credere, obbedire» e, manco a dirlo, «combattere». [...]


il manifesto 8 agosto 2008

Il vecchio corvo (S.L.L.)

Il vecchio corvo sul tetto di fronte
viene sovente nelle mattinate
e alterna alle goffaggini eleganze.
Ieri e l'altrieri, con la febbre addosso
e con la preferenza per il letto,
non ho potuto seguirlo negli arrivi
e nelle ripartenze,
né sorprenderlo quando più è vicino,
in uno dei suoi arcani movimenti;
solo una foto, per giunta da lontano.
Oggi sto molto meglio, alla finestra
rivolgo spesso lo sguardo alle tegole,
inutilmente almeno fino ad ora:
solo una stupidissima colomba.
Ma tornerà, si sa che tutto torna.

Placido Rizzotto. Un delitto politico (Pio La Torre)

Si celebrò a distanza di più di sessant’anni, il 24 maggio 2012, e con il massimo di solennità, il funerale a Placido Rizzotto, il sindacalista socialista ucciso dalla mafia a Corleone nel 1948, di cui non era stato ritrovato il cadavere; e tuttavia in quell'occasione certe partecipazioni e certe omissioni oscurarono il significato del delitto riducendolo a cronaca nera, locale. C’è tuttavia qualche documento ufficiale che aiuta a capirne di più, a non cadere nella trappola, a non accettare la favoletta degli uomini con la coppola cattivi e spietati che ammazzano il buon sindacalista che li contrasta e li denuncia alle autorità.
Nell’edizione dell’Assemblea regionale siciliana dei discorsi parlamentari di Pio La Torre è stata inserita la Relazione di minoranza presentata alla Commissione parlamentare antimafia, che porta la firma di La Torre e di altri parlamentari comunisti, tra i quali non mancano nomi di prestigio (Chiaromonte, per esempio). Il brano che qui riporto fa luce sul contesto e sui moventi dell’assassinio di Rizzotto ed è da ricondurre alla responsabilità preminente di Pio La Torre, anche perché dei fatti di cui si ragiona il sindacalista e uomo politico siciliano ucciso dalla mafia nel 1982 era stato partecipe in prima persona e con un ruolo importante. Egli fu, tra l’altro, chiamato dalla Cgil a sostituire Placido Rizzotto alla guida della Camera del Lavoro di Corleone.
Dall’analisi di La Torre viene fuori, con perfetta evidenza, come gli omicidi mafiosi del 47-48 e quello di Rizzotto in particolare fossero anche (e forse soprattutto) delitti politici di rilevanza nazionale, così come politici furono i depistaggi e gli insabbiamenti nelle indagini e nei processi, che decretarono l’impunità per gli assassini. (S.L.L.)

Mentre lo Statuto preparato dalla Consulta regionale era stato il frutto di una intesa fra i grandi partiti antifascisti che erano allora nel Governo nazionale, dopo la strage di Portella si formò un governo regionale minoritario democristiano con l'appoggio della destra monarchico-liberale-qualunquista.
La Democrazia cristiana, dopo Portella, cedette al ricatto del blocco agrario e anticipò in Sicilia la rottura dell'alleanza fra i grandi partiti di massa, che qualche settimana dopo si ripetè anche a livello nazionale. L'impianto della Regione siciliana venne attuato in quel clima e con quello schieramento che preparò in Sicilia le elezioni del 18 aprile 1948. Nel corso di quella campagna elettorale furono compiuti alcuni dei più efferati delitti di mafia contro esponenti del movimento contadino siciliano. Vogliamo ricordare in modo particolare tre episodi: Placido Rizzotto a Corleone, Epifanio Li Puma a Petralia, Cangelosi a Camporeale, dirigenti contadini di queste tre zone fondamentali nella provincia di Palermo e socialisti. Perché tre socialisti? Gli assassini si susseguirono a distanza di pochi giorni. Vi era stata la scissione socialdemocratica e il movimento contadino in Sicilia restava, invece, unito; occorreva, dunque, dare un colpo al movimenti e da parte della mafia si sviluppò una campagna di intimidazioni verso i dirigenti socialisti. L'assassinio dei tre fu un fatto simbolico; non a caso a difendere Liggio nel processo per l'assassinio di Rizzotto fu l'avvocato Rocco Gullo, allora massimo esponente della socialdemocrazia palermitana.  

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