15.12.17

Uomo di fiducia e signore della televisione. Intervista a Ettore Bernabei (Giorgio Boatti)

Ettore Bernabei - artefice negli Anni Sessanta di quella televisione pubblica che unificò gli italiani più di quanto avessero fatto sino ad allora la scuola dell'obbligo e il servizio militare - ha sempre avuto un debole per la carta stampata. Fossero libri o giornali, li ha sempre avuti intorno, sin da quando suo padre, impiegato delle ferrovie, li portava nella casa di via della Pergola, a Firenze, dove è nato nel maggio del 1921.
Adesso, a ottantotto anni portati baldanzosamente, è ancora attivissimo nella Lux Vide, la casa di produzione costituita nel 1992 e presente sul piccolo schermo con successi - che vanno dagli sceneggiati dedicati agli ultimi papi a Coco Chanel, dal popolarissimo Don Matteo, giunto alla sua settima stagione televisiva, sino all'Enrico Mattei che si vedrà nel corso del 2009. Però quando tv e cultura, risorse pubbliche e iniziativa privata vanno a occupare le prime pagine dei quotidiani, Bernabei non si sottrae.

Ad esempio, cosa pensa dell'ultima provocazione di Baricco?
«Sono uomo cresciuto alla scuola di La Pira e di Fanfani. Non ho mai avuto la religione dell'iniziativa privata che sovrasta tutto e detta legge imperiosamente, e cervelloticamente, come è accaduto negli ultimi anni. Credo però che pagare di tasca propria un prodotto, dunque anche un'offerta culturale - un concerto, uno spettacolo, una proposta televisiva - significhi sceglierlo davvero. Apprezzarlo, o meno, nei fatti».

E quindi la proposta di una rete Rai tutta cultura e niente pubblicità, sorretta con pubbliche risorse magari dirottate da altri settori...
«Non mi garba più di tanto. Stiamo attenti a non creare, proprio adesso che giungono nuove tecnologie, una televisione pubblica di nicchia. Una specie di scimmiottatura fuori tempo massimo di quel Public Broadcasting Service statunitense che negli anni ha avuto pure dei bei problemi di condizionamento politico. Non portiamo la televisione lontano dal largo pubblico».

Dicono che capire quello che passa per la testa dell'uomo della strada e che succede sotto le finestre di casa sia sempre stata una sua mania...
«Sì, sin da bambino per me vivere ha significato guardare i miei simili nella quotidianità con cui si presentano. Nella casa di via della Pergola il giornale non mancava mai. Sfogliare quelle quattro pagine era per me scrutare il mondo in tutte le sue sfaccettature. Sono sempre stato curioso, di tutto. Fosse la vita della gente qualunque che nella Firenze degli Anni Venti vedevo svolgersi sotto casa o nella traversa di via Nuova dei Caccini, con i suoi rigattieri, le botteghe, le tre case di tolleranza. O fosse la grande politica, quella che negli anni di Moro e Fanfani, Gronchi e La Pira, ho visto dispiegarsi sotto i miei occhi, da Roma al Cremlino o alla Casa Bianca. Perché allora ero direttore de “Il Popolo”, il quotidiano della De, ma di fatto sono stato per decenni “l'uomo di fiducia” dell'establishment democristiano. Vale a dire della classe dirigente più duratura che l'Italia abbia mai avuto».

E infatti L'uomo di fiducia è il titolo di un libro che lei ha scritto con Giorgio Dell'Arti, pubblicato da Mondadori nel 1999. Un libro denso di spiazzanti dettagli sulle dinamiche sommerse di cinquanta anni di potere italiano che lei ha vissuto dentro la stanza dei bottoni. E poi ammissioni che di solito non si fanno, ad esempio sulla sua appartenenza all'Opus Dei. O sul patto tra De Gasperi e Mattioli, con cui laici e cattolici si divisero, zitti zitti, gli ambiti di rispettiva competenza. Ma in tutte queste turbolenze «l'uomo di fiducia» aveva tempo anche per i libri?
«Se si vuole c'è tempo per tutto. A cominciare dal raccoglimento spirituale e dalla preghiera. Vede questo? È il Salterio, il Libro delle lodi che costituisce l'ossatura della liturgia delle ore. Contiene i salmi, le letture che compongono i momenti di preghiera della vita del cristiano. Un tempo erano solo in latino. Adesso ci sono varie edizioni italiane, ma a fame una prima versione in italiano, almeno delle lodi della domenica, era stato Dossetti quando aveva lasciato la vice-segreteria della De per farsi monaco. Ciclostilava la sua traduzione per la domenica in arrivo e ce la faceva avere, a noi che gli eravamo stati vicini. A me, a La Pira, a Fanfani».

Ma da ragazzo non avrà cominciato col Libro delle lodi?
«In casa c'era il “Corriere dei Piccoli” per me. E mio padre comprava i Classici Italiani pubblicati negli Anni Trenta da Rizzoli, su bellissima carta e con gran cura tipografica. E poi i romanzi a fascicoli, che lui faceva rilegare. Eccoli lassù, nella libreria che lei vede in questo studio».

E accanto ci sono bei quadri. Balla, Guttuso, Rosai...
«Quasi sempre sono quadri di artisti che ho conosciuto personalmente. Spesso amici. Li vedevo all'opera e allora mi piaceva l'idea di un quadro che avevo visto nascere»

Eravamo ai classici, ai libri importanti...
«Sì, i libri sono importanti, ma appartengo a una generazione che credeva anche ai maestri in carne e ossa. Li sapeva cercare e riconoscere. Andavo all'oratorio. Andavo in parrocchia da don Raffaele Bensi, luminosa figura di sacerdote ed educatore fiorentino. Nei miei anni universitari, con un gruppo di miei coetanei, presso di lui ho avuto la fortuna di incontrare stabilmente dei veri maestri. Non solo cattolici come La Pira, Sansone, Maggini ma anche figure di diversa collocazione, da Calamandrei a Momigliano. E proprio don Bensi, in un'epoca in cui molti libri fondamentali per la formazione di un giovane erano messi all'indice dalla Chiesa, mi aveva fatto avere la dispensa dall'arcivescovo Elia Dalla Costa. Così feci i conti con il Bernanos dei Grandi cimiteri sotto la luna che raccontava i misfatti del franchismo durante la guerra civile spagnola. Con Maritain e con i testi del cattolicesimo francese. Ma anche Unamuno, Huizinga».

E con gli scrittori italiani?
«Ne ho conosciuti tanti. In redazione alla “Nazione del popolo” dove ero stato chiamato da Vittore Branca, c'erano con me, nell'estate del 1945, Cassola e Cancogni, Bilenchi e Pratolini. Più avanti nella Rai che andai a dirigere, quella delle inchieste di Zavoli e Biagi ma anche dei grandi sceneggiati tratti dai classici, da Il Mulino del Po a Delitto e castigo sino al Cronin de La cittadella, che classico non era ma funzionò benissimo, c'era Giorgio Bassani vice-presidente. Molto schivo, molto timido. Ma di narrativa, sia quando ero al Popolo sia alla Rai, ne leggevo poca: selezionavo molto. Frequentavo di più la saggistica. Infatti ricordo un Keynes, letto al mare, sotto l'ombrellone a Fregene».

E ora?
«Leggo al mattino presto e la sera, dopo aver “annusato i barattoli” di quel che ammannisce la tv. Le letture che ho in corso? Libri che facciano capire dove sta andando questo mondo ostaggio della finanza spregiudicata e della crisi globalizzata. Letture affiancate e intrecciate. Ad esempio di Loretta Napoleoni Crisi del capitalismo e Economia canaglia usciti dal Saggiatore. O il Richard Sennet de L'uomo artigiano, appena pubblicato da Feltrinelli: molto interessante. E alcune cose di Zygmunt Bauman, quello della “società liquida” per capirci»

E poi riesce a dormire?
«Benissimo. Basta pregare, anche solo un attimo, ma con convinzione. È sufficiente».


Tuttolibri La Stampa, 14 marzo 2009

14.12.17

Ringiovanire il mondo intiero. Un appello ai giovani lavoratori (Palmiro Togliatti, 1° maggio '52)

Palmiro Togliatti da giovane
Primo Maggio! Giornata dei lavoratori! Ma non di festa soltanto, bensì di raccolta, affermazione di forza, preparazione alla lotta.
Quest’anno, le organizzazioni di avanguardia dei lavoratori hanno deciso di rivolgersi in questo giorno in particolar modo a voi giovani lavoratori, operai, contadini, studenti. Voi cercate libertà e felicità; volete costruirvi un mondo vostro costruito sulla eguaglianza e sulla giustizia. Questo mondo non può essere altro che un mondo socialista, perché soltanto nel socialismo non vi è più sfruttamento, vi è fratellanza fra gli uomini, vi è lavoro per tutti, vi è sicuro sviluppo armonico di tutti in una società fiorente e giusta.
Giovani, se siete tali, se avete fiducia in voi stessi, nel progresso dell’umanità, nel rinnovamento economico e morale della patria, il socialismo deve essere la vostra fede.
Raccoglietevi con entusiasmo e fiducia, attorno alle nostre bandiere. Entrate nei sindacati, nei partiti politici dei lavoratori! Iscrivetevi alle organizzazioni giovanili comuniste e socialiste. Vi troverete altri giovani come voi, ardenti di entusiasmo, pieni di fiducia nell’avvenire. Assieme lavorerete per migliorare il mondo intiero, per far sì che il lavoro libero redento, sia la base sicura di tutta la società.

Avanti, giovani, nel nome e con la bandiera del socialismo, per ringiovanire il mondo intiero, rinnovarlo, per dargli pace e giustizia.

Discorsi ai giovani italiani, Edizioni "Gioventù Nuova", Roma, 1953

Luciana Litizzetto. La carica erotica di una betoniera (Gian Luigi Beccaria)

La domenica sera la Littizzetto, se posso, non me la perdo. Mi interessa come parla. È un fenomeno interessante: come in Benigni, in bocca sua «le brutte parole», come le si chiamava una volta, non disturbano. Le ha sdoganate. Anche per l'effetto sorpresa, straniante: un'irriverenza che non ti aspetti. La sua comicità nasce dal saper incastonare una parola fuori sede, la parola che elude le attese, la prevedibilità. Capita per le similitudini, per esempio: «erotica come uno scafandro da palombaro», «ha la carica erotica di una betoniera». Senza dire degli eufemismi, dei sostitutivi come «il Walter», «la Jolanda» per indicare i genitali, o gli accorgimenti anche di citazioni letterarie, del Tabucchi poniamo: lo «slippino bianco, in cotone... che sostiene il pereira». E i calembour: «il mio amico Pino, grande trombeur de femmes».
In un paese come il nostro in cui ora si va consolidando un italiano di registro medio, neutro, poco colorito, mediocre, trovo normale che abbia una singolare presa e successo questo rinforzo, questo «soprappiù» che viene da una comunicazione ricca di tratti espressivi, sempre sopra il rigo. Oggi che l'uso del dialetto è in calo, e le differenze tra italiano regionale e italiano standard si vanno attenuando, piace il ruolo di alternatività assolto da un contrappunto gergale-spinto.
C'è poi un altro aspetto che spiega il successo della Littizzetto. Sa usare le scorie, riciclare i messaggi pubblicitari, riaccendere il «rumore» indifferenziato di uno slogan, rimotivarlo: penso a quando ci viene a parlare di chi «ha la vivacità erotica di Capitan Findus», quello che fa la pubblicità dei surgelati, o ricicla fumetti (a un tale «si sfrangiano i maroni come la giacca di Pecos Bill»). Usa insomma materiali popolari, massmediatici, fa riferimento al noto, richiama canzoni che si conoscono, personaggi del cinema, tormentoni pubblicitari.
L'intento caricaturale si impone infine con la costante delle metafore animalesche. Si coglie ironicamente l'essenza delle cose o delle persone attraverso l'animalizzazione: «nervosi come vipere cornute», «mi è venuta la pelle di un’iguana» (e non di oca, né di cappone), «il mio moroso è un tacchino disossato», «il fax, una marmotta grassa che ci ingombra la scrivania».


Tuttolibri La Stampa, 14 marzo 2009

Basta una scintilla per dar fuoco a Pechino (Cecilia Attanasio Ghezzi)

“Pagina99 wickend” è un settimanale di qualità con una redazione fatta in prevalenza da giovani che affronta temi importanti generalmente ignorati dal sistema mediatico e che accetta la sfida della globalizzazione, rifiutando un ottica nazionalistico-provinciale e dirigendo lo sguardo in ogni parte del mondo, specialmente quelle parti ove accadono le “cose” che potrebbero mutarne il volto. Il settimanale ha cambiato più volte proprietà, direzione, simpatie e antipatie politiche, ma ha mantenuto quella sua originaria curiosità, quella voglia di ampliare e di approfondire, insieme a un gruppo di redattori che è sopravvissuto alle periodiche crisi. Ormai “Pagina 99” è diffuso solo on line, acquistabile per singolo numero o in abbonamento. Nell'ultimo numero ho trovato un eccellente reportage di Cecilia Attanasio Ghezzi dalla Cina, paese da cui ha spesso scritto pagine informate e interessanti. Ne riprendo l'inizio, consigliando a chi vuole, spero in tanti, di continuarne la lettura nel sito del settimanale. (S.L.L.)
Periferie pechinesi
«La Cina intera è cosparsa di rami secchi che presto si incendieranno», scriveva Mao Zedong nel 1930 per poi citare un antico proverbio cinese: «Una scintilla può dar fuoco a tutta la prateria».
È quello che sta succedendo in questi giorni a Pechino. Il 18 novembre è andato a fuoco un palazzo nella periferia sud. Sono morte 19 persone, migranti provenienti da ogni angolo della Cina in cerca di una vita migliore. Per il sindaco della capitale Cai Qi, astro nascente della politica cinese, è stata l’occasione di lanciare l’ennesima campagna contro le «strutture illegali»: 40 giorni per demolire i casermoni che per anni hanno ospitato la cosiddetta «tribù delle formiche». Ne hanno già individuati più di 25 mila, in potenza sono centinaia di migliaia le persone che potranno trovarsi senza casa dall’oggi al domani.

La tribù delle formiche
Siamo nella capitale della seconda economia mondiale, a un’ora e mezzo dal centro città, dove gli affitti relativamente bassi hanno attirato il popolo di chi appena “sbarca il lunario” ma non è disposto a lasciare la città in cui si materializza il suo sogno di una vita migliore. Tutte le mattine lasciano i loro quartieri dormitorio per dirigersi in massa verso il centro, proprio come le formiche, da cui prendono il nome. Sono camerieri, laureati di università secondarie, ragazzi delle consegne a domicilio, governanti, donne delle pulizie, operai, commessi e, soprattutto, operatori della logistica. In comune hanno il fatto di essersi trasferiti a Pechino dalla provincia, in cerca di una vita migliore.
Sono lavoratori migranti, in tutta la Cina oltre duecento milioni di persone che dalle campagne si sono trasferite nelle principali città senza che queste offrissero in cambio assistenza sanitaria e istruzione per loro e le loro famiglie. O possibilità di prendere la residenza. Sono quelli che negli ultimi trent’anni hanno lavorato per costruire il miracolo cinese. Solo nella capitale sono 8,2 milioni. E nel frattempo Pechino è diventata un inferno.
[…]


“Pagina99 we”, 8 dicembre 2017

Questo è il freddo... Una poesia di Leonardo Sciascia

Neve sul monte Cammarata
Questo è il freddo che i vecchi
dicono s’infila dentro le corna del bue;
che svena il bronzo delle campane,
le fa opache nel suono come brocche di creta.
C’è la neve sui monti di Cammarata,
a salutare questa neve lontana
c’erano un tempo festose cantilene.
I bambini poveri si raccolgono silenziosi
sui gradini della scuola, aspettano
che la porta si apra: fitti e intirizziti
come passeri, addentano il pane nero,
mordono appena la sarda iridata
di sale e squame. Altri bambini
stanno un po’ in disparte, chiusi
nel bozzolo caldo delle sciarpe.

da Due cartoline del mio paese, Tuttolibri La Stampa, 14 novembre 2009

USA. Siti di appuntamenti ed algoritmi: i Big Data di Cupido (Paolo Bottazzini)

Joseph Heinz il vecchio, dal Parmigianino. Cupido che fabbrica l'arco
Il cuore ha ragioni che la ragione calcola e comprende benissimo. La versione americana di Pascal trasforma la delicatezza delle emozioni suscitate dal contatto con gli altri in una questione di Big Data e di business. Lo denuncia Christian Rudder nel libro Dataclisma, puntando il dito contro l’azienda di cui è co-fondatore. OkCupid, con i suoi dieci milioni di utenti registrati, appartiene con DateHookup e Match.com al triumvirato dei maggiori siti di dating online in America. Messi insieme censiscono una popolazione equivalente a circa metà di quella italiana. Un servizio di appuntamenti galanti può prosperare soltanto se è capace di intuire le oscillazioni sentimentali e le vibrazioni del desiderio, prima ancora che gli individui siano in grado di confessarle – persino a se stessi. Solo in questo modo può suggerire accoppiamenti che aspirino a qualche successo.
L’app di appuntamenti Tinder conta su 9,6 milioni di utenti attivi, che arroventano gli schermi dei loro smartphone con 1,4 miliardi di swipes ogni giorno. Lo swipe è il movimento del dito sul monitor che fa scivolare a destra o a sinistra la foto del candidato proposto dal software. Lo scorrimento a destra suggella una dichiarazione di disponibilità, mentre quello a sinistra decreta la chiusura anticipata di ogni trattativa. Il software di classificazione è Elo e tratta gli utenti di Tinder come un biologo si occupa della sua coltivazione di batteri: li etichetta tutti, stabilendo come criterio la somma di slittamenti a destra e sinistra cui i pari li hanno indirizzati. Un metodo poco romantico, ma molto efficace: assicura a ciascuno di incontrare altri individui che si trovano nella stessa fascia di interesse sanzionato dalla comunità degli utenti. Il rullo delle foto è il tribunale in cui gli attori umani swippano le loro sentenze – che a loro volta sono il pascolo delle ruminazioni dei software, in una catena di effetti degna della Fiera dell’Est.
Rudder appare quasi afflitto dalla necessità di ammettere che i dati di OkCupid non permettono di distinguere in maniera radicale il comportamento delle donne e quello degli uomini. Il mondo è meno variopinto di quello che ci piacerebbe credere e tende invece a impigrire nella ricerca di ciò che i sociologi chiamano omofilia, la predilezione per ciò che è simile.
Applicata alle preferenze etniche, l’omofilia finisce per confinare con il razzismo. O almeno, questa è l’impressione che si ha spiando le preferenze espresse sui siti di dating: che sono un luogo ideale per misurare il grado di integrazione tra bianchi, neri, asiatici e latini, perché mettono in luce i nostri comportamenti istintivi e ci mostrano chi siamo quando crediamo che nessuno ci stia guardando (come recita il sottotitolo del libro di Rudder). Secondo le rilevazioni su OkCupid, le donne tendono a manifestare un grado di omofilia etnica maggiore degli uomini. La preferenza per individui dello stesso gruppo etnico supera la media da un minimo del 19% per le asiatiche (in favore degli altri asiatici), a un massimo del 49% delle bianche in favore dei bianchi. Le swippate sulle foto confermano inoltre il privilegio culturale dell’etnia bianca sulle altre: dopo la propria, rappresenta sempre la seconda scelta per tutti – con la sola eccezione dei neri. La popolazione black è la più negletta da tutte le altre comunità con un tasso negativo che oscilla tra il meno 24 e il meno 27% per i favori decretati dagli uomini, e tra meno 19 e meno 38% per le preferenze operate dalle donne; per simmetria, i bianchi godono di un pregiudizio favorevole che oscilla tra il 7% nelle scelte maschili e del 35-37% per quelle femminili.
Ma i dati di OkCupid stanano anche i meta-pregiudizi sui nostri preconcetti: le sorprese cominciano con l’asimmetria tra le valutazioni sul fascino delle (foto delle) ragazze e il loro successo nell’intercettazione di appuntamenti. Quanto più alta risulta la media delle quotazioni, tanto maggiore è la «convenzionalità» della bellezza che viene riconosciuta alla donna; ma tanto maggiore è anche la pressione della concorrenza che l’utente avverte sulla riuscita del suo tentativo. In una scala da 1 a 5, le ragazze che si collocano nella fascia tra il 2 e il 3 finiscono per diventare l’oggetto di attenzioni più numerose rispetto a quelle che superano il 3: chi le contatta cade in un equivalente sentimentale del tranello sociologico dell’«effetto pratfall». Nella versione originale, quest’effetto spiega perché l’apparizione di un errore nel discorso convince il pubblico sulla competenza dell’oratore più di una performance impeccabile; in quella derivata per il dating, l’eccentricità genera un effetto di seduzione equivalente alla scoperta della perla nella conchiglia.
Nel mondo magico della sessualità la «coda lunga» della mediocrità, o dell’eccentricità, vende meglio delle hit della bellezza. Rudder osserva che le ragioni sottese a questo fenomeno devono essere le stesse che spiegano come mai su Digg si trovino pagine fan dedicate a registi eccentrici come Roger Waters, mentre siano trascurati nomi mainstream come Spielberg o Scorsese.
Roland Barthes insegnava che l’amore non è l’impero dei sensi, ma l’impero del senso. Qualunque fremito delle emozioni, se ancora sopravvive da qualche parte, è fomentato, diretto, frammentato, esasperato, da un diluvio di segni e di dati – e soprattutto dalla furia interpretativa che li trasforma tutti in sintomi. L’autoritratto non passa solo attraverso le immagini, ma anche per il dizionario cui si ricorre per la propria descrizione, e per i dialoghi con gli interlocutori.
Rudder scopre che la parola usata più di frequente su OkCupid è the pizza (seguita dai phish, dal nome della rock band, e dall’Nba), e che non intercorrono grosse differenze tra il linguaggio di uomini e donne – tanto da dover immaginare un algoritmo ad hoc per identificare differenze perspicue tra i generi e tra le etnie. Emerge una linea di demarcazione che permette di riconoscere un uomo bianco dall’apparizione di espressioni come my blue eyes e blonde hair, un uomo nero dal ricorso a termini come dreadsjill scott (eroina dello star system di colore), un latino da colombian e salsa merengue, un asiatico da tall for an asian e asians; le donne bianche sono individuabili da my blue eyes e red hair, le nere da soca (musica) e eric jerome dickey (e qui si entra nelle preferenze letterarie), le asiatiche da taiwan e tall for an asian, le latine da latina e colombian.
I neri sono il gruppo più creativo dal punto di vista linguistico; lo sono anche i gay (first wives, velvet rage, tales of the city, film e romanzi cult), quasi a confermare l’ipotesi che la marginalizzazione sociale produce maggiori stimoli intellettuali e culturali. Ma anche i cluster discriminati sono comunque inquadrati in gruppi omogenei, e svelati nella loro banalità. Gli algoritmi dissezionano il desiderio in un disegno anatomico che assegna un nome a ciascuna delle sue espressioni, eliminando anche l’illusione della spontaneità dall’immaginario e dal simbolismo della libido. Cuore e ragione hanno ragioni che la knowledge economy conosce benissimo, e su cui costruisce un business sempre più fiorente, senza scandalizzarsi del nostro razzismo latente, né della trivialità manifesta dei nostri occhi blu e dei capelli biondi. La Rochefoucauld, ai nostri giorni, potrebbe domandarsi se gran parte delle persone non si sarebbe mai innamorata, se non ne avesse sentito parlare da un software.


Pagina 99, 23 gennaio 2016

13.12.17

Il complotto di Stendhal. Industria e libertà nel primo Ottocento (Lucio Villari)

“Sono sei mesi che Santorre di Santa Rosa s'è fatto uccidere a Navarine; non è passato un anno da quando Lord Byron è morto cercando di servire la Grecia. Dov'è l'industriale che ha sacrificato la sua fortuna a questa nobile causa? La classe pensante ha iscritto quest'anno Santa Rosa e Lord Byron tra i nomi destinati a divenire immortali. Ecco un soldato, ecco un grande signore; nel frattempo che cosa hanno fatto gli industriali?”.
Con questa domanda si chiude un breve saggio di Stendhal dall'ironico titolo D'un nouveau complot contre les industriels pubblicato nel 1825 (ed ora tradotto per la prima volta in italiano da Sellerio editore, a cura di Marco Dani). È uno Stendhal inedito anche per altre ragioni: non ultima che la sua voce si aggiunge a quella di moltissimi scrittori, poeti, artisti europei che nel primo Ottocento, di fronte alla incalzante industrializzazione dei maggiori paesi dell'Europa occidentale, all'arricchitevi di una borghesia avida e speculatrice, all'inquinamento e al degrado civile di città e di periferie industrializzate, reagirono con inquietudine e rabbia. Poiché il curatore della edizione italiana del saggio stendhaliano non lo fa, suggerisco al lettore di dimenticare quello che ha letto a scuola sulle sorti magnifiche e progressive della rivoluzione industriale. Nei primi decenni dell'Ottocento non a tutti fu chiaro che l'equazione libertà politiche-libertà economica celava una realtà più problematica di quanto si pensasse, e che il capitalismo, in tutte le sue manifestazioni (dalle fabbriche alle banche), rivelava aspetti sempre più violenti e disarticolanti. Non a tutti, dicevo; ma a qualcuno sì, e proprio ai più colti e sensibili osservatori.Tra questi, appunto, Stendhal: il cui pamphlet, oltre ad essere una protesta nei confronti della mitizzazione dell'industrialismo (in particolare l' autore della Certosa di Parma polemizzava con lo scritto di Saint-Simon Il sistema industriale, del 1821), smascherava l'equivoco ideologico sotteso al paragone tra le due libertà; un paragone ancora oggi inattaccabile.
Ecco allora l'ironia tagliente di queste pagine: “Gli industriali fanno uso della loro libertà come cittadini francesi; impiegano i loro fondi come vogliono: alla buon'ora; ma perché venire a domandare la mia ammirazione (il corsivo è di Stendhal) e, colmo del ridicolo, chiedermela in nome del mio amore per la libertà?”. Giudichi il lettore se la perplessità di Stendhal possa avere qualche risonanza nel tempo che stiamo vivendo; e intanto, ancora un altro a fondo: “L'industrialismo, un po' parente del ciarlatanismo, paga i giornali e prende in mano, senza esserne richiesto, la causa dell'industria: in più si permette un piccolo errore di logica: proclama che l'industria è la causa di tutta (il corsivo è di Stendhal) la fortuna di cui gode la giovane e bella America”.
Fermiamoci un momento qui per un breve commento. È chiaro che l' industrialismo di cui parla Stendhal è quell'apparato ideologico, giornalistico, politico che intorno alla rivoluzione industriale ha costruito, con i mezzi di informazione allora possibili, una sorta di castello incantato esaltandone solo i vantaggi e le commodities (cioè i prodotti e i beni che industria e capitali mettevano a disposizione di un certo numero di persone) e ignorando volutamente i contraccolpi, le ricadute negative e i boomerang sociali e culturali che essa ha prodotto. Ma il riferimento all' America fa venire in mente la riflessione che qualche anno dopo faceva un altro illustre francese, non meno di Henri Beyle osservatore acuto del suo tempo: Alexis de Tocqueville. Ebbene, nella prefazione alla seconda edizione (1840) de La Democrazia in America, Tocqueville annotava: “Man mano che la massa della nazione si volge alla democrazia, la classe particolare che si occupa dell'industria diviene più aristocratica. Io penso che nel suo complesso l'aristocrazia industriale sia una delle più dure che mai siano apparse sulla terra. Proprio verso questa parte gli amici della democrazia devono continuamente rivolgere lo sguardo e diffidare...”. Ad evitare di venir preso per (come dicono oggi alcuni intellettuali industrialisti) un critico romantico della rivoluzione industriale e quindi per un conservatore, Tocqueville precisava: “Appunto perché non sono un avversario della democrazia, ho voluto essere sincero con essa”. E proprio nei confronti del problema specificamente politico, cioè la relazione libertà-democrazia-industrializzazione, non mi pare che Stendhal e Tocqueville fossero degli sprovveduti. Anzi, dalla loro visione liberale viene una lezione attuale che potrebbe essere letta così: nessun modello politico di libertà è concretamente realizzabile senza una contestuale critica delle forme istituzionali e specifiche della società continuamente modellata (e alterata) dalla rivoluzione industriale. E ancora: i meccanismi politici della democrazia non si modificano né migliorano automaticamente; e non si comprende perché solo a quelli economici debbano essere garantiti l'automatismo e l'autonomia della propria riproduzione e della propria (quando c'è) regolamentazione.
Al tempo di Stendhal l'industrializzazione era ritenuta dalla borghesia una conquista della libertà, ma appariva inspiegabile, soprattutto a un uomo di cultura, il fatto che l'evoluzione del capitalismo industriale e finanziario avesse creato intorno a sé un clima nebuloso e impenetrabile dove gli individui, i cittadini, i lavoratori si muovevano (o erano mossi) come oggetti incantati, passivi e storditi. Era una impressione, questa, che ebbe ad esempio Ugo Foscolo visitando, nel 1822, le città industriali di Manchester e di Liverpool. “...I vostri figli - scriveva ad una amica - o al più tardi i vostri nipoti si accorgeranno che la vera rivoluzione sarà qui tacitamente prodotta da un lato dalla disperata miseria della moltitudine, e dall'altro dalla potenza economica dei plebei arricchiti. E, guardando allo sfacelo di Manchester, e anticipando Tocqueville, aggiungeva che ne era responsabile la più terribile delle tirannidi, quella degli Oligarchi padroni delle manifatture che non hanno altra idea, altro sentimento che quello di fare fortuna...”.
Ho sottolineato l'avverbio tacitamente, usato da Foscolo, perché questa parola dà l'immagine viva del dominio silenzioso, sempre più esteso, che l'industrializzazione si è assicurato e di fronte al quale si era (e si è) disarmati e storditi. Ma non per i motivi addotti di recente da Alberto Moravia cioè per la nostra immaturità di fronte all'esperienza ancora relativamente recente della rivoluzione industriale bensì per la ragione opposta: la nostra maturità (alla quale hanno contribuito anche le poesie di Foscolo, i romanzi di Stendhal, il pensiero di Tocqueville) è troppo alta e raffinata per reagire alla elementarità brutale di una rivoluzione industriale che è arrivata a perforare le fasce di ozono dell'atmosfera. Al contrario di quel che ritiene Moravia, non è dunque contraddittorio volere il benessere e averne paura. Ma, per finire: “Perché - si chiedeva Stendhal - dovrei ammirare gli industriali più del medico, dell'avvocato, dell'architetto?”. Oppure, perché, ci chiediamo noi, pensando a Lord Byron e alla sua morte si sorride come di un poeta eroicamente inutile, e lontano, mentre un suo contemporaneo anonimo padrone di manifatture lo si considera, con gratitudine, tra i moderni fondatori della civiltà di oggi?


la Repubblica, 2 marzo 1989  

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