21.1.18

Piovete, o baci. Ancora una poesia di Edmondo De Amicis

Piovete, baci, dolorosi, ardenti.
Dolci, solenni, disperati e santi,
Sugli infelici da la vita affranti,
Sui martiri, sui prodi e sui sapienti.

Piovete sopra i pargoli innocenti,
Sulle mani dei vecchi vacillanti,
Sopra la bocca de le donne amanti,
Sopra la fronte bianca dei morenti.

Piovete sulle teste umili e care
E sui grandi dolor senza parola,
Piovete su le culle e su le bare.

Piovete, baci, onnipotente arcana
Melodia che accompagna e che consola
Il pianto eterno della razza umana.


Poesie, Treves, 1882

Gelosia. Un'altra poesia di Edmondo De Amicis

Ella era di Granata, ei di Siviglia,
E avean d’arabi il sangue ed il sembiante,
Ei vano, ella gelosa, e un scintillante
Stiletto nascondea nella mantiglia.

E un dì gli vide in fronte la vermiglia
Traccia del labbro de la nuova amante,
E — bada — mormorò, cupa e tremante, —
Un’ape ti ferì sopra le ciglia. —

Egli la fronte nelle man nascose,
Poi con volto ridente e risoluto:
— Un’ape sì, una dolce ape, — rispose.

— Ebben — diss’ella con un bieco riso,
— Senti se questa ha il pungiglion più acuto, —
E gli confisse lo stiletto in viso.


Poesie, Treves, 1882

20.1.18

In casa del curato. Una poesia di Edmondo De Amicis

Questa mattina desinai dal prete
In una stanza disadorna e bianca,
Dove non c’è che un desco ed una panca
E un grande crocifisso alla parete.

Sulla tovaglia fresca di bucato
C’era un vinetto trasparente e puro,
E in faccia a me danzavano sul muro
L’ombre de le alberelle del sacrato.

Un grato odor d’incenso a quando a quando
Veniva dalla muta sacristia,
Ed una vecchia serva umile e pia
Ci girellava intorno zoccolando.

E c’era un’aria, un’ombra, una freschezza
In quella stanza candida e modesta!
E tanta pace in quella faccia onesta
Di vecchio prete, e tanta gentilezza!

Ei mi parlava de la sua cappella
E dell’orto e dell’uve e del paese,
Ed ogni sua parola era cortese
E ingenuamente colorita e bella.

E muto tratto tratto e sorridente
Fissava in contro al sole il suo vinetto,
E mettendo la man larga sul petto
Ne delibava un sorso lentamente.

E in me figgendo le pupille vive
Come volesse indovinarmi il core:
Ebbene, ebbene — mi dicea — signore,
Cosa scrive di bello? Cosa scrive? —

Quindi, bevendo un’altra sorsatina,
Soggiungeva: — Signor, non si sgomenti;
Bisogna pur ch’io beva e mi sostenti!
Lo sa che a giorni tocco l’ottantina? —

E mi facea gli onor dell’umil desco
Dicendo in atto di gentil rispetto:
— Provi il mio vino, e mi dirà se è schietto;
Provi il mio burro, e mi dirà se è fresco. —

Indi tacendo in un pensiero assorto
S’accarezzava i candidi capelli,
Ed io sentivo bisbigliar gli uccelli
E una zappa sonar lenta nell’orto.

Poesie,Treves, 1882

Letteratura. Dalla maestrina Pedani a Sam Dunn: ginnastica e antiginnastica (Giorgio Boatti)

«Che non può un’alma ardita/ Se in forti membra ha vita?»: se, alla domanda dell’abate Parini, rispondete con ottimistico e sonoro consenso, avete già deciso da che parte schierarvi.
Accodatevi ai salutisti che seguono le orme scomposte di Bush, l’uomo più potente del mondo, costretto, da quanto è andato ad abitare alla Casa Bianca, a correre per continuare a rimanere la dove sta.
State con chi si sottopone a ferocissime diete, convinto - come lo era il buon capitano Pietro Verri, padre fondatore degli spioni italiani nonché grande assimilatore di tutti i dialetti arabi dal Mediterraneo ad Aden - che «nello stomaco vuoto lo spirito vigila».
Se v’intruppate in questa schiera vi meritate una bella maestra di ginnastica: se possibile la scultorea signorina Pedani che Edmondo De Amicis fa scattare con energetico slancio tra le pagine del suo Amore e ginnastica.
La Pedani («mai ne viene fatto il nome di battesimo» scrive Italo Calvino nella prefazione dell’edizione Einaudi, ma è solo una disattenzione visto che apprendiamo che si chiama Maria) è lombarda.
Alta e robusta giovane di ventisette anni, «larga di spalle e stretta di cintura», Flessuosa, Maestosa. Imperturbabile.
La sua levigata corporeità è come una freccia che, in ogni momento di ogni giorno, la buona salute scocca verso la bellezza.
Niente di volutamente sensuale, di ammiccante, di maliziosamente sottinteso in questa Brunilde che inconsapevole accende, in chi la intravede, devastanti furori erotici.
Basta un particolare trascurabile («il più bel braccio di donna che si vedesse nudo...») o un movimento improvviso («un balenare sopra gli stivaletti della bianchezza abbaglio come un raggio di sole») per incendiare le vite dei suoi ammiratori di un’algida fiamma.
Inutili incendi. Speranze mai investite, poiché la Pedani non ha amori. Né passeggeri cedimenti a sentimenti di qualsiasi genere.
Totale è la devozione all’unica passione della sua vita: la ginnastica.
S’intravede la Pedani passare nel libro di De Amicis «col vigore di una sacerdotessa ispirata, la vita consacrata ad un’idea, la sua gioventù come una lunga adolescenza severa, affrancata dai sensi, repugnante ad ogni specie di affettazione, purificata e fortificata».
Scorgendola così, già si dovrebbe capire come la faccenda andrà a finire: non solo per la Pedani. O per i suoi concittadini e conemporanei. Ma per tutti noi che siamo arrivati dopo.
A battere in ritirata - sotto 1 colpi menati dalle generazioni e generazioni di maestre della ginnastica che si sono succedute passando dalle scuole alle palestre, dalle cliniche della salute agli schermi televisivi - sono i nemici che la Pedani accusa con gelida ostilità.
Sono, spiega la Pedani, «professori acciaccosi a quarant anni come ottuagenari, appunto per aver troppo affaticato il sistema cerebrale a danno dei muscoli».
E poi «le madri di fanciulle senza carne e senza sangue, i padri di giovanetti che per eccesso delle fatiche della mente, cadono in consunzione, contraggono malattie cerebrali terribili, si abbandonano all'ipocondria e meditano il suicidio».
Per non parlare, più in generale, dei nemici della ginnastica, inerti e fiacchi per «la crescente facilità della locomozione e i raddoppiati comodi della vita».
Generazione misera, sfibrata e guasta verso la quale la Pedani s’indigna allora e s’indignerebbe ancor più oggigiorno urlando, con voce ancor più tonante, «Quale cecità! Quale insensatezza! Quale vergogna!».
Una volta conosciuta la maestra Pedani e la sua religione (anche nelle infinite reinterpretazioni a noi vicine) non sono ammessi agnosticismi di sorta. O ci si «pedanizza» definitivamente o ci si butta altrove.
Si girano le spalle alle maestre di ginnastica e si cerca al più presto un’altra strada.
Coi tempi che corrono, non è facile trovare vite e personaggi che dell’antisalutismo facciano allegra e dissennata bandiera senza ninnare nell’oblomovismo, senza sprofondare in voragini autodistruttive.
Da parte mia, so che l’esatto opposto di tutte le possibili Pedani esiste. Si chiama Sam Dunn ed è eroe che Bruno Corra, in anni futuristi, ha fissato in un suo memorabile libretto (Sam Dunn è morto, rieditato da Einaudi).

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Sam Dunn non è un salutista: «Fra mezzanotte e le tre aveva trangugiato tre litri di whisky, cinque bottiglie di champagne e ventisette tazze di caffè, insieme con una quindicina di dosi di oppio e hashish: tutto ciò fumando un centinaio di sigarette e aspirando frequentemente una boccetta di etere».
Altro che banale ginnastica per la manutenzione del corpo. Sam Dunn spara alto.
Accetta la scommessa più vertiginosa.
Vuole buttare la propria vita, comprensiva di corpo e di mente, nel grande Maelstrom dove ribolle e vortica l’energia che muove il mondo e scandisce il destino.
Non ha tempo da perdere.
Né legnose dignità da difendere.
Quando il barone Giulio, scoperta la tresca del nostro eroe con la consorte, lo aggredisce e lo butta più volte sul divano e quindi gli urla con voce strozzata «Vigliacco, voi avete paura!» Sam Dunn non si smentisce. Pallido, tremante, quasi piangente, dice con un filo di voce: «Bella scoperta!» e si arrovescia indietro svenuto.
In ben altra direzione sta andando a convogliare le energie, anziché dispiegarle per la salute del proprio corpo o l’onorata fama del suo nome. Sam Dunn giorno dopo giorno è preso dalla più difficile delle discipline: Quella - intensa e continua, metodica e stremante - di «distrarre quasi tutte le energie dall'ambiente in cui si svolge la vita di tutti, per concentrarle in una zona di realtà ancora sconosciuta, nella quale si è costretti a costruirsi passo per passo la strada su cui si cammina».
Parole apparentemente bisciose come un risvolto di copertina della Adelphi.
Ma. alla fine, Sam Dunn dimostra dove possa portare la sua metodica applicazione all’arte della manutenzione energetica.
Se la ginnastica è la sola possibilità intravista da chi crede di disporre, nella vita, solo dì un corpo, la via di Sam Dunn è la scoperta delle mille vite che stanno in ogni vita.
Non restauro di corpi, dunque. Né manciate di anni acchiappati al volo e incollati a decrepite esistenze. Ma, invece, tutta una metropoli che veleggia leggera in quell’irrealtà che Sam ha concentrato e catturato.
A Parigi, grazie all’antiginnastica di Sam Dunn, succede tutto. S’incrociano tutte le possibilità. La torre Eiffel germoglia: «il ferro si scosse, vibrò, si spaccò, cacciò fuori centinaia di rami immensi, dai quali uscirono a gruppi foglie di metallo».
Altri fatti scelti fra la cascata senza limiti provocata da Sam Dunn? «All’ambasciatore di Svezia, mentre passeggia, s’allungano le fedine di più che un metro.»
«Il capo del partito democratico della sinistra (sic!!) si rivolge all’enorme folla che lo segue e grida in un falsetto acutissimo, “Avanti, figli di Dio, conquistatemi un’Avana”».
Una macchina da caffè non riesce più a essere bloccata, allaga di espresso un bar vicino all’Hotel Lutetia e un bel tratto di strada. Muli pattinano e piccoli uccelli verdi si fiondano nella bocca di chi sta per sbadigliare».
Si potrebbe continuare a lungo.
Ma - se avete scelto di accordarvi a Sam Dunn - non potete vivere troppo delle fatiche altrui.

La ginnastica della mente, quella che nessuna maestrina Pedani potrebbe mai approvare, ve la dovete fare da voi. Senza dover bussare alla porta di qualche palestra né raccattare attrezzi, la potete iniziare quando volete. Anche ora.

"il manifesto - la talpagiovedì", 23 maggio 1991

Non credere ... Una poesia di Franco Fortini

Non credere che tutto sia finito,
ragazzo. Spera. Fatti una ragione
della tua pena. Per il nostro cuore
non c'è una primavera sola. Torna
agli anni alti l'aprile, un altro aprile.
Non disperarti oggi. 

da L'ospite ingrato - primo e secondo, Marietti, 1985 

Droghe. I baci di Freud e l'elisir di papa Leone (Massimo De Feo)

Un articolo di curiosità sulla cocaina, in chiave antiproibizionista, dei primi anni Novanta del secolo scorso. La questione delle droghe sembra, dopo un quarto di secolo, essere scomparsa dal dibattito politico, ma la diffusione di sostanze psicotrope illegali non sembra affatto diminuita e con essa prosperano i traffici e gli arricchimenti che ne conseguono. Forse giova la pena di ricordare che il potere delle mafie ha tuttora come una delle fonti principali questo mercato: i denari con cui, per esempio, Cosa Nostra inquina la vita economica e politica della Sicilia vengono ancora, in buona parte, da un controllo dei traffici pressoché monopolistico, visto che – anche dove non interviene direttamente – è l'organizzazione mafiosa a concedere la licenza d'esercizio sia sul trasporto che sulla vendita. (S.L.L.)
«Attenta a te, mia Principessa, quando arriverò. Ti bacerò fino a farti arrossire e ti nutrirò fino a farti diventare bella grassa. E se sarai ardente, vedrai chi è il più forte; se la dolce piccola fanciulla che non vuole mangiare o il grosso omaccione con la cocaina in corpo...». Chi è questa specie di assatanato, forse Diego Armando Maradona? No, è Sigmund Freud in una lettera alla sua fidanzata, missiva in cui le spiega tra l’altro come «durante la mia ultima grave crisi depressiva ho preso ancora la cocaina; una piccola dose mi ha portato in alto in una maniera meravigliosa. Sono indaffarato a raccogliere la letteratura per un peana in onore di questa meravigliosa sostanza».
L’entusiasmo del padre della psicoanalisi per «questa divina pianta che sazia gli affamati, rinforza i deboli e fa loro dimenticare le proprie disgrazie» (è sempre Freud che scrive), era già condiviso, 3000 anni prima di Cristo, dalle popolazioni delle Ande centrali. In epoca più recente, la quarta regina Inca veniva chiamata «Marna Coca». In tempi ancora più vicini, intorno al 1863, un corso residente a Parigi, Angelo Mariani, lancia il «vino Mariani alla coca» (predecessore della Coca Cola e della Coca Buton), per la delizia di gente come Thomas Alva Edison, Jules Verne, Emile Zola, Henrik Ibsen, Sarah Bernhardt, i musicisti Gounod e Massenet, lo zar di tutte le Russie, il principe di Galles...e a questo punto un altro aficionados di quel vino, papa Leone XIII, decide che Angelo Mariani è un benefattore dell’umanità: gli conferisce una medaglia d’oro, si fa vedere in giro con una fiaschetta del prodigioso elisir alla cintura, ammette di buon grado di essere stato sostenuto nei suoi ritiri spirituali dai prodotti Mariani alla coca.
Quella della coca è una storia millenaria (vedi Cocaina di Giancarlo Arnao, edito da Feltrinelli), come a tempi immemorabili risale l’uso di molte altre sostanze capaci di alterare in qualche modo la percezione della realtà. Ma questo «cambio di prospettiva» non è riconducibile necessariamente a una edonistica ricerca di «benessere». Può portare viceversa a sofferte prese di coscienza, intuizioni artistiche, religiose, politiche, umane, esse sì potenziali fonti di grande «piacere». Solo in tempi recenti, complici i ma« media, si è diffuso il luogo comune che vede nel consumo di droghe un modo facile ed egoista per eludere i mille problemi che la vita pone, della famiglia, degli amici, del lavoro, delle cosiddette «responsabilità». Ma questo è vero solo per alcune droghe, e per l’uso che di esse (spesso per ignoranza) viene fatto: in una delle scene più belle del film Il piccolo grande uomo, Wild Bill Hickock dice a un Dustin Hoffman che ha affogato nell’alcool i suoi problemi: «qualsiasi idiota è capace di ridursi in questo stato». Uno stato del genere è facilmente garantito anche da un uso prolungato e sconsiderato di oppio o suoi derivati, l’eroina innanzitutto. Ma solo uno sprovveduto proverebbe a cercare «il piacere», lo «star bene» tout court, in uno spinello o in un Lsd. Come nessun atleta tenterebbe di migliorare le sue prestazioni ubriacandosi prima di una gara (a dire il vero qualche maratoneta agli inizi del secolo ci provò con lo champagne, con risultati facilmente immaginabili).
Negli anni 60, in piena rivoluzione psichedelica, qualcuno tentò, un po’ semplicisticamente, di distinguere tra droghe buone e cattive: le prime, si diceva, «allargano la coscienza» senza procurare dipendenza (hashish, marijuana, lsd, mescalina, funghi «sacri», gli allucinogeni in genere); le altre danno piacere e dipendenza (alcool, tabacco, oppio e suoi derivati). Le cose ovviamente sono un po’ più complicate: non si può definire l’effetto di una qualsiasi sostanza prescindendo dal modo in cui viene usata. Nessuna droga è buona o cattiva, tutto dipende dall’uso che se ne fa. Il cianuro, a piccolissime dosi, viene usato in farmacologia. L’acqua, a grandi dosi, affoga.
Le droghe hanno accompagnato passo passo, nel bene e nel male, la storia dell’umanità, e non si contano i tentativi, tutti falliti, di mettere fuori legge ora questa ora quella sostanza. Oggi può apparire ridicola la guerra scatenata a suo tempo negli Usa al vino, alla birra, agli alcolici in genere, guerra che ebbe come unico frutto un aumento spaventoso del prezzo degli alcolici e della criminalità. Lo stesso errore, a livello planetario, si sta ripetendo adesso. Si continua a giaculare: «drogarsi non è lecito», mentre tutti gli indici statistici sul fenomeno vanno alle stelle e il sangue per il controllo del mercato scorre sempre più abbondante. L’alternativa che si pone non è tra un futuro con o senza droghe, ma tra un mondo che ne sappia fare un uso assennato e uno che ne venga travolto. Come per le automobili.

"il manifesto - la talpagiovedì", 23 maggio 1991

19.1.18

Aulo Gellio: il punto limite, "locus confinis" (dalle "Noctes Atticae")

Una riunione del Senato della Repubblica Italiana, a Palazzo Madama
[1] «Quoad vivet» <cum dicitur>, cum item dicitur «quoad morietur», videntur quidem duae res dici contrariae; sed idem atque unum tempus utraque verba demonstrant. [2] Item cum dicitur «quoad senatus habebitur» et «quoad senatus dimittetur», tametsi «haberi» atque «dimitti» contraria sunt, unum atque id ipsum tamen utroque in verbo ostenditur. [3] Tempora enim duo cum inter sese opposita sunt atque ita cohaerentia ut alterius finis cum alterius initio misceatur, non refert utrum per extremitatem prioris an per initium sequentis locus ipse confinis demonstretur.

Quando si dice «finché vivrà», e poi quando si dice «finché morrà», pare che si enuncino due nozioni opposte; e tuttavia l'una e l'altra espressione indicano un'unica circostanza. Allo stesso modo quando si dice “finché il senato sarà riunito” e “finché il senato sarà sciolto”, sebbene “essere riunito” ed “essere sciolto” designino due condizioni opposte, l'una e l'altra frase rimandano ad un momento preciso e solo a quello. In verità quando due circostanze di tempo sono l'una all'altra contrapposte e insieme così connesse tra loro che la fine dell'una si confonde con l'inizio dell'altra, non cambia niente se il punto-limite sia designato con la conclusione di quella che viene prima o con l'inizio di quella che viene dopo. (trad. S.L.L.)

Noctes Atticae, Libro VI, cap. XXI

Il mito di Françoise Sagan, caso letterario a 18 anni. Una vita tra eccessi e solitudine (Ulderico Munzi)

«Ho amato alla follia - disse - ma per me è l'unico modo di amare»
PARIGI — Adieu, tristesse. Adieu, Françoise. Una pietra tombale e un requiem per il mito letterario che fece fremere la gioventù degli Anni Sessanta. Chi non si riconobbe nei suoi personaggi? Françoise Sagan è morta ieri nella più squallida indigenza, magra come un chiodo, da tempo incapace di scambiare non solo delle idee, ma qualche parola. Se n’è andata per un'embolia polmonare. È accaduto all’ospedale di Honfleur, in Normandia, davanti al mare tempestoso della Manica.
Il mondo della letteratura l’aveva ormai abbandonata, povera drogata e povera alcolizzata, povera di tutto. Del resto i giorni incantati, intessuti d’innocenza e perversione che raccontò nel 1954 in quel suo primo romanzo intitolato «Bonjour tristesse» erano ormai un ricordo svanito dalla sua povera memoria malata. Ricordava vagamente d’essere stata una scrittrice. I vicini della clinica di Honfleur la chiamavano la «povera vecchia». Aveva sessantanove anni, ma ne dimostrava quindici di più. Una «foglia morta». Anche Juliette Gréco, la sua grande amica, non andava più a trovarla: «Non riconosce più nessuno. I suoi occhi sembrano pozzanghere spente». Era stata una scrittrice prolifica. Quasi cinquanta opere, tra romanzi, sceneggiature, novelle, drammi teatrali. Avrebbe dovuto finire i suoi giorni da ricca signora delle lettere, invece il fisco e la giustizia, per un losco affare di petroli in cui lei s’era atteggiata a mediatrice, l’avevano perseguita fin dal 1990 con ferocia, come solo sa fare la stato francese.
Un tempo ci fu dunque «Bonjour tristesse». Era il romanzo scritto da una ragazzina viziata, Françoise Quoirez, nome d’arte Sagan, esile e insignificante, ma spudorata al punto che la soprannominarono il giunco infocato della letteratura francese. Era infarcita di Camus, Sartre e Rimbaud e narrò la scabrosa storia di Cécile e di suo padre Raymond, ambientata nella Costa Azzurra degli Anni Cinquanta. Il libro ebbe un successo folgorante: un milione di copie tradotte in venti lingue. Best seller. Robert Julliard, editore, aveva letto in una notte il manoscritto. Le parole «Bonjour tristesse» erano del poeta Eluard e si addicevano alla vicenda. I toni erano piatti e le scene scorrevano come fotogrammi. Quel che ci voleva nella letteratura francese di quei giorni, dominata e angosciata da Sartre, Gide, Mauriac e Camus. Julliard aveva chiesto all’aspirante scrittrice: «È autobiografico?». «No», rispose lei. «Sono figlia di una famiglia piccolo borghese che ha salvato alcuni ebrei durante la guerra, ma che è rimasta imprigionata nella sua condizione sociale. A casa mia, a Parigi, c’è un gran puzza di cavolo bollito». «Quanto vuoi?», chiese Julliard. «Duecentomila franchi». «Te ne darò il doppio», disse l’editore.
Il nome Sagan l’aveva scelto nella Ricerca di Marcel Proust dove infatti c’è un principe di Sagan. Il regista americano Otto Preminger, nel 1957, fece anche un film con David Niven e Jean Seberg. Furono anni di furia, dall’abisso dei peccati alle vette dei riconoscimenti culturali. Françoise era alla moda, i francesi l’ammiravano per la sua disinvoltura anche quando apprendevano dai settimanali che lei e il marito, l’artista americano Robert Westhoff, facevano orge e si scambiavano le amanti e gli amanti. Seguì, nel 1956, il successo, di «Un certain sourire», poi «Aimez-vous Brahms...» nel 1959.
Françoise scriveva di notte, a letto o in una vasca da bagno, consumo medio di whisky: un litro al giorno, se non di più. Passarono tanti anni di alcol, droga e maldicenza, la Sagan dei tempi incantati non esisteva più. La realtà era quella d'una candela che si stava spegnendo in una una foresta di guai. L’ultimo suo vero successo risaliva ormai al 1972, in italiano era intitolato «Lividi sull’anima».
Il resto della produzione letteraria era un succedersi di tentativi (quasi pietosi) di risollevarsi dall’abiezione. Prima ci fu il processo per droga, perché Françoise frequentava le «tout Paris» della gente bene ma marcata dalla cocaina. Mitterrand, che la scrittrice aveva conosciuto nel 1979, due anni prima del trionfo della sinistra, l’andava a trovare una volta alla settimana e la supplicava di astenersi dalla droga. Poi s’era fatto avanti il fisco e al processo che le aveva intentato lo Stato francese, lei non aveva avuto il coraggio di presentarsi. Tutta la Parigi perfida e spietata era corsa ad aspettarla, nei bui e squallidi corridoi del Palais de Justice, pronta a sghignazzare del «relitto Sagan». Era come inseguita da una maledizione, forse lanciata dagli invidiosi del suo primo successo letterario, quel «Bonjour tristesse» poi tanto odiato dalla stessa scrittrice.
A forza di vederla con Mitterrand, un agente dell’Elf le chiese un giorno d’intervenire perché un ministro dell’Uzbekistan fosse ricevuto all’Eliseo. Era il 1993. Mitterrand si piegò al desiderio della sua amica che, per il suo intervento, ricevette dall’ Elf quattro milioni di franchi. Secondo il fisco, lei li nascose volutamente sotto il materasso. Secondo la Sagan, fu una dimenticanza nella dichiarazione dei redditi. Dimenticanza che in Francia prevede qualche anno di galera. Nei suoi giorni di dolore, la Sagan si chiedeva con un filo di voce: «Perché la Francia mi odia?». A sessantasei anni era impresentabile: le stampelle per una malattia delle ossa, un volto corroso dal tabacco e da notti insonni e sofferenti. Françoise era come un’ombra che sfuggiva la luce. Non possedeva più nulla. E persino i fotografi le davano la caccia per mostrarla nella sua estrema povertà fisica e mentale. È dovuta morire perché una certa Francia smettesse di odiarla.

Corriere della Sera, 25 settembre 2004

L'inverno è quasi finito (Françoise Sagan)

Ecco il finale, ottimo, di un romanzo importante. Non di un grande romanzo, certo, ma un romanzo importante sì! (S.L.L.)

L'inverno è quasi finito; non prenderemo in affitto la stessa villa, ma un'altra, vicino a Juan-les-Pins.
Soltanto quando sono a letto, all'alba, quando in Parigi c'è solo il rumore delle auto, qualche volta la memoria mi tradisce: l'estate torna con tutti i suoi ricordi. Anne, Anne! Ripeto questo nome sommessamente, a lungo, nel buio. Allora qualcosa si leva in me che io accolgo con il suo nome, a occhi chiusi: buongiorno, tristezza.


Bonjour Tristesse (1954), Longanesi, 1965 ( trad. Ruggero Sandanieli)

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